“Goliarda Sapienza, telle que je l’ai connue” di Angelo Maria Pellegrino. Una biografia e una ricognizione attorno alla poetica dell’autrice

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Angelo Maria Pellegrino, Goliarda Sapienza, telle que je l’ai connue, Paris, Éditions Le Tripode, 2015, pp. 64, € 9.00

L’intento di un’opera biografica dovrebbe essere quello di completare di dettagli inediti una vita, ridandole valore, acuendo talvolta la sua possibilità di riscatto. Il compito di una biografia dovrebbe essere quello di approfondire, non di insegnare: riagganciare i tasselli di un puzzle da (ri)costruire. Si tratta di far riflettere le diverse parti di un prisma, gli spigoli di un vissuto e i suoi “lati” più o meno evidenti: fatti riflettere appunto nuovamente alla luce, potrebbero chiarificare alcuni elementi dell’esistenza di cui si narra, rendendoli circoscrivibili se non comprensibili. Non è mai cosa facile: un’operazione di tale portata impone una logica ferrea, ossia quella che esclude la divagazione ma include la particolarità e l’attenzione.
Belinda e il mostro di Cristina De Stefano (Milano, Adelphi, 2002) è un esempio lampante di questo tentativo di indagine postuma attorno alla vita (“segreta”, come da sottotitolo) di Cristina Campo, un volume che conclude il percorso già iniziato altrove, nell’epistolario – magnifico – dell’autrice. Ricche di annotazioni, appunti, ragionamenti in essere e conclusi, le lettere della Campo non solo sono state definite imprescindibili (va da sé) per la lettura della sua Opera ma anche sono state designate come opera letteraria all’interno del corpus. D’altronde lo “stile” è sempre alla prova: deve superare l’esame di una “tensione” data dalla lettura ma anche dalla compattezza di un’idea.

Presso la librairie Tonnet a Pau – dal sito de Le Tripode

Un preambolo utile, questo, per entrare nel volume Goliarda Sapienza, telle que je l’ai connue di Angelo Maria Pellegrino uscito per la casa editrice francese Le Tripode quest’anno, la stessa che sta ripubblicando e pubblicando tutta l’opera di Sapienza sinora edita. Un’impresa attenta che crea così un doppio filo con l’autrice, chiudendo il cerchio della fortuna francese dei primi anni Duemila del romanzo L’arte della gioia, prima della ripubblicazione e del successo avuto con l’edizione Einaudi nel 2008. La stessa traduttrice di L’Art de la joie nel 2005 (per Éditions Vivian Hamy) infatti, Nathalie Castagné, sta curando coraggiosamente la traduzione dei volumi francesi di Sapienza ed è più volte intervenuta, negli scorsi mesi, a fianco del vedovo di Goliarda, Pellegrino, per trattare de lavoro comune, del loro approccio e della poetica di un’autrice complessa ma molto amata dal pubblico francese. Certo, in Italia attendiamo l’epistolario di Goliarda (di prossima pubblicazione) che arricchirà la parte delle opere autobiografiche, in primo luogo i Taccuini Einaudi, ma anche la biografia di Giovanna Providenti, i saggi e gli interventi critici che citano ampiamente le lettere inedite e la corrispondenza che l’autrice ebbe sia con amici e conoscenti, sia con esponenti del mondo editoriale coevo.

Il secondo filo che riporta verso il territorio francese e il perché sia cruciale il legame con la Francia per Sapienza è ciò che qui possiamo ripercorrere oggi, a partire da alcuni articoli usciti negli ultimi mesi, segno del rinnovato interesse d’oltralpe per la mancata fortuna in vita; mi riferisco a quelli usciti su Libération a cura di Virginie Bloch-Lainé L’Art du Paradoxe de Goliarda Sapienza, e su Télérama: Trois raisons de (re)lire “L’art de la joie” de Goliarda Sapienza, Goliarda Sapienza, la gloire posthume d’une écrivaine insoumise e Jamais tu ne te soumettras di Marine Landrot, ma anche all’incontro presso la “Librairie internationale VO” di Lille di aprile 2015 (qui) nonché l’intervista rilasciata da Pellegrino e Castagné al “Salon du Livre” di Arras a maggio 2015 (qui). In questi ultimi documenti scopriamo, grazie a Pellegrino, autenticamente che:

Scrivere bene per Goliarda significava mettersi in gioco. Non si poteva [per lei] vivere in un modo e scrivere in un altro. […] c’è coerenza continua fra gesto letterario e gesto vivente, per questo la sua letteratura è autobiografia. Il ciclo [romanzesco] si chiama “Autobiografia delle contraddizioni” perché vivere è contraddirsi ma la coscienza della contraddizione è coerenza e la coerenza è bellezza. Lei non è narcisista e non si rappresenta mai come Modesta [la protagonista de l’AdG] ma mette il suo sé in scena con tutte le sue contraddizioni.
Per Goliarda il mondo tende al conformismo; la sua “resistenza” è nella verità della sua opera.

