racconti

proSabato: Luigi Cecchi, Screech

©Luigi Cecchi

 

 

SCREECH

Massimo riprese coscienza prima di Elena, e prima ancora di aprire gli occhi tossì liberandosi del grumo di sangue che gli si era formato in gola. La cintura gli aveva salvato la vita, anche se forse qualche costola aveva risentito dello strattone, almeno a giudicare dal dolore terribile che provava ogni volta che inspirava, e peggio ancora dopo aver tossito. Schiuse gli occhi e si voltò verso sua moglie che era ancora priva di sensi, accasciata sul sedile del guidatore. Il suo airbag si era attivato, schiacciandola contro lo schienale. Era svenuta, ma sembrava meno acciaccata di lui. L’auto era ferma in mezzo alla provinciale. Erano le due di notte. Mentre percorrevano quel lungo rettilineo, qualcosa si era lanciato davanti alla vettura. Il fischio della frenata ancora riecheggiava nei timpani di Massimo, e lo scontro era stato devastante. D’altronde, anche se il limite era di 90 km orari, poteva giurare che Elena stesse correndo un po’ troppo. Di quel grosso animale, forse un cervo o più probabilmente un cinghiale, non doveva essere rimasto granché. Sul cofano ammaccato c’erano tracce di sangue e sebbene uno dei fari si fosse spento, l’altro illuminava abbastanza la strada da scorgere una sagoma nera proprio di fronte alla macchina. Una sagoma nera che dapprima sollevò un grosso braccio, poi l’altro, e infine si rialzò in piedi, barcollando. (altro…)

Gli arcani maggiori #5: IL PAPA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Papa, carta del rapporto con gli altri.

Oggi Vanessa mi ha portato in un pezzo del suo mondo: la mensa della redazione. Entro con un pass di un suo collega assente, la lascio accanto al dispenser della frutta e mi avvio a prendere posto. Lei arriva dopo dieci minuti con un vassoio multicolore. Sono tutte verdure, una più dell’altra, ma una ha attorno della pasta e l’altra del formaggio. Devo stare attento, quando viene a casa, a togliere dal frigorifero perfino le fette di carne cruda. Non è vegetariana, ma non può soffrire l’idea che la carne esista.
«La gente che ti passa avanti in fila parlando dello scandalo delle discriminazioni degli indios in Perù è incredibile», dice mentre toglie il cappotto e lo appoggia sullo schienale della sedia. «Ora, io non credo di avere la stessa importanza di un indio discriminato, ma se fai un sopruso piccolo puoi fare anche un sopruso grande: oggi mi passi davanti in fila, domani vai in Perù e discrimini un indio perché si sono dimenticati di dirti che è socialmente ingiusto.»
Annuisco vigorosamente aprendo una busta di pane. Vanessa sistema i capelli a lei e a me.
«Dovrebbero fare una fila separata per gli stupidi», dice.
«E tu mi aspetteresti, mentre la faccio tutta?», le rispondo con gli occhioni più teneri che riesco a trovare. Mi sento proprio allegro, oggi.
Vanessa sorride con dolcezza.
«Sei proprio allegro, oggi.»
Mi consulto con il succo d’arancia. “È proprio bello che lei abbia scelto la tua stessa parola!”, mi dice il bicchiere. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #4: l’imperatore

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’imperatore, carta dell’autorità.

