poesia italiana

I poeti della domenica #312: Antonia Pozzi, La vita/La vie

Antonia Pozzi, Une vie irrémédiable. Poèmes, écrits. Édition établie par Matteo Mario Vecchio. Traduction de Camilla Maria Cederna, Lille, Éditions Laborintus, 2018

La vita

Alle soglie d’autunno
in un tramonto
muto

scopri l’onda del tempo
e la tua resa
segreta

come di ramo in ramo
leggero
un cadere d’uccelli
cui le ali non reggono più.

18 agosto 1935

La vie

Au seuil de l’automne
dans un coucher de soleil
muet

tu découvres la vague du temps
et ta reddition
secrète

comme de branche en branche
légère
une chute d’oiseaux qui tombent
quand leurs ailes ne les portent plus.

18 août 1935

I poeti della domenica #311: Antonia Pozzi, Canto della mia nudità/Chant de ma nudité

Antonia Pozzi, Une vie irrémédiable. Poèmes, écrits. Édition établie par Matteo Mario Vecchio. Traduction de Camilla Maria Cederna, Éditions Laborintus, Lille, 2018

Canto della mia nudità

Guardami: sono nuda. Dall’inquieto
languore della mia capigliatura
alla tensione snella del mio piede,
io sono tutta una magrezza acerba
inguainata in un color d’avorio.
Guarda: pallida è la carne mia.
Si direbbe che il sangue non mi scorra.
Rosso non ne traspare. Solo un languido
palpito azzurro sfuma in mezzo al petto.
Vedi come incavato ho il ventre. Incerta
è la curva dei fianchi, ma i ginocchi
e le caviglie e tutte le giunture,
ho scarne e salde come un puro sangue.
Oggi, m’inarco nuda, nel nitore
del bagno bianco e m’inarcherò nuda
domani sopra un letto, se qualcuno
mi prenderà. E un giorno nuda, sola,
stesa supina sotto troppa terra,
starò, quando la morte avrà chiamato.

Palermo, 20 luglio 1929

Chant de ma nudité

Regarde-moi : je sui nue. De l’inquiète
languer de ma chevelure
à la tensoion souple du pied,
je suis toute d’un maigreur acerbe
engainée dans une couleur d’ivoire.
Regarde : pâle est ma chair.
On dirait que le sang n’y coule pas.
Le rouge n’y transparaît pas. Seul un faible
battement d’azur s’estompe dans ma poitrine.
Tu vois comme j’ai le ventre creux. Incertaine
est la courbe de mes hanches, mais les genoux
et les chevilles et toutes les jointures,
je les ai maigres et fermes come un pur-sang.
Aujourd’hui, je me cambre nue, dans la clarté
du bain blanc et nue je me cambrerai
demain sur un lit, si quelqu’un
me prend. Et nue un jour, seule,
allongée sur le dos sous trop de terre,
je resterai, quand la mort aura appelé.

Palerme, 20 juillet 1929

Pietà – inedito di Piergiorgio Morgantini

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(foto di Alessandro Margnetti)

Un «poeta di Polonia» è chiamato a difesa di questo testo. Come se Piergiorgio Morgantini volesse stabilirne un orizzonte tanto ampio e profondo da darci sollievo, nonostante il peso specifico dell’enunciato. È un sollievo che accarezza tutta la poesia e ne abbraccia il senso. È Czesław Miłosz il maestro venuto in suo soccorso, in un rapimento di pensiero. Mutuato pensiero dunque, in grado davvero di farsi custode: ogni parola è un uomo, ogni poesia è una persona. C’è infatti “un lamento sopra il loro destino”, dice il poeta; la citazione di Miłosz è tratta dal libro Il cagnolino lungo la strada.
Bisogna sentirli, i volti, cos’hanno da dirci. Capire cosa sta lì dentro, lì dietro. Ecco: i mondi, che in parte i volti nascondono e in parte manifestano. Ognuno nel suo, ognuno in sé. E dall’interno di ciascun mondo, sempre, ogni volta, si alza e si rialza quel lamento. “Sopra il loro destino”, dice il poeta. Il loro? Il nostro: è lo stesso, di un uguale segno. Lo sappiamo per necessaria empatia, obbligata immedesimazione: come non capirli questi mondi se a parificarci c’è «il sole nuovo e lucido e sempre uguale»? Il sole, e lo scatto della visione: «Dice che lavorare dodici ore / (…)»: questa poesia entra in modo diretto nel pieno della materia di vita che è il lavoro, ed è un grande merito.
Viene dalla terra l’anima della poesia, è nella pelle del protagonista, è in questa pizzeria, entra in un coro di figure dentro un’attualità che morde: parla di una storia di immigrazione e di durezza; evoca un fondo di vita venuto così in superficie. Una lotta per la vita, aspra. La conosciamo da tanto: una lotta che strappa dalla terra, fa reinventare una casa, ci tiene stretti in un nodo di «presenza e mancanza sovrapposte». Ma per fortuna c’è quel sollievo, un lamento che può diventare canto. E vera partecipazione, immersa tra le forze fondanti della realtà, proprio come la pietà pretende. (Cristiano Poletti)

