letture

Francesca Ruth Brandes, Storie dal giardino

Francesca Ruth Brandes, Storie dal giardino, Milano, La Vita Felice, 2017, € 10,00

Quando la poesia verifica la possibilità dell’empatia e la rende presente, ha già realizzato uno dei desideri del lettore: quello di sentirsi accompagnato per mano dentro la parola, che diventa “luogo sensibile”. Nella nuova raccolta di Francesca Ruth Brandes, Storie dal giardino (La Vita Felice 2017), la sensibilità è viva in tutte le sue accezioni e soprattutto nell'”atto a comprendersi dall’anima” emozioni e sensazioni: ciò risiede già nel titolo e nel moto a luogo che si trova lì; il “giardino”, raccoglie e ingloba vicende e trame, tutte le narrazioni e una memoria che vi trova sede. “Giardino” tutt’altro che “spazio chiuso”: non c’è alcun recinto nella poesia che oggi leggeremo qui, o se c’è è la «realtà» che dà inizio al procedere poetico, dato da una fiducia consistente nel “vero” quanto in ciò che si incontrerà come «magico». La voce della poeta veicola il venir fuori, l’uscire dalla terra, dall’albero, dalle foglie, dal cielo e così via della parola, che muove personaggi e visioni; gli elementi naturali tengono insieme tutto, lo stringono, fanno corona. Un “dire” che abbia a che fare con questo (ri)conosce soprattutto i limiti dell’umano in relazione all’universo, a un disegno più grande che non si può spiegare; e forse si può assumere nella poetessa la capacità di cogliere ciò che trascende la comprensione dell’uomo ma da una prospettiva che parte dal naturale o con esso deve sempre fare i conti. Il naturale come punto focale ed eterno ritorno di questi testi. Francesca Ruth Brandes ci introduce quasi la prospettiva di un giardiniere-autore, come lo intendeva Joan Mirò nel suo volume Lavoro come un giardiniere (Edizioni del Cavallino di Venezia 1964, traduzione italiana di Milena Milani):

Lavoro come un giardiniere o come un vignaiolo. Le cose maturano lentamente. Il mio vocabolario di forme, ad esempio, non l’ho scoperto in un sol colpo. Si è formato quasi mio malgrado. Le cose seguono il loro corso naturale. Crescono, maturano. Bisogna fare innesti. Bisogna irrigare, come si fa con l’insalata. Maturano nel mio spirito.

È da quel “maturare nello spirito” che la poesia di Francesca Ruth Brandes sgorga; da un percorso cavo durante il quale si impara (e il poeta impara per primo) a riconoscere il fare artistico nel tempo della natura, che detta il ritmo. Facile a dirsi: quante poetiche hanno compreso che da lì tutto nasce e tutto finisce? Ma nella contemporaneità questo riguardare lì in tempi di ecologismo ed ecocriticism, e farlo in modo lirico, è un atto sempre rivoluzionario che abbraccia appunto un sapere primordiale e lo riporta a un fare sincronico e armonico antichissimo, com’è la poesia. (altro…)

Giovanna Amato, “Terzafascia”: romanzo

Romanzo-reportage di Giovanna Amato sul precariato della scuola, prefazione di Anna Maria Curci, FusibiliaLibri editore. Per altre info, qui. Ma intanto, perché privarsi di un assaggio? Buona lettura!

*

Quando avevo la loro età, sedevo sulle stesse piccole sedie di legno tenute insieme dalla torsione di una sbarra di ferro cavo. Erano sedie così leggere che bastava avere uno zaino troppo pieno perché la tracolla le trascinasse a terra.
Mi rendo conto di non aver più messo piede in un’aula di scuola media dagli anni Novanta. Cerco con gli occhi le penne a scatto multicolor, i walkman sotto i banchi, i quaderni con i personaggi di Beverly Hills. Ma siccome so che anche Cicerone si lamentava della decadenza dei costumi rispetto alla precedente generazione, mi limito ad accogliere con tenerezza i loro zaini trolley, i diari dei Gormiti e la penna laser di cui al momento ignoro la funzione ma che sarà grande protagonista delle nostre litigate in futuro.
Dico tenerezza per intendere quel ghigno isterico di panico che mi sfigura mentre la bidella mi presenta alla classe.
Dico bidella per evitare l’offensiva locuzione di collaboratore scolastico coniata solo per far passare come offensiva la parola bidella.
Dico classe per riassumere ventinove persone tra i dieci e i dodici anni (tredici maschi, sedici femmine) con diverse storie personali ed esigenze private nei confronti delle quali il mio compito è portarle a un grado omogeneo di competenze, fiducia e conoscenze riguardo ad alcuni settori della formazione umana.
Ingoio il mio buongiorno. Soprattutto, dico generazione non sapendo di cosa parlo, non avendo mai capito a che punto scatti la separazione (mi hanno spiegato che è una forbice di venticinque anni ma non ho capito mai a partire da chi), e so soltanto che supero di poco il doppio dei loro anni e che tra l’altro ho vaghissimi ricordi di tutto quello che mi è successo prima di aver compiuto la loro età. (altro…)

Ostri ritmi #11: David Bandelj

.