La ragazzina dice che la madre non le ha lasciato i soldi per le ripetizioni, quindi non è che lei se li possa propriamente inventare, è una ragazzina, avrà un quindici euro nel portafogli, certo il portafogli di per sé di euro ne vale una settantina ma mica adesso lui può stare a scipparla e a correre via da quella casa inforcando l’ascensore.
«Me li dai la prossima volta. Assieme a quelli arretrati.»
«Che quanti sono, scusa?»
«Con questa fanno cinque.»
«Ammazza che esoso che sei», scherza lei.
Lei scherza.
Che cara ragazzina.
Lui scende di casa e prende il motorino. Attraversa Roma prendendo le corsie riservate ai tram per non ingolfarsi nel traffico, ogni tanto si chiede se dovrà pagare riabilitazione e casa di cura nel caso si spezzi le gambe in un binario, sono cose a cui uno non pensa.
Il barista sotto casa sua lo vede passare e gli chiede se ha finito la settimana. Una birra, allora, per festeggiare, ma lui non sa come dirgli che ha tredici euro che gli devono campare fino a lunedì e preferisce spenderli in tabacco, e grazie a Dio ha in dispensa tonno e fagioli per una settimana. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Crooked

©Luigi Cecchi

 

Crooked

Il suo vero nome era Erto-rikuban-inussiadolon, ma tutti lo conoscevano come “crooked”. Si trattava di uno spiritello molto antico, di quelli che avevano schiuso gli occhi quando le stelle erano lontane dalle loro posizioni attuali, e nessun essere umano aveva ancora giocato a unirle formando costellazioni. Crooked aveva respirato l’aria povera di ossigeno di epoche remote e assistito alla comparsa e poi alla scomparsa di migliaia di specie di esseri viventi differenti. Crooked si esprimeva solo attraverso un’antica lingua degli spiritelli che ormai parlava solo lui, e che ben pochi riuscivano a comprendere. Ma d’altro canto, Crooked parlava raramente. Durante quel consiglio, che vedeva riuniti ben 344 spiritelli giunti da oltre 100 luoghi diversi della Terra, Crooked restò in silenzio, con gli occhi socchiusi, la testa immobile piantata nel suo corpo di legno e le radici conficcate nel tenero terreno della radura, per quattro giorni e quattro notti. Tutti gli altri spiritelli avevano già espresso la propria opinione sulla questione che aveva indotto il popolo invisibile a riunirsi (una cosa che non accadeva da almeno tre millenni). Alcuni avevano avuto modo di ribadire la propria idea un paio di volte. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #3: L’imperatrice

 

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’imperatrice, carta della cura e del nutrimento.

Con la mezzanotte in arrivo la festa di Capodanno era fortunatamente agli sgoccioli e al momento mio marito sedeva a pochi metri da me. Aveva un nipotino, credo, sulle ginocchia, e una bambina in piedi accanto a lui gli balbettava in faccia una poesia. Spesso dimenticava qualche sillaba, e lui gliela suggeriva con piccoli movimenti della bocca. Era così sereno da avere una fossetta sulle guance e l’attaccatura delle palpebre gli si avvizziva a furia di sorridere. Una scena perfetta per una di quelle orribili porcellane bucoliche di cui si circondava nel Settecento Amalia di Sassonia.
Tu scendi dalle stelle, canticchiava in ritardo coi tempi qualche zia poco lontano. Eravamo tutti concordi che i bambini avrebbero dovuto al più presto andare a dormire, ma nessuno di noi aveva il coraggio di ammettere che erano gli adulti a non vedere l’ora di accomiatarsi. Avrei aperto volentieri le danze di questa confessione, se solo mio marito non mi avesse implorato prima di arrivare di dimostrarmi onorevole e garbata fino al termine delle celebrazioni.
Ragione ulteriore per aspettare la mezzanotte in gaia compostezza, e in compagnia dei nostri rispettivi pargoli, era il compleanno incombente della figlia della nostra padrona di casa, che avrebbe compiuto sette anni al passaggio del calendario. La festicciola di compleanno che sarebbe seguita era la ragion per cui non avevamo potuto sottrarci dal portare il Furetto con noi. Al momento, il Furetto si faceva ordinatamente battere a sasso carta forbice dal fratello della futura festeggiata, in un angolo della stanza. Mi chiedevo dove avessi sbagliato come madre. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Cloud

©Luigi Cecchi

 

 

