racconti

proSabato: Dino Buzzati, Lo scarafaggio

Dino Buzzati, Lo scarafaggio

Rincasato tardi, schiacciai uno scarafaggio che in corridoio mi fuggiva tra i piedi (resta là nero sulla piastrella) poi entrai nella camera. Lei dormiva. Accanto mi coricai, spensi la luce, dalla finestra aperta vedevo un pezzo di muro e di cielo. Era caldo, non riuscivo a dormire, vecchie storie rinascevano dentro di me, dubbi anche, generica sfiducia nel domani. Lei diede un piccolo lamento. «Che cos’hai?» chiesi. Lei aprì un occhio grande che non mi vedeva, mormorò: «Ho paura.» «Paura di che cosa?» chiesi. «Ho paura di morire.» «Paura di morire? E perché?»
….Disse: «Ho sognato…» Si strinse un poco vicino. «Ma che cosa hai sognato?» «Ho sognato ch’ero in campagna, ero seduta sul bordo di un fiume e ho sentito delle grida lontane… e io dovevo morire.» «Sulla riva di un fiume?» «Sì» disse «sentivo le rane… era era facevano.» «E che ora era?» «Era sera, e ho sentito gridare.» «Be’, dormi, adesso sono quasi le due.» «Le due?» ma non riusciva a capire, il sonno l’aveva già ripresa.
…..Spensi la luce e udii che qualcuno rimestava giù in cortile. Poi salì la voce di un cane, acuta e lunga; sembrava che si lamentasse. Salì in alto, passando dinanzi alla finestra, si perse nella notte calda. Poi si aprì una persiana (o si chiuse?). Lontano, lontanissimo, ma forse mi sbagliavo, un bambino si mise a piangere. Poi ancora l’ululato del cane, lungo più di prima. Io non riuscivo a dormire.
…..Delle voci d’uomo vennero da qualche altra finestra.
…..Erano sommesse, come borbottate in dormiveglia. Cip, cip, zitevitt, udii da un balcone sotto, e qualche sbattimento d’ali. “Florio!” si udì chiamare all’improvviso, doveva essere due o tre case più in là. “Florio!” pareva una donna, donna angosciata, che avesse smarrito il figlio.
…..Ma perché il canarino di sotto si era svegliato? Che cosa c’era? Con un cigolio lamentoso, quasi la spingesse adagio adagio uno che non voleva farsi sentire, una porta si aprì in qualche parte della casa. Quanta gente sveglia a quest’ora, pensai. Strano, a quest’ora.
…..«Ho paura, ho paura» si lamentò lei cercandomi con un braccio. «Oh, Maria» le chiesi «che cos’hai?» Rispose con una voce sottile: «Ho paura di morire.» «Hai sognato ancora?» Lei fece un piccolo sì con la testa. «Ancora quelle grida?» Fece cenno di sì. «E tu dovevi morire?» Sì sì, faceva, cercando di guardarmi, le palpebre appiccicate dal sonno.
…..C’è qualcosa, pensai: lei sogna, il cane urla, il canarino si è svegliato, gente è alzata e parla, lei sogna la morte, come se tutti avessero sentito una cosa, una presenza. Oh, il sonno che non mi veniva, e le stelle passavano. Udii distintamente in cortile il rumore di un fiammifero acceso. Perché uno si metteva a fumare alle tre di notte? Allora per sete mi alzai e uscii di camera a prendere acqua. Accesa la triste lampadina del corridoio, intravidi la macchia nera sulla piastrella e mi fermai, impaurito. Guardai: la macchia nera si muoveva. O meglio se ne muoveva un pezzetto (lei sogna di morire, ulula il cane, il canarino si sveglia, gente si è alzata, una mamma chiama il figlio, le porte cigolano, uno si mette a fumare, e, forse, il pianto di un bambino).
…..Vidi sul pavimento la bestiola nera spiaccicata muovere una zampina. Era quella destra di mezzo. Tutto il resto era immobile, una macchia di inchiostro lasciata cadere dalla morte. Ma la gambina remava flebilmente come per risalire qualche cosa, il fiume delle tenebre forse. Sperava ancora?
…..Per due ore e mezzo della notte – mi venne un brivido – l’immondo insetto appiccicato alla piastrella dalle sue stesse mucillagini viscerali, per due ore e mezzo aveva continuato a morire, e non era finita ancora. Meravigliosamente continuava a morire, trasmettendo con l’ultima zampina un suo messaggio. Ma chi lo poteva raccogliere alle tre di notte nel buio del corridoio di una pensione sconosciuta? Due ore e mezzo, pensai, continuamente su e giù, l’ultima porzione di vita spinta dentro alla superstite gambina per invocare giustizia. Il pianto di un bambino – avevo letto un giorno – basta ad avvelenare il mondo. In cuor suo Dio onnipotente vorrebbe che certe cose non succedessero, ma impedirlo non può perché è stato da lui stesso deciso. Però un’ombra giace allora su di noi. Schiacciai con la pantofola l’insetto e fregando sul pavimento lo spappolai in una lunga striscia grigia.
…..Allora finalmente il cane tacque, lei nel sonno si quietò e quasi sembrava sorridesse, le voci si spensero, tacque la madre, nessun sintomo più di irrequietezza del canarino, la notte ricominciava a passare sulla casa stanca, in altri punti del mondo la morte si era spostata a gonfiare la sua inquietudine.

© Dino Buzzati, in La boutique del mistero, Mondadori, 1968.

Questa prosa è stata scelta dal poeta Carlo Tosetti.

Monica Dini, Fuori dal mondo

Monica Dini, Fuori dal mondo

Racconto contenuto nella raccolta Angoli acuti , Tra le righe 2017; € 14,00

 

C’è un noce secolare nel campo davanti alla casa sulla collina. Ha un grande ombrello di foglie meno verdi ai primi di settembre. È sera. Sotto il noce la ciccia di un vecchio straripa dai fili di plastica rossa di una sdraio. Ha la canottiera arrotolata macchiata di sugo. Ha i piedi gonfi e sporchi, si vedono i segni scuri lasciati dalle ciabatte. Lo chiamano Sante. C’è anche sua moglie su una sedia a dondolo. Indossa una tunica chiara. Si chiama Ancilla. Li vedete? Lei prende il tabacco da una scatola di metallo che ha in grembo, carica con sapienza la pipa. Lui si toglie di bocca il sigaro lo gira per vedere se è ben acceso, ci soffia su per ravvivarne la brace. Scorreggia a lungo alzando un po’ la gamba.
«Ah… Bene!» – esclama girandosi verso la vecchia signora.
Lei agita un attimo un ventaglio di carta gialla. Poi senza guardarlo accende la pipa con un fiammifero di legno.

