letture

Gli Arcani Maggiori #14: LA TEMPERANZA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Temperanza, carta dell’armonia.

Temevo che non si sarebbe mai arrabbiata. Davvero, fino a stamattina avevo il dubbio che in lei non esistessero gli enzimi della rabbia, tanto riesce a mantenersi composta e gentile anche nelle occasioni ad alto tasso di pericolosità. Ha il dono mimico e facciale del disgusto, questo sì, ed è facile capire quando qualcosa la disturba. Ma i suoi nervi non hanno scatti, le sue parole non hanno violenza. È la vestale del controllo, la sacerdotessa della quiete e della buona educazione.
È la mia amica più cara, in una maniera che attinge ad altri tipi di rapporti e li fa suoi, come se il perimetro dell’affetto amicale non bastasse a definirmi le molteplici carte che a vicenda gettiamo sul tavolo della nostra familiarità: è la sorella che ha la mia dimestichezza, la madre che mi protegge, perfino la figlia per la quale ritrovarsi a pregare in silenzio anche senza avere il dono della fede. Ed è la maestra che fallisce a insegnarmi la dote della pacatezza, perché il mio cuore è tutta una baruffa, e la mia mente non assorbe nessuna scheggia molesta del reale senza dare in incandescenza nel giro di qualche istante.
La mia rabbia non si risparmia neanche con lei. Le ho inventate di tutte, per farla impazzire nel tempo. È alta e luminosa, per me, e tanta è la meraviglia di essere stata scelta alla sua confidenza che anche se sta parlando di aerodinamica delle noci io improvvisamente penso di essere uno scoiattolo e che lei mi stia giudicando per come le faccio ruotare per immagazzinarle nel mio buco di abete.
«Tu non sai cosa ho passato nella mia vita!», le dico, e vado giù a sciorinare i miei dolori stiracchiatamente attinenti alla questione da lei sollevata, umiliata dall’idea preconcetta che non possa capirli fino in fondo e attenta a mantenere su qualcuno di loro un alone di mistero per farli sembrare più sontuosi. (altro…)

I poeti della domenica #332: Niccolò Tommaseo, La mia lampana

 

La piccola mia lampa
.  Non, come sol, risplende,
.  Né, com’incendio, fuma;
.  Non stride e non consuma,
Ma con la cima tende
.  Al ciel che me la dié.

Starà su me sepolto
.  Viva, né pioggia o vento,
.  Nè in lei le età potranno;
.  E quei che passeranno
.  Erranti a lume spento,
.  Lo accenderan da me.

 

da Niccolò Tommaseo, Poesie [1872], a cura di Simone Magherini, Società Editrice Fiorentina, p. 133

proSabato: Lucia Drudi Demby, Il lungo solco

Era blu. Un bel blu brillante. Blu notte. Morbido feltro blu notte, vellutato. Col nastro di gros-grain un po’ più chiaro, o forse un po’ più scuro, questo non lo ricordo, ma luccicante. E se fosse stato d’oro, d’oro zecchino, non mi avrebbe dato un piacere più acuto, e in qualche modo più onesto. Sì, amavo le cose oneste, allora, e i grandi gesti di gentilezza. Era blu, dicevo. Era il mio cappello. Il primo cappello della mia vita, e il mio cuore era pieno di gioia, una gioia forse senza senso, una gioia che inaugurava il giorno col mio bel gesto di togliermelo. Lo amavo forsennatamente e teneramente, con malcelata impetuosità di paladino. Proprio così, mi sentivo allo stesso tempo una principessa e un paladino, Clorinda e Tancredi, Pelle d’Asino e Rolando a Roncisvalle, mentre mi scappellavo con gaiezza varcando il grande arco delle mura dietro a cui si apriva il vuoto celestiale del mattino.
Ero perennemente innamorata, innamorata senza modestia, e non mi chiedevo di chi. Ma soprattutto ero felice, perché avevo appena vissuto una decisione, e ogni decisione contiene una felicità, è allo stesso tempo un modo di arrendersi e di trionfare. Persino morire, dicevo a Veronica, può essere così, felicità di arrendersi e di trionfare. Avevo diciotto anni, capisce, e immagino che a diciotto anni sia più o meno comune a tutti, questo sentimento del varcare, del valicare: di poter vivere ogni momento come il gesto di valicare una barriera caduta davanti a noi d’improvviso e senza rumore.