 

Dice che lavorare dodici ore
in alberghi dove la gente
del pollo preferiva le alette
era sempre meglio
che sentirsi la terra nelle pieghe della pelle
fin dentro le vene;
parla degli anni andati:
una folla di stelle e punte
e figli da tirare grandi
in una pizzeria, in un altro paese.
Lì in questo preciso istante
tra i tavolini e i pensionati del mattino
il sole nuovo e lucido e sempre uguale
saluta come quello della sua terra distante:
presenza e mancanza sovrapposte.
Poco lontano scivolano studenti sulle ali
verso un mestiere o un amore,
e sull’ultimo sorso di caffè
penso al poeta di Polonia
nella nona decade della sua vita:
se si potesse ricominciare da capo
se si potesse
ogni poesia -scriveva-
sarebbe il profilo di una persona
volti e figure sentiti dall’interno
un lamento sopra il loro destino.

 

3 dicembre 1938 – 3 dicembre 2018. Per Antonia Pozzi

Gli anniversari sono sempre ambivalenti: momenti di celebrazione capaci di trasformarsi in un passo falso, vittime di un tranello ben celato. Il fatto, però, che un volume di scritti dedicati ad Antonia Pozzi sia uscito a ridosso di un anniversario importante come gli ottant’anni dalla sua prematura e volontaria scomparsa è solo un evento che va accolto in modo assolutamente positivo. Nessun intento celebrativo; solo il desiderio di affrontare la giovane poeta in modo libero, autorevole, scientifico e scevro da letture stereotipate, dogmatiche, che da anni si ripetono raccontando una favola bella che, evidentemente, qualcuno ancora illude.

La novità forse più evidente di questo volume corposo (oltre 500 pagine), curato da Fabio Guidali e Matteo M. Vecchio, sta nello sguardo ampio e argomentato rivolto alla figura di Antonia Pozzi; sta nell’evocazione della «singolare generazione» cresciuta attorno alla figura del professore Antonio Banfi e soffocata dai tragici eventi storici che modificarono la fisionomia dell’Italia, culminando proprio nel 1938 con l’emanazione delle leggi razziali. Non che i legami tra Antonia Pozzi e la cerchia banfiana non fossero già stati in precedenza indagati, ma è la prima volta che in un volume intenzionalmente si danno il giusto rilievo e il degno riconoscimento alle possibili influenze esterne, agli apporti esterni, facendo dialogare tra di loro i singoli risultati delle indagini per trarne un quadro di insieme nuovo, nonché foriero di future esplorazioni (rapidamente penso ai due contributi di Davide Assael – La lezione di Giovanni Emanuele Barié nel percorso formativo di Antonia Pozzi, e Da Piero Martinetti ad Antonio Banfi. L’Università di Milano negli anni Trenta -; nonché l’affine contributo di Marcello Gisondi, Un giovane maestro: Antonio Banfi teoretico; oppure all’affresco ‘topografico’ di Francesca D’Alessandro, Occasioni di lettura. Vittorio Sereni e la topografia poetica del suo tempo; fino al ‘dittico’ di Matteo M. Vecchio, Notizia su Piera Badoni e Nella Berthier, che tratteggia un quadro di relazioni dirette e indirette con l’universo pozziano).
Ma si dà voce pure al lato negativo della cerchia banfiana, dalla quale in una certa misura Antonia si è sempre sentita esclusa, e che non le risparmierà delusioni cocenti, come il giudizio negativo sulla propria poesia espresso dal professor Banfi, e che porterà la giovane Antonia a ipotizzare la via del romanzo per dare corpo alla sua scrittura.
L’intenzione dei curatori è quella di sottrarre la vita e l’opera di Antonia Pozzi da quella dimensione attuale che l’ha resa un caso letterario, per riconsegnarle – vita e opera – alla «complessità del loro tempo», come viene detto nell’agile ed efficace introduzione, sottraendola da uno «svilimento, che trae origine proprio dal contesto di prima lettura e pubblicazione delle sue Parole»; e nel fare ciò, sia chiaro, non si disconosce la storia anche critica, bensì si parte proprio da questa per contestarne certi esiti (vedi il “non incolpevole” Vincenzo Errante) e, di contro, ribadire la centralità di altri (vedi l’ancora autorevole contributo di Eugenio Montale). Consegnare Antonia ad Antonia stessa, anche con l’aiuto degli strumenti della psicanalisi applicati alla lettura delle poesie, come avviene nel contributo firmato da Matteo De Simone, Sostare in riva alla vita. Note sulla poesia di Antonia Pozzi, al quale va riconosciuto il merito di mettere all’angolo parte della vulgata critica, quella parte per la quale è sembrato «essere difficile riconoscere, anche post mortem, ad Antonia la sua personale storia, costituita da malinconie e angosce ma anche da desideri e speranze.» (altro…)

