Critica

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui). (altro…)

Lalla Romano: una poesia lunga una vita (di Daniel Raffini)

Forte è la tentazione di cercare un momento iniziale, originario ed epifanico, che si ponga come punto di partenza delle parabole dei grandi scrittori. Se nel caso di Lalla Romano volessimo cedere a questa tentazione, dovremmo citare l’incontro con Eugenio Montale nel 1940 in un bar di Forte dei Marmi, così raccontato dalla stessa Romano:

Al Forte (nel ’40) abbordai Montale al Caffè Roma – era solo – disinteressatamente. Si stupì che l’avessi riconosciuto e s’informò sul mio paese; poi mi domandò se scrivevo e mi chiese di leggere qualcosa. Portai un mazzetto di fogli alla sua pensione; mi restituì le poesie con crocette in cima alle preferite e piccole osservazioni. Mi chiese anche se ne avevo delle altre, si poteva farne qualcosa; non ne approfittai: ero troppo contenta.

Le poesie lette da Montale confluirono in parte nella prima raccolta di Lalla Romano, Fiore, che è l’esordio letterario di quella che fino ad allora era stata una promettente pittrice della scuola torinese, poi insegnante di storia dell’arte e bibliotecaria a Cuneo. Tra Fiore del 1941 (per Frassinelli) e Giovane è il tempo del 1974 (per Einaudi), raccolta definitiva, c’è L’autunno, pubblicata nel 1955 (Edizioni della meridiana). Tre tappe di un percorso poetico limpido e coerente che Lalla Romano porta avanti per tutta la vita, affiancandolo alla produzione in prosa che la renderà famosa. La poesia sembra essere il luogo di riflessione, personale e letteraria, dove si sviluppano temi, idee e poetiche che ritroviamo nella produzione narrativa della scrittrice. Tre tappe – Fiore, L’autunno e Giovane è il tempo – che possono essere considerate come un solo movimento lungo tutta una vita. Le prime due raccolte confluiscono infatti nell’ultima, mostrando attraverso un percorso variantistico esibito l’evoluzione non solo della scrittura, ma anche della poetica della scrittrice. Un’evoluzione che – per dirla in poche parole – si concretizza in una sempre maggiore importanza data all’immagine, all’elemento visivo ed istantaneo, e a una progressiva universalizzazione dei concetti, dalle prime personalissime narrazioni amorose di Fiore fino alle riflessioni metafisiche e universali che chiudono Giovane è il tempo.
Non dobbiamo però pensare che l’ultima raccolta sia una negazione delle precedenti, che anzi le comprende e le riassume, mostrando il divenire del pensiero e il percorso della scrittrice. Quello descritto è prima di tutto l’itinerario della sua vita – e della vita di tutti – dalla giovinezza fino alla vecchiaia. Giovane è il tempo si impone allora come summa e superamento delle due raccolte precedenti, prodotto ultimo e definitivo della poesia di Lalla Romano. I temi cari alla poetessa vengono ora inseriti in una struttura precisa e interviene un’azione di omologazione stilistica maggiore rispetto alle raccolte precedenti. Dal punto di vista tematico il filo conduttore è la riflessione intorno al tempo, magnificamente espressa nella poesia che dà il titolo alla raccolta:

Giovane è il tempo

Come un fanciullo
cade ogni sera addormentato e stanco
e noi vediamo illanguidire il cielo
lontano, dietro cupi archi di foglie

Si ridesta felice
mentre intatto
sugli assorti giardini e sulle ville
emerge dalle nere ombre il mattino

Già da questa poesia si ravvisa la semplicità e insieme la forte carica sapienziale della poesia di Lalla Romano, una poesia che attraverso immagini quotidiane e minime riesce a sondare le aree più elevate della riflessione.
Giovane è il tempo, a differenza delle raccolte precedenti, è organizzata in sezioni, che ci mostrano il percorso del pensiero di Lalla Romano e la sua evoluzione nel corso del tempo. Nel suo insieme la raccolta si configura allora come il racconto della vita interiore della scrittrice. Converrà percorrere brevemente questo itinerario, seguendo la pista indicata dall’autrice componendo le cinque sezioni della raccolta.
La prima di esse, I flauti acerbi, ruota attorno ai temi della natura e delle stagioni. Partendo da una primavera che, pur essendo momento di rinascita, si popola di nubi e ombre, in cui gli uccelli impazziscono e gli alberi sono schiantati al suolo dal vento, si arriva a un inverno che congela le campagne e le città, l’opera naturale così come quella umana. La natura si presenta dunque con il suo volto doppio, in tutta la sua contraddittorietà irrisolta e irrisolvibile. Nella sezione successiva, Il caro odore del corpo, Romano ritorna all’esperienza amorosa di Fiore, un amore che vive nel sogno ma che sa anche mostrare il suo lato più passionale. Le poesie de La bocca arida rimandano invece al tema dell’attesa, del distacco e dell’allontanamento, della pena e della colpa che minacciano l’amore; l’io poetico di ribella a questo distacco, cerca di lottare, prima di arrendersi. Anche qui siamo nei territori di Fiore, le cui poesie vengono riprese e modificate in nome della nuova poetica dell’immagine. (altro…)

