Letteratura italiana

I poeti della domenica #262: Edoardo Sanguineti, #3 (da “Stracciafoglio”)

stracciafoglio-poesie-1977-1979

3.

vivo da topo: (vivo da vero topo): (che si mastica le
.                              croste): (con le sue dure
gengive): (che si smaltisce, di questi tempi, questo
.                              plateau Settecento, non so,
tra Restif e Rousseau):
.                              e in data 8 c.m., ci risalta lì fuori,
.                              un’altra volta, il problema
della felicità: ritorno a predicarti per il precetto è:
.                              nuotare naturalmente dentro
la storia: (ossimoricamente detto, dunque): (come quel
.                              giorno che ti ho perduto a Pisa,
alla stazione): (in quella prefigurazione patetica): (con
.                              te tra i giovinastri,
tra gli addii):
.                  (così, tra il principio del piacere e la
.                              razionalizzazione, tra
il desiderio e la falsa coscienza): ma ancora naturalmente
.                              (cioè secondo natura
umana): (cioè secondo il lavoro): (nel quotidiano):
.                                                                            ti ho
.                               sentito molto emozionato,
una domenica mattina, al telefono: (eccessivamente
                               emozionato): (eccessivamente, per me,
emozionante): (e: me ne posso andare, mi sono detto):
.                                (e a te ho detto, invece: ma su,
coraggio): (navigando nell’inconcevable labyrinthe):
.                                (e tutto questo da un Duomotel
di Milano): (du coeur humain):
                                            (e ho parlato con Maria,
.                                 poco fa): (al telefono): (evoco,
invoco): (durante una cena solitaria): (e: soffro di
.                                 solitudine, se vuoi saperlo, da
sempre): (e: per sempre): (e: mastico e sputo):
.                                                                     (mi aspetta,
                                 me lo sento, la mia trappola):
(di quella da cantina, con il chiodo, per il cranio):
.                                                                          (e lì,
.                                  così, poi, zàc, cràc):

da Stracciafoglio (Poesie 1977-1979), Milano, Feltrinelli, 1980

I poeti della domenica #261: Edoardo Sanguineti, “in te dormiva come un fibroma asciutto…”

opus metricum

in te dormiva come un fibroma asciutto…

in te dormiva come un fibroma asciutto, come una magra tenia, un sogno;
ora pesta la ghiaia, ora scuolte la propria ombra; ora stride,
deglutisce, orina, avendo atteso da sempre il gusto
della camomilla, la temperatura della lepre, il rumore della grandine,
la forma del tetto, il colore della paglia:
.                             senza rimedio il tempo
si è rivolto verso i suoi giorni; la terra offre immagini confuse,
saprà riconoscere la capra, il contadino, il cannone?
non queste forbici veramente sperava, non questa pera,
quando tremava in quel tuo sacco di membrane opache

da Erotopaegnia, in Opus metricum, Rusconi e Paolazzi, 1960

Bende: inediti di Francesca Genti

BENDE

sondare la sintassi per cercare
un suono che faccia innamorare

se della persona io potessi
conoscere soltanto il corpo astrale
vedere l’animale che traspare
sotto bende di pelle e di parole
allora: si scioglierebbe il sole
la pietra sopra il cuore
si asciugherebbe
diventerebbe sabbia
poi granello

e la incastonerei sopra un anello
.

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Biancamaria Frabotta e la “trilogia della quarta stagione”

biancamaria_frabotta

Biancamaria Frabotta, foto di Dino Ignani

 

