poesia italiana

Emanuele Buonamici. Tre inediti

Alzarsi sopra l’ordinario,
picchiare in viso il conforme,
saltare in volo
con lo spirito,
sputare in testa
a quel che è freddo dovere,
fare cosa si voglia,
arrivare in alto
fino alla soglia della stratosfera,
farsi strada a testate
dentro a cieli angelici
e precipitarsi contro Dio
per dargli del vecchio moralista
e rubare l’ambrosia
e farci il bagno dentro,
ballando sul frastuono
di corni celesti
infuriati;
svegliarsi sorridenti,
ma scordarsi perché,
ma abbracciati in due,
che quando mi spingi col piede
giù dal letto del sogno,
sistemato così sulle volte stellari,
lo schianto è grande,
ma il fracasso più grande
è quel pianto,
che canto,
che fa il tuo silenzio.

* (altro…)

Sergio Rotino, Cantu maru

Sergio Rotino, Cantu maru, edizioni Kurumuny, collana Rosada, 2017; € 10,00

 

mai cu te
basta cu
te a
tie mai
cu basta a

sempre picca ete

quiddru ca
sempre alli
sempre a
cine alli
muerti se
tae

mai che ti/ basti che/ ti a/ te mai/ che basti a//
è sempre poco// quello che/ sempre ai/ sempre a/
chi ai / morti si / offre

 

*

fatti te
jentu te
jentu e
spentura
fatti te sta
cosa china
te uci ca
sonanu te
cose ca p
parole p
parenu e

struncuniçiate
comu a n
nui
struncuniçiati
da cose ca

ca nu
decimu nu
sapimu comu
se dicenu c
comu se
potenu dire

fatti di/ vento di/ vento e/ sventura/ fatti di questa/
cosa piena/ di voci che/ suonano di/ cose che p/
parole s/ sembrano e// sfracellate/ come n/ noi/
sfracellati/ da cose che// che non/ diciamo non/
sappiamo come/ si dicono c/ come si// possono dire

(altro…)

da ‘Quaderno di bordo’ di Franco Barcella (2014)

IL LUPO DI MARE

Con il fuoco azzurro negli occhi
narravo d’essere un lupo di mare
capace di pilotare un cutter
nell’acqua nera a fondovalle del cielo.

Fasciato nel mio nimbo di forza
senza un perché seguivo la rotta
che si traguarda sottovento
senza l’ausilio del loran e delle carte:
intanto anche nell’infinitudine
quel che è appare.

 

IN PORTO

Non riesco più a navigare
per le rotte nuove della vita.
Ho la testa sulle carte della morte!

Le donne e e gli uomini, a terra,
intanto continuano ad andare avanti
senza approdi ad una nuova sorte!

 

(altro…)

Michele Joshua Maggini, Esodo

Michele Joshua Maggini, Esodo, Round midnight edizioni, 2017

 

Zama

Dimentica delle piante i nomi,
il sangue si perpetua nelle spire del lignaggio,
come una semiretta perduto il punto.
Essendo padre e padre, legionario
perito nell’avvolgersi dei secoli,
ti attendi nelle risposte già veci
del tuo qualcuno.

Era a Zama la sconfitta
nella trappola del tuo stesso amplesso:
ma non scostasti il baricentro:
la finta di Canne: eri approdato
anche tu al punto immobile
per cui ogni volto ha il proprio volgere
nel perpetuarsi delle stagioni.
Già fummo polvere dispersa
nei polmoni della pietra.

 

Uomo, abbiamo chiesto altari per i nomi:
nominare è una religione che accorda una morte.
Uomo è un nome che richiama la terra
non scalfita dal tempo
tempo in cui abbiamo stipulato nuove
alleanze con la pietra e la materia.

Più mentre non c’è, perché attenda tu l’ora
della gestazione dell’idea, allora t’incunei
nel grembo delle madri: nel groviglio
di radici l’essenza
prematura di cui ti rendi padre.

E si è padre e figlio.

 

Ecco noi che fummo
per la nostra corsa all’uno:
immolati milioni; ed uno
è due sempre con organi in comune.
A perpendicolo, il nome che porti
della giada divenne l’istante e il punto
dell’asse, meridiano che sprofonda
nell’arteria di questa vita.