Ancora su Annamaria Ferramosca, Andare per salti

fotografia di Dino Ignani

Se la sfida è cercare, nell’andare per salti, un filo conduttore, ebbene la sfida è raccolta.
La raccolta di Annamaria Ferramosca, Andare per salti (Arcipelago itaca edizioni 2017), delicatissima nella scrittura quanto visionaria nelle immagini, dà l’impressione a lettura conclusa di aver ruotato senza mai perdere l’orientamento attorno a un tema preciso. Un tema assieme sconsolato e amorevole, perché Annamaria Ferramosca non si limita a puntare il dito contro la stortura che il suo occhio sensibile denuncia, ma ne fornisce alcune ipotesi di medicina. La stortura è quella forma di cocciutaggine autodistruttiva che quello che l’autrice chiama homo insipiens si ostina a mettere in atto contro se stesso, consegnandosi a un isolamento mascherato da ipersocialità, e contro il pianeta, con forme attive come la guerra ma anche più passive quali una progressiva, stolida indifferenza, un’incapacità a essere parte armonica di un tutto naturale. Le medicine sono semplici, e per questo estremamente credibili. Sono la comunione, l’ascolto, il passaggio di testimone di una sapienza che a volte può anche risalire le generazioni, come accade con le poesie a Nicole, oltre che discenderle. E la poesia, di cui questo libro dà una magnifica definizione: «un chiamarsi tra loro – pianissimo – delle cose// e quella nostra stramba contentezza/ nell’ascoltare».
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Videointervista a Roberta Sireno

Roberta Sireno ha risposto a quest’intervista sul suo lavoro poetico degli ultimi anni, che converge nell’opera senza governo (Raffaelli 2016). La cornice è quella di Forte Marghera, Mestre (VE), dove dal 12 al 16 luglio si sono svolti i seminari selettivi del Teatro Valdoca cui anche la poeta ha partecipato a c32 performing art work space.

Due o tre cose su Fortini e il Berlusconismo

Fortini, fonte immagine: giovanicomunisti.it

 

Due o tre cose su Fortini e il Berlusconismo

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L’ultimo brano dei due libri che contengono gli interventi di Franco Fortini su Il Manifesto (Disobbedienze I e II, Manifestolibri, 1996) nell’arco del ventennio che va dal ’72 al ’94 si intitola Cari nemici. Vale la pena riportarne l’incipit:

Cari amici, non sempre chiari compagni; cari avversari, non invisibili agenti o spie; non chiari ma visibili nemici. Sapete chi sono. Non sono mai stato né volterriano né liberista di fresca convinzione. Spero di non dover mai stringere la mano né a Sgarbi né a Ferrara né ai loro equivalenti oggi esistenti anche nelle file dei «progressisti».

Per capire le sue parole fino in fondo occorre attenzione ai tempi. È il 1994. L’anno della discesa in campo di Silvio Berlusconi e del conseguente dispiegamento dell’imponente macchina mediatica di proprietà al suo servizio. È il ’94, dicevo, e la lettera, indirizzata all’assemblea “Per la libertà di informazione” tenutasi a Milano il 7 novembre del ’94, assume i toni di un vero e proprio epitaffio, infatti venti giorni dopo verrà la morte del poeta. In essa Fortini esterna tutta la sua preoccupazione: “Ma ci sono momenti”, scrive, “in cui il solo modo di dire «noi» è dire «io». (…) Questo è uno di quei momenti. Due o tre in una vita anche lunga. Bisogna spingere la coscienza agli estremi. Dove, se c’è, c’è ancora e per poco. Quando non si spinge la coscienza agli estremi, gli estremismi inutili si mangiano lucidità e coscienza”.

Il bello degli articoli di Fortini è che non vanno interpretati. Non sono moniti da presidenza della Repubblica. I suoi interventi sono l’esempio di una coscienza lucida, rigorosa, onesta, che non risparmia, anzi direi che quasi predilige, la polemica. Di conseguenza, ancora una volta in Cari nemici egli chiarisce la sua posizione denunciando “il degrado di qualità informativa, di grammatica e perfino di tecnica giornalistica nella stampa e sui video”. Prima li paragona ai primordi del fascismo, poi si corregge “Non fascismo. Ma oscura voglia, e disperata, di dimissione e servitù; che è cosa diversa”.

