letture

#PoEstateSilva #35: Franco “Bifo” Berardi, Massimiliano Geraci, da Morte ai vecchi

“Vecchio isterico”, pensò Luca Ferenczi montando sul suo bolide. “Chi si crede di essere questo stronzo? E che mi importa di lui in fondo? Troverò un altro modo per risolvere questo problema.”
Doveva concentrarsi su quell’urgenza maledetta, sull’imprevista piega che aveva preso il suo lavoro, la sua creazione, la sua impresa. Avrebbe voluto creare un congegno di facilitazione universale dell’empatia – che ne sapeva lui di empatia? – ed ecco che si trovava a fare i conti con un impulso assassino che si muoveva come un’onda, come un’epidemia. Cento volte aveva controllato il programma, linea per linea, protocollo dopo protocollo.
Nessun errore di codificazione ma un persistente disturbo nella trasmissione. Come se una traccia della vibrazione luminosa proveniente da Federica fosse rimasta impigliata nell’infosfera. Come se qualcuno avesse aperto uno spiraglio all’imprevisto, al sabotaggio, ma chi?
Pensò alla radiazione cosmica di fondo, il primo assordante vagito dell’universo, che ancora oggi i radiotelescopi continuano a captare dopo miliardi di anni. Mentre la sua Ducati accompagnava le curve che costeggiano il fiume, il fantasma di Federica lo inseguiva confondendogli la vista con tutti quei suoi veli svolazzanti. La testa chiusa in un casco avvolgente, i pensieri serrati in quella prigione nera e gialla con la visiera abbassata, Luca correva nel vento. Il vento doveva essere forte a giudicare dal frustare dei rami, ma nello spazio chiuso del casco nero e giallo il vento non era ammesso. E nemmeno la luce pensava Luca. Sbagliando. (altro…)

#PoEstateSilva #34: Katia Olivieri, poesie da Piove col sole

Questione di tempo

Non dire mai
a nessuno
quanto tu
ti senta sola
e vecchia.
Né quanto tu
sia stata
coraggiosa,
giovane e bella.
Non ti daranno
un giorno in più
per ringiovanire
né un giorno in meno
per ricordare.
Puoi dirlo ai pochi
che non hanno
tempo da sputare.
Ma non ai tanti
che si trastullano
tutto il tempo
con il tuo tempo
ancora
più prezioso.

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#PoEstateSilva #33: Pietro dell’Acqua, Aria fritta

Si sta a pelar patate, in silenzio.
Apre la bocca e le dà fiato:
«Pensa te cosa diranno di noi, noi che ci affidiamo ai nostri mugugni, al linguaggio per intenderci, ci affidiamo alle rime e alle assonanze come se nella lingua fosse indicata, tramite queste, la via da percorrere verso l’autenticità, che parola abusata piena d’aria!, verso la consapevolezza di ciò che siamo o non siamo, verso un senso da dare alla frase. Pensa come rideranno dei nostri tentativi falliti di formulare un pensiero più complesso di Ugo mangia la mela, di comprendere le Leggi tramite esperimenti e apparecchiature complicatissime, che oltretutto non funzionano diranno. E l’energia, si sbellicheranno vedendo le nostre tecniche da piromani squilibrati che consistono solo nel
bruciare qualsiasi cosa ci capiti tra le mani: siamo uomini delle caverne che accendono il fuoco. Poi su tutto la nostra mania di protagonismo, quelle favole sull’universo al cui centro ci siamo noi, tutto è qua per noi, dei e arcangeli e oracoli e stelle cadenti e filanti scomodati solo per blandirci voi siete er mejo, quante istituzioni, tutte frutto, questo ce lo riconosceranno, pur nei nostri enormi limiti, della più fervida immaginazione, quante istituzioni per difenderci dalla nullità della nostra condizione, che altrimenti ci divorerebbe. Di cosa ci nutriamo? Siamo cannibali dei nostri compagni d’avventura, uccisi da noi o morti sul campo. Di quale ignobile violenza siamo capaci, e così subdola, sbranare facendo intendere che i morsi sono baci, si sganasceranno davanti alla nostra incoerenza, ai monumenti di pastafrolla eretti in onore delle opere di bene con fumosi discorsi per la pace e la concordia, all’incessante germogliare di colpi di sfollagente, kalashnikov e bazooka. Chissà quali differenze noteranno tra la copula grammaticale, quella animale e quella umana, magari si metteranno a contare il numero di possibili variazioni sul tema, useranno come parametro di giudizio lo spazio lasciato all’arbitrio o all’improvvisazione, chissà che non vinca qualche scimpanzé dall’aria furba che ci dà dentro da mattina a sera, senza tabù parentali o legati all’età, capace di farlo arrampicato su un albero o appeso a una liana. Il nostro sdolcinato poetare in versi, sempre in cerca di conferma nei suoni, che oltretutto abbiamo concepito noi, che la strada sia giusta – anche i poeti del giorno d’oggi, i rapper che urlano sopra una base martellante (altro…)