I poeti della domenica #310: Davide Castiglione, “Nascevamo davvero…”

Nascevamo davvero, quelle nascite:
vertigini sul foglio a deformarne
l’ottuso orizzontale in un grido;
frane che la carta ha da subire.

Ora ogni parto è in coda alle urgenze:
è un fare e disfare ai bordi del vivere,
nelle piane di calma; ma accertata
la faglia, è paradosso – del costruirci.

 

Davide Castiglione, Per ogni frazione, Campanotto Editore 2010

I poeti della domenica #309: Vittoriano Masciullo, “conta il tempo”

conta il tempo
anche nel ritardo
conta guardare lo stesso
alle briciole lasciate sul labbro
conta ogni resurrezione
senza bagagli arreso
a tutto l’improvviso
benessere di un sole venerdino
tra centinaia di guerrieri
splendidi soli e articolate difese
aperto il sacchetto di gioie
le gemme di questa tempesta
mi piacerebbe averti qui ogni tanto
a confonderti stremato da me ricorda
ricorda altrimenti
a che è servito aver scritto prima di

 

Vittoriano Masciullo, Dicembre dall’alto, L’arcolaio 2018

Letizia Leone, poesie da “Viola norimberga”

Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello

[…] Quando il tempo è dolore non si può far nulla di meglio che farlo passare, e ogni poesia diventa una formula magica. […] Le ballate di Schiller divennero le mie poesie dell’appello; grazie a loro riuscivo a stare in piedi per ore senza svenire, perché c’era sempre un altro verso da recitare, e quando un verso non ti veniva in mente, potevi pensarci, anziché pensare alla tua debolezza. […]

(Primo Levi)

Un cubetto di ghiaccio del 1943. O per meglio dire:
un dado di gelo, urla, ciottoli con dentro l’alba che affiora,
l’insensata montagna di delitti.

Vai a sbattere sulla barriera glaciale della Storia.
Perfino la poesia diventa cera,
la poesia vera, che è un tappo per le orecchie.

Le ballate di cera di Schiller furono i tappi di Primo Levi,
Uno, due, tre molliche di silenzio fino ai timpani.

Senza suono la musica delicata della memoria.
Abbassa il volume di queste raffiche dell’appello.

Ancora tracce fresche
sui fondali immensi delle miniere del Male?

(p. 19)

 

*

 

Mi fermo.
Aspetto il buio.
Il sole ai piedi e le tenebrose lucertole.

Questa Storia
non si può scrivere a mezzogiorno.

Prigioniero ti rendo il bocciolo
Di mestizia.
Il calco bruciante della sua forma.

Il vapore potrebbe
condensare nelle tue iniziali
nelle vocali gonfiare.

Decifrare i Rotoli
Dell’elettrocardiografo.

Bisogna pregare, lo so.
Si può imparare.

(p. 29)

 

*

 

Erebo
Notte
La faccia blu.

Un cupido appesantito
Dalla faretra di cenere

Scocca le frecce della colpa
sullo scandalo
ebreo del tuo corpo.

