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«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

Valentina Colonna, l’inesprimibile sguardo (di R. Canaletti)

(foto di R. Canaletti)

Nella Gymnopedie n. 1 di Satie, Aldo Ciccolini vede un vuoto irrecuperabile. Quello proprio delle note che si posano, quella cadenza docile delle cose che non dovrebbero essere dette e che invece, attraverso l’arte, riescono ad assumere una forma. La cadenza sospesa (2015) recupera Satie in qualche modo, da una certa angolatura si può notare come Valentina Colonna appunti dei passaggi, delle vere e proprie note, sulla pagina. Valentina Colonna non scrive e basta, compone.

[…] Il tempo non va
che dove non sono.

Bisogna pensare a qualcosa di estremamente delicato ma anche profondo, ponderato, lasciato a fiorire tra la neve, nella docile prestazione degli oggetti e degli uomini su questa terra. Perché la poesia di Valentina Colonna è fisica e raccoglie con sé la luce dell’andare e del tornare, del muoversi. “La cadenza sospesa” sembra quasi impercettibile. Eppure prende corpo nei versi e cerca qualcosa di puntuale e specifico: la gioia. Perché la solitudine, che colora l’intera raccolta, non esita un istante: la gioia. Presa in contrapposizione magari, nel cloisonnisme che specifica i profili.

Ora che sono tornata
sono vuote le strade.
È finito anche il mercato
qui alla Crocetta.

Il lampione rovescia accanto,
appisola, poi passeggia
i muri fischiando.

Un tram è appena passato
e appesa ha lasciato la scritta “affittasi”.

Un tram la vedeva ogni sera.
chissà chi era ieri.

Quel tram che «è appena passato« è una possibilità. Ma non il ridondante e retorico «i treni passano una sola volta nella vita». La possibilità è esistenziale, è prima di tutto proprio la possibilità in sé, non un semplice percorso. La scrittura di Valentina Colonna è costellata di queste aperture, seppur sintetiche, di aria. Un’aria misurata, quella del respiro. E solo quella! Non c’è orpello che regga nel versificare: c’è una scelta attenta e cauta, fatta di immagini brevissime, che coinvolgono tutto ciò che è sufficiente (appunto l’aria per un respiro). Oltre quello lo spazio bianco, il punto a ricordare una certa “cadenza”. Mario Luzi diceva: «L’eccesso di parole significa scarsità di parole». Valentina Colonna sa prendere quest’insegnamento e sa farlo suo, lasciando aperto un non detto («[…] In fondo sai/ che i miei silenzi da sempre/ arieggiano tra le foglie armoniche/ per la nostra casa sollevata»). (altro…)

“Quel Carso felice”, antologia di Srečko Kosovel a c. di Michele Obit (intervista di Amalia Stulin)

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Quel Carso felice, quell’amara Europa

Nel novembre dello scorso anno, in libreria è apparsa un’interessante novità editoriale che rientra a pieno in quei territori letterari che ormai da più di un anno vengono esplorati qui nella rubrica «Ostri ritmi» (qui). Si tratta di un’antologia di liriche scelte dedicata al poeta sloveno Srečko Kosovel, proposta dall’editrice triestina Transalpina, interessante realtà nata da un’iniziale esperienza libraria, che ad oggi può vantare più di quindici anni di pubblicazioni. Il catalogo è specializzato in testi riguardanti il territorio locale, con una spiccata attenzione per l’escursionismo e le attività naturalistiche, senza però dimenticare la letteratura che celebra quel territorio: Quel Carso felice, l’opera di cui parleremo, si inserisce infatti nella collana «L’elleboro verde», ancora agli inizi, accanto al classico di Scipio Slataper Il mio Carso.
Le poesie di Srečko Kosovel non sono inedite in Italia, per quanto la loro diffusione sembri limitarsi essenzialmente alla regione transfrontaliera. L’aspetto di maggiore interesse non è quindi la novità nel panorama italiano, quanto la scelta di affidare traduzione e cura del volume a Michele (o Miha) Obit, traduttore di lunga data e poeta lui stesso, che «Poetarum Silva» ha già avuto modo di incrociare diverse volte (qui). L’opera si presenta come una raccolta di poesie con testo a fronte (scelta doverosa), purtroppo priva di un apparato critico di note che vada a contestualizzare in maniera puntuale le considerazioni fatte nell’introduzione, scelta forse dovuta al taglio maggiormente divulgativo che si è voluto dare al libro.
Per poter presentare da un punto di vista privilegiato i contenuti di quest’opera, ho chiesto allo stesso Obit di integrare con i suoi pensieri le mie riflessioni, rispondendo a qualche domanda sul suo lavoro di scelta dei testi e su altre questioni che riguardano lo spirito con cui nasce questo libro. La proposta è stata accolta con grande cortesia e disponibilità e ha portato a questo scambio, forse breve ma ricchissimo di spunti che speriamo spingano altri lettori alla scoperta di un autore fortemente attuale, che ha vissuto in una terra e in un’epoca cruciali per lo sviluppo di un capitolo fondante la Storia d’Europa.

