racconti

proSabato: Cesare Zavattini, Il solito passo e Alla porta

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

IL SOLITO PASSO – ottobre 1953 – Il solito passo lungo via Vasi, legnano eventi questo passo alle cinque in punto, un passo calmo e sonoro che sparisce verso la Nomentana; non sapevo chi era, sarebbe bastato alzarsi dalla sedia o dal letto e dare un colpetto al nastro delle tapparelle guardare attraverso le fessure, ma la pigrizia mi ha trattenuto fino a due mesi fa circa. Era un tale sui 40 anni il quale, siccome camminava in salita, faceva passi lunghi e lenti verso la gamba che stava avanti ed aveva una faccia di bucato appena lavata e forse mi sembrava tanto serena, perché la mia non era serena; aveva scarpe gialle pulite, calzini marron e una camicia bianca aperta, avrei voluto sapere dove lavorava, poi me ne sono dimenticato.
Che notte quieta malgrado la pioggia. Una notte vidi i ladri, quattro, uno col sacco vuoto sulla spalla e guardavano le finestre come fanno gli spazzacamini o i suonatori ambulanti ma appena videro me che credevo di essere nascosto nell’ombra fuggirono così veloci che con le loro scarpe felpate fecero il rumore delle pernici quando si alzano.

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ALLA PORTA – 1953 – Ho visto un povero che suona alla porta, domanda se gli danno qualche cosa e la serva va dai padroni che stanno mangiando, padre madre e prole, la moglie dice che sono i soliti, o forse no, dice il figlio maggiore, la serva dice che l’uomo ha detto che ha un braccio paralizzato e uno di figli col tovagliolo davanti va a vedere, finge di aggiustare i libri nello scaffale dell’anticamera, dà un’occhiata al povero; anche a lui sembra e non sembra, più no che sì, il padre ci va lui, l’anno scorso Uno faceva lo zoppo e poi siccome il diavolo fa le pentole non i coperchi, dice, per caso il figlio l’aveva visto che se ne andavano più zoppo e contento con duecento lire in mano, il padre avrebbe voglia di testare il braccio all’uomo, gli fa qualche domanda ma in fondo ne sa come prima, non si presentano impreparati, questi tipi, certi si sfregano gli occhi con la cipolla per sembrare piangenti. La moglie, passata anche lei per l’anticamera, rientra in camera da pranzo per un’altra parte manifesta nuovi dubbi. Diamogli qualche cosa. Quanto? Ha una carta da cinquecento, è troppo, uno dei figli ne ha una da cento e la moglie dice che secondo lei bastano cinquanta mentre il figlio maggiore dice con spregio cosa sono cinquanta lire? Il padre trova stupida la frase del figlio, alza la voce, la serva porta le cento lire all’uomo che sta là.

proSabato: Gianni Rodari, La giostra di Cesenatico

Una volta a Cesenatico, in riva al mare, capitò una giostra. Aveva in tutto sei cavalli di legno e sei jeep rosse, un po’ stinte, per i bambini di gusti più moderni. L’ometto che la spingeva a forza di braccia era piccolo, magro, scuro, e aveva la faccia di uno che mangia un giorno sì e due no. Insomma, non era certo una gran giostra, ma ai bambini doveva parere fatta di cioccolato, perché le stavano sempre intorno in ammirazione e facevano capricci per salirvi.
«Cos’avrà questa giostra, il miele?» si dicevano le mamme. E proponevano ai bambini: – Andiamo a vedere i delfini nel canale, andiamo a sederci in quel caffè coi divanetti a dondolo.
Niente: i bambini volevano la giostra.
Una sera un vecchio signore, dopo aver messo il nipote in una jeep, salì lui pure sulla giostra e montò in sella a un cavalluccio di legno. Ci stava scomodo, perché aveva le gambe lunghe e i piedi gli toccavano terra, rideva. Ma appena l’ometto cominciò a far girare la giostra, che meraviglia: il vecchio signore si trovò in un attimo all’altezza del grattacielo di Cesenatico, e il suo cavalluccio galoppava nell’aria, puntando dritto il muso verso le nuvole. Guardò giù e vide tutta la Romagna, e poi tutta l’Italia, e poi la terra intera che si allontanava sotto gli zoccoli del cavalluccio e ben presto fu anche lei una piccola giostra azzurra che girava, girava, mostrando uno dopo l’altro i continenti e gli oceani, disegnati come su una carta geografica.
«Dove andremo?» si domandò il vecchio signore. In quel momento gli passò davanti il nipotino, al volante della vecchia jeep rossa un po’ stinta, trasformata in un veicolo spaziale. E dietro a lui, in fila, tutti gli altri bambini, tranquilli e sicuri sulla loro orbita come tanti satelliti artificiali.
L’omino della giostra chissà dov’era, ormai; però si sentiva ancora il disco che suonava un brutto cha-cha-cha: ogni giro di giostra durava un disco intero.
«Allora il trucco c’era, – si disse il vecchio signore. – Quell’ometto dev’essere uno stregone».
E pensò anche: «Se nel tempo di un disco faremo un giro intero della terra, batteremo il record di Gagarin». Ora la carovana spaziale sorvolava l’Oceano Pacifico con tutte le sue isolette, l’Australia coi canguri che spiccavano salti, il Polo Sud, dove milioni di pinguini stavano col naso per aria. Ma non ci fu il tempo di contarli: al loro posto già gli indiani d’America facevano segnali col fumo, ed ecco i grattacieli di Nuova York, ed ecco un solo grattacielo, ed era quello di Cesenatico. Il disco era finito. Il vecchio signore si guardò intorno, stupito: era di nuovo sulla vecchia, pacifica giostra in riva all’Adriatico, l’ometto scuro e magro la stava frenando dolcemente, senza scosse.
Il vecchio signore scese traballando.
– Senta, lei, – disse all’ometto. Ma quello non aveva tempo di dargli retta, altri bambini avevano occupato i cavalli e le jeep, la giostra ripartiva per un altro giro del mondo.
– Dica, – ripeté il vecchio signore, un po’ stizzito. L’ometto non lo guardò nemmeno. Spingeva la giostra, si vedevano passare in tondo le facce allegre dei bambini che cercavano quelle dei loro genitori, ferme in cerchio, tutte con un sorriso d’incoraggiamento sulle labbra.
Uno stregone quell’ometto da due soldi? Una giostra magica quella buffa macchina traballante al suono di un brutto cha-cha-cha?
– Via, – concluse il vecchio, – è meglio che non ne parli a nessuno. Forse riderebbero alle mie spalle e mi direbbero: «Non sa che alla sua età è pericoloso andare in giostra, perché vengono le vertigini?».