Pred mejo

Zobam
. enovito
.        formulo
.   dobrobiti

.skozi
.        večerne
luči
.   jo je
.        videti

čutiti
.   v
.     mrzlem
.       zraku

tisoči
.    so
umrli

s telesom
.   in
brez
. njega

zato
.    da
z
.  vrha
.   Kapele

gledam
.        mejo

.     ki je ni

nad Novo Gorico, 29.11.2007

 

Davanti al confine

Pilucco
.un’armoniosa
.               formula
.  di benessere

attraverso
.              la luce
della sera
.           lo si
.               intravede

lo si sente
.      nella
.      fredda
.        aria

migliaia
.   sono
.   morti

col corpo
.   e
senza
. di esso

così
.   che
dalla
.      cima
.      della Cappella

guardo
.         un confine

.      che non c’è

a Nova Gorica, 29.11.2007

*

Gledanje čez polja

.Trikrat
se je
.    veliki
.   črni
.      bik

obrnil

preden je
.    stopil
.  v babilonski
.       rov

šival sem
.  hlače
in
.  gledal
njegove
.    poslednje
.   korake
.           v
.    temo

zarjovel
.           je

in se
.      izgubil
ne vem
.           ali je še
možno

.     mirno posedati
.          v senci

brez občutka

.   krivde

 

Guardare oltre il prato

Per tre volte
si è
.   il grande
. toro
.    nero

girato

prima di
.  entrare
.nel tunnel
di Babilonia

io cucivo
. calzoni
e
. guardavo
i suoi
.     ultimi
.   passi
.      nel
.    buio

lanciò
.        un urlo

e
. sparì

non so
.          se ancora
si può

.   sedere tranquilli
.        all’ombra

senza un senso

.     di colpa 

*

Obiskovalka

Ponavljala
.   je vedno
.       iste
.      besede

ko je
.  sedla
.        k
pregledu

niti
.  se
. mi ni
.  zdelo
potrebno
. da bi
.  jih
povzemal

.  na koncu
.    je
. s stola

padel prah

morda
.       del
.  nje

 

Una visitatrice

Ripeteva
. sempre
.le stesse
.  parole

quando
. sedeva
.      per
il controllo

non
.  mi
. pareva
.         poi
necessario
. che io
. le
riprendessi

. alla fine
.   dalla
. sedia

cadde della polvere

forse
.     parte
di lei

 

*

 

Stran iz dnevnika

Danes bi
.    lahko bil

navaden 4. december

pa ni

. ker je Umberto Eco
.    v Ljubljani

(prejema častni doktorat)

.lahko bi ga
.   šel poslušat

pa grem
.    raje
.      v stolnico

. in niti
.   tam

ni miru

.kanonik ki
.    obhaja

nosi debel
. prstan z
.    ametistom

ko odhajam neizpolnjen

.      je
.     Ljubljana
.  v lučkah
.in vrvežu

nič se
.  med sabo
.    ne sklada

morda je

. svet izbral
.    napačno
.       pot

 

Pagina di diario

Oggi potrebbe
.    forse essere

un normale 4 dicembre

ma non lo è

. perché Umberto Eco
.   è a Ljubljana

(ritira un dottorato honoris causa)