 

Nell’attesa che da un ieri ti confina, tutto
si trasforma e diviene:
l’acqua in sale, ferro in ruggine, verbo carne
e s’accetta, ma non è una rassegnazione.

Non è del mondo il dolore tuo che ti confina.
E, vedi, in fondo al buio c’è una luce
smorzata che irradia un buio più veloce del buio
dove si è tutto, ammassati.

 

Età dell’oro

(Ad ogni risveglio si compie l’omicidio
di ciò che ero ieri.)
Oro è ciò ch’è perso:
e si ricostruisce il passato, rovine
con le rovine, mito con altri miti e
così si immortala il nostro giorno stirpe era.

 

Michele Joshua Maggini è nato a Jesi nel 1996. Studia lettere moderne presso l’Alma Mater Studiorum di Bologna. Collabora dal 2016 con il Centro di Poesia Contemporanea dell’Università di Bologna e scrive articoli per la testata online «Midnight». È stato tra i menzionati, per la sezione inediti, del premio “Elena Violani Landi” 2016. Sue poesie sono risultate finaliste in altri concorsi come “PoverArte”. Esodo è la sua opera prima, vincitrice del concorso “Poié – le parole sono importanti” di Gallipoli.

Maria Borio, L’altro limite

Maria Borio, L’altro limite, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 76, € 13,00

La poesia di Mario Borio, dell’ultima raccolta edita da Lietocolle di cui ci occupiamo oggi, è una poesia che resta dentro la dimensione della densità, ossia della pregnanza di significati, in grado anche di addensare o ‘rendere fitta’ la trama che lega tra loro gli stessi. Programmaticamente l’autrice stabilisce una struttura non flessibile, anzi: ne riconosciamo l’impalcatura e, in seguito, la forma finita mano a mano che leggiamo; tentiamo, da lettori, di entrare in questa casa-poesia, di osservarne le fondamenta, lo scheletro e solo infine vediamo la casa stessa. L’invito è della poeta (p. 18):

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra,
statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini
nella mia mente. La forma è, non è ciò che volete
io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.

L’addensamento procede proprio tra parola, corpo e luogo; e prosegue così:

L’altro limite, solo l’immagine, mi hai detto, ma lo cancello
e lo riscrivo: lettere, vi dico, pensatele, in ogni lettera
guardate una parola come un piede di bambino
appoggiato alla mano della madre, quella mano
alla pancia e la pancia a un pensiero.

A volte seguo questo percorso perché una scena accada
e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede
che non vedete, anche nelle immagini
disordinate nell’etere sempre vi seguo,
un aereo silenzioso che rientra nell’hangar
o il cieco che arriva all’ultimo segno del braille.

Mi hanno detto di nuovo di fermarmi sulla forma,
la forma che se scrivi o vivi non è mai lo stesso.
Con i pensieri come unghie lego vite
disunite a schermo.

«L’altro limite» non è «solo l’immagine» suggerita dal tu ma sarebbe anche l’immagine dell’immagine dell’altro. La persuasione (del tu) di avere controllo sulle proiezioni che si hanno dell’altro; la necessità (dell’io) di un rovesciamento, di una cancellazione per ‘fare’ dello scrivere il nuovo centro focale da cui osservare la nascita della poesia. Questa nascita avviene, secondo la poeta, nel corpo; non nella forma-corpo ma nel corpo come (sempre) impalcatura da cui tutto nasce.
Diversa la sintassi, diverso è anche l’esito poetico per autori che utilizzano non la metafora della casa-spazio quanto lo spazio della casa come luogo poetico, con le appendici che diventano integralmente struttura; urbanesimo, paesaggio naturale e città, radunati insieme diventano testo. Questo è segno che alcune voci contemporanee si leggono e si influenzano a vicenda. Parlo, in relazione a Borio − come mi è già capitato di affermare per gli stessi che vado a citare − della poesia di Davide Valecchi, di Simone di Biasio e soprattutto di Carmen Gallo. In quest’ultima mi pare che il procedere (e la misura) siano diverse dalla forma del verso lunga che notiamo in Borio, ma che tematicamente vi siano forti affinità, a segnalare una congiunzione. (altro…)

Giada Giordano: tre inediti

 

Non averti e saperti comunque
saperti a giudizio
e alla notte chiedere consiglio
dei tuoi anni.

