letture

I poeti della domenica #400: Eugenio Montale, Siria

Siria

Dicevano gli antichi che la poesia
è scala a Dio. Forse non è così
se mi leggi. Ma il giorno io lo seppi
che ritrovai per te la voce, sciolto
in un gregge di nuvoli e di capre
dirompenti da un greppo a brucar bave
di pruno e di falasco, e i volti scarni
della luna e del sole si fondevano,
il motore era guasto ed una freccia
di sangue su un macigno segnalava
la via di Aleppo.

 

 

da La bufera e altro
Edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai
Con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini
Mondadori, “Lo Specchio”, 2019

I poeti della domenica #399: Eugenio Montale, Gli orecchini

 

Gli orecchini

Non serba ombra di voli il nerofumo
della spera. (E del tuo non è più traccia).
È passata la spugna che i barlumi
indifesi dal cerchio d’oro scaccia.
Le tue pietre, i coralli, il forte imperio
che ti rapisce vi cercavo; fuggo
l’iddia che non s’incarna, i desiderî
porto fin che al tuo lampo non si struggono.
Ronzano èlite fuori, ronza il folle
mortorio e sa che due vite non contano.
Nella cornice tornano le molli
meduse della sera. La tua impronta
verrà di giù: dove ai tuoi lobi squallide
mani, travolte, fermano i coralli.

 

da La bufera e altro
Edizione commentata da Ida Campeggiani e Niccolò Scaffai
Con scritti di Guido Mazzoni, Gianfranco Contini e Franco Fortini
Mondadori, “Lo Specchio”, 2019

proSabato: Cesare Zavattini, Il solito passo e Alla porta

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

IL SOLITO PASSO – ottobre 1953 – Il solito passo lungo via Vasi, legnano eventi questo passo alle cinque in punto, un passo calmo e sonoro che sparisce verso la Nomentana; non sapevo chi era, sarebbe bastato alzarsi dalla sedia o dal letto e dare un colpetto al nastro delle tapparelle guardare attraverso le fessure, ma la pigrizia mi ha trattenuto fino a due mesi fa circa. Era un tale sui 40 anni il quale, siccome camminava in salita, faceva passi lunghi e lenti verso la gamba che stava avanti ed aveva una faccia di bucato appena lavata e forse mi sembrava tanto serena, perché la mia non era serena; aveva scarpe gialle pulite, calzini marron e una camicia bianca aperta, avrei voluto sapere dove lavorava, poi me ne sono dimenticato.
Che notte quieta malgrado la pioggia. Una notte vidi i ladri, quattro, uno col sacco vuoto sulla spalla e guardavano le finestre come fanno gli spazzacamini o i suonatori ambulanti ma appena videro me che credevo di essere nascosto nell’ombra fuggirono così veloci che con le loro scarpe felpate fecero il rumore delle pernici quando si alzano.

*

ALLA PORTA – 1953 – Ho visto un povero che suona alla porta, domanda se gli danno qualche cosa e la serva va dai padroni che stanno mangiando, padre madre e prole, la moglie dice che sono i soliti, o forse no, dice il figlio maggiore, la serva dice che l’uomo ha detto che ha un braccio paralizzato e uno di figli col tovagliolo davanti va a vedere, finge di aggiustare i libri nello scaffale dell’anticamera, dà un’occhiata al povero; anche a lui sembra e non sembra, più no che sì, il padre ci va lui, l’anno scorso Uno faceva lo zoppo e poi siccome il diavolo fa le pentole non i coperchi, dice, per caso il figlio l’aveva visto che se ne andavano più zoppo e contento con duecento lire in mano, il padre avrebbe voglia di testare il braccio all’uomo, gli fa qualche domanda ma in fondo ne sa come prima, non si presentano impreparati, questi tipi, certi si sfregano gli occhi con la cipolla per sembrare piangenti. La moglie, passata anche lei per l’anticamera, rientra in camera da pranzo per un’altra parte manifesta nuovi dubbi. Diamogli qualche cosa. Quanto? Ha una carta da cinquecento, è troppo, uno dei figli ne ha una da cento e la moglie dice che secondo lei bastano cinquanta mentre il figlio maggiore dice con spregio cosa sono cinquanta lire? Il padre trova stupida la frase del figlio, alza la voce, la serva porta le cento lire all’uomo che sta là.