© Amalia Stulin

Già il titolo di questa antologia pone subito l’accento su due punti. Il primo è certamente che il Carso, con la sua natura, sarà il centro di gravità di questa raccolta. Per questa ragione avete scelto di non includere i testi maggiormente spinti verso la sperimentazione, in cui al territorio, se c’è, non ci si riferisce mai direttamente. Un componimento come Notturno [Nokturno] ha però molto del «poeta “elettrico”», come tu lo chiami, degli Integrali. Come si concilia la violenza che si percepisce in quei versi coi lunghi silenzi e i rumori distanti protagonisti delle altre liriche?

Il titolo è un gioco di parole poiché richiama il nome Srečko, che in italiano sarebbe Felice. È un’idea della casa editrice Transalpina di Trieste, che ha voluto dare seguito ad una sua precedente pubblicazione, una riedizione de ‘Il mio Carso’ di Scipio Slataper. Raccontare con un breve intervento introduttivo e i suoi stessi versi il Carso di Kosovel significa soffermarsi sul suo primo periodo, quello impressionista, che dal punto di vista poetico è legato ad uno stile abbastanza classico (ma teniamo conto che Kosovel quando scriveva questi versi aveva meno di 20 anni), anche se iniziano a notarsi degli accenni del poeta costruttivista. Riguardo la poesia che hai citato, Kosovel conosceva le composizioni per pianoforte di Beethoven perché le suonava la sorella Karmela, in esse percepiva la necessità di un risveglio, come quello del suo popolo da un sogno passivo, ma chi voleva battersi per degli obiettivi morali assieme a lui doveva rinascere un’altra volta dentro di sé. Sono i primi segnali della nuova fase di Kosovel, dove il Carso scompare lasciando spazio al riconoscimento, con una visione profetica, dell’agonia dell’Europa.

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Il secondo punto riguarda l’aggettivo. È davvero un “Carso felice”? La domanda può sembrare superficiale, ma riguarda il rapporto personale tra l’autore e il paesaggio che canta. Penso a un’opera paradigmatica proveniente dalla letteratura americana, come può esserlo Paterson di William Carlos Williams. Autore e paesaggio si compenetrano e non è più chiaro dove finisca l’uno e dove inizi l’altro. Per William Carlos Williams esiste un “uomo-città” (o una “città-uomo”, se si vuole); per Kosovel esiste un “uomo-Carso”? E questo uomo, è un uomo felice?

Se fosse felice non lo so. Probabilmente se limitiamo la pur breve vita di Kosovel al suo rapporto con il Carso, potrei rispondere di sì. Era il luogo dell’infinito ritorno, come l’ho chiamato provando a dargli una definizione, era il luogo della nostalgia quando si trovava a Lubiana, era il paese, la sua famiglia, i pini, la bora, con un’altra possibile definizione il suo microcosmo. Ed era anche il luogo delle belle parole, belle perché semplici (Preproste besede, Semplici parole), da contrapporre a quelle dure e spesso vane di chi vive e scrive da una città. Ciò che poteva rendere infelice Kosovel era il ‘contorno’ sociale e politico di quel tempo: una guerra mondiale appena conclusa, una seconda che si stava già profilando, la creazione di un confine che divideva Lubiana dal Carso e quindi lui, studente in città, dalla sua famiglia, i primi già tragici episodi di violenza fascista a Trieste. Tutto questo ovviamente non poteva non scuotere un animo come il suo.