#PoEstateSilva #30: Massimo Parolini, poesie da La via cava

tu ridammi soltanto
il momento presente
la nuvola d’oro
che piove l’istante

*


e rimane
in un groviglio di fatti
quotidiani, dentro i lacerti delle
miserie mondane
sulla materia che fascia la mano
l’eco della stanza cava
che oval_mente accoglie
(inanellando l’ora)
)os_curando la tenebra(
circonferenze morbide

* (altro…)

#PoEstateSilva #29: Paolo Napol, È pronto. Inedito

Banco del pane, alle sette di un mercoledì sera qualsiasi. Davanti a me un signore e una signora che la generalità delle persone definirebbe “distinti” per età e atteggiamento. Lui si aggira attorno ai settant’anni, portati molto bene se non fosse per quel pancione da tenore che gli complica e rallenta i movimenti. Pochissime rughe, soltanto di espressione, attorno a due occhi che decisamente hanno guardato alla vita senza troppi sforzi.  Ha una coppola blu cobalto incalcata sui capelli che, strizzati, girano su loro stessi come dei trucioli avorio. Due baffi melange che mi ricordano le “effe” di un violino anzi di un violoncello considerate la taglia comoda e il peso.   Si rivolge alla signorina con una pacatezza che rimbomba nel parka in cui è rimasto ingolfato, il maglione senape che spunta dalla zip, una camicia bianca button-down e a becchi larghi infilata quanto più possibile in un paio di eccentrici tartan a vita alta. Al tenore forse piace il punk e nemmeno se ne accorge.

“C’era prima lei” è la risposta che consegna vergognoso a una signora campana dalla bocca carminia e procace e che sembra doppiata da una Loren in piena gloria. Non capisco se è lei o se sono le sue guance a ridere per lei. Sporgono e sembrano sorrette da due pieghe del viso che delineano la parte del mento o la mascella, non saprei. Non penso mai alla mascella delle donne. Gli occhi sono grandi, sproporzionati e sgranano come le femmine dei cartoni animati quando c’è elettricità e sentimento nell’aria. Pantalone nero relativamente stretto che fa da gambo a una mantellina rossa e tronchetto nero alla Loredana Berté. La signora sembra un funghetto grintoso, di certo non è velenosa. (altro…)

