Critica

proSabato: Attilio Bertolucci, Incontro con Bonnard e Giacomo Favretto

Venezia, giugno

La Biennale, proseguendo la realizzazione del suo ampio disegno di presentazione storica dell’arte moderna, iniziata due anni fa con la memorabile mostra degli impressionisti, ci dà oggi una esemplare antologia dei quattro movimenti essenziali nei primi quindici anni del secolo: fauvisme, cubismo, futurismo, espressionismo. Così nel ’50 ci si può fare un’idea delle arti figurative, o meglio della pittura (ma chi crede più sul serio alla scultura, ancella sempre dell’architettura quando i grandi di quest’ultima dichiarano senza batter ciglio che le case altro non sono che machines à abiter) dall’alba del secolo alla guerra del ’14: un periodo, possiamo dir subito, bellissimo per fiorire generoso d’idee e, quel che più conta, di personalità e di opere.
Le quattro scuole suddette si riattaccavano, e vedremo come, a particolari aspetti dell’impressionismo, tutte della vecchia matrice, raccogliendo e portando avanti il messaggio di libertà e d’avventura. Ma nessuna di esse se l’era sentita di distillare ancora i profumi di giardino e di dolce carne al sole che il maestro forse più grande, Renoir, aveva profuso con ricchezza incredibile: un’inquietudine presaga sviava i giovani più consapevoli dalla beata strada dell’impressionismo maggiore, persa in un pulviscolo naturale che non bastava più. Urgevano ormai esperimenti mentali o per lo meno sentimentali, si capisce in accezioni nuovissime.
L’unico uomo che seppe esser vivo nel puro ambito otticosensuale e non solo allora ma fino a poco tempo fa, fu Bonnard, del quale il padiglione della Francia presenta una retrospettiva molto interessante.
Nato nel 1867, morto nel 1947. Quante occasioni per aggiornarsi, quante tentazioni di rinnovamento lasciate perdere, dunque. Ma d’altro lato che coerenza, che possibilità di raffinamento e insieme di arricchimento. Così nel ‘400 italiano, quando già Masaccio ha dipinto sui muri della Cappella Brancacci i suoi uomini eroici, i suoi profeti e santi umani, Pisanello continua imperterrito a favoleggiare di sante maculate e iridate come farfalle, di santi simili a levrieri. Ritardatari? Non si è mai in ritardo, quando si ha qualcosa da dire che prima non fu detto.
…E Bonnard questo qualcosa l’aveva in sé e lo andò dicendo sino all’ultimo con una felicità e un calore straordinari, che c’investono all’entrare nella sua sala sino a stordirci. Temi semplici e mai distorti della vita quotidiana: nudi e giardini, giardini e nudi, qualche volta un interno, (spesso un sala da pranzo) aperto alla luce di fuori, inondato di plein air. Il piacere che si ricava da questo quadri è intenso, e non è solo fisico, come si potrebbe credere. A voler fare un parallelo letterario, si potrebbe richiamare il nome della Mansfield di certi racconti pieni di fiori, di bambini e di sole, eppure sottilmente malinconici. Non importa se nell’uno è douce France, nell’altra Nuova Zelanda: è lo stesso estivo barbaglio, sono le stesse ombre colorate, la stessa felicità non grossa, ma consapevole, seppur non sembri, della propria fugacità.
Dai primi nudi, legati ancora a un certo accademismo liberty (ma il pavimento di mattonelle, l’accappatoio suonano già come arabeschi) Bonnard procede verso un’arte sempre più libera, così che a un dato momento lo ritroviamo non troppo lontano dagli spericolati audaci sperimentatori delle varie tendenze non oggettive. (altro…)

Riletti per voi #17: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga. (altro…)

All’altare della femminilità; un tributo a ‘Gli affanni, gli agi e la speranza’ di Bàrberi Squarotti (di L. Cenacchi)