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A proposito di Quel Carso felice, non ho potuto evitare di pensare a un’altra operazione per certi versi simile, condotta da un grande autore contemporaneo. ʿAbbās Kiārostami, maestro del cinema (e non solo) iraniano scomparso da poco, ha ricevuto aspre critiche quando ha pubblicato una raccolta di haiku i cui versi altro non sono che gli emistichi smembrati del Canzoniere del poeta Ḥāfeẓ, figura sacra nella letteratura persiana. Un po’ come se in Italia qualcuno rimescolasse le terzine dantesche. Nel nostro libro l’integrità dei componimenti viene rigorosamente rispettata e non ci troviamo certo di fronte a un vero caso di appropriation art, ma mi chiedevo se anche tu avessi sentito il “peso” del materiale su cui stavi lavorando, un qualche tipo di senso di responsabilità nei confronti di un autore tutt’altro che secondario come Kosovel.
Hai ricevuto qualche feedback da parte della critica (penso soprattutto a quella slovena e transfrontaliera di ambito triestino) a questo proposito?

Ho riflettuto non poco prima di accettare l’invito della casa editrice, credo per il rispetto che provo verso la Parola, uso l’iniziale maiuscola non a caso. Ho incontrato Kosovel tantissimi anni fa traducendo alcune sue poesie infantili, ma ero inesperto, alle prime armi. In realtà il primo incontro vero e proprio è avvenuto quando sono andato a visitare per la prima volta, sempre molti anni fa, la casa dove ha vissuto i suoi ultimi anni e la sua tomba, a Tomaj. Non so se vale per tutti, ma per me conoscere i luoghi di Kosovel è stata una sorta di epifania, di rivelazione. Ci ritrovi ancora oggi i paesaggi descritti da lui, e riesci ad immaginarlo, in quale modo è ancora lì. Puoi capire come questo aiuta molto, poi, nel lavoro di traduzione.
Riguardo la critica, il libro nel Triestino, anche non sloveno, è stato ben accolto. Quando ha comparato le traduzioni con altre meno recenti, dicendo che la differenza si nota, forse non intendeva in negativo.

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Ostri ritmi #16: Neža Maurer

Dež

Ena kaplja — to ni dež.
Dve kaplji tudi ne.
Ko pa mi številk zmanjkuje,
slišim: — Ej, kako dežuje!
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Pioggia

Una goccia – questa non è pioggia.
Due gocce nemmeno.
Quando però perdo il conto,
sento: – Ehi, come piove!

 

Kam?

Kam so se skrile planine?
Zavile so se
v dolge meglene obleke
in nekam daleč odšle.

Kam so izginile rože
in ptiči in listi z dreves?
Na veter jesenski so sedli
in odleteli na ples.

V teh sivih jesenskih dnevih
še mi bi za njimi odšli —
a megla poti nam zagrinja
in burja nam piha v oči.
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Dove?

Dove sono finite le colline?
Si sono ammantate
con lunghe vesti nebbiose
e lontano se ne sono andate.

Dove sono i fiori e gli uccelli
e le foglie dagli alberi andati?
Seduti sul vento d’autunno,
sono a ballare volati.

In questi grigi giorni d’autunno
con loro pure noi ce ne andremmo ora –
ma la nebbia ci copre la strada
e negli occhi ci soffia la bora.