A chi sta parlando il vecchio e spigoloso poeta toscano? Quando invita a non scrivere un articolo al giorno, quando invita a fottersene dell’audience e dei contratti pubblicitari, e soprattutto a essere «cattivi» e non concilianti per dare l’esempio “a quei lavoratori che dai loro capi vengono illusi di battersi attraverso le strade con antichi striscioni e poi, nel buio della Tv, ridono alle battute dei pagliaccetti di Berlusconi”; a chi sta parlando?

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Cinque pezzi facili: film sullo sport

di Gianluca Wayne Palazzo

Cinque cose, cinque opere, cinque pezzi. I più importanti, per qualche motivo, per me, senza criterio, senza ordine, senza obiettivo e senza pensarci troppo. I miei cinque pezzi facili per cinque minuti di lettura.

FILM DI SPORT

Il paradiso può attendere – Warren Beatty e Buck Henry (1978)

Il football americano e la reincarnazione, in una romantica e struggente commedia che poggia la sua dolcezza narrativa nello sguardo da bambino di Warren Beatty. Infarcito di idealismo da fiaba, il film si fa largo navigando sopra eccessi di zucchero con una grazia leggera che lo conduce a una sorta di happy ending sfumato di tragedia – sensazione provata tale e quale con un altro piccolo gioiello d’amor perduto, Always di Steven Spielberg. Il football come un campo di danza anziché di battaglia, l’energia che evapora nella morte, ma è più forte persino di se stessa, e risorge dimenticando il passato, privilegio dello sportivo, che tutto sacrifica e niente rimpiange.

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Crepapelle, di Paola Rondini

Crepapelle

Paola Rondini, Crepapelle, Intrecci Edizioni, 2017, € 14,00

Crepapelle, o, dividendo, «crepa-pelle»: la possibilità cioè, anzi la dimostrazione della possibilità, che vedere le cose diversamente (cose, persone, situazioni) è possibile. Sempre che, certamente – ed è il caso che avvenga, è giusto che accada, nella vita – il dubbio abbia la possibilità d’insinuarsi, di fare ingresso nelle nostre esistenze attraverso lo scherzo del caso.
Qui il caso è rappresentato da un semaforo, da un’attesa, un incrocio, e la metafora è subito pronta: l’incrocio è quello dei destini, il cambio di direzione è un cambio di sguardo, di prospettiva, cui sempre, improvvisamente, siamo soggetti.
Rondini, al suo quarto romanzo (dopo Miniature, I fiori di Hong Kong, Il salto della rana) è bravissima a fare entrare in scena i personaggi, in modo eloquente e raffinato. Siamo a Firenze, in un aprile luminoso. Edo, il professor Edoardo Valeri come più tardi nel libro si capirà, è un uomo di origine umbra, ormai anziano e carico di storia, che una volta al mese esce da Villa Clara, la casa di riposo dove dimora, e distribuisce agli automobilisti fermi al semaforo un foglio di carta, riportante un messaggio che possa colpirli, distogliendoli dalla ripetitività dell’ordinario. In una di queste occasioni ne consegna uno al dottor Giacomo Selvi, chirurgo plastico alla Clinica Casa Monteverde, che ha il «polso flessibile e determinato di uno scultore», tutto «tecnica, dedizione, aggiornamenti, e bellezza». Greta, cliente in attesa di essere operata al volto, è una cinquantenne che ha «deciso di farsi tagliare», una donna che, spesso in preda «a un’apnea perlustratrice» e svuotata dalle sue magre esperienze, ripone in un cambiamento fisico la possibilità di mutare interamente il corso della sua vita.
Solo apparentemente sono frutto di pazzia – così d’acchito pensa Selvi – le parole che quell’uomo ha voluto consegnargli. Ma così non è: “Due espressioni. Vedi l’occhio diverso?”. Il dubbio, il doppio, l’asimmetria del volto. Il bersaglio, l’ossessione di sempre di Selvi, è stato colto. «L’osservazione maniacale del volto umano l’aveva condotto alla certezza che la naturale, impercettibile, millimetrica diseguaglianza dei nostri due lati, fosse in realtà molto più complessa e interessante e sfociasse in una specie di sovrapposizione con punti di rottura e punti di incollamento».
Quel foglio ha una portata enorme. Basterà notare un minuscolo tatuaggio sul corpo della signora Greta Lensi, a far precipitare il dottor Selvi in un «grumo di nulla dolorante che si era impossessato del suo stomaco e del suo cervello». Uno sconvolgimento, del tutto imprevedibile, e forte al punto che Greta è costretta a non poter soddisfare il desiderio covato a lungo di riavvolgere l’età: l’operazione salta, e lei deve tornare a casa. Ha «la testa come un cielo nuvoloso», corre «incontro a un’onda di sconforto gorgogliante e densa: gli ultimi anni del matrimonio, suo figlio indipendente, il vuoto degli uomini che aveva incontrato, il vuoto». Il talento della scrittura, la brillantezza dello stile di Paola Rondini sono evidenti. Come nei corsivi, che punteggiano il racconto riportando la voce e il vissuto di Edo: «Quel luogo iniziò il suo movimento disallineando spazio e tempo in geometrie sentimentali, costruendosi in nuovi piani sopraelevati, nuove pareti di ignoto metallo, inedite profondissime gallerie, arditi scivolamenti lucidi. La porta era sempre aperta per chi avesse guardato meglio». Viene da quel mondo, Crepapelle, sgorga da quella terra immersa nel ricordo, in piena Seconda Guerra Mondiale: è il nome affibbiato al calzolaio del paese del vecchio Edo. Orlando, detto “Crepapelle”, morto sotto tortura per mano dei tedeschi.
La vicenda poi prosegue, mentre le parole scritte sul foglio da Edo continuano a risuonare nella mente: “Legati, permeati, attraversati. Due espressioni”. Tutto in effetti dipende da dove facciamo cadere l’accento, nella lettura.
Così l’intreccio si sviluppa seguendo il disegno esistenziale di ciascuno dei protagonisti, l’incrocio dei destini si fa sempre più affascinante, e solitario, una volta smosso dal turbine del caos. Pensieri e ripensamenti, un mescolarsi di vite, di solitudini appunto, di psicologie, di fughe e di tentativi di comprendere l’accaduto: uno sviluppo che è tutto da leggere. La traiettoria di ognuno di loro sembra inesorabilmente prendere la via della grotta evocata subito nel vissuto “antico” di Edo: «eravamo funamboli sopra una corda tenuta da chi era già stato lì e da chi sarebbe entrato dopo di noi, altri coraggiosi armati solo di visioni». La visione, dunque la gioia e il dolore che affidiamo al gioco delle sembianze. C’è grazia e profondità tra queste pagine, talento e stile. Pagine attraverso le quali sentire il mondo, pagine in cui immedesimarci.

