Racconti inediti

proSabato: Luigi Cecchi, Screech

©Luigi Cecchi

 

 

SCREECH

Massimo riprese coscienza prima di Elena, e prima ancora di aprire gli occhi tossì liberandosi del grumo di sangue che gli si era formato in gola. La cintura gli aveva salvato la vita, anche se forse qualche costola aveva risentito dello strattone, almeno a giudicare dal dolore terribile che provava ogni volta che inspirava, e peggio ancora dopo aver tossito. Schiuse gli occhi e si voltò verso sua moglie che era ancora priva di sensi, accasciata sul sedile del guidatore. Il suo airbag si era attivato, schiacciandola contro lo schienale. Era svenuta, ma sembrava meno acciaccata di lui. L’auto era ferma in mezzo alla provinciale. Erano le due di notte. Mentre percorrevano quel lungo rettilineo, qualcosa si era lanciato davanti alla vettura. Il fischio della frenata ancora riecheggiava nei timpani di Massimo, e lo scontro era stato devastante. D’altronde, anche se il limite era di 90 km orari, poteva giurare che Elena stesse correndo un po’ troppo. Di quel grosso animale, forse un cervo o più probabilmente un cinghiale, non doveva essere rimasto granché. Sul cofano ammaccato c’erano tracce di sangue e sebbene uno dei fari si fosse spento, l’altro illuminava abbastanza la strada da scorgere una sagoma nera proprio di fronte alla macchina. Una sagoma nera che dapprima sollevò un grosso braccio, poi l’altro, e infine si rialzò in piedi, barcollando. (altro…)

Gli arcani maggiori #5: IL PAPA

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Papa, carta del rapporto con gli altri.

Oggi Vanessa mi ha portato in un pezzo del suo mondo: la mensa della redazione. Entro con un pass di un suo collega assente, la lascio accanto al dispenser della frutta e mi avvio a prendere posto. Lei arriva dopo dieci minuti con un vassoio multicolore. Sono tutte verdure, una più dell’altra, ma una ha attorno della pasta e l’altra del formaggio. Devo stare attento, quando viene a casa, a togliere dal frigorifero perfino le fette di carne cruda. Non è vegetariana, ma non può soffrire l’idea che la carne esista.
«La gente che ti passa avanti in fila parlando dello scandalo delle discriminazioni degli indios in Perù è incredibile», dice mentre toglie il cappotto e lo appoggia sullo schienale della sedia. «Ora, io non credo di avere la stessa importanza di un indio discriminato, ma se fai un sopruso piccolo puoi fare anche un sopruso grande: oggi mi passi davanti in fila, domani vai in Perù e discrimini un indio perché si sono dimenticati di dirti che è socialmente ingiusto.»
Annuisco vigorosamente aprendo una busta di pane. Vanessa sistema i capelli a lei e a me.
«Dovrebbero fare una fila separata per gli stupidi», dice.
«E tu mi aspetteresti, mentre la faccio tutta?», le rispondo con gli occhioni più teneri che riesco a trovare. Mi sento proprio allegro, oggi.
Vanessa sorride con dolcezza.
«Sei proprio allegro, oggi.»
Mi consulto con il succo d’arancia. “È proprio bello che lei abbia scelto la tua stessa parola!”, mi dice il bicchiere. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #4: l’imperatore

Ventitidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’imperatore, carta dell’autorità.

La ragazzina dice che la madre non le ha lasciato i soldi per le ripetizioni, quindi non è che lei se li possa propriamente inventare, è una ragazzina, avrà un quindici euro nel portafogli, certo il portafogli di per sé di euro ne vale una settantina ma mica adesso lui può stare a scipparla e a correre via da quella casa inforcando l’ascensore.
«Me li dai la prossima volta. Assieme a quelli arretrati.»
«Che quanti sono, scusa?»
«Con questa fanno cinque.»
«Ammazza che esoso che sei», scherza lei.
Lei scherza.
Che cara ragazzina.
Lui scende di casa e prende il motorino. Attraversa Roma prendendo le corsie riservate ai tram per non ingolfarsi nel traffico, ogni tanto si chiede se dovrà pagare riabilitazione e casa di cura nel caso si spezzi le gambe in un binario, sono cose a cui uno non pensa.
Il barista sotto casa sua lo vede passare e gli chiede se ha finito la settimana. Una birra, allora, per festeggiare, ma lui non sa come dirgli che ha tredici euro che gli devono campare fino a lunedì e preferisce spenderli in tabacco, e grazie a Dio ha in dispensa tonno e fagioli per una settimana. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #3: L’imperatrice