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Inediti di Adriano Padua

© René Magritte, La Reproduction Interdite, 1937, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam

*Consigliamo di usare la modalità “Rotazione schermo”
per una lettura più agevole di testi*

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la somma delle voci sovrapposte, pensiero dominante omologato, appresso un senso
.                                                         [di sopraffazione, familiare, con la ferma certezza
di non poter sparire un’altra volta, nessuna redenzione né speranza, la realtà una possibilità,
.                                                         [di scelte obbligatorie,
i fatti si dimenticano, svaniscono graduali, rimangono parole, nient’altro per adesso,
.                                                         [ed è paradossale tutto questo, ma succede
dipinto nello spazio di una tela, nel vincolo di un tempo travisato,
.                                                         [che ci cancella rigido e uniforme, inosservabile,
quest’aria è velenosa, guastata, sa di plastica, ma serve ancora ossigeno, anche contaminato,
.                                                         [dobbiamo respirare e su di noi
si sente il peso addosso della polvere, la strada si allontana, è un viaggio all’incontrario,
.                                                         [nessuno da incontrare, ci sono solo nomi

 

In preda ad insignificanti sogni, osservano precise imposizioni, con uno specchio in tasca,
.                                                         [luminoso, la faccia replicata in ogni schermo,
arresi nei sorrisi, volti modificati, si inventano valori inesistenti, per puro istinto di sopravvivenza,
.                                                         [nell’influenza propria del potere
di cui sono soldati, ne sposano la causa, inconsapevolmente, e grazie al cielo stanno tutti bene,
.                                                         [ritorneranno a casa sani e salvi, come sempre
mentre fa buio fuori, gli spettri riconquistano le strade, dispersi tra edifici di parole, in zone
.                                                         [temporaneamente autonome, a celebrare il suono,
le finestre nascondono letti bruciati, e le fabbriche brillano spargono morte, agisce per oracoli
.                                                         [il pensiero magico, li rassicura, rinchiusi tra le loro
quattro mura, coi quadri appesi e il vuoto accumulato, i chiodi l’odio e i cristi crocifissi, pareti
.                                                         [screpolate, abissi che s’elevano, tra spazi circoscritti

 

disegnato, un paesaggio mancante, che nasconde la pioggia alla stanza, non si può dare un volto
.                                                         [alle ombre, non un nome al silenzio incombente,
scena senza memoria, irrisolta, ambientata in un luogo a cornice del niente, che si svolge per
.                                                    [fasi, quasi statiche, con variazioni prive di rilievo, nei dettagli,
i giorni come un marchio, tatuato, rimangono indelebili, abitano la pelle, non li estrai,
.                                          [si insinuano tra i pori dove ora, l’odore di quest’acqua è una ferita,
non sanata, e le parole sono interferenze, sonora anestesia, attenuano il reale, la sua violenza
.                                                         [nell’assuefazione, mentre ogni cosa resta al proprio posto,
condannata, a compimento intorno del disordine, in apparenza privo di dinamica, elementare,
.                                                         [nella sua assenza di rigore e regole, nell’incodificabile
linguaggio dato dalla posizione, si anima lo schermo, è vuoto il muro, e intanto si confondono tra
.                                                         [loro, la fine con la rappresentazione, le profezie e il futuro

 

la notte respirata dall’esterno, il buio speculare delle case, che scompaiono, comprando con
.                                                         [il tempo la realtà, ma senza possederla,
da consumarsi preferibilmente, mai e poi mai per sempre, adagio transitando, tra volti che non
.                                                         [hanno connotati, nomi ignoti.
questa città che non finisce più, incubatrice d’odio, divora l’aria e il suolo, cratere rovesciato
.                                                         [verso il cielo, all’incontrario,
si osserva con lo sguardo spiritato, è un’allucinazione, molesta, nella testa, contrasto di tensioni
.                                                         [bipolari, pulsanti nello stomaco
in subbuglio, laboratorio in cui si riproduce il male, labirinto, enorme ed anormale, d’asfalto
.                                                         [logorato, irregolare, senza uscita
segnato dalla pioggia e dal passaggio, percorso con un’andatura incerta, trascinata, e il cielo non
.                                                         [si placa, è una ferita aperta sulla strada.