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Milena Milani, Diario inutile

Bisogna riabituarsi a scrivere.
È una cosa spaventosa, ma bisogna farlo. Quando si sono trascorsi giorni e giorni in cui il pensiero taceva, il cervello dormiva, ed era bellissimo esaurire se stessi gettandosi per esempio in mare, nuotare, scrutare l’acqua con la testa sommersa, magari con una di quelle maschere per pescare che si usano adesso; quando il tempo dell’estate è volato e sta volando, un pomeriggio, mentre sono le due, la spiaggia è deserta, ed io mi sono guardata al grande specchio dello stabilimento, ed ho avuto pietà di me, di quella tinta bruna che ho sul corpo, e sono diventata tristissima (il mare a onde grosse mi fa paura, se mi ci butto certamente annego), un pomeriggio, allora, ho ricominciato a scrivere.
Altra gente fa altre cose, le donne lavorano come gli uomini, io non ho che questo in mente, scrivere perché mi piace, e anche quando sembra che non mi piaccia più, non è vero, se materialmente non scrivo, accumulo sensazioni in me.
Sono seduta sulla sedia a sdraio della cabina, oggi c’è il vento, il mare ha un rumore fortissimo, piacevole ad udirsi. È difficile poter scrivere con un foglio sulle ginocchia, ripiegato in quattro e un libro come tavolino; anche la stilografica è una complicazione, ogni tanto l’inchiostro manca, ma oggi ho previsto tutto, ed ho portato un Botteghino speciale, nel suo astuccio brevettato, con una bella etichetta che dice «Flacon de voyage». Da stamattina ho detto: «Oggi scrivo».
Io sono una ragazza con molte idee, ma assai spesso svagata.
Ora, il fatto di avere vicino quest’inchiostro, e intanto di respirare l’aria, di sentire il vento sui capelli ogni tanto alzando gli occhi a guardare il mare, di scoprirlo verde smeraldo, con laggiù in fondo una lunga fascia blu, dove corrono veloci quattro barche a vela: tutte queste piccolezze danno alla mia mano una lievità, che se seguissi sino in fondo le teorie dello spazio in letteratura, direi con lasciare la pagina bianca, perché in questo bianco è già detto tutto.
Il sole va e viene, due nuvole giocano a nasconderlo, sono due di numero, rotonde e minacciose, il vento le sospinge, le nuvole ben volentieri si adattano al divertimento.
Io non ho nessuno davanti, solo il mare a una distanza di un metro, sono così vicina che se le onde aumentano dovrò tirarmi indietro. A sinistra c’è una barca di colore azzurro, si chiama Anita, accanto sono sdraiati due ragazzi, fumano, hanno maglie con maniche corte, uno porta un berretto blu elettrico. Vedo che quello del berretto al collo una sottile catena d’oro; sono due ragazzi rozzi e ben piantati; qualche volta fumando fanno anelli di fumo con le labbra.
Non è affatto difficile scrivere di cose vere che si vedono con veri occhi.
Il cuore, mentre la mano scrive, si limita a battere, ma io lo sento anche nella mano. Sento anche nel piede destro che ho passato perché sono caduta mi sono fatta male, il cuore è dappertutto e il suo palpito è particolarmente intenso quando io fingo di non intenderlo. I miei pensieri non sono solamente in testa: oggi mentre le nuvole, nel tempo che io scrivo, da due sono aumentate a quattro, a dieci, è dura verso la città, formano addirittura una muraglia cupa che il sole si sforza di forare, io sento che i pensieri, acuti come punte d’ago, sono scivolati in ogni zona remota del mio corpo, non ho potuto fermarli. Vagheranno sotto la pelle, per affiorare non so quando, in piaghe lontane.
Non sono fatta con braccia e gambe, come lo fui nei giorni scorsi o come ritornerò probabilmente ad esserlo. Guardo il bagnino con il berretto a visiera, si chiama Giovanni, e roseo, biondo; passa a chiudere gli ombrelloni. Gli chiedo: «C’è burrasca in vista?». Socchiude gli occhi, risponde: «Può darsi».
Vedo le ragazze con le cuffie gialle e rosa che si sono tuffate senza timore; il mare, da verde, sta diventando grigio. Un ragazzo ha raggiunto la boa, vi è salito, si è allungato lì sopra come se il mare fosse calmo. Oggi non verranno i bambini degli ombrelloni accanto al mio. Ho visto soltanto Silvio, che non si è spogliato, e correva con un secchio appeso a tracolla gridando: «Gelati».
«Mi dai un gelato?» gli ho chiesto.
Silvio ha vergogna e non si avvicina, guarda di sotto in su con gli occhi furbi e continua a gridare «gelati». Passa parecchie volte davanti alla mia poltrona, è un bambino con i capelli rasati, la pelle chiara. Ha quattro anni, è molto bello.
Decido di lasciare questo inutile diario marino; improvvisamente mi alzo, mi metto a correre per prendere Silvio, senza riuscirvi però.

