racconti

PoEstate Silva: Renzo Favaron, Apollonia (un ricordo)

Serena Nono, nightlight, olio su tela (proprietà di Renzo Favaron)

Economicamente parlando, Apollonia non aveva mai avuto bisogno di ricamare tovaglie e tovaglioli, ma così ingannava il tempo sin da quando la conoscevo. Erano passati più di vent’anni e né la radio né la televisione erano riuscite a scalfirla, a destare in lei la più piccola curiosità o attenzione. A dirla intera, credo che in vita sua non sia andata mai una volta al cinema o a teatro. Anche quando Guido ha fatto istallare il telefono, lei non se ne curava e lo lasciava squillare. La lista potrebbe continuare, come se Apollonia non avesse mai varcato la soglia della società industriale e non fosse mai andata via da Forcarigoi (quando la terra argillosa, dopo l’aratura, non si lasciava frantumare dall’erpice e allora era necessario rompere le zolle adoperando il rovescio della zappa, prima che il sole le rendesse dure come sassi). Non esagero e comunque, quando le ho fatto visita, ricordo che ha sbattuto le palpebre e mi ha guardato con una faccia perplessa, come se fossi un estraneo. Io l’ho salutata e lei non ha pronunciato il mio nome ricambiando il saluto, ma quello di un altro nipote. Lì per lì non sono rimasto colpito, anche se da lei non mi sarei mai aspettato un lapsus del genere. O, forse, non volevo riconoscere un sintomo che cominciava ad alterare la sua capacità di giudizio (nel frattempo, mi ero laureato in psicologia e avevo imparato l’eziologia di molte malattie del cervello sia di origine mentale che di natura organica). Di fatto, quel chiamarmi con un altro nome era il prodromo di un addio.
Nei mesi successivi l’amnesia di Apollonia si è aggravata e, quando sono tornato da lei, era seduta al solito posto accanto alla finestra, ma immobile e già ridotta a una pianta di Sansevieria, se così si può dire: era spenta e questa volta non solo mi ha salutato con il nome di un altro nipote, ma non mi ha riconosciuto e mi ha scambiato per l’uomo che aveva messo incinta Claretta. La coscienza era andata, tanto che la sorella di mia madre mi ha detto che ormai non si poteva più lasciarla in casa da sola. Oltre a ciò, mi ha confessato che un giorno l’aveva scambiata per una cugina che si era lasciata cadere dal ponte della ferrovia e che aveva insistito con lei, la sorella di mia madre, a proposito di un anello svenduto da suo padre in tempo di guerra per mangiare. Infine, ha aggiunto: «Lo psichiatra non ha saputo dirmi se si tratta di demenza o Alzheimer. Ad ogni modo», ha proseguito, «ha diagnosticato che perderà ancora di più la competenza dei gesti». La sorella di mia madre ha fatto una pausa. Poi si è asciugata una lacrima con un dito e, abbassando la testa, ha borbottato: «Non bastasse, perderà anche ogni controllo di funzione». Inutile dire «che perderà ogni controllo di funzione» significava che al decadimento mentale sarebbe seguito quello fisico. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Garzoni sorridenti

Nel negozio di alimentari la luce scendeva dall’alto, come nella grande vasca di un acquario. Mi servivano quattro fratelli, tre stavano al banco e il quarto alla cassa, tutti giovani e premurosi. Quella luce avrebbe dovuto fare risultare nitidi e lucenti i vasi di marmellata, i pacchi delle diverse qualità di pasta, i formaggi, i salumi, il burro, la mostarda nella massella, ma in verità le sole cose che rilucevano nitide per chi entrava, erano i bianchi denti di quei fratelli e i loro occhi freschi nel sorriso. Ridevano in tutto il loro insieme, nello sguardo, nelle labbra, nei denti e parevano così felici, oltre ogni limite, di quel negozio da essere pronti nell’offrire e nel vendere come avessero da offrire loro stessi in quella naturalissima giovinezza, che invero si poteva definire superba. Però non si sentivano consapevoli, perché del tutto immersi, solo se fossero improvvisamente invecchiati avrebbero potuto capire cosa erano stati e vantarsi come di un grande bene perduto.
Dalla mattina presto fino al mezzogiorno stavano nel loro negozio in prevalenza vecchie signore, vedove o non sposate, ridotte a vivere nella loro casa con la sola compagnia di un gatto o di un cane con i quali facevano per lunghe ore durante il giorno un dialogo muto disperato ed era un sollievo incredibile per loro accorgersi al mattino che occorrendo il burro o la pasta era necessario andare da quei ragazzi. Venivano anche signore sposate che non riuscivano a vedere più un breve sorriso sul volto del proprio marito e giovinette ancora ignare dell’amore. Entrare per tutte loro dava un leggero fremito di piacere, aprire la porta e sapere che subito al banco vi sarebbero stati Luciano, Mario e Giulio illuminati dalla luce diffusa, subito pronti dall’alto del banco a chiedere cosa desideravano. Le sottili labbra taglienti scoprivano il bianco della dentatura e si fermavano in quel sorriso che pareva riuscisse impossibile nascondere. Quelle donne si facevano difficili, smemorate, pure di mantenere il dialogo più a lungo con uno di loro. Parlare dopo il silenzio della loro casa con un gatto, con un cane o con il marito che non rispondevano al loro interrogare e ancora meno sorridevano, era insieme uno spettacolo e un amoroso intervento che dava loro la forza di reggersi ancora per ventiquattro ore nella solitudine.
I tre ragazzi che stavano in quella mostra giuliva, sull’alto del banco, non sapevano della tristezza di quelle donne e di quale dono erano dispensieri. Erano come i fiori che se sapessero che oltre alle api e agli altri insetti volanti, vi siamo noi esseri umani ad annusarli e a godere dei loro colori, di certo rinserrerebbero i loro petali. Ignari, sorridevano e rilucevano negli occhi senza pensare che quelle donne avevano più bisogno di avere, nel mattino, quel contatto con la loro atmosfera, che di comperare il burro la marmellata o il salame. Mario, il maggiore dei fratelli che palesava una esperienza femminile facile ad ottenere senza tanto discutere, era così generoso che al suo sorridere accogliente vi aggiungeva sempre frasi spiritose che usava per rendersi un pacco alla clientela sulla quale fondava il buon andamento del negozio. Il suo spirito presentava sempre l’equivoco fino a intimidire quelle donne solitarie, le quali pensavano che gli avesse capito quale piacere provavano nello scambiare quel dialogo. Quando tutti e tre sorridevano nel rivolgersi accoglienti a quelle donne solitarie o a quelle sposate scontente, risultavano in vero come mazzi di fiori messi in una vetrina, comunicanti il brivido dei loro colori, ma irrimediabilmente separati per le avide api dal grosso lastrone di vetro. (altro…)