È da poco uscito per “Lo specchio” Mondadori il volume che ripercorre la produzione poetica di Biancamaria Frabotta, Tutte le poesie 1971-2017. Il libro, bellissimo anche nella fattura e dal permanente profumo di ottima carta, è un oggetto prezioso anche per chi della mia generazione abbia la fortuna di possedere tutte le singole raccolte. Si apre con Il rumore bianco (1982), «un libro stipato e compresso, simile al clima sovraeccitato di cui in qualche modo dava un suo stravolto resoconto»,¹ e si chiude con una silloge inedita, La materia prima, dal timbro completamente diverso e che compone con le due precedenti, La pianta del pane (2003) e Da mani mortali (2012), quella che l’autrice stessa chiama «trilogia della mia quarta stagione».²
Basterebbe far brillare le parole dei titoli, a partire da quello di cattaneiana memoria, per intuire la monade di questa “stagione” tutta dedita alla testimonianza di un ritmo più vasto rispetto al “clima storico sovraeccitato” con cui il tomo si apre. E comprendere fino in fondo la necessità di una virata di stile in cui il verso si addolcisce e si appiana e l’occhio, con una giravolta del cristallino, allunga la propria gittata proprio posandosi su quanto è paradossalmente più accanto. «Insomma non da ogni seme nasce una pianta, ma se accade, non c’è altro da sperare, malinconicamente, che essa ci sopravviva. Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi».³  (altro…)

I poeti della domenica #260: Amelia Rosselli, ah così pensavi che avresti trovato la felicità

.

ha so you had thought you would have found felicity
at the corner drug-
store, and are once more deluded, o you who wait
timelessly at the fountain and are shoved
back into your own
lair. nevermore nevermore do we say upon
each division from
glory, nevermore shall we illude our senses our very
essence, that again the blood might run flesh upon the white
block. Bring in your heavy load of dry herbs bring
in your pain and keep it frozen to your own
essence, it might shind itself into
white light, if you but
dig into it.

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“Da giovani promesse…” 2018. Il festival dal 16 maggio all’1 giugno a Padova

Dal 16 maggio al 1 giugno l’Ufficio Progetto Giovani del Comune di Padova presenta “Da giovani promesse…”, il festival letterario dedicato agli esordi letterari più brillanti e ai giovani autori del panorama editoriale italiano e internazionale.

Nella prima metà di maggio, due appuntamenti in libreria anticipano il festival vero e proprio: domenica 6 maggio, la scrittrice sudafricana Yewande Omotoso presenta “La signora della porta accanto“, mentre giovedì 10 maggio Philipp Winkler incontra il pubblico padovano con il suo esordio, “Hool“.

Il titolo “Da giovani promesse…” parafrasa l’affermazione del critico Alberto Arbasino che descrive l’evoluzione della carriera di uno scrittore che, nato come giovane promessa, spesso attraversa la fase del “solito stronzo” per poi diventare un venerato maestro.

Presentazioni letterarie, incontri di approfondimento, workshop e gruppi di lettura, senza dimenticare gli appuntamenti rivolti scuole: il festival nasce con l’intenzione di coinvolgere un pubblico sempre più eterogeneo e rendere protagonisti i giovani e i loro talenti, valorizzando, al tempo stesso, uno degli spazi culturali più importanti della città, il Centro Culturale Altinate San Gaetano.

moderatori saranno giovani professionisti dell’editoria, critici o scrittori, e dottorandidell’Università, che avranno l’occasione di portare il proprio contributo in un confronto “alla pari” con gli autori, coinvolgendo il pubblico in un dibattito sulle forme del racconto e sulla giovane narrativa italiana.

Non mancheranno gli incontri con gli studenti delle scuole superiori di Padova, che dialogheranno con gli ospiti del festival per scoprire il mestiere dello scrittore e approfondire con loro forme e contenuti della narrazione.

 

Il programma

Quando non diversamente indicato, gli appuntamenti si svolgeranno allo Spazio 35, al piano terra del Centro Culturale Altinate San Gaetano.

Tutti gli incontri sono ad accesso libero e gratuito.