 

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con L’imperatrice, carta della cura e del nutrimento.

Con la mezzanotte in arrivo la festa di Capodanno era fortunatamente agli sgoccioli e al momento mio marito sedeva a pochi metri da me. Aveva un nipotino, credo, sulle ginocchia, e una bambina in piedi accanto a lui gli balbettava in faccia una poesia. Spesso dimenticava qualche sillaba, e lui gliela suggeriva con piccoli movimenti della bocca. Era così sereno da avere una fossetta sulle guance e l’attaccatura delle palpebre gli si avvizziva a furia di sorridere. Una scena perfetta per una di quelle orribili porcellane bucoliche di cui si circondava nel Settecento Amalia di Sassonia.
Tu scendi dalle stelle, canticchiava in ritardo coi tempi qualche zia poco lontano. Eravamo tutti concordi che i bambini avrebbero dovuto al più presto andare a dormire, ma nessuno di noi aveva il coraggio di ammettere che erano gli adulti a non vedere l’ora di accomiatarsi. Avrei aperto volentieri le danze di questa confessione, se solo mio marito non mi avesse implorato prima di arrivare di dimostrarmi onorevole e garbata fino al termine delle celebrazioni.
Ragione ulteriore per aspettare la mezzanotte in gaia compostezza, e in compagnia dei nostri rispettivi pargoli, era il compleanno incombente della figlia della nostra padrona di casa, che avrebbe compiuto sette anni al passaggio del calendario. La festicciola di compleanno che sarebbe seguita era la ragion per cui non avevamo potuto sottrarci dal portare il Furetto con noi. Al momento, il Furetto si faceva ordinatamente battere a sasso carta forbice dal fratello della futura festeggiata, in un angolo della stanza. Mi chiedevo dove avessi sbagliato come madre. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Cloud

©Luigi Cecchi

 

 

CLOUD

Lamberto Paris si ritrovò con la testa conficcata in una nuvoletta. Era densa e soffocante, umida e fastidiosamente calda. Si era formata quando tutti quei pensieri sul senso della propria vita si erano addensati a causa della differenza di temperatura tra le prospettive e la realtà. Ma come era successo? Pochi attimi prima, avendo terminato in anticipo le cose noiose che l’ufficio frodi gli aveva imposto, aveva aperto Facebook e si era messo a leggere i post di una delle tante pagine che mettevano in ridicolo il comportamento degli altri. In particolare, questa consegnava alla gogna pubblica i discorsi di un gruppo di casalinghe che ogni pomeriggio seguivano e commentavano telenovele spagnole o latino-americane. Lamberto rise compiaciuto della propria superiorità intellettuale, di fronte a quelle cretine che buttavano la loro esistenza nel cesso discutendo di torbidi amori e di intrecci improbabili, per non parlare di chi dichiarava apertamente il proprio amore per uno o per l’altro protagonista baffuto di turno. Lamberto commentò pure: «Ahahah che dementi, ma queste votano? non ci credo». (altro…)

Gli arcani maggiori #2: la papessa

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Papessa, la carta della conoscenza nascosta.

