poesia italiana

PoEstate Silva: Annalisa Rodeghiero, Poesie da “Incipit”

“Ma ci saranno ancora degli innamorati che in una notte d’inverno si faranno trasportare su una slitta trainata da un generoso cavallo per la piana di Marcesina imbevuta di luce lunare? Se non ci fossero, come sarebbe triste il mondo.”

Mario Rigoni Stern

 

La slitta del sergente

Ora che la prima neve – fa – sopra i tetti cartolina
e dentro l’anima è sudario
sugli abeti crocifissi,
una risposta Mario te la vorrei dare.
Vedi, la speranza è proprio là
seduta sopra quella slitta nella piana imbevuta
della luce che tu sai, bianca di neve.

Lassù dove il piano si connette al monte
e valli e cielo versano grumoso latte,
voglio ancora immaginare
sguardi innamorati di bellezza
sotto la luna ammantata a sposa.

Allora sfumano lente in albe
tutte le notti del mondo
perché sotto quella luna piena nella piana
a poesia non muore e tu lo sai
– Sergente-
fino a quando esisterà
anche solo un uomo sulla terra
e la terra dentro occhi innamorati.

 

Disordine verticale

Quanti girotondi d’abeti mancheranno
ai boschi del Kranz o verso il Gruppach.
Uno due tre
la conta in genere si fa toccando le teste
una ad una
in fila con la mano,
ma ora lassù sull’Altopiano
dentro un silenzio che sembra innaturale
tronchi dormono sui tronchi
disordinatamente
corpi ammassati nelle fosse.
Forse allora io non so contare
fino a mille duemila tremila,
una alla volta la nostra distrazione.
Uomo contemporaneo che inciampi e cadi
sopra i tuoi stessi errori, uomo sguardo orizzontale
che vedi a senso unico le cose
ascolta la radice che ti parla, colma l’incolmabile
distanza
tra te e il suo grido verticale.
Poi aiutami a finire quella conta.

Trecentomila possono bastare.

(altro…)

PoEstate Silva: Giorgia Meriggi, Esecuzioni (inediti)

 

Giorgia Meriggi, Esecuzioni

 

Ho una casa sulle saline
marziane di Es Pujols
in scala nella vasca da bagno.

Vivo in una cava di marmo
in via Guido Reni
il plastico di un’esecuzione.

 

 

Dico la pietra che sporge
l’inciampo
smarrirsi e rotolare sulla luna.

La prima pietra, la croce di legno
il burattino che ha perso la strada.

Di chi è la colpa
se cadi e rinasci
in segmenti che ti assomigliano
nel dolore.

 

 

Ricordati di santificare
i fraintedimenti
la grandine creduta
viva
perché cade e grida
il catrame
creduto mare
per stregoneria del sole.
Se qualcosa nel baratro
emana bagliore
ti guarda
con i tuoi occhi.

Talvolta è il regno
dei cieli: un vetro,
tu la rondine. (altro…)

PoEstate Silva: Sabatina Napolitano, Poesie da “Scritto d’autunno”

 

Io voglio che sia il mondo dell’autunno

L’autunno è sempre un tempo in cui pensiamo all’eternità.
Alle nostre memorie, lasciate sull’erba dei morti.
Tu dicevi che si indicavano le domande giuste
sul nostro tempo,
che saresti stato come l’autunno che torna a dire i limiti,
quando perdiamo nella corsa le persone care:
in alcune luci che ci danno conforto,
lasciamo che avvengano gli affanni:
nei tuoi sorrisi non mancano persone e alberi,
le scarpe di chi sente percorrere tutta un’intera vita a piedi.
Lascio le mie forchette su un tavolo di stelle,
resto seduta fuori, alla distanza giusta
che muove le stagioni nel vento.

Accade quando stiamo insieme
che i giorni della settimana cambiano:
il sole non è più il sole e tu non sei come la primavera,
sei molto più somigliante all’autunno
più leggero nei giorni della settimana.

Sei come un vivo autunno, dall’aria giovane,
che mi ha raccolto in un giorno caldo d’agosto,
quando la pioggia si poteva sopportare
e si poteva animare il vento, i fulmini delle proiezioni.
Sei somigliante all’autunno.
Ad un’acqua che chiude gli occhi
ai colori dei giorni, così somigli all’autunno, felice

così ti alzi con coraggio, quando l’autunno è finito,
come fossi tua per sempre.