Questo forse significava quel gusto benedetto di mettermi il cappello solo per il piacere di togliermelo, con ampiezza, con festosità, generosamente, mentre il mio cuore poneva a terra il ginocchio davanti al Graal lucente del giorno. Veronica non era così. Anche se il padre faceva l’assicuratore, Veronica era una contessa. Possedeva un castello ricamato d’edera, al di là delle crete, e teneva il suo cappello grigio argento come un elmo, il bavero del pellicciotto come una visiera. Guardava le cose attraverso le verdi fessure dei suoi occhi mongoli, e nascondeva il volto e se stessa come una inferma preghiera. Perché Veronica era innamorata. Innamorata davvero. Di una persona precisa, voglio dire, e questo la poneva a guerreggiare silenziosamente col mondo. Anche lei aveva diciotto anni, ed era bella e triste, e felice di essere triste. La tristezza, a diciotto anni, è tanto amata perché è un modo di conoscenza: è l’ostacolo che santamente ci fingiamo per impedire alla fantasia di correre troppo, di estenuarci, straripando. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #13: LA MORTE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Morte, la carta della Nigredo.

La ragazza del libro si chiama come te, Lotte. Perfino adesso non so chi di voi due ho nominato.
Io ti detesto.
L’uomo in divisa chiede a quelli che sono in fila la cintura. Non perché possa diventare un’arma; solo perché pensa che la fibbia potrebbe fargli perdere tempo procurando un falso allarme. Esclude che possano usarla per strangolarmi, se anche volessero: la mia porta è blindata, i miei comandi sono inaccessibili. L’unica persona che potrebbe far cadere deliberatamente questo aereo sono io.
Solo questo ti avevo chiesto, Lotte: di avvisarmi. Ma tu sei stata zitta, perché sei gentile; e l’hai sposato. Hai lasciato che lo scoprissi da me e sei scoppiata in pianto, dopo, a migliaia di chilometri da me che urlavo, singhiozzando nel telefono che nessuno di voi due aveva avuto il cuore di farmi soffrire.
Da quanto sognavo di volare questa tratta.
Lascia che io mi precipiti a dimostrarti quanto mi è cara la vostra premura. (altro…)

Amelia Rosselli: ‘Pastiche per Ferruccio’ e un inedito

Oggi ricordiamo Amelia Rosselli nel ventitreesimo anniversario della sua scomparsa, l’11 febbraio 1996. Come redazione proponiamo due poesie: una poco conosciuta e l’altra inedita.

[Pastiche per Ferruccio]

Come
se da tanta autobiografia, nascesse il
parto delizioso, delle cose friabili

se dal riottoso incontro con la specie
tutto ciò che è imperfetto e colpevole
voglio io recitare,

fallimentare realtà
o paura dell’ordine,
con fusione soffusa

d’amore poter restituire ai miei persi
soldati l’impero intero del vivere!

Vorrei che
mi si salutasse con gran fragore o che
un attonito silenzio fatto di stupore

corrugasse la fronte a quei bifolchi.

.

Luce bianca livida o viola
è ciò che resta
dopo tanti lividi sonni
tante piccole cupole.

Si desta per ricapitolare
poi si mangia vivo
di vuoto o stizza
sempre in lizza.

Ha fratelli giocondi
sono chiari e non bui.

Ma buio s’è fatto
nel mio cuore evanescente
indisciplinato maestro
della poesia.

Il sonno picchia
duro sulla porta
i miei occhi giacciono
ballocchi in terra.

Sono viva come può
un morto essere desideroso!

È colpa di te
che ti arrangi
a colpi di scure
stravvolgendomi.

Mi hai assassinato il cuore
e la mente s’arrabatta
senza cuore!.