 

6 novembre 1893

San Pietroburgo

Morte di Tchaikovsky

Non è essere in ginocchio questo tuo cadere bocconi nella neve.
Ti guardo da lontano, ti osservo.
Hai scelto questo luogo per crollare in mezzo agli altri, i falciati dal colera, e se hai una fiala è ben nascosta, ben pressata in mezzo al bianco. Cadi per confonderti, mentre precipiti nessuno ti distinguerà da loro, e non importa che tu sia stato il richiesto, l’applaudito, il desiderato.
Per la bambinaia che ti ha cresciuto eri il bimbo di vetro. L’hai ritrovata, è stato un caso, mentre perdevi tutto, mentre meditavi per te stesso una sinfonia che terminasse col tuo stesso terminare. Vedi quante cose so di te? Anche un tempo, quando ne riportavi centinaia nelle tue lettere intricate che non venivano mai al punto, che impostavi febbrilmente a tre ogni giorno – anche allora quello che dicevi non bastava a quello che sapevo già di te. Ti ricoprivo d’oro, ti chiamavo mio signore. Erano arroventati, i miei biglietti. Nessun pensiero, se non quello di me, doveva mai staccarti dal violino. Ti chiedevo di non incontrarci mai, e passavo, avvolta negli scialli, sotto il tuo balcone; acconsentivi, e visitavi, mentre io non c’ero, casa mia. Solo quel giorno, al parco, per errore, l’uno verso l’altra – siamo stati bravi a non sfiorarci neanche il palmo dei cappotti.
Ero la prima ad ascoltare le tue visioni; tu non lo sai quanto chiudevo gli occhi ad ogni brano, come tremavano le mani ogni volta che ricevevo un pentagramma. Mi hai regalato la tua Quarta. Ero il tuo migliore amico, così mi hai schermata al mondo. Dopo tredici anni ti ho chiuso ogni altra porta, e ancora si interrogano su quanto a lungo ti sia chiesto cosa potrai aver fatto. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #1: Il Mago

Ventitré carte, ventitré racconti. Per ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile. Buona lettura con Il Mago, la carta della persuasione.

Al rumore Fabrizio posa il compasso e si avvia verso la porta. Per sopportare il fastidio di una novità la sua mente resta aggrappata al banco da disegno. Ha implorato una quantità di lavoro che lo inchiodi alla seduta finché è ora di dormire. Non può né vuole fare altro che progettare. Vuole essere acqua nella brocca bucata e masso che torna a valle. È il modo per stare senza Ada. Se pure dovesse terminare, mangerebbe di notte quello che ha disegnato durante il giorno.
Va alla porta, chiede chi è. Nessuno, dall’altro lato, risponde. È lì l’intuizione, lì che comprende, e allora apre di corsa.
Ada è perfetta. Ada ha il cappotto con cui l’ha conosciuta mentre lei usciva dalla villa, vasta macchia nocciola dal collo chiaro. È alta sui tacchi, e trema. Ha sognato spesso che lei li togliesse per girargli per casa, sulle punte dei piedi scure per le calze o nuda con quel corpo che immagina bianco, leggermente appesantito dall’età. Ha le mani in tasca, i capelli mossi da poco con le dita perché non sembrassero disordinati, gli occhi scuri e cerchiati. La sapeva depressa, clinicamente depressa, dal primo giorno in cui le ha stretto la mano.
«Che è successo?» chiede Fabrizio restando fermo sulla porta. Aveva cominciato a sognare immediatamente, quella sera, tornato a casa. Quei sogni di adolescente in cui la regina infelice viene strappata alla prigionia del drago dal cavaliere che se ne innamora. Invece di cominciare a disegnare la veranda commissionata, aveva fatto piccoli ritratti a carboncino di lei.
«Scusami, Fabrizio. Avevo bisogno di salutarti. Sono stata stupida, non so nemmeno se sei solo.»
Fabrizio resta un attimo zitto, poi ride. Le fa spazio per entrare, nota che lei si incassa nelle spalle.
«Per cortesia», dice lei, «non ridere. Non ridere di me, è stata una giornata orrenda.»
Fabrizio smette di colpo. In imbarazzo, mentre lei siede già sul divano, prende un cioccolatino da un bicchiere su una libreria, e ne offre uno a lei.
«Non stavo ridendo di te. Non stavo ridendo nemmeno, in realtà. Prendi.»
Con gli occhi gonfi di un piccolo animale Ada prende il cioccolatino, lo scarta e lo mette in bocca senza masticare.
«Me ne lasci uno anche per il viaggio?» dice Ada ancora seduta sul divano, le mani strette, mentre Fabrizio la guarda dall’alto. Lui si sforza di non reagire, dice solo lentamente:
«È inutile che io ti chieda dove andate.» (altro…)