potrei andarlo
.    ad ascoltare

ma preferisco
.     andare
.       in cattedrale

e pure
.        lì

non c’è pace

. il canonico che
.da la comunione

porta un grosso
.       anello con
.          un’ametista

quando me ne vado incompleto

.  Ljubljana
.    è
.  tra luci
e trambusto

niente si
.    intona
.     col resto

forse il mondo

.        ha scelto
.             la via
.          sbagliata


Fonte: David Bandelj, Odhod [Partenza], Mladika, Ljubljana 2012

© Traduzione a cura di Amalia Stulin

DAVID BANDELJ

Classe 1978, David Bandelj nasce a Gorica-Gorizia, sul lato italiano del confine. Si laurea in Letterature comparate alla Filosofska fakulteta a Ljubljana, porta a termine un dottorato di ricerca e si dedica successivamente all’insegnamento alle scuole medie, lavorando sempre a cavallo di Gorizia e Nova Gorica. Ha lavorato come ricercatore universitario e si è dedicato all’ambito musicale, insegnando pianoforte e dirigendo diversi cori. Collabora come columnist e critico letterario a importanti testate, quali «Novi glas» e «Primorski dnevnik» (quotidiano in lingua slovena di Trieste), più altri periodici.
Inizia a pubblicare nel 2000 e da allora sono apparse quattro raccolte poetiche, l’ultima delle quali, Odhod (Partenza), risale al 2012.
Come sottolinea il commento di Meta Kušar in coda a questa raccolta, il linguaggio di Bandelj si allontana da quell’ermetismo diffuso nella poesia di sperimentazione slovena. Al contrario, egli sceglie una lingua semplice, fluida a tal punto da abbandonare la punteggiatura, ma opta per una comunicazione più strutturata sul piano visivo. Le liriche sono graficamente sgranate, come a rimandare ai grani di un rosario, elemento che ben rappresenta il contesto profondamente cristiano in cui il poeta nasce, viene educato e tutt’ora vive. Un altro importante aspetto della poesia di Bandelj, riflesso inevitabile dell’ambiente socio-culturale in cui è nato, è quello della riflessione sul confine, sugli sconfinamenti, le “partenze” appunto. Il poeta sa che sebbene i confini della politica non esistano, le partenze, siano esse fisiche o “spirituali”, sono necessarie perché portano a un movimento continuo, a quella dinamicità che è l’unica condizione per essere davvero vivi.

© Amalia Stulin

Tina Emiliani, La ballata di Ginevra (di Plinio Perilli)

Tina Emiliani, La ballata di Ginevra, Empiria Edizioni 2015

Colpisce con quanta sicurezza e quale eleganza stilistica una poetessa di ruolo e di percorso come Tina Emiliani, abbia insomma cercato e sùbito trovato il romanzo con scelta felice, equilibrio brioso e profondo assieme… Colpisce la facilità della resa narrativa, che invece snoda e rivela un ordito complesso, un’aura onirica continuamente rispecchiata in una ricapitolazione urgente e saggia della mera Realtà (dialogata con filosofica compostezza, o arresa viceversa a un intimo, smottante flusso di coscienza – non ne cambia la sorgente profonda, densa e introiettata!):

Gli anni non avevano riempito quel vuoto e quell’uomo lo aveva intuito subito e fu una bambola il suo primo regalo, ma il tempo era inesorabilmente scaduto e lei l’aveva distrutta in mille piccoli pezzi quella bambola perché ormai la malinconia si era insediata nei suoi occhi e non sarebbe mai più scomparsa e aveva da tempo capito quanto sua madre l’avesse amata comunque anche se a modo suo, ma ormai la malinconia era entrata nei suoi occhi e anche in quelli di sua madre, inesorabile, e tutto per una stupida bambola dai riccioli biondi.

C’è una pagina decisiva della lunga conversazione/intervista di Marguerite Yourcenar con Matthieu Galey, Ad occhi aperti, in cui la grande autrice delle Memorie di Adriano e de L’opera al nero parla del “romanzo” come evento fulcro non solo della nostra, ma di ogni epoca:

Lei ha scritto da qualche parte che in questa nostra epoca si ricade sempre, fatalmente, nel romanzo, nel “solco del romanzo”. Perché? Perché scrivere un romanzo, e non un trattato o un libro di storia?

Perché volevo esprimere un certo punto di vista, offrire una certa immagine del mondo, una certa descrizione della condizione umana che può passare solo attraverso un uomo, o degli uomini …

Il libro parte come un buffo, strano e suadente film hollywoodiano (Il paradiso può attendere? – o magari una vecchia commedia “surreale” di Frank Capra col miglior James Stewart, dinoccolato e angelico, probo cittadino sull’orlo della bancarotta e del suicidio: La vita è meravigliosa… Attenzione, edificante parabola del 1946, dopo la Guerra Mondiale, i genocidi e la Bomba Atomica).

La luce è bianca e assoluta, il luogo improbabile e fatato, fatale. Come in un falansterio avveniristico di matrice buzzatiana, si avvera un “hereafter” (aldiqua? aldilà?) che chiama a colloquio la nostra eroina come puro spirito con puri spiriti.

Lei osservò l’ambiente con attenta curiosità. Le pareti erano bianche e nude. Notò che i divani, rivestiti in una tonalità molto chiara di beige, sembravano appena usciti di fabbrica e che la luminosità di cui era invasa la stanza non proveniva da una fonte visibile.

Gli eventi sono solo narrati, o meglio ripercorsi, ripensati come nell’alveo neutrale, nella tregua feconda d’un retroscena teatrale. Ma tutta la vita di Ginevra scorre in rewind e forward sul piccolo schermo della pagina, come non soltanto la sintesi, ma molto di più l’essenza – il quid inesprimibile e finalmente romanzato – di un’intera vita, spinosa o efflorescente come ogni concreta storia o vicenda di realtà.