Sono stata nelle attese
che abbiamo dimenticato di vivere
alla tua porta, forse sull’uscio di casa
si è a stento visibili
senza una poesia.

 

*

La strada tu me la indicasti in salita,
v’era un cumulo di letame e agli angoli
stavano stagni di cherosene, liquefatta la noia
imputridiva dietro il grigiore delle abitudini
sussurrava oltre il sagrato e accorreva ai Salmi
la speranza, come il chiarore che insegue
l’alba o l’auto che fugge.
Allora fosti tu a districare i grovigli
e ad illuminare il giorno, sulla via
in capo al cielo coperto.

 

*

Poi ho lasciato la carta al termine della corsa
era in gioco in via dei Coronari un’eresia
costringersi così come a sciogliere un nodo
“siamo la corda e avviluppiamo all’esca”
le braccia persino ci stringono
a flettere la mano al suo indirizzo
sentirsi come l’anima retrocedere
quasi a sorreggere lo stipite, la porta,
un tuo sorriso.

.
© Giada Giordano

 

Giada Giordano nasce a Roma nel 1989. A tredici anni vince la Menzione d’Onore al Concorso Nazionale di Poesia “Un fiore per voi”, indetto dal Comune di Cervia. A diciotto anni scrive Sintomatologia e Simbolismo nella Visione Estetico-Decadente del XXI Secolo, che rappresenta, per lei, l’interfacciarsi con il mondo della saggistica. Nel 2014 viene selezionata per il corso di scrittura creativa indetto da Rai-Eri. Nel 2015 vince il Poetry Slam al Roma Fringe Festival. Suoi testi sono apparsi sulle riviste on line e cartacee «Voce Romana», «Euterpe», «Patria e Letteratura», «Our Poetry Archive», «Galaktica Poetike Atunis» e sul «Journal of Italian Translation». Alcuni suoi testi sono in attesa di pubblicazione sul prossimo numero di «Arcipelago Itaca blo-mag». Un ulteriore suo componimento poetico figura negli «Archivi del Centro Nazionale Studi Leopardiani». È risultata finalista in vari premi di poesia.

I poeti della domenica #222: Vanni Bianconi, Volpetti dal 1890

Vanni Bianconi, Volpetti dal 1890, da Sono due le parole che rimano in ore, Casagrande, 2017

*

Volpetti dal 1890

Ettore o Omero o Ovidio, Oreste?
il vecchio della rosticceria Volpetti
non il padrone piuttosto
l’illicenziabile e decrepito,
«ho fatto laboratorio» mi dice
dopo una spiegazione articolata
e interregionale della coppa –
che parte dal porco e come si chiama,
capocollo in italiano lonza
in romanesco coppa stagionata in toscano
e in veneto qualcosa di strano –
mentre nella busta mi infila un’altra cosa
ma che coppa si chiama pure lei
e è deliziosa.

I poeti della domenica #221: Guido Mazzoni, Uscire

Uscire

Esce di casa per una ragione, la dimentica,
sale su un autobus, incontra le persone, le scherma col linguaggio,
dice “studente fuorisede”, “tatuata”, “filippino”
per non vedere il fuorisede, la donna tatuata, il filippino,
poi viene travolto dalle frasi assurde, le mani colorate
come animali onirici,
come uccelli tropicali, l’anarchia degli altri.

Da qualche anno le cose mi vengono addosso senza protezioni.
In sogno vedo denti rotti, punti di sutura,
topi tagliati in due, fra l’orecchio e la mascella, che discutono fra loro.
Spesso, quando parlate, io non vi ascolto,
mi interessano di più le pause tra le parole,
ci leggo un disagio che oltrepassa la psicologia, qualcosa di primario.
La tatuata scende prima di diventare umana, il vetro
moltiplica i dettagli, per un attimo
il filippino significa qualcosa,
poi prova le suonerie, il suo rumore
mi ottunde internamente, vorrei colpirlo.
Ero uscito per comprare una di quelle lampadine a led
di nuova generazione, di quelle che non si bruciano,
un paio di forbici, la frutta, un cocomero.
Ho scritto un testo che non tende a nulla. Vuole solo esserci, come tutti.
Ho scritto un testo che rimane in superficie.

