racconti

proSabato: Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia

Il cruccio del padre di famiglia
[1917]

C’è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l’etimologia. Altri invece pensano che la parola derivi dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll’una né coll’altra si riesce a dare un senso preciso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto di refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un’altra. Per mezzo di quest’ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall’altra, quest’arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che quest’oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l’insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c’è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poiché l’Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell’atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto – e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l’idea ch’egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora.

In: Franz Kafka, Racconti. A cura di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1970, 252-253; la sezione nella quale il racconto appare, Un medico di campagna, è tradotta da Rodolfo Paoli.

Giorgio Galli, Le morti felici

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore 2018, € 10,00

 

Che non si possa fare un bilancio se non a compimento è una realtà di buon senso. Mi è sempre piaciuto pensare all’impossibilità di aggiungere non come a un’interruzione, ma come a una sorta di non perfettibilità raggiunta. Così vorrei imparare a vedere anche la morte: come una libreria ormai talmente stipata che non ci sarebbe spazio per un altro acquisto, ma proprio per questo perfetta a vedere. Sarebbe una “morte felice”, nel senso del titolo piccolo e densissimo libro di Giorgio Galli, edito da Il Canneto Editore nel 2018. E lui, che è un finissimo libraio, probabilmente apprezzerebbe la similitudine.
Le morti felici schiude e dilata, con diverse forme e attraverso diverse angolature, la morte (e proprio per questo la vita) di ventotto personaggi, dal matematico e filosofo Khayyām a Leonard Cohen con incursioni nel mito e molte nel mondo dell’arte.
Il libro intero sembra essere un lungi da. Lungi dall’essere un catalogo di “coccodrilli”, è pennellata esatta del senso di ogni vita; lungi, dall’altro lato, dall’essere un catalogo di biografie, è vaglio di quei gesti che hanno reso degno un percorso attraverso la cernita luminosa della morte. A volte la terza persona che commemora (anche se più che una commemorazione il tono è sempre quello del racconto) lascia il posto a una prima che semplicemente parla di sé; e in questo caso lungi dall’avvertire una voce da uno spazio altro sentiamo le parole di un attimo esatto, eppure espanso, che ha così il potere di pulire all’indietro. La morte è felice non (sempre e solo) in quanto accolta o desiderata, o in quanto ultimo tassello di perfezione, ma in quanto timbro di una vita appagata, che può essere stata burrascosa e arruffata, umile, dolorante, ma ad ogni modo, appunto, felice. Qualsiasi sia stata la biografia e la ragione della morte di chi muore, da Sándor Márai che raggiunge la sua Lola al gelido Mitropoulos stroncato durante le prove di un Mahler, non si perde l’impressione di aver sentito parlare una creatura che ha vissuto la propria vita così come era giusto che fosse condotta. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, ‘Riposo su una collina’