Quando l’amore arde al condizionale: «La morte di Penelope» (nota di Paolo Steffan)

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Venezia, Marsilio, 2019, 95 pp., 12 euro.

Racconto all’apparenza leggero ma subito penetrante, La morte di Penelope di Maria Grazia Ciani (Marsilio 2019) gioca sulla superficialità di un velo per dare profondità al mistero dell’animo di una donna straordinaria: è Penelope, sposa di Odisseo e presidio incrollabile in quell’Itaca sprofondata nelle gozzoviglie dei Proci, perché rimasta da vent’anni senza Re. Tutti la ricordiamo infaticabile e insonne tessitrice, nel suo fare e disfare la tela grazie alla quale procrastinare la propria scelta e, così, pur assediata dai Pretendenti, mantenere la propria fedeltà a un uomo distante, forse morto. Nel nostro immaginario la conserviamo ferma nella sua immobilità, «pietrificata (…), prigioniera» di un «ruolo» (p. 27). Nessuno di noi ricorda una sua parola: solo il gesto della tessitura, per seguire semmai il filo di qualche lacrima rigarle la pelle non più fresca delle gote, ancora capaci d’altronde di affascinare chi sappia cogliere – dietro gli occhi maturi di Penelope – il suo cuore predisposto all’amore, la sua «bellezza senza tempo». Ma già questa è una soglia oltre cui la lettura di Omero ci impedisce di andare, se non con l’immaginazione.
Così Maria Grazia Ciani, dopo una vita da grecista, traduttrice raffinatissima di Omero (sue le belle edizioni Marsilio dell’Iliade e dell’Odissea), ci fa dono di ciò che da lei desideravamo: sapere come «potrebbe (…) o meglio: avrebbe potuto» (p. 95) tessere la propria tela Penelope, se per un momento si fosse tolta la «maschera austera di sposa fedelissima» (p. 9), quel velo che può renderla agli occhi di un gagliardo Antinoo «misteriosa e sfuggente» (p. 7) e perciò ancor più fascinosa. Così, tutta la prima metà del racconto è all’ottativo: lui e lei sono rapiti egualmente da un fatale desiderio. La felice soluzione narrativa – già impiegata in Mentre morivo da un Faulkner estremamente omerico – è di offrire brevissimi capitoli aventi per titolo il nome del narratore in prima persona, ora Penelope, ora Antinoo: in questo modo siamo facilitati nell’auscultazione di pulsioni che sono attimi, sguardi, che conosciamo all’origine, dalle viscere del sentimento che segretamente i protagonisti covano l’una per l’altro, da noi osservati pedissequamente attraverso un duplice punto di vista interno. Ecco che ci è svelato di pagina in pagina un «pensiero tormentoso» fatto di interrogativi («potrò mai vederla da solo a sola?», p. 19), un «pensiero dominante» (p. 48) che riconosciamo già leopardiano con la nostra sensibilità di posteri. E par proprio talvolta di star leggendo il canto omonimo, quando Antinoo, rapito dall’amore, si sente prigioniero di quel pensiero che non lascia requie:

Da che ti vidi pria,
di qual mia seria cura ultimo obbietto
non fosti tu? quanto del giorno è scorso,
ch’io di te non pensassi? ai sogni miei
la tua sovrana imago
quante volte mancò? Bella qual sogno,
angelica sembianza,
nella terrena stanza,
nell’alte vie dell’universo intero,
che chiedo io mai, che spero
altro che gli occhi tuoi veder più vago?
Altro più dolce aver che il tuo pensiero?

