poesia italiana

I poeti della domenica #298: Dacia Maraini, Se amando troppo

se amando troppo

se amando troppo
si finisce
per non amare affatto
io dico che
l’amore è un’amara finzione
quegli occhi a vela
che vanno e vanno
su onde di latte
cosa si nasconde mio dio
dietro quelle palpebre azzurre
un pensiero di fuga
un progetto di sfida
una decisione di possesso?
la nave dalle vele nere
gira ora verso occidente
corre su onde di schiuma
fra ricci di neve
e gabbiani affamati
so già che su quel ponte lascerò una scarpa, un dente
e buona parte di me

In viaggiando con passo di volpe, Milano, Rizzoli, 1991. 

Giovanna Amato, Poesie da “L’inizio della scrittura”

È appena uscito L’inizio della scrittura, silloge di poesie d’amore di Giovanna Amato edita da FusibiliaLibri, ed ecco per voi tre poesie in anteprima. Per tutte le altre informazioni, visitare qui. Buona lettura intanto da Poetarum Silva!

 

È come possedere una città. Poi una legione
divampa. Fa il suo ingresso. Ad uno ad uno
soldati disarcionano le torri
annientano difese sbigottite
si estendono alle porte delle case,
pulsanti; fino all’ultimo, il tedoforo,
che silenzioso avanza dalla breccia.
Non reputo rovina
il cremisi che si agita tra i sassi
mentre i granai stipati vanno al rogo
e l’invasore svetta a colpi d’ascia
la testa dei feticci sull’altare.

L’amore è una battaglia non campale,
come un assedio visto alla finestra.
Ed è la quiete, come il sacerdote
che spazza il tempio; quiete come il vinto
che lustra lo schiniere al vincitore.

 

Roma, marzo, Chiesa del Gesù

Alziamo gli occhi per festeggiare un trionfo
alla volta affrescata di un trigramma.
Ma per chi di noi sa vedere, la gloria è un angelo di stucco,
tortile e sporgente dal soffitto.
Possiamo interrogarci su chissà quale impalcatura
(l’opera umana che assidera la gravità)
alzata in tempi remoti, quando bambina, mia bambina,
c’era chi provava per quel cristogramma
e per quel marmo da curvare con le mani
la bruciatura dei primi martiri che io
provo per te.
Ho una voce d’organo nel petto.
Le ali di stucco dell’angelo non possono vibrare
ma il brusio degli altari mi parla, mi parla,
stordisce ogni pensiero che non ti riguarda
mio agnello mia colomba.
Usciamo all’aria.
La guida alza la voce per coprire
la sirena di un’ambulanza di passaggio,
vita che prosegue
anche se io sono innamorata di te.

 

Rispondo con una domanda al merlo
che mi interpella dal suo davanzale.
Rinunceresti forse alla fiammata
del sole quando plani in un mattino
freddissimo e invernale, per restare
sicuro che la bora non ti spiumi
non ti disperi e abbatta e squassi e mieta?
Lui mi risponde con un cenno muto.
Lascia che accada, lasciami l’ustione
come lo sfregio resta sulle mani
di chi ha cavato da qualche miniera
Dio con le dita.

 

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura, FusibiliaLibri, 2018

 

 

 

Salvatore Contessini, La cruna

 

Salvatore Contessini, La cruna. Poesie. Prefazione di Piero Marelli, La Vita Felice, 2018