Mercoledì 16 maggio – 18:30

Joshua Cohen
“Un’altra occupazione” (Codice edizioni)

con Giulio D’Antona

Giovedì 17 maggio – 18:30

Mattia Conti
“Di sangue e di ghiaccio” (Solferino)

con Ilaria Gaspari

Venerdì 18 maggio – 18:30

Marco Balzano
“Resto qui” (Einaudi)

con Emmanuela Carbé

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Le mani di Simone Burratti. Una nota di Andrea Detoma

«”Non scrivere: il Re dei Giudei, ma che egli ha detto: io sono il Re dei Giudei.
Ed egli rispose: “Ciò che ho scritto, ho scritto”»
Giovanni 19, 21-22

Questa iscrizione apre le porte di Progetto per S., col suo lapidario «Quod scripsi, scripsi» e con questa figura – Pilato – passata alla storia come pusillanime, ma che qui emerge come custode, come garante di questo libro.
P. protegge S. dal bigottismo.
Perché Pilato ha qualcosa in comune con Simone Burratti? Entrambi si inseriscono in un meccanismo sociale schiacciato dalla morale e, con la loro autorità, portano a termine con giusto sdegno il loro ruolo ordinario, schivando l’incudine e il martello con un unico scopo: salvare la propria coscienza. Perché Simone Burratti fa poesia per se stesso, prendendo una via propria, altra dalla morale, per spalancare la voce della propria innocenza. C’è chi, per aver coscienza pulita, cancella ogni giorno la cronologia del proprio computer, e c’è chi scrive Cronologia (p. 42), documentando per esteso una lunga serie di materiale pornografico. Dopo una prima lettura ho voluto rileggere questo libro, facendo attenzione alle mani, oltre che per Pilato, che, come nella vulgata, se ne lava le mani – nel capitolo 19 del Vangelo secondo Giovanni le mani compaiono solo quando il Cristo interrogato rivela a Pilato che il suo potere deriva da Dio, che glielo ha posto in mano −, ma perché le mani sono strumento essenziale di scrittura e di masturbazione.
Le mani nel Nostro compaiono diciassette volte: p. 21 «mani pulite», p. 22 «mani bianche», p. 31 «le tue mani, dammi quelle mani», p. 34 «come se la tua mano fosse troppo precisa per le misure sopra le molecole», p. 39 «le mie piccole mani da dinosauro», p. 50 «quando S. scrive a mano […] da un gesto con la mano […] tiene la porta chiusa con la mano […] sente il cielo sopra di sé come una mano inerte e gigantesca », p. 52 « la mani luminose», p.54 «il palmo della mano», p.57 «ti stringo la mano per il viaggio […] ma capisco che la mia mano possa anche prescindere da me […] ti stringe la mano», p. 59 «mi è venuto da premermi l’inguine con la mano». Ma i numeri contano poco, se non si capisce la centralità che le mani assumono come organo di affrancamento, come strumento di verifica che tutto non accada soltanto nella testa del poeta, esse sono il punto in cui la retta tangente della società incontra la circonferenza solipsistica dell’autore. Queste mani tentano di allungarsi, ma afferrano le incertezze e in ciò si riverbera un sentimento nichilistico che riproporziona l’agire del poeta nel mondo. Quando dico ciò, penso a Progetto per S. (p.34-35), dove già l’incipit «ci sono cose che non potrai mai prendere come se la tua mano fosse troppo precisa per le misure sopra le molecole» e più avanti «Una stupidità che si misura con l’altezza della voce. Ci sono cose che non potrai mai prendere – cerca di ricordarlo.»; ma per completare il quadro leggiamo oltre, prendiamo il punto 4. di questa poesia, Masada, antica roccaforte 100 km a sud est di Gerusalemme, teatro di un leggendario assedio, che terminò con il coraggioso suicidio di massa dei Sicarii guidati da Eleazar, che è inglobato nella poesia:

Salirai attraverso ciò che hai distrutto
dentro una luce simile a quella che ti ha scritto
per arrivare nel punto in cui tutti sono morti
senza più combattere, non essendo ………………..(11)
abbastanza, o per eccesso di sole. ………………….(11)