Cristiano Poletti

“Dal greco” di Irene Santori (di P. Cagni)

santoriSu una poesia di Hotel Dieu di Irene Santori: Dal greco

di Pietro Cagni

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Attraverso

Ogni poesia ci costringe a navigare a vista. Apparentemente, senza punti di riferimento. Così impariamo che sempre dobbiamo essere contemporanei al testo – noi ad esso –. Questa chiamata non possiamo disinnescarla con nessuna pagina di critica. Se saremo fedeli a questo compito, scopriremo che le poesie sono in grado di sostenere un rapporto presente con noi, quell’affondo faticoso di senso e di bellezza che chiederemo loro.
Ogni nuova raccolta è la propria storia, vive di una forma inedita, incarna l’esito della sfida percorsa: l’attraversamento della tradizione, cioè il suo recupero e il suo superamento. A ogni passo, le poesie rivivono tutto il passato, per superarlo. È una medesima contemporaneità, plurale, contraddittoria, discorde, a legare tra loro gli occhi e le mani di chi ha scritto e di chi legge. Molte voci ignorano questa scommessa e scivolano senza troppe preoccupazioni nell’informale; altre recuperano strutture antiche, intatte, eburnee, rendendo lode al proprio sacro, terso, lavorìo poetico. Ma la poesia oggi ci chiede il lavoro del grande pittore bolognese Lorenzo Puglisi: attraverso Caravaggio, alle costole di Francis Bacon, per attaccarsi alla sua gola profumata e fare un passo in avanti, nel nitore che viene dal buio. Così, a volte, i poeti.
Si diceva di una navigazione: spegnere i motori, affidarsi al vento. Impone dei limiti: non sarà possibile illustrare “la poesia di Irene Santori, poetessa romana” e nemmeno “la poesia della sua ultima raccolta, Hotel Dieu”. Troppo vasto l’orizzonte e troppo brucianti i versi. Potremo, però, fermarci una volta, leggere e sgranare un testo, affrontando almeno una volta la sfida a cui siamo chiamati sempre.

