Racconti inediti

Martino Baldi: Ipotesi sulla scomparsa di Hermano Quetzalcoatl

Illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

 

[secondo di quattro racconti (Qui il primo) di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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Già affrontato il caso di Hermano Quetzalcoatl, mi preme fare qui alcune precisazioni. Per quanto sostenuta da storici di indiscutibile rilevanza, quella riportata nel capitolo dedicato al genio precolombiano non è l’unica versione attestata della sua scomparsa. Esperti altrettanto autorevoli ne contestano la veridicità attribuendone la mitopoiesi alla smisurata venerazione degli aztechi nei confronti dell’allenatore -poeta. Quest’ultimo eterogeneo gruppo di studiosi ha avanzato una ipotesi che collegherebbe la sparizione al suo dongiovannesco passato. Del resto, al tempo degli eventi precedentemente narrati, la fama di Quetzalcoatl aveva già solide radici in ogni angolo del paese e in gran parte del continente: la paternità del “bacio volante” gli era ormai universalmente accreditata.

Questo suo particolare talento cominciò a manifestarsi in età scolare. Invaghitosi di una compagna di studi, Quetzalcoatl passava le lunghe ore di scuola con lo sguardo fisso sulla bella desiderata e la mente rapita da ardenti pensieri. Fu una mattina di aprile a far scattare la scintilla. Nel bel mezzo di una noiosissima esercitazione mnemonica* la conturbante figliola si voltò involontariamente verso l’innamorato e, indugiando i suoi occhi su quelli del giovane, egli si sfiorò delicatamente il palmo della mano con le labbra e con un soffio indirizzò il bacio all’amata. Belintzin, questo il nome della giovane, se ne sentì subito fisicamente toccata. Un brivido le corse lungo la schiena per zampillare in qualcosa di piacevolmente fluido e imprecisato all’altezza dello stomaco e di qui scendere ulteriormente. Dovette chiudere gli occhi per contenere quel fremito e non farlo evaporare, per capire di cosa si trattasse.

Da allora Quetzalcoatl prese a spedirle quotidianamente, tra un’esercitazione e l’altra, baci su baci. La sua tecnica si affinava di giorno in giorno. Dai più semplici baci volanti, comuni anche al nostro tempo, arrivò ad eseguire gesti di abilità insuperata. Una mattina, durante un compito, fu stupefacente per Belintzin sentirsi baciata all’improvviso proprio sulle labbra, come da un angelo, senza che il suo sguardo fosse rivolto all’unico capace di tanto. Ma l’ardore di Quetzalcoatl non si fermò: l’ormai sedotta ragazza divenne bersaglio di baci volanti nei momenti meno prevedibili e nei punti fino ad allora più impensati del corpo. Labbra invisibili le inumidivano il collo, le mordicchiavano i lobi, le accarezzavano le caviglie e le ginocchia. L’apice fu toccato allorché Belintzin, durante un’importante interrogazione, cominciò improvvisamente ad arrossire e a balbettare: qualcosa di invisibile le stava scivolando sotto l’estiva vesticciola, lungo le gambe ambrate, scompigliandole la biancheria. Ma la giovinezza è turbinosa, e Belintzin non seppe resistere alle sue forze centrifughe. Hermano, preso da studi matti e disperati, non aveva tempo a sufficienza per saziare le appetitose necessità della compagna e questa, stregata dai brividi del corpo e non cosciente della rarità della sorte toccatale, pensò di trovare altrove il piacere che il baciatorepoeta le aveva svelato. Superfluo specificare che la sua ricerca era destinata a fallire ma fu proprio questo a renderla maniacale, così che la bella e fresca ragazza finì per trasformarsi in una lupa affamata che fiutava le prede agli angoli delle strade, agli ingressi dei templi, dello stadio e perfino all’uscita delle scuole medie.