proSabato, Gianni Rodari, La febbre mangina

Quando la bambina è malata anche le sue bambole debbono ammalarsi per farle compagnia, il nonno le visita, prescrive le medicine del caso e fa loro moltissime iniezioni con una penna a sfera.
– Questo bambino è malato, dottore.
– Vediamo un po’. Eh sì, eh già. Mi pare che abbia una buona brontolite.
– È grave?
– Gravissimo. Gli dia da bere questo sciroppo di matita blu e gli faccia dei massaggi con la carta di una caramella all’anice.
– E quest’altro bambino non le pare malaticcio anche lui?
– Malatissimo, si vede senza cannocchiale.
– E che cosa ha?
– Un po’ di raffreddore, un po’ di raffreddino e due etti di fragolite acuta.
– Mamma mia! Morirà?
– Non c’è pericolo. Gli dia queste pastiglie di stupidina sciolte in un bicchiere di acqua sporca, però prenda un bicchiere verde perché i bicchieri rossi gli farebbero venire il mal di denti.
Una mattina la bambina si sveglia guarita, il dottore le dice che può alzarsi ma il nonno vuole visitarla personalmente, mentre la mamma prepara i vestiti.
– Sentiamo un po’… dica trentatre… dica perepepè… provi a cantare… tutto a posto: una magnifica febbre mangina.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Luigi Cecchi, L’apocalisse, ancora

©Luigi Cecchi

 

L’apocalisse, ancora

«Non mi abituerò mai a tutto questo.» Disse Helena mentre l’orizzonte si accendeva di una intensa luce bianca. Si voltò verso Valerio, per evitare di restare accecata dal bagliore. Valerio la stava già fissando, e i loro due sguardi si incrociarono ancora, come accadeva sempre, ogni volta che arrivavano le 18:39 del 13 Marzo. Stormi di uccelli si sollevarono in volo dagli alberi alle loro spalle, formando nubi di grigio stagliate su un cielo che già veniva screziato di un rosso innaturale. Sembrava di osservare le striature di una biglia di vetro, dall’interno.
«Andiamo.» Disse lui, scendendo dal gradino di calcestruzzo al limitare del parcheggio. Una brezza fresca gli scompigliava i capelli neri. Sui vetri del prefabbricato grigio si rifletteva una colonna di fuoco distante che perforava l’atmosfera terrestre allontanando le nubi. Distava centinaia di chilometri, ma l’onda d’urto li avrebbe raggiunti in pochi minuti. Helena si voltò di nuovo verso l’esplosione. Un vortice di polveri avrebbe lentamente coperto il bagliore delle fiamme, mentre il vento caldo divorava la terra, vaporizzando piante e animali, sterilizzando ogni cosa. Poi, forse, la crosta terrestre si sarebbe spaccata, come il guscio di una gigantesca noce. Così almeno dicevano le ricostruzioni accurate del cataclisma, loro non erano mai rimasti a verificarne l’attendibilità.
«Hai notato i fulmini in cielo, che formano come una corona attorno alle nubi di detriti?»
«L’ho notato, Helena. Ma lo sai che non è possibile fermarci a contemplare oltre.»
Valerio la prese per mano e la invitò a tornare verso l’edificio. La procedura automatizzata di avviamento era già iniziata, circa otto minuti prima. Fra esattamente un minuto e mezzo, l’acceleratore di massa avrebbe caricato di sufficiente energia l’anti-materia, spingendola con forza nello spazio quadri-dimensionale e aprendo così il tunnel spazio-temporale. L’esperimento era già stato effettuato con successo, esattamente nove giorni prima.

