letture

Ostri ritmi #8: Uroš Zupan

Detajl

V rdeči svetlobi,
sedeča za mizo
sama, se neznanka pripravlja,
da si bo prižgala cigareto.

Odpre tobačnico,
z vajenim gibom vzame
iz nje cigareto,
si jo vtakne v usta.

Z levo roko si
umakne lase z obraza,
z desnico vzame vžigalnik,
ga s palcem odpre
in zavrti kolešček.

Iz vžigalnika skoči plamen
v njene oci,
na njene lase,
s cigareto se mu počasi približa
in poželjivo,
v nekem brezčasnem predahu
med svojim neopaznim staranjem

potegne v pljuča
prvi dim.

*

Dettaglio

Nella luce rossastra,
seduta al tavolo
sola, una sconosciuta si prepara
ad accendere una sigaretta.

Apre il porta-sigarette,
con gesto esperto
ne estrae una,
se la infila in bocca.

Con la mano sinistra si
scosta i capelli dal viso,
con la destra prende l’accendino,
lo apre col pollice
e fa girare la rotella.

Dall’accendino schizza la fiamma
nei suoi occhi,
sui suoi capelli,
con la sigaretta le si avvicina con lentezza
e avidamente,
in una pausa senza tempo
del suo impercettibile invecchiamento,

aspira nei polmoni
il primo fumo.

*** (altro…)

Martingala #5: la casa dei fantasmi

fantasmi

E dunque abbiamo tra gli otto e i dieci anni, lo stabilisco dal fatto che abbiamo un barlume di autocoscienza e che siamo il gruppo che assieme forma la mia classe alle elementari. Francesca qualche giorno fa ci ha raccontato una storia di paura sulla casa a due piani, quella lunga che affaccia a strapiombo sulla fermata dell’autobus, quella che si vede da tutto il paese solo a tirare il naso all’insù. Non so in che momento storico sia diventata una casa vacanze, so che adesso che abbiamo tra gli otto e i dieci anni è disabitata da prima della nostra nascita, che a quei tempi è l’equivalente di dire dalla notte dell’eternità.
Francesca ci ha raccontato che nessuno la vuole abitare perché la vecchia padrona di casa, che era pazza come tutte le padrone di case destinate a diventare disabitate, era stata trovata impiccata alla trave del salone. Ha aggiunto cambiando il piede su cui era in equilibrio che da quel giorno, tutte le sere, la luce del salone della casa disabitata si accende per un’ora o due.
Ora, nessuno di noi aveva la minima intenzione di riflettere sul fatto di non aver mai visto luci accese, nonostante il salone della casa incombesse a strapiombo sull’intero paese da tutti i punti cardinali. Tutto quello che ci interessava era seguire il copione casa disabitata / effrazione che a quell’età ci sembrava un’idea vergine e originale. (altro…)