Erebo
Notte
il sonno e il sasso
dei torturatori
sazi.

Eremo.
Notte ebrea
nell’erebo Nazista.

(p. 76)

Letizia Leone, Viola norimberga, Edizioni Progetto Cultura, Roma, 2018

 

Un libro dalla forza espressiva formidabile e dall’equilibrio non comune. La forma impeccabile fronteggia la materia, che sia bruta, ingiallita, cinerea, incandescente, tiene testa alla terrificante evocazione del male elevato a sistema così come alla stolida ripetizione della violenza. Il lavoro poetico, solido e consapevole, si fa carico del rischio altissimo di rendere l’indicibile senza precipitare nel retorico, senza scivolare nel patetico, senza lasciarsi avviluppare nel vago, senza schivare l’orrore con l’eufemismo. Questo è Viola norimberga di Letizia Leone. (Anna Maria Curci)

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Letizia Leone è nata a Roma, dove ha conseguito la laurea in Lettere e il perfezionamento in Linguistica. Ha pubblicato: Pochi centimetri di luce (2000), L’ora minerale (2004), Carte Sanitarie (2008), La disgrazia elementare (2011), Confetti sporchi (2013), Rose e detriti (2015). È redattrice della Rivista Internazionale “L’ombra delle parole” e della Rivista di poesia, critica e contemporaneistica “Il Mangiaparole”.

Le “Coppie minime” di Giulia Martini (di Roberto Lamantea)

 

Più che un libro, è un concerto. E dà gioia scoprire un’altra autrice (giovanissima, ha 25 anni) che non solo ha “qualcosa da dire”, ma lo dice con l’abilità di una tessitrice raffinatissima. Coppie minime (InternoPoesia, 2018, 136 pagine) gioca già nel titolo – Francesco Vasarri nella prefazione ricorda che «con coppia minima si intende, in linguistica, una coppia di parole che si differenziano soltanto in virtù di un fonema» ma “coppia minima” è anche, naturalmente, la coppia di innamorati, anche se in questo libro domina l’amore non ricambiato – con l’ambiguità della lingua (cara vecchia parola di un classico libro di William Empson), la sua seduzione. Giulia Martini lo fa anche giocando con la tradizione letteraria, con innesti e variazioni foniche: Dante, Boccaccio, Petrarca, Poliziano, la liturgia cattolica. Più che citazioni, sono come l’eco di una musica che continua a danzare nella mente, “coppie minime” di scatti fonici che rovesciano la scrittura del senso: non più o non solo scrivo per dire (un concetto, un’immagine, un contenuto) ma scrivo ciò che la lingua dice (la forma è il contenuto: in tempi grami per la cultura e un’editoria appiattita sul consumo massmediatico bisognerebbe rileggere lo strutturalismo e la semiologia).
Sempre Vasarri nella prefazione scrive benissimo che i testi oscillano «tra la concisione epigrammatica e il riecheggiamento del sonetto» e che Coppie minime è un libro «ricco di movimenti che dalla lingua puntano alla sua ombra». Verrebbero in mente certe tensioni teoriche del Gruppo 63, ma Giulia non fa un’operazione d’avanguardia, non nega la tradizione ma, zanzottianamente, la riscrive, l’innesta nella lingua del reale, compresi gli anglolemmi dell’informatica (neolingua?): ed ecco che il verso si nutre anche di parole come desktop, pixel, app, password, pdf, hardware, che sono il nostro paesaggio quotidiano (esemplare il testo di pagina 21, che è in realtà molto amaro).

Calendimaggio d’un maggio d’antan,
Mi cali lemme lemme nel lemmario
chanson di gesta. Quale calicanto
del Getsemani tieni tra le mani?

[…]

lacuàle per irrigarti chance.
Nel deserto, la quale ti battezza,

Versi che tra allitterazioni e rime interne sono esemplari della scrittura e della riscrittura del senso (pagina 18). E accanto (19):

Con quanti giri di parole giro
l’isolato dove pianeggi e abiti

oppure (20):

è notte, è notte, è notte, è notte e non te.

E anche (70):

Un foro nel Fosforo.
Un neo nel Neon.