Castagné rinforza alcune caratteristiche salienti della poetica di Sapienza, asserendo come in lei resti forte l’intenzione di mettere in discussione il «dogmatismo dei genitori» in cui permangono alcuni tratti rigidi pur nell’antifascismo; per questo «inizia a scrivere dopo la morte della madre [nel 1953]. Perché la sua famiglia aveva un immenso rispetto per tutto ciò che fosse “artistico” e “letterario” ma per lei si trattava di un “atto borghese”.»
La sua infanzia, ricorda Pellegrino nel volume Le Tripode, è il momento di formazione in cui viene a contatto con la lettura: «nata in una famiglia di militanti socialisti, fu obbligata a lasciare precocemente la scuola, caduta sotto la dominazione fascista. Pertanto si è formata in modo diverso. A dodici anni, dopo aver imparato a tirare di boxe, aveva già letto tutto Dostoevskij, tutto Tolstoj e Les Misérables. Il romanzo Sanin, di d’Artybashev, la colpì più degli altri per la presenza del personaggio principale. […] il fratello Ivanoe le fece conoscere, di contrabbando, Courteline, Messieurs les ronds-de-cuir…» La scoperta del teatro, come la conosciamo narrata anche in Lettera aperta e Io, Jean Gabin, porta infine al cinema; ancora Pellegrino: «Goliarda diceva di sé che si sentiva tanto Charlie Chaplin, e allora lo imitava marciando comicamente con un bastone da passeggio, quanto Toshiro Mifune, l’attore feticcio di Kurosawa di cui sapeva imitare tutti i gesti del samurai. Sapeva essere molto buffa e di una gaiezza folle.» Fondamentale per l’apprendistato politico-non politico di Goliarda in età giovanile fu La donna e il socialismo di August Bebel (Die Frau und der Sozialismus, 1883), allievo di Karl Marx.
Ma sono soprattutto, dopo il 1976 – anno di compimento de L’Arte della gioia − la tenacia, la «disciplina da guerriera» e «l’affanno di serbare un certo vigore fisico e intellettuale […] si trattava di un dovere esistenziale, permanente e primordiale: essere resistente perché il fascismo sarebbe potuto ritornare sotto diverse forme». Sono Nabokov e il suo Lolita, in quel momento, l’ispirazione per il grande romanzo d’una vita. Dopo il periodo delle frequentazioni da salotto negli anni in cui vive con Citto Maselli (da Moravia alla Ginzburg, dalla Morante a Joyce Lussu, passando per molti altri), Goliarda conduce una vita solitaria ma attorniata dagli amici e da Pellegrino stesso, e non rinuncia al teatro come passione. Mentre poco più tardi sarà l’esperienza carceraria a «marchiare la sua rinascita. […] In prigione – veritiero utero materno −, Goliarda era ridiventata se stessa», riscoprendo secondo il vedovo sia la dimensione di comunità della Civita catanese sia il rapporto con le donne, con la madre e con la scrittura come unica vocazione. Il Brigatismo femminile, le antinomie di una società che stava attraversando il dopo-Moro, gli Anni di Piombo e quelli del Movimento, focalizzati con un’acutezza del tutto propria, che sottende uno sguardo intimo e insieme storico: esclusiva è soltanto la vicenda della «clausura e dell’isolamento a Rebibbia» (Castagné) ma peculiare, accorta, senza osare ancora tutta da sviscerare, è invece la lettura del momento storico che Goliarda fa. Le donne-specchio (o prisma o altre da lei ma come lei, salvo per l’età anagrafica) sono figure che si muovono sulla scena per ricordare le «contraddizioni di una società che l’attorniava». Sono emblematiche di uno scollamento della sua generazione (non totale, tuttavia) rispetto al presente, ma anche di un sentire comune in un periodo che politicizzava interamente il privato.
Una biografia può “rivelare” il senso di una vita: così è stato per il volume di Providenti, La porta è aperta, e così è per questo libro di cui si parla qui oggi, in cui il punto di Pellegrino resta personale ma d’interesse. Cosa ci dice di più oltre a quanto riportato sinora? Soprattutto che un’esistenza come quella di Goliarda viene segnata dall’interno e dall’esperienza, anche “provocata” e “desiderata” (l’incarcerazione ne è l’esempio); ci fa riflettere su come certe scelte siano incontrovertibili, ancora dentro il dictat delle contraddizioni (insuperabili). Ma resta − e non è un rumore di fondo − nella sua opera e nel suo agire, una costanza ideale forte, originaria, irrinunciabile.
Goliarda Sapienza è ancora alla prova con sé stessa: è lei la sua unica pietra di paragone, il suo specchio, e anche il suo giudice. Ed è così anche per i suoi personaggi, Modesta su tutti. Goliarda è una “personaggia” che attraversa settant’anni di storia italiana, la rilegge e la restituisce con pochi filtri. Mentre la Francia si prodiga per rendere ancora più grande il suo nome, proprio perché è il «paese in cui sono nati Liberté, égalité e fraternité, che sono anche gli ideali della sua famiglia» (Pellegrino), in Italia perdura, nonostante i numerosi lettori − che costituiscono il nucleo più importante per la sua diffusione −, una certa reticenza nei confronti dei suoi libri. Ma uno spirito da anticipatrice e anticonformista com’è stato il suo, nonché la sua intelligenza e la sua indomabilità, ne fanno una figura d’interesse sempre più complessa, da esplorare ulteriormente, e da difendere.

© Alessandra Trevisan

Gli articoli su Goliarda Sapienza sinora apparsi sul nostro blog:

Il “destino coatto” di Goliarda Sapienza

“Ancestrale” di Goliarda Sapienza. Appunti di lettura con una nota impropriamente filologica

Goliarda Sapienza: scrivere per il teatro

Goliarda Sapienza: la “personaggia cinematografara”

A proposito di “Appuntamento a Positano”