Nota di lettura

La prima poesia, esclusa dalla raccolta Documento e datata marzo 1968 secondo la ricostruzione di Amelia Rosselli in Una scrittura plurale, raccolta di saggi a cura di Francesca Caputo (Novara, Interlinea, 2004), è intitolata Pastiche per Ferruccio. La seconda, senza titolo, non è mai apparsa prima, neanche nel Meridiano dedicato ad Amelia Rosselli. Entrambe sono tratte da «Quotidiano Donna», Anno IV, n. 6, 20 marzo 1981. Lì furono pubblicate senza titolo insieme a Diario ottuso, allora inedito anch’esso.
La trascrizione di Pastiche per Ferruccio proposta in rivista risulta infedele rispetto a quella del volume del 2004; si è deciso pertanto di rispettare la più recente, basata su materiali d’archivio, considerando anche l’articolo di Fabrizio Miliucci, “Cosa ho voluto fare scrivendo poesie?”. Autodeterminazione e assillo metrico in Amelia Rosselli, apparso nella rivista «Incontri», Anno 30, 2015, Fascicolo 1, pp. 13-22. La seconda invece presenta una proposta di edizione.
Entrambe le poesie apparvero all’interno di un articolo-intervista voluto da Adele Cambria, un pezzo originale che sarà proposto sul nostro blog nel pomeriggio.

(AT) 

I poeti della domenica #329: Giuseppe Ungaretti, Terra

Ungaretti con la gatta Kiki, regalo di Moravia
(L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright)

Terra

Potrebbe esserci sulla falce
Una lucentezza, e il rumore
Tornare e smarrirsi per gradi
Dalle grotte, e il vento potrebbe
D’altro sale gli occhi arrossare…

Potresti la chiglia sommersa
Dislocarsi udire nel largo,
O un gabbiano irarsi a beccare,
Sfuggita la preda, lo specchio…

Del grano di notti e di giorni
Ricolme mostrasti le mani,
Degli avi tirreni delfini
Dipinti vedesti e segreti
Muri immateriali, poi, dietro
Alle navi, vivi volare,
E terra sei ancora di ceneri
D’inventori senza riposo.

Cauto ripotrebbe assopenti farfalle
Stormire agli ulivi da un attimo all’altro
Destare,
Veglie inspirate resterai di estinti,
Insonni interventi di assenti,
La forza di ceneri – ombre
Nel ratto oscillamento degli argenti.

Il vento continui a scrosciare,
Da palme ad abeti lo strepito
Per sempre desoli, silente
Il grido dei morti è più forte.

 

da Il Dolore (1937-1946), in Giuseppe Ungaretti, Vita d’un uomo. Tutte le poesie, a cura e con un saggio introduttivo di Carlo Ossola, Mondadori, “I Meridiani” (I edizione), 2009, p. 278.