«Ti sono sempre sfuggiti i piccoli piaceri della vita. – dice lui sputando fumo a singhiozzi – Questo è il tuo problema. Non avremmo tutto quello che abbiamo se io fossi stato tanto schizzinoso. Se tu avessi levato merda tutto il giorno, per tutta la vita, avresti meno seghe. È certo.» Lui aveva avuto una piccola impresa di levatura pozzi neri. Lei aveva lavorato alle Poste.
Adesso sono in pensione. Ancilla ha accanto a sé un cesto di fogli colorati. Il ventaglio è un origami. Lei è brava a creare forme con la carta. Fiori, uccelli, giochi. Le ha insegnato una signora cinese che faceva le pulizie alla posta. E anche a tenere accesa la pipa è brava. Non è banale saper fare queste cose. Il canto dei grilli è un muro buio. Sante si alza a fatica dalla sdraio, si stira, si gratta il solco tra le natiche.
«Vado a pisciare e prendo il vino – dice rivolto alla moglie – Ne vuoi? No vero?»
«Sì … grazie …»
Ancilla guarda il cielo e fuma. È una sera diversa. Aspetta di vedere la Stazione Spaziale orbitante. Ne hanno segnalato il passaggio al telegiornale. Lei l’ha vista altre volte ma questa è speciale. Dovrebbe essere molto più luminosa del solito. Una rapida stella che incide la notte. Sante torna portando la carriola della legna. Dentro ha messo la bottiglia del vino e dei
bicchieri.
«Mi sembrava comodo – dice guardando la moglie – Così abbiamo un piano d’appoggio.»
«Come mai tanti bicchieri? – chiede lei versando il vino – Aspettiamo qualcuno?»
Il vecchio si lascia cadere sulla sdraio che cigola e oscilla.
«Vengono Lino e Mario. L’ho visti in piazza stamani.»

Ex colleghi di lavoro.
La pipa diffonde un aroma di pasticcini. È un tabacco da donne. La vecchia signora sorseggia il vino. Sa di ruggine. Rovina anche il tabacco.
«Potremmo provare a prendere il vino a quella cantina che ci ha segnalato mia sorella. Per cambiare.»
«Perché? Senti che vinello. Bello leggero. Non c’è verso che tu ci capisca nulla. Tutte le volte che ti decidi a berlo c’è qualcosa. Non ti piace la bevanda in sé è inutile … rassegnati io non cambio fornitore. C’è tanta acqua …»
Si sente vociare. Arrivano gli ospiti. Bisogna riceverli.
«Benvenuti – dice Ancilla – Tutto bene? Accomodatevi. » Non le rispondono.
«Sedete, prendete un bicchiere – dice Sante – Non c’è nulla da mangiare moglie? Salatini, patatine. Qualcosa.»
«Buono Sante! Abbiamo cenato ora – risponde uno dei compari.»
La vecchia signora è preoccupata. Sa che la stazione attraverserà il cielo in un istante. Non l’aspetterà se non sarà pronta. Porta agli ospiti dei salatini. Poi trascina la sedia al centro del campo. Da lì può vedere tutto il suo cielo. La pipa fuma ancora.
«Allora cosa mi raccontate di bello?» – incalza il vecchio.
«Sempre le solite storie di merda …» E giù tutti a ridere. Sono le loro battute. Ogni volta uguali.

(altro…)

Paolo Triulzi, Filosofia barbara #3

*

Seconda parte

Appena la vedemmo ci fu chiaro cosa era successo. Cioè come aveva fatto. Non c’era ancora nessuno così potemmo consentire alle ginocchia di cedere. Trovammo due seggioline pieghevoli per sederci e restammo lì. Non so quanto tempo passò, tutto era silenzio. Noi non ci guardammo mai e non scambiammo una parola. Guardavamo lei, o guardavamo per terra. Tutto era già troppo evidente di per sé e non lasciava niente da aggiungere. Poi arrivarono le persone di famiglia e noi, sempre senza dire una parola, ci alzammo e andammo fuori.

Fuori era una bella giornata. Il cielo azzurro, la campagna intorno, il sole tiepido. Il cortile dell’ospedale iniziò a riempirsi di altra gente. Molti li conoscevamo. Ogni tanto qualcuno entrava e dopo un po’ usciva con la faccia stravolta. La famiglia era rimasta dentro per tutto il tempo. La mattinata passava, la gente era tutta in piedi nel cortile. Inevitabilmente si chiacchierava. Poi uno mi venne davanti e disse: io non ce la faccio a entrare, vai tu per me. Andiamo insieme, gli dissi.

Ci abbracciammo e andammo davanti alla porta. All’ultimo momento il tizio mi molla, si sfila dall’abbraccio, e mi butta dentro. La famiglia era ancora lì. Tutti nella stessa posizione in cui li avevamo visti tre ore prima. Zitti e fermi, in piedi. Solo la madre aveva trovato una delle seggioline e si era seduta proprio di fianco a lei. Quando entrai io le stava pettinando i capelli, facendo intanto un lamento basso e continuo. Le ginocchia stavano per cedermi di nuovo quando mi arrivò addosso un altro tizio che conoscevo.

Mi abbraccia e appoggia la faccia sulla mia spalla. Andiamo via, portami via, dice e mi trascina fuori. Poco dopo anche la famiglia uscì e ce ne andammo via tutti. Una ragazza ci disse che non se la sentiva di guidare e se poteva venire con noi. In auto volle ascoltare della musica perché diceva di essere troppo triste per sopportare il silenzio. Accesi la radio, ma la tizia voleva anche scegliere cosa ascoltare. Rino Gaetano sarebbe l’ideale, disse. A quel punto iniziai a odiarli tutti, indiscriminatamente. Tutti.