proSabato: Antonio Delfini

RITORNO IN CITTÀ

Il giorno in cui son tornato in città era tutto grigio.
Dopo aver ammirato dal treno quell’immensa distesa che è la pianura padana, dopo aver passato paesi illuminati nel primo oscurar del giorno, tra il fischio delle locomotive e il tornar dei ricordi in un turbine di pensieri senza freno, ho udito il tintinnio regolare della stazione, le solite voci dei facchini, ho visto il berretto rosso del capostazione tutto filettato d’oro, e l’ingresso fiocamente illuminato del ristorante.
Mi sentivo come quando ero bambino. Di ritorno dal mare. Le valigie da caricare e la bolletta dei bagagli da consegnare. A questo ci pensava sempre un uomo, che mi pare dovesse trovarsi lì tutti gli anni d’ottobre soltanto per noi. E poi c’era la carrozza che io volevo fosse sempre chiusa e con i vetri alzati. Poi si andava chi sa dove, lontano lontano, tra il rumore delle ruote in movimento sull’acciottolato. Invece dopo pochi minuti si arrivava a casa.
La gente delle due botteghe veniva fuori a vedere, davan la buona sera e rientravano. Qualcuno di loro rimaneva: la luce  a gas che illuminava la bottega, portata fuori a metter tristezza nel portico buio. La vecchia portinaia veniva su con noi per aprirci la porta,. Un odor di chiuso e la realtà di ricordi recenti.
Così mi sentivo e avrei voluto, in quel momento, dire agli uomini tutto il mio tormento, avrei voluto udire trombe e tamburi al mio passaggio: avrei voluto qualcosa di cambiato.
Perché riandando il tempo trascorso sento un nodo alla gola e vorrei che qualcosa mi distraesse. Come è poco mutevole il nostro tempo! Sempre quello.
Almeno per che appena uscito dalla stazione, ho guardato in estasi la mia città piena di nebbie e son tornato a dei ricordi senza pensiero e senza perché. Infatti ho preso una carrozza chiusa con i vetri alzati, e vi sono salito con una nostalgia nel cuore di fatti luci e cose passate, che proprio non sono quelle consistenti e piene di pensiero di cui, si dice, si debba parlare nel mondo.
Anche quest’anno la carrozza scorreva rumorosamente sull’acciottolato. Le botteghe del corso, il rumore dei tram, l’orologio del palazzo ducale, la gente che rincasava per l’ora di cena, eran sempre così: illuminavano ad un modo, andavan come sempre, batteva la sua continuità, pensavano alla stessa cena!
Io mi rannicchiavo in un angolo, guardavo il vecchio cuoio della carrozzeria sulla quale incominciava a battere una lieve pioggia, ammiravo la bombetta del vetturini. Di tanto in tanto m’attaccavo col naso al vetro ritmico del finestrino, cercando di riconoscere le facce note della gente che s’affrettava sul lontano marciapiede. Pensavo di una vecchia stampa, mai veduta, ma elaborata nella mia mente. Una vecchia stampa raffigurante dei passanti curiosi, i quali guardando la vecchia carrozza si chiedessero meravigliati: Chi è quel giovane signore? Donde viene?

Pensavo al mondo così sempre eguale.                                                       Chi lo sa se è sempre lo stesso mondo?                                                   Passò accanto un’automobile e chiazzò di fango il finestrino

 

ATTESA

Vieni.
Non penso più come allora alle nuvole bianche a quelle grigie a quelle nere,quelle dei temporali che ci facevano sorridere perchè ci davano l’attesa dell’imprevisto.
No, penso che un giorno avrei potuto avvicinarmi a te.
Ma tutto si allontana.
Sono sempre alla finestra, e le nuovole passano sopra la mia casa.
Guardo giù nella strada la gente che passa, e aspetto che in mezzo al silenzio compaia un ricordo
un ricordo per unirmi a te

È passata una carrozza con dentro un signore ben vestito
un venditore di frutta
una vecchiua che sembrava una bambina
un giovinotto che strascicava i piedi come un vecchio
un teatrino con le scene rosse e i burattini dentro.
Poi sono passati tutti i desideri della mia anima.

Più tardi, a sera, han suonato l’Ave Maria.
Ma io aspettavo che passasse un reggimento con la fanteria per udire una vecchia canzone.
Non lo sai che in questo tempo ho sempre pensato che sarei venuto un giorno sotto le tue finestre, con la fanfara a suonare quella vecchia canzone?

Non lo sai che mi si gonfiava il petto pensandoci?
E ti avrei visto sorridermi come ti ho sognata.
Con un gran mantello scuro
un fazzoletto al collo
un bel cappello largo in testa
mi sarei presentato  a te mentre le note della fanfara avrebbero allietato i nostri cuori.

Non ci hai mai pensato?
Vieni e ci penseremo.
Non voglio più stare alla finestra e, se non vieni tu, mi toccherà di rivedere ogni sera la vecchia, il giovanotto, il venditore di frutta, e quel teatrino rosso.
Ma quando torneremo a cantare – perchè quel giorno prima o dopo verrà – allora verrai.
e potrò chiamarti per nome senza arrossire ché adesso perfino l’aria mi ride dietro quando il tuo nome compare dappertutto perché le mie labbra l’hanno mormorato.