proSabato: Lidia Ravera, stracci again

La mia vita è la trilogia di Cenerentola. Nata in stracci, salita sul cocchio, perso scarpina, sposato principe. Divorziato principe causa suoi eccessi alcoolici, sposato accattone. Stracci again. Quindi nuova carrozza (rubata), nuovo amore con guardia giurata (modesto, ma in divisa), nuova risalita sociale, almeno in senso di piede libero. Lui difatti è in galera. L’altro, intendo, l’ex.
Non faccia quella faccia. Rida, piuttosto, o stia serio. Stia come le pare, ma non creda di incoraggiarmi a parlare con quell’enigma muscolare fra le labbra e le gote, fra le pinne del naso. Sto qua stesa e lei mi lascia dire.
Badi bene, io so d’essere sciocca. Sempre stata.
Fin da quand’ero bambina. Babbo era nell’edilizia (muratore). Mamma iperproduceva figli (sette). Mamma non l’ho mai amata: ecco, forse, questo la interessa.
No? Strano. Isabella mi aveva detto che devo raccontare soprattutto questo. Della mamma, intendo. E senza far finta di ricordare niente prima dei quattro anni, o almeno non subito, che quello deve semmai venir fuori dopo. No che non mi sto difendendo. Del resto, lei mica mi aggredisce. Anzi, se devo proprio dirle la verità, lei è l’unico uomo che riesce a guardarmi qui distesa, senza scarpe su un divano, senza trarne una scarica di adrenalina. Ma lei, è un uomo o un pupazzo simbolico?
Non risponde. Certo vale proprio la pena di studiare tanto, per imparare a starsene zitti!
Isabella stragiura che lei è perfino laureato in medicina. Perché io da un cialtrone qualsiasi mica ci vado. Con quel che costa.
In psicologia son capaci a laurearsi tutti. Anche le donne. Bè, adesso perché scrive? Sbaglio o c’è stato un lampino di interesse? Non mi fraintenda, non ho niente contro le donne. Da un certo punto di vista, anch’io sono una donna.
Visto che non ride lei, rido io. Ma sa che questa sensazione di stanza insonorizzata, comincia a non dispiacermi affatto? Sento che potrei tacere anch’io.
Non è fantastico? Il silenzio è qualcosa di saggio, di mai assaggiato, assoggetta, soggioga…
Per voi è facile, stare zitti: avete le cose. Noi ci si sperde fra le parole, di nascosto, correndo, al mattino presto, come cacciatori di frodo che cerchino di acchiappare una preda. Pim pum pam! Ci sente? Cioè: mi sente? Certe volte divento collettiva.
Certe volte per farmi perdonare. Certe volte per farmi capire. Certe volte per caso.
Scivolo sul noi. Noi chi? Non so. Ma è meglio dire: noi chi? Che chiedersi: Io chi? Chiedersi “Io chi?” vuol dire essere malati, non è vero? “Noi chi” è solo non intendersi di politica.
Dicono che non sono cosi sciocca come voglio sembrare.
Dicono che non voglio poi sembrare così sciocca.
Dicono che sono naif, che sono furba, che gioco al doppio gioco. Dicono che faccio tanto svampita americana anni quaranta. Sophisticated comedy. Il mio secondo —l’accattone— si interessava di cinema. Lei no? Lei sì?
Lei non risponde. No, dico, su cose così importanti potrebbe cacciare fuori un sì o un no.
Cos’è questa conversazione tronca! Mi fa monologare per poi criticare. Non è così? Non è per questo che la pagano? Bella roba.
Certe volte mi chiedo se non è proprio questo il sintomo della pazzia: pagare uno perché ti distrugga. La prossima volta le regalo una roncola.
O preferisce un attizzatoio? La pistola scommetto che ce l’ha. Con tutti i soldi che guadagna avrà paura dei sequestri. Oggigiorno guadagnate più voi che i grossisti di insaccati. Si direbbe che la gente preferisca cibarsi di incubi, di fantasmi, siamo all’autocannibalismo. Ci si rosicchia l’Io e finché non s’è finito di mangiarlo non si è sazi. Ma io mi amo sa?
Io non so perché sono qui.
Ha insistito il mio primo marito. Il principe, sì, sì, il principe. Lo racconti stasera a sua moglie: «Sai, cara, oggi ho analizzato una principessa». Sarà contenta sua moglie. Alle donne piace, discorrere di teste coronate. Mio marito era un ramo cadetto e io sono principessa d’acquisto. Il principe, s’intende, m’ha acquistata, ero a bottega. Vendevo scarpe. Lui entra e se ne prova dieci. Cenerentole lui. Aveva certe fette che non c’è il numero in commercio. Nascono tarati perché si sposano fra parenti (altro che tabù, lì gli incesti sono una regola di società). Tutti brutti gli aristocratici: prognatismo, strabismo, gobbe, gobbette, linfatismo, cellulite, sordità.
Il mio principe aveva il piede porcino.
Io lì per lì, mi commuovo.
Dico: «Scusi, non piango di lei». Lui sorride e mi ficca in mano un biglietto da visita con tanto di stemma. Ma non è un biglietto da visita, è l’invito a una festa. Sotto c’è scritto «Valido per due», lui tira fuori dal taschino la stilo d’oro massiccio e cancella «per due».
Poi se ne va zoppicando. È a palazzo, la festa. Lui vuole che ci vada da sola. Avevo sedici anni: Dio, il dolore di non avere un vestito!
Appena a casa telefono a mia zia, seguendo la sceneggiatura della fiaba, le dico: Madrina, ho bisogno di scarpe borsetta d’un abito scollato e dei soldi per il taxi.
Zia fa la sarta. È pessima, look periferia, specializzata in scampoli/occasione. Ma una sua cliente (una squillo che ha fatto fortuna) le lasciava sempre i suoi “straccetti” da darci “due punti qui” un orlo e così via. La faccio breve: zia mi presta di nascosto un abito della squillo, borsetta me ne compra una come anticipo del regalo di Natale. I soldi del taxi me li presta e dice: «se non me li ridai ti faccio maledire in chiesa».
L’unica cosa che proprio non ce la facciamo a svoltare sono le scarpe. Mica posso mettere i mocassini. O i sandali d’oro estivi, con la macchia di catrame sotto l’alluce. Così, decido, vado scalza.
Ma scalza ci devo andare a mezzanotte.
La festa era appena incominciata. Un trionfo. Ero bella sa? Mi guardi. Lo vede come sono adesso? Bè: dieci volte più bella.
Più magra più eretta più smagliante. E sicura di me. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #12: L’APPESO