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Michele de Virgilio, La madre rettile

parigi, foto gm

Michele de Virgilio, La madre rettile

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Quanto gliene fregasse ormai del mondo, si capiva dalla sua maniera unica di ruttare. Le sue emissioni d’aria, che risalivano dallo stomaco e si spandevano nell’oscurità, non ricordavano nemmeno un poco la bellezza dei tramonti garganici persi nel sole, ma piuttosto lo sguardo truce dei cinghiali di notte; quando la sensazione di aver oltrepassato i confini del buio si faceva pungente e la parola pudore si disfaceva nell’aria, come la parte inferiore di una moka da mezza pensione sciacquata sotto il rubinetto. In due parole: diventava optional.

Tutto nauseante, lettore. Lo comprendo. Soprattutto se ti viene quella voglia sempre malata di criticare qualcuno, ignorando che non tutti a questo mondo hanno avuto i sorrisi che hai avuto tu.  Perché correggimi se sbaglio, lettore, ma tu finora non ti sei svegliato nemmeno un giorno della tua vita con la necessità (di gran lunga più sana del tuo pregiudizio) di berti mezzo litro di Jack Daniel’s invecchiato per affrontare la vita.

Mia madre aveva solo ventiquattro anni, l’ultima volta che la vidi. Dopo aveva svolto diversi mestieri, ma quello che l’aveva limata di più nell’anima -come nelle vene varicose-, era stato pulire i cessi di un Autogrill situato nei pressi di un paesino simil-toscano, che a sua volta si affacciava come un topo unto nell’olio sulla provinciale Bari-Taranto. Ricordo ancora la scritta che fece affiggere su uno di quei muri sgranati dalla vita (da donna alta e ironica qual era, pur non avendo mai frequentato la pittura del Veermer): «Ricordate che la mano che lava questi cessi, è la stessa che vi prepara il caffè». Non aveva molto senso, dunque, pensare che fosse una donna comune pur avendo svolto i mestieri più infami (e quando dico infami dico infami) compreso quello della prostituta a ore, in un albergo romano di lusso per politici di un certo rango. Capisci, lettore? Della serie che poi mi si domanda quale sia la forma politica più consona alla mia indole, roba da mettere le mani al collo dell’indagatore-alligatore e stringere, stringere e stringere ancora più forte, fino a sentire l’odore della pelle bruciata (dal dolore, suppongo) sotto le unghia nere di sangue bugiardo.

Fatto sta che la donna moriva di bellezza dopo due anni e mezzo dal suo sedicesimo matrimonio; e morire di bellezza, fidati caro lettore, equivale al tradire l’alba per un pescatore assonnato. Nel breve: un uomo si era invaghito di lei, a una festa in spiaggia. L’uomo che frequentava in quel periodo si era ingelosito pure il sangue e un colpo era partito dalla stretta cannula di una delle sue 84 Revolver dei poveri per finire in un cranio apparentemente lucido e senza pensieri. Fine della storia. Un funerale con notizia sul giornale e due fiori facevano da sottotitoli a un film cominciato male dall’incipit.

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Martino Baldi, HERMANO QUETZALCOATL, L’ALLENATORE POETA

Quetzalcoalt, illustrazione originale di Fubi per Poetarum Silva

HERMANO QUETZALCOATL, L’ALLENATORE POETA

[primo di quattro racconti di Martino Baldi tratti dal libro inedito Storia del Calcio per fatti memorabili (ma dimenticati), illustrati per noi da Fubi. Per me è una gioia vera condividere con voi la bravura di questi due amici, la loro inventiva, il loro genio. C’è sempre un modo nuovo per raccontare il calcio, questo è uno di quelli che preferisco – Gianni Montieri]

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Caso più unico che raro nella storia del calcio mondiale è quello del messicano Hermano Quetzalcoatl, designato tecnico della nazionale mesoamericana per investitura divina. Già scultore, pittore, poeta, filosofo, astrologo e dongiovanni, Quetzalcoatl intraprese la carriera sportiva in età avanzata e in seguito a un singolare avvenimento*. Aveva da poco compiuto i 67 anni. Durante una di quelle passeggiate con cui era solito concludere le giornate di studio raccogliendo i pensieri nella quiete della natura circostante Città del Messico, si trovava a costeggiare il campo sportivo in cui si stava allenando la nazionale messicana di calcio. Improvvisamente il cielo sereno fu squarciato da un fulmine di inaudita violenza che colpì e ridusse in cenere l’allenatore della squadra. Sgomento e terrore regnavano ancora in campo quando un cono di luce si aprì dal più alto dei cieli investendo l’imperturbabile filosofo, più incuriosito che stupito, e un’aquila dall’elegante volo si depose con grazia ed autorità sulla sua fronte.

