letture

I poeti della domenica #208: Isa Miranda, Ricordo

RICORDO

Piove.
In un angolo della stanza
vorrei tu fossi con me seduto.

Con angeli e fiori di carta
per ricordare l’infanzia
vorrei con te giuocare.

Di te
che m’insegnasti la prima bugia
più non ricordo il volto,
più non ricordo la voce.

Per quei giorni dalle ignote speranze
per quelle notti cieche d’ogni sogno
lagrima il mio cuore
come una rosa sotto la pioggia.


© Isa Miranda, in «La Fiera Letteraria», Anno VII, n. 22, 1 giugno 1952

proSabato: Aldo Buzzi, Spaghetti stracotti al ragù

aldo buzzi kok

Spaghetti stracotti al ragù

 

Quando ero piccolo, i denti d’oro, gli occhiali, la pancia mi sembravano segni di importanza, di bellezza. Al posto della pancia degli adulti avevo un buco, simbolo del fatto che non contavo niente, non avevo peso, autorità.
Alla una i primi bagnanti cominciavano a avviarsi verso la pensione. L’uomo con la pancia, denti d’oro e occhiali chiamò con un cenno il bagnino e si fece portare, lì in poltrona, sulla riva del mare, un piatto di pastasciutta. Abbondante. Al pomodoro. Con molto formaggio.
Forse gli spaghetti che il bagnino serviva sulla spiaggia non erano al dente. Ma che importava, con la fame che veniva dopo il bagno? Seguivo con gli occhi sbarrati ogni forchettata che, arrotolata a perfezione, passava dalla fondina ai denti d’oro; sentivo il sapore del pomodoro come se lo avessi avuto in bocca…
Poi è venuta l’età della conoscenza (degli spaghetti al dente) e infine quella delle crisi.
Ogni tanto sono preso da una violenta nostalgia della cucina delle mense (collegio, caserma, ufficio, ospedale), di un piatto di pasta «alla rovescia».
Corro in una trattoria qualunque, mi siedo, e senza nemmeno leggere la carta ordino uno spaghetto al ragù. Non lo chiedo espresso, e questo significa che sarà stracotto; e lo chiedo al ragù, che di solito considero un sugo da evitare, perché in quel momento è il sugo che desidero. Vorrei perfino gridare al cameriere «Mi raccomando, nel piatto freddo!» ma non ce n’è bisogno, il piatto arriverà gelato.
Divorati gli spaghetti stracotti al ragù − con piacere, devo dire − la crisi è passata. Per un bel pezzo tornerò a chieder gli spaghetti espressi, al dente, e a protestare se non lo saranno.
Qualcosa, in questa storia, ricorda lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. Se un amico (il dottor Lanyon) entrasse nella trattoria sorprendendomi a mangiare avidamente gli spaghetti stracotti al ragù, l’analogia sarebbe ancora più forte.

 

da L’uovo alla kok, Milano, Adelphi, 1979 (2010 edizione di riferimento)

Rileggere Luigia Rizzo Pagnin

La poesia zé l’oro del pensar
Se no tuto sarìa ragionamenti
… roba che pesa

[La poesia è l’oro del pensare/ altrimenti tutto sarebbe ragionamenti/… roba pesante]

 

 

Quando un anno fa si è spenta la fiammella che teneva accesa la lampada di Luigia Rizzo Pagnin, quella piccola lampada simbolica che lei considerava un dono della poesia stessa dopo avere scoperto i versi di Emily Dickinson, io ho perso sia l’amica sia la donna che più di altre mi ha insegnato cosa significhi vivere la poesia. Il rapporto che Luigia da sempre ha instaurato con la scrittura è qualcosa che ancora oggi, a distanza di anni da quel nostro primo incontro, riconosco di avere incontrato molto di rado, a partire anche dal vivere la sua poesia come forma privilegiata per conoscere il mondo. Il suo essere defilata, o, come si usa dire ora, periferica, fin nella scelta degli editori, l’ha resa quasi invisibile alla critica; e se tolgo le prefazioni firmate da Marino Berengo (prefazione alla seconda edizione de Il borghese agli agguati, 1985), da Bianca Tarozzi (prefazione a Lampada, 1990) e da Silvana Tamiozzo Goldmann (prefazione a L’oro del pensar, 2011), credo che sia stato mio il primo tentativo di fare il punto sulla prima fase della produzione in versi di Gigetta (così si è sempre fatta chiamare Luigia da quelle persone che lei considerava più care e prossime). A questo primo articolo, consegnato proprio qui su Poetarum Silva, m’ero ripromesso di dare un seguito quando L’oro del pensar era ancora fresco di stampa. Era l’ottobre del 2011 quando uscì la raccolta; il mese dopo il marito, compagno di una vita, Fioravante “Fiore” Pagnin, figura di tutto rilievo della sinistra veneziana, sarebbe morto. E così quelle poesie piene d’amore che nei versi in dialetto veneziano raccontavano la delicatezza di un sentimento immutato anche avanti negli anni, sentimento già protagonista della sezione Nozze nella raccolta del 2004, Acqua Donna Poesia, in me si chiusero in un’immagine che non poteva essere trafitta da parole vane.

