Paolo Steffan, Zona Rossa (parte settima)

Prosegue la narrazione ZONA ROSSA. Piccolo racconto del coronavirus di Paolo Steffan che, in questi giorni, presentiamo sul nostro blog il venerdì e sabato pomeriggio. In coda al post le altre puntate.

particolare da La nave dei folli di H. Bosch (1494)

Un truffatore

…..Lei mi è simpatico e le racconterò la mia giornata. Ma non mi faccio vedere in volto: cappello, occhiali neri e mascherina saranno sufficienti a proteggermi. Si chiede perché? Perché lei è un puro, e io sono da denuncia.

…..Vede questa borsa? Sono tamponi. No, no, non sono un medico. Un infermiere? Scherza? Sono stato bocciato in terza media… ma non è questo che può interessarla, nevvero? Ho girato tre case in questo pomeriggio di sole; la gente in giro è poca e io ho una macchina bianca. Che c’entra? Certi vecchi non distinguerebbero una BMW da una Lada: per loro è il colore che conta. Macchina bianca, quindi infermiere, dottore, salute: fiducia!

…..In un momento di panico come questo non lasciano entrare in casa nemmeno i propri figli. Solo del personale medico si fiderebbero. È qui che ho avuto l’illuminazione, mi segue? Ho una certa esperienza nella contraffazione, nelle piccole truffe. Così vado alla porta di anziani a proporre “un tampone preventivo, su iniziativa dell’ULSS in collaborazione con la Regione”. Qualcuno non si fida e declina, i più svegli mi cacciano con violenza, ma c’è sempre qualcuno che si fionda alla porta ad aprirmi e che loda il Governatore per la generosa lungimiranza. Faccio loro pagare un ticket di euro 30, per la serietà. E alla fine sottraggo quegli oggetti di valore che riesco ad intascare.

…..Lo so, sono – come si dice in gergo – uno sciacallo. Ma provi lei ad aver fatto la mia vita, vedrà che non si scandalizza più molto che mi guadagni qualche briciola in questo modo… fossi un truffatore davvero crudele, le pare che potrei girare con quella? No, non è una Panda: sarebbe già un lusso; non se la ricorda neppure: la macchina bianca cui accennavo poco fa è una Seat Marbella del 1991. No, non sono uno che ha fatto fortuna.

…..Anzi, a fare questa vita, in questo periodo, mi espongo di continuo al virus e, in tutta sincerità, essere ricoverato non mi dispiacerebbe poi tanto: se questo mal di gola, questa spossatezza fossero davvero un segno! Un letto pulito e un pasto caldo a spese dello Stato mi aiuterebbero a riposare da questo continuo affanno cui mi costringe l’infinito baratro su cui poggia ogni nuova fottuta giornata.

Una pornoattrice

…..Sono in quarantena dentro casa. Non presentavo sintomi gravi o complicazioni. Certo, non sono esattamente un fiore, in questo momento. Quando ho contratto il virus, di preciso, non so dirlo. Sul come invece non c’è dubbio.

…..Il mio lavoro mi porta quotidianamente a contatto con saliva e secrezioni di uomini e donne con cui recito la tragicommedia del sesso. Ma per me questo lavoro è molto più che un modo come un altro di guadagnarsi il pene… ehm, il pane, pardon.

…..Per me è una passione, anzi di più: una religione, un credo. Quando mi trovo in gruppo e con qualcuno (maschio femmina trans non importa) che mi piaccia, verso cui senta quella forza magnetica che… non so come spiegarla, si può solo provarla, sale da qui e si propaga, mi avvince tutta!