 

 

Ascoltami, il tentativo
è dirti un’emozione che mi decide:
la chiave può essere anche in questi fogli.
È la mia debolezza fatta frammenti,
la distanza che si scioglie tra questo tuo continuo
non credere, e il mio continuo comprendere.
Fin tanto che i tuoi denti, al bordo del bicchiere
fanno un piccolo rumore, chiuso
nei vizi di insegnarmi a conoscermi,
vero sempre più pronto in questa continua sfida.
Sei come un verde autunno,
che promette il tutto dalle sue finestre aperte,
e disegna primavere, segrete, di vita
dopo questi anni passati a vivere una prova.

(altro…)

Bustine di zucchero #9: Attilio Zanichelli

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza.
Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Old Crumpled Paper

«Attilio Zanichelli è nato a Parma nel 1931 dove vive tuttora. Da Guanda ha pubblicato una raccolta di poesie Giù fino al cielo (1973).» – così recita la quarta di copertina della bianca Einaudi di Una cosa sublime (1982). Nel 1980 uscirono i testi di Orsa minore, sempre per Einaudi, in Nuovi poeti italiani 1. La raccolta Una cosa sublime riporta alcuni testi di Orsa minore, fa notare Danilo Mandolini, leggermente modificati rispetto alla precedente silloge. Il poeta venne a mancare prematuramente nel 1994. Zanichelli fu amico di Fortini, cui è dedicata una poesia («Brulle ossa senza nome/ calati nella festa siamo noi/ a sparire nel buco della storia» A Franco Fortini, p. 28). Fra l’autore del Foglio di via e Zanichelli è possibile riscontrare delle affinità, fra cui un’idea di poesia vicina alla vita quotidiana («[…] ma non è fuga/ dalla vita la poesia che arde nella tua anima!», Poesia, p. 11) e una riflessione sulla condizione umana, rappresentata dalla figura dell’operaio (il poeta parmigiano lavorò per anni come meccanico alla Bormioli: «Chi ha paura di essere chiamato al destino/ di ogni giorno come io operaio alla Bormioli/ Rocco e figli che vanta al capitalismo un secolo/ di lacrime?», Fabbrica, p. 32). Zanichelli provò a rispondere all’umana disperazione con la poesia, chiamata da lui cosa, e lo fa tessendo una riflessione metapoetica perché è la «cosa più temibile perché non si vede/ non è più che un segno sulla carta, l’ombra/ della vita». I versi come ombra della vita e che quindi la seguono da dietro le spalle. L’amore per la poesia è spesso richiamato nella raccolta (Poesia, Una cosa chiamata poesia, Una cosa sublime), scende in profondità reiterandone l’alto grado di bellezza. Non è un caso che il titolo della raccolta riprenda il titolo della sezione finale del libro ripreso, a sua volta, dal titolo della poesia all’interno dell’omonima sezione. Come scatole cinesi, quest’adorazione per la “cosa sublime” si moltiplica nell’intento di rimarcare un messaggio, per cui scrivere poesia è la soglia, l’ingresso da cui iniziare per comprendere, nonostante la sua inafferrabilità e il suo dolore, la vita.

Bibliografia in bustina
A. Zanichelli, Una cosa sublime, Torino, Einaudi, 1982, p. 11.
D. Mandolini, Del vivere come in fuga dalla vita. Sulla poesia di Attilio Zanichelli. Il breve saggio è consultabile a questo link.
L. Ariano, Attilio Zanichelli. La nota critica è consultabile a questo link.

I poeti della domenica #384: Rocco Scotellaro, La prima di agosto

 

LA PRIMA DI AGOSTO

a Manlio Rossi-Doria

In un momento cesserà la giostra
delle giumente bendate che trebbiano
a giri vorticosi sulle aie.
Hanno bisogno d’essere cantate
allora si mettono al trotto
e gli uomini sanno farle sognare:

O esauste fontane, a briglie lente,
dopo i picchi fatigati,
o amore sommo dell’uomo
un vero fratello
che scendeva da cavallo,
rimescolava invano nella ciba
d’acqua al fondo d’un’argilla
che lunga cervice non lambiva!
O vero amore di compagni di lavoro:
ho visto un uomo dare a bere
le sue mani a una giumenta e bestemmiare!

A un cenno, nel momento
or rendetele franche
le giumente sulle aie
con le sacchette gonfie della biada.
Oggi nelle terre
si lavora e si fa festa
la prima di agosto
la gioia di riserva
il cibo di nascosto.
Dall’ombra dei fichi
si vede come una bandiera
sull’ultima biga.
E sono imbianchite le casine
la festa gloriosa dei santi
padri contadini.