Nel passaggio attraverso la cruna stretta, cozzo e confronto permanente con altro corpo estraneo o comunque avvertito come tale – sia esso tempo, materia, massa inerte o valanga che travolge – la parola poetica assume, declina ed elabora nella raccolta di Salvatore Contessini tutti i predicati che la rendono voce peculiare e, con la forza propositiva che a ragione Piero Marelli riconosce, nella prefazione, come propria di questo volume, insostituibile e inalienabile.
Provo dunque a enunciare alcuni dei predicati della parola poetica ai quali La cruna di Salvatore Contessini conferisce senso e movimento: anticipare e ampliare, artigliare, perfino, comprendere e comporre, definire e dilatare, esplorare e far emergere, rovistare, riconoscere e ricollegare.
È un elenco ben lungi dall’essere esaustivo e che adopero, tuttavia, come punto di riferimento per illuminare, di volta in volta, le tappe di un itinerario poetico costituito da testi che riportano tutti l’anno di composizione – in un arco di tempo che va dal 2011 al 2017 – e che si distinguono, senza esclusione di alcuno, per l’espressione raffinata eppure palpitante di tensione, testimonianza e manifestazione della corda tesa dal pensiero e del suo inevitabile e inseguito passaggio attraverso una cruna, strettoia e prova e sfida e affinamento.
Corda, passaggio e cruna assumono – ed è questa una delle peculiarità, è questo uno dei pregi della raccolta – connotati diversi, fogge e voci che mutano con il mutare e persino con il mescolarsi di una pluralità di ambiti di riferimento e comparazione: la fisica, l’astronomia, la matematica, la filosofia.
Le composizioni di Salvatore Contessini in La cruna restituiscono e rilanciano i viaggi di esplorazione del pensiero, il suo inerpicarsi e il suo distendersi, l’ardire del passaggio in gole strettissime, in crune, appunto, e in feritoie, così come le soste feconde di medit/azione.
Alla vastità dell’esplorazione si affianca la precisione geometrica dell’architettura: due parti, La cruna e L’artiglio, entrambe divise in tre parti ed entrambe introdotte da un componimento iniziale che precede la tripartizione (Dove osano i pensieri, Campo morfico, Recursioni per La cruna; La grazia, La forza, Il segno per L’artiglio). Chiude la raccolta, annunciata come Epilogo, la poesia Elaborazione dati, che sintetizza con straordinaria efficacia paradossi e dibattimenti, tira le somme, ricongiunge i fili e, ancora, indica nell’interrogativo la prosecuzione. Sembra quasi superfluo, dinanzi a tanto chiaro risuonare dei titoli, sottolineare la presenza in atto e in voce di un preciso programma compositivo. (altro…)

Giacomo Salvemini, poesie da “Via Convertino 10” (Controluna 2018)

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non trovo più quello che mi hai dato eppure sono convinto
d’averlo lasciato qui accanto al pilastro è tale la confusione che non
riesco a riempire la mente dalla quale il buio ha
capolinato
mi sono sentito partorito dal giusto almeno
così ho pensato
ho lavato con acqua di pozzo tutto quello che mi è stato
possibile la rilettura di qualche verso che ahimè avevo
dimenticato
mi ha catapultato il nonsense da me abbracciato
la figuraccia di non essere stato chiaro uscire dagli attacchi
le convulsioni molto più impegnative e con il rastrellamento
radicale di pidocchi in una classe subordinata alle altezze
dalle quantità di quote azionarie e dei tradimenti a portata di mano
dai colletti lucidi e le mani sporche fino in fondo
è quella gente che lavora solo di notte odia il sole più che la serpe in tasca
impiastricciata dell’ultima torta divisa in parti uguali con le briciole
cadute nel taschino l’unico ad aver pagato la rata
che non gli spettava si è trovato concusso senza saperlo
non sono stato io ad affamarti l’amaro del tufo ha ridotto il piatto

 

se non avesse piovuto quella sera non sarei qui a sprecare inchiostro
a materializzare la solitudine a mettere al posto giusto il verbo sterile
impronunciabile gettato nell’alternativa se non fossi nato chissà cosa
sarei ora una mente distratta una relazione ancora in brutta copia
o un cartapestaio nelle manipolazioni di carnevali e le ginocchia
malate di sinovite così ho chiamato lo spazzacamino per raschiare
fino in fondo incrostazioni fuliggini dalla mente
per collaudo ho gridato fino a pigiare i tasti dell’organo per recitare
il requiem al muro taciuto gocciando a poco a poco sul pavimento
la lascivia l’importanza del furto e lo strisciare del pennello

 

fare critica è mettere ai ferri l’incontro di chi ha creato
gli intrecci con la magia bastata a se stessa
i segni sulle labbra delle scorribande notturne delle radici la terra arsa le crepe nelle
scorticature sono cresciuto coi richiami dei pesci
dallo scoglio del cristo scrutavo la giovinezza
che m’ha reso orfano della gioia
non ho visto volare le api sull’eucalipto sul timo sul pino
sulla divaricapolmoni la menta per balsamicare
non ho riscontrato il rossore del fiore

 

Giacomo Salvimini, Via Convertino 10, Controluna 2018

 