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Gli affanni, gli agi e la speranza, edito dall’Arcolaio nel 2008, è un libro particolarmente interessante, che ho avuto modo di godere a fondo nell’ultimo periodo.
Alcuni hanno detto che è l’ultima favilla di un modo di scrivere, di vivere e di sentire morto, per quanto splendido aggiungerei; altri, come il prefatore, asseriscono che di retorico in realtà c’è poco e molto di genuino, riferendosi a un’evidente inclinazione crepuscolare, «di modesta quotidianità».
Pur pensando che ci sia forte presenza della topica, la quale non può che essere uno dei punti di forza del libro, non mi sento di negare nessuna delle due visioni. Il mio unico obbiettivo sarà quello di sutura­re queste due prospettive lungo l’arco di questo articolo, al fine di dimostrare come quest’ultimo, in realtà, si occupi di documentare, in squisiti quadretti, il crepuscolo di una certa femminilità, cui si lega­vano alcuni immaginari ricorrenti. Il libro che esploreremo gioca le sue maggiori influenze in un territorio in bilico tra d’Annunzio e un’ironia modernista adottando qualche eco stilistica e qualche immagine topica del neoclassicismo e del Foscolo, sempre passata al vaglio dei tempi.
Tipicamente classica infatti, dal punto di vista stilistico, è l’uso ricorrente del polisindeto il quale ha la principale funzione, assieme alle prolessi e le inarcature, di prolungare il respiro sintattico della frase, dando vita a un periodare ipoparatattico, che talvolta può occupare anche una decina di versi.
Se l’intonazione dell’endecasillabo è dunque molto alta, alte rimangono anche altre soluzioni aggettivali che lo avvicinano più a d’Annunzio, seppur, va detto, il contesto e i personaggi spesso siano indubbia­mente crepuscolari.
Così in Via Susa, alla posta la donna lentamente subisce una trasfigurazione già im­plicita nell’aggettivazione iniziale (vaga, dubbiosa) per poi culminare nel passaggio che chiude la lirica e che svelano abitudini sintattiche[1] adeguate alla compagine fin’ora individuata:

[…] infine restò sconfortata
nella sua nudità, ormai non altro
che un affresco o che una fotografia
artificiale immagini, le copie
delle innumerevoli altre copie
lei che sperava invece d’esser l’unica
di carne ancora e d’anima, e risplendere
nell’infinita luce del mattino,
a somiglianza esatta della prima
bellezza di Dio, pura e impudica.

Se questo passaggio, tuttavia, non rappresenta adeguatamente il saluto malinconico ed elegante, che Squarotti fa a certa femminilità, dovendo trasfigurare il materiale umano trovato, caricandolo costante­mente di letteratura. In un’altra poesia, Davanti a Prunetto e al castello, questo contrasto non si fa solo evi­dente, quasi programmatico, ma ambisce a diventare mito, inscenando un sacrificio dai tratti dionisiaci di tre dee alla mensa dei bruti. (altro…)

#Festlet #5: Dettagli

Per il suo Prima persona, Richard Flanagan ha usato un episodio realmente accaduto nella sua vita: il suo esordio in narrativa con una biografia scritta in tre settimane di un individuo estremamente reticente a parlare di sé. A Richard Flanagan piace raccontare episodi della propria vita. Se vi capiterà di ascoltarlo, potrebbe raccontarvi questo:

“Una volta avevo un’intervista. Io parlavo, parlavo, ma l’uomo non mi guardava. Dopo un po’ vedo un tizio in fondo che fa: cinque… quattro… tre… e ho capito che non avevamo ancora incominciato. L’intervista è stata così: le domande in italiano, le risposte in inglese. Abbiamo parlato, parlato, non ci siamo mai guardati e non ci siamo mai capiti. Alla fine l’intervistatore mi ha abbracciato e ha detto: è stata l’intervista più bella della mia vita. Ho capito che a volte l’importante è saper tenere bene il palco.”