(Giacomo Leopardi, Canti, XXVI, Il pensiero dominante, vv. 136-147) (altro…)

I poeti della domenica #398: Antonino Caponnetto, Senza titolo

 

Senza titolo

La verità che tante volte inseguo
è quella inafferrabile
di un dormiveglia quando è quasi l’alba,
perturbante pensiero e desiderio
che il risveglio cancella in un istante.
La cerco sul tuo viso mentre dormi.
E tu ti sveli come un singhiozzo.
Un nodo in gola, un vuoto, una morte.

.

Antonino Caponnetto, in Agonie della luce, prefazione di Beppe Costa, Pellicano 2015

I poeti della domenica #397: Ferruccio Brugnaro, Non si può spegnere

 

NON SI PUÒ SPEGNERE

Il mio grido è una ferita angosciosa
.                   una grande ferita.
Il mio grido è un acido
.                   forte, deciso
entro una quiete millenaria
.                             di frustrazioni
una quiete piena di delitti.
Non chiedetemi, non chiedetemi
.                   di soffocarlo.
È dolore antichissimo
.         di profonde differenziazioni
.                   divisioni
.                   morti.
Non chiedetemelo, non chiedetemelo più.
Il mio grido è amore viscerale
.                   uguaglianza
di tutti gli uomini e i popoli.
Non si può, non si può spegnere.

.

da Ferruccio Brugnaro, Le follie non sono più follie, Seam 2014 e Pellicano 2017.

proSabato: Cesare Zavattini, Il contadino – 1950

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica «proSabato» sul nostro blog.

 

IL CONTADINO – 1950 – Un contadino arava e pensava: bevo o no? Il bottiglione dell’acqua era fra l’erba, all’ombra. Berrò quando avrò fatto il giro del campo, proverò più piacere, va’, disse alla mucca, e non guardò i tre aeroplani che passavano. Uno si staccò dagli altri come un’anguilla e il contadino non fece in tempo ad accorgersene che ta ta ta ta gli sparò addosso e quando il contadino si buttò a terra era già in alto. Le pallottole avevano fatto una riga di fumo a pochi metri da lui, il bue non si era mosso. Passavano tante volte, dopo qualche minuto si alzava del fumo a Viterbo. Sentì il bisogno di sedersi, ma il rumore dell’aeroplano cresceva invece di calare. Allora torna. Si mise a correre verso la quercia, male nella terra smossa. La mitraglia fece risuonare la quercia come una cassa. Teneva gli occhi chiusi e il naso schiacciato contro la scorza della quercia, da una finestra della casa gridavano il suo nome, sulla strada passava un ciclista che andava forte, forse adesso sparerà contro il ciclista, un passerotto volò dalla siepe alla quercia. Come poteva vederlo da lassù? Lo vedeva, infatti stava arrivando per la terza volta con un frastuono che cavava i visceri. Il contadino accennò un pianto falso, da bambino, con l’illusione di difendersi. Era passato dall’altra parte della quercia senza guardare l’aeroplano con la faccia vicino a un lumacone. Eccolo ancora. Ma era solo un effetto acustico, che sparì com si fossa chiusa una porta. Aprì gli occhi, cominciò a cercarlo nel cielo e non lo trovò subito, era un punto. Lasciò passare parecchio prima di muoversi.

 

© Cesare Zavattini, in Straparole, Bompiani, 1967.

I poeti della domenica #396: Roberto Lamantea, t’innevi/ in azzurri lacustri e rari

 

.                                    t’innevi
in azzurri lacustri e rari,
fiumi di cere e nevi
in lumi e ori,
da rive m’inorli,
da luce azzurra invaghita,
là nel selvoso manto
di neve smarrita, e di gioielli il bosco
contempla rami e pini;
t’innamori d’aria appassita
come un ciclamino.

.