Giacomo Salvemini (Manfredonia, 1946) vive a Crispiano (TA). È poeta, critico letterario e attore. Ha pubblicato: Orme sulla terra insana (1979), Strapiombi e raggi d’amore (1986), Scogli (1987), Al ronzio dei rami in amore (1993), Tra labbra di marea (1996); i libri d’artista: Promenade e Il Canto della Megattera (2000); Venti dell’amore oscuro (IX Premio Internazionale Guastaferro, Sciascia, 2005), Dalla tana di tufo (2009). È presente in numerose antologie e riviste letterarie. In teatro e cinematografia ha recitato con Paola Gassman in Dall’alba al tramonto e con Vanessa Gravina e Marco Marelli in Eros e Psiche diretti entrambi da Rina Lagioia. Ha inoltre recitato in diversi cortometraggi, film e opere teatrali.

Riletti per voi #18: Martina Campi, Estensioni del tempo (di Giorgio Galli)

 

Martina Campi, Estensioni del tempo, Le Voci della Luna 2012

Tutti i poeti conoscono momenti grevi: cadute di gusto, lati narcisistici, meschinità, angustie. È un fatto che ha a che vedere con l’umanità dell’autore più che con la sua capacità artistica. La poesia di Martina Campi è priva di questi momenti. Può avere lati deboli sul piano artistico, ma non conosce cadute sul piano umano. È il frutto di una natura quasi innaturalmente buona e di un complesso esercizio interiore. Chi la conosce (e ho la fortuna di conoscerla) sa che Martina è un essere silenzioso, ma straordinariamente presente: parla pochissimo con la voce, e molto col suo semplice esserci. È una creatura scoperta, che tutto sente e tutto vive a un livello di empatia quasi patologico, eppure trae una sua autorità proprio da questo. E’ una donna che ascolta, ed anche la sua poesia, come quella del rimpianto Christian Tito, è una poesia in ascolto.
La sua prima raccolta pubblicata si intitola Estensioni del tempo (Le Voci della Luna, 2012). Cosa vuol dire estensioni del tempo? La memoria va ad Ungaretti e al suo modo di far esplodere la parola rendendola un intero verso; e anche al modo che aveva di leggere la propria poesia, con le vocali che non finivano mai e le consonanti come spari verso l’alto.
Martina Campi è anche una performer, e ascoltare le sue registrazioni è istruttivo. Insieme al marito Mario Sboarina e al gruppo sperimentale Memorie del Sottosuono ha trasformato le proprie poesie in eventi musicali. Su una timbrica strumentale da uovo cosmico, la sua voce dilata parole in nenie allucinate. Sarebbe un paesaggio sonoro postumano, se non fosse che la voce di Martina, timida, incrinata, mai astratta, è invece così profondamente umana.
Molti di questi versi sono finiti nelle performance di Martina. Non saprei dire se sono nati per esse, ma la loro vitalità performativa è palmare. Prendiamo una poesia come La danza: vedremo scorrere immagini magiche, mosse, sfuocate, non sempre intelligibili. È un rituale, una sacra rappresentazione, simile ai Carmina burana di Orff:

«Profondo è il respiro
e sempre
più pesante
il corpo
nello scivolare
dondolare
oltre la
sera
lieve
partecipano
gli oggetti
cari
e ogni luogo
partecipano
con una fretta
agitata
allargandosi
che poi
lieve
sfiata
lieve
d’ali
disperde
partecipano
alla veglia
smuovono
lo spazio dentro
il blu.»

L’assenza di punteggiatura, il verso che isola parole singole -enfatizzando persino le preposizioni con enjambement pieni d’attesa-, i verbi all’infinito e al gerundio: tutto crea una diga di silenzio entro cui Martina versa il suo lago sonoro. È così che si generano le estensioni del tempo. (altro…)

Silvia Secco, poesie da “Amarene” (EDIZIONIFOLLI2018)

 

Come faranno i figli a imparare a vivere
le madri a scordarlo, a fare largo
se madri e padri non sanno la vastità
bianca dei campi fatti oceani dalla neve.
Né sanno immaginare di contarle: due
le sillabe nella neve, due nella luna
e nelle due il chiarore. All’amore
occorre tacere, come alla neve cadere.
Occorre accarezzare, se brucia soffiare.
Placare se serve, lenire.