Anche quest’anno, Mantova ha tenuto il palco da leone. Nel momento in cui scrivo, è quasi impossibile per la mia bici Ariadne districarsi in una folla mai chiassosa. Il grande tendone della libreria è stipato, ci sono più persone che libri, il che dovrebbe essere il sogno di ogni libreria ben fornita, e questa lo è. I volontari fanno capannello a piazza Leon Battista Alberti, qualche curioso chiede ai volontari agli ingressi degli eventi se c’è ancora un biglietto per entrare. Mantova ha tenuto il palco da leone, e così il Festlet.
Ma a differenza di Flanagan e del suo intervistatore, noi e il Festlet ci siamo capiti. (altro…)

#Festlet #4: Cura

Biancamaria Frabotta

Le streghe, dice Kater̂ina Tučková, un tempo raccoglievano erbe, predicevano il tempo e il futuro, e questo infastidiva il sistema. I veri eredi delle streghe sono quelle donne e quegli uomini che conservano una forza al di fuori del sistema stesso.
Non posso evitare di pensare, allora, che la poesia, ogni volta che compare un tempo di sdoganamento del pressappochismo e cresce l’astio per il pensiero sottile, sia una forma di artigianato stregonesco. Non voglio coinvolgere con questo categorie trascendentali, come trascendentale non era usare un impacco per curare una ferita: mi limito a dire, la poesia è un mestiere che lavora da materia liminale, e dà il suo contributo in anticipo sulla richiesta.
Sarà per questo che a ogni forma di totalitarismo, sia esso intelligente e spietato o ignorante e ottuso, la poesia è invisa.
Ma lasciatemi aprire una lunga parentesi, e ripercorrere queste ultime ore di Festlet. Il fantasy, per esempio. Chi mi conosce sa cosa ne penso: un genere cosiddetto minore che lega il mito alla possibilità di denuncia dell’attuale, come il suo grande compagno di giochi, la distopia. Conferma la mia opinione Michela Murgia, che ieri sera ha ripercorso Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley con il suo L’inferno è una buona memoria (Marsilio). Morgana: l’idea che un ciclo fondato come quello arturiano possa cambiare di significato se raccontato dal lato femminile, che i valori vengano messi a soqquadro e la realtà assuma nuovi contorni, perfino che il coraggio e la virtù possano essere un dispendio di energie guardato con amorevole condiscendenza. Che tutto l’immaginario che abitiamo, insomma, anche il mondo reale, sia pronunciato da un narratore maschile, dal quale dovremmo provare ad affrancarci. Morgana, sacerdotessa, è passata per essere una strega. Ad ogni modo, aggiunge Michela Murgia, pure in un libro che crea baruffa nella narrazione dei ruoli è ancora presente “la sindrome di Ginger Rogers, che deve fare tutto quello che fa Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi”; come se il prerequistito per essere uguali sia di essere ammirevoli. Ma, prosegue e chiude, nel libro leggero e “un tanto al chilo” che le ha insegnato il femminismo ci sono genealogie femminili, eredità che passano anche (in ogni senso) senza sangue, comunità di donne che si aiutano anziché essere le prime nemiche di sé stesse e delle altre. (altro…)

#Festlet 2018 #3: Un libro, l’universo e tutto quanto

 

Francesco Abate e Michela Murgia

 

Preso il microfono, Michela Murgia racconta l’inizio di un’amicizia che ha saltato tutti i convenevoli; perplessa dall’interesse di Francesco Abate nei suoi confronti, ne ha chiesto ragione davanti a una pizza, e lui ha risposto: ho avuto un trapianto, ho imparato a non avere tempo, ti voglio bene adesso.
Abate racconta: “tutto quello che ci avevano detto sul trapianto e la rianimazione non corrispondeva alla realtà, quindi abbiamo deciso di creare un’associazione per chi aveva vissuto lo stesso linguaggio della malattia. Un’associazione che prevedesse gite, perché chi si sradica per curarsi spesso perde il contatto con i suoi luoghi”.
È da questo sfondo che nasce Torpedone trapiantati (Einaudi), un intreccio di storie tra persone legate dalla notizia della malattia cronica, della possibile fine. Forse nient’altro le lega, oltre a questo on the road che dà sollievo al perenne rattoppo, tra karaoke e attacchi di fame da cortisone. Michela Murgia ne chiarisce lo stile: «Abate ha un registro che riesce a far contemporaneamente piangere e ridere, nella stessa frase; a me la gente che piange non ride mai». Molto di quello che Abate dice ci turba, per quanto affermi: «il mio scopo è di farvi ridere altri dieci anni». Racconta che con Severino Cesari, l’uomo che l’ha voluto in Einaudi e che era in dialisi, hanno fatto editing con i cellulari riservati all’ospedale accanto ai fogli. Immagino quella scrivania, il cortocircuito di vita, speranza, paura e narrazione. Racconta le richieste di liberatoria ai parenti della donna che gli ha donato il fegato, tentennante all’idea di invadere un dolore ma bisognoso di inserire il nome di Cinzia nel romanzo. Penso al cortocircuito ancora più vasto di chi, morendo, sopravvive in un libro e in un corpo altrui. (altro…)