Roberto Lamantea, in Xilofonie, 1994

I poeti della domenica #395: Roberto Lamantea, Se la dolcezza è delicata mimosa

 

Se la dolcezza è delicata mimosa
la ferita sanguinerà quarzo,
la memoria oscillerà da rèsine e cere.
La bellezza si specchia in pugnali d’oro.
L’alba gelata, le rose selvatiche,
i cardi velenosi lo sanno.
.

31-XII-1978 ore 21.35

 

Roberto Lamantea, in Xilofonie, 1994

Giovanni Peli, Onore ai vivi. Nota di lettura di Michele Paoletti

Di fronte a sedici millimetri di vita altra che sarà, Giovanni Peli sceglie di cantare in maniera lucida e onesta e lo fa con parole crude e affilate. Canta la nascita, canta il desiderio, l’attesa e non la speranza e attraverso il canto cerca di riportare la parola alla sua origine, ad una nudità, una sorta di magma primordiale. Da questo magma ha origine la poesia, poesia che è vita – deve necessariamente esserlo – e non letteratura, pena la sua perdita di senso, di contatto profondo con la realtà: onorare i vivi è dunque cantare della vita stessa tenendo presente che ciò che scriviamo esiste da prima.
Onore ai vivi è anche una critica ad un certo tipo di poesia fine a sé stessa, morta nel momento in cui lascia traccia sulla carta, incapace di attraversare il foglio, di bucare la realtà; una poesia che onora soltanto chi la scrive, non è catastrofe dubbio eterno ma semplice esercizio. La poesia secondo Giovanni Peli deve necessariamente essere un atto rivoluzionario, così come lo è la vita nella pancia di mia moglie, perché il libro racconta anche questo: in verità arriva un figlio – scrive Peli – hai paura di non saper scrivere dopo di lui.
L’Altro – i sedici millimetri di ecografia – contiene in sé una potenza distruttrice e generatrice, già si colloca in uno spazio bianco, una distanza irraggiungibile, incolmabile, può scegliere se vivere/ o occupare il suo posto nel mondo. Il poeta-padre decide dunque di regalare terra fertile da coltivare, come scrive Giulio Maffii nella prefazione, consegnare un mondo imperfetto così com’è, con le sue innumerevoli trappole, i luoghi comuni e altre truffe, dove massimo non significa migliore, dove nascere non è una colpa e neppure sopravvivere.

© Michele Paoletti

 

1

dici cantiamo ancora
abbiamo distrutto a sufficienza
così la voce torna
da pulsazioni di roccia
cosa canteremo
non come i vecchi poeti
travestiti di nuovo
non come l’intelligenza artificiale
che imita il meglio di noi
canteremo il desiderio
pericoloso
ancora e ancora

(altro…)