«E se ci fermassimo? Se attendessimo qui, oltre il tempo critico, che le fiamme ci raggiungano?» Domandò Helena. Gli occhi verdi erano, illuminati dall’incendiarsi dell’orizzonte, erano colmi di disperazione. Conosceva la risposta a ognuna delle sue domande, lei era una delle più grandi menti viventi nel campo della fisica. Non c’era bisogno di essere degli scienziati così acuti, comunque, per sapere cosa sarebbe accaduto se si fossero attardati. L’apocalisse, ancora.
«Scusa… – mormorò un attimo dopo. – Io… avevo solo bisogno di fare questa domanda.»
«Non scusarti. È assurdo anche per me. Hai ragione, non ci abitueremo mai a tutto questo.»
Corsero all’interno dell’edificio. La maggior parte del personale, in quel momento, sciamava fuori dalle porte a vetri gridando e correndo inconsapevolmente incontro alla morte. Non avrebbero comunque potuto evitarla. Helena provò tristezza per quelle persone, i cui ultimi attimi di vita sarebbero stati dominati da emozioni così spiacevoli come il panico, il terrore, la disperazione, l’istinto di sopravvivenza. Avrebbe voluto avvicinarsi e convincerli a calmarsi, a rassegnarsi a quanto stava per accadere, a dedicare il poco tempo che restava ai ricordi più piacevoli della propria esistenza, prima che questa fosse spazzata via assieme a tutto il pianeta. Ci aveva provato, qualche volta. Non ci era mai riuscita, con nessuno. Alla fine, aveva capito che era inutile, e aveva smesso di tentare.

Valerio passò il badge nel lettore della porta laterale, blindata, che conduceva direttamente ai sotterranei. C’erano una serie di rampe di scale da scendere, ma di buon passo non ci volevano più di 20 secondi ad arrivare in fondo, davanti alla porta del laboratorio. Prima che la porta si chiudesse, Helena scorse il cielo che in un istante sembrava carbonizzarsi, mentre gran parte dell’atmosfera del pianeta si disperdeva nel vuoto cosmico.
«Dottoressa Flares, dottor Di Tommaso… dove eravate finiti? – Gridò loro Samuel Fincher, correndo verso di loro con entrambe le mani nei capelli. Il sudore gli rigava il volto, gli spessi occhiali da vista erano appannati. – Abbiamo avviato la procedura, come avete chiesto, e… mio Dio, è incredibile! Sta funzionando di nuovo! Anche senza alimentazione supplementare e campi di contenimento!»
«Certo, – gli spiegò frettolosamente Valerio, mettendogli una mano sulla spalla, – perché stiamo sfruttando le risorse di noi stessi, nove giorni fa.»
«Co… come?» Balbettò Sam. Helena lo abbracciò. Dapprima il loro assistente numero uno si irrigidì, poi si sciolse accettando quell’abbraccio. D’altro canto, più che colleghi, erano amici. Helena e Valerio lo avevano voluto fortemente all’interno di quel programma sperimentale, e sapevano benissimo che senza di lui non ce l’avrebbero mai fatta. Helena, dal canto suo, aveva abbracciato Sam in quel modo ogni volta che erano scesi nel laboratorio, il giorno dell’apocalisse, e lui si era sempre comportato allo stesso modo: dapprima sorpreso, poi docile. Sam ricambiò l’abbraccio, sussurrando nelle orecchie di Helena: «Cosa succede?»
«Niente di grave, Sam. Ci rivedremo presto.»
Uno scossone violento squassò l’edificio. Era il primo, ne sarebbero arrivati molto presto degli altri, e poi del laboratorio non sarebbe rimasto più nulla nel giro di pochi minuti. Ma nessuno del personale del laboratorio avrebbe lasciato il suo posto fino alla fine, convinti che la causa di certe anomalie fosse il worm-hole che essi stessi stavano generando all’interno di quel costosissimo impianto. Helena raggiunse Valerio, che già si avvicinava alla piega spazio-temporale. Iniziava già a risucchiare materia. Gli oggetti più piccoli in prossimità del fenomeno volavano verso di esso e scomparivano all’interno. «Cosa vuole fare, Dottor Di Tommaso?» Chiese un’assistente. Valerio le sorrise.
«Altri nove giorni, Rebecca. Altri nove giorni.»
«Mantenete la distorsione stabile per… quanto più tempo potete.» Ordinò loro Helena, salendo sulla pedana di metallo sulla quale l’aspettava già Valerio. Aveva ripetuto questa frase ogni volta che aveva compiuto quel gesto, e ogni volta le suonava più falsa. Sam, Rebecca, tutte quelle persone, il laboratorio, i macchinari, l’edificio, il continente, il pianeta… tutto sarebbe esploso poco dopo la loro uscita di scena. Il cataclisma avrebbe spazzato via ogni cosa e allora il tunnel si sarebbe chiuso, nonostante tutti gli sforzi da parte della stessa equipe dall’altra parte, nove giorni prima.
«Non vorrete mica…» Urlò Sam. Era il segnale. Helena e Valerio si spinsero in avanti e precipitarono nel vuoto. Sentirono le articolazioni del proprio corpo stirarsi e poi comprimersi, i loro timpani sanguinare, i propri polmoni dilatarsi fin quasi a esplodere, la pelle gelare, il respiro mancare, i capelli venire percorsi da indescrivibili scariche elettriche. Poi, riaprirono gli occhi. (altro…)