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© Adriano Padua

Inediti di Gianmarco Busetto

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aggiusto la camicia, mastico una voglia
il pomeriggio, lo schiaccio tra le dita
queste mura di cinzano e rosette, troppe volte
mi hanno visto pregare: l’amore di pulire
il fegato di resistere, la gola di smettere
Piero dice − mia madre era strana:
leggeva Schopenhauer e portava tacchi alti

sapesse Piero quante volte ho immaginato
sua madre stesa a gambe aperte
ora non sarebbe così mieloso
− da queste parti lo strano era mio padre − dico io
− mi picchiava con la cinghia e portava le bretelle
sotto al cavalcavia oggi, hanno
gettato due cessi nuovi di zecca
domani saranno delle ortiche
oggi della stupidità

 

*
da qualche parte sarà domenica e azzurro
preghiere che partoriscono inguini, sandali
e altri splendori da leccare

il parco è una lingua amara e il cielo
lo straccio di dio

steso sull’erba nera scippo bocconi ai topi e
penso che, in fondo, il credersi indispensabili
sia solo un peccato minore, che cosa più
grave sia perseguire la bellezza
crederla saldo, pensarla salvezza

altalene e scivoli sono coperti d’ortica

i bimbi dell’ultimo nascondino non sono mai stati trovati

oggi il parco è una marcetta da camposanto
una lingua amara che accompagna a gole straniere

solo gli occhi del mio cane mi chiedono
corsa in direzione contraria

 

*
e ci sono sbagli che vorresti riempire di fiori
qualche cadavere di ricordo da seppellire nel miele
un belato di niente al quale trapiantare un fegato
c’è una rabbia, di notte, che alla luce tradisce sorrisi
e ci sono danze, scherzi e carnevali muti
come vedove, come qualcosa che tace più per decenza che
per dolore, come me che ti chiedo – Come ti chiami? –
e tu che mi rispondi – Neanche una goccia, nemmeno una – (altro…)

Franca Mancinelli, da ‘Libretto di transito’ (Amos edizioni)

 

Franca Mancinelli
da Libretto di transito (Amos edizioni, 2018).

Collana A27 a cura di Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra
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Non è solo preparare una valigia. È confezionarsi, vestirsi bene. Entrare nella taglia esatta della pena. Gesti a una destinazione sola. Calzando scarpe che non hanno mai premuto la terra, dormiremo nel centro dello sguardo, come neonati.

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A volte un breve annuncio ricorda la linea gialla, a volte è soltanto un rumore che si avvicina. La fenditura che si apre dev’essere arginata subito con le mani che si aggrappano a qualcosa, gli occhi chiusi. Ci si stringe alla panca, agli oggetti che si hanno con sé, fino a che il treno trascorre al nostro fianco. Con il tremore di qualcosa di enorme, per cui dobbiamo ancora aspettare.

 

*
Viaggio senza sapere cosa mi porta a te. So che stai andando oltre i confini del foglio, dei campi coltivati. È il tuo modo di venirmi incontro: come un’acqua in cammino, diramando. Guardando dal finestrino, ti ho letto nel viso finché c’era luce.

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foto di Sara Santana

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Libretto di transito è la storia dell’attraversamento di una faglia interiore. Seguendo il filo sussultorio di un viaggio in treno, per fotogrammi e sequenze sospese tra prosa e poesia, affiora la trama di un vissuto che si disfa e rientra nella natura. Come in un rito di passaggio, lasciandosi visitare dalle ombre, Franca Mancinelli ricompone i frammenti di un’identità aperta, che non ha mai abbandonato l’origine.

Franca Mancinelli (Fano, 1981), è autrice di due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013), uscito in anticipazione in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Una sua silloge è compresa, con introduzione di Antonella Anedda, nel XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017). Le sue brevi prose sono raccolte in Libretto di transito (Amos edizioni, 2018).