Tra i giocatori adoranti, il presidente della Federazione Messicana Giuoco Calcio non perse tempo in inutili procedure e consultazioni: Hermano Quetzalcoatl fu nominato seduta stante Commissario Tecnico della nazionale. Da quel pomeriggio del 1431, per trentatré anni, il nostro ebbe in mano le sorti calcistiche del paese senza che mai una volta la sua posizione fosse messa in discussione da chicchessia. Fu anzi un modello per intere generazioni di messicani. Mai turbato, tanto meno infuriato, le sue istruzioni sembravano essere magicamente accolte nell’animo dei calciatori senza bisogno di ricorrere a metodi dittatoriali. Imponendo, questo sì, innumerevoli allenamenti e seminari di studio ai suoi atleti (che comunque sembravano non desiderare altro), riuscì ad applicare al calcio tutti i principi su cui aveva esercitato fino ad allora la sua sensibilità.

L’organizzazione di gioco del Messico toccò culmini di straordinaria e irripetuta perfezione, tanto che spesso gli spettatori si disinteressavano completamente del risultato per ammirare le bellissime trame e disposizioni realizzate sul campo dai giocatori biancoverdi, con o senza palla. È probabilmente questo il motivo per cui le cronache dell’epoca ci permettono di sapere pressoché tutto delle partite dirette da Quetzalcoatl ma non tramandano alcuna informazione riguardo ai risultati, che comunque “furono sicuramente ragguardevoli”*. Fu per primo un ispirato spettatore haitiano a riconoscere nella disposizione dei messicani sul campo il disegno di un misterioso fiore. Con il passare del tempo eventi del genere si fecero più frequenti. Nella partita celebrativa del primo anniversario dell’investitura, secondo una testimonianza diretta, la squadra si dispose in modo tale da raffigurare con il movimento dei giocatori quello di un fulmine ripetutamente scagliato contro la porta avversaria. Il tutto sotto la guida magnetica del poeta allenatore, che assisteva alla partita in piedi ai lati del campo, sguardo fisso, braccia incrociate sul petto, con l’immancabile aquila sulla testa, in silenzio e concentrazione assoluti.

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Peppe Stamegna, Devo finire il fumetto

Peppe Stamegna, Devo finire il fumetto

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 Mi sono scordato di prendere il fumetto al piano di sotto, mancano poche pagine da leggere, e stasera voglio proprio finirlo. Quando comincio una storia poi devo finirla, non riesco mica come fa Sofia a ritornarci su dopo mesi e ricominciarla come se fosse passato un solo minuto. Come sono fredde queste scale di marmo, chissà perché i miei si sono comprati questa casa mezza moderna e mezza antica. A pensarci bene hanno fatto sempre scelte strane, che poi non sono mai state scelte decise fino in fondo da loro. Per esempio, a comprare questa casa li ha convinti una mia vecchia zia acida, mezza zitella. È vero che mio padre, dopo aver faticato tantissimo da quando aveva otto anni, aveva il desiderio di una casetta tutta per noi, ma di comprare proprio questa con le scale di marmo non l’ha deciso di certo lui. Dopo il periodo da cassaintegrato in fabbrica ha lavorato per tre. Usciva di notte e rientrava la notte. Lo ammiravo. Qualche volta piangevo, quando non lo vedevo per l’intera giornata. Poi, la domenica mattina, quando mi comprava dieci bustine di figurine, io, accanto a lui lungo il viale dei platani, ridevo con le gengive tutte di fuori; mi sentivo un re con quelle bustine profumate ancora chiuse nella tasca del cappotto grigio.