(altro…)

proSabato: Virginia Woolf, Una casa stregata

proSabato: Virginia Woolf, Una casa stregata

A qualunque ora ci si svegliasse c’era una porta che si chiudeva. Da una stanza all’altra andavano, mano nella mano, sollevando qua, aprendo là, guardando ancora − una coppia spettrale.
«È qui che l’abbiamo lasciato» diceva lei. E lui aggiungeva «ma anche qui!». «È di sopra» mormorava lei. «E poi in giardino» sussurrava lui. «Piano» dicevano, «o li sveglieremo.»
Ma non ci svegliavate, no. «Lo stanno cercando; stanno scostando la tenda» potevamo dire, e leggere ancora una pagina o due. «Ora l’hanno trovato», sentirlo con certezza e fermare la matita sul margine della pagina. E poi, magari, stanchi di leggere, ci alzavamo ed eravamo noi a cercare, la casa tutta vuota, le porte aperte, solo i piccioni selvatici che gorgogliavano soddisfatti e il ronzio della trebbiatrice che risuonava dalla fattoria. «Cosa sono venuto a fare? Cosa volevo trovare?» Le mie mani erano vuote. «Forse di sopra, allora?» C’erano mele nel solaio. E così giù di nuovo, il giardino silenzioso come sempre, solo il libro era scivolato tra l’erba.
Ma l’avevano trovato in salotto. Mai tuttavia che li potesse vedere. I vetri della finestra riflettevano mele, riflettevano rose; tutte le foglie nel vetro erano verdi. Solamente, se loro passavano nel salotto, la mela girava per mostrare il suo lato giallo. Eppure, appena un attimo dopo, se si apriva la porta, sparso sul pavimento, attaccato alle pareti, pendente dal soffitto − cosa? Le mie mani erano vuote. L’ombra di un tordo attraversò il tappeto; dalla più remota profondità del silenzio il piccione selvatico trasse la sua goccia di suono. «Al sicuro, al sicuro, al sicuro.», il polso della casa batteva morbidamente. «Il tesoro sepolto; la stanza…» Il polso si fermò all’improvviso. Oh, era quello il tesoro sepolto?
Un momento dopo la luce era svanita. Fuori in giardino, allora? Ma gli alberi catturavano un raggio di sole nella loro rete di oscurità. Così delicato, così prezioso, nascosto nella frescura, il raggio che cercavo ardeva sempre dietro al vetro. Il vetro era morte; morte era tra di noi; giungendo prima alla donna, centinaia di anni fa, lasciando la casa, sigillando tutte le finestre; le stanze erano state immerse nell’oscurità. Lui aveva lasciato la casa, lasciato lei, era andato a nord, a est, aveva visto le stelle rovesciate nel cielo meridionale; andando in cerca della casa l’aveva trovata sprofondata tra le dune. «Al sicuro, al sicuro, al sicuro», il polso della casa batteva gioiosamente. «Il tesoro è vostro.»
Il vento ruggisce su per il viale. Gli alberi si chinano e si piegano di qua e di là. Raggi di luna sguazzano e schizzano all’impazzata attraverso la pioggia. Ma il raggio della lampada cade dritto dalla finestra. La candela brucia rigida e immobile. Errando per la casa, aprendo le finestre, sussurrando per non svegliarci, la coppia spettrale va in cerca della sua gioia.
«Qui abbiamo dormito» dice lei. E lui aggiunge «Baci senza fine». «Svegliarsi al mattino.» «Argento tra gli alberi.» «Di sopra.» «In giardino.» «Quando venne l’estate.» «Nei giorni invernali della neve.» Le porte si vanno chiudendo in lontananza, colpi delicati come il battito di un cuore.
Vengono più vicini; si fermano sulla soglia. Il vento è caduto, la pioggia versa argento sui vetri. I nostri occhi si oscurano; non sentiamo passi accanto a noi; non vediamo la signora stendere il suo mantello spettrale. Le mani di lui schermano la lanterna. «Guarda» sospira. «Dormono profondamente. Amore sulle loro labbra.»
Chinandosi, tenendo la loro lampada d’argento sopra di noi, a lungo guardano e profondamente. A lungo sostano. Il vento soffia diritto; la fiamma si inchina lievemente. Folli raggi di luce lunare attraversano il pavimento e le pareti e, incrociandosi, macchino i volti chini, i volti assorti, i volti che indagano i dormienti e ne cercano la gioia nascosta.
«Al sicuro, al sicuro, al sicuro» il cuore della casa batte orgogliosamente. «Lunghi anni» − sospira lui. «Ancora mi hai ritrovato.» «Qui» mormora lei, «mentre dormivo; leggendo in giardino; ridendo, rotolando le mele in solaio. Qui abbiamo lasciato il nostro tesoro.» Chinandosi, la loro luce mi fa aprire gli occhi. «Al sicuro, al sicuro, al sicuro!» il polso della casa batte all’impazzata. Svegliandomi, grido «Oh, è questo il vostro tesoro sepolto? La luce nel cuore».

.

© Virginia Woolf, in Oggetti soliti. Tutti i racconti e altre prose, Trad. it. di Adriana Bottini e Francesca Duranti, Roma, Racconti edizioni, 2016

In questo ricordo mi perdo

foto fonte google / pubblico dominio

In questo ricordo mi perdo

di Raffaele Calvanese

*

Settembre rimette a posto le cose, lo ha sempre fatto. È sempre stato così, a Settembre rimetti insieme i pezzi, ci rifletti su, dai un senso ai pensieri e forse tiri un il fiato, conti fino a dieci, e il più delle volte comincia a piangere prima d’arrivare a nove.

– Settembre rimette a posto le cose.

Lo diceva sempre Mario, il proprietario dello Shaker Bar. Lo conoscevo da quando ero piccola.

Prima, all’inizio, le cose sembravano facili. I miei d’estate mi portavano in vacanza, ci rimanevo tutta l’estate. Anche quando i miei dovevano lavorare potevo stare lì con mio fratello e con la zia di mio padre. Teneva d’occhio me e i miei cugini che abitavano di fianco a noi. In quella casa ci andavamo solo d’estate. Mio padre l’aveva comprata nello stesso condominio di sua sorella. In quel parco c’erano tante persone che venivano da casa nostra. Scauri era molto vicina, una colonia in pratica. Poco dopo essere entrati nel Lazio era come stare a Gaeta ma costava meno, e non ti confondevi con quelli che andavano a Baia Domitia. Era come stare a casa, ma con il mare. Con la pizza un po’ meno buona e col gelato che gocciolava sempre più che a casa. Non l’ho mai capito perché, ma lì il gelato era sempre più difficile da mangiare. Quando passavi il ponte eri quasi arrivata, pochi minuti ed eri lì, un paio di semafori ed eri a casa, nel parco, c’era sempre qualcuno che era già arrivato, lo trovavi già nel lì, scendevo dall’auto di corsa e lo salutavo. Sempre così, tutti gli anni.