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Per informazioni sulla collana A27:
http://www.amosedizioni.it/Sito/collana_A27_poesia.html

Beppe Costa, ‘Per chi fa turni di notte’. Nota di lettura

Beppe Costa, Per chi fa turni di notte. Poesie 1967-2017, Associazione culturale Pellicano, 2017, pp. 110, € 10,00

Che la poesia civile sia, per Beppe Costa, una missione − colma di laicità − lo si conosce da tempo. Ne è conferma anche l’ultima raccolta, che raccoglie in un’apposita sezione testi editi  e inediti degli ultimi cinquant’anni di scrittura. Un volume dedicato a “chi fa turni di notte”, a chi «conosce la notte e il dolore» ma anche la «solarità e l’amore» che, sempre, nella poesia di Costa, vive. Ripensando al titolo ci si chiede se non sia possibile una eco di Izet Sarajlić − se non per lo stile almeno per l’intenzione che attraversa entrambi i poeti.

La potenza lirica di Beppe Costa contiene in sé la forza irrinunciabile della vita secondo un’etica, lo stimolo alla continua ricerca di un senso, la lotta per una dignità del vivere − che contagia il lettore−, lo slancio alla puntualità dell’esprimere ciò che si è, cosa si fa, dove si sta andando. La cautela (qui) è qualcosa che attraversa tutta la sua poesia − per lo meno quella che ci è dato conoscere grazie alle precedenti raccolte −, così come la sensibilità della sua voce persiste, nella forma di una resistenza decennale, in un presente svuotato di appelli sinceri, sempre più povero di verità che invece, il nostro, coglie e tiene salde nei suoi versi.

© Alessandra Trevisan

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questa non è una poesia d’amore
perché non ha fine né principio
sbanda a ogni curva s’infila
in ogni volto che passa vicino

questa è soltanto una vita inquieta
che non smette di penare e si offre
a ogni passante che afferra come può
sugli occhi nella bocca fra i capelli

la notte resta sveglia in poca luce
s’abbandona a ricordi non completi
finché ogni alba riporta la certezza
di non saper co’è la poesia e l’amore

 

(altro…)

I poeti della domenica #251: Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince


Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince…

Celeste è la lince, e il dio
dei tonni e dei tuoni lascia la casa
inabitabile, parte, e il mare
amoroso diventa vuoto, nuota, perde pesci e
liquide flore, semina venti, finché ir-
rompono le ondine viaggiatrici, e tagliano
l’arco saldo, e i lunghi cervi che temi, e
le viole ai voli delle betulle leggere,
mentre frana la trama delle fate
e corrono le zattere ai desideri del molo.

Da La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 120

proSabato: Cristina Campo, Nota #3 sopra la Liturgia

sotto falso nome

   Liturgia – come poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia ed appare inevitabile che, declinando la poesia da visione a cronaca anche la liturgia abbia a soffrirne offesa. Sempre il sacro sofferse della degradazione del profano.
La liturgia cristiana ha forse la radice nel caso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla Cena. Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: «Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me» – parola terribile che mette in guardia l’uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c’è sempre e non rimane a lungo e quando c’è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso – ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra i giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a colore che ispira.
   «E l’odore si sparse per l’intera dimora». Il nardo di Maria Maddalena profuma l’intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, tutte intrise di aromi e di fiori. Al nardo viene giustamente comparato l’incenso, che ha il potere di disperdere l’angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L’incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l’aroma dell’eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, alcunché di soavemente ferale. «Ella mi prepara la sepoltura» disse il Salvatore con altri balsami, in cerca del corpo venerato, esso non era più là. Come sempre non l’utile aveva servito alla vera celebrazione ma il superfluo: non l’azione ma la liturgia dell’azione. La vera imbalsamazione del Corpo del Signore era già avvenuta al banchetto, e insieme anche la sola unzione regale e sacerdotale che Egli mai ricevesse su questa terra. E più ancora: un principio di sacramento, giacché il corpo ch’ella così preparava era già l’«ostia pura, ostia santa, ostia immacolata» pronta all’offerta; e il suo bisogno di toccarlo, intriderlo di profumi e di lacrime, tergerlo con ciocche di cappelli, fondersi in qualche modo con esso, qualcosa di molto simile a una comunione. Inesauribile è il gesto di Maddalena, e in realtà Cristo affermò che per sempre ci si sarebbe ricordati di esso. Ciò che lo rende inesauribile è appunto la sua gratuità: tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a una dramma sola di quel nardo, come tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a un solo grano d’incenso bruciato al cospetto di Dio con cuore ardente.  Nel Mattutino del Grande Sabato del rito bizantino si cantano, rivolte a Giuda, queste parole: «Se sei l’amico dei poveri e ti rattristi dell’effusione di un balsamo per la consolazione di un’anima, come hai potuto vendere la luce a prezzo d’oro?»
   La complessità del gesto di Maddalena ne fa, come abbiamo detto, qualcosa che da liturgico diviene in qualche modo sacramentale. Ma si potrebbe ricordare, prima ancora del suo gesto quello non meno affidabile, se anche più semplice, dei saggissimi Magi. I quali, partiti alla ricerca di un fanciullo bisognoso di tutto, non gli recarono latte né panni ma le insegne della Sua triplice dignità di Profeta, di Sacerdote e di Re. Così mostrando che neppure Dio stesso, quando si mostri a noi perfettamente povero, ci dispensa dalla celebrazione simbolica della Sua gloria, quale è rappresentata dalla liturgia; e che questa, pur nel suo incessante attuarsi, rimane per eccellenza un’operazione contemplativa. Di una delicatezza e di una gravità che rendono, più che rischiosa, mortale ogni arbitraria modificazione.