Ora sta in pensione, anticipata, ma lavora ancora sodo. Mia madre gli vuole bene. Gli prepara da mangiare e gli lava tutti i vestiti da lavoro: metà sanno di mare e l’altra metà di terra. Ogni tanto litigano facendo scenate esagerate, quando succede, mi tappo le orecchie e fischietto canzoncine sceme sceme. Nel rimbombo mi pare di stare dentro ad una navicella diretta verso un altro pianeta.  Poi smetto, ma succede a volte che non hanno ancora finito di litigare, così mi tocca lo stesso sentire il suono secco della forchetta che prende in pieno il vetro della porta, dopo aver attraversato come un missile l’intero salone. Il vetro comunque non si rompe mai. Oppure sento porte sbattute in sequenza, camera bagno ingresso, con tutta la forza del mondo. A quel punto mio padre esce e sparisce tra gli alberi della pineta. Invece mia madre, stremata dallo scontro, si stende sul letto che pare una morta. Allora io passo silenzioso accanto alla stanza e mi vado a mangiare i biscotti Colussi in cucina. A volte cominciano a litigare proprio mentre sto pensando a Sofia nuda: la immagino, e mi sembra già grande come mia madre, coi seni le cosce e tutto quello che fa una donna una femmina. Spesso succede proprio nel momento che sto con gli occhi chiusi e le gambe tese, che sento le prime urla, bestemmie o porte che sbattono. E così ricomincio a tapparmi le orecchie.

Il fumetto l’ho scordato giù in cucina perché prima sono salito di corsa per fare una partitella a pallone in cameretta con mio fratello. Siamo grandi e grossi, pensiamo alle nostre Sofie nude, eppure, quando scatta la voglia della partitella, non resistiamo e ci scanniamo come nei peggiori derby. La palletta da gioco è grande quanto un uovo, ma i dribbling glieli faccio lo stesso alla Bruno Conti.

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Paolo Triulzi, Filosofia barbara #2

Paolo Triulzi

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INFERNO GIALLO

 

Aprii gli occhi con la radio sveglia. Davano Condemnation dei Depeche Mode. Avevo dimenticato di abbassare le tapparelle e la stanza era piena di una luce gialla. La musica mi prese allo stomaco, non riuscivo a ricordarmi che giorno fosse. Avrei detto domenica, anche per via della nausea. Se la sveglia suonava però non poteva essere, era programmata per non accendersi la domenica.

Mentre familiarizzavo con l’idea che probabilmente non era domenica, quella luce gialla mi confondeva e faceva paura. Poi, dato che la radio continuava a suonare, mi girai a guardarla. Erano le sette, del mattino. Ricordai che non lontano da casa uno stabilimento aveva preso fuoco di recente. Il giorno prima forse, non avrei saputo dire.

C’era una luce da incendio, infatti, come quando le colonne di fumo coprono il sole. Aprii la finestra. Non si sentiva niente. Il silenzio più assoluto. Un odore di detriti nell’aria, quello però capita spesso d’estate nelle zone limitrofe di Milano. Pensai che forse, mentre dormivo, il mondo era finito, che forse erano tutti morti. Feci una doccia, mi vestii con giacca e cravatta e uscii per andare in ufficio. Da casa alla stazione del treno non incontrai nessuno.

Sceso a Cadorna il sole, grosso e potente, mi colpì in faccia. Misi i miei Persol nuovi e abbassai la testa. Avviandomi verso l’altro lato della piazza notai che la mia ombra era stesa per terra davanti a me. Controllai di nuovo che il sole fosse di fronte e infatti c’era. Camminando piano in mezzo alle corsie che tagliano la piazza mi guardai intorno. Le cose buttavano ombre in ogni direzione. I lampioni tutti a destra, le persone un po’ a caso.