 

da © Guido Mazzoni, La pura superficie, Donzelli, 2017

 

Barbara Pumhösel, da ‘In Transitu’

 

Ancora

il filo di tela di ragno
mantiene l’equilibrio
sospeso nell’aria. Il vento
muove soltanto un dito
……………………e l’acero
manda la prima foglia
a chiamare l’autunno.

 

*

L’amore è brina.
Alfonso Gatto

Favola

io sono la volpe
……………….tu sei l’uva
la mia lingua s’allunga
di giorno in giorno
il mio sguardo
è fosforescente ormai
sulle mie tracce
ciocche di pelo
vienimi incontro non posso
non voglio più tentare
di sfiorarti con versi
verticali in alto lassù
vienimi incontro sto
ardendo per un poco
di fresco per la prima
brina sulla tua pelle

prima che arrivi l’inverno (altro…)

Anticipazioni: Simone Consorti, Le ore del terrore

È in uscita per la casa editrice L’arcolaio la raccolta di Simone Consorti Le ore del terrore. Pubblichiamo qui in anteprima la prefazione e una scelta di poesie. Buona lettura!

La poesia di Simone Consorti è poesia dotata di grammatica e di struttura rigorose nel gioco serissimo di rime e sberleffi, di citazioni e di osservazioni lasciate e lanciate, sassi nello stagno e sassi a memoria, con apparente noncuranza. È un tratto che unisce sapienza (e se non certo la sapienza dei libri sapienziali, senz’altro quella delle scritture smascherate e spogliate di intenti manipolatori e di controllo) e creatività.  Sapienza e creatività duettano anche in questa raccolta, spogliate, non francescanamente, ma con un understatement intenzionale e irridente, di qualsiasi retorica, e per questo ancora più incisive.
Sono testi nei quali Consorti fa conversare la “grammatica della fantasia” di Rodari con lo spiazzamento elevato a metodo di conoscenza, lo spiazzamento perseguito e realizzato magistralmente da autori svizzeri di lingua tedesca, Friedrich Dürrenmatt in primis, con il suo rovesciamento di miti, eroi e credenze – La morte della Pizia, Il Minotauro –, e, accanto a Dürrenmatt, Peter Bichsel e Hugo Loetscher, narratori sublimi di aneliti e piccoli tragicomici fraintendimenti quotidiani l’uno, esploratori dell’ignobile e ineludibile sostrato dell’esistenza –  si pensi a L’ispettore delle fogne – l’altro). Di Dürrenmatt e Loetscher, poi, va menzionata in questa cornice di familiarità anche la produzione in versi: penso, in particolare, a passaggi di Salmo svizzero dell’uno e alla poesia Abbraccio dell’altro, testi che possono essere letti in traduzione italiana nell’antologia pubblicata da Crocetti nel 2013 e curata da Annarosa Zweifel Azzone Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca.
Simone Consorti opta per un dettato comprensibile, smussa le punte, o meglio cela asperità e rudezze di storie e luoghi dietro un fluire piano, senza tumulti, con la grazia immediata di un nursery rhyme. Solo che il suo rovesciamento in “Nursery Cryme”, per dirla con il titolo di un celebre album dei Genesis, attende al varco, dopo essersi appostato tra le pieghe dei singoli versi, per manifestarsi apertamente nella chiusa. Questa, a sua volta, invita a ripercorrere l’intero testo di ogni componimento, perché fa luce su ulteriori possibili sentieri interpretativi. È il caso, per fornire un esempio concreto, proprio della prima poesia della raccolta, Alla frontiera, che accoglie termini ricorrenti, lo specchio, il volto, lo schermo, la curiosità tanto morbosa quanto volatile e volubile degli altri, l’estraneità: «La guardia di frontiera/ ha detto che non sono io/ e che nemmeno mi assomiglio/ tanto meno mi potrei spacciare/ per mio padre o per mio figlio/ Mi intima di restare fermo/ e per convincermi/ mi mostra uno schermo/ che qui chiamano specchio/ Gli altri passano e mi guardano/ facendo di no con la testa/ Devo essere una brutta persona/ se sono l’unico che resta/ Mi studio di nuovo sul mio documento/ ma la guardia mi spiega che è vecchio/ e lo straccia/ fissandomi con la mia faccia».
Le tre sezioni che compongono la raccolta, la prima, Le ore del terrore, che dà il nome a tutto il volume, la seconda, Preghiere e bestemmie sincere, la terza, Spoon River Italia, sviluppano in continuità stile e struttura dei testi poetici di Consorti, ampliando lo spettro di temi e di punti di vista dai quali catturare un’immagine, un evento, un incontro. Catturare, cogliere un istante e da quello ricostituire significato: se il gesto iniziale può essere affiancato alla pratica fotografica, nella quale Consorti si distingue – basti pensare all’e-book Finestra d’Italia pubblicato sul sito LaRecherche.it -, quello successivo, ma non certo subordinato al primo, si volge alla costruzione del ‘sense’ anche attraverso l’apparente ‘nonsense’.  La pregnanza, non di rado l’originalità delle immagini è inserita all’interno di una costruzione che cresce e sposta man mano i suoi confini su più livelli, a partire dai piani fonologico e metrico; è una costruzione, altresì, che rinuncia a qualsiasi gruccia data dalla punteggiatura: in mancanza di segni di interpunzione, sono le maiuscole a evidenziare le pause del respiro. (altro…)