proSabato: Giovanni Comisso, Riposo su una collina

Mi piaceva una breve spianata tra piccole colline. Asciutta e raramente erbosa, pavimentata da detriti di roccia, aveva per sfondo l’alta parete di un monte vicino, tutta costruita di stratificazioni sovrapposte le une alle altre, contorte e chiazzate di rossastro. Solitaria e tiepida come un sacrato di campagna, non era stata invasa da alcuna costruzione di guerra, né mai v’era caduto alcun colpo di artiglieria. Come fosse stata un mia camera segreta, vi andavo quasi a nascondermi ogni volta la stravaganza dei miei superiori mi faceva subire rimproveri immeritati. Allora veniva che in quel luogo abbandonato mi dimenticavo della mia divisa e della guerra. Quel monte scarnificato dai ghiacciai della preistoria e quell’altra parete costruita forse dal fuoco o forse dal mare, distraevano a osservarli. In seguito m’accorsi che era più bello stare sulla cima d’una delle piccole colline attorno. Colline senz’alberi, tumoli di detriti del monte.
…..Una mattina (l’aria era tutta un giuoco di venti dolci) mi chiamarono d’urgenza al Comando di Divisione. Era il maggiore addetto ai servizi tecnici che voleva parlarmi. Il giorno prima avevo presentato una richiesta di materiale che secondo gli insegnamenti del corso allievi ufficiali, ritenevo necessario agli impianti telefonici della zona, per impedire l’intercettazione. Il maggiore voleva delle spiegazioni. Abituato ai sistemi dozzinali del comandante della mia compagnia, che si trovava in licenza, non volle intendere le mie insistenze e mi stracciò la richiesta. ebbi ancora l’ingenuità di pregarlo che mi facesse avere almeno un po’ di nastro isolante (animandomi con passione, come per una cosa necessaria personalmente a me), allora egli s’alzò e presomi per un braccio, m’accompagnò nella stanza degli scritturali, dicendomi in loro presenza, in diletto lombardo, di andarmene e di non seccarlo più. Ne uscii umiliato nel mio entusiasmo di giovane ufficiale. Nel rifare l strada tra i filari dei meli dove le frutta luccicavano acerbe contro l’ombra degli alti monti, sentii il passo d’uno che mi correva dietro. Era un mio soldato, che saputa ogni cosa dagli scritturali, mi veniva a spiegare, come poco prima stando al centralino, avesse inteso il colonnello del genio del Corpo d’Armata, sfuriare col maggiore per gli eccessivi prelevamenti di materiale. − Mancanza assoluta di comprensione, − gli aveva gridato; e chiuse il telefono senza voler intendere ragione. Capivo, perché ero stato trattato così male, ma già mi consolava l’idea di trovarmi nella mia solitudine tra le piccole colline. Il vento intermittente, tepido e piacevole agli occhi mi accompagnò al solito posto e come mi distesi per terra mi passò con tale tenerezza sul volto da farmi reclinare il capo come su d’un cuscino tra l’erba fresca e piena d’ombre. Allora mi piacque guardare tra i fili d’erba simili ad alberi d’una foresta, intessuti tra loro per resistere al vento; e meglio osservando, scorsi una carovana di formiche, lucide, negre, agili e pulite passare interminabile. Sospettose e vigilanti alcune deviavano ai lati del percorso per fiancheggiare la marcia del grosso della colonna e nell’incontrarsi con altre che provenivano in senso opposto, si fermavano per un breve abboccamento come per comunicarsi le informazioni topografiche necessarie. Pareva difettassero di provvigioni e partissero in esplorazione e conquista verso lontane terre promesse. Il vento mi portò d’improvviso un attacco risoluto di musica suonata al di là dell’Isonzo, ai piedi del Polunik tutto formoso di nuda roccia. Era una banda reggimentale che s’esercitava, chiusa in una baracca. Il monte copriva con al sua ombra tutta la curva del torrente. La musica veniva a sbalzi, sorvolando le acque tremule e il piccolo paese dove le case si alternavano di alti alberi. Suonavano la marcia dell’Aida, ripetendola così comicamente da farmi ridere da solo. Preso da una leggera allegria tolsi dal taschino della giubba una sigaretta e allora m’accorsi che una mosca grossa e grigia stava fissa sulla mia mano intenta a succhiarmi il sangue. Un dispetto immediato mi animò l’altra mano e gliela sbattei addosso rapida come un fulmine. La mosca tramortita cadde sull’erba e chinai il capo per cercarla. Non era morta, era caduta sul percorso delle formiche, subito fattesi sopra per stringerla avide e feroci alle ali e alle zampe. Dopo alcuni morsi già la portavano via, prima in tre o quattro, poi come misurato il peso, in du soltanto. «Come ogni avvenimento si coordina!» mi venne da dire, e accesi la sigaretta.  (altro…)