Il giornalismo “militante” di Goliarda Sapienza: prospettive laterali di lettura

Goliarda Sapienza negli anni Ottanta

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Il giornalismo “militante” di Goliarda Sapienza: prospettive laterali di lettura

La sera del 24 novembre 1986, al Teatro Argentina di Roma, si svolgeva la premiazione della “IV edizione del Premio Minerva”, primo riconoscimento italiano dedicato alle donne, istituito da Anna Maria Mammoliti, fondatrice della rivista «Minerva – L’altra metà dell’informazione» (nel 1983) e giornalista impegnata nella battaglia per i diritti delle donne. Nella categoria “letteratura” la premiata è Goliarda Sapienza: «scrittrice di grande talento che si è distinta per il coraggio delle sue scelte»; a Lietta Tornabuoni veniva conferito un premio nella categoria “giornalismo” mentre l’autrice tedesca Ingeborg Drewitz riceveva un riconoscimento come «protagonista della letteratura tedesca dopo la guerra».
Il biennio 1986-1987 (lo stesso del Premio) è quello in cui Sapienza riesce, grazie all’amico, editore e poeta Beppe Costa, a pubblicare Le certezze del dubbio per la sua Pellicanolibri, che usciva nel giugno dell’87 nella collana “Inediti rari e diversi” diretta da un altro amico e poeta, Dario Bellezza. Proprio lui, nel 1983, aveva dedicato a Sapienza un articolo intenso e non privo di affondi critici circa l’incarcerazione e il primo romanzo che era nato da quella esperienza: L’università di Rebibbia, finito di stampare a dicembre 1982 ed edito da Rizzoli (quell’articolo si può leggere qui, insieme a un commento che fa luce su alcuni aspetti legati al periodo).
Per chi proceda, dal punto di vista critico, tenendo insieme testo e contesto, e di questo tutti quei dettagli non poco rilevanti che riguardano un autore, le sue relazioni sociali e lavorative, i dati forniti sino a qui non saranno vani: Sapienza era, in quel momento (’86-’87), una scrittrice che, a fatica ma con il supporto degli amici del suo più stretto entourage, stava ripresentandosi a un pubblico con un nuovo romanzo. Non soltanto: partecipava al lavoro editoriale della rivista «Minerva» con alcune inchieste e recensioni nonché trattando della Cina, visitata nel ’78 durante un lungo viaggio in Transiberiana con il marito Angelo Pellegrino.
Quegli articoli, che costituiscono un’esposizione della sua vita al pubblico (seppure di nicchia), sono espressione di un giornalismo “militante” e testimoniano una fase non conosciuta della sua produzione, che si innesta in un momento aperto e di ‘sorpresa’. In un quadro più ampio di lettura dell’opera fuori da vagheggiamenti comparatistici che non incidono la carne del testo né ritagliano all’opera una posizione di valore nel quadro complessivo del Novecento − ben oltre il Canone −, quei pochi articoli pubblicati da Sapienza intrecciano la tela del tessuto conducendo lettore e critico a ripensare il ruolo di Sapienza non solo come autrice di tendenza dell’ultimo decennio ma, soprattutto, come intellettuale del suo tempo dotata di un’identità forte. Nel 1994, nel docufilm Frammenti di Sapienza di Paolo Franchi, avrebbe dichiarato lei stessa:

No, non insistere. Volermi sempre pensare come la scrittrice incompresa, profonda, depressa, per carità. Guarda che io non sono così.