Quello consegnato da Gigetta non è un corpus poetico vasto, e le lunghe pause tra una raccolta e l’altra testimoniano il suo naturale bisogno di riflettere lungamente sulle vicissitudini umane. Ciononostante dalla poesia di profonda e partecipata intonazione civile degli esordi, negli anni, si è fatta strada una vena più lirica rivolta all’osservazione diretta di se stessa come donna, permettendole di riprendere contatto anche con le molte sue rinunce. Sicché non stupisce, nell’ultima fase della sua poesia, l’avere ripreso contatto con il dialetto veneziano, che da lingua parlata quotidianamente in casa, in famiglia e con gli amici (qualche volta pure con me, con rapide battute, uscite fulminee che solo il dialetto sa consegnare alla parola che cerca di definire un momento, un aspetto del discorso, o l’immagine di una persona), s’era fatto lingua della poesia, lingua madre, lingua delle origini, della memoria, lingua necessaria e unica per dare voce e colore alla sfera più intima dei ricordi, dei sentimenti. Lingua capace di contenere tutta la vita di Gigetta, dall’impegno civile negli anni Cinquanta alle battaglie politiche degli anni dell’attivismo femminista, fino al quotidiano più intimo, di moglie e di madre e di nonna, in un continuum narrativo che racchiude in cerchio unico passato e presente. Uno sguardo ancora acceso da quella sua luce che sapeva parlare al cuore di chi l’ascoltava.

© Fabio Michieli

 

*

Aqua dòna poesia
Le se somegia
Drento de mi “afffini”

Le va… le vien
Sensa paroni e
Sensa confini.

[Acqua donna poesia/ Si assomigliano/ Dentro di me “affini”// Vanno… vengono/ Senza padroni e/ Senza confini]

 

*

Ogni donna è la vera croce:
a braccia aperte
tra la madre ed il figlio
nel divaricamento di essere
due in una

Il padre invece sta
sopra la croce
“nell’alto dei cieli”
che si dilacerano
se il figlio morente grida
“Padre padre
perché mi hai abbandonato?”

Per lui si oscura il mondo
per noi continua.

 

*

Mi pongo domande
intollerabili
e intollerata da loro
spaurendo mi ritraggo.

C’è forse un timore dell’altro
– di Chi? –
che muove la mia scrittura?

Come la corda quando freme
teme
lo scatto della freccia.

Ah! Perché non sono io la freccia?
Perché sono la corda?

 

*

Dialeto

A le volte el te caressa
Altre volte el te scavessa

El dialeto zé s-ceto
E co ′l s’inrabia
El morsega.

[Dialetto: A volte ti accarezza/ Altre volte ti spezza// Il dialetto è schietto/ E quando si arrabbia/ Morde]

 

*

Marghera ani ’50

Agli Azotati della Montecatini gli operai tenevano a mo’ di allarme un canarino, che quando chiudeva gli occhi, scappavano tutti fuori.

El canarin
El zé quel’oseléto
Che tuti cognóssemo
Zalo de pene
E s-ceto de beco

Ma forse no savémo
Che in çerte fabriche de la malóra
Co cópa l’ocio el canarin
Vol dir che pol crepar
Chi che lavora.

[Marghera anni ’50: Il canarino/ è quell’uccellino/ che tutti conosciamo/ giallo di penne/ e dal becco schietto// Ma forse non sappiamo/ che in alcune fabbriche della malora/ quando muore il canarino/ significa che può crepare/ chi ci lavora]

 

*

Ani ’70

Lèso che le deputate vol
Che le dòne semplici
– che saremo noaltre –
Che daga ’na man
Par in parlamento
Le lege bóne
Sempre par noaltre
Che sémo dòne semplici.