Gli Arcani Maggiori #0: Il Matto

Ventitré carte, ventitré raccontiPer ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile, lasciando parlare soltanto le carte. Buona lettura con Il Matto, la carta dell’istinto.

 

“Non lo so” non mi sembra un argomento
adatto per un racconto.

Qualcuno di mia conoscenza

 

Quando l’uomo si vide alle strette, perché non aveva più soldi e doveva lasciare la casa dove abitava, prese un’importante decisione.
«Da quando ho imparato a dire dei no, ne avrò pronunciati alcuni che mi hanno fatto perdere delle opportunità. Ma ogni volta che ho detto sempre sì, ho percorso delle strade che ne hanno chiuse altre più favorevoli. Bene. Stanno suonando le campane di mezzogiorno. Da adesso, per ventiquattro ore, a ogni domanda diretta risponderò: non lo so
Così si mise a braccia conserte, nella casa che doveva lasciare senza averne un’altra da abitare, e aspettò la sorte.
Dopo qualche minuto il telefono squillò: era un suo amico che conosceva la sua situazione e l’aveva presa a cuore.
«Volevo dirti» comunicò «che ti abbiamo trovato un lavoro in un posto lontano, e una casa in un posto lontano. Sono lontani, ma lavoreresti subito e avresti dove stare. Cosa ne pensi?»
Ogni cellula dell’uomo gridava sì, ma aveva fatto una promessa.
«Non lo so», rispose.
Il suo amico se la prese a morte.
«Bene. Noi ti abbiamo aiutato. Ma se tu sei pigro, e ti scoraggia il fatto che è lontano, non sappiamo cosa fare per te.»
L’uomo guardò il telefono, e si maledisse: «Avevo risolto i miei problemi, e ora per questa stupidaggine sono punto e a capo! Maledetta sorte!»
Per molto tempo il telefono stette zitto, poi squillò di nuovo. Era un altro amico che conosceva la sua situazione e l’aveva presa a cuore.
«Ascolta. C’è una casa nel tuo quartiere che va in affitto tra un mese, il tempo di finire di ristrutturare la facciata. Cosa ne pensi?»
Tutto tremante, l’uomo rispose:
«Non lo so.»
«Bene», rispose l’amico, molto deluso. «Pensaci su. Avviserò il proprietario.»
Ma prima ancora che l’uomo potesse maledirsi, il telefono squillò di nuovo.
«Sono il proprietario dell’appartamento», disse una voce affannata. «La prego, voglio fittarlo a una persona fidata e mi parlano bene di lei. Lo prenda da subito, ovviamente gratis per il primo mese per il fastidio della ristrutturazione, e se non le piacerà non se ne farà nulla. La prego, mi dica di sì.»
«Se la mette in questo modo, posso dirglielo.»
Il proprietario riattaccò tutto felice.
«Incredibile!», disse l’uomo a se stesso. «Se non avessi detto non lo so al mio primo amico, ora avrei dovuto cambiare quartiere!». E tutto felice si mise a impacchettare libri e stoviglie.
Cambiò casa quella sera stessa, e la nuova casa gli piacque subito molto. Ma la notte non riusciva a dormire, perché pensava a come l’avrebbe pagata dal mese successivo. Così si alzò e prese i giornali con cui aveva imballato i piatti, e ritagliò gli annunci di lavoro. Trovò una Grande Azienda che faceva al caso del suo curriculum e tornò a dormire.
Il mattino dopo si presentò alla Grande Azienda, e tutti rimasero molto impressionati dal suo curriculum.
«Le offriamo un lavoro da millecinquecento euro al mese: che ne pensa?»
«Non lo so», rispose lui, fiducioso.
Gli uomini rimasero interdetti.
«E se raddoppiassimo l’offerta?»
«Non lo so», rispose ancora lui.
A questo punto erano profondamente colpiti: doveva avere un’enorme fiducia in se stesso per rispondere in quel modo! E la fiducia in se stesso era requisito fondamentale nella Grande Azienda. Così decisero di portarlo direttamente dal direttore.
L’uomo li seguì fino in direzione. Notò prima le piante, poi le grandi finestre, poi il direttore, che stava seduto alla sua scrivania e temperava una matita. Solo per ultima, perché era nascosta, notò l’assistente del direttore. Era seduta a gambe accavallate. La vide e pensò a una cosa. Pensò a lei che toglieva delicatamente le spine da una rosa, senza sorridere e tutta concentrata, per metterla dentro a un bicchiere. Immaginò le tende dentro quella stanza immaginaria, e la luce che filtrava da quelle tende. E anche se non vedeva tutto quello che stava immaginando, capì che non avrebbe mai visto nulla di più bello.
Intanto gli uomini che lo avevano accompagnato si erano chinati all’orecchio del direttore e gli avevano detto qualcosa. Anche lui era rimasto molto impressionato.
«Lei deve lavorare con noi», tagliò corto con aria sorridente. «Su, forza, mi stringa la mano e mi dica che è fatta.»
L’uomo gli porse la mano e gliela strinse forte. Furono tutti molto sollevati.
L’uomo uscì dalla stanza, e l’assistente lo seguì. Aveva un passo rigido ma svelto.
«Benvenuto», disse. «In che reparto sei?»
«Non lo so.»
«Allora ti accompagno a dare un’occhiata in giro. Tanto sono libera fino a mezzogiorno, poi devo andare via.»
Lei gli fece da guida, e indicava le cose con le mani, che erano lunghe di una grazia innaturale. A mezzogiorno esatto, erano fuori dalla Grande Azienda.
«Facciamo la stessa strada?», chiese lei. «Io vado a sinistra.»
E lui, che per tornare a casa doveva andare a destra, guardò l’orologio e rispose:
«Chiedimelo tra un minuto esatto, per favore.»
A lei sembrò una richiesta ben strana, e le sembrò ben strano lui. Ma lo guardò con curiosità, e decise di accontentarlo. Così, a mezzogiorno e un minuto domandò:
«Facciamo la stessa strada?»
«Sì», rispose lui.