Magnifico il testo, ispirato al Vangelo (Mt 4, 1-4), di pagina 24:

Ti prendo per lacerti in questi giorni
di magra, di magnificat.
Mi mitigo
il tuo deserto con moti per luogo –
diverto ogni tuo niente in desinente
di caso e numero, nome persona
e tempo nel verbo,
se è vero il Verbo
che non di solo pane vivrà l’uomo
ma d’ogni diavolo di parola.

(E così via, e così via dicendo). (altro…)

Elena Cattaneo: poesie da “Quasi un compleanno” (raccolta inedita)

da Quasi un compleanno

 

Tanatosi

Entrare nella cosa è morirne.

Perdere contatto dal cavallo in corsa,
abbandonare la vela gonfia in approdo,
leccare sale dalle mani e farsi ciottolo.
Poco prima di tutto, fermarsi e dondolare.

Là dove germinava un dubbio
Ofelia ha reciso il ranuncolo.
Di eterno si era imbellettata,
annodando un bacio a tampone
fingendosi viva e vegetale.
Il bacio non ha retto, ingenua paratia.

Entrare nella cosa è accettarne la fine.

A volte, Amleto caro, si soffre.

 

Orto

il dramma del corpo
che arretra
in ogni linea vitale

è novembre che ci dice della verza ghiacciata
turgida e mesta ai piedi dei cachi d’oro
trafitti su rami neri
le fragole d’agosto come lacci alle caviglie
e ranuncoli a bottone

un ordine cerchi padre
una appartenenza al suolo
il senso che bussa sotto l’ignoranza
tra le lumache gravide di lattuga giovane

non saremo redenti
e luglio l’ibrido ci inganna
siediti padre
attendi settembre

osserviamo lenti e sospesi
le nostre mani nella terra
semino fiori e frutti che mai
saranno dipinti di Willem Kalf

c’è poco nutrimento

non mi hai protetto, padre

da oriente sorge uno stelo ingarbugliato

(altro…)

I poeti della domenica #308: Silvia Salvagnini, Caramelle

 

caramelle

 

“se parli ti spacco la testa con il tombino
ti faccio nera ti rovino fino a sera
se parli ti spacco la testa
e muori impiccati vai fuori:
ti faccio nera ti rovino fino a sera”
.
.
lecco le caramelle e le incarto
incarto ancora caramelle
e lecco lo specchio con la lingua
con insistenza chiudo il tuo dentifricio
lecco il bordo del tubetto
se sono stata capace di leccarti
ogni sotto, di fotterti ogni fotto
sono capace di leccarti il piatto
.
.
la forchetta che ti ho portato
leccarti la merda del cuscino dormito
leccare abbondantemente i bordi
delle finestre, le mutande che ti raccolgo
ogni mattina, il lembo del lenzuolo
che ti piego accurata
leccare la carta scritta che ti scrivo
per dirti amore non dormo non dormivo
per dirti amore sono sveglia sono viva
sono respiro impulso vivo
ti lecco il polsino della camicia
stirata appesa al manichino
ti lecco il calzino che lasci alla porta dello sgabuzzino
.
.
lecco le chiavi che usi e nascondi e
solo tu usi
lecco l’imbuto del vino, lascio tracce
come quando ti piaceva il collo
l’ascella e infilarmi il coltello.
.
.
tutta in silenzio la casa riposa
mentre sei al lavoro e io sono sola
prima del distacco dello scappare
dello scacco.
.
.
“se parli ti spacco la testa
e muori impiccati vai fuori”: (altro…)

I poeti della domenica #307: Lucianna Argentino, Gestazione dell’addio

Gestazione dell’addio

a Valentina Cavalli

“Impossibile pronunciarla
quella parola; ma forse
si poteva farla risuonare”

(Marguerite Duras)

 

Trovarla nella caduta perpendicolare
del sangue la parola giusta
che mi raschi dalla pelle tutto il male,
che mi scavi le ossa e mi faccia cava
per galleggiare almeno in quest’aria
che non riesco più a respirare.
Trovarla negli otto minuti di travaglio
della luce ora che sto come il cielo
dismesso dalle rondini,
la verità dimenticata dall’ombra,
le lenzuola sui davanzali, al mattino,
prostrate in un rigurgito di buio.
Trovarla la parola giusta e difficile
ora che il mondo è tutto e solo visibile,
la parola che è segreto e mistero di te ed io,
quella che dice l’amore
quella che m’è rimasta dentro muta
perché non ho più un te
e nemmeno un io e sono metallo gelido
campana che suona
tamburo che rimbomba.