proSabato: Alberto Moravia, Il pagliaccio

Il pagliaccio

Quell’inverno, tanto per non lasciar intentato alcun mestiere, presi a girare per i ristoranti suonando la chitarra a un mio compagno che cantava. Il compagno si chiamava Milone, anche soprannominato il professore per via che un tempo aveva insegnato la ginnastica svedese. Era un omaccione sui cinquanta, non proprio grasso ma inquadrato, con una faccia spessa e torva e un corpaccio massiccio che faceva scricchiolare le seggiole quando si sedeva. Io suonavo la chitarra da par mio, ossia sul serio, senza quasi muovermi, gli occhi bassi, perché sono un artista e non un buffone; il buffone invece lo faceva Milone. Cominciava come per caso, ritto in piedi, appoggiato a un muro, il cappelluccio sugli occhi, i pollici sotto l’ascella, la pancia, fuori dai pantaloni e la cinghia sotto la pancia: pareva un ubriaco che cantasse alla luna. Poi, via via, si scaldava e, pur senza veramente cantare, perché non aveva né voce né orecchio, finiva per dar spettacolo di sé, o meglio, come ho detto, per fare il buffone. La sua specialità erano le canzonette sentimentali, le più famose, quelle che normalmente commuovono e inteneriscono; ma in bocca sua quelle canzonette non commuovevano bensì facevano ridere perché lui sapeva renderle ridicole, in una maniera tutta sua, spiacevole e triste. Io non so che ci avesse quell’uomo: o che in gioventù qualche donna gli avesse fatto un torto; oppure che fosse nato a quel modo, con un carattere così, da prender gusto a mettere alla berlina le cose buone e belle; fatto sta che non era un semplice caratterista; no, lui ci metteva non so che rabbia e ci voleva tutta l’ottusità della gente mentre mangia per non accorgersi che non era ridicolo ma semplicemente penoso. Soprattutto superava se stesso quando si trattava di rifare le mossette, le smorfie e i vezzi femminili. Che fa una donna, sorride civettuola? e lui, da sotto la falda del cappello, abbozzava un ghigno sguaiato da baldracca. Batte, come si dice, un poco l’anca? e lui si metteva a far la danza del ventre spingendo in fuori la natica quadrata e massiccia come un pacco. Fa la voce dolce? e lui stringendo la bocca, ne tirava fuori una vocetta flautata, alla melassa, addirittura stomachevole. Non aveva, insomma, misura, passava sempre il segno, diventava scurrile, ripugnante. A tal punto che io spesso mi vergognavo, perché un conto è accompagnare con la chitarra un cantante e un conto tener bordone a un pagliaccio. E poi ricordavo di aver suonato non molto tempo addietro quelle stesse canzoni, cantate sul serio da un bravo artista; e mi faceva pietà vederle ridotte a quel modo, irriconoscibili e indecenti. Glielo dissi, una volta, mentre trottavamo per le strade, da un ristorante all’altro. “Ma che ti hanno fatto le donne a te?” Al solito, dopo aver fatto il buffone, era distratto e tetro, come se avesse avuto chissà che pensieri per la testa. “A me”, disse, “non mi hanno fatto niente.”
“Dico così”, spiegai, “perché a prenderle in giro ci metti una passione.” Questa volta lui non rispose e il discorso finì lì. L’avrei lasciato se non ci avessi avuto l’interesse; perché, sebbene questo possa sembrare impossibile, faceva più soldi lui con le sue volgarità che tanti bravi posteggiatori con le loro belle canzoni. Giravamo soprattutto per quei ristoranti non proprio di lusso, quasi delle trattorie, alla buona ma cari, dove la gente ci va per rimpinzarsi e stare allegra. Ora, appena entravamo, e io zitto zitto, sfoderavo la chitarra, da quei tavoli affollati era un solo grido: “Oh, il professore… ecco il professore… vieni qua professore.” Torvo, sbracato, stralunato, strisciante, Milone si presentava dicendo: “Comandino” e quel “comandino” era già così ridicolo, alla maniera sua, che tutti scoppiavano dalle risate. Intanto arrivava la pasta asciutta; e, mentre il trattore si affannava in giro a servire, Milone, con una vocetta fessa, annunziava: “Una canzonetta proprio bella: Quando Rosina scende dal villaggio… io farò Rosina.” Figuratevi quelli: a vederlo fare Rosina, coi soliti lazzi e le solite scurrilità, restavano perfino in sospeso con gli spaghetti penzolanti dalla forchetta, tra la bocca e il piatto. E non erano mica compagnie di macellai o roba simile; era tutta gente fine: gli uomini vestiti di blu scuro, impomatati, la perla sulla cravatta; le donne impellicciate, coperte di gioielli, delicate, preziose. Dicevano tra di loro, mentre Milone faceva il pagliaccio: “È grande… è proprio grande;” oppure qualcuno, allarmato, gridava: “Mi raccomando, non lo dite in giro che l’abbiamo scoperto… se no si guasta.” Tra le altre volgarità, Milone aveva una canzone in cui, ad un certo punto, per render più ridicolo il personaggio, faceva con la bocca un certo rumore che non dico. Ebbene, ci credereste?, erano proprio quelle damine così vezzose a volere il bis di questa canzone. (altro…)