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In «Nuova Stampa Sera», 16 settembre 1953.

Cesare Zavattini, Notturno 1960

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) nell’anniversario della nascita è dedicata la prosa proposta oggi e, per il mese di ottobre, la rubrica proSabato di «Poetarum Silva».

NOTTURNO – 1960 – Talvolta l’insonnia è la punizione per aver prolungato indebitamente il piacere del leggere, un piacere immediato a danno del sonno che è invece risparmio per dopo e non godi durante. Avevo guardato a lungo l’alluce, che usciva da in fondo al lenzuolo coi suoi movimenti in proprio. Non riuscivo a riempire lo spazio tra me e l’alluce, c’era una valle di assenza. Tirai su la gamba reinserendo l’alluce nel resto e la coperta assunse la forma di una montagna attraversata da un insetto, di cui cerco il nome da anni o meglio desidero cercarlo ma non metto in atto niente di risolutivo, non più grande del segno che fa la punta aguzza di una matita calcata su un foglio, non è facile catturarlo, con la vista si può scambiare per le… (parola che sapevo e si nasconde quando lo cerco; nel cercare le parole si compiono operazioni intraducibili in parole; con le parole si pensa secondo quelle che hai, se le avessi tutte a disposizione ne parlerei dalla mattina alla sera fino ad essere il giorno stesso ma c’è già il giorno); di fronte al mio dito, col quale per distrarmi gli impedivo di proseguire, l’invisibile puntolino si arrestava, deviava, retrocedeva, si gareggiò a lungo, finché il dito lo schiacciò, o meglio lo toccò involontariamente e lo rintracciai a stento sul polpastrello. Un sonnellino di una ora fu angustiato dal sogno che mi trovavo su un palcoscenico inopinatamente di fronte a un pubblico di occhi, nemici e amici aspettano che io apra bocca e non so la parte, ma perché lo accettano? e spero di essere un altro.

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Cesare Zavattini, Notturno 1960, in Straparole, Milano, Bompiani, 1967.

proSabato: Giovanni Comisso, da ‘Un sogno a Bassano’

LA TERRA era rinverdita mirabilmente nelle foglie e nell’erba che dopo la pioggia notturna risultava soffice come la lana. La strada era tracciata sul limite della pianura, dove da un lato principiava lentamente a salire, come il declivio di una spiaggia marina resa scoperta dalla bassa marea, per innalzarsi gradatamente in colli acuti uno dietro l’altro in fila e da ultimo, lontano, si elevano le montagne.
..Andavo verso Bassano per rivedere quella città dopo tanto tempo, ma prima di arrivarvi avrei voluto visitare quel colle dove Ezzelino da Romano aveva il suo castello. Mi era venuto questo desiderio, perché era appunto in giornate primaverili come quella, che reso impaziente dal lungo ozio invernale si scuoteva in una follia aggressiva con le sue masnade per irrompere nella pianura veneta a saccheggiare, a distruggere e a uccidere prendendo d’assalto borgate e città. Tutta la sua follia, che per lunghi anni aveva disseminato il terrore, egli l’aveva poi scontata u quel colle dove con tutti i consanguinei era stato trucidato, squartato, disperso ai venti e il suo pastello era stato spiantato dalle fondamenta.
..La carta topografica distribuita da un ente automobilistico ufficiale non indica questo colle, un’altra datami da un ente turistico mi servì meno ancora, sicché ho dovuto ripiegare sulle indicazioni topografiche fissate da Dante con massima precisione.
In quella parte della terra prava
Italica, che siede intra Rialto
E le fontane di Brenta e Piava,
si leva un colle, e non surge molt’altro