 

Irene Santori, Dal greco. Il verso, le strofe

La poesia Dal greco si oppone con forza alla parafrasi. Questi versi disinnescano, raffreddano, anestetizzano i nostri tentativi di lettura. Il commento è respinto fortemente, e siamo immessi in una danza. Dunque qual è la misura del verso della Santori? Da cosa è governato, che cosa gli dà forma? Sembra che questa danza sia impossibile, e che l’autrice non conosca “lo fren de l’arte”. Eppure, la stessa poetessa poneva in esergo al libro una formula di Arturo Martini: «ogni frammento è scultura». Ma ogni verso qui sembra irrelato, una tessera dispersa e straniante: troviamo un verso (il più ampio, mi pare) di 17 sillabe e uno costituito da una sola sillaba. Inoltre le sette unità strofiche in cui la poesia è divisa sono assai ineguali: alcune sono molto ampie – la prima è la più lunga (di 37 versi) – mente altre sono più brevi  – la seconda strofa è di soli tre versi, e tre versi per di più molto esili -.  Ma non vige un assoluto arbitrio, il non-senso, forza disgregante e centrifuga. Perché a ben vedere le strofe (che sono, sì, di diversa lunghezza) non sono disposte casualmente e danno vita a una precisa alternanza: strofe “più pesanti” e strofe “più leggere” si alternano, e questo è certamente significativo. Si potrebbe riconoscere un suggestivo richiamo a passi di danza, larghi e stretti. Ma occorre proseguire, per mettere a fuoco la versificazione qui operante: a scandire il movimento apparentemente scomposto e arbitrario dei versi appaiono qua e là dei nitidi endecasillabi: «le ginocchia sbucciate sotto il mento», «riapro gli occhi sul palmo della mano», «bruciate vive dai fidanzatini», «piuttosto fondare le città d’arte», «bambina mia, dentino, acquasantiera», «sulla rotta dei suoni ritorno a te». Questi endecasillabi hanno, a mio avviso, due precise funzioni: una “funzione strutturante” che fornisce una misura di riferimento da cui ci si diparte per somma o sottrazione, e una “funzione distensiva” che allenta la tensione, facendo trovare un ritmo limpido, più quieto, per riprendere fiato. Sono frequentissimi, inoltre, intensi legami fonici, sia all’interno del singolo verso che tra versi contigui (non si contano le assonanze, le allitterazioni, e si trovano anche intere parole in anafora). (altro…)

Il video di ‘Il regno’ dei Kleinkief con un’intervista a LeStraniere

È uscito da circa un mese il videoclip de Il regno, brano tratto dall’ultimo disco della band veneta Kleinkief (già recensito qui). Dopo un’anteprima su «SentireAscoltare» la videomaker Camilla Martini-LeStraniere racconta il suo lavoro e si racconta sul nostro blog.

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“Il regno” è un lavoro che apre almeno a due considerazioni: la prima è la collaborazione con una band che fa parte del panorama italiano da molti anni: i Kleinkief; la seconda è la tua “prima volta” nel mondo del videoclip. Ti chiederei di raccontarci com’è avvenuta questa reciproca scelta nonché quella del brano su cui hai lavorato.

Per amicizie comuni e prossimità geografica ho incrociato i Kleinkief più e più volte nel corso degli anni. La prima cosa che ho pensato, vedendoli sul palco, è che Thomas, il cantante, fosse un attore e performer eccezionale e la seconda è che doveva essere il MIO attore assolutamente. Ho iniziato a pensare a un cortometraggio con lui come protagonista. Nel frattempo la band stava lavorando all’album Fukushima. In quegli stessi mesi mia sorella, dottoranda in geografia culturale all’Università di Groningen, mi proponeva di lavorare insieme a un documentario sul Giappone post-tsunami, nello specifico sulla regione del Tohoku, dove si trova Fukushima e dove il disastro ha colpito nel 2011. Ne ho parlato con Thomas e da questa coincidenza di immagini e suggestioni è nata la decisione di lavorare insieme per un videoclip che fosse anche un cortometraggio con una sua storia. Ascoltando una prima versione dell’album, subito mi sono sentita attratta dal brano “Il regno” per la sua capacità di raccontare con le parole e col ritmo. Vedevo già una storia delinearsi.

Da dove nasce l’ispirazione per questo videoclip? Mi riferisco sia ai tuoi modelli “dichiarati” sia alle possibili suggestioni presenti in esso, ma anche a ciò che tu credi faccia “il tuo stile”. E come si articolano i vari livelli di “significato”, filmici e non solo, nel videoclip in questione, ossia: come hai lavorato?