Io e I Langolieri (una storia d’amore)

“Quattro dopo mezzanotte”, la raccolta da cui è tratto il racconto I Langolieri

Non mi ricordo più per quale follia, ma mi ritrovai a comprare un biglietto dell’autobus per il mio ritorno da Firenze, dove avevo tenuto una presentazione, per Roma. Un biglietto dell’autobus, non del treno. Questo voleva dire non percorrere il Tirreno, ma salire fino a Bologna e da lì riattraversare gli Appenini fino alla Capitale. Follia, per questo non riesco a ricordarne il motivo. Ricordo solo che chiesi all’agenzia di viaggio due cose: la garanzia di un bagno in autobus, e la certezza di potermi fermare a fumare almeno una volta.
Ringrazio il cielo per questa follia, perché mi ha permesso di finire I Langolieri in un’atmosfera di viaggio ininterrotta, senza mai un ritorno a casa, dai tavolini risicati di un bar attorno al giardino di Boboli lungo il tragitto pazzo di un autobus che da Firenze risale a Bologna e che mi vede, con buona pace dell’autista, con le ginocchia al petto e una merendina in bocca tutta presa, rapita e trasognata, tra le pagine di un libro di King.
E solo King poteva chiamare racconto e non romanzo una narrazione di più di duecento pagine, e solo King poteva fare racconto e non romanzo di duecento pagine e passa, ognuna di loro perfettamente aderente, mai divagazione ma sempre necessità, incollata al nucleo pulsante della costruzione come carta moschicida. Perché I Langolieri parla di dieci persone, dei loro passati e presenti e può darsi futuri, nella cabina asfittica di un aereo come nell’ambiente di un aeroporto deserto, e ci permette di avere con loro dieci la confidenza e la familiarità che si ha con un amico. I Langolieri parla, soprattutto, della nostalgia e del rimpianto e del tempo che ci scorre attraverso, e lo fa proprio guardando in faccia quel tempo e non permettendogli di essere né individuale né nostalgico, ma bestialmente pronto a divorarci non appena sentiamo di averlo trascorso, di averlo perduto. (altro…)

proSabato: Vitaliano Trevisan, ‘Lupo’

proSabato: Vitaliano Trevisan, Lupo

Del lupo aveva sempre avuto paura. Sempre, quando era piccolo, sua madre gli diceva che un giorno il lupo sarebbe venuto e l’avrebbe mangiato, perché era proprio cattivo, certe volte. Il lupo mangia i bambini cattivi. Lui il lupo se lo figurava nero, enorme, i denti bianchi scintillanti, la bocca bavosa e gli occhi piccoli e cattivi. Sebbene non lo avesse mai veduto, era certo che fosse nascosto in un punto preciso, anche se vario, dunque, per essere esatti, in più punti precisi: nello sgabuzzino sottoscala, di fianco al corridoio che attraversava sempre di corsa, quando doveva andare al bagno da solo, e sul pianerottolo, in quell’angolo buio che non si illuminava mai neanche quando si accendeva la luce.
Per tutta la sua infanzia, non dubitò mai, neppure per un momento, dell’esistenza del lupo. Che non riuscisse mai a vederlo, era segno che il lupo sapeva nascondersi molto bene: si nascondeva in posti bui perché era di colore buio; non lo aveva mai sentito ringhiare né ululare, perché non ululava né ringhiava proprio per non farsi sentire. Tutto insomma confermava la sua esistenza.
Durante l’adolescenza ebbe dei dubbi, ma al bagno andava sempre di corsa e così per le scale. Prima di chiudere la porta della sua stanza, controllava sempre il pianerottolo,
accendendo e spegnendo piú volte la luce.
Divenuto più grande, lasciò la sua casa e si liberò così del lupo. Si sposò e andò ad abitare in un’altra città. I suoi genitori morirono, ma lui non tornò ad abitare nella sua casa di bambino, perché ormai la sua vita si era sviluppata altrove. (altro…)

proSabato: Giovanna Amato, Fiaba del cane e del suo mezzo cuore

a R.B., con il cuore intero.