E inveçe nó, no sémo semgo che lplici un’ostrega
Sémo intrigae:
Dòne de tuti i giorni
Che ciapa da par tuto
E la sera va a dormir mése desfae.

Cossa ne piasaria de far?
Tornar come da tóse
In libertà:
Vardarse dentro e fóra
E cambiar sto mondo
Che non ne vede ancora.

[Anni ’70: Leggo che le deputate vogliono/ che le donne semplici/ – che saremmo noi -/ diano loro una mano/ per fare in parlamento/ le leggi buone/ sempre per noi/ che siamo donne semplici.// E invece no, non siamo affatto semplici/ siamo indaffarate:/ donne di tutti i giorni/ prese da ogni cosa/ e la sera vanno a dormire mezze morte.// Cosa ci piacerebbe fare?/ Ritornare  come da ragazze/ in libertà:/ guardarsi dentro e fuori/ e cambiare questo mondo/ che non ci vede ancora.]

 

Nota.
Le poesie qui sopra riproposte sono tratte dalle due ultime raccolte di Luigia Rizzo Pagnin: Acqua Donna Poesia (Aqua Dona Poesia), 2004, e L’oro del pensar (poesie in veneziano), 2011, entrambe pubblicate dal Centro Internazionale della Grafica Venezia.

I poeti della domenica #206: Jorge Boccanera, da ‘Sordomuta’

 

Non è la musa cantora né l’uccello strillone
né il pupazzo parlante né la signora che detta.
È una Sordomuta
che ti mostra la lingua per una moneta soltanto.

La lingua è vuota.
La moneta dev’essere d’oro.

.
© Jorge Boccanera, in Sordomuta, trad. it. di Alessio Brandolini, Milano, Lietocolle, 2008

.

Poesia scelta dalla poeta Roberta Sireno.

I poeti della domenica #205: Jan Twardowski, da ‘Affrettiamoci ad amare’

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
di loro restano un paio di scarpe e un telefono muto
solo l’inessenziale come una mucca si trascina
l’essenziale è così rapido che accade all’improvviso
poi il silenzio normale perciò insopportabile
come la castità che nasce dalla disperazione
quando pensiamo a qualcuno dopo averlo perso.

Non essere sicuro di aver tempo poiché la sicurezza è malsicura
ci toglie sensibilità come ogni fortuna
arriva in coppia come il pathos e l’humor
come due passioni sempre più deboli di una sola
e se ne vanno da qui così veloci tacciono come il tordo in luglio

come un suono un po’ goffo oppure come un inchino secco
per vedere davvero chiudono gli occhi,
benché sia più rischioso nascere che morire
amiamo sempre troppo poco e sempre troppo tardi.

Non scriverne troppo spesso ma scrivilo una volta per sempre
e sarai come un delfino mite e forte

Affrettiamoci ad amare le persone se ne vanno così presto
e quelle che non se ne vanno non sempre ritornano
e parlando dell’amore non si sa mai
se il primo sia l’ultimo o l’ultimo sia il primo. (altro…)

Audre Lorde, da ‘La poesia non è un lusso’

Io qui parlo di poesia intesa come un distillato rivelatore d’esperienza, non dello sterile gioco di parole a cui troppo spesso i padri bianchi hanno ridotto, distorcendone il senso, il termine poesia – allo scopo di mascherare un disperato desiderio di immaginazione senza visione. Per le donne, quindi, la poesia non è un lusso. È una necessità vitale della nostra esistenza. Essa forma la qualità della luce all’interno della quale noi affermiamo le nostre speranze e i nostri sogni per la sopravvivenza e il cambiamento, dapprima sotto forma di linguaggio, poi di idea, infine di più tangibile azione. La poesia è il modo con cui noi contribuiamo a dar nome a ciò che non ha nome, così che possa essere pensato. I più lontani orizzonti delle nostre speranze e paure sono lastricati dalle nostre poesie, scolpite nella roccia delle nostre esperienze quotidiane. Quando vengono da noi accettati e riconosciuti, il nostro sentire e l’onesta esplorazione che ne facciamo diventano luogo d’accoglienza e terreno di coltura delle idee più radicali e audaci. Diventano una roccaforte per quella differenza così necessaria al cambiamento e alla concettualizzazione di ogni azione significativa.