proSabato: Antonin Artaud, Lettera ai Rettori delle Università Europee

proSabato: Antonin Artaud, Lettera ai Rettori delle Università Europee

Signor Rettore,
in quell’angusta cisterna che voi chiamate “Pensiero”, i valori intellettuali marciscono come paglia.
Basta coi giochi linguistici, con gli artifici sintattici, coi virtuosismi delle formule, bisogna trovare la grande Legge del cuore, la Legge che non sia una legge, una prigione, ma sia la guida per lo Spirito smarrito nel suo labirinto. Più in là di ciò che la scienza potrà mai raggiungere, dove i fasci della ragione si frantumano contro le nuvole, esiste questo labirinto, punto centrale dove convergono le forze dell’essere, le ultime venature dello Spirito. In questo dedalo di muraglie fragili, oltre tutte le forme conosciute di pensiero, il nostro Spirito si muove, spiando i suoi movimenti più segreti e spontanei, quelli che hanno carattere di rivelazione, quest’aria caduta dal cielo, venuta chissà da dove.
Ma la razza dei profeti s’è estinta. L’Europa si cristallizza, mummifica lentamente sotto le bende delle sue frontiere, delle sue fabbriche, dei suoi tribunali, delle sue Università. Lo Spirito isterilito cede e si soffoca.
La colpa è dei vostri sistemi ammuffiti, della vostra logica del due più due fa quattro. La colpa è vostra, Rettori, tutti presi in sottili sillogismi. Voi fabbricate ingegneri, magistrati, medici cui sfuggono i veri misteri del corpo e le leggi cosmiche dell’essere; fabbricate falsi e ciechi eruditi di metafisica e filosofi che pretendono di ricostruire lo Spirito. Il più piccolo atto di creazione spontanea è un modo più completo e rivelatore di qualsiasi metafisica.
Lasciateci, dunque, Signori, non siate altro che Usurpatori. In base a quale diritto pretendete di canalizzare l’intelligenza, di conferire brevetti dello Spirito?
Non sapete nulla dello Spirito, ignorate le sue ramificazioni più nascoste ed essenziali, quelle impronte fossili più vicine all’origine di noi stessi, quelle tracce che riusciamo a rivelare, a volte, nei giacimenti più oscuri del nostro cervello.
Proprio in nome della vostra logica, oggi noi vi diciamo: la vita è in putrefazione, cari Signori. Guardatevi allo specchio, tirate le somme di ciò che avete prodotto. Attraverso il setaccio delle vostre lauree passa una gioventù sfiancata, perduta. Siete la piaga di un mondo, Signori, e tanto meglio per questo mondo, ma che si pensi un po’ meno alla guida dell’umanità.


© Antonin Artaud, in Lettere ai prepotenti, a cura di Marco Dotti, Stampa Alternativa, 1994 (L’Ombilic des Limbes, Paris, Nrf, 1925).

#PoEstateSilva #28: Nicola Dimitri, inediti

Olim

In questa operosa tentazione di essere
Mi sono sentito spesso svestito
E ancor più spesso
Fragile.

Ma quell’autunno era invaso
Tutto da una fresca estate ardente
e la tua solita guancia aperta
pronta allo sbadiglio
mi ricordava non la noia
ma un’occasione per ridere di gusto.

Quell’autunno
Eravamo in montagna ed io pensavo al mare.
Tra la neve e i ricordi e gli alberi così alti.
Quell’autunno anticipai le forme.
E non mi stupii se guardando la verde foresta,
osservai una barca.

Che con quegli alberi, non c’avevano fatto dei remi e degli scafi?
Che con quegli alberi, non avevano solcato il mare?
Il salpare per la neve pareva uno scalare un’onda assurda.

Quell’autunno anticipai le forme:
E affacciato sul crinale dei miei monti sparsi
Avvertì come fresco
Il bisogno del deserto.

Per desiderarci ancora, per perderci di nuovo,
per incontrarci almeno,
abbiamo bisogno della neve e del mare.
Ma anche della sabbia e del deserto.

Per desiderarci dobbiamo anticipare le forme
E poi le dobbiamo disertare.

*

Chi me le acconcia queste conchiglie sparse
Tra il mare
E i miei piedi ardenti.

Chi la mette in fila questa natura umanissima
Che non sono ancora in grado
di interpretare.

Come le stringo a me
Queste onde perse, che anche ora,
vanno a perdersi. Lontane. Laddove.

Come lo afferro questo orizzonte
Che fugge sotto la sua sabbia, questa criniera bianca
D’onda, che emerge nell’acqua incerta
e che mi fa perdere puntualmente il filo del discorso.