..Neanche con questa guida mi fu possibile raggiungere la meta, finii col disperdermi in stradine sconnesse e disagevoli che mi obbligarono a rinunziare. I colli, non molto alti, sono innumerevoli e tutti stupendi come isolette coralline affioranti sulla pianura in lieve discesa. Credo non vi siano al mondo luoghi più belli di questi, tra il Piave e il Brenta, ma sembra si faccia apposta per non concedere di visitarli facendoci disperdere come in un labirinto. Si usa persino la strategia, nota alle quinte colonne, di mettere agli incroci le tabelle stradali, non prima della svolta, ma dopo in modo da non servire per nulla. (altro…)

proSabato: Luigi Pirandello, Candelora – La carriola

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio a o non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia
dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno più serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento più sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un
tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei più gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tu i i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non
indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di più lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai più a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tu o intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue. (altro…)

proSabato: Clara Sereni, Prendersi la notte

Anche senza riflettori, la scalinata di Trinità dei Monti è un palcoscenico regale. E da padron del mondo discende Patrizia: con le gambe giovani negli stivali dai tacchi alti, gli hot-pants che le segnano il corpo, la grande mantella di maglia che ondeggia al vento, celando e mostrando.
Patrizia fa spaziare lo sguardo sulla prospettiva di via Condotti: poca gente in giro, a quest’or di notte, così la città è più su, senza concorrenze. Ogni passo che muove è un’affermazione di possesso.
La tramontana la schiaffeggia ma la mantella resta aperta, sventolante, come una bandiera: perché Patrizia si pensa proprio come una bandiera, di libertà e potenza, e nessun temperatura polare potrebbe gelare il senso caldo che ha il sé, dell’essere padrona della propria vita.
Discesa la scalinata, rischiando qualche schizzo d’acqua attraversa il primo tratto della piazza e costeggia la fontana della Barcaccia, quasi con la voglia di sedersi sul bordo, a pensare, a fotografare con la mente il silenzio amico della città senza più traffico, la bellezza addormentata di una Storia millenaria di cui lei, oggi, si sente parte a pieno titolo.
Per abbreviare il percorso verso casa, e per abitudine di piacere, si addentra nelle stradine più buie, più modeste: con il suo passo deciso, e insieme attenta alle commessure fra i sampietrini, dove i suoi tacchi alti potrebbero incastrarsi.
In via d’Arancio, a pochi metri ormai da casa, dei passi risuonano dietro i suoi: stringe a sé la borsa, per i documenti e non per i soldi che non ha. Non ha paura, cammina senza affrettarsi.
Un’ombra dietro di lei, una pacca pesante sul sedere: un uomo la supera veloce, senza neanche voltarsi. Il gesto sprezzante in linea con i palpeggiamenti in autobus, le battute oscene lanciate per la strada, le offese quotidiane che le donne hanno sempre ricevuto. E subìto.
Patrizia è rossa di rabbia. È lei ad accelerare il passo, ora, inseguendo l’uomo che invece procede con tranquillità soddisfatta, fiero della sua mascolinità ribadita.
Gli arriva dietro, si avvicina, gli dà una pacca più forte e secca sul sedere. Lui si blocca, incapace di reazione. Forse sta pensando − se riesce a pensare − che il mondo è davvero alla rovescia, di questi tempi.
Spolverandosi le mani Patrizia si allontana, vittoriosa. Con un sorriso dentro, perché pensa che quell’uomo, con ogni probabilità, mai più farà qualcosa del genere a una donna.