© Audre Lorde, SORELLA OUTSIDER. Gli scritti politici di Audre Lorde, Milano, Il Dito e La Luna, 2014

Questa prosa è stata scelta per noi dalla poeta Roberta Sireno, che ringraziamo.

proSabato: Dino Buzzati, Lo scarafaggio

Dino Buzzati, Lo scarafaggio

Rincasato tardi, schiacciai uno scarafaggio che in corridoio mi fuggiva tra i piedi (resta là nero sulla piastrella) poi entrai nella camera. Lei dormiva. Accanto mi coricai, spensi la luce, dalla finestra aperta vedevo un pezzo di muro e di cielo. Era caldo, non riuscivo a dormire, vecchie storie rinascevano dentro di me, dubbi anche, generica sfiducia nel domani. Lei diede un piccolo lamento. «Che cos’hai?» chiesi. Lei aprì un occhio grande che non mi vedeva, mormorò: «Ho paura.» «Paura di che cosa?» chiesi. «Ho paura di morire.» «Paura di morire? E perché?»
….Disse: «Ho sognato…» Si strinse un poco vicino. «Ma che cosa hai sognato?» «Ho sognato ch’ero in campagna, ero seduta sul bordo di un fiume e ho sentito delle grida lontane… e io dovevo morire.» «Sulla riva di un fiume?» «Sì» disse «sentivo le rane… era era facevano.» «E che ora era?» «Era sera, e ho sentito gridare.» «Be’, dormi, adesso sono quasi le due.» «Le due?» ma non riusciva a capire, il sonno l’aveva già ripresa.
…..Spensi la luce e udii che qualcuno rimestava giù in cortile. Poi salì la voce di un cane, acuta e lunga; sembrava che si lamentasse. Salì in alto, passando dinanzi alla finestra, si perse nella notte calda. Poi si aprì una persiana (o si chiuse?). Lontano, lontanissimo, ma forse mi sbagliavo, un bambino si mise a piangere. Poi ancora l’ululato del cane, lungo più di prima. Io non riuscivo a dormire.
…..Delle voci d’uomo vennero da qualche altra finestra.
…..Erano sommesse, come borbottate in dormiveglia. Cip, cip, zitevitt, udii da un balcone sotto, e qualche sbattimento d’ali. “Florio!” si udì chiamare all’improvviso, doveva essere due o tre case più in là. “Florio!” pareva una donna, donna angosciata, che avesse smarrito il figlio.
…..Ma perché il canarino di sotto si era svegliato? Che cosa c’era? Con un cigolio lamentoso, quasi la spingesse adagio adagio uno che non voleva farsi sentire, una porta si aprì in qualche parte della casa. Quanta gente sveglia a quest’ora, pensai. Strano, a quest’ora.
…..«Ho paura, ho paura» si lamentò lei cercandomi con un braccio. «Oh, Maria» le chiesi «che cos’hai?» Rispose con una voce sottile: «Ho paura di morire.» «Hai sognato ancora?» Lei fece un piccolo sì con la testa. «Ancora quelle grida?» Fece cenno di sì. «E tu dovevi morire?» Sì sì, faceva, cercando di guardarmi, le palpebre appiccicate dal sonno.
…..C’è qualcosa, pensai: lei sogna, il cane urla, il canarino si è svegliato, gente è alzata e parla, lei sogna la morte, come se tutti avessero sentito una cosa, una presenza. Oh, il sonno che non mi veniva, e le stelle passavano. Udii distintamente in cortile il rumore di un fiammifero acceso. Perché uno si metteva a fumare alle tre di notte? Allora per sete mi alzai e uscii di camera a prendere acqua. Accesa la triste lampadina del corridoio, intravidi la macchia nera sulla piastrella e mi fermai, impaurito. Guardai: la macchia nera si muoveva. O meglio se ne muoveva un pezzetto (lei sogna di morire, ulula il cane, il canarino si sveglia, gente si è alzata, una mamma chiama il figlio, le porte cigolano, uno si mette a fumare, e, forse, il pianto di un bambino).
…..Vidi sul pavimento la bestiola nera spiaccicata muovere una zampina. Era quella destra di mezzo. Tutto il resto era immobile, una macchia di inchiostro lasciata cadere dalla morte. Ma la gambina remava flebilmente come per risalire qualche cosa, il fiume delle tenebre forse. Sperava ancora?
…..Per due ore e mezzo della notte – mi venne un brivido – l’immondo insetto appiccicato alla piastrella dalle sue stesse mucillagini viscerali, per due ore e mezzo aveva continuato a morire, e non era finita ancora. Meravigliosamente continuava a morire, trasmettendo con l’ultima zampina un suo messaggio. Ma chi lo poteva raccogliere alle tre di notte nel buio del corridoio di una pensione sconosciuta? Due ore e mezzo, pensai, continuamente su e giù, l’ultima porzione di vita spinta dentro alla superstite gambina per invocare giustizia. Il pianto di un bambino – avevo letto un giorno – basta ad avvelenare il mondo. In cuor suo Dio onnipotente vorrebbe che certe cose non succedessero, ma impedirlo non può perché è stato da lui stesso deciso. Però un’ombra giace allora su di noi. Schiacciai con la pantofola l’insetto e fregando sul pavimento lo spappolai in una lunga striscia grigia.
…..Allora finalmente il cane tacque, lei nel sonno si quietò e quasi sembrava sorridesse, le voci si spensero, tacque la madre, nessun sintomo più di irrequietezza del canarino, la notte ricominciava a passare sulla casa stanca, in altri punti del mondo la morte si era spostata a gonfiare la sua inquietudine.