(altro…)

“Dal greco” di Irene Santori (di P. Cagni)

santoriSu una poesia di Hotel Dieu di Irene Santori: Dal greco

di Pietro Cagni

.

Attraverso

Ogni poesia ci costringe a navigare a vista. Apparentemente, senza punti di riferimento. Così impariamo che sempre dobbiamo essere contemporanei al testo – noi ad esso –. Questa chiamata non possiamo disinnescarla con nessuna pagina di critica. Se saremo fedeli a questo compito, scopriremo che le poesie sono in grado di sostenere un rapporto presente con noi, quell’affondo faticoso di senso e di bellezza che chiederemo loro.
Ogni nuova raccolta è la propria storia, vive di una forma inedita, incarna l’esito della sfida percorsa: l’attraversamento della tradizione, cioè il suo recupero e il suo superamento. A ogni passo, le poesie rivivono tutto il passato, per superarlo. È una medesima contemporaneità, plurale, contraddittoria, discorde, a legare tra loro gli occhi e le mani di chi ha scritto e di chi legge. Molte voci ignorano questa scommessa e scivolano senza troppe preoccupazioni nell’informale; altre recuperano strutture antiche, intatte, eburnee, rendendo lode al proprio sacro, terso, lavorìo poetico. Ma la poesia oggi ci chiede il lavoro del grande pittore bolognese Lorenzo Puglisi: attraverso Caravaggio, alle costole di Francis Bacon, per attaccarsi alla sua gola profumata e fare un passo in avanti, nel nitore che viene dal buio. Così, a volte, i poeti.
Si diceva di una navigazione: spegnere i motori, affidarsi al vento. Impone dei limiti: non sarà possibile illustrare “la poesia di Irene Santori, poetessa romana” e nemmeno “la poesia della sua ultima raccolta, Hotel Dieu”. Troppo vasto l’orizzonte e troppo brucianti i versi. Potremo, però, fermarci una volta, leggere e sgranare un testo, affrontando almeno una volta la sfida a cui siamo chiamati sempre.

 

Irene Santori, Dal greco. Il verso, le strofe

La poesia Dal greco si oppone con forza alla parafrasi. Questi versi disinnescano, raffreddano, anestetizzano i nostri tentativi di lettura. Il commento è respinto fortemente, e siamo immessi in una danza. Dunque qual è la misura del verso della Santori? Da cosa è governato, che cosa gli dà forma? Sembra che questa danza sia impossibile, e che l’autrice non conosca “lo fren de l’arte”. Eppure, la stessa poetessa poneva in esergo al libro una formula di Arturo Martini: «ogni frammento è scultura». Ma ogni verso qui sembra irrelato, una tessera dispersa e straniante: troviamo un verso (il più ampio, mi pare) di 17 sillabe e uno costituito da una sola sillaba. Inoltre le sette unità strofiche in cui la poesia è divisa sono assai ineguali: alcune sono molto ampie – la prima è la più lunga (di 37 versi) – mente altre sono più brevi  – la seconda strofa è di soli tre versi, e tre versi per di più molto esili -.  Ma non vige un assoluto arbitrio, il non-senso, forza disgregante e centrifuga. Perché a ben vedere le strofe (che sono, sì, di diversa lunghezza) non sono disposte casualmente e danno vita a una precisa alternanza: strofe “più pesanti” e strofe “più leggere” si alternano, e questo è certamente significativo. Si potrebbe riconoscere un suggestivo richiamo a passi di danza, larghi e stretti. Ma occorre proseguire, per mettere a fuoco la versificazione qui operante: a scandire il movimento apparentemente scomposto e arbitrario dei versi appaiono qua e là dei nitidi endecasillabi: «le ginocchia sbucciate sotto il mento», «riapro gli occhi sul palmo della mano», «bruciate vive dai fidanzatini», «piuttosto fondare le città d’arte», «bambina mia, dentino, acquasantiera», «sulla rotta dei suoni ritorno a te». Questi endecasillabi hanno, a mio avviso, due precise funzioni: una “funzione strutturante” che fornisce una misura di riferimento da cui ci si diparte per somma o sottrazione, e una “funzione distensiva” che allenta la tensione, facendo trovare un ritmo limpido, più quieto, per riprendere fiato. Sono frequentissimi, inoltre, intensi legami fonici, sia all’interno del singolo verso che tra versi contigui (non si contano le assonanze, le allitterazioni, e si trovano anche intere parole in anafora). (altro…)