 

 

© Antonio Delfini, Autore ignoto presenta. Racconti scelti e introdotti da Gianni Celati, Einaudi, 2008

«Niente mi ha fiaccato!» conversazione con Ferruccio Brugnaro

foto a cura di Paolo Steffan

«NIENTE MI HA FIACCATO»
Conversazione con Ferruccio Brugnaro
di © Paolo Steffan

Quando arrivo al terzo piano della palazzina in cui Ferruccio Brugnaro vive con la moglie Maria, nella periferia di Spinea (Ve), trovo una figura amichevole e distinta, un ottantenne forte che mi saluta sorridente sulla soglia. Entro, c’è un simpatico sottofondo di giochi puerili, sono le voci dei nipotini, impegnati con la nonna. Ci sediamo nel salotto, e lì inizia la nostra conversazione, di cui è frutto la bella intervista qui pubblicata.

È fiero della propria storia personale, di essere un autentico poeta-operaio, di quelli che hanno vissuto la fabbrica dal di dentro, mettendoci anima e corpo, credendo profondamente nell’uomo e nelle sue risorse, nell’uguaglianza e nella bellezza. Alle pareti, quadri e ricordi, manifesti e testimonianze. E tantissimi libri e opuscoli.

Non ha rimpianti, Ferruccio Brugnaro, se non quello ‒ mi confessa ‒ di non aver coltivato le lingue, così importanti per capirsi in questo mondo globale; ma intanto i suoi ciclostilati vengono tradotti in moltissime lingue, in tutto il mondo. Solo dal 2002 a oggi, oltre 160 riviste ‒ in francese, inglese, spagnolo… ‒ hanno ospitato sue poesie. “Lì” ‒ mi indica, entrando nel suo studio, una borsa piena di fascicoli ancora da ordinare ‒ “ci sono anche delle riviste in cinese…”.

Varcare l’ingresso della sua stanza è entrare in un mondo a parte, dove è custodita un’intera vita in versi, assieme alle letture amate e ai manifesti di un’esistenza passata nella fabbrica, nel sindacato, tra gli studenti e i lavoratori.

Prima di salutarci, la signora Maria prepara il caffè e mi fa salutare i bambini; parliamo del rapporto coi figli, uno dei quali è Luigi Brugnaro, attuale sindaco di Venezia, e della diversità, talvolta abissale, delle idee che li contraddistinguono: “Non li ho mai indottrinati”, rivendica, “da ragazzi venivano alle volte con me alle manifestazioni, ma non li ho mai obbligati. Poi ciascuno ha preso la sua strada e oggi discutiamo animatamente, io da comunista non dogmatico, e i miei figli con le loro idee, ma c’è grande libertà di pensiero e soprattutto grande rispetto reciproco”.

Che cos’è per lei il lavoro?

È una cosa fondamentale per l’uomo, purché tenga al centro la dignità, altrimenti si scade nel disprezzo della vita. La dignità è stata al centro delle lotte operaie che abbiamo fatto, che erano per il lavoro, non per qualcosa che portasse malattia e morte.

Prima della fabbrica, si veniva da un mondo contadino, che ho vissuto nell’infanzia, di cui ho ricordi collocati negli anni Quaranta. Era una vita difficile fatta di malattie, artriti, tubercolosi, dentro case malsane. Ricordo che avevo una zia che faceva le iniezioni di canfora per l’asma e fuori casa sua c’erano sempre file di venti persone. Era una vita dura, con lotte quotidiane per un uovo, per tutto, alle volte sembrava che mancasse il respiro. Vita dura che ho poi ritrovato in fabbrica, tale e quale se non peggio.

Poi si è passati alle lotte operaie, qualcosa che alla mia generazione oggi suona distante, ma di cui calandosi nella sua scrittura si sente ancora l’attualità e il vigore.