proSabato: Grazia Deledda, Il mago

Vivevano in fondo al villaggio, uno dei più forti e pittoreschi villaggi delle montagne del Logudoro, anzi la loro casetta nera e piccina era proprio l’ultima, e guardava giù per le chine, coperte di ginestre e di lentischi a grandi macchie. Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il mare in lontananza, nell’estremo orizzonte, confuso col cielo di platino in estate, nebbioso in inverno: cucendo presso la finestra scorgeva una immensità di vallate stendentisi ai piedi delle sue montagne, e sentiva il caldo profumo delle messi d’oro ondeggianti al sole, e il sussulto del torrente che scorreva fra le rocce e i roveti montani. In quella casa piccina e nera, col tetto coperto di musco giallo e rossastro, ombreggiata da un vecchio pergolato, fra tanta festa di cieli azzurri e di immensi orizzonti silenziosi, da due anni, Saveria scorreva la vita più felice che si possa immaginare, accanto al suo giovane sposo dai grandi occhi ardenti e le labbra rosse come i frutti delle eriche fra cui conduceva i suoi armenti, la sola sua ricchezza. Si chiamava Antonio. Anch’esso dacché aveva sposato la piccola signora dei suoi sogni da pastore, viveva felicissimo; però una leggera nuvola era apparsa dopo due anni di completa felicità sul cielo sereno della sua esistenza. Saveria non lo aveva reso né ancora accennava a renderlo padre! Era una cosa ben triste! Egli l’aveva tanto sognato un bel marmocchio bruno come lui che appena in gambe l’avrebbe seguito su e giù, fra i boschi e le valli, aiutandolo nelle dure fatiche di pastore; un marmocchio che poi, fatto forte giovanotto, la gioia e la speranza dei suoi vecchi, ammogliandosi avrebbe a sua volta tramandato il loro nome e la discendenza dei loro armenti in un altro, e così via pei secoli dei secoli! Tutti gli avi di Antonio erano stati pastori: e questa gloria egli sognava di continuarla ma come fare se non veniva l’erede? Tutto fu messo in opera; promesse, novene, pellegrinaggi. Antonio andò, scalzo e a testa nuda, a piedi, sino al celebre santuario della Madonna dei Miracoli, a Bitti, fece fare una processione, una messa solenne, e promise di dare tante libbre di cera lavorata alla Madonna quante ne avrebbe pesate il futuro figliuolino, ma tutto fu inutile. Saveria restava sottile, sottile, elegante nel suo costume dal corsetto giallo e la camicia ricamata, e la casa non veniva ancora rallegrata dagli strilli del sognato bambino né dalla nenia della mamma accompagnata dal cigolio della culla.
Era una ben triste, triste cosa! Se ne aveva già deposta l’ultima speranza allorché un giorno un’amica di Saveria venne a trovarla e le disse con profondo mistero, dopo i primi complimenti alla francese: – Non sapete dunque, comare Sabé? Peppe Longu mi ha detto che voi non fate figli perché…
– Perché?… – chiese attenta Saveria con gli occhi spalancati.
– Perché? – seguitò l’altra abbassando la voce. – Ci scampi Iddio, ma voi lo sapete, Peppe è un mago di prima qualità, così almeno dicono tutti… e lui stesso mi ha detto che è per opera di una sua magia che voi non avete figli.
– Liberanosdomine! – esclamò Saveria ridendo e facendosi il segno della croce. Come tutte le donnicciuole del villaggio essa era superstiziosa e credeva alle magie, anzi una volta aveva visto coi suoi propri occhi un fantasma bianco vagare pei monti, ma che poi Peppe Longu, per quanto fosse mago, arrivasse a quel punto, ah, questo era troppo! Ma l’altra proseguì, offesa dell’incredulità di Saveria, e tanto disse che finì per convincerla.
Dopo un’ora di chiacchiere accanto al focolare, sulle cui braci Saveria aveva posto a bollire il caffè, ell’era così convinta della magia di Peppe che chiese pensosa alla comare:
– E… ditemi, non la potrebbe disfare questa opera infernale?
– Questo poi no, mi ha detto, questo no! Pare che abbia dell’astio contro vostro marito!…
All’imbrunire Antonio comparve in fondo alla strada rocciosa sul suo cavallino nero e la bisaccia gonfia di formaggio fresco e di ricotta. Mentre scaricava la sua entrata sotto il pergolato, Saveria lo informò di tutto: egli non rise punto, ma aggrottando le folte sopracciglia si contentò di scuotere la testa. E quando tutto fu rimesso in ordine, cavallo, bisaccia ed entrata, Antonio si sedette a piedi in croce accanto al focolare e si fece ripetere la strana novità.
– Ma che diavolo avete con Peppe? Perché si vendica così orribilmente? – domandò alla fine Saveria con grande serietà.
– Nulla!… – rispose Antonio. – A meno che non sia perché mi rido sempre delle sue magie!
– È male! Non hai visto come ha disperso le cavallette che rovinavano la vigna di Don Giovanni? E quelle di Jolgi Luppeddu?…
– È vero… è vero… ma! Vedremo! Domani gli parlerò.
– Ah, se sciogliesse la magia!… – esclamò Saveria.
Quella notte i due sposi sognarono nuovamente un bel bambino bruno; ma l’indomani, per quante preghiere Antonio gli facesse, il mago del villaggio ricusò assolutamente di disfare l’incantesimo. Era un tipo alquanto misterioso quel mago: viveva come tutti gli altri uomini del mondo, però non lavorava mai.
È vero che oltre le magie pubbliche di cui menava vanto, come l’uccidere le cavallette e il sanare le pecore malate con semplici parole misteriose, per cui non accettava compenso alcuno egli riceveva molte visite notturne; però nessuno ci badava e generalmente si credeva che i genî che egli aveva al suo comando gli dessero il denaro e le provviste che abbondavano nella sua catapecchia. Ma forse Antonio la pensava diversamente perché, viste mal riuscite tutte le sue preghiere e anche le sue minaccie, si recò una notte da Peppe e gli promise un bel luigi d’oro purché sciogliesse finalmente la fatale magia. (altro…)