Non sanno che non è solo il corpo
che m’hanno profanato
ma tutta tutta intera la vita
che il corpo ricco di messi e bello lo sentivo
e adesso non è più mio e mi sta addosso
come guerra, come piazza di mercato
dopo un attentato.
Corpo estirpato, corpo incolto,
concesso alla mancanza
e se Dio esiste
in me non sento più il suo alito
e sono polvere
alla polvere già ritornata.

 

© Lucianna Argentino

da: Cuore di preda. Poesie contro la violenza alle donne, a cura di Loredana Magazzeni. Immagini di Fabiola Ledda, Edizioni CFR 2012, pp 33-34

Roberto Amato, “Le attitudini terrestri” (rec. di D. Gentile)

Risulta difficile poter parlare della nuova raccolta di Roberto Amato, Le attitudini terrestri (Elliot 2018) senza sfiorare il rischio che le parole diventino un reticolato stretto per le molteplici direzioni che rendono questo libro una sorta di sussidiario in versi. Per Amato, in questa come nelle precedenti raccolte, «la poesia è un fatto vivo» e, in quanto tale, tocca e abbraccia i luoghi comuni, i cassetti, le cucine, il gioco, ma senza mai trascurare uno sconfinamento in ciò che apparentemente comune e terrestre non è: i testi, fuori da ogni schema metrico, vedono un io bambino che racconta, in una forma che diremo approssimativamente diaristica, le sue memorie. Le Mémoires d’un fou di Flaubert fanno da modello per l’avvio a un insolito dialogo, non precisamente collocabile nel tempo, ora con un Dottore, ora con un fratello Elvio, con delle cuoche o un barbiere, una madre, un padre.
Chi parla è apparentemente fermo in una «fabbrica di pazienti» e più precisamente in una cella, gabbia, scatola: il gioco di Amato inizia con il ridurre al minimo lo spazio, con l’annullare le coordinate del circostante per poi costringere il lettore a seguire i discorsi farsi cielo e spazio siderale, a scoprire che nella «internità liminare» del paziente può accadere ciò che è proprietà intrinseca della soglia e cioè il suo appartenere al dentro tanto quanto al fuori. Il mondo, quindi, può stare in una scatola e gli angoli e gli spigoli sanno cedere alla rotondità del cielo e delle nuvole come una culla in una «cella ariosa». A convincerci che sia possibile questo continuo oscillare, è la logica stringente con cui chi parla sa argomentare con una «colpevole coerenza» la sua visione delle cose, le sue misurazioni, i suoi ricordi, le sue ossessioni. Se «noi ci ostiniamo a costruire dighe per comprimere tutto dietro l’oscurità», è proprio tale buio che la voce narrante cerca ostinatamente di indagare, progettando di scrivere un Trattato sui principi luminosi delle tenebre che tenti, se non di portare luce, quanto meno di individuare i segnali che provengono da quanto è nascosto.

Prima che mi curvassi così ero talmente alto
che la mia testa germogliava sui tetti dell’Ospedale.
E non potevo fare altro che sorvegliare il paesaggio per così dire dall’esterno.
Il mio dialogo con gli alberi scorreva verso il basso. Defluiva.
Gli uccelli che mi facevano il nido sulla testa erano in fondo
una grande consolazione.
Io mi nutrivo delle loro uova e questo li esasperava.
Ma sapevano dominarsi accecati dal lume della mia splendida ragione,
come se fosse chiara la Natura nel suo svolgersi secondo
«gli irrinunciabili principii luminosi delle latebre».

Sì, come quando la mia testa cominciò a risplendere di luce propria,
e aveva un bel cantare quel ruffiano matricolato di Tanino,
che i miei capelli sono sani e luminosi.
E glielo dico in confidenza, Dottore:
non ci sono ospedali che non abbiano questi giochi di luce,
questi dialoghi sui tetti e nelle prime zone del cielo.

Ma non deve pensare a una separazione netta tra gli stati solidi e gli stati gassosi,
tra i rumori e la musica.
è una questione puramente ornitologica.
Cosa fanno gli uccelli se non legare musicalmente ma anche pazzescamente
(sono uccelli manicomiali non lo dimentichi)
gli alberi e i cieli con le loro penne pentragrammatiche?
Non fanno altro è evidente.

(altro…)