Allo Shaker bar c’era un juke-box che suonava ininterrottamente da giugno a settembre. C’era sempre qualcuno che sceglieva  una canzone, quando non si avvicinava nessuno ci pensava Mario.

– Quando entri qui e senti il juke-box suonare avrai meno vergogna ad avvicinarti e a scegliere la prossima. Se il Juke Box fosse in silenzio nessuno avrebbe il coraggio di venire a scegliere la prima canzone.

Mio fratello e gli amici facevano un gioco idiota, mettevano la stessa canzone decine di volte di seguito, fino a che si avvicinava qualche adulto e li faceva smettere, cosa che però non succedeva sempre, quindi poteva capitare di doverti riascoltare una canzone di Luca Carboni anche venti volte. A loro magari la canzone non piaceva ma era diventata una sfida di resistenza. “Il gioco dell’estate”. Rimettere la canzone più insulsa presente nel juke-box a nastro.

Al mare venivano un sacco di famiglie di Caserta. Molti erano amici dei miei. Alcuni colleghi, altri parenti, amici di amici. Insomma, anno dopo anno ci si conosceva tutti. Era come essere in un porto franco, dove potevi essere un po’ più onesta, libera, non lo so perché, ma a me pareva che fosse così.

(altro…)

Martino Baldi: IL CASO “WITOLD WYCISK”

Illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

*

[quarto e ultimo di quattro racconti (Qui il primo) (Qui il secondo) (Qui il terzo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

*

Forse qualcuno fra i lettori più anziani ricorderà, seppure a stento o con vaghezza, quello che a suo tempo fu un caso eclatante. Dubito invece che i più giovani ne abbiano sentito parlare, se non da un arrugginito nonno in vena di sconclusionate memorie. Nel qual caso, di sicuro non gli avranno creduto. Non posso certo negare che l’episodio sia tra i più singolari che io rammenti; ma se, come spero, mi avete finora ritenuto degno della vostra fiducia, le mie parole vi siano ancora una volta di garanzia. Witold Wycisk fu il primo allenatore polacco a trovare impiego in Italia. Dove Basilio Scapinelli lo avesse pescato rimane uno dei tanti piccoli misteri che hanno contribuito a generare intorno all’allora patròn del Torino l’aura mitica di “mago del mercato”. Arrivò in Italia tra lo scetticismo generale, soltanto la sera precedente all’inizio della preparazione in altura, direttamente nella sede del ritiro granata, a Dobbiaco. Alto e filiforme; un cranio senza incavità e scintillante di perfetta calvizie; sotto folte ciglia, due occhi spiritati spesso nascosti da scurissimi occhiali da sole; perennemente in bilico tra le sottilissime labbra, un mozzicone di sigaro mai acceso. Se non fosse stato per l’abbigliamento trascurato, lo si sarebbe detto proveniente da un altro pianeta o dal futuro. Anche per le disusate concezioni, che esprimeva per brevi motti, con quella nota concinnitas che l’italiano acquista sulla bocca degli europei dell’Est, quasi vi ritrovi il rigore e la saggezza del passato. Così a chi lo accusava di irresponsabilità per aver accettato di allenare atleti che non conosceva contro avversari altrettanto sconosciuti, rispose una volta per tutte: «Se tu capisci aritmetica, numeri non sono ostacolo». E al giornalista che cercava di addentrarsi in un’improbabile conversazione tecnico-tattica: «Nostra unica strategia è giocare esatti». Ben oltre gli aspetti quasi folcloristici del personaggio, Witold Wycisk si dimostrò subito un preparatore piuttosto anomalo.

Già dopo pochi giorni del ritiro pre-stagionale, mezza Italia guardava stupita (e sghignazzante) alle sue innovazioni. Costrinse la società ad assumere un ipnotista di sua fiducia; sottoponeva quotidianamente gli atleti a lunghe lezioni di matematica e logica di prima mattina, oltreché a estenuanti tornei serali di scacchi, durante i quali passeggiava tra i tavoli, sussurrando ai giocatori «errore più grande è non approfittare di errore di avversario», «ogni volta che avversario muove, avversario fa errore» e sentenze affini. Dopo i primi incontri amichevoli molti avevano già smesso di sghignazzare. Il Torino sembrava non avere avversari all’altezza. «Calcio d’Agosto…» borbottavano altezzosamente alla radio i giornalisti milanesi e romani. Ma in Settembre cominciò il campionato e le cose non cambiarono: il Torino dominava. La sua difesa era impenetrabile, il contropiede fulmineo. Le prime tre partite furono altrettante vittorie, senza che il portiere Coppola fosse mai impegnato.

Dopo nove domeniche di gioco, nove erano le vittorie. Al termine del girone d’andata la squadra di Scapinelli aveva conosciuto solo successi e la porta granata era ancora inviolata. I punti di vantaggio sulla seconda in classifica erano già dodici. Non diversamente le cose andavano in Coppa Italia e in Coppa dei Campioni. Witold Wycisk era il più frequentato degli argomenti nei rotocalchi e ormai anche nelle terze pagine dei quotidiani. Pur cercando di apparire in pubblico il meno possibile e nonostante evitasse ormai sistematicamente le interviste, il suo nome e il suo volto erano ovunque. Si interpretavano i suoi gesti, gli sguardi, i silenzi. Alla sesta giornata del girone di ritorno, il Torino aveva già matematicamente conquistato il titolo di campione d’Italia. Dopo le grandiose celebrazioni i toni pian piano si smorzarono e, come è ovvio, l’interesse dei media per il campionato e per Wycisk venne progressivamente scemando. Con la sua consueta perspicacia, fu Emilio Franceschi, al ritorno da un viaggio in Inghilterra, a rinvigorire di nuovo, e clamorosamente, la curiosità intorno all’allenatore polacco. In un elzeviro stranamente tonitruante, intitolato Identici!, il calligrafista riportava quanto aveva scoperto durante il soggiorno londinese. C’è da sapere che la locale squadra di football del Chelsea, che stava dominando la Premier League, era guidata per la prima volta da un allenatore polacco. Di lui non si sapeva come the owner, il proprietario, il celebre banchiere e collezionista d’arte Nathaniel Hallward, l’avesse scoperto e ingaggiato.