© Dino Buzzati, in La boutique del mistero, Mondadori, 1968.

Questa prosa è stata scelta dal poeta Carlo Tosetti.

La verità che scrolla: Intervista a Olja Savičević

È disponibile dall’inizio dell’estate, per i lettori italiani, il romanzo di esordio di Olja Savičević, Addio, cowboy (L’asino d’oro edizioni 2017, € 16,00; traduzione dal croato di Elisa Copetti). Un romanzo preciso eppure corale, felicemente dispersivo ma ben aderente al suo tema. Il romanzo tiene ed è tenuto dallo sguardo di Dada, tornata a casa da Zagabria per accudire una madre in depressione; e in un affondo nella memoria che è sia personale che collettiva, generazionale quanto storica, Dada si muove nella sua ricerca di un senso al suicidio del fratello, gettatosi anni prima da un cavalcavia.

La memoria è un tema molto importante nel tuo libro. Credi sia uno sguardo personale, una tua scelta, o che sia legata al luogo cui appartieni?

Probabilmente entrambe, perché vivo in un luogo dove il destino di ognuno è fortemente disegnato dalla società, determinato da circostanze sociali più che nella maggior parte dei Paesi europei. Non è vietato, ma non è comunque desiderabile ricordare certe cose, come quelle collegate al comunismo, alla Iugoslavia o alla guerra degli anni ’90 – così la memoria personale e la menzogna collettiva riguardo ai ricordi non collimano. Questo è il motivo per cui i miei romanzi rappresentano una ricerca, una ricerca di verità attraverso la memoria.

Il tuo testo ha una struttura molto ricca e complessa. Pieno di voci, riempito dalla grande presenza del grande assente, il fratello della protagonista. Sei uno di quegli scrittori che sanno tutto del loro libro prima di scriverlo, o lasci che sia il processo di scrittura a guidare?

Non sono di quegli autori che hanno un modello di costruzione o una struttura ben definita da riempire. Ho una chiara e forte idea che modella il romanzo o la storia. In Addio, Cowboy l’idea è il delitto senza il castigo. Un crimine che non può essere punito, che è commesso dalla società contro ogni individuo. Nel mio ultimo romanzo Singer in the Night è la domanda su come percepiamo l’amore oggi e il significato dell’arte contemporanea, se ce n’è una – ero interessata alle cose senza prezzo nell’economia moderna. Quindi sistemo il narrato in un genere che corrisponde al suo contenuto, nel primo caso in un western, nel secondo in una storia d’amore, e così la mia ricerca di risposte può cominciare assieme alla mia ricerca di personaggi nel romanzo. Ovvio, i personaggi e i loro rapporti sono molto realistici, i generi servono solo a dare uno scheletro e una matrice alla storia.

La vera trama, il vero potere di questo romanzo sembra essere la digressione, che fotografa momenti a partire da luoghi, murales, paesaggi. Come procedi durante la scrittura?

Spesso catturo davvero immagini, luoghi, graffiti dalle strade dalmate. Questi topoi creano atmosfera. Anche se a volte basta una parola inusuale, un bel verso di poesia… Quello che conta è l’incontro con qualcosa di così intenso e vero da svegliarti. C’è molta menzogna oggi, le persone hanno più libertà di dire ogni sorta di cose ma la maggior parte delle volte la usano non per dire la verità ma per manipolare. È per questo che la verità mi scrolla quando la incontro, e cerco di metterla in parola.