Luciano Benini Sforza, La matita e il mare

lamatitaeilmare

Luciano Benini Sforza, La matita e il mare, L’arcolaio, 2016; € 12,00

L’endiadi del titolo racchiude tutta la poesia di Luciano Benini Sforza: la racchiude nel gesto delicato di chi disegna a matita, e la comprende nella vastità del mare dove da sempre si rivolgono gli occhi del poeta; semplificando al massimo, potrei dire che il titolo andrebbe letto “la poesia del mio paesaggio”, dove “la matita” indica la poesia e “il mare” tutto il pae­saggio abbracciato nello sguardo di una vita dal poeta. Come un ritrattista lungo il litorale, Benini Sforza coglie i segni e li sfuma, in giochi d’ombre e chiaroscuri dovuti alla costante presenza della luce, nella vasta tela della vita che è compresa nel mare, nell’acqua, che è il corpo di ogni cosa perché ogni corpo si fa mare, o onda, o flutto, o goccia. È forse anche la dimensione liquida della società, della modernità, secondo la felice definizione di Bauman. È soprattutto un ritorno agli elementi primor­diali, originali, ancestrali, essenziali; è un ritorno alle proprie origini attraverso la poesia, una poesia delle origini (ma siamo sicuri che la poesia di Benini Sforza se ne fosse allonta­nato?):

Questa poesia, sai, torna all’origine,
ai primi messaggi, alle confidenze,
alla stanza con i respiri sovrapposti.
Torna ai codici diversi di sentire dentro i giorni
il viaggio del corpo e delle mani.
La nostra poesia ha sbagliato la partenza.
L’essenziale, mi dico ora.
Il biglietto
stretto dell’appartenerci. (p. 35)

(altro…)

I poeti della domenica #172: Neri Pozza, I cani

I CANI

Nella caverna della notte
il latrato fumante dei cani
e le catene che corrono sul ghiaccio,
il vento nero che scampana.

Tu chiami ancora vaneggiando
rosse, bianche bocche di cani,
denti come spettri di colonne,
fauci scarlatte dell’orco sulla neve.

Ninna nanna di cani per dormire
e le catene al vento che scampana.
In bocca ai cani taglienti colonne,
bave sul sangue come fiumi di melma;
il pianto tuo ululato,
il tuo fiato di morte.

.

© da Stagioni del carcere. Seconda (1944-1945), ora in Neri Pozza Opere complete, poesia a cura di Fernando Bandini, Vol. II, Vicenza, Neri Pozza, 2011.

I poeti della domenica #171: Peter Härtling, Tentativo di parlare con mio figlio

Peter Härtling in occasione di una lettura di poesie di Hölderlin a Nürtingen. Foto di Jüptner

 

Tentativo di parlare con mio figlio

Volevo raccontarti,
figlio mio,
nella rabbia
per la tua apparente
indifferenza,
per l‘estraneità
tra di noi,
di cui ti riempi la bocca,
volevo raccontarti,
ad esempio,
della mia guerra,
della mia fame,
della mia povertà,
di come sono stato strapazzato,
di come non sapessi più che fare,
volevo
rimproverarti
la tua ignoranza,
la tua pace,
la tua sazietà,
il tuo benessere,
che sono
anche i miei,
e mentre stavo
già lì
a parlare,
a tempestarti di colpi
di ricordo,
compresi che
null’altro ti stavo insegnando
se non odio e paura,
invidia e ottusità,
viltà e assassinio.
Il mio ricordo non è
Il tuo.
Come spiegarti
l‘incomprensibile?
Così parliamo
di cose
che conosciamo. (altro…)

Franca Cicirelli, Le sorelle Sblendorio

 

Franca Cicirelli, Le sorelle Sblendorio, Il Grillo Editore, Gravina di Puglia 2017

Quali sono gli ingredienti di un romanzo che fanno sì che esso requisisca, con fermezza dolce e aspra, chi legge? C’è un passaggio in Le sorelle Sblendorio di Franca Cicirelli nel quale il mistero, il nodo di splendide previsioni non mantenute, il bilico tra stupore e amarissimo disincanto, si concretizzano nella ricetta delle “olive ala monaca”, di cui è scorbutica depositaria nonna Carmela, la nonna delle quattro sorelle Sblendorio. Gli ingredienti sono noti, tanto da sembrare banali, addirittura, ma la morbidezza, il sapore e l’aroma unici di quelle olive hanno un segreto che, fa comprendere Angelina, la primogenita delle quattro bellissime sorelle – «le sorelle in A» – rimaste precocemente orfane di entrambi i genitori, non va divulgato. Già dal titolo, che ricorda Le sorelle Materassi (e la scena in cui il medico Giannelli, che qui incarna il personaggio del pensoso investigatore, con i sensi allertati e con l’olfatto particolarmente perspicace, viene raffigurato in rapporto alla misteriosa Angelina come “nipote e zia”, assume a questo proposito una luce significativa), i riferimenti – gli ingredienti letterari – si affollano, e non riguardano soltanto una presenza che ai miei occhi aleggia piuttosto forte, Passaggio in ombra di Maria Teresa Di Lascia, bensì anche poesia e prosa d’oltre confine e di altre epoche, l’Antologia di Spoon River (gli epitaffi e le topografie individuate da Giannelli nel corso delle sue ripetute passeggiate al camposanto) e Il conte di Montecristo (ma Dumas ritorna a trionfare qui anche con Il grande dizionario di cucina) innanzi a tutti.
Il romanzo è presentato nel risvolto di copertina come un “giallo sentimentale”, e del giallo ha l’architettura solida. Non resta a digiuno, rassicuro, chi cerca delitti e colpevoli. Ci troviamo tuttavia dinanzi a un’opera che conferma quanto sia fuorviante procedere a un’analisi per generi letterari. Gli ingredienti, per tornare alla similitudine con le ricette, richiamate dal riferimento esplicito al Grande dizionario di cucina di Dumas, citato peraltro nell’originale francese, sono vari e sapientemente dosati e mescolati. Identificare topoi e temi è motivo di gioia, invece, per la passione indagatrice, ben nutrita da questo libro: il bello inquietante e ‘selvaggio’, la vendetta, l’emigrazione, perfino il doppio e, come si è visto prima, l’archetipo del ricercatore. (altro…)