Ora vedo che sei un uomo e non soltanto un cucciolo.
La giungla ti è preclusa d’ora in poi. Lasciale scorrere, Mowgli,
sono soltanto lacrime.

Il Libro della Giungla

 

C’era una volta un regno. Era una vasta, bianca città circondata da mura di pietra così bianche da sembrare di perla, e al di là delle mura c’era un paese anche lui dalle mura di perla. Anche quello era il regno. E al di là del paese, una vasta campagna dalle case di mura di perla, e anche quello era il regno.
Reggeva quel regno un re che era solo un ragazzo, per questo tutti ancora lo chiamavano principe. Ma nessuno l’aveva mai visto, perché il principe era molto malato.
Se solo di rado si alzava dal letto, e arrivava appena alla finestra per guardare in giardino, era perché il principe aveva nel petto solo metà del suo cuore. L’altra metà l’aveva un cane, un grosso cane che lui chiamava lupo, che viveva ai piedi del suo letto e faceva per lui tutto quello che si può immaginare. Era il cane, al mattino, a uscire per chiedere la sua colazione, ed era lui a dettare parola per parola il volere del principe ai suoi consiglieri. Chiamava la domestica quando il principe voleva vestirsi e lo teneva stretto con i denti alla vestaglia quando lui era in piedi per guardare alla finestra.
Una notte, il cane si svegliò con un senso di allarme, come quelle notti in cui la neve cadeva tanto da far scricchiolare la grondaia. Sollevò il muso e vide che il principe era seduto sul letto, la fronte aggrottata e la mano aperta sul torace. Allora il cane si mise a sedere, pronto a scoprire quale fosse il malessere del suo amato padrone.
«Il mezzo cuore che ho è inquieto» disse il principe.
«Che succede, padrone?»
«Lupo, lupo, tu non senti questo ronzio?» (altro…)

‘No go dito gnente. Quatro conti de Venessia’ di Jason Francis Mc Gimsey

No go dito gnente. Quatro conti de Venessia di Jason Francis Mc Gimsey, Venezia, Supernova Edizioni 2018, pp. 80, € 10,00