CLOUD

Lamberto Paris si ritrovò con la testa conficcata in una nuvoletta. Era densa e soffocante, umida e fastidiosamente calda. Si era formata quando tutti quei pensieri sul senso della propria vita si erano addensati a causa della differenza di temperatura tra le prospettive e la realtà. Ma come era successo? Pochi attimi prima, avendo terminato in anticipo le cose noiose che l’ufficio frodi gli aveva imposto, aveva aperto Facebook e si era messo a leggere i post di una delle tante pagine che mettevano in ridicolo il comportamento degli altri. In particolare, questa consegnava alla gogna pubblica i discorsi di un gruppo di casalinghe che ogni pomeriggio seguivano e commentavano telenovele spagnole o latino-americane. Lamberto rise compiaciuto della propria superiorità intellettuale, di fronte a quelle cretine che buttavano la loro esistenza nel cesso discutendo di torbidi amori e di intrecci improbabili, per non parlare di chi dichiarava apertamente il proprio amore per uno o per l’altro protagonista baffuto di turno. Lamberto commentò pure: «Ahahah che dementi, ma queste votano? non ci credo». (altro…)

Verzaubert, verhext: la magia nella letteratura di lingua tedesca

E.T.A. Hoffmann, illustrazione per “L’uomo della sabbia”