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Gli autunnali

Chi ha amato la Jeanne Hebuterne cantata da Vinicio Capossela, può serenamente chiudere gli occhi e addentrarsi nel percorso emotivo che traccia il protagonista di questo bel romanzo di Luca Ricci. Roma Prati, uno scrittore pentito ma più probabilmente appassito nelle idee e nell’entusiasmo, sposato da anni con Sandra, una donna lucida e ancora avvenente,  rassegnata serenamente a una vita che va comunque avanti, ma anche questa “relazione” sembra non avere più linfa e si consuma appassita in incontri sempre più diradati, dove la comunicazione si limita ai saluti di circostanza, a qualche reazione più rassegnata che sorpresa a atteggiamenti fuori dall’ordinario e a una sessualità realizzata più per dovere e pietà se non per una affermazione di un ruolo a cui si tenta di rimanere aggrappati come una foglia a settembre. Rimangono alcune piccole e simboliche cerniere: parlare per esempio di Eyes wide shut per provare a definirne un senso, ma è più un ritornello, quasi una parola d’ordine nella cui risposta si prova a mantenere vivo uno scambio o il ricordo di esso. Un romanzo su una storia d’amore alla fine? No. Il titolo si presenta allettante e stimolante nel suo essere al plurale, perchè la metafora autunnale (avete presente Bandiera di Mario Lodi?) nel procedere della narrazione si applica non solo al protagonista e ai suoi rapporti con gli altri, ma a chiunque ci interagisca: l’amico Gittani per esempio che tenta di mantenere in vita il suo rapporto con la moglie malata terminale di cancro attraverso una relazione con la sua infermiera. Ma il fulcro attorno a cui si dipana il tutto è Jeanne, la compagna suicida di Modigliani, ossessione del nostro protagonista che legge in una sua fotografia la possibilità di una nuova linfa, fino a immaginarsi una storia d’amore ai limiti del paranormale e dello spiritismo e che tenta di realizzare nel rapporto con una sua apparente sosia, una cugina della moglie. Ma ogni autunno nel prepararci all’inverno ci toglie inesorabilmente qualcosa ed è difficile rassegnarsi all’idea che il ciclo delle stagioni in realtà non ci appartiene ed è sempre fatale il tentativo di applicarlo taumaturgicamente a un corpo, a una passione. Qualcosa sempre discorda e stride con le ambizioni e in questo romanzo, Roma l’eterna con i suoi rituali legati sempre più a un turismo aciclico, non aiuta. Gemma non è Jeanne, Sandra reagisce all’autunno cercando nuova linfa, aprendosi a un mondo da cui sembrava esclusa, Gittani chiude la sua relazione con l’infermiera al momento della morte della moglie, rassegnandosi così a un inverno definitivo. Il nostro protagonista no, insiste nella sua ossessione e da scrittore mancato ci sprofonda come trama di un romanzo che altro non è che l’illusione di una realtà che non può più esistere, perché già scritta, già ciclicamente passata e a nulla vale l’atto finale, perché “Non era già tutto scritto, questi rapporti, queste concatenazioni non esistono, le vedi solo tu“. Un romanzo, una storia, una narrazione è qualcosa di più dei suoi personaggi e a differenza delle stagioni, non può mai ricominciare da capo allo stesso modo, pur sostituendone i protagonisti.

Luca Ricci, Gli autunnali, La nave di Teseo, 2018

Testi da ‘Abbiamo fatto una gran perdita’ di Alberto Cellotto

 