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’Appeso, carta del lavoro interiore.

«Ti fa ancora male il piedino?»
Il bimbo si guardò la punta dell’alluce con occhi curiosi. Mosse le piccole dita e provò a spingere sul pedale della bici d’acqua. La mamma, che lo accompagnava a nuoto, diede un leggero colpo di braccia per raggiungerlo.
Era un piccolo salvagente con dei pedali sul fondo: il bimbo aveva tanto insistito per averlo per il primo bagnetto della stagione. Erano scesi in spiaggia con il nuovo acquisto, ma il bimbo si era improvvisamente messo a piangere; aveva posato il piedino su uno scoglio aguzzo che affiorava dalla sabbia.
Lo avevano subito medicato, con il mercurio cromo e un cerotto. Il bagnino gli aveva regalato un coniglietto di plastica per farlo stare buono.
Il bimbo pedalò per una decina di metri, con la madre che gli nuotava accanto. Aveva dimenticato anche di aver pianto. Si guardava attorno, seguendo con gli occhi i percorsi dei gabbiani e dei motoscafi in lontananza.
La madre gli bagnò i capelli passandogli dell’acqua sulla testa con le mani; piccole ciocche gli colarono attorno al viso.
«Sai che facciamo adesso? Tu pedali pedali pedali fino all’altra spiaggia, e mamma ti segue a nuoto.»
Il bimbo annuì e virò parallelo alla costa. Avrebbe dovuto doppiare un piccolo golfo, due, trecento metri di scogli, ma su quell’altra spiaggetta si vendeva il gelato, e la mamma aveva, appeso al collo, il tubicino di plastica con gli spiccioli. Il bimbo raddoppiò gli sforzi.
Il coniglietto di plastica era puntato sulla prua del salvagente come la polena di un galeone. (altro…)

Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010

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Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2019; 20 €