Verzaubert, verhext: la magia nella letteratura di lingua tedesca

Sin dagli inizi la magia è tema ricorrente nella letteratura di lingua tedesca: il Volkbuch Historia von D. Johann Fausten (1587) la pone al centro della vicenda, la quale, a sua volta, fornirà materia narrativa fertile: basti ricordare, dopo il ‘soggiorno britannico’ con il Doctor Faustus di Christopher Marlowe, il ritorno in Germania con il Puppenspiel, il teatro delle marionette e il percorso che parte dall’abbozzo di dramma Doktor Faust di Lessing (1763), attraversa l’opera che ha segnato l’intera vita letteraria di Johann Wolfgang Goethe, Faust, passa per il dramma Don Juan und Faust (1829) di Grabbe, per approdare al romanzo di Thomas Mann Doktor Faustus (1947).
Nei testi qui analizzati, tutti scritti tra il XIX secolo e il XX secolo,[1] non vi è la pretesa dell’esaustività in materia, ma la speranza di un invito alla lettura.  In essi la magia appare, di volta in volta, irruzione dell’incubo, dell’irrazionale nell’esistenza, che ne viene scossa dalle fondamenta, una pirotecnica mescolanza di superstizione e artificio di sostegno a potenti, ignari o meno di esserne i beneficiari, strumento di manipolazione e ipnosi collettiva o, infine, moto abile e complesso di ribellione a un regime.
Dal secondo romanticismo tedesco della Spätromantik arrivano a noi L’uomo della sabbia di E.T.A. Hoffmann e Isabella d’Egitto di Achim von Arnim.
Der Sandmann (L’uomo della sabbia, 1815)[2] è un’opera che ha sollecitato le fantasie di schiere di artisti (tra gli altri, Offenbach di Les Contes d’Hoffmann e Delibes di Coppélia) e che ha ispirato il saggio di Freud Il perturbante.[3] Ernst Theodor Wilhelm Hoffmann ha una biografia che affascina per il suo essere vissuta perennemente su due piani, quello diurno, che lo vede impegnato nella sua professione di magistrato, che svolgerà con acume e grande senso di equilibrio anche nella fase più buia della restaurazione prussiana post-napoleonica, e quello notturno, che ci rivela davvero l’altra faccia della medaglia romantica: e infatti Hoffmann è di notte scrittore dalla fantasia pressoché inesauribile, disegnatore e compositore. Vive così la sua doppia vocazione, tra l’esercizio concreto del quotidiano e l’estro della creatività artistica.
Appartiene ai Nachtstücke, i Racconti Notturni.[4] Abbiamo notizie dettagliate sulla genesi del manoscritto, alla cui stesura Hoffmann si accinse all’una di notte del 16 novembre 1816 e che otto giorni dopo era già pronto per la pubblicazione. La storia della letteratura annovera più d’una di queste stesure febbrili: una genesi analoga avrà, un secolo dopo, il racconto La metamorfosi di Kafka. In entrambi i casi ci troviamo dinanzi a tappe fondamentali della narrativa. Come s’è accennato prima, Sigmund Freud individua ne L’uomo della sabbia la nascita di un genere letterario, la unheimliche Literatur. L’aggettivo unheimlich, tradotto come “perturbante” nell’omonimo saggio che Freud pubblica nel 1919, può essere reso in italiano come “sinistro”, “inquietante”. Unheimlich – che unisce nel suo significato il familiare e l’ignoto, che porta alla luce, in modo spaventoso, ciò che doveva restar nascosto – è l’intervento della magia, che nel racconto diventa sconvolgente mescolanza di suggestione (di Nathanael, io narrante nella prima parte, figura principale di quanto raccontato dal narratore onnisciente nella seconda), alchimia e artifizio, nel racconto di E.T.A. Hoffmann. Come Nathanael narra all’amico Lothar nella prima delle tre lettere che aprono il racconto (ma la lettera, lapsus significativo, finirà per sbaglio nelle mani di Clara, la lucida, chiara e razionale sorella di Lothar nonché fidanzata di Nathanael), è stato l’incontro fortuito con un ottico e venditore di barometri, Giuseppe Coppola, di origine italiana, più precisamente piemontese, a risvegliare nel giovane il trauma dell’infanzia. Uno dei brani centrali del racconto, magistralmente orchestrato e caratterizzato nel suo culmine dal passaggio brusco dal tempo passato al tempo presente, ricostruisce infatti l’origine sconvolgente e, appunto, sinistra, del trauma: la scoperta che il minaccioso uomo della sabbia altri non è che l’avvocato Coppelius, il quale, di notte e nello studio del padre di Nathanael, fa con questi strani esperimenti di alchimia. Il piccolo Nathanael, nascosto dietro una tenda, vede e sente, elabora con una fantasia sovreccitata. Accortosi della sua presenza, l’uomo della sabbia alias Coppelius ha una reazione irata e spaventosa. Al piccolo pare che pretenda i suoi occhi – il terrore della perdita degli occhi è, come ben fa notare Freud, uno dei motivi conduttori della vicenda – e che solo il padre, pur intimidito dall’avvocato, con le sue suppliche riesca a distoglierlo dall’intento. Poi, Nathanael perde i sensi e faticherà per giorni a riprendersi dall’orribile episodio, quando un altro, luttuoso evento sopraggiunge a minare ulteriormente la psiche del ragazzo. Si tratta della morte del padre, in seguito a una esplosione verificatasi proprio nel suo studio, conseguenza di uno dei tanti misteriosi esperimenti di questi con Coppelius. La somiglianza tra Coppelius e Coppola turba Nathanael, che sente e vede destarsi i fantasmi degli incubi passati e che perderà definitivamente il senno quando scoprirà non solo che Olimpia, la giovane figlia dello stimato professor Spalanzani – un altro italiano, un altro riferimento sia alla cultura scientifica, Spallanzani, sia all’immaginario popolare, vista la somiglianza, così scrive Nathanael all’amico Lothar, del fisico professore universitario, del quale Nathanael segue le lezioni, con Cagliostro ritratto da Chodowiecki – è in realtà una bambola, alla cui creazione hanno contribuito Spalanzani e Coppola. L’esito è tragico e l’itinerario dalla magia alla follia è segnato con ritmo incalzante e sicuro. (altro…)

Gli arcani maggiori #2: la papessa

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Papessa, la carta della conoscenza nascosta.