da El BAtéximo

Ai Tre Archi el sluxor de ła matina se rifleteva sora łe aque de ła laguna ne ła aria fresca de novembre. Vardavo fora dal quarto pian al sol che sorxeva łimpido e spiravo el ultimo tiro de ła mé cica. Muran dormiva tranquiła in controłuxe tra el siel e el mar. Gera soło łe sete e mexa, ma mi gero in piè xa da tre ore: i sgombri i se fa sempre presto, massa presto. Łe pastine gera xa finie da un boto. Gerimo restai in dó in cuxina, i altri compagni xo a spetar che rivasse più łe pissete che ła połissìa.
“Ma porcocan Tommi, ti ga visto sta roba?” El Vecio sbateva łe pagine de ła Nuova su ła toła, incassà nero. “Sti qua i ga magnà come de i porsełi da ła scarseła de nialtri!”
“Cossa? ’Peta, fáme védar.” Go stuà ła cica e me sò girà par butar un ocio a che casso el se łamentava. El Vecio se lamentava sempre.
“Varda qua, varda…” el ga dito col déo drito.
Go dà na vardada al trafiłeto. Se parlava de ła dełegassion Nato in visita in sti jorni passai: łori i gaveva magnà un pranso de łusso servìo Da Celeste, un agriturismo nel trevixan.
“Ma ‘łora, el sior presidente Galan ga usà i fondi publici de ła region Veneto par pagar na beła magnada par tuti i dełegati de ła Nato?”
“Beh, xe scrito cussì o no?”
“Sì, xe scrito cussì.”
“Łora xe cussì: xe ła Nuova, no xe miga uno de i tó łibri de poesia, ciò,” El Vecio ga sbufà co ła sołita arogansa.
“Varda, Vecio: łassa star ła poesia che xe sempre mejo de chełe putanae su ła revołussion che ti lexi ti…”
Come no gavessi dito: “Eh, se vialtri xiovani che no gavè capì un casso de gnente de storia.” Sbatendo el pugno contro el peto, el ndava vanti sempre più incassà : “Niatri, ne i ani Setanta, gavaressimo spaca el cuło a sti połitici de merda! Varda che a l’epoca nialtri gavemo fato…”
No ghe ne podevo più.
“Vabé, vabé: go capio, go capio. Gera mejo quando se stava pexo e no se fa ben come na volta… Gavemo xa sentìo sto discorso, più volte anca, grassie.”
“Beh, intanto ti ga da portarme rispeto ciò. Dopo, se ti ło sa xà, ‘łora parché sti qua i ne ciapa anca par el cuło?”
“Ma cossa ti dixi?”
“Beh, finissi a łexer l’articoło almanco.”
Go łeto altre dó righe: Nel tardo pomeriggio termineranno i lavori parlamentari, e il Lido verrà lentamente abbandonato dai protagonisti di questo vertice e dall’imponente servizio d’ordine che ha visto il no stro paese schierare sull’isola quasi tremila tra agenti e militari per garantire la sicurezza. «Venezia città di pace accoglie anche questo momento di discussione sulla sicurezza internazionale – ha detto ieri il sindaco Paolo Costa parlando dell’assemblea della Nato – ma qualcuno cerca di costruirsi un nemico per affrontarlo: è bene che se ne occupino le forze dell’ordine». Il riferimento ai No Global e ai Disobbedienti appare chiaro.
“Ah ben, invesse de criticar łe guere de Bush anca el sindaco dixe che sarìssimo nialtri i faxinorosi da copar a bastonae? Ma diobon, in che mondo semo?” go comentà dopo gaverlo łeto.
“Ghe sboro: semo qua a far łe baricae par un buxo de casa ocupada e staltri guerafondai, łori i magna gratis,” el ga inclinà ła só carega contro el muro co ła pansa fora, “no xe justo, ciò!”
Có el xe rivà a ła fine de ła frase, go sentìo un casìn de ła madona dessoto. Tuti i compagni gridava come se fusse ła fin del mondo.
“Merda! I xe rivai!” go dito.
“Diobon, ło savevo,” el Vecio se gera alsà in pìe, “a łe armi,
compagni!”
“Ma che armi? Ti xe mato!”
Ma łu no me scoltava, ne ła só testa el gera xa sora łe baricae de ła Comune de Parigi.
“Qua no passerà nessuni! Morte al fascio!”
“Ma ti ga serà ła porta almanco?” Sercavo de èssar un fià pratico.
“Ciò, no ti ło ga fato ti?” el me ga dito, confuso.

Jason Francis Mc Gimsey (1981) è uno scrittore e traduttore americano nato a Walla Walla nello stato di Washington degli Stati Uniti. Dopo aver conseguito la laurea in filosofia, ha girato il mondo per poi finire a Venezia, dove ha imparato l’italiano e il dialetto veneto. Successivamente ha studiato traduzione a Trieste. Attualmente vive a Parigi dove insegna letteratura americana ed è il coordinatore del collettivo poetico-artistico Paris Lit Up. Oltre alla sua attività letteraria, ha pubblicato numerosi saggi e traduzioni con case editrici come Princeton University Press, Cambridge University Press, Semiotext(e) e Manifestolibri.

 

Il libro è disponibile qui

proSabato: Agota Kristof, Non mangio più

Agota Kristof, Non mangio più

..È troppo tardi. Non mangio più. Rifiuto il pane e i nervi a pezzi. Come rifiuto il seno materno, offerto a tutti i nuovi arrivati nelle latterie del dolore.
..Non appena ho imparato a vivere mi hanno nutrito di mais e fagioli.
..A tutti i piatti sconosciuti, avevo eretto un santuario andando a rubare qualche patata nei campi sconfinati del mio paese natale.
..Oggi ho tovaglia bianca, cristalli, argenteria, ma salmoni e selle di capriolo sono arrivati troppo tardi.
..Non mangio più.
..Sorrido alzo il bicchiere di vino pregiato in onore dei miei invitati al pasto serale. Poso il bicchiere vuoto, le mie dita bianche e magre accarezzano i fiori ricamati della tovaglia.
..Ricordo…
..E rido osservando i miei ospiti chinarsi voraci sul civet di lepre che io stessa ho cacciato nei miseri campi del loro paese natale.
..Nient’altro, in realtà, che il loro gatto domestico prediletto.