La luce non era più gialla ma bianca, bianchissima. Qualche giorno prima ero a pranzo con Davide. Gli avevo chiesto se non gli sembrava che ci fosse sempre meno gente in giro. Ne parlammo, lui non era d’accordo. Dove avrebbe dovuto essersene andata la gente? Anche quella mattina non c’era in giro nessuno. Poche auto, poche persone. Mi sembrava Gorizia una notte che c’ero stato nei primi anni duemila: una città fantasma. Lì però si sapeva la gente dove se n’era andata.

Su Facebook i miei post avevano sempre meno like. Anche i miei contatti che di solito avevano un sacco di like ne avevano sensibilmente meno. Altri poi non pubblicavano neanche più da non avrei saputo dire quando. Spariti. Camminando per una via che portava fuori dalla piazza mi guardai nei vetri di un’auto parcheggiata per accertarmi di avere i capelli in ordine. Non vidi niente. Né la mia faccia, né altri riflessi. Solo una specie di arcobaleno da benzina.

Erano le lenti dei miei nuovi Persol, secondo me. Quando li indossavo non vedevo un sacco di cose. Neanche dentro gli schermi dei telefoni o delle pubblicità vedevo. Solo arcobaleni della benzina. Ne avevo parlato con Fabrizio una notte, qualche settimana prima. Hanno le lenti di vetro, gli spiegai. Non plastica, vetro. Cazzo me ne frega se hanno le lenti di vetro, disse. Neanche lui era d’accordo con me. Sono pericolosi, disse. Non avevo capito in che senso.

Fino al lavoro non incontrai più nessuno. Mi tolsi i Persol prima di entrare e mi specchiai nella porta a vetri dell’ingresso. Timbrai il cartellino e salii le scale. Tutti erano già ai loro posti, piegati sulle scrivanie o catatonici dentro al monitor del pc. Di quelli, a differenza di tanti altri, non ne scompariva mai neanche uno. Arrivai nel mio ufficio e la luce era di nuovo gialla. Rimisi i Persol, controllai in giro, li tolsi di nuovo.

Subito dopo di me entrò nella stanza il capo. Si mise a parlarmi, a parlarmi molto. Misi a posto la borsa e appesi la giacca alla gruccia e lo guardai. Non avrei saputo dire di cosa stesse parlando, forse mi aveva fatto una domanda. Non risposi niente. Considerai se rimettermi i Persol e cercare di far scomparire anche lui. Non lo feci. Accesi il computer, la stampante e la fotocopiatrice. Quando finalmente alzai gli occhi e lo guardai si interruppe e mi osservò strizzando gli occhi. Che faccia da cazzo hai? Mi chiese.

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Daniela Scuncia, Etichette

Daniela Scuncia, Etichette

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Le etichette. Ecco quello che adoro leggere. E non ne sono mai sazia. Mi spiegano nel dettaglio composizioni, percentuali, la famosa RDA giornaliera, e poi mi piace rintracciare tra le righe, particolari insidiosi che mi diverto a diffondere. E così tra le amiche dirò: ”Ma lo sai che quei biscotti contengono il 3% di amido geneticamente modificato?” o ancora meglio “I grassi saturi di quella merendina sono di tipo indigeribile, si depositano sul fegato e non te li togli più per tutta la vita!”.  Amenità salutistiche  o pseudo, ricercatissime come tartufi e più preziose dell’oro. E le etichette dei vestiti? Viscosa- elastam- poliammide, o cotone-alpaca, alpaca dico io? E poi lana, ma non pura lana vergine quella è un’altra cosa. Questo è un mondo a parte. Tutto da scoprire con la lente d’ingrandimento da Sherlock  Holmes.  Così mi aggiro in un mondo qualificato, certificato nel minimo dettaglio, pronta a scoprire la magagna sotto gli occhi di tutti, proposta in modo che ognuno possa leggerla, ma forse non tutti capirla.