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© Clara Sereni, Il lupo mercante, Milano, Rizzoli, 2007

In memoria di Clara Sereni (Roma, 28 agosto 1946 – Zurigo, 25 luglio 2018)

proSabato: Giovanni Comisso, Orfeo in cucina

SONO ANDATO alla fiera annuale, poco fuori dalla città, curioso di osservare le contrattazioni di bestiame e anche di rivedere da vicino questi animali dopo tanto che non ho più familiarità con loro. Mi ritrovavo come quando si andava di primo mattino ai mercati, intontito dal sonno e dal sole che batteva dovunque sugli occhi. Da principio vidi solo una grande confusione, poi ritrovai i vecchi mediatori che riconoscendomi credevano avessi ancora intenzione di comperare, ma toglievo a loro ogni illusione, non sapevano che non avevo più campi da arare. Erano un poco invecchiati, ma ancora validi e mi accorsi dopo che da tempo non parlavo con loro che avevano un timbro di voce curioso, stretto e martellante, congegnato di proposito per essere convincenti e accerchianti. Quando essi sono a un mercato risultano come attori sulla scena, devono avere la loro cadenza di recitazione. Sono bravi e tenaci attori che sanno impersonare le più difficili variazioni di tanti sentimenti. Devono lusingare, convincere, fingere di sentirsi offesi, disgustati, indispettiti e così: soddisfatti, contenti, felici ad affare concluso. Ma in quel momento a loro non importa nulla, recitano sempre quelle parti, è solo alla sera che sentiranno di essere veramente soddisfatti o no in base al resoconto degli affari della giornata.
Ero così intontito che pensavo non vi fosse alcuna differenza tra l’intonazione canora del richiamo di un venditore di castagne e il muggito di un bue affamato. Lentamente potei discernere qualcosa nella folla, tra quella gente informe coperta di stracci sbucarono quattro teste di buoi bianchi e rocciosi, lanose tra le corna ricurve, biondi negli occhi tra le lunghe ciglia bianche, uno sguardo quasi cieco come nelle sculture, e quell quattro teste mi ricordarono un bassorilievo antico forse del Partenone o di qualche ara. La folla li riassorbì come un sipario e ritornai a vedere solo uomini, uomini di campagna vecchi e deformi, zoppi, con baffi spioventi, rinsecchiti e obesi, bruttissima gente che non mi ero mai accorto frequentasse i mercati di bestiame. Come non potevo dare a loro un’anima, non potevo immaginare avessero un corpo sotto a quegli stracci dei loro vestiti. Non avendo più da spartire con loro né come contadini, né come mediatori, li sentivo non solo di un’altra razza, ma di un altro mondo, forse usciti di sotto terra come le talpe. Ma per avere ancora di più disgusto di loro mi accadde di vederli mangiare voracemente dei polipi bolliti che una don na offriva a loro come fosse la sua carne. Li lusingava proprio come aveva fatto per se stessa, in altri tempi, e ne conservava ancora tutta l’arte. Era tanta l’avidità che non accorgevano d’insozzarsi le guance con le interiora verdastre del polipo. Un vecchio stecchito ne aveva già mangiato due come per rimpolparsi di quella carne rosea e lucente che stiracchiava cone le mani tremanti dai pochi denti che la trattenevano. Dietro alla donna un uomo irsuto che la luce del mattino definiva in tutte le rughe della fronte e del volto, un specie di stregone, ravvivava il fuoco su cui bolliva una grande pentola nera e vi buttava dentro quei polipi come fossero rospi o vipere da fare intrugli diabolici. Un’altra donna alta e formosa con coscie [sic.] sovrabbondanti passava tra tutti quegli uomini sforzando alterezza nello sguardo sebbene, sicura di non essere ancora disfatta, fosse intimidita nel sentirsi da tutti riguardare, distogliendo la loro attenzione dai fianchi degli animali ai suoi ondeggiamenti. Neanche i ragazzi che tenevano gli animali per la cavezza avevano un minimo d’armonia, intristiti come convalescenti, allungati nella magrezza, torbido e inesistente lo sguardo. (altro…)

PoEstate Silva: Renzo Favaron, Apollonia (un ricordo)

Serena Nono, nightlight, olio su tela (proprietà di Renzo Favaron)