La voce è tutto, è un intero destino. Massimo Cacciari, in una conferenza svoltasi a Vignola per Poesia Festival nel 2017, affermava che la poesia, se è tale, mostra l’abisso di ogni parola ed è per questo che spesso appare oscura la poesia, perché lo è necessariamente, avendo a che fare con la radice ultima della parola, che appunto è abisso. In fondo, secondo il filosofo, nessuna parola indica per davvero la cosa; la poesia mostra se stessa quindi attraverso l’enigma che il linguaggio incarna nel miracolo della voce. La voce di un poeta come Luigi Di Ruscio, nato in povertà a Fermo nel 1930, emigrato a 27 anni in Norvegia per lavorare una vita in fabbrica a Oslo, è «frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza». Così scrive Massimo Raffaeli nell’introduzione.
È un libro importante, questo, prezioso. Un libro che fa dire: finalmente. L’edizione per la collana Le Ali di Marcos y Marcos, curata benissimo da Massimo Gezzi, vede la copertina di Luca Mengoni, splendida nel restituire il ritratto del poeta.
La voce, dunque. Dunque il corpo, e il lavoro: per Luigi Di Ruscio il lavoro è stato essere operaio. E con questo, dentro la sua speciale parabola esistenziale, diventare, essere poeta.
Franco Fortini, in “Verifica dei poteri” (esattamente in “Astuti come le colombe”) scriveva: «m’è sempre parso che la contemplazione affascinata d’una condizione operaia vista tutta nel rapporto fra uomo e macchina, e l’altra dilettazione incantata, del calarsi nella “oggettività”, fossero due tipici errori, o uno solo, del materialismo non dialettico». Nel caso di Di Ruscio, lo scrittore è l’operaio – mentre Fortini vedeva lo scrittore come l’intellettuale artefice di una praxis rivoluzionaria intesa come automutamento coincidente con il cambiamento ambientale. Operaio-scrittore, ecco: tutta la soggettività dell’autore è dentro questa relazione e nel rapporto uomo-macchina.
Dice bene Gezzi, dopo aver illustrato al meglio le modalità con cui Di Ruscio è intervenuto (riscrittura, taglio, spezzatura e asciugatura dei versi) nell’arco di più di cinquant’anni (dal 1953 fino alle ultime modificazioni intervenute nel 2010): «queste Poesie scelte sono sì un’autoantologia ma, in buona misura, sono anche un altro libro». E fa capire che si tratta qui di affrontare un viaggio. Lo dice con parole perfette: «i lettori (…) attraverseranno la rabbia, la fatica, la protesta e la fiducia testarda nella scrittura che promanano da questi versi». Quindi, se il lavoro operaio ha rappresentato la condizione fissa e immutata, l’automutamento per lui è avvenuto necessariamente con il lavoro di poeta dentro quella condizione.
È tutto un atto di esistenza-resistenza, titanico, quello che Di Ruscio ha testimoniato con la scrittura, con la sua voce.
La forza è tutta nel dato materiale. Stupisce – veramente – come sia stato questo a nutrire per intero la sua poesia, istruendone i contenuti e dettandone il ritmo. Come indica giustamente Raffaeli: è una poesia (fortunatamente, aggiungo io) in controtempo.
Ecco un testo del 1966, eccezionale per intensità di ritmo, stile, visione. Ricorda il grande Pavese. Sono versi che sentiamo ancora vicini e attuali, proprio perché in controtempo, così arcaici, archetipici, primari:

Mangia in estate pomidori in inverno patate
conosce la carne alle feste comandate
o quando mietono o battono
i porci li para tirando pietre precise sulle groppe
correndo sul campo dei foraggi
scopre i nidi degli uccelli e delle serpi
mette i lacci sui fossi per gli uccelli assetati
alla sera sta silenzioso con gli occhi pieni di sonno
sente i discorsi dei grandi
e certi pensieri li fissa nel cervello
l’ulivo è come l’uomo
soffre il caldo in estate e in inverno la tramontana
e pensa metà nel sonno all’uomo e all’ulivo
all’olio che sta tra le parti del pomodoro
in cui inzuppa la mollica del pane
scacciando le mosche stancamente perché è l’ora del sonno
appoggia sulla coscia della madre la testa
dove ora le mosche possono fermarsi
non hanno più la mano veloce che le prende a volo
e gli stacca le ali per farle continuare a vivere
come un verme che la gallina becca. (altro…)

I poeti della domenica #328: Fabrizia Ramondino, Dimenticare

 

Dimenticare

Ogni notte viaggio
fra persone note o ignote
in luoghi noti o ignoti
sempre strani
disorientata.
Al risveglio mi chiedo:
dove mai, con chi sono stata?
Ma non rimugino
né voglio ricordare.
Sopporterò la nuova nottata
perché ho sopportato
la vecchia giornata.

.
In Per un sentiero chiaro, Torino, Einaudi, 2004.