(altro…)

Martino Baldi, Il sogno di Mou Ping Ho

Mou Ping Ho 01, illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

*

Il sogno di Mou Ping Ho, da “Il libro delle leggende degli Otto Immortali”

*

[terzo di quattro racconti (Qui il primo) e (Qui il secondo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

*

L’Immortale Han Chen Lo intraprese un giorno in perfetta solitudine un lungo viaggio di studio sulle tracce dei più promettenti allenatori delle grandi montagne del Nord, da cui giungevano sulle rive meridionali notizie di risultati sempre più stupefacenti. Han Chen Lo era a quel tempo, e già da molti anni, il grande maestro riconosciuto degli allenatori della regione dei mari meridionali, nonché grande alchemico e inventore della pozione dell’immortalità, grazie al quale aveva, per esempio, allungato a dismisura la carriera di alcuni dei maggiori calciatori dell’epoca, di cui non staremo qui a dire ma tra i quali si ricordi almeno l’inesauribile Tsa Neht Ti. Una sera, sull’imbrunire, di ritorno da una partita a cui aveva assistito nello stadio della vecchia capitale Ch’ang Mi Lan, si fermò a passare la notte in una grande locanda lungo la strada maggiore, dove erano solite soggiornare le squadre in trasferta e che per questo era diventata per lui, nel corso della sua lunga carriera, quasi una seconda casa. Non dovendo sottostare al rigido protocollo delle trasferte ufficiali, quella sera Han Chen Lo, invece di ritirarsi di buona ora nella sua camera, si trattenne a lungo nella taverna a riflettere su quanto di meraviglioso aveva veduto nel pomeriggio, naturalmente senza esimersi dal consumare lentamente, come da abitudine, una pingue cena a base dei più svariati tipi di carne e di pesce, nonché di molteplici contorni e condimenti. La frugalità non era mai stata il suo forte.

Dopo cena, immerso nel riordino degli appunti che aveva forsennatamente preso nel corso della partita, nella taverna Han Chen Lo perse per diverse ore coscienza dello spazio e del tempo. Era già passato di molto il momento in cui il numero che indica le ore, fattosi prima nullo e poi subito piccolissimo, comincia di nuovo a crescere, quando sollevò gli occhi. Il suo tavolo era completamente coperto da un disordine di matite e fogli con sopra nomi, brevi frasi e disegni (si trattava perlopiù di piccoli cerchietti e di frecce dritte, curve, incrociate…). I fogli lambivano pericolosamente anche la candela del contenitore di terracotta in cui continuava a sobbollire pacatamente il vino caldo e speziato; quante ne aveva nel frattempo consumate e sostituite, senza nemmeno pensarci? La sala era quasi completamente vuota. Soltanto un altra sagoma si individuava a fatica, seduta nell’angolo opposto al suo, e Han Chen Lo ebbe subito l’immediata percezione che quell’ombra misteriosa fosse lì proprio per lui e che lo stesse fissando dalla penombra in cui si era avvolto. Fu quindi assolutamente naturale vedere lo sconosciuto alzarsi, attraversare la sala buia e sedersi di fronte a lui dopo aver chiesto il permesso con un gesto muto del volto, ma più come se volesse accertarsi che era giunta l’ora di rispettare un appuntamento già fissato o, meglio, di dar seguito a cose già scritte nel libro del destino. Han Chen Lo riconobbe subito nelle sembianze dell’altro forestiero quelle di Mou Ping Ho. Nel pomeriggio dalle tribune dello Shan Shir aveva assistito al suo trionfo. Gli aveva visto compiere gesta che ne rivelavano l’indubbio genio.

Nel corso della partita, la più importante dell’anno, Mou Ping Ho aveva cominciato schierando i giocatori secondo un modulo tradizionale ma poi, di azione in azione, aveva ripetutamente spostato i centrali sulle ali e le ali al centro, aveva motivato gli attaccanti a difendere e i difensori ad attaccare, il tutto con la complicità infallibile dei centrocampisti; aveva preparato il portiere a spiccare il volo e indotto gli arbitri a prendere decisioni a suo favore con un lungo lavoro psicologico iniziato già nel corso della settimana. Quell’uomo, pensò subito Han Chen Lo, conosceva i segreti della esattezza e della verità, eppure c’era qualcosa in lui che lo teneva lontano dalla Via. E così ogni volta egli confermava con un’invenzione o un gesto la sua sapienza e allo stesso tempo ne mostrava il lato oscuro. Questa stessa cosa accadde nei primi momenti di quella conversazione notturna, dei cui dettagli non ci è dato sapere alcunché, salvo che fu chiarissimo molto presto a Han Chen Lo quale fosse la situazione spirituale del suo interlocutore: Mou Ping Ho era uno spirito eletto e destinato senz’altro all’immortalità ma la sua preparazione meticolosa e pressoché perfetta era ancora troppo ancorata ai testi classici confuciani e ai loro rigidi protocolli e sistemi di valutazione. Il motivo per cui non riusciva a liberarsene era evidentemente che, troppo abbagliato dalla sete di gloria, non poteva considerare con la giusta profondità gli aspetti metafisici della propria disciplina.

(altro…)