© Giovanna Amato

proSabato: Luigi Cecchi, Cruel – CRUDELE

©Luigi Cecchi

Cruel – CRUDELE

«Buongiorno Bernardo.»
Bernardo non rispose. Facendo scivolare la ciabatta sul pavimento, si era accorto che si trattava di gres porcellanato. Rimase qualche secondo imbambolato sulla soglia della stanza, fissando i propri piedi. Gres porcellanato. Poi Carmela fece un cenno e l’infermiere accompagnò Bernardo a sedersi. Mentre gli veniva sistemata la flebo di fianco alla sedia e gli veniva portata una bottiglietta di acqua versione limited firmata da Patrizia Giusel, Carmela riprese a scorrere il fascicolo del paziente. Ricordava ormai ogni paragrafo a memoria, poteva recitarli, ma sapeva che fingersi indaffarata avrebbe allentato un po’ la tensione.
«Lei mi conferma che il suo nome è Bernardo Caroselli, nato a Perugia il dodici ottobre del quarantaquattro?»
Bernardo scosse la testa. Non si capiva bene se fosse un sì, un no, oppure uno spasmo dei muscoli del collo, ma Carmela lo prese per un sì. Pulito e rasato come ogni mattina, Bernardo non assomigliava affatto alla persona che avevano internato quasi quindici anni prima. Solo una cosa era rimasta identica a quel giorno: lo sguardo sinistro, perso nel vuoto. Finto.
«Voglio tornare a casa.» Biascicò il vecchio.
«A casa.» Ripeté Carmela.
Con pazienza sfogliò qualche pagina del fascicolo. La casa del signor Bernardo Caroselli. C’era un disegno dettagliato dell’abitazione, una struttura rurale su due piani, piano terra in muratura, piano superiore in legno. Spazi interni irregolari, arredata in maniera spartana.
«Ho notato che prima osservava il pavimento. Come mai?» Domandò Carmela.
«Gres porcellanato, effetto pietra. È consigliato in strutture come queste, richiede poca manutenzione. Resistente all’abrasione, non si rompe.»
La donna annuì lentamente, mordendosi le labbra. Estrasse una penna dal taschino e annotò qualcosa su un foglio.
«Voglio tornare a casa.» Ripeté con maggior chiarezza Bernardo.
«Lei sa perché conosce tutte queste cose sul gres?»
«Voglio tornare a casa.»
«Mi risponda, e la farò tornare a casa. È questo l’iter burocratico, ricorda? Deve ottenere l’autorizzazione da un paio di persone.»
Bernardo si asciugò gli occhi. Fece scivolare le dita raggrinzite sul viso solcato da profonde rughe, come se non lo riconoscesse. Si soffermò qualche secondo sul proprio mento, scoprendolo privo di barba.
«Sono… la mia impresa… sono un grossista di materiale edile.» Disse.
«Esatto, Bernardo. Lei vendeva gres. Tra le altre cose. Quei pavimenti, forse, sono stati comprati dalla sua azienda, tanti anni fa.»
«Io non sono un grossista di materiale edile! – Esclamò il vecchio, contraddicendosi. – Quello è… il mio spettro… la mia ombra nel mondo oscuro.»
«Quella è la sua attività, Bernardo. O almeno lo era, fino a quindici anni fa. Adesso è gestita dai suoi figli, che probabilmente la gestivano anche da prima del suo internamento, perché lei non era più in condizioni di farlo.»