Tuttavia, l’altro giorno mentre mi aggiravo tra i banchi del supermercato, ho cominciato a vedere le etichette attaccate alle persone: avvocato, insegnante, maestra, elettricista, disoccupato. È stata la mattina dei mestieri. Tutti andavano con la loro targhetta scritta sulla spalla, sulla fronte o sulla schiena e la propria qualifica. Mi bastava girare attorno a qualcuno per scoprire: idraulico, ladro, marchettaro. Studente, bancario, assistente, commesso, sarta, operaio, impiegato, segretario, dattilografo, imbianchino, badante, tutti proprio tutti mi sono passati davanti agli occhi: medico, chirurgo, infermiera, ammalato, pensionato. Con i loro cartellini multicolori mi si presentavano muti nel loro essere nella società. Tutti segnalati, chiari, semplici, nella qualità di: dallo spacciatore al professore.

Questa cosa veniva notata esclusivamente da me. Provavo a coinvolgere qualcuno in una specie di gioco per provare di non avere allucinazioni solitarie ma invano.

A – gli altri erano immuni da quelle visioni;

B – chiedendo con discrezione e circospezione, effettivamente le etichette corrispondevano a verità.

Quindi:

-ero impazzita: sì;

– la cosa aveva un fondo di autenticità sociale;

-sulle prime mi era parsa divertente (per esempio spesso il volto e il corpo corrispondevano al mestiere o invece risultavano assolutamente incompatibili, così il chirurgo sembrava un macellaio e il professore, un muratore).

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proSabato: Marco Mazzucchelli, Mario Marotta

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Marco Mazzucchelli, Mario Marotta (racconto inedito)

.    Domenica pomeriggio. Il padre di Mario Marotta era seduto sul divano, nella stanza di un monolocale in una scrostata palazzina sperduta nelle periferie nel sud del paese. La faccia di suo figlio friggeva distorta e dilatata nel televisore. Quello non era il quartiere dove aveva sempre vissuto, quella non era la casa dove aveva visto suo figlio crescere e dalla quale poi era fuggito con la madre. Non ci aveva mai invitato parenti o amici.
.    Faceva caldo, ma non stava bevendo niente. Non voleva distrazioni: ora erano solo lui e suo figlio nello schermo della TV. Lo fissava. L’unica cosa di buono che aveva fatto la moglie dopo la fuga era stata quella di inviargli di tanto in tanto delle foto di Mario che cresceva lontano da lui, in un posto odiato e che aveva giurato di non visitare mai. Alla fine ce l’aveva fatta, pensò: lui e i suoi maledetti libri. Mario, suo figlio, ce l’aveva fatta, sarebbe diventato famoso, lo era già, chissà quante cose avrebbe potuto fare. La presentatrice aveva in mano il suo libro e lo mostrava alla telecamera.
.    «Mario Marotta. Questo è il suo primo romanzo.»
.   La copertina non l’aveva scelta lui, nemmeno il titolo del libro o la quarta di copertina. Queste cose il padre di Mario non le sapeva, non gli interessavano nemmeno, ma era come se ne percepiva il senso nascosto. Notò, a seconda dell’inclinazione del libro sotto i fasci di luce, le numerose ditate impresse sulla copertina e poi si chiese quante di quelle persone che ora stavano seguendo il programma avrebbero comprato e letto quella storia inventata da suo figlio. Chi avrebbe avuto voglia, in quella calura insopportabile, di mettersi a leggere l’ennesima storia inventata? E poi, tra quella infinitesima parte di persone che invece avrebbero acquistato quel libro, in quanti avrebbero capito davvero quello che c’era scritto, ciò che Mario aveva voluto dire? Per tutti gli Italiani che erano sintonizzati su Rete 5, Mario Marotta non era altro che la grafica della copertina e quel titolo ridicolo. La presentatrice non si degnò di leggere nessun passaggio, non accarezzò il libro, non lo aprì nemmeno. Lo mosse a destra e poi a sinistra preoccupandosi solo che fosse inquadrato e lesse ciò che le suggeriva il gobbo. Mentre parlava, si sistemò il corsetto dal quale i seni ondeggiarono come due budini in procinto di disfarsi. Il padre di Mario pensò che le pagine di quel libro pieno di ditate avrebbero potuto benissimo essere tutte bianche e nessuno lo avrebbe mai saputo. Le sue mani vennero percorse da quello stesso brivido che le elettrizzava quando entrava nella biblioteca della loro vecchia casa – e le assi di legno scuro del pavimento scricchiolavano, e le tende bianche si gonfiavano fino a quando non si richiudeva la porta dietro di sé, e nelle narici si infiltrava quell’odore di muffa e cadaveri che impregnava i mobili e i divani di quella stanza e i vestiti e i pomeriggi di suo figlio – e impugnava i libri per la costa e li lacerava, separando lo scheletro legato della copertina dal corpo molle delle pagine, dilaniando la carta come se fosse carne, con la testa ormai da un’altra parte, rimanendo tutto mani e tutto rabbia, in balia di un impulso che allo stesso tempo doveva assecondare e si sentiva di incoraggiare. (altro…)