#PoEstateSilva #33: Pietro dell’Acqua, Aria fritta

Si sta a pelar patate, in silenzio.
Apre la bocca e le dà fiato:
«Pensa te cosa diranno di noi, noi che ci affidiamo ai nostri mugugni, al linguaggio per intenderci, ci affidiamo alle rime e alle assonanze come se nella lingua fosse indicata, tramite queste, la via da percorrere verso l’autenticità, che parola abusata piena d’aria!, verso la consapevolezza di ciò che siamo o non siamo, verso un senso da dare alla frase. Pensa come rideranno dei nostri tentativi falliti di formulare un pensiero più complesso di Ugo mangia la mela, di comprendere le Leggi tramite esperimenti e apparecchiature complicatissime, che oltretutto non funzionano diranno. E l’energia, si sbellicheranno vedendo le nostre tecniche da piromani squilibrati che consistono solo nel
bruciare qualsiasi cosa ci capiti tra le mani: siamo uomini delle caverne che accendono il fuoco. Poi su tutto la nostra mania di protagonismo, quelle favole sull’universo al cui centro ci siamo noi, tutto è qua per noi, dei e arcangeli e oracoli e stelle cadenti e filanti scomodati solo per blandirci voi siete er mejo, quante istituzioni, tutte frutto, questo ce lo riconosceranno, pur nei nostri enormi limiti, della più fervida immaginazione, quante istituzioni per difenderci dalla nullità della nostra condizione, che altrimenti ci divorerebbe. Di cosa ci nutriamo? Siamo cannibali dei nostri compagni d’avventura, uccisi da noi o morti sul campo. Di quale ignobile violenza siamo capaci, e così subdola, sbranare facendo intendere che i morsi sono baci, si sganasceranno davanti alla nostra incoerenza, ai monumenti di pastafrolla eretti in onore delle opere di bene con fumosi discorsi per la pace e la concordia, all’incessante germogliare di colpi di sfollagente, kalashnikov e bazooka. Chissà quali differenze noteranno tra la copula grammaticale, quella animale e quella umana, magari si metteranno a contare il numero di possibili variazioni sul tema, useranno come parametro di giudizio lo spazio lasciato all’arbitrio o all’improvvisazione, chissà che non vinca qualche scimpanzé dall’aria furba che ci dà dentro da mattina a sera, senza tabù parentali o legati all’età, capace di farlo arrampicato su un albero o appeso a una liana. Il nostro sdolcinato poetare in versi, sempre in cerca di conferma nei suoni, che oltretutto abbiamo concepito noi, che la strada sia giusta – anche i poeti del giorno d’oggi, i rapper che urlano sopra una base martellante (altro…)

#PoEstateSilva #29: Paolo Napol, È pronto. Inedito

Banco del pane, alle sette di un mercoledì sera qualsiasi. Davanti a me un signore e una signora che la generalità delle persone definirebbe “distinti” per età e atteggiamento. Lui si aggira attorno ai settant’anni, portati molto bene se non fosse per quel pancione da tenore che gli complica e rallenta i movimenti. Pochissime rughe, soltanto di espressione, attorno a due occhi che decisamente hanno guardato alla vita senza troppi sforzi.  Ha una coppola blu cobalto incalcata sui capelli che, strizzati, girano su loro stessi come dei trucioli avorio. Due baffi melange che mi ricordano le “effe” di un violino anzi di un violoncello considerate la taglia comoda e il peso.   Si rivolge alla signorina con una pacatezza che rimbomba nel parka in cui è rimasto ingolfato, il maglione senape che spunta dalla zip, una camicia bianca button-down e a becchi larghi infilata quanto più possibile in un paio di eccentrici tartan a vita alta. Al tenore forse piace il punk e nemmeno se ne accorge.

“C’era prima lei” è la risposta che consegna vergognoso a una signora campana dalla bocca carminia e procace e che sembra doppiata da una Loren in piena gloria. Non capisco se è lei o se sono le sue guance a ridere per lei. Sporgono e sembrano sorrette da due pieghe del viso che delineano la parte del mento o la mascella, non saprei. Non penso mai alla mascella delle donne. Gli occhi sono grandi, sproporzionati e sgranano come le femmine dei cartoni animati quando c’è elettricità e sentimento nell’aria. Pantalone nero relativamente stretto che fa da gambo a una mantellina rossa e tronchetto nero alla Loredana Berté. La signora sembra un funghetto grintoso, di certo non è velenosa. (altro…)

proSabato: Stefano Benni, La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 

Il racconto dell’uomo con gli occhiali neri

La storia di Pronto Soccorso e Beauty Case

 Quando il gioco diventa duro
i duri incominciano a giocare.
(JOHN BELUSHI)