Cosa c’è in questa natura così umana, in queste onde fosche
E nei miei piedi ardenti,
In questo rumore sottile, in questo bagnarci d’acqua;
Dentro queste lettere ondivaghe
Prima bianche, poi, forse, blu.

Cosa c’è in questi cenni d’acqua d’un onda che viene o d’un’altra che va.
C’è un vago ricordo di pancia e di madre;
c’è un vocabolario che non sospettavo o
non avevo scoperto.

Tutto, qui.

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#PoEstateSilva #27: Fabiano Spessi, Inediti

CORPO INTERMEDIO

Il silenzio assoluto
interrotto solo da un grido,
l’Italia ha segnato contro la Germania.
Rubinetti chiusi, l’acqua immobile nei tubi
mentre cerchi in un cassetto documenti che
certifichino la tua identità. Siamo al 3 a 1 o forse
al 2 a 0, goal di Tardelli o Altobelli o Balotelli
o forse l’avversario è la Spagna o la persona
che non risponde al telefono. Mi ami ancora?
Una voce sfiora le vetrate, quest’anno sono
previste le solite code in autostrada e muri
sulle rotte dei migranti. Si confondono arrivi
e partenze, esodi e vacanze. È ora: le valigie
sono già davanti all’ascensore, tempo di gettare
il cuore oltre l’ostacolo. La porterai altrove
la tua anima celeste, lo troverai un rimedio
chilometrico all’agitarsi schizofrenico del tuo
corpo intermedio.

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#PoEstateSilva #25: Lorenzo Fava, cinque inediti

Menzogne

…sciolta l’incognita rimasta sola
al centro,
prezzata la caratura di ombre alfanumeriche
assemblate a fare
della nebbia scatti alti di poesia,
premuto l’indice alla tempia in cerca di un’idea
mentre all’orecchio mi sussurri l’ultima menzogna,
nel tempo che segue il tempo,
nella luce eiaculata dalle acque,
nell’attimo poco dopo la bugia e appena prima del rimorso

solo allora stacca la lingua dal taglio
e vola

*

Io che ho visto controluce le gengive della belva
altro non faccio che dipingere quel muso schizofrenico
che a volte al tramonto vedo riflesso nel cielo
mentre perde sangue dal naso
come avesse tirato l’orizzonte intero.

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#PoEstateSilva #21: Alessandra Versienti, quattro inediti

Scrivo poesie di resilienza
fuga all’inconsistenza
di parole usurate,
dall’insussistenza
di mood, job, web
and professional idea.
E tendo la rete – revolutionary
di significati
vivificanti
nella lunga apnea
di tempi liquidi e smossi – shaky – ,
consussistenza
della mia e nostra – mine and ours
vaga
fragile esistenza
(life che – a tratti, sometimes
si veste d’acquiescenza).

* (altro…)