I poeti della domenica #327: Anna Maria Ortese, La naturalezza di questa vita piena

 

….La naturalezza di questa vita piena
di cose non naturali, il dolore
di non capire cos’è il dolore, la disgrazia
di cercare ostinatamente un nome, un segno
qualunque di riconoscimento, e trovare
silenzio e sigilli fin sui rami degli alberi.
….Non in me, da ferita
sempre aperta sgorga
la rossa fontana del chiedere,
il mormorio del ricordo
futuro, la frescura di vaste
zone da cui venni, ed era noto il mio nome,
là tra gli astri,
ora tremanti di vergogna. Questa porta
sbarrata sul vero, questo triste
villaggio che tutti hanno lasciato,
questo porto senza navi verde di rimorso.
è il mio universo quotidiano.
….La disperazione talvolta mi ricopre,
frusta tutte le mie ossa,
si dibatte come un vento per trovare il nome la colpa. L’origine
della colpa che dette origine alla caduta
− da cui nessuno deve trarmi, alcuna grazia chiamarmi −
in questo quieto interminabile
….giornaliero Esilio.

.

In Il mio paese è la notte, sezione “Pagine dimenticate”, Roma, Empirìa, 2011

Le allegre gattare

Vorrei farvi il quadro della situazione. Di come la nostra vita sia cambiata da una normale sussistenza tra umani a uno scenario tipico di Durrell, benché gli animali siano solo tre, almeno l’ultima volta che ho telefonato a casa.
Quattro, se si conta il bengalino che è l’estasi e il tormento di Morgan, ma di questo avremo modo di parlare.
Quando mia sorella mi disse che avrebbero preso un gatto, io stavo tirando fuori un maglione da uno stand dell’oviesse. Aveva una buona percentuale di lana, e nonostante questo me lo potevo permettere, ma non l’ho mai comprato, perché l’idea di un gatto in casa Amato era un evento storico e dovevo prendermi un po’ di tempo per barcollare. Voleva dire, innanzitutto, che Madre avrebbe smesso di pronunciare quotidianamente la frase “come vorrei avere un gatto se solo non limitassero tanto negli spostamenti e poi forse questa casa non è adatta ad avere un gatto sai i divani poi”.
Giulia mi disse che sarebbe stato un norvegese, e di cercarlo su internet. Smanettai subito con il telefono e mi spaventai. Si profilavano chili e chili di essere vivente, con metri quadri di pelo annesso.
Io ero lontana, ovviamente, quando la piccola arrivò. Era ancora piccola nel senso che stava ancora su una piastrella, il suo visetto era leggermente diverso da adesso, come più stuporosamente largo. Era tutta nera, salvo il bianco dei guanti delle zampine e della lacrima che dal principio della fronte si allargava al musetto, e poi alla pancia, un’unica livrea soffice come il cotone. Morgan avrebbe perso questa batuffolosità per un mantello lucido e setoso, ma questa è un’altra storia; Salomé sarebbe rimasta sempre così, con la morbidezza leggermente stopposa di un gatto piccolo. Io vivevo attaccata al telefono, anche se non ero il tipo che si affeziona ai gatti (e ignora l’esistenza dei cani), il mio era un interesse estetico ed epistemologico, e il punto in cui andò a incunearsi tutto il mio interesse fu la scelta del nome.
Madre sospirava:
«Oh, avrei sempre desiderato avere una gatta e chiamarla Grace.»
Mia sorella era fervidamente occupata nelle operazioni di spoglio. Io, a distanza, proposi Matilde, in omaggio alla creatura che ha ricevuto le più meravigliose poesie d’amore che un essere umano abbia mai dedicato alla sua legittima compagna e non a un’irraggiungibile figura, perché nel secondo caso sono buoni in molti, ma nel primo riescono pochissimi.
Madre continuava a sospirare, vocina lieve al di là del telefono, oh come vorrei chiamarla Grace.
Non so perché non le prestammo nessuna attenzione, anche se il nome in fondo piaceva a tutte e due. Forse quel continuo sospiro e l’uso indefesso del condizionale ancoravano l’enunciato all’ambito della velleità, e le nostre orecchie continuavano a non registrarlo. (altro…)