La questione del lavoro è tutta sul piatto, senza lavoro marcisce tutto, si ha una deriva autoritaria.

Negli anni Cinquanta sembrava una follia mettersi contro gli apparati. Si veniva fuori dal nazifascismo, e i dirigenti erano ancora quelli, mica erano cambiati. La filosofia era che l’operaio non era niente: guai a chi si ribellava!

Mi ricordo una mattina, io ero in reparto alle 9.45 e non si respirava. Era fuoriuscita dell’anidride solforosa, e io ho spento le macchine per tutelare noi lavoratori. Azioni così si pagavano molto. Come oggi dovrà pagare molto chi si rimetterà a lottare.

(altro…)

I poeti della domenica #144: Adam Zagajewski, I miei maestri

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I miei maestri non sono infallibili.
Non sono come Goethe che solo quando
in lontananza piangono i vulcani
non riesce a prender sonno, né Orazio
che scrive nella lingua degli dèi
e dei chierichetti. I miei maestri
mi chiedono consiglio. Avvolti
da morbidi cappotti gettati in fretta
sopra i sogni, all’alba, mentre un vento
freddo interroga gli uccelli, i miei
maestri parlano sussurrando.
Sento che la loro voce trema.

© Adam Zagajewski, da Dalla vita degli oggetti, poesie 1983-2005, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi 2012.

I poeti della domenica #143: Adam Zagajewski, La sconfitta

Adam Zagajewski, photo by Krzysztof Dubiel for the Polish Book Institute

Adam Zagajewski, photo by Krzysztof Dubiel for the Polish Book Institute

Davvero sappiamo vivere solo dopo la sconfitta,
le amicizie si fanno più profonde,
l’amore solleva attento il capo.
Perfino le cose diventano pure.
I rondoni danzano nell’aria,
a loro agio nell’abisso.
Tremano le foglie dei pioppi,
solo il vento è immoto.
Le sagome cupe dei nemici si stagliano
sullo sfondo chiaro della speranza. Cresce
il coraggio. Loro, diciamo parlando di loro, noi, di noi,
tu, di me. Il tè amaro ha il sapore
di profezie bibliche. Purché
non ci sorprenda la vittoria.

© Adam Zagajewski, da Dalla vita degli oggetti, poesie 1983-2005, a cura di Krystyna Jaworska, Adelphi 2012.

Riletti per voi #14: Peter Pan

Cattura

Carlos Schwabe, Il Fauno (1923)

(Si fa riferimento, per i brani citati, all’edizione Fanucci 2013 a cura di Beatrice Masini con traduzione dall’inglese di Milly Dandolo)

La signora Darling, madre di Wendy, Gianni e Michele, ha un bacio all’angolo sinistro della bocca che nessuno dei suoi familiari può prendere, benché sia perfettamente visibile. Un bacio che lo stesso Napoleone, secondo il narratore, sarebbe costretto a lasciare lì dove si trova sbattendo la porta dopo il tentativo. Con questo bacio, o quasi, si chiuderà il libro, quando Peter riuscirà a coglierlo senza sforzo alcuno. E questo bacio inespugnabile, la profonda natura di una persona che non è permessa neanche ai suoi cari ma che non ha segreti di fronte all’irruente divinità panica di Peter, è il primo motivo di turbamento in un libro quasi insostenibile per un lettore adulto, nella sua capacità di toccare corde inquietanti e critiche come lo scorrere del tempo, la simulazione dell’età adulta, l’ignoranza della sessualità e la sua sostituzione con la messa in scena, la gelosia e l’assassinio, la rappresentazione esatta della strafottenza e del capriccio propri dell’età dell’infanzia, vista non come innocenza ma come infinita possibilità di dominio su tutto quello che è desiderato. (altro…)

Ritratto inedito di de Libero, ‘la poesia si fa coi ritagli del macellaio’