Lo sguardo di Bernardo si fissò sul soffitto, poi sulla scrivania di metallo, poi sul proprio vestito. Un pigiama sciatto e consunto, sul quale era stata appesa una spilla con un numero: 2084.
«Duemila… ottantaquattro…» Lesse ad alta voce. (altro…)

PoEstate Silva #42: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, IV

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

4. La cistite

Il giorno prima Susan era stata una mamma perfetta: aveva fatto un enorme castello di sabbia insieme al figlio, inginocchiata per ore in riva al mare a scavare buche e a costruire torri, ponti e fortezze. Era venuto fuori un castello meraviglioso e quelli che passavano lo avevano ammirato. Per un po’ erano rimasti a guardarlo orgogliosi. Il marito si era complimentato con madre e figlio e aveva fatto una foto. Erano tornati a casa dopo il tramonto cantando “Sail away” e “I’m just a jealous guy”. Dopo la doccia, Susan si era sentita male. Aveva sentito un dolore crescente alla schiena e poi i dolori erano diventati una brutta cistite.
Si mise a letto e cominciò a bere acqua. Passò la notte a urinare con bruciori terribili. Prese subito un antibiotico e non chiuse occhio. Il giorno dopo stava un po’ meglio ma disse al marito e al figlio che sarebbe rimasta a casa a riposare.
E così restò a letto fino alle undici quando si alzò e decise di esplorare il paese. Non era un vero e proprio paese; il centro abitato si trovava a qualche chilometro dalla casa e dalla spiaggia. Avevano trovato l’alloggio su un sito e le recensioni erano buone: la proprietaria, una ragazza gentile, li aveva accolti con un grande sorriso e aveva spiegato tutte le cose importanti: le due bombole del gas (ce n’era sempre una di riserva), come aprire e chiudere le zanzariere, eccetera eccetera. La casa era minuscola ma aveva un terrazzo e una bella vista sulle colline. La spiaggia era a un chilometro di distanza e vi si arrivava percorrendo una strada sterrata, passando accanto a un maneggio con cavalli pacifici e sonnolenti che ogni tanto risalivano la collina insieme a gruppi di turisti.
Prima di uscire Susan andò in bagno, stava decisamente meglio ma non era ancora completamente guarita. Per strada si mise a fotografare le piante lussereggianti, gli eucalipti, gli olivi carichi di frutti, i fichi, gli oleandri. Tutto era profumato e straordinario. Raggiunse il piccolo supermercato e pensò di entrare a comprare qualcosa per la cena. Fece un giro tra gli scaffali e prese della salsa di pomodoro, poi nel banco dei prodotti locali vide una pasta simile ai ravioli, ripiena di patate e menta. Sì, avrebbe cucinato quelli. Mentre era intenta a guardare i prodotti tipici di quella bella terra, sentì il bisogno urgente di urinare. Non poteva trattenersi e allora si fece coraggio e, arrossendo, chiese ad un ragazzo che stava mettendo le merci sugli scaffali se poteva usare il bagno. (altro…)