 

6 novembre 1893

San Pietroburgo

Morte di Tchaikovsky

Non è essere in ginocchio questo tuo cadere bocconi nella neve.
Ti guardo da lontano, ti osservo.
Hai scelto questo luogo per crollare in mezzo agli altri, i falciati dal colera, e se hai una fiala è ben nascosta, ben pressata in mezzo al bianco. Cadi per confonderti, mentre precipiti nessuno ti distinguerà da loro, e non importa che tu sia stato il richiesto, l’applaudito, il desiderato.
Per la bambinaia che ti ha cresciuto eri il bimbo di vetro. L’hai ritrovata, è stato un caso, mentre perdevi tutto, mentre meditavi per te stesso una sinfonia che terminasse col tuo stesso terminare. Vedi quante cose so di te? Anche un tempo, quando ne riportavi centinaia nelle tue lettere intricate che non venivano mai al punto, che impostavi febbrilmente a tre ogni giorno – anche allora quello che dicevi non bastava a quello che sapevo già di te. Ti ricoprivo d’oro, ti chiamavo mio signore. Erano arroventati, i miei biglietti. Nessun pensiero, se non quello di me, doveva mai staccarti dal violino. Ti chiedevo di non incontrarci mai, e passavo, avvolta negli scialli, sotto il tuo balcone; acconsentivi, e visitavi, mentre io non c’ero, casa mia. Solo quel giorno, al parco, per errore, l’uno verso l’altra – siamo stati bravi a non sfiorarci neanche il palmo dei cappotti.
Ero la prima ad ascoltare le tue visioni; tu non lo sai quanto chiudevo gli occhi ad ogni brano, come tremavano le mani ogni volta che ricevevo un pentagramma. Mi hai regalato la tua Quarta. Ero il tuo migliore amico, così mi hai schermata al mondo. Dopo tredici anni ti ho chiuso ogni altra porta, e ancora si interrogano su quanto a lungo ti sia chiesto cosa potrai aver fatto. (altro…)

Anteprima: Giorgio Galli, L’inventore di vite

 

Giorgio Galli, L’inventore di vite, Il Seme Bianco, 2018 – Collana Gelsomino – racconti

Siamo felici di presentare in anteprima uno dei racconti della raccolta L’inventore di vite di Giorgio GalliL’inventore di vite è una raccolta di racconti aventi per protagonisti personaggi reali e inventati, illustri o sconosciuti. Tutti sono ritratti in un momento culminante delle loro esistenze -a volte il momento della morte- o in brevi biografie che non mirano alla verità storica, ma alla realtà poetica. Scritti in prima o in terza persona, in forma di racconto classico, di monologo, di apocrifo o di saggio breve, esplorano individualità ben marcate per trasmettere, alla fine, un senso di solitudine collettiva di fronte alla condizione e al destino umani. (la redazione)

 

Marcel Schwob, l’inventore di vite

Veniva da una famiglia importante, ma il suo primo amore era stata una ragazza del popolo. Nulla si sa di Louise, tranne ch’era malata. Stettero insieme di nascosto, l’aristocratico e la donna del popolo, finché lei morì. Gli amici dicono che fu devastato. Ma già un anno più tardi era legato a un’altra donna, questa volta un’attrice famosa. Non stavano quasi mai insieme: lui viaggiava perché era malato, lei per le sue tournée. Era in tournée anche quando lui morì. Ma sarebbe sbagliato dire che non si volevano bene. Erano quello che oggi si dice una coppia libera. Lui era amico di tutti, da Oscar Wilde a Paul Verlaine. Ed era anche nemico di André Gide. Era un uomo ammirato e rispettato. Era quel che si dice una figura autorevole. Ed era, come si dice, inserito nel bel mondo o nel mondo che conta. Ma era anche un solitario. La misteriosa malattia che lo corrodeva – nevrastenia, fragilità polmonare, intestino guasto- non la poteva condividere con nessuno, e nemmeno il mondo impossibile che aveva dentro. Era un patito di libri d’avventura, scriveva avventure, ma erano avventure vissute sulla carta, basandosi sulle innumerevoli carte che aveva consultato. Anche la sua erudizione non poteva condividerla con nessuno. L’aveva coltivata con furia certosina, fin da bambino. Era poliglotta, erudito, poligrafo, scriveva d’avventure. Era amico di penna di Stevenson, ma non l’aveva mai incontrato. Condivise il mal d’Europa di Stevenson, ma fuori dell’Europa non stava bene. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #1: Il Mago

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile. Buona lettura con Il Mago, la carta della persuasione.