Libero de Libero, questo “ciociaro dai baffi di ferro e dalla sensibilità di velluto”, nato a Fondi all’inizio del 1900, ha scritto molto e molto è stato scritto su di lui, sicuramente meglio di quanto saprò fare io, che proverò a tracciarne un ritratto da semplice lettrice dei suoi diari, dei suoi romanzi ma soprattutto delle sue poesie, che egli definisce “pulci che io cerco di togliermi dagli orecchi per aver requie”: quelle che parlano di fiumi, di aranci, di cicale, e quelle del dopoguerra, che narrano fatti di cronaca nera e avvenimenti storici. Era piccolo di statura e aveva occhi vivacissimi, con lampi di dolcezza infinita per gli amici e di durezza incredibile per chi non gli andava a genio. Aveva un “carattere fumantino”. Così si racconta: «Con me era facile arrivare al bisticcio, al litigio, alle recriminazioni: la mia vita risentiva gli affanni di lunga data, le offese e i patimenti subiti sin dalla infanzia, la sua incomunicabilità, il suo bisogno di sostituire continuamente una cosa all’altra».
Qualcuno lo ha paragonato a Giovanni Pascoli, per la serie di luttuosi eventi verificatisi nella sua famiglia, riassunti in queste parole tratte dal suo diario:

Nato e vissuto in una famiglia karamazofiana: sbattuto, sin dalla nascita, tra morti e miserie, in una famiglia incapace a difendersi e a lottare; con mia madre tutta la vita disperata nel suo inutile amore per mio padre; con mio padre tutta la vita dilaniato dalla sua onestà e dai politicanti; con mio fratello assassinato per trecento lire [«aveva un pugnale fra le spalle»]; e bisogna dire le angosce di me adulto a dieci anni, e la vita che s’affolla insospettata con tanti mali e tanti beni, con danni e doni; e lo sforzo di comprendere subito quanto è intorno universale e mediocre e la lotta e un eterno, disingannato amore; e la disperazione di non riuscire uguale alle mie ambizioni?

La sua numerosa famiglia (Libero era il quarto di otto fratelli) si trasferisce a Patrica, dove il padre ricopriva l’incarico di segretario comunale. Frequenterà le scuole a Velletri, poi a Ferentino e infine il liceo ad Alatri, finché nel 1927 arriva a Roma per gli studi di Giurisprudenza: è in ritardo di qualche anno, per motivi familiari. Ma gli studi di Giurisprudenza non li porterà a termine. La vita nella Capitale è difficile per un giovane privo di mezzi; comincia subito a pubblicare racconti sul «Popolo di Roma», e «L’Ambrosiano di Milano».¹
Incontra Luigi Diemoz e per merito suo conoscerà “gli autori che già ammira e gli artisti che gli piacevano”, frequentando assieme a lui la saletta riservata del caffè Aragno, famoso ritrovo di artisti oggi scomparso. «Diemoz, che voleva entrare nel giornalismo, ebbe in dono 20 marenghi dalla madre, e con me creò nell’ottobre 1928 un quindicinale di letteratura e arte, «L’Interplanetario» e noi direttori, lui scriveva articoli di fondo e corsivi polemici, e io cronache d’arte, le prime». Di questa rivista usciranno 8 numeri: esauriti i marenghi della signora Diemoz, le difficoltà ricominciano; de Libero continua le sue “cronache d’arte” su «L’Italia Letteraria» diretta da G. B. Angioletti e in altre riviste. «Quando arrivava qui a Fondi «L’Italia Letteraria» era per noi un grande avvenimento», racconta il pittore Domenico Purificato, «allora non vi erano i mass-media, le fonti di informazione che ci sono adesso; De Libero era il tramite attraverso il quale riuscivamo a conoscere quello che avveniva al di qua del confine provinciale e al di là del confine nazionale.»
A Roma c’è anche Anton Giulio Bragaglia, altro ciociaro, fondatore del Teatro degli Indipendenti dove si rappresentavano opere di autori italiani contemporanei. Qui, nel gennaio 1929 viene rappresentata una commedia di de Libero, Frangiallo, che suscita scandalo. Al caffè Aragno incontra Ungaretti, che nel 1934 gli fa pubblicare la prima raccolta di poesie, Solstizio. (altro…)

Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

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Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.» (altro…)

proSabato: Goliarda Sapienza, da “Elogio del bar”

elogio-del-barrIo, che vengo da una città dove ci sono più bar che panetterie, vi posso assicurare che niente uguaglia quello spazio – povero o ricco che sia – voluto dal misconosciuto dio del Caso.
Lui, il caso, giovinetto aereo impalpabile, ha avuto in dotazione da madre natura l’arma di fomentare sguardi, sussurri, gesti, parole amicali e perché no schiamazzi, urla, invettive e perché no – penso abbattendo dentro di me la nemica autocensura che tanto affligge le nostre menti cresciute in democrazia – e perché no, riprendo – calpestando la medesima autocensura che mi urticava e mi ostacolava il pensiero – e perché no anche l’urlo, lo schiaffo, il pugno insomma: anche lo scontro è vita. Ma questo non si può dire, perché… Ecco se io, adesso, proprio adesso che alzando gli occhi da questo foglietto su cui vi scrivo e incontrando lo sguardo di una signora che – non capisco se è azzurro o verde Nilo, non importa, più grande d’un cielo d’alba – incuriosito dalla mia persona intenta a vergare parole, mi sta fissando, ecco se io lo dicessi a questa bella signora dallo sguardo adolescente, sono sicura che la sua mente democratica si rivolterebbe gridando l’orrore per la violenza della mia affermazione.
Sono tornata con gli occhi al mio foglietto, e mi guarderei bene dal pronunciare parola se lei non insistesse a scrutarmi tanto che io, che come avete capito sono seduta in un bar, e quindi preda consenziente del suo dio e padrone che spinge a tutte le arditezze, sono costretta a posare la sana penna e a parlare.
Non l’avessi mai fatto. Gli occhi celestini man mano che le parlo si sono addensati in una pietra grigio-verde, così dura da farmi temere per l’incolumità della mia retina.
«Lei è una fascista e guerrafondaia» mi ha sussurrato alla fine, tornando sdegnata al suo cappuccino e cornetto mentre io – ringranziando il dio Bar dell’occasione di misurare il mio sentire con qualcuno che non essendomi amico ha qualche possibilità di dirmi la sua verità senza paura – torno rinfrancata al mio passatempo preferito: scrivere sciocchezze insensate come il mio Tristram tanti anni fa mi ha insegnato… Pensando al mio vecchio amico Tristram e senza farmi scorgere la osservo. Ha l’aria preoccupata la signora, dopo il suo scontro con la sconosciuta dal viso dolce che tanto l’aveva incuriosita e dopo delusa; ma anche pacificata, come dopo un bel coito riuscito bene. Lei avrebbe ragione del suo essere pacifista a tutti i costi, se non ci fossero di mezzo la natura la fame il coito che (è noto) sono sempre “scontro” e diventano qualcosa di melenso degno solo… di chi? Non lo so di chi, e non mi va nemmeno di immaginarlo. Odio la noia, e l’idea di un mondo tutto rosa confetto mi spaventa più di passare una notte in treno con un assassino (mi è accaduto, è per questo che ne parlo) che, tutto sommato, ha sempre qualcosa da raccontare.
Il treno! […]

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da © Goliarda Sapienza, Elogio del bar, Elliot (Lit Edizioni), 2014

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Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

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Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

 

18 FEBBRAIO 2016
LEI SAPEVA CHE LO SPLENDORE ERA FRAGILE

“In quel vasto paesaggio silente
(in quella fredda desolata gola)
spiccavano,
le austere cime scure
dei grandi alberi
e lei aveva negli occhi
una terribile dolcezza”

La brezza finalmente cadde
l’acqua divenne immota…
Lei sapeva che lo splendore
era fragile,
ben presto sarebbero ripresi gli stridii
– i ronzii 
i minuscoli movimenti
– quelle uccisioni –
e in quell’ordine universale e verticale
calante poi dall’alto
– fino nel corpo del delirio
– fin in quel silenzio epilettico
e dalla finalità cupa
.
E nei trapassi tematici della pena
bisognava forse scegliere la più sottile
– e la più solida –
– e la più grigia
delle correnti del pensiero,
attaccarsi ad essa come a un prete cieco…