Il 
nostro
 quartiere
 sta
 proprio
 dietro 
la
 stazione. Un 
giorno
 un
 treno
 ci
 porterà
 via, oppure
 saremo
 noi
 a 
portar
 via
 un 
treno.
 Perché il 
nostro 
quartiere 
si
 chiama
 Manolenza, entri che
 ce l’hai
 ed
 esci
 senza.
 Senza
 cosa?
 Senza
 autoradio,
 senza
 portafogli,
 senza
 dentiera,
 senza
 orecchini,
 senza
 gomme
 dell’auto.
 Anche
 le
 gomme
 da
 masticare
 ti
 portano
 via
 se
 non
 stai
 attento: ci
 sono
 dei 
bambini
 che
 lavorano
 in 
coppia,
 uno 
ti
 dà
 un
 calcio
 nelle
 palle, 
tu
 sputi 
la
 gomma
 e 
l’altro 
la 
prende 
al 
volo. Questo per
 dare 
un’idea.
In
 questo
 quartiere
 sono
 nati
 Pronto
 Soccorso
 e
 Beauty
 Case.
 Pronto
 Soccorso
 è
 un
 bel
 tipetto 
di
 sedici 
anni. 
Il
 babbo 
fa 
l’estetista 
di 
pneumatici,
 cioè 
ruba
 gomme 
nuove 
e
 le
 vende
 al
 posto
 delle
 vecchie.
 La
 mamma
 ha
 una
 latteria,
 la
 latteria
 più
 piccola
 del
 mondo.
 Praticamente 
un
 frigo. 
Pronto 
è
 stato
 concepito 
lì 
dentro, 
a
 dieci 
gradi 
sotto 
zero.
 Quando 
è nato 
invece
 che 
nella 
culla 
l’hanno 
messo
 in 
forno 
a
 sgelare.
Fin 
da
 piccolo 
Pronto 
Soccorso 
aveva 
la
 passione
 dei
 motori.
 Quando 
il 
padre
 lo
 portava 
con sé
 al
 lavoro,
 cioè
 a
 rubare
 le
 gomme,
 lo
 posteggiava
 dentro
 il
 cofano
 della
 macchina.
 Così Pronto
 passò 
gran 
parte
 della 
giovinezza
 sdraiato 
in
 mezzo 
ai
 pistoni,
 e 
la meccanica
 non
 ebbe più 
misteri
 per
 lui. A
 sei
 anni
 si
 costruì
 da
 solo 
un
 triciclo 
azionato 
da 
un
 frullatore.
 Faceva venti 
chilometri
 con 
un
 litro
 di
 frappè:
 dovette
 smontarlo
 quando 
la 
mamma 
si
 accorse
 che
le fregava
 il
 latte.
Allora 
rubò 
la 
prima 
moto,
 una
 Guzzi
 Imperial
 Black
 Mammuth
6700. 
Per
 arrivare 
ai
 pedali guidava
 aggrappato
 sotto
 al
 serbatoio,
 come
 un
 koala
 alla
 madre:
 e
 la
 Guzzi
 sembrava
 il vascello 
fantasma,
 perché 
non 
si 
vedeva
 chi
 era 
alla
 guida.
Subito
 dopo
 Pronto
 costruì
 la
 prima
 moto
 truccata,
 la
 Lambroturbo.
 Era
 una
 comune lambretta 
ma
 con
 alcune 
modifiche
 faceva 
i
 duecentosessanta.
 Fu
 allora
 che
 lo
 chiamammo Pronto
 Soccorso.
 In 
un
 anno
 si 
imbustò
 col
 motorino 
duecentoquindici
 volte,
 sempre 
in
modi diversi.
 Andava 
su 
una 
ruota
 sola 
e
 la 
forava,
 sbandava 
in
curva, 
in 
rettilineo,
 sulla 
ghiaia
 e
 sul bagnato, 
cadeva
 da 
fermo, perforava
 i
 funerali,
 volava 
giù 
dai 
ponti, 
segava 
gli 
alberi.
 Ormai
 in ospedale 
i 
medici erano 
così 
abituati
 a 
vederlo 
che 
se 
mancava 
di
presentarsi 
una 
settimana telefonavano 
a 
casa 
per 
avere
 notizie.
Ma
 Pronto 
era
 come
 un
 gatto: 
cadeva, 
rimbalzava 
e 
proseguiva.
 A
volte
 dopo 
esser
 caduto continuava
 a
 strisciare
 per
 chilometri:
 era
 una
 sua
 particolarità.
 Lo
 vedevamo
 arrivare rotolando
 dal 
fondo 
della 
strada 
fino 
ai
 tavolini
 del
 bar.
‐ Sono 
caduto 
a 
Forlì ‐
 spiegava
‐ Beh,
 l’importante 
è
 arrivare ‐
 dicevo 
io.
Beauty 
Case 
aveva 
quindici 
anni 
ed 
era 
figlia 
di
 una 
sarta 
e
 di 
un
ladro 
di
 Tir.
 Il 
babbo 
era 
in galera 
perché
 aveva 
rubato 
un
 camion 
di
 maiali 
e 
lo 
avevano 
preso 
mentre
 cercava
 di
 venderli casa
 per
 casa.
 Beauty
 Case 
lavorava 
da 
aspirante
 parrucchiera 
ed 
era
 un 
tesoro di
ragazza.
 Si chiamava
 così
 perché
 era
 piccola 
piccola
,
 ma
 non
 le
 mancava
 niente.
 Era
 tutta
 curvettine deliziose 
e
 non
 c’era 
uno
 nel
 quartiere 
che 
non 
avesse
 provato 
a
 tampinarla,
 ma 
lei 
era 
così piccola 
che
 riusciva
 sempre 
a
 sgusciar
 via.
Era 
una
 sera 
di 
prima 
estate,
 quando 
dopo 
un
 lungo 
letargo
 gli 
alluci
vedono
 finalmente 
la luce
 fuori
 dai
 sandali.
 Pronto
 Soccorso
 gironzolava
 tutto
 pieno
 di
 cerotti
 e
 croste
 sulla Lambroturbo
 e
 un
chilometro 
più
 in
 là
 Beauty 
mangiava 
un 
gelato 
su 
una
 panchina. (altro…)

proSabato: Dino Buzzati, Ricordo di un poeta

proSabato: Dino Buzzati, Ricordo di un poeta

Ero già un bambino completamente formato di fuori e di dentro, durante la notte facevo ormai dei sogni complicati e terribili; di giorno poi partivo per le grandi avventure, galoppando per esempio sul cavallo a dondolo con la lancia, la spada, la corazza, via per il deserto, invincibile principe indiano, oppure scavando nel fienile, sotto il culmine del tetto, misteriosi cunicoli che portavano alla stanza segreta del tesoro. Già ero insomma un bambino scatenato e fantastico. Ma lui non era ancora nato.
Andavo a scuola, sapevo già scrivere correttamente sotto dettatura parole come interpretazione, querceti, fescennini, alla mamma che veniva a prendermi, la maestra diceva che ero abbastanza bravo, d’autunno risalivo armato di Flobert le lunghe siepi, strisciando, dietro un povero pettirosso spensierato e sulla riva del fiume, al tramonto, quando il murmure della natura si leva dal silenzio (sempre meno voci d’uccelli, sempre meno richiami di mandriani attraverso le praterie, le nubi si raggelano, un pipistrello impaziente, e dietro la cresta delle montagne quell’alone scuro che si espande), sulla riva del fiume, dicevo, qualcosa di nuovo e struggente mi tratteneva immobile a guardare l’acqua scintillante di pagliuzze d’oro fra i sassi all’ultimo sole, e in quel moto instancabile, in quel flusso che andava, andava, forse confusamente, percepivo il tempo, il quale si era già impadronito di me e aveva cominciato a divorarmi. Tante cose insomma bellissime e insensate nonostante la mia breve età. Ma lui non era ancora nato.
Poi, un certo numero di anni essendo trascorsi, io dalla finestra socchiusa nascostamente guatavo le ragazze godendo lo strano modo in cui muovevano le membra e di conseguenza pensavo a cose mai pensate, d’altro canto in un mattino di aprile, sulla cima nevosa del Resegone, solo, assaporai le prime grandezze spirituali, e nei tardi pomeriggi libri spalancavano le porte verso città sterminate, oceani, valli deserte, templi in rovina, corti imperiali, alcove, giungle, fatalità immense, tutto questo depositandosi nelle profondità dell’animo a formare un mondo mai esistito prima, e col batticuore scrivevo su una busta: “alla Gentile Signora Mariuccia Ciropellini (si chiamava proprio così), viale del Carso 43, Città”. Ma lui era ancora un bambinetto scemo, brutto per giunta, che faceva lunghi capricci a motivo di un gelato.
Un altro piccolo salto. Io uomo fatto, lui appena adolescente. Ma una sera all’improvviso, in solitudine, all’insaputa della intera umanità, con una matita in mano, egli scrisse alcune righe, e subito cominciò a staccarsi da terra.
Volava un po’ sghembo, librandosi simile a falco giovanetto sopra le case e gli alberi, entrava e usciva dalle grandi nuvole bianche del cielo, si sentiva a casa Sua lassù; macché ali, un mozzicone di lapis copiativo fra le dita gli
bastava. Nel frattempo io percorrevo la strada dall’ufficio a casa, ero socio vitalizio del Touring Club, al circolo scacchistico godevo una certa estimazione, e la gente diceva che complessivamente avrei fatto la mia strada.
Io mi ordinai, ricordo, un paltò da sera blu e durante le prove mi rigiravo dinanzi allo specchio a tre luci cercando inutilmente di trovare decente il mio profilo, mentre il sarto stringendo gli spilli fra le labbra mi saltabeccava intorno e faceva dei segni col gessetto.
Inoltre mio zio Enrico, morendo, mi fece inopinatamente erede del suo negozio di tessuti in via Baldissera all’angolo col corso Libertà: ne fui felice, certo, ma personalmente non me ne curai e ad accudirlo misi un certo Invernizzi, onesto uomo. Nello stesso tempo lui viveva, il giovane visitato dagli dei. E ogni sua parola scritta cadeva come goccia di piombo nel mare del silenzio e dell’apatia che attornia l’uomo come se precipitasse a picco dalla suprema vetta del Goisantan e onde concentriche se ne dipartivano allargandosi sempre più per gli spazi abitati e oltre, finché battevano col tonfo selvaggio della risacca contro i cuori ; quelle buie, sanguinanti scogliere! (altro…)