proSabato: Gianni Rodari, Brif, bruf, braf

 

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
– Brif, braf, – disse il primo.
– Braf, brof, – rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c’era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c’era una vecchia signora né buona né cattiva.
– Come sono sciocchi quei bambini, – disse la signora.
Ma il buon signore non era d’accordo:
– Io non trovo.
– Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto.
– E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: che bella giornata. Il secondo ha risposto: domani sarà ancora più bello.
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perché i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
– Maraschi, barabaschi, pippirimoschi, – disse il primo.
– Bruf, – rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
– Non mi dirà che ha capito anche adesso, – esclamò indignata la vecchia signora.
– E invece ho capito tutto, – rispose sorridendo il vecchio signore. – Il primo ha detto: come siamo contenti di essere al mondo. E il secondo ha risposto: il mondo è bellissimo.
– Ma è poi bello davvero? – insisté la vecchia signora.
– Brif, bruf, braf, – rispose il vecchio signore.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Gianni Rodari, Gli uomini di burro

Giovannino Perdigiorno, gran viaggiatore e famoso esploratore, capitò una volta nel paese degli uomini di burro. A stare al sole si squagliavano, dovevano vivere sempre al fresco, e abitavano in una città dove al posto delle case c’erano tanti frigoriferi. Giovannino passava per le strade e li vedeva affacciati ai finestrini dei loro frigoriferi, con una borsa di ghiaccio in testa. Sullo sportello di ogni frigorifero c’era un telefono per parlare con l’inquilino.
– Pronto. – Pronto. – Chi parla?
– Sono il re degli uomini di burro. Tutta panna di prima qualità. Latte di mucca svizzera. Ha guardato bene il mio frigorifero?
– Perbacco, è d’oro massiccio. Ma non esce mai di lì? – D’inverno, se fa abbastanza freddo, in un’automobile di ghiaccio.
– E se per caso il sole sbuca d’improvviso dalle nuvole mentre la Vostra Maestà fa la sua passeggiatina? – Non può, non è permesso. Lo farei mettere in prigione dai miei soldati.
– Bum, – disse Giovannino. E se ne andò in un altro paese.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Alberto Moravia, L’incosciente

 