da Note sopra la liturgia, in Cristina Campo, Sotto falso nome, Adelphi, 1998, pp. 127-129.

‘Le assaggiatrici’ di Rosella Postorino (nota di lettura di Patrizia Grassetto)

Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Milano, Feltrinelli, 2018, € 14,00

Di questo libro incuriosisce, da subito, il titolo e l’origine della storia narrata da cui molti sono stati incuriositi. Infatti l’autrice trae spunto da una vicenda vera del nostro passato recente – un passato che non possiamo dimenticare – e da cui inizierà poi un percorso di fantasia “realistica”.
Le ”assaggiatrici” sono davvero le donne che testavano il cibo di Hitler e la storia realmente accaduta è quella di Margot Wolk, assaggiatrice per lui nella caserma di Krausendorf.
Nella narrazione si ha invece la giovane Rosa Sauer, berlinese, fresca sposa che lascia la città dopo che il marito parte per il fronte e la madre muore sotto un bombardamento. Lei andrà a vivere dai suoceri in un piccolo villaggio di Gross-Partsch e, venendo dalla città, sarà sempre considerata un po’ straniera. È l’autunno del 1943; dalle prime righe:

Entrammo uno alla volta […] la stanza era grande le pareti bianche […] al centro un lungo tavolo di legno su cui avevano apparecchiato per noi […] quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo paura e fame.

L’orrore della guerra (non solo di quel fatto) si annida ovunque, in ogni luogo, in ogni momento, e procede oltre l’immaginario. Dall’assunto di Rosa si snoderà il suo racconto come protagonista che, assieme ad altre nove giovani donne, assaggerà il pranzo di Hitler: «il mio corpo – dirà – aveva assorbito il cibo del Führer».
Mangiare. Morire. Morire. Mangiare: mentre l’essere umano deve mangiare per vivere, le assaggiatrici mangiavano e potevano morirne. Erano affamate per mancanza di cibo e quel cibo poteva essere veleno. Ogni boccone come un ultimo respiro, a ciclo continuo.
L’autrice ha la capacità di rappresentare la storia nei suoi accadimenti e, nel contempo, penetrare nel sentire profondo della giovane Rosa, rendendo il lettore partecipe di ciò che lei vive nel suo animo.
Postorino ha una capacità scenografica: tutto scorre davanti come in un film; non a caso la violenza rappresentata dal cibo, sebbene in termini diversi, è la stessa, “capitale”, che Marco Ferreri rappresenterà ne La grande abbuffata (1973) e quella, ancora “sadica”, di Salò di Pasolini (1975). Quelle che l’autrice crea sono pagine intense, nelle quali ci si immerge quasi in una sovrapposizione empatica, sino a provare dentro di sé le paure dei personaggi, i loro timori intimi – segno di una costruzione sapiente degli stessi. Nella stanza mensa si intrecciano le vite delle ragazze, la loro amicizia ma, a volte, anche la loro inimicizia; in un ambiente femminile “costretto” e “claustrofobico” emergono le loro contraddizioni e le difficoltà del quotidiano durante la barbarie della guerra. (altro…)