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in La vendetta, trad. it. di Maurizia Balmelli, Torino, Einaudi, 2005 [C’est égal, Paris, Éditions de seuil 2005]

Coriandoli a Natale #15: Italo Calvino, da Marcovaldo

I figli di Babbo Natale

Non c’è epoca dell’anno più gentile e buona, per il mondo dell’industria e del commercio, che il Natale e le settimane precedenti. Sale dalle vie il tremulo suono delle zampogne; e le società anonime, fino a ieri freddamente intente a calcolare fatturato e dividendi, aprono il cuore agli affetti e al sorriso. L’unico pensiero dei Consigli d’amministrazione adesso è quello di dare gioia al prossimo, mandando doni accompagnati da messaggi d’augurio sia a ditte consorelle che a privati; ogni ditta si sente in dovere di comprare un grande stock di prodotti da una seconda ditta per fare i suoi regali alle altre ditte; le quali ditte a loro volta comprano da una ditta altri stock di regali per le altre; le finestre aziendali restano illuminate fino a tardi, specialmente quelle del magazzino, dove il personale continua le ore straordinarie a imballare pacchi e casse; al di là dei vetri appannati, sui marciapiedi ricoperti da una crosta di gelo s’inoltrano gli zampognari, discesi da buie misteriose montagne, sostano ai crocicchi del centro, un po’ abbagliati dalle troppe luci, dalle vetrine troppo adorne, e a capo chino danno fiato ai loro strumenti; a quel suono tra gli uomini d’affari le grevi contese d’interessi si placano e lasciano il posto ad una nuova gara: a chi presenta nel modo più grazioso il dono più cospicuo e originale. Alla Sbav quell’anno l’Ufficio Relazioni Pubbliche propose che alle persone di maggior riguardo le strenne fossero recapitate a domicilio da un uomo vestito da Babbo Natale.
L’idea suscitò l’approvazione unanime dei dirigenti. Fu comprata un’acconciatura da Babbo Natale completa: barba bianca, berretto e pastrano rossi bordati di pelliccia, stivaloni. Si cominciò a provare a quale dei fattorini andava meglio, ma uno era troppo basso di statura e la barba gli toccava per terra, uno era troppo robusto e non gli entrava il cappotto, un altro troppo giovane, un altro invece troppo vecchio e non valeva la pena di truccarlo.
Mentre il capo dell’Ufficio Personale faceva chiamare altri possibili Babbi Natali dai vari reparti, i dirigenti radunati cercavano di sviluppare l’idea: l’Ufficio Relazioni Umane voleva che anche il pacco–strenna alle maestranze fosse consegnato da Babbo Natale in una cerimonia collettiva; l’Ufficio Commerciale voleva fargli fare anche un giro dei negozi; l’Ufficio Pubblicità si preoccupava che facesse risaltare il nome della ditta, magari reggendo appesi a un filo quattro palloncini con le lettere S, B, A, V.
Tutti erano presi dall’atmosfera alacre e cordiale che si espandeva per la città festosa e produttiva; nulla è più bello che sentire scorrere intorno il flusso dei beni materiali e insieme del bene che ognuno vuole agli altri; e questo, questo soprattutto –come ci ricorda il suono, firulì firulì, delle zampogne –, è ciò che conta.
In magazzino, il bene – materiale e spirituale –passava per le mani di Marcovaldo in quanto merce da caricare e scaricare. E non solo caricando e scaricando egli prendeva parte alla festa generale, ma anche pensando che in fondo a quel labirinto di centinaia di migliaia di pacchi lo attendeva un pacco solo suo, preparatogli dall’Ufficio Relazioni Umane; e ancora di più facendo il conto di quanto gli spettava a fine mese tra «tredicesima mensilità» e «ore straordinarie». Con quei soldi, avrebbe potuto correre anche lui per i negozi, a comprare comprare comprare per regalare regalare regalare, come imponevano i più sinceri sentimenti suoi e gli interessi generali dell’industria e del commercio. (altro…)