Quando si agisce è segno che ci si aveva pensato prima: l’azione è come il verde di certe piante che spunta appena sopra la terra, ma provate a tirare e vedrete che radici profonde. Quanto ci avrò pensato a scrivere quella lettera? Sei mesi, poiché erano giusto sei mesi che quel signore si era costruita la villa al ventesimo chilometro sulla Cassia. E l’idea mi venne, appunto, vedendo la villa nuova in cima ad un poggio, nel mezzo della campagna deserta. In quel tempo mi ero montato la testa coi film e con i romanzi a fumetti e inoltre sentivo il bisogno di farmi ammirare da Santina, una ragazza della mia età, figlia del custode del passaggio a livello, una sciocca, ma bella o almeno così allora mi sembrava. Una sera che passeggiavamo insieme, le dissi. mostrandole la villa: – Io me la sentirei uno di questi giorni di scrivere al padrone di quella villa una lettera minatoria -. – Che vuoi dire minatoria? -.
– Minacciosa… o dài tanto o se no ti facciamo fuori… minatoria, insomma -. – Ma non è proibito? – domandò lei sorpresa. – Sì è proibito… ma che importa?… Una lettera con l’indicazione del luogo dove ha da portare il denaro… eh, che ne dici? -. Speravo di impressionarla; ma invece, lei, come se le avessi proposto la cosa più naturale del mondo, disse dopo un momento di riflessione: – Io, per me ci sto… e quanto gli chiederesti? -. Insomma, la prendeva con la massima naturalezza; tanto che io, per non esser da meno, risposi tranquillamente: – Non so… cento, duecentomila lire -. E lei battendo le mani: – Uh che bello… e mi faresti un regalo? -. – Si capisce – E allora perché non lo fai?… Che aspetti? -. Dissi allora: Lasciami il tempo di pensarci -. Così, su uno scherzo, eccomi impegnato a scrivere quella lettera.
Il signore della villa passava spesso nella sua macchina per la Storta, davanti al negozio di frutta e di verdura della mamma. Era un omaccione alto, grande, grosso, con un nasone che pareva di quelli di cartone dipinto che si portano a carnevale, i baffi neri a spazzola, gli occhiacci loschi. Sempre involtato in un paltò di pelo di cammello: un vero orso. Fabbricava profumi nel sottosuolo della villa, infatti, ad avvicinarsi alle finestre del seminterrato, si sentiva uscirne non odori di cucina bensì quelli delle essenze che adopera nel suo laboratorio. Concepii per quell’uomo un’antipatia profonda e questo era una spinta di più a scrivere la lettera. Ma non l’avrei mai scritta, per quanto l’odiassi e per quanto Santina adesso mi stuzzicasse per via delle centomila lire, se uno di quei giorni, a pochi chilometri dalla villa, tre uomini mascherati non avessero fatto una grassazione. I giornali davano tutti i particolari: il guidatore, un commerciante romano, freddato al volante mentre cercava di scappare, la macchina in un fosso, gli altri viaggiatori spogliati di quanto avevano. Dissi a Santina, la sera stessa: – Questo è il momento di a scrivere quella lettera -. – Perché? – domandò lei sorpresa. – Perché – risposi, – fingeremo che la lettera l’abbia scritta uno di quei tre che hanno fatto l’aggressione… con quei precedenti, quel signore avrà paura e scucirà i quattrini -. E quindi vedendo che Santina mi guardava ammirata, continuai: – Vedi, non c’è coraggio e non c’è paura… ci sono soltanto coscienza incoscienza… la coscienza è paura., l’incoscienza è coraggio… quel signore adesso è un incosciente…lui a non sa di abitare in una villa solitaria, in mezzo alla campagna, a disposizione, per così dire, di chiunque lo voglia aggredire… o meglio lo sa con la testa ma non lo sa con le budelle… è, insomma, incosciente ossia coraggioso… io, con la mia lettera lo renderò cosciente, ossia pauroso… tutto ad un tratto si accorgerà di essere in pericolo… e allora avrà paura e pagherà -. Erano tutte cose a cui pensavo da mesi, anzi da anni; e così mi uscivano di bocca come se le avessi lette nelle pagine di un libro. Santina, ammirata, esclamò, infatti: – Ma dì un po’, tu come le pensi tutte queste cose?… lo sai che sei intelligente -. E io, gonfio di vanità: – Questo è niente, si vede che non mo conosci. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Rimpianto del tempo

 