proSabato: Gianni Rodari, La giostra di Cesenatico

Una volta a Cesenatico, in riva al mare, capitò una giostra. Aveva in tutto sei cavalli di legno e sei jeep rosse, un po’ stinte, per i bambini di gusti più moderni. L’ometto che la spingeva a forza di braccia era piccolo, magro, scuro, e aveva la faccia di uno che mangia un giorno sì e due no. Insomma, non era certo una gran giostra, ma ai bambini doveva parere fatta di cioccolato, perché le stavano sempre intorno in ammirazione e facevano capricci per salirvi.
«Cos’avrà questa giostra, il miele?» si dicevano le mamme. E proponevano ai bambini: – Andiamo a vedere i delfini nel canale, andiamo a sederci in quel caffè coi divanetti a dondolo.
Niente: i bambini volevano la giostra.
Una sera un vecchio signore, dopo aver messo il nipote in una jeep, salì lui pure sulla giostra e montò in sella a un cavalluccio di legno. Ci stava scomodo, perché aveva le gambe lunghe e i piedi gli toccavano terra, rideva. Ma appena l’ometto cominciò a far girare la giostra, che meraviglia: il vecchio signore si trovò in un attimo all’altezza del grattacielo di Cesenatico, e il suo cavalluccio galoppava nell’aria, puntando dritto il muso verso le nuvole. Guardò giù e vide tutta la Romagna, e poi tutta l’Italia, e poi la terra intera che si allontanava sotto gli zoccoli del cavalluccio e ben presto fu anche lei una piccola giostra azzurra che girava, girava, mostrando uno dopo l’altro i continenti e gli oceani, disegnati come su una carta geografica.
«Dove andremo?» si domandò il vecchio signore. In quel momento gli passò davanti il nipotino, al volante della vecchia jeep rossa un po’ stinta, trasformata in un veicolo spaziale. E dietro a lui, in fila, tutti gli altri bambini, tranquilli e sicuri sulla loro orbita come tanti satelliti artificiali.
L’omino della giostra chissà dov’era, ormai; però si sentiva ancora il disco che suonava un brutto cha-cha-cha: ogni giro di giostra durava un disco intero.
«Allora il trucco c’era, – si disse il vecchio signore. – Quell’ometto dev’essere uno stregone».
E pensò anche: «Se nel tempo di un disco faremo un giro intero della terra, batteremo il record di Gagarin». Ora la carovana spaziale sorvolava l’Oceano Pacifico con tutte le sue isolette, l’Australia coi canguri che spiccavano salti, il Polo Sud, dove milioni di pinguini stavano col naso per aria. Ma non ci fu il tempo di contarli: al loro posto già gli indiani d’America facevano segnali col fumo, ed ecco i grattacieli di Nuova York, ed ecco un solo grattacielo, ed era quello di Cesenatico. Il disco era finito. Il vecchio signore si guardò intorno, stupito: era di nuovo sulla vecchia, pacifica giostra in riva all’Adriatico, l’ometto scuro e magro la stava frenando dolcemente, senza scosse.
Il vecchio signore scese traballando.
– Senta, lei, – disse all’ometto. Ma quello non aveva tempo di dargli retta, altri bambini avevano occupato i cavalli e le jeep, la giostra ripartiva per un altro giro del mondo.
– Dica, – ripeté il vecchio signore, un po’ stizzito. L’ometto non lo guardò nemmeno. Spingeva la giostra, si vedevano passare in tondo le facce allegre dei bambini che cercavano quelle dei loro genitori, ferme in cerchio, tutte con un sorriso d’incoraggiamento sulle labbra.
Uno stregone quell’ometto da due soldi? Una giostra magica quella buffa macchina traballante al suono di un brutto cha-cha-cha?
– Via, – concluse il vecchio, – è meglio che non ne parli a nessuno. Forse riderebbero alle mie spalle e mi direbbero: «Non sa che alla sua età è pericoloso andare in giostra, perché vengono le vertigini?».

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

Flavia Tomassini, La vita sul pianeta (inediti)

Finestre, di ©Luciana Riommi

Flavia Tomassini
La vita sul pianeta

 

POLITICA

La vita in appartamento
mi preoccupa.
Mi preoccupano
le piogge
e le stanze,
la mancanza di cielo.
Mi preoccupa la città,
le pozze di foglie
che otturano le fogne.
D’improvviso mi preoccupa
il governo delle Nazioni.

Le difficoltà congenite.
Le malattie.
La fame,
i crampi e la sete.
Il pianeta che brucia si vede dallo spazio.
Mi preoccupa l’angoscia.

Questa nostra coscienza sociale.

L’angoscia chimica, sovversiva, territoriale.

Domina i corpi e le vite.

 

ROAD TO HAPPINESS

Percorro la stradina buia,
Johnny canta del perché
indossa il nero per gli emarginati
e l’ingiustizia
di non essere rappresentati.
Questa strada corre via
per un cavalcavia bucato dai binari.
Quando arriva il treno,
arrivano i fanali
prima di venire risucchiati
dalla voce bassa delle rotaie,
dall’uomo in nero
che predica alla radio
la strada per la felicità.
Passato il pensiero di morte,
è la morte delle avversità.
L’avvenire è luminoso.

(altro…)