 

 

21 MARZO 2016
ERA POI SEMPRE QUELLA STESSA ALBA

Una luce grigio-perla
continuò a essere diffusa
ostinatamente nel cielo,
al di sopra di stradine fiancheggiate
da faggi purpurei,
– e mutevoli siepi
(ahh quell’attrattiva suprema
dell’essere fugaci!)

Fu proprio per questo presagio di mortalità
( e per la sua vita
– involuta e sotterranea 
con un languore tutto spirituale)

che poi auscultò il mondo della realtà:
era poi sempre quella stessa alba,
vi era un gran silenzio,
e tutto era assolutamente perfetto,
in un rapporto sinistro e formidabile
come una sorta di istruzione sul silenziato omicidio,
a riprendere quel filo rosso della violenza
che passava per ogni nuova cosa
che imparava.
[Oh potere andare a valutare
i danni della devastazione
-su quegli sconfitti-
come se vi potesse magari essere
una qualche opposizione a tutte le sue asserzioni
(Lei aveva gli occhi selvaggi,
– e tutte quelle ferite puntorie)]

 

 

17 aprile
IN UNA EVOCAZIONE DI ACQUE FRESCHE – E PERICOLOSE

Lungo la riva del fiume
le candele dei sommacchi
bruciano di un rosso opaco,
in una evocazione di acque
fresche – e pericolose

In quei tramonti opulenti
(essi chiusi nel loro vuoto risplendente,
nel loro pallore

  • e tra le dune fredde)
    lei era sabbia, lei era neve
    scritta riscritta spianata
    (sotto sotto bruciante sempre)
    lei che martirizzava poi quanto la legava a loro
    tra folgorazioni sorde
    qualche nuovo – feroce – atto di dio
    (“inutilmente crudele” – dice lei con tono freddo)
    e le carnarie mosche
    sommerse
    in tutti quei fossati che producevano
    soltanto giaggioli selvatici.

 

 

23 maggio
SA DI ESSERE ALLA MERCÉ DEGLI EVENTI

…[Sa di essere alla mercé degli eventi
sa che gli eventi non hanno pietà…
Ora è preparata alla lacerazione…]…

Da la realtà banale – e infettiva 
(assumendo l’opportuno atteggiamento
di afflizione)
torna nel regno della follia metafisica

della infinita speculazione
In una regione crepuscolare
– senza cielo (con troppo cielo)
ecco la allucinazione lunga:
i fiori del castagno divampano
eppure ovunque vi è qualcosa di blu
forse la fosforescenza
della neve nell’ombra
quella sommersione gessosa
– e ubiquitaria (e massiva) –
che divora.

 

19 luglio
ERA BELLO TROVARE UN PRATO BIANCO

Era bello trovare un prato
bianco
(sotto la luce della luna)
– e qua e là degli assetati fiori celesti

Essi pensavano che lei fosse triste,
di una tristezza violacea
( eppure fragile squisita)
nelle sue digressioni fredde

e tra tutti quei reliquati
– della tossina magnifica
– del terribile silenzio
– della funeraria estraneità
Aveva invece una certa magnificenza
una sua interna voce pallida – da prima comunione –
nel pensare a come quelle sue labbra amate
erano meravigliosamente fredde
ma una parte del suo corpo tremante
(allora allora –
quando lei osava sopportare
la perfezione che agghiaccia)

 

 

16 agosto
PERCHÉ POI SI ACCETTASSE LA SPOGLIAZIONE

Le piante di sorbo circondavano la casa
come fiamme di un rosso rame
e in mezzo l’erba era morbida
come muschio o crescione
(e ogni cosa sembrava in attesa:
gli animali uccisi, gli alberi,
i campi, e tutti quei monti…)