 

Mi hai detto rinomina il mondo
come il primo uomo, pronuncia il gusto
all’infinito, dì il nome del frutto.
Io ogni cosa chiamo ognuna genero
e sono dio nel mio chiuso giardino
e questo è il mio figlio prediletto
che ho dato in cibo al lupo. Questo
che ne rimane lo impasto di nuovo
io, qualche decina di amarene
mi covo nel grembo. Per voi preparo
un pane in dono, minuscolo e agro.

 

Neve, se allevi il male
se alleviare sai il gonfiore, il pulsare
delle labbra cucite, di braccia sfinite
a stare alzate a invocare al cielo e a te.
Vieni neve, se sei capace. Fai tacere
le urla a bocca chiusa. Lenisci, smussa
spine di rosa, di filo spinato.
Fai soffi delle offese, fai carezze
se sai degli schiaffi. Delle mura fai
polvere. Poi sollevala: fanne ali.

(altro…)

Francesca Del Moro, Una piccolissima morte (nota di Annamaria Ferramosca)

 

Piccolissima nota a Una piccolissima morte di Francesca Del Moro

di Annamaria Ferramosca

 

Ho letto, di Francesca Del Moro, tre delle sue precedenti raccolte di poesia: Gabbiani Ipotetici, Le Conseguenze della Musica, Gli Obbedienti (Cicorivolta Edizioni). E ho sempre trovato nei testi un senso di ribellione ad ogni stortura del mondo, in ogni condizione, interiore o esteriore, da cui la sua poesia prende avvio, sia essa la condizione amorosa, o lavorativa, o delle varie e inattese vicende della vita tutta.
E questa volta è una disillusione d’amore a farle compiere un viaggio di scoperta amara, che però termina con una sapiente constatazione di distacco, una nuova consapevolezza che sa affondare nel marasma l’àncora dell’ironia e libera l’orgoglio, ancora una volta, di una salutare ribellione.
Qui si scorrono i versi e sembra di stare ascoltando un notturno d’orchestra, una notte che attraversa il cuore e il corpo di una donna, se ne sentono gli spasmi di gioia e di sofferenza, di speranza e di buio. Perché Francesca si descrive qui nella sua essenza di donna, in tutta la sua nuda umanità – come fa sempre nella sua scrittura che deborda del suo sentire autentico – con il coraggio di mostrare ciò che spesso una donna tace: la propria sofferenza in amore, il timore di sentirsi inadeguata o incompresa, la paura dell’abbandono, la sensazione di sconfitta. Ma qui chi è lo sconfitto, chi appare cinico e superficiale è l’uomo, incapace – per questo perdente – di “vedere” nella donna tutto il tremore dell’attesa, il silenzioso cammino di amore platonico precedente l’incontro, tutte le vibrazioni di mente e cuore di una compagna che si offre fin quasi ad annullarsi. Un uomo che divora e dilapida, poi fugge. (altro…)

Luca Ormelli: poesie da “Gangbang” (Controluna, 2018)

 

Oggi qualcuno è morto.
I fili del tram tagliano la città.
Nessun cielo vi si appende,
nessun Dio da bestemmiare.
Solo questo trascinarsi di giorno
in giorno, senza più fiato.

 

Fosse per me vi ammazzerei tutti
ma sono tre giorni che non bevo
e come dice Nostro Signore
la domenica non si lavora.
Per questo resto qui,
a guardare i colombi
che fuggono sempre ai bambini
tra le piazze sghembe
le bocche incenerite
di questa città
senza fiato.

 

Le nebbie schiudono il loro calice
di cenere sui viali ammalati.
La città chiama all’adunata l’alba.
Stridono senza sosta i treni.
Un altro giorno si spegne. Pazzi
che siamo a non morire d’estate,
a bestemmiare Milano l’autunno.

 

Luca Ormelli, Gangbang, Controluna, 2018

 

Luca Ormelli (Padova, 1974) dopo gli studi in Filosofia, si trascina di lavoro in lavoro. Attualmente lavora come analista informatico. Alcuni suoi testi sono apparsi in rete. Gangbang è la sua prima pubblicazione.

Laura Di Corcia: poesie da “In tutte le direzioni”

 

Fu un tatuaggio violento
quella notte a Bucarest,
e la seta scendeva a fiotti dal soffitto.
Di quello rimasero due capelli
e qualche noce, una poesia
scritta dietro una lavagna.
Il sole per un attimo senza fiato:
poi tutto continuò, sbiadendo dietro la collina.
Le cose più belle non lasciano aloni.