PoEstate Silva #16: Gianluca Pirozzi, Nomi di Donna

PoEstate Silva #16: Gianluca Pirozzi, Nomi di Donna, Perrone, 2016

*

AGATA

Trenta righe sono troppe o, piuttosto, sono poche per raccontare com’è andata a finire con Agata. Allora, non ne spreco neanche una e dico subito che stamattina lei, Agata, si alza, fa finta di mettere a posto quelle due cose che tiene in giro per la casa, così da dare un senso a quel suo dannato bisogno di ordine, e mi dice subito, senza neanche accennare ad un buongiorno, «Ezio, io vado. Tu ricordati che oggi, alle tre, devi accompagnare Carlo da tua sorella perché Guido ha promesso di portare i figlioli al cinema… All’Olimpia danno quel cartone animato, come si chiama, ah sì, I quattro cavalieri del vento – e noi… noi… beh, insomma, è inutile che ti dica che noi non possiamo permetterci nulla, neanche un cavolo di film per il bambino una volta al mese. Perciò, Carlo al cinema è meglio che ce lo porti lui, Guido… lui ch’almeno può!» ha concluso Agata con la sua solita aria di sfida. Io ho provato a dirle che proprio non ci riuscivo ad accompagnare il bambino da mia sorella, perché era già una settimana ch’avevo promesso a Gianni di passare a casa sua entro le cinque, per riparargli lo scaldabagno e che lui di più non poteva aspettare.

Allora Agata m’ha aggredito con il suo primo «Ma sei scemo?» ed è stato in quel momento, penso, che l’ho capito: la situazione era satura e non poteva più andare avanti così. Mi son detto «adesso basta, le do sette pugni, proprio lì, dritti sul muso, così la chiude quella bocca e la smette una volta per tutte di dirmi in continuazione che sono scemo e, magari, aggiunge pure: «Sono otto anni che non trovi lavoro!». Non è passato neanche un secondo, infatti, e lei mi fa: «Ezio, ma ti rendi conto che a maggio faranno nove anni, dico, nove anni, che non hai più un lavoro!». «Agata» ho provato a spiegare cercando di restare calmo «ok: sono nove… nove anni. Però, tu sai benissimo che io non ho mai smesso di cercare, di darmi da fare, di arrabattarmi così da trovare almeno dieci – dieci fottutissimi euro – da darti ogni sera quando rientri! È per questo che vado da Gianni… magari me ne sgancia il doppio per quel lavoro».

Come se non avessi parlato, Agata ha cominciato a gridare… a gridare sempre più forte. «Ma quando mi decido? Ma quando mi decido davvero a mandarti a quel paese e ad andarmene da questo inferno! Tutti uguali gli uomini! Ed io che per sfuggire a mio padre son venuta via con te, sono una povera scema. Me lo diceva anche mia sorella di non fidarmi di te: uno che si chiama Ezio, m’ha avvertito Aristea, non può prometterti nulla di buono!». «Buona quella! Lo sanno tutti che mestiere fa tua sorella e si permette pure di sentenziare sugli uomini altrui!». «Lascia stare Aristea! Lei sì che ci aveva visto lungo… come ho potuto pensare che fossi diverso? Ma adesso basta: tanto un posto ce l’ho: me ne vado da questo incubo. Ho deciso stavolta. Filo via da qui a mi trasferisco sul serio a Faenza. Lì – lo sai anche tu – non avrei alcun problema di soldi, perché lì Rosa, mia zia, m’ha detto di nuovo che non c’è problema anche se mi porto via il bambino e vado a stare da lei, ha già pronta una camera per me e Carlo. Ma quando mi decido? Cazzo! Quando?» ha sospirato appena un attimo e poi ha riattaccato: «Adesso è arrivato il momento: mollo tutto – cioè, mollo te che sei un buono a nulla e me ne vado da mia zia. Sarà vecchia, avrà le sue fissazioni ma è una persona onesta e, sicuramente, se le do una mano in casa, lei mi aiuterà!».

«Sai Ezio? Le ho telefonato proprio ieri e le ho detto di preparami la stanza perché io, Carlo e quelle due poche cose che mi occorrono andiamo a stare da lei. È così che si cambia vita Ezio caro, mica restandosene lì come un cadavere il giorno intero steso in quel cavolo di letto a guardare il soffitto e a fumare… Perché tanto è inutile restare qui, continuare questa vita di merda, solo tu puoi invece pensare che per noi tre siano sufficienti dieci euro al giorno! Ezio, te ne stai sempre qui dentro a ciondolare, dalla mattina alla sera. Mentre io… io, ogni santa mattina, pure la domenica, devo alzarmi e andare a pulire undici piani, uno di fila all’altro, e schizzare prima che si facciano le dodici, senza neanche il tempo di un caffè o una cavolo di sigaretta, correre ad acchiappare un 13 per attraversare tutta ’sta città – da un capolinea all’altro – e per fare cosa? Per andare a pulire il culo a una povera vecchia che mi dà quattordici euro per tre ore al giorno!». «Per la verità, te ne dà quindici di euro!» l’ho corretta come se questo potesse cambiare la mia condizione. Agata allora è tornata di là e non le ho sentito più dire nulla.

(altro…)