La tua sintassi è scorrevole, le immagini si susseguono come in una collanina ma tu sei abile a mantenere il controllo. Puoi dirci qualcosa sulla ricerca del tuo stile?

Ciò che è stato importante per me in questo romanzo era creare una storia non lineare, perché basato sulla memoria che lineare non è mai. Quello che mi interessa è che forma e linguaggio inseguano la storia. Credo sia il percorso che la letteratura contemporanea deve esplorare. Non la letteratura sperimentale, che ha fatto cose simili in passato, ma ogni letteratura che si consideri seria. Oggi non ha senso usare il linguaggio e lo stile di tuo nonno quando scrivi. Il mondo sta cambiando e così il linguaggio e il nostro modo di usarlo.

Ci siamo conosciute a Mantova, durante la prima tappa del tuo tour italiano. Lella Costa, che ti intervistava, ha detto una cosa molto importante: che abbiamo la pessima abitudine di aspettarci delle cose. Nel caso di un autore balcanico, ci aspettiamo la guerra. Tu hai scritto uno spaghetti western.

Sì. mi sono abituata al fatto che la prima cosa che viene in mente quando si pensa alla Croazia o ai Balcani è la guerra. Sfortunatamente, è la stessa cosa qui. Tutte le sfere della vita sono state politicizzate e la guerra, non solo l’ultima ma anche la Seconda Guerra Mondiale, sono manipolate. Si può tranquillamente dire che la guerra è finita, ma è ancora in corso, anche in tempo di pace. Ed è questo tempo di pace, dopo quanto prima della guerra, di cui io scrivo nei miei romanzi. Come questo intero folklore nazionale, questa storia e questo passato influenzino la vita quotidiana dei giovani nel ventunesimo secolo. Riguardo al western come genere, ha un ruolo significativo nel romanzo perché è collegato alle persone che sono cresciute nella Iugoslavia appena prima della guerra. I film spaghetti western erano popolari durante la mia infanzia e la loro poetica, con cui la mia generazione aveva confidenza e con cui è cresciuta, ha oggi influenzato molti autori uomini e donne, inclusa me. In più, mi piace decostruire i tipici generi patriarcali come il western o la storia d’amore, questo gioco mi dà l’opportunità di ridere di loro nel modo in cui possiamo e dobbiamo ridere delle cose che ci hanno resi quello che siamo.

Durante la tua esperienza a Mantova hai anche partecipato al progetto “Vocabolario europeo” con la parola “pietra”: vuoi parlarci di questo progetto?

Avevo il compito di scegliere una parola che descrivesse al meglio le cose di cui scrivevo e ciò che mi circondava. Ho scelto “pietra” perché descrive il dualismo in cui vivo: tra antiche città di pietra e porti da un lato, e paesaggi carsici e rocciosi dall’altro, dai quali le popolazioni hanno preso terreno per sopravvivere e costruito muri di pietra. In più, questa roccia ti dice del temperamento delle persone, che può facilmente riscaldarsi o essere difficile, o flessibile, o scivoloso, rude, freddo. Ho trovato circa cinquanta parole croate per “pietra” e credo ce ne siano molte altre che non riesco a ricordare. Vorrei aver scelto qualcosa di più astratto o contemporaneo, non qualcosa di più antico della vita come la pietra, ma se lo avessi fatto temo sarebbe stata una presa in giro.

Tu scrivi anche per il teatro. Qual è la differenza più profonda tra questi due modi di scrittura?

Nella prosa e nella poesia il testo è tutto, mentre nei lavori per il teatro è solo l’inizio, e può esserci un numero infinito di sue espressioni e vite sul palco.

© Giovanna Amato

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savicevicOlja Savičević
Addio, cowboy
L’asino d’oro edizioni
2017, € 16,00
(traduzione dal croato di Elisa Copetti)

Lorenzo Mandalis, Sei poesie

lorenzo mandalis

È un piccolo ciclo compiuto questo racchiuso in sei componimenti da Lorenzo Mandalis; poesie dirette, secche, anche quando si dilatano nel narrare, o disegnare, un’immagine. Un piccolo ciclo capace di dare voce al senso di inappartenenza di un’intera generazione, che è cresciuta nell’idea labile (liquida?) dei confini geografici e politici e che invece ora si ritrova a dover fare i conti prima di tutto con questa stessa idea. Un poetare asciutto, quindi, disadorno, come lo è il maestro sempre in controluce di questa poesia, quel Giorgio Caproni che è impossibile non vedere al solo leggere il verso «Livorno è così intima e musicale». Ma i maestri son tali se insegnano, e Lorenzo dimostra di avere appresa la lezione, e di avere voltato verso una sua strada, con una buona dose di ironia (tutta toscana). (fm)