(1948)

 

da © Rocco Scotellaro, Tutte le opere, Mondadori, Oscar Moderni, 2019

I poeti della domenica #383: Rocco Scotellaro, Verde giovinezza

 

VERDE GIOVINEZZA

C’è tempo quando abbondano
lucertole nelle vigne
e a qualcuna nuova coda inazzurra,
quando nei campi spuntano covoni
impazienti di fuoco
e la cicala assorda e mi tappa
l’orecchio alle campane, alle canzoni,
al lungo richiamo di mamma
che mi rivuole vicino e suo.
Quando la fiumara è bianca…
Allora mi voglio scolare l’orciuolo
e coricarmi in terra
senza memoria più
della verde giovinezza.

(1945)

 

da © Rocco Scotellaro, Tutte le opere, Mondadori, Oscar Moderni, 2019

PoEstate Silva: Stefano D’Arrigo, In una lingua che non so più dire

 

IN UNA LINGUA CHE NON SO PIÙ DIRE

Nessuno più mi chiama in una lingua
che mia madre fa bionda, azzurra e sveva,
dal Nord al seguito di Federico,
o ai miei occhi nera e appassita in pugno
come oliva che è reliquia e ruga.

O in una lingua dove avanza, oscilla
col suo passo di danza che si cuoce
al fuoco della gioventù per sfida,
sposata a forma d’anfora, a quartara.

O in una lingua che alla pece affida
l’orma sua, l’inoltra a sera nell’estate,
in un basso alitare la decanta:
è movenza d’Aragona e Castiglia,
sillaba è cannadindia, stormire.

O in una lingua che le pone in capo
una corona, un cercine di piume,
un nido di pensieri in cima in cima.

O in quella sua lingua che la mormora
sul fiume ventilato di papiri,
su una foglia o sul palmo della mano.

O in una lingua che risale in sonno
coi primi venti precoci d’Africa,
che nel suo cuore albeggia, in sabbia e sale,
nel verso tenebroso della quaglia.

O in una lingua che non so più dire.

 

Stefano D’Arrigo, Codice siciliano (prima edizione nel 1957, per i tipi di Scheiwiller), ora per MESOGEA, Messina 2015, pp. 54-55

PoEstate Silva: Roberto Dall’Olio, Tre poesie da “Se tu fossi una città”

 

se tu fossi una città
per quarta
saresti Parigi
dove ci siamo
conosciuti
abbiamo gettato nella Senna
il tempo e gli orologi
vivendo sorrisi
in tempi luminosi
e mogi

 

 

se tu fossi una città
saresti
Berlino
perché tu sei il profumo dei tigli
sei la mia ape regina
e con te vorrei volare
inosservati
lungo
Unterdenlinden
senza appigli

 

 

se tu fossi una città
saresti Barcellona
per quei vicoli stretti
dall’anima buia
e popolare
così a pelo del mare
lo saresti per quel blu di Mirò
tenace
che richiama
fratellanza
e pace

 

© Roberto Dall’Olio, Se tu fossi una città, Editrice l’arcolaio 2019

 

 

PoEstate Silva: Gianluca Del Prete, Tre poesie per l’estate

 

Tre poesie per l’estate

 

Fossero i miei bronchi
larghe sponde di fiume
un pomeriggio qualsiasi
andrei – senza un attimo

di fermo, a specchiarmi
nel Sole e nell’ombra,
con sete di foce

diventare io, vastità.

 

 

Un bisogno di trasparenza
e di blu,
una carezza leggera
che dal fondale salga

sulle braccia dei ragazzi,
rami di vento acerbo
di giovinezza abbacinata nel nitore

come rovi di more
e poche spine –
senza pungere

lontani gli affanni
i nostri rami bianchi
li stendiamo nel sole di giugno.

 

 

Ieri ho fatto il primo bagno,
sono nato su un’isola
appena sento tutto lo spazio d’acqua
il mare attorno al mio corpo

qualcosa di incontenibile mi vivifica
e fa tornare
sullo scoglio dove erano gare di tuffi
giornate intere

ad abitare rive, spiagge, scogliere
avere bocche di sale, teste increspate
senza fermarsi, solo saltare, gridare, nuotare
andare sott’acqua!

E poi le zie con i panini,
la pasta fredda, i cocomeri,
le pesche giganti, sbucciate,
lo zucchero che s’impastava
nella bocca, con tutto quel sale.

 

 

Gianluca Del Prete è nato a Napoli nel ’94, vive in Toscana. La terra sotto i piedi è la sua prima raccolta di poesie. Alcune poesie si possono leggere in rete; varie le sedi, tra le quali: Versante ripido, Carte sensibili, LaRecherche.it, la pagina Facebook Poesia Portale Sud, e altri. Partecipa a eventi e rassegne di poesia.