Hotel Misa, Marzabotto
Domenica 28 settembre pomeriggio

Caro Lucio,
non credo resterò qui a dormire stanotte. Sono partito ieri,
ho dormito in Veneto, e stamattina ho voluto visitare ancora
la città etrusca e la necropoli. Mi soffermo sempre
sulle ciotole e sugli aghi. Ho ripensato a Montreux e al
museo della città, dove c’è una collezione bellissima di ditali:
vacci una volta quando torni a Losanna. All’esterno
ho osservato l’erba e la strada che passa sopra la necropoli.
Quando sono andato al bagno ci sono rimasto a lungo,
seduto su una sedia in plastica. Non che mi sentissi male,
ma quella sedia era in una posizione perfetta, orientata secondo
l’asse che quella necropoli dispone e inclina ancora
oggi sulla faccia della terra. Posizione, orientamento e
inclinazione: se li trovi ci sei quasi. Quando è entrata una
giovane donna non ha evitato di chiedermi se stessi male e
mi servisse aiuto. Le ho risposto che poche volte ero stato
meglio in vita mia e sono quindi uscito di nuovo sull’erba,
alla penombra del boschetto dell’acropoli, diversa da
quella che avevo lasciato, più chiara, mentre più densa
scorreva l’aria dentro il petto.
Questo hotel è perfetto, ma mi ha preso l’ansia, aumentata
alla visione della fantasia animale dei copriletto, e sento
che è meglio se non rimango qui stanotte. Pagherò la
stanza tra poco e cercherò qualcos’altro vicino a Codigoro,
ma prima volevo scriverti che sarò in giro per una ventina
di giorni e ripasserò per Bologna prima di tornare a casa.
In quell’occasione ti chiamerò senz’altro. Ti scrivo così,
ho il telefono con me ma non il computer. Immagino tu
sia uno che ha scritto un sacco di lettere da giovane. Mi
sbaglio?
Ho stazionato sulla sensazione di essere torturato, qui
da solo, in questa stanza. Quel che vivo non è un rituale
di tortura e nemmeno l’ubbia che ci sia qualcuno che mi
perseguita da lontano con qualche maleficio. La tortura è
quella che mi porto in serbo da troppi anni, è essere attorcigliato
tra dire e non voler dire più nulla. Una postura
insulsa che ormai è diventata il mio tono di voce. A volte è
il desiderio di togliermi dalle spese, sebbene io non sia mai
andato vicino al suicidio. Di qua passa questo stordimento
che avanza come un’auto di notte in una strada di campagna,
tra le rane, le bisce e i ricci investiti che provocano
una lieve scossa sotto i pneumatici.
Che cosa resta da confessare, Lucio? Che cosa possiamo
confessare senza la tortura? E quanto dobbiamo
torturare ancora o essere torturati affinché le confessioni
accadano? Io non lo so dire meglio, ma credo che dovremmo
arrivare presto a essere tutti in preda a una foga di
confessione. Voglio che rimaniamo ben lontani da quelle
confessioni che ci capitano spesso, quell’espressione capace
solo di vuotare un sacco, lo sfogo, altrimenti facciamo
bene a continuare a diffidare delle confessioni, a sentirle
come estrema forma della malafede.
Il tempo oggi è buono, faceva un gran caldo e sono rimasto
a lungo nell’acropoli che è più in ombra e sopraelevata
rispetto al piano vasto dove si sviluppa la necropoli.
Ci dovresti andare anche tu un giorno. Poco fa sono passato
davanti a una trattoria vuota. Una cameriera sfaccendata
con la polo arancione del locale leggeva un quotidiano
e sono ripiombato nell’immagine della strada che per anni
ho percorso per andare al lavoro, con la collina davanti
tanto vicina che m’immaginavo spesso di andare a sbatterci
contro. Mi sono sempre chiesto in quale punto un’auto
può schiantarsi su una collina senza la dolcezza di una
strada in salita che prevenga lo scontro, come se la collina
fosse un muro a piombo dove si può finire a sbattere giungendo
da lontano a gran velocità.
Ti riscrivo presto.
Martino

*

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«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

Festival dei Matti 2018: il programma

Festival dei Matti – IX edizione

17-20 maggio 2018
Venezia
A margine. Abitare luoghi comuni.