I
Livorno è così intima e musicale
a settembre. Non posso resisterle.
Non posso resistere alle ingenuità
alle voci naives. Mi dico,
non è poesia questo abbraccio
al concludersi dell’estate
ai Pancaldi, al limite ultimo
della terra, dove si inginocchiano
promontori e il vento torna
disturbatore di forme.
I bagnini incappucciati chiudono
le cabine verdi, sigillano
un grigio inquieto di mare
tappano con i teli scoloriti
gli scogli, i granchi, i pescatori.
Non è poesia dirsi qualcosa di tenero
dover sparire anche noi, ripartire
sgombrare questo poco di spazio
occupato. Ancora una volta
doversi arrendere al tempo
coi nostri sbuffi
e le mani in tasca
come sommozzatori d’aria.

II
Verso diStansted Airport

Si arriva ad un’altra riva.
La fatica è poca. Nessuna
divinità ci è stata avversa.
O almeno così credo.
Di ciclopi, non se n’è visti.
Di cariddi, neppure l’ombra.
Una fascetta sì, l’abbiamo ricevuta al check-in,
ma non nel bel mezzo di una tempesta
e soprattutto non da uno smergo.
Insomma, il parallelo con l’Odissea non regge.
Uno poi s’immagina l’isola dei Feaci
con alte scogliere insormontabili…
qui c’è un lucido pavimento grigio
innocuo, facilmente percorribile,
interminabili tapis roulant.
Segnali divini del tutto assenti.
L’unica indicazione taciuta
è che ogni cosa anonima
di questi lunghi corridoi
ti spinge all’uscita
ti dice che non puoi non essere
troppo a lungo.
Tutti abbiamo una gran fretta
d’arrivare per primi alle dogane.
Una gran fretta d’identificarci
di avere direzioni da prendere.
Nessuno dirà Nessuno, nasconderà
il proprio nome dopo le avversità
e i dolori. Ecco il passaporto.
Sono io quello.
Le porte si aprono.
C’è una gran nebbia
sulla riva di corvi e brina.
Già non si vede dove si va,
già è l’ora d’accendere le lanterne.

III
Generazione Erasmus

Il navigatore mi indica
questa nuova via tra i paesi
del Veneto. Fedele alleato
della mia perdizione.
Carpenedo, Favaro, Meolo
fino al Piave – che non fa più guerra.
Penso a Londra. Poi a Dublino.
Mi chiedo quali stampe stiano esponendo
alla Ulysses vicino Grafton Street –
ricordo d’averne viste un paio l’inverno scorso.
Mi piacevano, ma alla fine
non avevo gli schei per comprarle.
C’era già un buio pesto alle diciassette
e avevo le mani calde di caffè.
Dovevo affrettarmi a tornare a casa,
superare tutti quei volti d’acqua.
Lei mi aspettava per cena,
con l’uruguayano e l’egiziano.

Alla radio parlano di Nizza,
d’un colpo di stato fallito in Turchia.
Tra un paese e l’altro,
c’è un’alba dorata di campi,
un’estate elusiva fino alle Dolomiti azzurre.
Semaforo rosso. Il paese è anonimo.
Guardo il piede consunto e giallo
d’un uomo davanti alla sua bottega;
i ragazzi sereni alla fermata del tram;
sui balconi i vecchi seduti in canotta.
Penso di non essere mai stato
così straniero alla vita. (altro…)

I poeti della domenica #204: Piero Jahier, Silenzio

Silenzio

Tutto il giorno questo scansarsi reverente
tutto il giorno questi lunghi saluti:
tre passi prima la mano alla visiera,
quattro passi lungo lo sguardo fitto in cuore.
E chi sono io, superiore?
Questi saluti chi li ha meritati?
Ma la sera, giornata finita,
traversando i cortili annerati
son io che sull’attenti, rigido,
la mano alla tesa,
tutti e ciascuno
per questa notte e questa vita
vi saluto, miei soldati.

© in Con me e con gli alpini, Roma Edizioni de «La Voce», 1920

I poeti della domenica #203: Mario Tobino, Davo noia a tutti

 

Ero fiero, ero cupo, davo noia a tutti,
il mio pensiero strozzava
calando giudizi,
e nominavo invano il nome di Dio.
E ora guardo con malinconia
la bellezza che fugge.