Ho pensato subito a “Riget/ Il regno” di Lars Von Trier, alle sue atmosfere cupe, a una bambina fantasma. Ho pensato a chi potesse essere quest’anima intrappolata e perché. Il mio riferimento estetico e registico è da sempre David Lynch, e apprezzo più di tutto le sue interazioni con il mondo della musica, come compositore e come regista di, pur rari, videoclip. Non c’è un riferimento esplicito a qualcosa di suo, almeno non nelle mie intenzioni né nella fase di scrittura, ma sicuramente emerge a livello fotografico un amore per il suo modo di raccontare, per i suoi accostamenti visivi e narrativi irrazionali e perciò potentissimi, per la sua capacità di parlare con i colori e aprire un canale con l’inconscio. Ho comunque scritto una sceneggiatura con un inizio e una fine, ma l’ho rivista fino a snaturarla quasi del tutto, per adattare l’idea alle contingenze produttive. Anche in fase di montaggio mi sono affidata quasi unicamente all’estetica, lasciando da parte la necessità di fare un racconto con un inizio e una fine. La storia c’è, ma non era una mia priorità essere letterale. (altro…)

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere

Gianfranco Fabbri, Il tempo del consistere, L’arcolaio, 2016, € 12,00

 

I testi che compongono Il tempo del consistere risalgono agli ultimi quattro anni del Novecento, secolo amatissimo da Fabbri. L’autore ci regala una scrittura capace di attraversarlo per intero, questo secolo. Una vena, capace di dirci quanto questo periodo abbia fatto soffrire, certo, e sperare; un tempo che si è fatto sentire, con un suo spessore, nel sangue e sottopelle; un’età dove tutto ha avuto un peso straordinario.
È un libro pieno di neve, soprattutto all’inizio; un libro di quadri, d’intimità, di confidenzialità.
Ovunque tra queste pagine troviamo eleganza e raffinatezza: intendo la leggerezza di un soffio, qualcosa di aereo e forte allo stesso tempo. E poi c’è pudore, raccoglimento, c’è la tenerezza della scoperta, una tenerezza costante, e una sensualità evidente ma delicatissima.
Cambiano le stagioni, passano in rassegna, disegnano tutto l’arco della vita. Consideriamo che secolo, nella sua radice etimologica, significa proprio questo, l’arco della vita, la generazione, l’età di un uomo.
Ci troviamo allora di fronte a cartoline, istantanee del Novecento: oltre a pagine di guerra e di strage (Bologna, agosto 1980), si rievocano nella voce di Fabbri nomi e titoli della musica e della letteratura, brani che hanno accompagnato l’anima dell’autore, hanno costruito il suo animo gentile.
Via via, leggendo, si comprende bene il puzzle in composizione. Bastano già i titoli delle sezioni a rendere evidente il disegno: Echi del passato, L’occulto sguardo del presente, La suggestione della cultura, Il rovello della scrittura, Frammenti e aforismi.
Il tema, poi, è tutto nel titolo. Cos’è la consistenza? Oltre l’aver peso e la robustezza viene in mente qualcosa d’altro: non so, l’essere insieme, come se la vena fosse il privato e il corpo il collettivo. È di questa consistenza che mi sembra si parli, di una solidità necessaria – e probabilmente perduta – per ricondurci insieme al mondo, non evaporare, non perderci.
Questo avviene nel libro soprattutto quando scatta il meccanismo dell’immedesimazione. Come in questa pagina, dove c’è forse l’eco di Proust, e dove c’è senz’altro – come sempre in Fabbri – una speciale perizia nella punteggiatura:

Anno di grazia 1958:

La solitudine di questi giorni cresce fino a un livello insopportabile.
Ma è inutile crucciarsi, non conta nulla inveire al cielo le ingiustizie patite.
È vero: sono ormai una donna vecchia, non posso guardarmi allo specchio.
Ma c’è il tavolo, davanti a me, grande come un lago. Sopra ci faccio navigare la tazza del caffelatte e i savoiardi. Isole felici, mi dico, quelle molliche più in là. Atolli di un oceano piatto.
Fosti molto urbano, il giorno in cui mi lasciasti. Eri sposato: che te ne saresti fatto di una come me? Una non affascinante, già verso i quaranta e con la vocazione, fortissima, ad essere zitella.
Le ultime volte mi prendevi all’impiedi, di fianco al divano. Dovevi fare in fretta, non avevi più tempo da dedicarmi. Del resto, dovevo capirlo: tua moglie ti dava un figlio dopo l’altro. Tra noi non rimaneva molto da dire.