Paolo Pitorri. Inediti

 

NEON

Hanno osservato contro luce il mio sangue
ho regalato le mie nudità a donne vestite di bianco.
Tra poco devono tagliarmi, togliere i pezzi, ricucire.
Col volto cianotico fisso mia madre soffrendo
voglio rientrare in lei per non dover più vagire.
Un passo indietro per non dover morire.
Ventidue anni alle spalle per non dover nascere – soffrire.
Tornare in lei dove ero l’unico corpo piccolo
In una sacca amniotica: un universo nero.
Ora sto supino a riflettere il neon.
Adesso dentro di me un paese si dilata,
si espande nel mio corpo – delirando penso:
sono stufo di Londra. Ma arrivano i guanti in lattice.
La vestita di bianco mi regala dieci secondi:
un’anestesia, occhi di cataratta: dimentico come respirare.
Un taglio, uno scoppio, un maroso, un tesauro di emorragie.
Mi risucchia la schiena il nadir della barella.
Mia madre mi parla, mi stringe la mano, è nuovamente la prima volta.
Mi ha detto che sono nati quattro gatti in questa notte “bella”.
È la seconda volta che esco con lei da una stanza di ospedale.

 

(altro…)

Donatella Nardin, Terre d’acqua

Donatella Nardin
Terra d’acque
FaraEditore, 2017

 