 

© in Due epigrammi in «La Fiera Letteraria», Anno IV, n. 14, 3 aprile 1949.

proSabato: Pier Paolo Pasolini, ‘Siamo belli, dunque deturpiamoci’

«ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece»

Se è giusta la mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei «obbedienti» trovino posto, e per primi, «coloro che erano destinati a morire» − cioè coloro che la scienza medica ha salvato dalla «mortalità infantile», e sono quindi dei «sopravvissuti» − quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano col semplice loro essere e comportarsi?
La loro caratteristica prima − ti ho detto − è il sentimento inconscio che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento inconscio di essere «a carico» e «in più». Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità, la loro adesione totale e senza riserve all’orda, la loro volontà non solo di non apparire diversi ma nemmeno appena distinti.
Dunque ciò che essi prima di tutto ti insegnano è vivere il conformismo aggressivamente: cosa questa che − come vedremo − ti è insegnata da quasi tutte le categorie dei tuoi coetanei «obbedienti». E dunque la analizzeremo meglio andando avanti col nostro discorso. Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile).
Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione. Essi dovevano morire; o meglio, in altre circostanze sociali, sarebbero di sicuro morti. Essi devono istintivamente ridurre al minimo lo sforzo per vivere: il che in termini sociali significa appunto rinuncia. È vero che come dice un mio amico di Chia − un ragazzetto che ricorda i proverbi dei vecchi − «il mondo è dei bravi, e i cojoni se lo godono». È una delle più grandi verità che le mie orecchie abbiano mai ascoltato. Tuttavia, io, vecchio borghese razionalista e idealista, cioè «bravo», continuo sempre a detestare con tutte le mie forze lo spirito di rinuncia. Che è poi ansia di integrazione e qualunquismo. Non temere di essere ridicolo: non rinunciare a niente. Lascia che i cojoni si godano il mondo, e invidia pure come me, struggentemente, per tutta la vita, la loro felicità.
La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi − tuoi coetanei − hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. A quanto pare, non ci sono più cojoni: se non a Napoli o a Chia. Tutti sono bravi: e dunque tutti hanno la loro brava faccia infelice. Essere bravi è il primo comandamento del potere dei consumi (nel cui universo mentale e di comportamento tu, povero Gennariello, sei nato): bravi cioè per essere felici (edonismo del consumatore). Il risultato è che la felicità è tutta completamente falsa; mentre si diffonde sempre di più una immediata infelicità.
Sappi, invece, Gennariello, che, contrariamente al proverbio sublime di Chia, c’è anche una felicità dei bravi. Il proverbio di Chia dice infatti che «il mondo è dei bravi», alludendo decisamente al possesso, al potere. Ma allora va aggiunto che oltre al possesso del mondo da parte dei padroni, c’è anche un possesso del mondo da parte degli intellettuali, e questo è un possesso reale: com’è del resto quello dei cojoni. Si tratta soltanto di un diverso piano culturale. È il possesso culturale del mondo che dà felicità.
Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro.
La terza cosa che ti viene insegnata dai «destinati a morire» è la retorica della bruttezza. Mi spiego. Da alcuni anni i giovani, i ragazzi fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati o deturpati, non sono contenti. Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi, dovuta appunto al candore della giovinezza, si vergognano della bellezza del loro corpo. Chi trionfa in tutta questa follia sono appunto i brutti: che sono divenuti i campioni della moda e del comportamento. I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.
Ho imperversato un po’ contro questi «destinati a esser morti», col rischio di apparire un po’ vile e razzista: di creare cioè una categoria di persone da proporre alla condanna. No. Tra i «destinati a esser morti» ci sono esseri adorabili per lo meno come te, cosí vistosamente destinato alla vita. Se ho polemizzato con particolare violenza contro gli insegnamenti che ti impartiscono i «destinati a esser morti», è perché ho preso questa categoria a simbolo della media: media che ti insegna, appunto, queste stesse cose, e senza quel tanto di disperato che le corregge, le giustifica, le rende umane.

© Pier Paolo Pasolini, Siamo belli, dunque deturpiamoci, in Lettere Luterane. Il progresso come falso progresso, introduzione di Alfonso Berardinelli, Torino Einaudi 2003Prima edizione: collana «Supercoralli», Einaudi, 1976.