Economicamente parlando, Apollonia non aveva mai avuto bisogno di ricamare tovaglie e tovaglioli, ma così ingannava il tempo sin da quando la conoscevo. Erano passati più di vent’anni e né la radio né la televisione erano riuscite a scalfirla, a destare in lei la più piccola curiosità o attenzione. A dirla intera, credo che in vita sua non sia andata mai una volta al cinema o a teatro. Anche quando Guido ha fatto istallare il telefono, lei non se ne curava e lo lasciava squillare. La lista potrebbe continuare, come se Apollonia non avesse mai varcato la soglia della società industriale e non fosse mai andata via da Forcarigoi (quando la terra argillosa, dopo l’aratura, non si lasciava frantumare dall’erpice e allora era necessario rompere le zolle adoperando il rovescio della zappa, prima che il sole le rendesse dure come sassi). Non esagero e comunque, quando le ho fatto visita, ricordo che ha sbattuto le palpebre e mi ha guardato con una faccia perplessa, come se fossi un estraneo. Io l’ho salutata e lei non ha pronunciato il mio nome ricambiando il saluto, ma quello di un altro nipote. Lì per lì non sono rimasto colpito, anche se da lei non mi sarei mai aspettato un lapsus del genere. O, forse, non volevo riconoscere un sintomo che cominciava ad alterare la sua capacità di giudizio (nel frattempo, mi ero laureato in psicologia e avevo imparato l’eziologia di molte malattie del cervello sia di origine mentale che di natura organica). Di fatto, quel chiamarmi con un altro nome era il prodromo di un addio.
Nei mesi successivi l’amnesia di Apollonia si è aggravata e, quando sono tornato da lei, era seduta al solito posto accanto alla finestra, ma immobile e già ridotta a una pianta di Sansevieria, se così si può dire: era spenta e questa volta non solo mi ha salutato con il nome di un altro nipote, ma non mi ha riconosciuto e mi ha scambiato per l’uomo che aveva messo incinta Claretta. La coscienza era andata, tanto che la sorella di mia madre mi ha detto che ormai non si poteva più lasciarla in casa da sola. Oltre a ciò, mi ha confessato che un giorno l’aveva scambiata per una cugina che si era lasciata cadere dal ponte della ferrovia e che aveva insistito con lei, la sorella di mia madre, a proposito di un anello svenduto da suo padre in tempo di guerra per mangiare. Infine, ha aggiunto: «Lo psichiatra non ha saputo dirmi se si tratta di demenza o Alzheimer. Ad ogni modo», ha proseguito, «ha diagnosticato che perderà ancora di più la competenza dei gesti». La sorella di mia madre ha fatto una pausa. Poi si è asciugata una lacrima con un dito e, abbassando la testa, ha borbottato: «Non bastasse, perderà anche ogni controllo di funzione». Inutile dire «che perderà ogni controllo di funzione» significava che al decadimento mentale sarebbe seguito quello fisico. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Garzoni sorridenti

Nel negozio di alimentari la luce scendeva dall’alto, come nella grande vasca di un acquario. Mi servivano quattro fratelli, tre stavano al banco e il quarto alla cassa, tutti giovani e premurosi. Quella luce avrebbe dovuto fare risultare nitidi e lucenti i vasi di marmellata, i pacchi delle diverse qualità di pasta, i formaggi, i salumi, il burro, la mostarda nella massella, ma in verità le sole cose che rilucevano nitide per chi entrava, erano i bianchi denti di quei fratelli e i loro occhi freschi nel sorriso. Ridevano in tutto il loro insieme, nello sguardo, nelle labbra, nei denti e parevano così felici, oltre ogni limite, di quel negozio da essere pronti nell’offrire e nel vendere come avessero da offrire loro stessi in quella naturalissima giovinezza, che invero si poteva definire superba. Però non si sentivano consapevoli, perché del tutto immersi, solo se fossero improvvisamente invecchiati avrebbero potuto capire cosa erano stati e vantarsi come di un grande bene perduto.
Dalla mattina presto fino al mezzogiorno stavano nel loro negozio in prevalenza vecchie signore, vedove o non sposate, ridotte a vivere nella loro casa con la sola compagnia di un gatto o di un cane con i quali facevano per lunghe ore durante il giorno un dialogo muto disperato ed era un sollievo incredibile per loro accorgersi al mattino che occorrendo il burro o la pasta era necessario andare da quei ragazzi. Venivano anche signore sposate che non riuscivano a vedere più un breve sorriso sul volto del proprio marito e giovinette ancora ignare dell’amore. Entrare per tutte loro dava un leggero fremito di piacere, aprire la porta e sapere che subito al banco vi sarebbero stati Luciano, Mario e Giulio illuminati dalla luce diffusa, subito pronti dall’alto del banco a chiedere cosa desideravano. Le sottili labbra taglienti scoprivano il bianco della dentatura e si fermavano in quel sorriso che pareva riuscisse impossibile nascondere. Quelle donne si facevano difficili, smemorate, pure di mantenere il dialogo più a lungo con uno di loro. Parlare dopo il silenzio della loro casa con un gatto, con un cane o con il marito che non rispondevano al loro interrogare e ancora meno sorridevano, era insieme uno spettacolo e un amoroso intervento che dava loro la forza di reggersi ancora per ventiquattro ore nella solitudine.
I tre ragazzi che stavano in quella mostra giuliva, sull’alto del banco, non sapevano della tristezza di quelle donne e di quale dono erano dispensieri. Erano come i fiori che se sapessero che oltre alle api e agli altri insetti volanti, vi siamo noi esseri umani ad annusarli e a godere dei loro colori, di certo rinserrerebbero i loro petali. Ignari, sorridevano e rilucevano negli occhi senza pensare che quelle donne avevano più bisogno di avere, nel mattino, quel contatto con la loro atmosfera, che di comperare il burro la marmellata o il salame. Mario, il maggiore dei fratelli che palesava una esperienza femminile facile ad ottenere senza tanto discutere, era così generoso che al suo sorridere accogliente vi aggiungeva sempre frasi spiritose che usava per rendersi un pacco alla clientela sulla quale fondava il buon andamento del negozio. Il suo spirito presentava sempre l’equivoco fino a intimidire quelle donne solitarie, le quali pensavano che gli avesse capito quale piacere provavano nello scambiare quel dialogo. Quando tutti e tre sorridevano nel rivolgersi accoglienti a quelle donne solitarie o a quelle sposate scontente, risultavano in vero come mazzi di fiori messi in una vetrina, comunicanti il brivido dei loro colori, ma irrimediabilmente separati per le avide api dal grosso lastrone di vetro. (altro…)