…..Fin da ragazzina, la sento. Mia madre si vergognava, così sono anni che non mi parla e la mia vita ormai è questa. Non sono fidanzata e forse non ho mai trovato una vera amica, un vero amico. Ma gente con cui spassarmela ne ho sempre intorno. Il set dell’ultimo cortometraggio, Melanzane nel panino, un interraziale prodotto da un tipo mediocre ma che paga benino, era stato chiuso fino a nuovo ordine. Allora, con questo stop forzato sul lavoro, mi sono unita a un gruppo promiscuo di gente che fa feste a tema e ogni sera, ogni notte, ora in una villa dell’uno, ora nell’attico dell’altro, ho sperimentato in una settimana una cinquantina di uomini e una ventina di donne… Chissà chi era l’untore! A una certa ora, ahahah, l’unto di sicuro non mancava…

…..E ora siamo tristemente isolate, io e la mia giuggiola – la chiamo così perché secondo me ne ha la forma quando la faccio sorridere. Da bambina c’era un giuggiolo grande grande nel giardino dei nonni, mi piaceva un sacco! Se dovessi rinascere vorrei essere un giuggiolo, sì, fecondare coi miei frutti un intero giardino, avere centinaia di uccelli che me li mordono… Ahahah… Non sarebbe poi una vita tanto diversa da quella che sto facendo!

…..Che cosa mi resta, finché la quarantena mi farà tornare sana? Guardare la tv e stare in webcam, dove qualche volta la mia giuggiola si fa certe conversazioni… Anzi, sta arrivandomi una videochiamata proprio ora: come stai, cinciallegra? Hai fame come ieri sera? Cosa? Vorresti violare la mia zona rossa? Ma non sai che è… “penale”?

Un apicoltore

…..Quando il Presidente si è affacciato allo schermo per dire che tutta Italia l’indomani sarebbe stata zona rossa, che muoversi di casa non si sarebbe potuto senza giusta causa, mi è venuta una forma di claustrofobia immediata.

…..Ho dovuto prendere la decisione. Ho parlato con mia moglie, un po’ contrariata a essere sincero, ma che mi conosce e mi ha lasciato libero di fare come credevo. La scelta, pressoché immediata in cuor mio, era lasciarla vivere in pace nel nostro caldo appartamento e ritirarmi a trascorrere la quarantena nella mia capanna nel bosco. Lei si è tenuta la gatta, io mi sono portato il cane, Belbo, sempre felice di inoltrarsi nella selva a scoprire nuove tracce odorose.

…..Eccomi qui, dunque, con scarsissime comodità, ma con il mio ettaro di libertà! Qui accanto poi ho le mie api: chi mi garantiva che per la legge fossero una giusta causa per spostarmi di casa? Controllo le arnie col mio scafandro addosso, poi cammino col mio canide accanto tra i primi arbusti in fiore, nel sottobosco ceduo che ostenta gemme gonfie per l’arrivo della primavera. Pianto talee di castagno e mondo il secco. Cibo e legna, ne ho un abbondanza anche per una lunga quarantena.

…..Se non fosse per mia moglie che mi chiama due volte al giorno, mi sarei scordato di avere un telefono e che fuori da qui ci sia un mondo rumoroso che si è ammalato. Dice, senza celare agitazione, che c’è stato un nuovo caso in paese. Io le raccomando di restare chiusa dentro, che di uscire non ha motivo, ma che tutto è relativo. Le spiego la prospettiva da cui si può osservare l’universo da questa capanna di legno, dove lei odia venire e che invece è il mio posto, mio e di Belbo. Mi critica astiosa, poi si raddolcisce: le dico che – anche se è una inguaribile cittadina di cui non capirò mai certe futili necessità – è lei la mia ape regina e il mio miele. Ma che per non essere tediati dall’appiccicaticcio che questa caratteristica può ingenerare in una fase di isolamento come questa, è bene esserci presi ognuno il suo spazio elettivo: lei la sua casa computerizzata dove coltivare le proprie ansie da pandemia, io questo ruvido bosco dentro cui dimenticarmi delle contingenze e seguire lo sciamare di api e di sogni, accompagnate dal curioso ansimo diurno, dal regolare respiro notturno del compagno Belbo.

© Paolo Steffan

La prima parte qui, la seconda qui, la terza qui, la quarta qui, la quinta qui, la sesta parte qui.

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