prosabato: Elena Gianini Belotti, da ‘Indipendenza e creatività’

prosabato: Elena Gianini Belotti, da Indipendenza e creatività

La creatività della maggior parte delle bambine, a sei anni, all’ingresso nella scuola elementare, è definitivamente spenta. Solo poche ne conservano qualche traccia, ma anche quelle dovranno superare lo scoglio della pubertà e l’incontro affettivo con l’altro sesso con il conseguente dilemma tra la realizzazione di sé come individuo e il piegarsi alle esplicite richieste di “femminilità” da parte maschile che le costringeranno a comprimere ulteriormente la loro personalità creativa. Le molteplici ragioni dell’assenza di creatività nelle bambine si possono riassumere in una sola: la dipendenza, cui le bambine sono costrette molto più dei maschi, dal tipo di educazione che subiscono e che è incompatibile con la creatività, che presume, invece, per conservarsi e per produrre, un’ampia dose di libertà.

La creatività – scrive Torrance – nella sua vera natura, è caratterizzata sia da una eccezionale sensibilità che dall’indipendenza?
Ora, nella cultura americana, ma anche nella nostra, la sensibilità è una qualità squisitamente “femminile” e l’indipendenza, al contrario, è considerata un tratto “maschile”; questa tipizzazione crea uno dei “blocchi” sociali più forti per lo sviluppo della creatività. Infatti, il ragazzo creativo appare troppo “sensibile” rispetto ai suoi compagni (e quindi effeminato) mentre le ragazze hanno interessi considerati tradizionalmente “maschili” (la scienza, la politica, ecc.) per cui spesso i soggetti inibiscono i loro processi “creativi” per salvaguardare la loro “mascolinità” o “femminilità.” Questo spiega anche in parte perché le donne sembrano essere meno creative dei ragazzi: più pesante è su di loro la pressione dei pregiudizi sociali. Ad esempio, una ragazza che si interessa di argomenti “scientifici” o di problemi politici, perde spesso parte della sua attrattiva nei confronti dei compagni e viene considerata “strana” dalle compagne. D’altronde tale interazione di accentuata sensibilità e di indipendenza (che arriva talvolta alla ribellione) è una costante di questi individui non solo a livello pre-adolescente e adolescente, ma anche adulto.

Se sensibilità e indipendenza, come sostiene Torrance, sono indispensabili al manifestarsi e al realizzarsi della creatività, per la maggior parte delle bambine diventa impossibile conservarla proprio perché il loro spontaneo slancio verso l’indipendenza, pari a quello dei maschi, viene stroncato sul nascere da un tipo di educazione, che ha come obiettivo principale proprio la dipendenza. Si aggiunga la spinta continua a stornare la propria attenzione dai problemi politici, intellettuali, sociali, artistici, ecc. per occuparsi di piccoli, insignificanti problemi contingenti, operazione che restringe automaticamente l’orizzonte culturale delle bambine. Per dar libero corso alla creatività è necessario poter accedere in maniera sufficientemente ampia al patrimonio della nostra cultura, occorre possedere l’indipendenza intellettuale, la libertà rispetto ai valori dati che permetta di criticarli, rifiutarli e di staccarsene per considerarne di nuovi: occorre essere forti.

I soggetti creativi presentano una spiccata autonomia di giudizio, una tendenza all’anticonformismo, un accentuato senso dell’umorismo, una grande varietà di interessi in campo artistico e scientifico, mentre sono privi di motivazioni “standard” verso il successo scolastico e professionale che è appunto ciò che gli altri si aspettano da loro.”