proSabato, Gianni Rodari, La febbre mangina

Quando la bambina è malata anche le sue bambole debbono ammalarsi per farle compagnia, il nonno le visita, prescrive le medicine del caso e fa loro moltissime iniezioni con una penna a sfera.
– Questo bambino è malato, dottore.
– Vediamo un po’. Eh sì, eh già. Mi pare che abbia una buona brontolite.
– È grave?
– Gravissimo. Gli dia da bere questo sciroppo di matita blu e gli faccia dei massaggi con la carta di una caramella all’anice.
– E quest’altro bambino non le pare malaticcio anche lui?
– Malatissimo, si vede senza cannocchiale.
– E che cosa ha?
– Un po’ di raffreddore, un po’ di raffreddino e due etti di fragolite acuta.
– Mamma mia! Morirà?
– Non c’è pericolo. Gli dia queste pastiglie di stupidina sciolte in un bicchiere di acqua sporca, però prenda un bicchiere verde perché i bicchieri rossi gli farebbero venire il mal di denti.
Una mattina la bambina si sveglia guarita, il dottore le dice che può alzarsi ma il nonno vuole visitarla personalmente, mentre la mamma prepara i vestiti.
– Sentiamo un po’… dica trentatre… dica perepepè… provi a cantare… tutto a posto: una magnifica febbre mangina.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Luigi Cecchi, L’apocalisse, ancora

©Luigi Cecchi

 

L’apocalisse, ancora

«Non mi abituerò mai a tutto questo.» Disse Helena mentre l’orizzonte si accendeva di una intensa luce bianca. Si voltò verso Valerio, per evitare di restare accecata dal bagliore. Valerio la stava già fissando, e i loro due sguardi si incrociarono ancora, come accadeva sempre, ogni volta che arrivavano le 18:39 del 13 Marzo. Stormi di uccelli si sollevarono in volo dagli alberi alle loro spalle, formando nubi di grigio stagliate su un cielo che già veniva screziato di un rosso innaturale. Sembrava di osservare le striature di una biglia di vetro, dall’interno.
«Andiamo.» Disse lui, scendendo dal gradino di calcestruzzo al limitare del parcheggio. Una brezza fresca gli scompigliava i capelli neri. Sui vetri del prefabbricato grigio si rifletteva una colonna di fuoco distante che perforava l’atmosfera terrestre allontanando le nubi. Distava centinaia di chilometri, ma l’onda d’urto li avrebbe raggiunti in pochi minuti. Helena si voltò di nuovo verso l’esplosione. Un vortice di polveri avrebbe lentamente coperto il bagliore delle fiamme, mentre il vento caldo divorava la terra, vaporizzando piante e animali, sterilizzando ogni cosa. Poi, forse, la crosta terrestre si sarebbe spaccata, come il guscio di una gigantesca noce. Così almeno dicevano le ricostruzioni accurate del cataclisma, loro non erano mai rimasti a verificarne l’attendibilità.
«Hai notato i fulmini in cielo, che formano come una corona attorno alle nubi di detriti?»
«L’ho notato, Helena. Ma lo sai che non è possibile fermarci a contemplare oltre.»
Valerio la prese per mano e la invitò a tornare verso l’edificio. La procedura automatizzata di avviamento era già iniziata, circa otto minuti prima. Fra esattamente un minuto e mezzo, l’acceleratore di massa avrebbe caricato di sufficiente energia l’anti-materia, spingendola con forza nello spazio quadri-dimensionale e aprendo così il tunnel spazio-temporale. L’esperimento era già stato effettuato con successo, esattamente nove giorni prima.