Nessun senso di spaesamento assalirà mai chi si accingerà a leggere queste poesie di Donatella Nardin: le parole disegnano i contorni dei luoghi e del paesaggio che si apre innanzi a chiunque abbia, anche solo per pochi istanti nella propria vita, avuto il dono di osservare la laguna veneziana verso nord, ossia la parte dove più ampio è il dedalo di canali tra isole, isolotti, secche, barene e ghebi. Luoghi, colori e anche odori qui conducono alla calma, se solo ci si potesse ogni tanto lasciare alle spalle la frenesia di questi tempi, e ci si abbandonasse al ritmo delle maree, ritmo che tutto domina nella striscia di terra sorta dall’ac­que come un Venere melmosa dove vive la poeta.
Donatella Nardin non è nuova a chi frequenta la poesia: il suo nome si è affacciato più volte in varie edizioni del Segreto delle fragole di LietoColle, come in altre pubblicazioni collettive; si è vista assegnare negli anni un numero non indifferente di premi e attestati in vari concorsi, ma non si è mai fatta preda all’ur­genza di pubblicare raccolte dopo raccolte. Anzi, la prova del libro è arrivata non molti anni fa, nel 2014, con In attesa di cielo, seguita l’anno seguente da Le ragioni dell’oro, sillogi pubblicate coi tipi delle Edizioni Il Fiorino.
Ma è con questo nuovo libro, Terre d’acqua (FaraEditore, 2017), che si rafforza la vocazione elegiaca di Donatella Nardin. È un’unica elegia Terre d’acqua, malgrado siano quattro le sezioni chiamate a scandire il ritmo interno della raccolta; sezioni che seguono forse una sorta di stagionalità, o rincorrono gli elementi, o semplicemente assecondano il bisogno di ordinare una materia vasta che abbraccia la vita e il suo dive­nire (Radici, Cieli di voli e di assenze, Nutrimenti, Le parole per dirsi).
I colori e gli orizzonti che si aprono davanti al lettore di questi versi sono quelli a me familiari e cari: quelli di casa. Donatella come me vive nel piccolo comune di Cavallino-Treporti: una striscia di terra schiacciata tra l’Adriatico e la Laguna nord-veneziana. Un luogo tanto immerso nella silenziosa natura lagunare, quanto ricco di contraddizioni e para­dossi, non ultimo quello di passare da rifugio di poche migliaia di anime per buona parte dell’anno ad affollata meta estiva per centinaia di migliaia di turisti.
Una sorta di “specola” geograficamente privilegiata che permette al poeta l’auscultare la vita propria e quella altrui. E con la sua penna, la poeta attraversa fisicamente i simboli di questo territorio e li canta: canta i suoi due fari, le fortificazioni militari, la sua pineta, e così via. E attraversati questi si salpa per Venezia, si solcano i suoi canali, si calpestano le sue calli, si soffrono le sue violenze subite (il Mo.Se.), per ritornare, per via d’acqua, al territorio natio nel punto in cui più si immerge nella Laguna: quel piccolo borgo che tutti dovrebbero poter vedere un giorno, Lio Piccolo.
E in quest’immensa tela, in quest’unica elegia, ogni tanto a spezzare il ritmo, a ridare il fiato, entra un haiku, frutto esotico, a ricordarci come la poesia sia anche il luogo delle appropriazioni e delle contami­nazioni. Contaminazioni che toccano pure la sintassi lirica, che non è mai monocorde e che non fa segreto di un debito con l’alta tradizione novecentesca. Sono sicuramente riconducibili alla koiné novecentesca – per altro dichiarata in apertura dalla citazione montaliana – gli attacchi con il presente indicativo singolare, spesso di terza persona, al quale fa da variazione un imperativo vagamente parenetico che apostrofa forse il lettore o un destinatario delle liriche: «Considera di questo luogo isolato/ la macchia viva del cielo…»; «Fa l’anima il mare…»; «Guarda laggiù…»; «Acceca le rive una fascio giallo di luce…»; «Galleggia nella bellezza…»; e così a seguire, mantenendosi fedele a un tono confidenziale, che non rifiuta certo esiti alti, ma non tenta nemmeno funamboliche arrampicate che poco avrebbero da spartire con il paesaggio pressoché piano cantato da questi versi. Quando la lingua di Donatella Nardin si innalza è per cantare il cielo, ciò che sta oltre esso, e ciò che immensamente di bello risiede sotto.

© Fabio Michieli

Tutta luce

Considera di questo luogo isolato
la macchia viva del cielo:
un talento mite ma autorevole
inonda i campi e le case
di cose buone, lucenti.
Nel liquido riflesso raggiunge
il suo limite il fiore – si modella
la grazia sulle imperfezioni –.
Considera l’esemplarità della storia:
qui, vicino all’amore,
anche prima di essere pensato
è tutta luce il respiro desiderante
della mia terra
creatura.

 

E poi il mare

E poi il mare.
Così silenzioso, così contrito
nel calice muto del petto
come se al mondo più nulla
esistesse.
E poi l’onda notturna, così stretta,
vibrata, come un lampo
d’imbiancate memorie sul piazzale
assonnato.
Accoglie la notte e le sue moltitudini
grate lo smeraldo splendente,
indistinto qua e là fino a graffiare
la bocca, ogni volta di più
esposti noi nell’urgenza dell’essere
o nel mancarsi pacato
noi figli di un acquoreo disegno
all’infinito.

 

Il cielo sopra Venezia

Oh sì, ogni giorno di più c’invera
il cielo sopra Venezia e c’è sempre
una parte di noi che nell’ineluttabile
suo s’immerge per farsi vertigine
vasta e silente.
Come l’amore paziente, confidente
cerca per lui un fuoco di primavera
una qualsiasi forma, fosse pure
la ventosa malinconia di un dolce
tracollo nel diventare a sera
un tutt’uno con il mare, fosse pure
il desiderio profondo di stelle
o di noi la nostalgia che nell’universo
delle umane cose lo renda possibile
e ne alimenti l’impenetrabilità.