Nella misura di ciò che ha lasciato, del suo “sperimentare” incessante, si delineano le soglie del futuro − anche critico. Nel suo essere stata attrice, co-sceneggiatrice, poeta, prosatrice, drammaturga, insegnante di dizione e di recitazione, come la critica ha riconosciuto, si riconoscono i tasselli della sua identità, probabilmente dai contorni talvolta più definiti e altre volte meno, ma tutti partecipi dello stesso disegno. Certo, la sua personalità complessa, ricca di “contraddizioni”, suggerisce che comprendere le ragioni delle sue scelte lavorative non è mai facile − la sua intelligenza lo conferma ad ogni passaggio, specialmente nelle scritture private −, ma sarebbe un atto arbitrario ridurne gli slanci e confinarla in certi filoni chiusi.
Questo discorso pone volutamente ai margini la fortuna postuma e l’idea che l’autrice aveva del proprio successo che, alla luce di vent’anni di studi, andrebbe ricalibrata sulla base di dati lontani dalla mancata pubblicazione in vita de L’arte della gioia e dai lunghi periodi di depressione, utili per comprendere parte dei temi cardine di romanzi e racconti ma nodi da non porre al centro del “contesto”. Dal momento che un autore non è mai “finito” lasciamolo spiegarci chi sia stato sulla base dei documenti che ha lasciato, e lasciamo “divenire” in questo modo l’opera.
Questa digressione, che riguarda il punto di vista da cui si parte per leggere criticamente Sapienza, attiene anche agli articoli sopraccitati. Una precisazione (d’obbligo): la categoria “giornalista” applicata poco fa forse non sarebbe stata accettata da Goliarda Sapienza, che si sarebbe definita − con tutta probabilità − una scrittrice che fa del giornalismo. Eppure, anche se questo approccio si contrappone a quanto affermato poco fa, si lasci qui che il critico proponga una diversa direzione. Il caso singolare non si sovrapporrà alla volontà d’autore; si sa che, di esempi di autori nel giornalismo, nel Novecento in Italia ne abbiamo avuti molti: da Matilde Serao a Grazia Deledda al già citato Dario Bellezza. L’etichetta, pertanto, è funzionale non a una verità da ricercare (né da proclamare) ma a un approssimarsi con più cura all’opera, nel tentativo sempre vivo di portare alla luce il frutto di movimenti interni profondi e inediti. Inoltre: il caso di Sapienza collaboratrice di una rivista “militante” è particolare, perché ci porta a chiamare in causa un certo profilo, quello di un’autrice impegnata in un gruppo schierato, cosa che non caratterizza affatto l’esperienza di Sapienza prima degli anni Ottanta − come tracciato nel volume Una voce intertestuale (La Vita Felice, 2016) in cui, in parte, si fa accenno biograficamente a questa duplicità di intenti, a questo schieramento inusuale anche politico che lei affrontò.

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PoEstate Silva #37: Antonio Merola, da “F. Scott Fitzgerald e l’Italia”

L’approccio di Fernanda Pivano: le introduzioni come strumento critico

1. Una nuova scuola americanista

Il successo di F. Scott Fitzgerald in Italia comincia grazie alla traduzione di Tenera è la notte (Einaudi, 1949) a cura di Fernanda Pivano voluta fortemente da Cesare Pavese che così scriveva in una lettera all’amico Davide Lajolo: «Non ho voluto tradurre io i libri di questo scrittore […] perché mi piacevano troppo». Mondadori poi acquista i diritti delle altre opere che escono in ordine sparso rispetto alla cronologia reale e che vengono tutte tradotte da Fernanda Pivano, eccetto l’ultima: Il Grande Gatsby (1950), Di qua dal Paradiso (1952), Belli e dannati (1952) e il romanzo incompiuto Gli ultimi fuochi (nella traduzione di Bruno Oddera, 1958).
La scelta di cominciare con Tenera è la notte dipendeva da una serie di mancanze: anzi tutto, l’insuccesso di Gatsby il magnifico richiedeva alla casa editrice una prudenza particolare nel proporre al pubblico italiano uno scrittore nuovo; c’era poi una intenzione provocatoria: Tenera è la notte (pubblicato in America nel 1934) rimaneva l’ultimo romanzo compiuto di Fitzgerald che però veniva allora completamente ignorato, costringendolo a recarsi a Hollywood e a mettere il punto nella sua carriera ufficiale di scrittore, se si esclude il punto e virgola della raccolta di racconti Taps at Reveille e Gli ultimi fuochi.
Persino chi gli era vicino criticava l’opera aspramente:

Tenera è la notte, sul quale Fitzgerald aveva puntato le sue illusioni, non ebbe il successo sperato. La critica più sciocca fu quella di Ernest Hemingway, il quale, come scrisse Gertrude Stein, aveva la perversa abitudine di ammazzare i rivali e sotterrare i cadaveri. Secondo Hemingway, Fitzgerald non sapeva pensare, non conosceva la realtà, non ascoltava gli altri, non dimenticava mai la sua tragedia personale, non possedeva disciplina; e poi aveva commesso un errore imperdonabile. Secondo Hemingway, Dick e Nicole Diver [i protagonisti del romanzo] erano pessime copie di Gerald e Sara Murphy [gli amici dei coniugi Fitzgerald sulla Costa Azzurra]. «Se prendi delle persone reali e scrivi su di loro, … non puoi far fare loro qualcosa che non farebbero… Devi mantenerle uguali… Non puoi fare di qualcuno qualcun altro».

Anche per questo, nelle stringate biografie letterarie dell’Americana e di Gatsby il magnifico non si va mai oltre il 1925: ma si aggiunga che Cesare Pavese ci teneva personalmente a contrapporsi alla critica dell’amico (o rivale) Vittorini e insieme, ad affermarsi attraverso una eccezionale riscoperta autoriale.
Il lavoro di traduzione viene però affidato alla lingua di Fernanda Pivano, ma questo non deve stupire: in qualche modo, il primo considerava la donna come una allieva personale e insieme la “coppia”, anche se con il tempo Pivano si allontana sempre di più dal Pavese-uomo, può (e anzi deve) essere considerata come una nuova scuola americanista e di transizione rispetto al circolo vittoriniano. (altro…)

PoEstate Silva #7: Luca T. Barbirati, da ‘Carlo Michelstaedter. Un angelo debole’

 

Sulle orme di Tolstoj

Il 17 febbraio 1910 Tolstoj ricevette una lettera da uno studente che lo ammoniva di predicare il Vangelo pur mantenendo la sua condizione di privilegiato. Non era stato sufficiente confessare il suo patologico orgoglio di insegnare ciò che lui stesso ignorava1. Il fantasma di essere un mentitore, un falso sacerdote, continuava a perseguitarlo, ora più che mai visto che si era convertito a un culto più importante di quello della letteratura: Tolstoj voleva insegnare agli uomini a vivere il bene. A quel ragazzo rispose che abbandonare il suo essere un ricco bàrin era il suo più grande desiderio. Ma la differenza tra la persuasione e la rettorica non consiste nella sola sincerità che può raggiungere una mente abituata a pensare. La persuasione è smascherare la sincerità dallo stesso pensiero.
Nel 1910 Tolstoj aveva 82 anni, Michelstaedter appena 23, ma entrambi cercavano la stessa cosa: la verità. In loro riviveva la stessa ansia di ricerca, la stessa passione e la stessa identica brama di sapere, che si compiva attraverso una sottrazione anziché con un accumulo. Per questa via negativa s’incontrarono lungo i sentieri che da millenni i pochi simili errano incessantemente, e per i quali non v’è altro accesso che pensare contro se stessi finché il fuoco sacro non illumini la via. Tolstoj e Michelstaedter cercavano la stessa cosa, e non perché lo studente avesse letto Resurrezione2, ma perché il maestro abbandonò la propria famiglia pochi giorni prima di morire. È Tolstoj a suggellare la via di Michelstaedter, e non l’opposto. È il maestro che si fa nuovamente allievo a distruggere definitivamente ogni certezza nella trasmissione del sapere. Non c’è niente da imparare, niente da insegnare. Soltanto un compito infinito.
Il 28 ottobre, alle 4 del mattino, Tolstoj fuggì il più lontano possibile, prese un treno diretto prima a sud, poi in Bulgaria. Abbandonò la casa e la moglie, e con i calzari e una sola veste continuò la sua ricerca della verità. Le ultime parole prima di cadere in stato di incoscienza furono: «La verità… Io amo tanto… come loro».
Sul “Marzocco” del 7 maggio 1911, Pascoli immaginò la voce che richiamò Tolstoj morente:

«e Dio gli disse: “io già non venni a pace
Mettere in terra; pace no, ma spada.
Venni a separar l’uomo da suo padre,
figli da madre, suocera da nuora.
I suoi di casa l’uomo avrà nemici”.
E Dio soggiunse: “Non cercare adunque
ciò che le genti cercano; ma il regno
cerca di Dio, cerca la sua giustizia! (…)”»3

Michelstaedter fece lo stesso, e lasciò detto per qualche postero le parole che seguono. (altro…)

Eugenia Giancaspro. Per una poesia fono-gestuale (di Roberta Sireno)

PHOTO CREDITS ANDREA GAMBACORTA, FESTIVAL LA PUNTA DELLA LINGUA 2018

Porsi «fuori da ogni categoria»:1 questo è l’intento principale nella poetica della giovane Eugenia Giancaspro, nata nel 1990 a Benevento e attualmente residente nel territorio campano. Oltre a far parte del collettivo CASPAR – Campania Slam Poetry, Eugenia Giancaspro ha studiato “Linguistica per la sordità e disturbi del linguaggio” all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Questo percorso formativo ha portato alcuni sviluppi importanti nella sua ricerca poetica e performativa: gli spettacoli di Poetry Slam vedono, infatti, una voce che tra le varie possibilità può usare liberamente la lingua dei segni come principale mezzo di espressione poetica. I testi di Giancaspro, attualmente pubblicati sul sito dell’autrice, si basano infatti su una «scrittura ad alta voce»2 che usufruisce della lingua dei sordi per esprimere una gestualità sonora. Si tratta, quindi, di una poetica ossimorica, che unisce il canale fonico-acustico proprio delle lingue verbali con il canale visivo della «lingua-mano»:3

Sento il richiamo delle membra di famiglia
o meglio di ciò che resta
ossa sublimate in cenere
è una tenaglia
in cui la carne viva
s’incaglia come un’alga
slancio d’animo arenato
getta l’ancora
sotto al porto
che ricordo
perché tanto è abisso
manco profondo /
è mare mio e tuo
che è mare nero
e lutto sporco
di benzina
e piombo
sul fondo
e da lì ti parlo
come un sordo
[…]

(da Tamburi di settembre, 2018)

È una poesia che sperimenta diverse tecniche, dal lavoro metrico-retorico sul testo alla vocalità inscritta nei versi fino all’esternalizzazione performativa di tipo visivo-sonora. I testi dell’autrice indagano, inoltre, il significato del corpo, considerandolo sia nel suo valore tematico di oggetto poetico ironico e provocatorio sia come soggetto ispiratore di modalità percettive e linguistiche inedite. (altro…)

proSabato: Adele Cambria, Diario di Accattone

 

La vestaglia, lavata, rilavata, uno straccio: ma la sporcizia dura, è ormai intessuta dentro. Sotto il petto, una spilla di sicurezza. La sarta, bonacciona, con preoccupazioni igieniche, mi dice che ha bollito ogni cosa… Sarebbe facile, dunque, l’ironia su questa miseria ricostruita con accanimento, con dolcezza, e Pasolini che fa addobbare di altri stracci i bambinetti che le madri gli hanno portato, qui, in via Tiburtina, mirabilmente vestiti a festa. Lui, inesorabile, gentile, condanna le sottovesti piccolissime di nylon, le sottane di panno blu coi pupazzi, le giacchette a uomo, dei maschi, con la cravatta a farfalla della Prima Comunione. Si stanno girando alcune scene del primo film diretto dallo scrittore: Accattone (o Stella, come piace di più al produttore). Io sono Nannina. Pasolini, una volta che ero andata a chiedergli un’intervista, mi ha detto che ero Nannina: dunque, se volevo lavorare nel film. Diceva: “Lei ha la faccia di Nannina”. Ora, come è normale, mi incuriosiva quest’altra mia faccia che non sospettavo di avere. Ho letto la sceneggiatura: “…Nella stanza c’è anche un’altra donna, piccola come una gatta, Nannina la Napoletana, con i suoi cinque figli, il più piccolo le sta attaccato al petto…”. Ed ancora: “…Nannina, spaventata dal fatto che qualcuno la chiami, come se non avesse il diritto di essere chiamata, ecc.”. Poi le battute che il Napoletano mi dice: “Beh, Nannì! Vuje site ‘na femmina oro dieciotto! Voi siete una femmina intrepida!”. Esattamente il tipo di donna che mi ha fatto, da sempre, compassione e rabbia: che ho odiato, nella sua soggezione meridionale (schiavitù devota, animalesca, verso i figli, verso un marito almeno irriconoscente, e fatica, botte, tradimenti, ogni cosa accettata come naturale).
Questa Nannina del film è una sposata forse a quattordici-quindici anni, e da allora, un figlio dietro l’altro, con il marito fuori e dentro dal carcere, che sfrutta un paio di prostitute eccetera. (altro…)