La dipendenza, al contrario, stabilisce legami molto forti con i valori culturali dell’ambiente sociale in cui si vive, l’accettazione incondizionata e acritica di questi, il desiderio di possedere al massimo grado le caratteristiche approvate dall’ambiente, di uniformarsi alle richieste altrui. Se l’attitudine alle scienze esatte è caratteristica, come rileva la Fattori, dell’intelligenza “maschile” e viene considerata indesiderabile nelle femmine, queste si vieteranno simili interessi per uniformarsi alle qualità accettate delle
coetanee più “femminili,” per non sentirsi escluse e rifiutate dal loro gruppo. Adler dice: “C’è un pregiudizio molto forte contro le bambine. Ad esse viene detto spesso che il sesso femminile non e dotato per la matematica.” Se proprio la sua passione per le scienze esatte non è divorante, la bambina non solo non tenterà di uguagliare i maschi, ma si allineerà docilmente al livello di incapacità delle sue coetanee. Soltanto poche, trascinate quasi loro malgrado dalla forza della loro intelligenza e passione, persevereranno nei loro interessi di “tipo maschile,” ma verranno sempre guardate con diffidenza e sospetto e invece di accettarle per il valore che hanno ci sarà sempre qualcuno pronto a metterle in ridicolo nel caso non abbiano conservato in tutto e per tutto la loro “femminilità.” Non verrà tributato loro il rispetto che si ha per gli individui geniali, saranno considerate anomale, donne che “hanno il cervello di un uomo” oppure “hanno i testicoli,” e si dirà che intelligenza e desiderio di autoaffermazione sono espressione della loro competitività nei confronti del maschio, e se non saranno belle si dirà anche che hanno potenziato la loro intelligenza per compensare la difficoltà di mietere successi con gli uomini.
Saranno le “invidiose del pene,” le “castratrici,” colpevoli dell’anomalia di essere più intelligenti di molti uomini che le detesteranno e le eviteranno in quanto colpevoli di non essere “oggetti.” Per una donna, e ancora di più per una bambina o per una adolescente, è molto facile essere messa in crisi dalle stolide critiche altrui, perché, come osserva Simone de Beauvoir:

per la giovanetta esiste un conflitto tra la sua condizione propriamente umana e la sua vocazione di donna [e, al contrario], al giovane è relativamente facile avviarsi nella vita perché in lui la vocazione di essere umano e il sesso cui appartiene non sono in conflitto, già l’infanzia prefigurava questo destino fortunato … A partire dalla pubertà la fanciulla perde terreno nei campo intellettuale e artistico … L’adolescente non trova intorno a sé gli incoraggiamenti che vanno ai suoi fratelli; al contrario si vuole che lei sia anche una donna ed è quindi costretta a unire il peso del lavoro professionale a quello che implica la sua femminilità … Ogni autoaffermazione diminuisce la femminilità e la possibilità di seduzione … La donna non sale di valore agli occhi degli uomini accrescendo il proprio valore umano, ma modellandosi secondo i loro sogni … Essere femminili significa mostrarsi impotenti, frivole, passive, docili?

Le citazioni sono tratte da E. Torrance, Guiding creative talent (Creatività e educazione, trad. it. di Marta Fattori, Bari, Laterza, 1968); Marta Fattori op. cit.; M. Adler, Il bambino difficile (Firenze, Casini, 1968); S. De Beauvoir, Il secondo sesso, trad. it. di Roberto Cantini e Mario Andreose, Milano, Il Saggiatore, 1961.

© da Elena Gianini Belotti, Dalla parte delle bambine, Milano, Feltrinelli, 1973.

Recensioni ibride #2: #LaStanzaProfonda di #VanniSantoni

9788858127377

Recensione ibrida a La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza)

di Ilaria Grasso

Molti hanno scritto de La stanza profonda di Vanni Santoni con le più varie chiavi di lettura e interpretazioni. Chi mi ha preceduto ha parlato dei giochi di ruolo, di controculture, della forma ibrida del romanzo ma nessuno ancora ha parlato della copertina del libro e del personaggio di Leia.
L’artista che ha illustrato la copertina si chiama Luca Maleonte. Il writer romano, classe ’83, adotta, per sua stessa ammissione, come simbolo, l’icosaedro che è anche la forma del dado di Dungeons and Dragons, un gioco di ruolo, oggetto dell’indagine del libro. L’originalità delle opere di Luca Maleonte sta nel fatto di riuscire a far coesistere moderno e antico. Troviamo infatti, nei suoi murales, richiami ai disegni medioevali, tratti dalla catalogazione di piante o animali, o rimandi alla scultura classica, statue ad esempio.
Pure nella copertina troviamo modernità (la t-shirt con lo smile e la camicia nerd a quadri rossi e neri) ed evocazioni medioevali (lo sfondo) e ovviamente richiami ai giochi di ruolo (parti di armatura e il noto icosaedro).