PoEstate Silva #40: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, III

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

3. Il gelato

Per un po’ ci fu solo il gelato. Una coppa di vetro: cioccolato, crema, nocciola e poi panna montata e ancora cioccolato fuso. Senza sollevare lo sguardo, affondava il lungo cucchiaio di metallo nella coppa e con gli occhi socchiusi mangiava il suo gelato. Aveva i capelli corti, castani e un po’ scialbi, un vestito da brava ragazza bianco e blu che copriva appena il ginocchio. Intorno, sul terrazzo dell’albergo, una folla abbronzata assisteva allo spettacolo di musica latino americana con giovanissime ballerine sensuali e scalmanati ballerini acrobati.
A metà gelato la donna guardò davanti a sé. Di fronte, su un altro divano, stavano seduti un uomo e una bambina di circa due anni. L’uomo la teneva sulle ginocchia e la faceva ballare al ritmo della musica. Anche la donna cominciò a muovere pigramente la testa a destra e a sinistra, il cucchiaio sospeso a mezz’aria, cercava di attrarre l’attenzione della bimba che invece non si voltò. Allora riprese a mangiare il gelato, affondò nuovamente il cucchiaio nella coppa e con gli occhi socchiusi lo portò alla bocca.
Il cameriere apparve alle sue spalle, un giovanotto abbronzato, dai capelli corti e scuri. Le chiese qualcosa, reggeva un vassoio. La donna cominciò a parlargli con entusiasmo, una risatina acuta e troppa allegria fecero voltare l’uomo.
– Che fai, adesso ti metti a flirtare con il cameriere?
La frase fu accompagnata da un sorriso sprezzante e subito dopo l’uomo tornò a guardare lo spettacolo, abbracciando un po’ di più la bambina.
La donna tentò di ribattere qualcosa ma il cameriere era tornato con due piatti colmi di tramezzini. L’uomo chiese come mai fossero così tanti e il cameriere disse che avevano ordinato due tramezzini. In realtà avevano detto uno, ma preferì lasciar correre. La donna fece per chiedere il conto ma il cameriere disse che il signore aveva già pagato. La bambina si liberò dall’abbraccio e cominciò a frugare con le manine nel piatto. Prese un tramezzino e poi un altro fino a quando il padre la tirò di nuovo dolcemente a sé, facendola sedere di nuovo accanto a lui.
La donna raccolse dal fondo dalla coppa di vetro l’ultimo cucchiaio di gelato. Appoggiò il bicchiere sul tavolo e ricominciò a muovere la testa a ritmo della musica, come un jolly con la molla che esce all’improvviso da una scatola.
La bambina era stata adottata: bruna e minuta, era forse sudamericana. Si teneva aggrappata al nuovo padre con tutto il corpo mentre non sembrava mostrare alcun interesse per la nuova madre. L’uomo era completamente rapito dalla bambina, le dava da mangiare, le parlava e quando la bambina prese a ballare davanti a lui cominciò a battere le mani al ritmo della musica. Poi guardò la donna come a dire: “guarda come è carina!”. Allora la donna si alzò e prese a ballare, tendendo le mani verso la bambina che invece di andarle incontro si rifugiò nelle braccia del padre. (altro…)