 

Avvelenammo le navi come se fossero corvi.
Per un lungo periodo camminammo
e le mete erano sempre diverse.
Nei nostri occhi bruciava tutta l’Africa.
Eravamo gente come voi, forse meno scaltra:
il passato ci cinghiava la schiena.
A un certo punto gli scrigni si chiusero per sempre.
Dietro ai nostri occhi continuava
violenta come un chiodo, la caccia alle streghe.

(altro…)

Antonio Nazzaro, Amore migrante e l’ultima sigaretta (nota di Melania Panico)

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Nel libro di Antonio Nazzaro, amore e viaggio sono i temi principali che si intersecano per dare vita a una poesia a tratti duplice ed evocativa, una poesia fatta di reminiscenze, in cui il passato è qualcosa a cui guardare con dolcezza ma anche con malinconia. Il passato è il luogo del ricordo e come tale è vivo ovvero rivive continuamente negli atti, in una quotidianità legata al senso dell’andare/ritornare: «Tu hai il potere di mancare/ senza averti avuto mai./ Come una terra perduta/ che solo può promettere il cielo.» Nella metafora della terra perduta gran parte del senso di questo progetto bilingue – italiano e spagnolo – lingue entrambe molto care all’autore. La lingua è un margine d’incontro per chi va via, emigra. Incontro con il nuovo ma anche punto di rottura, limite su cui costruire qualcosa di nuovo, come elaborare un lutto e ricominciare a disegnare su una pagina bianca.
Dicevamo amore e viaggio. Eppure il viaggio – se senza ritorno – può far mancare la terra sotto i piedi, proprio come l’amore: «Voglio un mondo semplice tra noi /dove non ci sono paure/ ma solo abbandoni./ Senza poter pensare/ di/ cadere.» Amore è cercare una casa e trovarla. È poter pronunciare di nuovo una parola svuotandola della memoria, se necessario: «non voglio la memoria/ ma solo/ quest’infinito presente.» Un poesia, quella di Antonio Nazzaro, che non ha paura di inseguire la verità, soprattutto quando è una verità dura e delicata allo stesso tempo, una verità per cui può anche mancare il fiato.

© Melania Panico

 

Tu hai il potere di mancare
senza averti avuto mai.
Come una terra perduta
che solo può promettere il cielo.

Tú tienes el poder de faltar
sin haberte tenido nunca.
Como una tierra perdida
que solo puede prometer el cielo. (altro…)

Eleonora Rimolo: poesie da “La terra originale”

 

Ci hanno detto di uscire il meno possibile,
solamente se urgente: polveri sottili,
smog, troppe sirene moleste. Mi difendo
così dai batteri, dalle spore, dai sorrisi
che non avrei incontrato. Trascorro i giorni
della malattia respirando la stessa aria
di sempre, osservo la sua caparbietà
la comparo alla mia penso a chi andrà via
per prima. Intanto la plastica fonde
cerca asilo nei polmoni dei superstiti,
con la pioggia non si può deglutire, brucia
l’ipotesi della resistenza, acre carità.

 

I viali esposti alle luci dei fari
come lunghi manuali dell’attesa:
girarci attorno era ridurre il cerchio
ad un’orma, avere ancora una scelta
perché con l’ansia indecente del ritorno
noi dobbiamo vagare, dobbiamo tornare
in cerca della casa originale,
della prima cellula essenziale.

(altro…)

Inediti di Michele Fianco da “Delicatisimo”

 

Si arroga, tra l’altro, una disinvoltura nel sorso
che non tiene conto però
fino a che punto si tratti di un esofago oramai cinquantenne,
con un riflesso e una tenuta un poco in disuso.

 

 

A sip which doesn’t consider however that it is an esophagus now fifty years old.

***

Così, un punto di vacanza, un punto di vacanza
quando la convalescenza è anche la domenica,
le sue prime ore.
Lasciar defluire ogni popolo in testa,
ché il disordine delle settimane
e poi degli anni
e poi del cielo bianco, lì accanto,
lo avevano reso invece uno che si volta a salutare, sempre,
in una ricerca improvvisa –
“e non dev’essere così, calma” -,
nella ricerca chissà per quale motivo
di un vademecum,
che non si trova più.

 

 

So, a vacation point, a vacation point when convalescence also means the first hours of Sunday. Let all people flow from the head, but he is looking for the Manual of widespread man again.

(altro…)