Coriandoli a Natale #14: Sara Nissoli, Nelle foto non si invecchia, da Mentre volavo via

Sara Nissoli, Mentre volavo via, Bookabook 2017, 10 euro, e-book 7,99 euro

Mi sono innamorato di Luisa tre anni fa, in agosto.
Ho visto la sua foto su un giornale locale. È un giornale cattolico, esce una volta alla settimana. Io lo leggo sempre al bar, il venerdì mattina, dopo il turno di notte. Quando esco dalla ditta, passo dall’edicola, chiedo Noi Cattolici, perché si chiama così, entro al bar, ordino due cappuccini, un cornetto e un decaf­feinato e mi metto a leggere. Lo leggo tutto e finché non ho finito rimango lì. In seconda pagina ci sono gli orari delle messe di tutte le parrocchie del paese. Sant’Eustachio, domenica ore undici e trenta, rimane da sempre la più vantaggiosa. Poi mi piacciono le pa­gine sportive, quelle verso la fine, prima dei necrologi. L’atletica Estrada, la Visconti calcio, le foto dei pulci­ni che si accalcano in area. Qualche volta riconosco i figli di un amico, gli telefono per avvertirlo, non mi ri­sponde mai. Forse perché chiamo presto, appena esco dal lavoro, quando ho bisogno di sentire una voce, una qualsiasi, perché amo Luisa da tre anni e quattro mesi, ma sono da solo.
Il sabato è vacanza. Non metto mai straordinari, li lascio fare ai neri che sono arrivati. Sono arrivati tutti i neri e io sono bianco, ma non semplicemente bianco, ho il colore di uno che vede la luce al massi­mo tre ore al giorno. Faccio la notte da quindici anni, esco all’ora di pranzo solo dopo la messa della dome­nica, e la luce che prendo ogni giorno dalle quattro del pomeriggio, ora che è quasi inverno, è debole e mi immalinconisce. (altro…)

Coriandoli a Natale #12: Fabrizio Sinisi, Paesaggio di Milano un’ora prima dell’alba #2

4.

Le madri e le nonne del quartiere di Loreto si lamentano spesso e volentieri: “Va bene tutto”, dicono quando ogni tanto una troupe televisiva o un blogger, con l’aria avventurosa di reporter in territorio di guerra, vanno a interpellarle, “ormai va bene tutto, ma i travestiti di via Padova sono i peggio”. Come un mondo sotterraneo che ogni tanto affiori in quello diurno, con brevi interferenze e rapidi balenii, i travestiti di via Padova capita spesso di vederli anche di giorno, in quello che a Milano può chiamarsi giorno, grigio e sporco in un perenne tardo pomeriggio, al Parco Trotter o al Pinetti o anche ai giardini di piazza Gobetti, Durante, Aspromonte, fino a Cimiano: si prostituiscono tra i cespugli o su una panchina, con una coperta sulle gambe, non lontano dai bambini che giocano. A differenza dei colleghi che lavorano nei bordelli e nelle case del centro, questi non hanno abbastanza soldi per essere belli: le mani adunche, la pelle malrasata, le tette malfatte e abnormi come protesi tumescenti, gli occhi stanchi cupi di cipria emergono da volti sgrossati e incattiviti. Ma ora, nel punto più basso della notte, qui, nel buio degli scantinati dove vivono e lavorano, dove Samir e gli altri sono scesi forse troppo rapidamente e rumorosamente, spaventandoli e scatenando il panico, sono solo ombre gibbose, mostri o vampiri pieni di furore, parrucche scalmanate, un coro di proteste. E un odore, un odore insopportabile di merda, di piscio, di muffa, di sperma. Questi tuguri dove non c’è neanche il cesso li affittano a quattrocento euro al mese e dentro ci campano e ci lavorano, pisciano e cagano dentro i portaombrelli di plastica, per poi svuotarli la mattina nei giardini. (altro…)