Al rumore Fabrizio posa il compasso e si avvia verso la porta. Per sopportare il fastidio di una novità la sua mente resta aggrappata al banco da disegno. Ha implorato una quantità di lavoro che lo inchiodi alla seduta finché è ora di dormire. Non può né vuole fare altro che progettare. Vuole essere acqua nella brocca bucata e masso che torna a valle. È il modo per stare senza Ada. Se pure dovesse terminare, mangerebbe di notte quello che ha disegnato durante il giorno.
Va alla porta, chiede chi è. Nessuno, dall’altro lato, risponde. È lì l’intuizione, lì che comprende, e allora apre di corsa.
Ada è perfetta. Ada ha il cappotto con cui l’ha conosciuta mentre lei usciva dalla villa, vasta macchia nocciola dal collo chiaro. È alta sui tacchi, e trema. Ha sognato spesso che lei li togliesse per girargli per casa, sulle punte dei piedi scure per le calze o nuda con quel corpo che immagina bianco, leggermente appesantito dall’età. Ha le mani in tasca, i capelli mossi da poco con le dita perché non sembrassero disordinati, gli occhi scuri e cerchiati. La sapeva depressa, clinicamente depressa, dal primo giorno in cui le ha stretto la mano.
«Che è successo?» chiede Fabrizio restando fermo sulla porta. Aveva cominciato a sognare immediatamente, quella sera, tornato a casa. Quei sogni di adolescente in cui la regina infelice viene strappata alla prigionia del drago dal cavaliere che se ne innamora. Invece di cominciare a disegnare la veranda commissionata, aveva fatto piccoli ritratti a carboncino di lei.
«Scusami, Fabrizio. Avevo bisogno di salutarti. Sono stata stupida, non so nemmeno se sei solo.»
Fabrizio resta un attimo zitto, poi ride. Le fa spazio per entrare, nota che lei si incassa nelle spalle.
«Per cortesia», dice lei, «non ridere. Non ridere di me, è stata una giornata orrenda.»
Fabrizio smette di colpo. In imbarazzo, mentre lei siede già sul divano, prende un cioccolatino da un bicchiere su una libreria, e ne offre uno a lei.
«Non stavo ridendo di te. Non stavo ridendo nemmeno, in realtà. Prendi.»
Con gli occhi gonfi di un piccolo animale Ada prende il cioccolatino, lo scarta e lo mette in bocca senza masticare.
«Me ne lasci uno anche per il viaggio?» dice Ada ancora seduta sul divano, le mani strette, mentre Fabrizio la guarda dall’alto. Lui si sforza di non reagire, dice solo lentamente:
«È inutile che io ti chieda dove andate.» (altro…)

Simone Consorti, “Otello, ti presento Ofelia”