PoEstate Silva: Pasquale Di Palmo, Poesie da “La carità”

 

A che ora sono rincasato?
Alle cinque alle sei?
Mi sono coricato
vestito sul divano

senza svegliare mia moglie,
mio figlio, ho aspettato
come quand’ero bimbo
che il rombo di un motore

da lontano squarciasse
quel buio quel silenzio.
Come quando sapevo
che nella stanza accanto tu dormivi…

 

 

Giacometti

Se ti avesse incrociato Giacometti
in qualche fondamenta
in qualche calle
a metà dei Cinquanta
prima che io nascessi
mi son chiesto per anni
(solo lui poteva vederti così)
deformando la tua immagine
in quella Femme
de Venise
che ha piedi smisurati e braccia
abbandonate lungo i fianchi
idoletto etrusco
con testina di microcefalo…

 

 

Fotografia di un argine

Che posto è questo? Dove porta l’acqua
che travolge, deforma, trascina
la vita come fosse la mia vita,
sottile foglia in bilico sul gorgo?

E dove immette quella porta
sigillata da grate di metallo,
merlature riflesse in quest’acqua cavernosa?
Villa, discarica? O qui esistono cantieri?

 

Da: La carità, di Pasquale Di Palmo, Prefazione di Paolo Lagazzi, Passigli 2018

 

Pasquale Di Palmo è nato nel 1958 a Venezia, dove vive. Ha pubblicato le raccolte di poesia: Quaderno del vento (Stamperia dell’Arancio, 1996), Horror Lucis (Edizioni dell’Erba, 1997), Ritorno a Sovana (Edizioni L’Obliquo, 2003), Marine e altri sortilegi (Il Ponte del Sale, 2006), Trittico del distacco (Passigli, 2015, Premio Ceppo Pistoia 2017) e varie plaquettes, tra cui Addio a Mirco (con illustrazioni di Pablo Echaurren, Il Ponte del Sale, 2013). Sue poesie sono apparse in numerose antologie e riviste, tra cui «Nuovi Argomenti», «Poesia» e «Paragone» e sono state tradotte in diverse lingue. Ha pubblicato i saggi: I libri e le furie (2007), Lei delira, signor Artaud. Un sillabario della crudeltà (2011) e Venezia. Nel labirinto di Brodskij e altri irregolari (2017). Ha curato e tradotto diversi volumi, tra cui opere di Artaud, Corbière, Daumal, d’Houville, Gilbert-Lecomte, Huysmans, Michaux e Radiguet. Ha inoltre curato I surrealisti francesi. Poesia e delirio (2004), I begli occhi del ladro di Beppe Salvia (2004), Neri Pozza. La vita, le immagini (2005), Saranno idee d’arte e di poesia. Carteggi con Buzzati, Gadda, Montale e Parise di Neri Pozza (2006), Album Antonin Artaud (2010). Collabora all’inserto culturale «Alias» del quotidiano «Il manifesto».

I poeti della domenica #382: Remo Pagnanelli, “i giardini che sperimentano per primi”

 

 

i giardini che sperimentano per primi
il silenzio del tramonto
alzano dalle rose un vento di lamento

tutto ciò che è inanimato
geme sotto d’obliquo luci

nel mare allora andando in un’oscurità maggiore
sogna l’alito di Dio e vedine la chiarità che salva

 

Remo Pagnanelli, Quasi un consuntivo (1975-1987), a cura di Daniela Marchesti, Donzelli 2017

 

I poeti della domenica #381: Remo Pagnanelli, Alla Musa

I

Come fu difficile ricacciarti nell’ombra.
Io tiravo la volta, tracciavo il solco,
mi rifacevo nel verso di te che eri memoria.
Non dire soltanto mezze parole ma
se tento ancora coll’orgoglio
oppure l’incapacità mi perseguita.
Del resto anche questo inseguirti è essere vani
e inconsolabili.

II

All’oscuro di tutto la mia musa quanto meno
involuta non sa di musica seria o seriale,
così la grande maniera irta, carme d’impasse dovizioso,
sferraglia incompleta di tempo che s’invola,
è come una banda dal motivo interpolato,
poco più che un attacco.
Gli basta per incartamento di poetica
il balbettio prezioso (passepartout di carta pecora-poetica).

Remo Pagnanelli, Quasi un consuntivo (1975-1987), a cura di Daniela Marcheschi, Donzelli 2017, p. 22