Consistere, dunque, a partire da un nucleo di memorie – non può che essere così – da un cantuccio, lì dove l’autore “si ripesca”. E non manca il velo dell’ironia. Spunta qua e là, levigata, appena accennata, leggera, figlia forse (anche) della lezione dell’amatissima Szymborska: «All’improvviso mi sono ricordato di me»; e più avanti, a pagina 49: «Sono ancora io, nonostante me stesso. / Vorrei che mi chiamassi, questa notte». O ancora: «Poi sempre mi dimentico della ragione per cui volevo scrivere» (pagina 83).
Scrive dunque dalla nicchia del sé, Fabbri. E la dedica in questo senso dice molto: Ai miei genitori, che in quel tempo furono la mia ombra. Quell’ombra amata e restituita in prosa, un’ombra in cui noi, ringraziando l’autore, possiamo riconoscerci.

Cristiano Poletti

 

‘Appartamenti o stanze’ di C. Gallo. Lettura di G.A. Liberti

gallo-appartamentiLettura di Appartamenti o stanze di Carmen Gallo (d’if, 2016)
di Giuseppe Andrea Liberti

Che la poesia di Carmen Gallo abbia al suo centro «il tema della relazione e del rapporto tra relazione e senso (della relazione)», lo notavano già i lettori di Paura degli occhi (L’arcolaio, Forlì 2014). E che i suoi versi tracciassero sin da allora una planimetria di muri e barriere, lo evidenzia Alessandra Trevisan nella sua recensione al volumetto:

Lo spazio è molte cose in questa poesia, ed è molti luoghi: è un edificio (una “casa”), è una città (o un “paese straniero”), è un oggetto o sono molti oggetti. Tornano, soprattutto, i sostantivi “mura”, “pareti”, “finestre”, a segnalare l’idea di confine che lo spazio traccia fisicamente e con la parola nel verso ma, tuttavia, si tratta di sbarramenti fragili, che non reggono […].

Di quell’opera prima, da tutti riconosciuta come una prova di precoce maturità stilistica, il poemetto Appartamenti o stanze (Edizioni d’if, 2016) prosegue il discorso riprendendone i motivi e i temi più evidenti: la spazialità, definitivamente tematizzata sin dal titolo, delle «pareti» e delle «finestre», e dunque delle stanze; la presenza massiccia e perturbante del corpo, stanza esso stesso come si vedrà, e delle sue parti singole; la memoria e i suoi fantasmi, che nell’ipotesi narrativa («Questo libro racconta una storia», p. 54) trovano la dimensione più adeguata per la loro manifestazione.
L’impressione è che il poemetto provi a fare i conti, oltre che con i fantasmi e dunque con la memoria, con il dramma del contatto con l’Altro. Tutti i personaggi del libro vivono un’incomunicabilità di fondo presentata al lettore sin dalla prima scena, con l’«uomo che urla» che

ha voglia di vedere subito il conto
della città che crepa intorno
e noi seduti a misurare il vuoto (p. 13).

«Misurare il vuoto»: attività che torna dopo poche pagine, sempre seduti accanto alle «donne intorno al tavolo» (p. 18). Anche nell’en plein air d’apertura, opposto alla dimensione suggerita dal titolo, si misurano i «vuoti», come se i soggetti fossero già “chiusi in camera”. Intorno ai tavoli si consumano gli incontri, i discorsi, le persone «parlano, si separano» (p. 15), ma i tavoli devono «lasciare/ libero lo spazio per chi vuole ballare» (ibidem). Il minimo cenno di comunità viene spento da un gesto che sembra favorire l’iterazione, ma che piuttosto la uccide:

La musica è alta, e la voce
non arriva a spalancare la finestra.
Tutti sentono la mancanza dell’aria (p. 17).

Proprio l’avvio delle danze consente di andare tra i tavoli e incontrare le presenze (Gallo li definisce «fantasmi») che animano Appartamenti o stanze. La figura più singolare è probabilmente quella della “donna bianca”, che «siede lì da dieci anni» ma «non riconosce le lingue e i giorni» (p. 16). Sarà, questa, la figura che più d’ogni altra interpreterà la difficoltà della comunicazione col ricordo. «La donna non vuole nemmeno parlare con noi», si legge alla sua prima apparizione; d’altronde è questa figura che annuncia «concordanza/ difficile della parola al senso» (p. 19). Per lei, la comunicazione è aggravata dal problema del significato: ciò che si dice, non è detto sia ciò che s’intende dire. C’è poi il suo essere ancorata a «un ricordo preciso, e uno solo» (p. 16). Non mette conto sapere quale sia il ricordo in questione; vale la pena, piuttosto, notare come la persistenza di un solo ricordo – nello stesso corpo che «non ha nessun ricordo/ di quando cantava, rideva, agitava piano/ le mani nel vuoto, tra i fili della flebo […]» (p. 33) – trasformi la donna in sedia. La donna diventa parte del mobilio, non sapendo più come rapportarsi né al presente che consente di percepirsi come corpo tra altri corpi, come singolo nella collettività, né a quel passato che fa di un corpo un’individualità con una sua storia. (altro…)