Simone Consorti, Otello ti presento Ofelia, L’Erudita 2018

Il mondo che si manifesta nelle dieci ‘epifanie’ di Otello ti presento Ofelia e altre storie di disamore è un mondo nel quale gli “umiliati e offesi” hanno gli occhi grandi – verdi nocciola neri o cerulei, più raramente «un po’ falsi, come cieli di lapislazzuli» e non riescono a sottrarsi, neppure nel momento della più avvilente sconfitta, della più scottante esclusione, all’insopprimibile tendenza a cogliere il dettaglio straniante e rivelatore, «lucido e delirante» nell’universo della distorsione, della dismissione, del «disamore», del «disincanto» (nel sottotitolo leggiamo infatti: Confessioni di disamore tra crudeltà e disincanto). È, questa tendenza, indice di una non comune facoltà di percepire, nel distacco e nella distanza, una prospettiva diversa e divergente, sicuramente improntata all’ironia del capovolgimento. Senza ombra di dubbio – e questa mia affermazione intende additare a chi legge un filo rosso a partire dal quale scoprire e ri-scoprire tutta la scrittura, anche quella poetica, di Simone Consorti – ci troviamo dinanzi al tratto fondamentale dello stile, e dunque dello sguardo, dell’autore.
Il titolo del volume, Otello ti presento Ofelia,  è lo stesso del primo dei dieci racconti che lo compongono e ne scopre un’ulteriore caratteristica, vale a dire il gioco con pedine di svariata provenienza: oltre a quella delle esistenze dis-ancorate, quella dei personaggi letterari che, al contrario, sono ben ancorati nella coscienza sia di chi scrive, sia di chi legge, così come quella dell’immaginario e delle immagini-opere d’arte figurativa che scaturiscono da testi noti, per non parlare delle vere e proprie citazioni e del loro abile rimescolamento.
E qui si avvicendano e intrecciano le mani in una fortemente arguta e lievemente malinconica ronde William Shakespeare e John Everett Millais (l’autore pre-raffaelita del dipinto Ophelia), Fëdor Dostoevskij e Cesare Pavese, Giovanni Pascoli del X agosto e la sapida sintesi postbellica su reduci e nuove precarie esistenze dei Racconti umoristici e satirici di Heinrich Böll, i Racconti neri di Maupassant e le Novelle (ma anche i Quaderni di Serafino Gubbio operatore) di Pirandello, i modi di dire e i calembourMamma non mamma – con i drammi cocenti e attualissimi degli “orfani bianchi” (e dei bambini che da quella condizione vogliono fuggire). (altro…)

Gli Arcani Maggiori #0: Il Matto

Ventitré carte, ventitré raccontiPer ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile, lasciando parlare soltanto le carte. Buona lettura con Il Matto, la carta dell’istinto.

 

“Non lo so” non mi sembra un argomento
adatto per un racconto.

Qualcuno di mia conoscenza

 