In una regione crepuscolare senza cielo
tutto le appariva secco
distorto immobile,
perché poi si accettasse la spogliazione
come cosa naturale.
In quella debole colorazione ossidata
– di un metallico paesaggio 
perdersi così era come mettersi coi morti,
tra le impedimenta,
l’insanguinarsi,
il ripassarsi la lapide
nell’atroce ascetismo.
(Come può essere calma e immota la natura
– lei pensa –
come se sempre fosse un monco inizio,
livido e sontuoso e torbido
uno sguardo maniaco
– e nel presentimento selvaggio
 e nelle esalazioni secche della terra).

 

 

22 settembre
I FIORI ERANO FERMI E LONTANI

L’immenso abbandono degli uomini era intorno a lei
– e tutta quella ostinata vocazione alla assenza:
i fiori erano fermi e lontani
come fossero dipinti
(forse erano gigli di palude
grigi e azzurri)

Nel vasto mondo crepuscolare
aperto da ogni parte
oltre la – vasta – opacità diffusa
si intuiva il mare tragico,
i lontani tumulti allucinali
dell’orizzonte,
e il freddo aveva un che di immobile
– di angosciastico 
si vedevano scintillare cupi angoli.
Perfino l’alba fu modesta e pallida,
una prima visione lucida vetrosa,
con lo sboccio lontano dei fiori notturni,
l’ultima forma coagulata…
Lei voleva essere sempre
segretamente furiosa:
nella sovrapposizione dei flagelli,
– dei teratologici casi –
gli occhi morti, la lingua persa
quelle – sue – cogitazioni proibite
la nudità nella sua paurosa concisione…

 

14 ottobre
LA LINEA DEI COLLI È PRECISA – E NETTA

La linea dei colli è precisa – e netta
tra quelle valli celestiali
(minate):
e sono infocate tutte quelle morte vie…

Lei allora passa,
alla dissezione delle cose maestose,
nel tempo neutro
– in questo recesso –
negli anni vuoti,
anni di espiazione e delle cerimonie esequiali
(dove tutto è essenziale esatto nudo preciso corretto).
Ogni cosa pareva avere una brusca amara bellezza
in un suo certo estetismo nero e profetico:
i colori,pressanti e sanguigni
come la corolla di un fiore morto

il consuntore morbo,
forse una qualche lapidazione vera
la ossatura a sconnettere,
– tutta tutta la solitudine delle grandi pietre sgocciolanti
(tra le nubi di un bianco cretaceo,
a sorreggere quel mondo di silenzio
e di una strana disperata pietà)

 

Questi inediti di Villa Dominica Balbinot, tutti composti nel 2016, gettano una luce che non teme di essere cruda sulla «agghiacciante perfezione» della pallida, straniata bellezza nel mondo dissestato, funestato, infestato da «consuntore morbo», punture, dissezioni. Per questo, e non soltanto per il rosso-rame del faggio purpureo e per il rosso ‘insolente’, dallo splendore incurante, del sorbo, che qui si manifesta e che richiama Cespugli di sorbo del poeta tedesco, questi inediti riportano alla mente Gottfried Benn, non a caso annoverato da Cristina Campo tra i suoi “imperdonabili”. (Anna Maria Curci)

Martingala #3: Merulana

merulana

Via Merulana, google maps

Quello che so dalla Merulana l’ho imparato da Gadda e dalla passeggiata che compio ogni giorno, come la consegna a rifare il letto di un soldato. Il breve avvallamento dopo San Giovanni, quando crocia i binari della Labicana, poi la risalita verso Santa Maria Maggiore, la piena di grazia e la bella delle belle, con la sua larga facciata complessa e il campanile più alto della città. Sembrerebbe breve, la Merulana, a cominciarla, ma è una delle vie più lunghe di Roma. Per un trucco dell’ottica ogni isolato rischia di sembrare metà strada, ma non lo è quasi fino al ninfeo di Mecenate, che in tempi passati era un posto gentile. (altro…)