Luigi Fontanella, ‘Il dio di New York’

Luigi Fontanella, Il dio di New York, Passigli editore, 2017, pp. 276, € 19,00

Scintillano gli occhi del nostro Pascal di fronte allo spettacolo − per lui straordinario e convulso − di macchine taxi autobus e fiumi di gente frettolosa per le strade della Lower Manhattan.
È una tarda mattinata di aprile. I nostri introdacquesi sono ormai nella Grande Mela. I loro occhi vanno soprattutto verso le sopraelevate, sulle quali scorrono senza sosta proprio sopra le loro teste, con enorme fracasso di ferraglie, i vagoni della metropolitana (
New York City Subway).
Si tratta del maggiore sistema di trasporto pubblico esistente al mondo, l cui prime porzioni, nella città di New York e dintorni, cominciarono a funzionare fin dal 1869.
Pascal è soprattutto sbalordito dalla lingua (le lingue) che sente circolare fra la gente, mentre sfrecciano velocemente automobili e vari mezzi di trasporto della City.
Ovviamente a prevalere è l’inglese, una lingua che il giovane ha sentito a Ellis Island dai solerti impiegati della dogana, e che ora si rimescola prodigiosamente con il dialetto abruzzese dei suoi compagni e di Mario Lancia, il compaesano caposquadra che è venuto puntualmente a prelevare il nostro gruppetto al Battery Park.
Ma non c’è molto tempo per assaporare o rendersi pienamente conto di queste ‘meraviglie’. La guida si muove con scatti precisi e a ben districarsi in mezzo al traffico di Manhattan. Controllando nervosamente l’orologio, Lancia scambia sbrigativamente qualche parola con loro, mentre li porta immediatamente alla Penn Station e da lì, in mezzo al marasma generale, subito in treno alla volta di Hillsdale nel New Jersey.
Questa è l’America, la prima America, che si fece incontro a Pascal il 20 aprile del 1910. (p.98)

Mi piace pensare che sempre, dentro ogni voce, riecheggi quella di chi l’ha preceduta, che ogni individuo trovi, nei propri maestri, un faro − e forse, più che una luce soltanto − la continuità del suono e dell’ispirazione. Due aspetti che, insieme, fanno un risultato, danno corpo a un’idea. Appresa la lezione, si procede oltre: si riedifica, dallo ieri al presente. «Impara tutto e poi dimentica tutto» ha detto il sassofonista Charlie Parker e, anche se qui siamo in un terreno letterario − intriso di studi storico-antropologici − ci si chiede se il suo suggerimento non valga anche per Luigi Fontanella. Restiamo negli Stati Uniti, sia con il tema del volume di cui parlerò sia per la professione dell’autore, già docente ordinario nel Dipartimento di Lingue e Letterature Europee alla State University di New York; saggista, poeta [di questo si è occupato il nostro Francesco Filia qui] e narratore, lo scorso anno ha pubblicato per Passigli Il dio di New York, un romanzo che guarda da vicino il tema ampio dell'”emigrazione italiana” negli States, in questo caso a inizio Novecento. Ci sono diverse immagini che scuotono la memoria prima di iniziare la lettura: la prima è quella di un film di una decina di anni fa, Nuovomondo di Emanuele Crialese (2006), che ci riporta ancora nella città in cui si svolge la vicenda; la seconda è una fotografia di Charles Clyde Ebbets del 1932 intitolata Lunchtime atop a skyscraper. Siamo negli anni Trenta, lontani dal racconto di Fontanella ma con un occhio vigile desideroso di guardare la città come quell’operaio della copertina: dall’alto di un grattacielo in costruzione (l’empire State Building); dall’alto di un tutto che è la storia più articolata di tante vite narrate in una sola, quella dell’abruzzese Pascal D’Angelo, il protagonista del romanzo. (altro…)