Sono decisamente un conservatore. È stata per me una gioia memorabile, ritornando a Londra dopo parecchi anni, vedere che alla Stazione Vittoria mi aspettavano gli stessi tassì di allora; e fu lo stesso a Parigi con i conducenti invecchiati ingrassati al volante, che parevano essersi conformati alle dimensioni della piccola cabina. Provai anche gioia nel constatare che i negozietti del Quartiere Latino non avevano affatto alterato le mostre di molti anni a dietro. Tanto quelli di arredi religiosi che quelli di mode non erano mutati. Sembra un assurdo che nella città della moda non cambiassero le linee dell’abbigliamento, ma viene come per il mare che muta di continuo, ma risulta sempre quello.
Invece la mia città mi dispera con il suo continuo mutare credendo di progredire. Non è possibile andare a cercare in una strada abituale un negozio, una bottega di artigiano che vi fu per lungo tempo. Un arrotino che si era abituati a trovare curvo sulla macchina nel suo antro semibuio, in capo a un ponte, si è trasferito in altra strada con maggiore disponibilità di macchine, di merci e di luminose attrazioni. Un vecchio che aggiustava tanto bene tutti gli apparecchi quando si guastavano e lasciava sulla porta un cartello, se era assente, nel quale avvertiva sarebbe tornato subito, è scomparso. Forse è morto, la sua bottega non esiste, più certo è scomparso, è uscito e non è più tornato e nessuno ha pensato a sostituirlo.
Una osteria placida per le sue luci è sparita, la padrona che aveva un sorriso gioviale nell’accogliere il cliente ha venduto tutto e vive oziosa assieme a una figlia che si è sposata. L’altro ieri ho avuto appunto l’occasione di rivederla e mi pareva venisse da una emigrazione lontana, tanto era mutata da quando appariva al banco contro lo scenario delle botti lucenti.
Un caffè ospitale, con belle poltroncine di velluto rosso per ragionarci tra amici quando si aveva voglia di conversare, è stato annullato del tutto è trasformato in un grande negozio di occhiali.
I caffè le pasticcerie della città, dove le signore si davano convegno nel pomeriggio per orientare il loro spirito di società, non esistono più. Tutti sono stati trasformati in bar all’americana, dove si entra per prendere qualcosa Rimanendo in piedi e per fuggire subito. Sembra che un’alluvione abbia rovistato ogni aspetto consueto e con le sue acque travolgenti con pantano e sassi abbia riplasmato tutto diverso.
Non è da paragonare questo mutamento a quello che può dare una rivoluzione, perché a Mosca, quindici anni dopo che la sua vita sociale era stata messa a soqquadro, si vedevano ancora sulle cuspidi del Cremlino le aquile imperiali dorate, e nella Piazza Rossa vi erano ancora le troiche che con i vetturini barbuti di un tempo, mentre un richiamo dipinto su una lastra di ferro, appeso al muro, crivellato dai proiettili rivoluzionari e dipinto olio, indicava ancora un negozio di busti per signora.
La precarietà nelle abitudini degli aspetti di una città dove si è costretti ad abitare mi dà tanto fastidio, perché ve ne è già troppa nel giro della vita. Io sono conservatore amo la stabilità che illude di essere immortali. Ogni abitudine è conservata allontana dal senso di morire e di mutarsi in cenere. È così bello, al sorgere di ogni giorno, vedere e si ripetono gli stessi fatti: alle otto intendere la voce del lattaio, alle dieci quella del postino, poi andare in città per gli acquisti necessari. Non è vero che la ripetizione nel tempo delle abitudini dia noia all’uomo. Il contadino, che è l’essere più naturale della terra, mi dimostrava, quando vivevo accanto alla sua casa, che riesciva ad avere sempre un nuovo entusiasmo al ripetersi uguale delle opere nel giro dei giorni e delle stagioni.
Quando per uno sciopero il postino non arriva o il tranvai non porta più in città, ci si conturba amaramente, perché si avverte che la vita si è tolta la maschera ed è apparso il suo volto veritiero che è quello tremendo della precarietà, nel suo cinico scorrere e mutarsi. Già troppo sappiamo di essere fragili e mutabili nella ruota del tempo, che il non trovare più lo stesso negozio allo stesso posto della stessa strada è come se fosse morto qualcuno della nostra casa o fossimo stati esiliati dalla nostra città natale. (altro…)

proSabato: Virginia Woolf, Pensieri di pace durante un’incursione aerea

I tedeschi sono passati sopra questa casa ieri sera e la sera prima. Eccoli un’altra volta. È una strana esperienza, questa di stare sdraiata nel buio e ascoltare il ronzio di un calabrone che in qualsiasi momento può pungersi mortalmente. È un rumore che non permette di pensare freddamente e coerentemente alla pace. Eppure è un rumore che dovrebbe costringerci − assai più che non gli inni e le preghiere − a pensare alla pace. Poiché se non riusciamo a forza di pensare, a infondere esistenza a questa pace, continueremo per sempre a giacere − non questo corpo in questo letto bensì milioni di corpi non ancora nati − nello stesso buio ascoltando lo stesso rumore di morte sulla testa. Facciamo tutto il possibile per creare il solo rifugio antiaereo efficace, mentre là sul colle sparano i cannoni e i riflettori tastano le nuvole; e qua e là, a volte vicino, a volte lontano, cade una bomba.
Lassù in cielo combattono giovani inglesi contro giovani tedeschi. I difensori sono uomini, gli attaccanti sono uomini. Alla donna inglese non vengono consegnate armi né per combattere né per difendersi. Ella deve giacere disarmata, questa sera. Eppure se ella crede che quel combattimento lassù in cielo è una lotta da parte degli inglesi per proteggere la libertà, da parte dei tedeschi per distruggere la libertà, ella deve lottare, con tutte le sue forze, dalla parte degli inglesi. Ma come può lottare per la Libertà senza armi? Fabbricandole oppure fabbricando vestiti e alimenti. Ma c’è un altro modo di lottare senza armi per la libertà. Possiamo lottare con la mente; fabbricare delle idee, le quali possono aiutare quel giovane inglese che combatte lassù in cielo a vincere il nemico. Ma perché le idee siano efficaci, dobbiamo essere in grado di accendere la loro miccia. Dobbiamo metterle in azione. E quel calabrone in cielo mi sveglia un altro calabrone nella mente. Ce n’era uno questa mattina, che ronzava nel Times; era la voce di una donna che protestava: «Le donne non possono dire una parola sulle questioni politiche». Non c’è nessuna donna nel Gabinetto; né in nessun posto di responsabilità. Tutti i fabbricanti di idee in grado di attuare queste loro idee sono uomini. Ecco un pensiero che soffoca Il pensiero, e incoraggia invece l’irresponsabilità. Perché non sprofondare allora la testa nel cuscino, otturarsi le orecchie, e abbandonare questa futile attività di fabbricare idee?Poiché ci sono altri tavoli, oltre ai tavoli dei militari e i tavoli delle conferenze. Potrebbe darsi che se noi rinunciamo al pensiero privato, al pensiero del tavolo da te, perché esso ci sembra inutile, stiamo privando quel giovane inglese di un’arma che potrebbe essergli utile. Non stiamo esagerando la nostra incapacità solo perché la nostra capacità ci espone forse all’insulto, al disprezzo? «Non cesserò di lottare mentalmente», scrisse Blake. Lottare mentalmente significa pensare contro la corrente, e non a favore di essa.
E quella corrente scorre veloce e violenta. Straripa in parole dagli altoparlanti e dai politici. Ogni giorno ci dicono che siamo un popolo libero, il quale combatte per difendere la libertà. Quella è la corrente che ha trascinato nei suoi turbini quel giovane aviatore fino al cielo, e che lo fa girare incessantemente tra le nuvole. Quaggiù, protetti da un tetto, con una maschera antigas sotto le mani, è nostro dovere sgonfiare questi palloni d’aria e scoprire qualche germe di verità. Non è vero che siamo liberi. Questa sera siamo tutti e due prigionieri: lui nella sua macchina con un arma accanto, noi sdraiati nel buio con una maschera antigas accanto. Se fossimo liberi saremmo all’aperto, a ballare, o in un teatro, o seduti davanti alla finestra, conversando. Che cosa ce lo impedisce? «Hitler!» esclamano unanimi gli altoparlanti. Chi è Hitler? Che cosa è Hitler? L’aggressività, la tirannia, l’amore forsennato del potere, rispondono. Distruggetelo, e sarete liberi. (altro…)