PoEstate Silva #38: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, II

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

2. Nessie

Fino a quel momento era andato tutto benissimo: Marco aveva parcheggiato a poche centinaia di metri dalla spiaggia più bella dove da tempo voleva portare Giulia e il figlio Matteo. Erano arrivati a un passo dalle dune e dalla laguna. Quella domenica non faceva troppo caldo, c’era solo un po’ di vento ma Marco aveva fissato l’ombrellone con la corda e ora sembrava ancorato alla sabbia. Era tutto perfetto. Nel frigo portatile c’era perfino una birra. Giulia gli aveva detto che non c’era più spazio, ma lui era riuscito ad infilarne una ben fredda. La coppia di amici con cui erano venuti al mare erano i genitori di un amico di Matteo. Si erano visti qualche volte durante l’anno scolastico ed erano abbastanza simpatici. Alberto aveva un ombrellone rosso e lo aveva piantato senza nessuna tecnica particolare. Marco pensò che sarebbe volato via al primo colpo di vento ma non disse nulla, per non sembrare arrogante. Quello che importava era aver creato quella grande ombra per i due bambini che adesso impazienti chiedevano di entrare in acqua.
Non sapeva nuotare Matteo e gli avevano comprato un drago salvagente. Mentre lo gonfiava, verde smeraldo e con gli occhi rossi, Marco propose di chiamarlo Nessie. “Come il famoso mostro di Lochness!”.
A Matteo piacque quel nome ed entrato in acqua, si aggrappò a Nessie con un grande sorriso fiducioso. L’altro bambino si mise a nuotare con la madre verso il largo.
Era proprio la giornata perfetta: il cielo azzurro e il mare cristallino. Giulia, un po’ timida con il suo due pezzi turchese, per via delle forme generose si era spogliata lentamente mentre l’amica aveva svelato un corpo snello e abbronzato. Marco mise un braccio intorno alla vita di Giulia mentre stavano a riva, come per rassicurarla che la trovava bella e attraente ma lei si sciolse dall’abbraccio per tuffarsi:
– Ma è gelata!
– No, se nuoti ti scaldi! – la incoraggiò Alberto.
Anche lui come la moglie con i muscoli ben scolpiti, si era tuffato subito dopo Giulia e ora le nuotava accanto. Ridevano allontanandosi dalla riva, Giulia nuotando a rana, bianca e morbida. Marco rimase da solo con il figlio e Nessie.  Sentì una gelosia improvvisa e tentò di ascoltare la conversazione tra Giulia e Alberto, ma era impossibile con il rumore delle onde e la gente intorno. Il vento stava diventando più forte ma il suo ombrellone sembrava non temere le folate, saldo come una quercia. Quello rosso di Alberto tremava ma ancora resisteva.
Nel frattempo l’amico di Matteo e la madre erano tornati a riva. Marco si voltò a cercare con gli occhi Giulia ma era a largo in compagnia di Alberto. I bambini volevano guardare i pesci sotto acqua e Matteo si staccò da Nessie. I pesci passavano tra le dita dei piedi argentati e velocissimi. Mentre Matteo tentava di afferrarne uno, una folata di vento fece volare via la grande e placida Nessie. Mentre rotolava veloce verso il largo, la testa spariva e riappariva con gli occhi rossi e fiammeggianti. Matteo scoppiò a piangere: – Nessie, Nessie! Papà Nessie vola via!
Marco cominciò a nuotare verso il salvagente ma il vento lo faceva allontanare sempre di più. In quel momento Giulia e Alberto avevano raggiunto la riva. Marco rinunciò all’impresa e tornò indietro.
– Niente da fare, si è allontanato troppo. – annunciò alla moglie e al figlio. (altro…)