Si parlerà del fatto che follia (quale che sia il senso che diamo a questa parola) è da sempre l’effetto di una messa a margine, a fondo pagina di discorsi che reggono soltanto bandendo il fuori campo. Una questione di spazi separati, dislocazioni non scelte, forzati trasferimenti, sradicamenti. Si parlerà di quei luoghi comuni – ideologie e pregiudizi – che chiudono i dialoghi, innalzano muri, barriere intransitabili, spazi chiusi che nulla hanno di comune e del dolore dell’essere spinti fuori gioco; ma anche delle condizioni che rendono inabitabili o abitabili i contesti, della cura che occorre perché sia possibile abitare da soggetti il dentro e il fuori, luoghi comuni, territori condivisi, comunità materiali e immateriali, garantendo a pieno la cittadinanza come chiede la legge 180, a quarant’anni dalla sua emanazione.  Come note a margine che riaprono i discorsi.

 

PROGRAMMA

Giovedi 17 maggio
Ca’ Foscari CFZ, Cultural Flow Zone
Ore 18.00

Inaugurazione del Festival

Saluti istituzionali

Anna Poma curatrice del Festival
Paola Mar assessora al Turismo Comune di Venezia
Flavio Gregori prorettore attività e rapporti culturali di Ateneo

Ore 18.30

Padiglione 25proiezione del film e dibattito

Padiglione 25. Diario degli infermieri (2016) di Massimiliano Carboni

Ne discutono Massimiliano Carboni (regista), Claudia Demichelis (antropologa e curatrice del libro), Vincenzo Boatta (infermiere), Maria Grazia Giannichedda (sociologa), Riccardo Ierna (psicologo-psicoterapeuta) (altro…)

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica

Non provate a pensare di trovarvi davanti alla semplice biografia di una sfrontata e maliziosa fotografa. Qui ci troviamo in un libro di Helena Janeczek la cui narrazione volutamente soffusa e “distratta” è come quella di una belva che segue una o più tracce di una preda in un percorso solo apparentemente casuale. Questo tipo di narrazione prescinde dall’idea di una linea retta; qui le tracce della protagonista (sì, proprio quella “sfrontata ragazza” di copertina) non si appoggiano solo sul terreno fresco delle date, dei documenti, degli archivi. In questo lungo e affascinante percorso ogni risoluzione di un indizio o di una traccia ne genera altri e altri ancora nell’incrociarsi con le narrazioni di tre dei suoi compagni di viaggio “superstiti”; Willy Chardack, Georg Kuritzkes e Ruth Cerf, tre personaggi che, in maniera diversa, sono stati più vicini alla protagonista e ne hanno condiviso la storia, le storie fino al primo agosto del 1937, giorno dei funerali di Gerda Taro, nome d’arte di Gerta Pohorylle, morta alla fine di luglio del 1937 all’età di 27 anni a Brunete sul fronte della guerra di Spagna, schiacciata da un carro armato. Gerda Taro quindi è la nostra ragazza con la Leica; prima reporter morta su un campo di battaglia e compagna del leggendario Robert Capa con cui ha raccontato fotograficamente il conflitto in Spagna. Il titolo e la copertina sono il primo “non indizio” da cui partire; la genericità del termine “ragazza”, una Leica che in realtà non vediamo, ma soprattutto quello sguardo, e quella gestualità. La figura di Gerda Taro per tutto il libro appare come un fantasma a cui non vengono associate imprese, ma è come se tutti i suoi 27 anni si fossero congelati in quell’attimo fotografico e tutto ciò che ha rappresentato, nel suo breve passaggio in vita, potesse così essere narrato solo come assenza, pesante, sconvolgente che, alla vigilia della sconfitta dei repubblicani spagnoli e la conseguente ascesa di Franco, arriva a rappresentarsi come soglia, limite, trauma di un’intera generazione transnazionale di intellettuali entusiasti nel loro coinvolgimento politico, costretti però improvvisamente alla disillusione e ad arrendersi per dissolversi davanti alla realtà di una guerra oramai persa, al successivo immediato esplodere della seconda guerra mondiale e a tutto quello che ne conseguirà. (altro…)