proSabato: Natalia Ginzburg, Con quale sguardo. Intervista (1981)

immagine tratta dalla rivista

a cura di Maria Maffei

Una intervista confessione di Natalia Ginzburg: «…non ho né pubblicato, né scritto più, perché non sapevo con quale sguardo volevo vedere il mondo, se di uomo o di donna»

Signora Ginzburg, perché non scrive più sui giornali?
Ho scritto abbastanza regolarmente sui giornali per una decina d’anni; mi piaceva; ho smesso di colpo per ragioni diverse: anzitutto avevo ansia perché temevo sempre di non consegnare l’articolo in tempo e a un certo punto quest’ansia mi sembrava troppo logorante. Poi ancora: scrivere sui giornali è come uscire alla luce del giorno, lo stanca la luce, la polvere, il rumore: vorrebbe uscire solo di notte. Scrivere per sé è uscire di notte, scrivere per i giornali è uscire di giorno; dipende dal rapporto che abbiamo con il buio e con la luce. È evidente che anche quando uno scrive per sé, non scrive solo per sé ma anche per gli altri: cerca però con gli altri un rapporto notturno, segreto, silenzioso. M’è sembrato che, per un periodo, non volevo tutta quella luce; ma forse un giorno o l’altro, riprenderò quel modo di scrivere, perché mi piaceva.

Il suo ultimo libro, Famiglia, è uscito nel 1977. Come mai dopo non ha più pubblicato niente?
Famiglia è un piccolo libro formato da due lunghi racconti. Quello che porta il titolo Famiglia l’ho scritto per secondo. È l’ultima cosa intiera che ho scritto. In quel racconto il protagonista è un uomo. Non l’avevo mai fatto; in tutto ciò che ho scritto in precedenza, il protagonista vero è sempre una donna: di una donna è l’occhio che guarda il mondo. In verità non ho né pubblicato, né scritto più, perché non sapevo con quale sguardo volevo vedere il mondo, se di donna o di uomo. Io però ho sempre scritto poco: pochi racconti o romanzi, voglio dire: mi sono accorta che, in genere, fra un romanzo e l’altro, lascio passare circa sei anni. Questo non per una volontà o una determinazione: ma perché, per un lungo periodo, non ho niente da raccontare; i ponti che mi portano verso le narrazioni sono rotti.

Lei una volta ha detto: si scrive quando si ha qualcosa da dire. C’è qualcosa che avrebbe voluto dire e non ha detto e del cui silenzio si è poi rammaricata?
Io soprattutto avrei voluto essere una persona diversa, che non mi è riuscito di essere. Avrei voluto capire e sapere più cose. È questo che rimpiango. Ormai mi rendo conto che quello che sono, sono: non mi riuscirà mai di avere un bel modo di ragionare sottile, lucido e solido. Per molto tempo, speravo di arrivarci una volta o l’altra; ma a un certo punto ho capito che non ci arrivavo. Quando cerco di ragionare su qualcosa, sento la debolezza, la confusione, la miseria del mio pensiero.

È d’accordo con lo slogan «donna è bello»?
Non credo che essere una donna sia bello; credo che non sia né bello né brutto, assolutamente come essere un uomo. Oppure, se si vuole, è bruttissimo e bellissimo insieme. Il vivere è così. Ma in queste parole «donna è bello» c’è dell’orgoglio razziale. L’orgoglio razziale io lo trovo sempre orribile. Il razzismo è orribile in qualunque forma appaia. Dire «donna è bello» include una discriminazione, una separazione. Bisogna cercare l’uguaglianza e non la separazione. Giusto e sacrosanto è battersi perché le donne siano libere, e socialmente uguali agli uomini. Trovo però orribile il femminismo quando si configura come razzismo. Non è forse orribile tutto quello che è razziale? (altro…)

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)