proSabato: Dino Buzzati, Ricordo di un poeta

proSabato: Dino Buzzati, Ricordo di un poeta

Ero già un bambino completamente formato di fuori e di dentro, durante la notte facevo ormai dei sogni complicati e terribili; di giorno poi partivo per le grandi avventure, galoppando per esempio sul cavallo a dondolo con la lancia, la spada, la corazza, via per il deserto, invincibile principe indiano, oppure scavando nel fienile, sotto il culmine del tetto, misteriosi cunicoli che portavano alla stanza segreta del tesoro. Già ero insomma un bambino scatenato e fantastico. Ma lui non era ancora nato.
Andavo a scuola, sapevo già scrivere correttamente sotto dettatura parole come interpretazione, querceti, fescennini, alla mamma che veniva a prendermi, la maestra diceva che ero abbastanza bravo, d’autunno risalivo armato di Flobert le lunghe siepi, strisciando, dietro un povero pettirosso spensierato e sulla riva del fiume, al tramonto, quando il murmure della natura si leva dal silenzio (sempre meno voci d’uccelli, sempre meno richiami di mandriani attraverso le praterie, le nubi si raggelano, un pipistrello impaziente, e dietro la cresta delle montagne quell’alone scuro che si espande), sulla riva del fiume, dicevo, qualcosa di nuovo e struggente mi tratteneva immobile a guardare l’acqua scintillante di pagliuzze d’oro fra i sassi all’ultimo sole, e in quel moto instancabile, in quel flusso che andava, andava, forse confusamente, percepivo il tempo, il quale si era già impadronito di me e aveva cominciato a divorarmi. Tante cose insomma bellissime e insensate nonostante la mia breve età. Ma lui non era ancora nato.
Poi, un certo numero di anni essendo trascorsi, io dalla finestra socchiusa nascostamente guatavo le ragazze godendo lo strano modo in cui muovevano le membra e di conseguenza pensavo a cose mai pensate, d’altro canto in un mattino di aprile, sulla cima nevosa del Resegone, solo, assaporai le prime grandezze spirituali, e nei tardi pomeriggi libri spalancavano le porte verso città sterminate, oceani, valli deserte, templi in rovina, corti imperiali, alcove, giungle, fatalità immense, tutto questo depositandosi nelle profondità dell’animo a formare un mondo mai esistito prima, e col batticuore scrivevo su una busta: “alla Gentile Signora Mariuccia Ciropellini (si chiamava proprio così), viale del Carso 43, Città”. Ma lui era ancora un bambinetto scemo, brutto per giunta, che faceva lunghi capricci a motivo di un gelato.
Un altro piccolo salto. Io uomo fatto, lui appena adolescente. Ma una sera all’improvviso, in solitudine, all’insaputa della intera umanità, con una matita in mano, egli scrisse alcune righe, e subito cominciò a staccarsi da terra.
Volava un po’ sghembo, librandosi simile a falco giovanetto sopra le case e gli alberi, entrava e usciva dalle grandi nuvole bianche del cielo, si sentiva a casa Sua lassù; macché ali, un mozzicone di lapis copiativo fra le dita gli
bastava. Nel frattempo io percorrevo la strada dall’ufficio a casa, ero socio vitalizio del Touring Club, al circolo scacchistico godevo una certa estimazione, e la gente diceva che complessivamente avrei fatto la mia strada.
Io mi ordinai, ricordo, un paltò da sera blu e durante le prove mi rigiravo dinanzi allo specchio a tre luci cercando inutilmente di trovare decente il mio profilo, mentre il sarto stringendo gli spilli fra le labbra mi saltabeccava intorno e faceva dei segni col gessetto.
Inoltre mio zio Enrico, morendo, mi fece inopinatamente erede del suo negozio di tessuti in via Baldissera all’angolo col corso Libertà: ne fui felice, certo, ma personalmente non me ne curai e ad accudirlo misi un certo Invernizzi, onesto uomo. Nello stesso tempo lui viveva, il giovane visitato dagli dei. E ogni sua parola scritta cadeva come goccia di piombo nel mare del silenzio e dell’apatia che attornia l’uomo come se precipitasse a picco dalla suprema vetta del Goisantan e onde concentriche se ne dipartivano allargandosi sempre più per gli spazi abitati e oltre, finché battevano col tonfo selvaggio della risacca contro i cuori ; quelle buie, sanguinanti scogliere! (altro…)

#PoEstateSilva #17: Tomas Bassini, tre inediti

Non ho voglia di lasciarti questi tipi di giardino
da fine estate, questi parchi nel centro
che sono solo ortensie.

Non ho voglia di lasciarti le piste ciclabili−
pedonali, ancora questi parchi nel centro
che perdono in altalene.

Lo sai che è più che altro per te se non ne ho voglia
solo per te e per la santa figura che faresti
per come staresti meglio in altri posti
in altri modi. Lo sai

………………………………non moriremo democristiani
è bello poterselo dire e poi suona ancora bene
come una volta
non moriremo mai democristiani.

* (altro…)