«E se ci fermassimo? Se attendessimo qui, oltre il tempo critico, che le fiamme ci raggiungano?» Domandò Helena. Gli occhi verdi erano, illuminati dall’incendiarsi dell’orizzonte, erano colmi di disperazione. Conosceva la risposta a ognuna delle sue domande, lei era una delle più grandi menti viventi nel campo della fisica. Non c’era bisogno di essere degli scienziati così acuti, comunque, per sapere cosa sarebbe accaduto se si fossero attardati. L’apocalisse, ancora.
«Scusa… – mormorò un attimo dopo. – Io… avevo solo bisogno di fare questa domanda.»
«Non scusarti. È assurdo anche per me. Hai ragione, non ci abitueremo mai a tutto questo.»
Corsero all’interno dell’edificio. La maggior parte del personale, in quel momento, sciamava fuori dalle porte a vetri gridando e correndo inconsapevolmente incontro alla morte. Non avrebbero comunque potuto evitarla. Helena provò tristezza per quelle persone, i cui ultimi attimi di vita sarebbero stati dominati da emozioni così spiacevoli come il panico, il terrore, la disperazione, l’istinto di sopravvivenza. Avrebbe voluto avvicinarsi e convincerli a calmarsi, a rassegnarsi a quanto stava per accadere, a dedicare il poco tempo che restava ai ricordi più piacevoli della propria esistenza, prima che questa fosse spazzata via assieme a tutto il pianeta. Ci aveva provato, qualche volta. Non ci era mai riuscita, con nessuno. Alla fine, aveva capito che era inutile, e aveva smesso di tentare.

Valerio passò il badge nel lettore della porta laterale, blindata, che conduceva direttamente ai sotterranei. C’erano una serie di rampe di scale da scendere, ma di buon passo non ci volevano più di 20 secondi ad arrivare in fondo, davanti alla porta del laboratorio. Prima che la porta si chiudesse, Helena scorse il cielo che in un istante sembrava carbonizzarsi, mentre gran parte dell’atmosfera del pianeta si disperdeva nel vuoto cosmico.
«Dottoressa Flares, dottor Di Tommaso… dove eravate finiti? – Gridò loro Samuel Fincher, correndo verso di loro con entrambe le mani nei capelli. Il sudore gli rigava il volto, gli spessi occhiali da vista erano appannati. – Abbiamo avviato la procedura, come avete chiesto, e… mio Dio, è incredibile! Sta funzionando di nuovo! Anche senza alimentazione supplementare e campi di contenimento!»
«Certo, – gli spiegò frettolosamente Valerio, mettendogli una mano sulla spalla, – perché stiamo sfruttando le risorse di noi stessi, nove giorni fa.»
«Co… come?» Balbettò Sam. Helena lo abbracciò. Dapprima il loro assistente numero uno si irrigidì, poi si sciolse accettando quell’abbraccio. D’altro canto, più che colleghi, erano amici. Helena e Valerio lo avevano voluto fortemente all’interno di quel programma sperimentale, e sapevano benissimo che senza di lui non ce l’avrebbero mai fatta. Helena, dal canto suo, aveva abbracciato Sam in quel modo ogni volta che erano scesi nel laboratorio, il giorno dell’apocalisse, e lui si era sempre comportato allo stesso modo: dapprima sorpreso, poi docile. Sam ricambiò l’abbraccio, sussurrando nelle orecchie di Helena: «Cosa succede?»
«Niente di grave, Sam. Ci rivedremo presto.»
Uno scossone violento squassò l’edificio. Era il primo, ne sarebbero arrivati molto presto degli altri, e poi del laboratorio non sarebbe rimasto più nulla nel giro di pochi minuti. Ma nessuno del personale del laboratorio avrebbe lasciato il suo posto fino alla fine, convinti che la causa di certe anomalie fosse il worm-hole che essi stessi stavano generando all’interno di quel costosissimo impianto. Helena raggiunse Valerio, che già si avvicinava alla piega spazio-temporale. Iniziava già a risucchiare materia. Gli oggetti più piccoli in prossimità del fenomeno volavano verso di esso e scomparivano all’interno. «Cosa vuole fare, Dottor Di Tommaso?» Chiese un’assistente. Valerio le sorrise.
«Altri nove giorni, Rebecca. Altri nove giorni.»
«Mantenete la distorsione stabile per… quanto più tempo potete.» Ordinò loro Helena, salendo sulla pedana di metallo sulla quale l’aspettava già Valerio. Aveva ripetuto questa frase ogni volta che aveva compiuto quel gesto, e ogni volta le suonava più falsa. Sam, Rebecca, tutte quelle persone, il laboratorio, i macchinari, l’edificio, il continente, il pianeta… tutto sarebbe esploso poco dopo la loro uscita di scena. Il cataclisma avrebbe spazzato via ogni cosa e allora il tunnel si sarebbe chiuso, nonostante tutti gli sforzi da parte della stessa equipe dall’altra parte, nove giorni prima.
«Non vorrete mica…» Urlò Sam. Era il segnale. Helena e Valerio si spinsero in avanti e precipitarono nel vuoto. Sentirono le articolazioni del proprio corpo stirarsi e poi comprimersi, i loro timpani sanguinare, i propri polmoni dilatarsi fin quasi a esplodere, la pelle gelare, il respiro mancare, i capelli venire percorsi da indescrivibili scariche elettriche. Poi, riaprirono gli occhi. (altro…)