Camillo Sbarbaro: un uomo solo dall’«anima stanca di godere e di soffrire» (di G. Barcella)

Chi conosce un poco l’intricata e contraddittoria situazione della letteratura italiana negli anni che precedettero la prima guerra mondiale, delle sue strade solo tentate, delle mosse appena accennate sulla scacchiera poetica, ritrova in Pianissimo, libro di Camillo Sbarbaro pubblicato nel 1914 nelle edizioni della «Voce», una meta certa. La poesia d’apertura si presenta al lettore come una illuminante rivelazione: «Taci, anima stanca di godere/ e di soffrire./ (all’uno e all’altro vai/ rassegnata)/ Nessuna voce tua odo se ascolto:/ non di rimpianto per la miserabile giovinezza, non d’ira o di speranza, /e neppure di tedio./ Giaci come/ il corpo, ammutolita, tutta piena d’una consolazione disperata/ Noi non ci stupiremmo/ non è vero, mia anima, se il cuore/ si fermasse, sospeso se ci fosse/ il fiato…/ Invece camminiamo./ Camminiamo io te come sonnambuli./ E gli alberi sono alberi, le case/ sono, le donne/ che passano son donne, e tutto è quello/ che è, soltanto quel che è./ La vicenda di gioia e di dolore/ non ci tocca. Perduta ha la sua voce/la sirena del mondo, e il mondo è un grande deserto./ Nel deserto/ io guardo con asciutti occhi me stesso/». Inizia così l’avvenuta estraniazione del poeta da sé e dal mondo e dalla sua stessa anima. E questa scoperta personale, proprio grazie alla poesia intensamente emblematica, acquista una valenza universale.

La condizione generale dell’uomo del suo tempo, come per incanto si dissolve dalla nebbia e viene alla luce. La forza della lirica di Sbarbaro sta proprio nella concreta rappresentazione di una dimensione interiore che è prima di tutto condizione dell’uomo. È l’alter ego del d’Annunzio di Maia che canta la lode alla vita, anzi più esattamente esalta la capacità della comunicazione per eccellenza: La sirena del mondo («Nessuna cosa/ mi fu aliena;/ nessuna mi sarà/ mai, mentre comprendo,/ Laudata sii, Diversità delle creature, sirena/ del mondo!»). Il lettore sente così, avvicinandosi a Sbarbaro, di essere finalmente fuori dai fuochi artificiali della realtà superomistica, senza dover passare dall’ironico rovesciamento del sublime, operato dai Crepuscolari. Il linguaggio della poesia sbarbariana ci persuade perché mette interamente a nudo la realistica condizione del cuore ed anche la letteratura assume un senso nuovo, lontana dalla accezione negativa che aveva assunto in quegli anni. Rivela così una dimensione interiore che mancava. È quanto andavano realizzando in quegli anni Rebora e Boine e, pur su livelli diversi, Serra, Slataper, Jahier, Campana, le voci più significative della nuova letteratura, di quella cioè che si pose definitivamente oltre Pascoli e d’Annunzio. Proprio Boine e Rebora, più direttamente impegnati di Sbarbaro nella «Voce», avevano fatto dell’interiorità il loro punto fermo, il loro criterio di giudizio, il loro campo d’indagine che li avrebbe salvati dalle seduzioni più superficiali. Per questo motivo Sbarbaro si deve considerare vociano, più che per la collaborazione alla rivista, iniziata nel gennaio del 1913 e che si limitò all’invio di alcune poesie e prose liriche. (altro…)