D. M. Turoldo, Le stelle in cammino

turoldo

David Maria Turoldo, Le stelle in cammino, Edizioni Dehoniane Bologna, 2017, € 8,50

Già la prefazione, appena all’ingresso di questo prezioso libretto, lo dice molto bene: in Turoldo la voce ha rappresentato il pilastro forse principale del suo grandissimo carisma. E lui ne aveva coscienza, sapeva quanto straordinaria forza potesse derivare da quel dono, la voce. Così delicata e fragile, certo, e allo stesso tempo così potente.
Voce del sacerdote, voce di un poeta: «nessuno si metterebbe a scrivere […] se non avesse almeno l’illusione di dire cose mai dette prima […] Tu stesso non sei che una parola mai finita di dire […] E il Dio che invocavi ieri non è il Dio di oggi […] Poesia e fede sono il dono di Dio a ogni uomo».
Sono parole che Turoldo porta tra noi come se stessimo discutendone insieme, a tavola. E la sua, con noi, è una discussione in Dio, più che su Dio. C’è gioia nelle sue parole, c’è l’entusiasmo di chi cerca, discutendo, un risultato decisivo per sé, per l’uomo, dal confronto con la Scrittura.
Invocare, chiamare Dio nel tremante dettato dell’esistenza: è l’unica cosa veramente necessaria, per Turoldo. La voce, quindi, è semplicemente uno strumento d’invocazione. Strumento, e destino: perché invocare Dio significa invocare se stessi, vuol dire richiamarsi a quel dettato in cui noi esistiamo, al quale siamo destinati.
In gioco, difatti, c’è l’esistenza: «Dio viene […] per darci una vita affinché viviamo», leggiamo in Le stelle in cammino, in cui sono raccolti appunti risalenti a due anni, il 1962 e il 1964, a cavallo del suo unico film, Gli ultimi, del 1963, che tanto piacque a Pier Paolo Pasolini.
Sono tracce davvero preziose quelle che troviamo in questo libro, tracce che conducono a un Turoldo anche di molti anni dopo.
In Anche Dio è infelice, libro del 1991, incontriamo questi versi, mirabili:

[…]
Tu senza il rischio di questa
esistenza sempre giocata
nell’incertezza del tempo defettibile,
nella continua paura di non esistere.
[…]

Versi che desidero accostare a quelli dell’ultimo Luzi. In Dottrina dell’estremo principiante, del 2004, si legge infatti: «L’uomo è stato o è?/ È stato ed è./ Gioca,/ gioca con se stesso/ l’essere, si finge/ così trasecolato. E tu,/ luce, sorridi./ A te.»
Così è: questo possiamo dire, perché, prendendo ancora a prestito la voce di Luzi, «L’ansia/ dell’uomo/ non ha confini umani».
Occorre allora credere all’azione dello Spirito, significativamente detto Paraclito nelle Scritture, ossia “colui che prende in tribunale le difese dell’uomo”.
Solo affidandoci allo Spirito, che è voce dell’essere, è possibile contrastare il male, anche e soprattutto il male peggiore, il demoniaco, che – lo spiega bene Turoldo in Il diavolo sul pinnacolo, del 1988 – è il vuoto, l’essere vuoto.
Ed ecco che in Luzi, quasi a proseguire questa riflessione, troviamo scritto nella Dottrina: «ma non per sempre, / non dura eternamente / il non esserci, il male».
Il Dio-amore del Vangelo di Giovanni, che Turoldo privilegiava per le sue riflessioni, insieme all’attenzione sempre riservata a Qohelet, indica la strada. Le stelle sono in cammino e il cammino è pensato nella creaturalità, idea negatrice del nulla, affermatrice invece di un perenne crescendo del mondo. Le stelle ci disegnano la strada; in opposizione al male delle tenebre esse concedono a noi e al nostro viaggio la grazia della luce. Che poi è Cristo, «Un corpo che gronda luce», scrive Turoldo in Le stelle in cammino.
E ancora una volta, quasi per magia, questo pensiero si specchia negli ultimi versi di Luzi: «Qual è il nostro luogo/ o luogo non abbiamo,/ abbiamo solo mutamento…/ Oh non sia in nullità/ ma in vita/ e in creaturale perduranza/ usque ad…».

Cristiano Poletti