Chiacchierando con Angelantonio, caro amico e decennale giocatore di ruolo, ho scoperto di alcune sue opere a Roma. Nella stazione metro di Piazza di Spagna ad esempio c’è un murales di Luca Maleonte che rappresenta una dea con due leoni. Al posto del volto, un icosaedro, il noto icosaedro. Chissà se il personaggio di Leia, a cui Santoni dedica una parte sostanziale del libro, sia nato proprio da lì, dalla visione di quella dea?
Già nel suo precedente libro avevo avuto modo di apprezzare il linguaggio lirico e ispirato e mi erano piaciute molto alcune sue espressioni. Indimenticabile l’espressione “i lampi della genesi e dell’apocalisse” in Muro di Casse. Anche questa volta Vanni Santoni non si è risparmiato. Prima di Santoni molti hanno descritto, in prosa o versi il panorama del centro Italia. Penso ad esempio ad Attilio Bertolucci in questa poesia:

Io sono solo
il fiume è grande e canta
Chi c’è di là?
Pesto gramigne bruciacchiate.
Tutte le ore sono uguali
per chi cammina
senza perché
presso l’acqua che canta.
Non una barca
solca i flutti grigi
che come giganti placati
passano davanti ai miei occhi
cantando.
Nessuno.

(altro…)

Il video di ‘Il regno’ dei Kleinkief con un’intervista a LeStraniere

È uscito da circa un mese il videoclip de Il regno, brano tratto dall’ultimo disco della band veneta Kleinkief (già recensito qui). Dopo un’anteprima su «SentireAscoltare» la videomaker Camilla Martini-LeStraniere racconta il suo lavoro e si racconta sul nostro blog.

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“Il regno” è un lavoro che apre almeno a due considerazioni: la prima è la collaborazione con una band che fa parte del panorama italiano da molti anni: i Kleinkief; la seconda è la tua “prima volta” nel mondo del videoclip. Ti chiederei di raccontarci com’è avvenuta questa reciproca scelta nonché quella del brano su cui hai lavorato.

Per amicizie comuni e prossimità geografica ho incrociato i Kleinkief più e più volte nel corso degli anni. La prima cosa che ho pensato, vedendoli sul palco, è che Thomas, il cantante, fosse un attore e performer eccezionale e la seconda è che doveva essere il MIO attore assolutamente. Ho iniziato a pensare a un cortometraggio con lui come protagonista. Nel frattempo la band stava lavorando all’album Fukushima. In quegli stessi mesi mia sorella, dottoranda in geografia culturale all’Università di Groningen, mi proponeva di lavorare insieme a un documentario sul Giappone post-tsunami, nello specifico sulla regione del Tohoku, dove si trova Fukushima e dove il disastro ha colpito nel 2011. Ne ho parlato con Thomas e da questa coincidenza di immagini e suggestioni è nata la decisione di lavorare insieme per un videoclip che fosse anche un cortometraggio con una sua storia. Ascoltando una prima versione dell’album, subito mi sono sentita attratta dal brano “Il regno” per la sua capacità di raccontare con le parole e col ritmo. Vedevo già una storia delinearsi.

Da dove nasce l’ispirazione per questo videoclip? Mi riferisco sia ai tuoi modelli “dichiarati” sia alle possibili suggestioni presenti in esso, ma anche a ciò che tu credi faccia “il tuo stile”. E come si articolano i vari livelli di “significato”, filmici e non solo, nel videoclip in questione, ossia: come hai lavorato?

Ho pensato subito a “Riget/ Il regno” di Lars Von Trier, alle sue atmosfere cupe, a una bambina fantasma. Ho pensato a chi potesse essere quest’anima intrappolata e perché. Il mio riferimento estetico e registico è da sempre David Lynch, e apprezzo più di tutto le sue interazioni con il mondo della musica, come compositore e come regista di, pur rari, videoclip. Non c’è un riferimento esplicito a qualcosa di suo, almeno non nelle mie intenzioni né nella fase di scrittura, ma sicuramente emerge a livello fotografico un amore per il suo modo di raccontare, per i suoi accostamenti visivi e narrativi irrazionali e perciò potentissimi, per la sua capacità di parlare con i colori e aprire un canale con l’inconscio. Ho comunque scritto una sceneggiatura con un inizio e una fine, ma l’ho rivista fino a snaturarla quasi del tutto, per adattare l’idea alle contingenze produttive. Anche in fase di montaggio mi sono affidata quasi unicamente all’estetica, lasciando da parte la necessità di fare un racconto con un inizio e una fine. La storia c’è, ma non era una mia priorità essere letterale. (altro…)