Quando l’uomo si vide alle strette, perché non aveva più soldi e doveva lasciare la casa dove abitava, prese un’importante decisione.
«Da quando ho imparato a dire dei no, ne avrò pronunciati alcuni che mi hanno fatto perdere delle opportunità. Ma ogni volta che ho detto sempre sì, ho percorso delle strade che ne hanno chiuse altre più favorevoli. Bene. Stanno suonando le campane di mezzogiorno. Da adesso, per ventiquattro ore, a ogni domanda diretta risponderò: non lo so
Così si mise a braccia conserte, nella casa che doveva lasciare senza averne un’altra da abitare, e aspettò la sorte.
Dopo qualche minuto il telefono squillò: era un suo amico che conosceva la sua situazione e l’aveva presa a cuore.
«Volevo dirti» comunicò «che ti abbiamo trovato un lavoro in un posto lontano, e una casa in un posto lontano. Sono lontani, ma lavoreresti subito e avresti dove stare. Cosa ne pensi?»
Ogni cellula dell’uomo gridava sì, ma aveva fatto una promessa.
«Non lo so», rispose.
Il suo amico se la prese a morte.
«Bene. Noi ti abbiamo aiutato. Ma se tu sei pigro, e ti scoraggia il fatto che è lontano, non sappiamo cosa fare per te.»
L’uomo guardò il telefono, e si maledisse: «Avevo risolto i miei problemi, e ora per questa stupidaggine sono punto e a capo! Maledetta sorte!»
Per molto tempo il telefono stette zitto, poi squillò di nuovo. Era un altro amico che conosceva la sua situazione e l’aveva presa a cuore.
«Ascolta. C’è una casa nel tuo quartiere che va in affitto tra un mese, il tempo di finire di ristrutturare la facciata. Cosa ne pensi?»
Tutto tremante, l’uomo rispose:
«Non lo so.»
«Bene», rispose l’amico, molto deluso. «Pensaci su. Avviserò il proprietario.»
Ma prima ancora che l’uomo potesse maledirsi, il telefono squillò di nuovo.
«Sono il proprietario dell’appartamento», disse una voce affannata. «La prego, voglio fittarlo a una persona fidata e mi parlano bene di lei. Lo prenda da subito, ovviamente gratis per il primo mese per il fastidio della ristrutturazione, e se non le piacerà non se ne farà nulla. La prego, mi dica di sì.»
«Se la mette in questo modo, posso dirglielo.»
Il proprietario riattaccò tutto felice.
«Incredibile!», disse l’uomo a se stesso. «Se non avessi detto non lo so al mio primo amico, ora avrei dovuto cambiare quartiere!». E tutto felice si mise a impacchettare libri e stoviglie.
Cambiò casa quella sera stessa, e la nuova casa gli piacque subito molto. Ma la notte non riusciva a dormire, perché pensava a come l’avrebbe pagata dal mese successivo. Così si alzò e prese i giornali con cui aveva imballato i piatti, e ritagliò gli annunci di lavoro. Trovò una Grande Azienda che faceva al caso del suo curriculum e tornò a dormire.
Il mattino dopo si presentò alla Grande Azienda, e tutti rimasero molto impressionati dal suo curriculum.
«Le offriamo un lavoro da millecinquecento euro al mese: che ne pensa?»
«Non lo so», rispose lui, fiducioso.
Gli uomini rimasero interdetti.
«E se raddoppiassimo l’offerta?»
«Non lo so», rispose ancora lui.
A questo punto erano profondamente colpiti: doveva avere un’enorme fiducia in se stesso per rispondere in quel modo! E la fiducia in se stesso era requisito fondamentale nella Grande Azienda. Così decisero di portarlo direttamente dal direttore.
L’uomo li seguì fino in direzione. Notò prima le piante, poi le grandi finestre, poi il direttore, che stava seduto alla sua scrivania e temperava una matita. Solo per ultima, perché era nascosta, notò l’assistente del direttore. Era seduta a gambe accavallate. La vide e pensò a una cosa. Pensò a lei che toglieva delicatamente le spine da una rosa, senza sorridere e tutta concentrata, per metterla dentro a un bicchiere. Immaginò le tende dentro quella stanza immaginaria, e la luce che filtrava da quelle tende. E anche se non vedeva tutto quello che stava immaginando, capì che non avrebbe mai visto nulla di più bello.
Intanto gli uomini che lo avevano accompagnato si erano chinati all’orecchio del direttore e gli avevano detto qualcosa. Anche lui era rimasto molto impressionato.
«Lei deve lavorare con noi», tagliò corto con aria sorridente. «Su, forza, mi stringa la mano e mi dica che è fatta.»
L’uomo gli porse la mano e gliela strinse forte. Furono tutti molto sollevati.
L’uomo uscì dalla stanza, e l’assistente lo seguì. Aveva un passo rigido ma svelto.
«Benvenuto», disse. «In che reparto sei?»
«Non lo so.»
«Allora ti accompagno a dare un’occhiata in giro. Tanto sono libera fino a mezzogiorno, poi devo andare via.»
Lei gli fece da guida, e indicava le cose con le mani, che erano lunghe di una grazia innaturale. A mezzogiorno esatto, erano fuori dalla Grande Azienda.
«Facciamo la stessa strada?», chiese lei. «Io vado a sinistra.»
E lui, che per tornare a casa doveva andare a destra, guardò l’orologio e rispose:
«Chiedimelo tra un minuto esatto, per favore.»
A lei sembrò una richiesta ben strana, e le sembrò ben strano lui. Ma lo guardò con curiosità, e decise di accontentarlo. Così, a mezzogiorno e un minuto domandò:
«Facciamo la stessa strada?»
«Sì», rispose lui.

© Giovanna Amato