Elisabetta Meccariello, False finestre n. 7: La Donna che respirava sott’acqua

foto di Elisabetta Meccariello

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La Donna che respirava sott’acqua aveva dei polmoni eccezionali. Un prodigio evolutivo che gli scienziati non riuscivano a risolvere. C’era chi spasimava il complotto governativo, chi bramava leggende metropolitane, chi alimentava la corrente della colonizzazione aliena. Molti furono gli esperimenti a cui la sottoposero, è straordinario, ripetevano, saremo in grado di curare malattie che ancora non conosciamo, acclamavano, il suo dna può svelare il mistero della vita, incensavano, potremo certamente diventare immortali! Un giorno uno spettabile esimio ecclesiastico illustrissimo eminente stabilì che non c’era niente da indagare, che era così e basta e tutti si inchinarono, si cosparsero il capo di cenere, deliberarono che era vero, non c’era niente da indagare, era così e basta e ben presto si dimenticarono della Donna che respirava sott’acqua. Nessuno ne sentì più parlare.

Si archiviarono i fascicoli, si bruciarono le foto. Ma chi è la Donna che respira sott’acqua, si interrogavano, non c’è nessuna Donna che respira sott’acqua, non è scientificamente possibile, è un’invenzione, è un’immaginazione, è pura fantasia. Così la Donna che respirava sott’acqua tornò nel suo acquario. Un bilocale in periferia fornito di tutti i comfort, meticolosamente arredato con materiali idrorepellenti. Vani erano i suoi tentativi di socializzazione. Quando i vicini scorgevano dallo spioncino la sua pelle raggrinzita, il volto rugoso, le mani squamose ecco che sprangavano i portoni, chiudevano a doppia mandata le serrature, fingevano di aver traslocato per sempre in un altro Stato. Iniziarono ad etichettarla come quella strana, quella diversa, quella che chissà cosa faceva, chissà cosa teneva in casa, chissà cosa faceva per vivere, quella da evitare, quella da nascondere alla vista dei bambini. Allora la Donna che respirava sott’acqua si sedeva accanto alla finestra e aspettava con affanno le giornate di pioggia. Si catapultava giù per le scale e correva correva correva nelle strade deserte, con la faccia al cielo, con la bocca aperta e finalmente respirava.

Respirava con ogni cellula del suo corpo, respirava con le inquietudini, respirava con le paure, respirava con le sue domande, con i suoi perché. Si abbandonava completamente e si lasciava trasportare dal fluire dell’acqua. Attraversava i canali, gli scoli, passava sotto i ponti, entrava nel terreno, nelle falde e scorreva scorreva scorreva fino a quando la corrente non la portava al mare. E una volta piombata nell’oscurità i pensieri le uscivano dalla testa, tutte le voci, tutti i sussurri si dissolvevano, tutti i tumulti che le comprimevano il cervello, tutti i mostri che le sbraitavano oscenità si vaporizzavano, semplicemente. Io non sarò, singhiozzava, io non sarò. L’oscurità la purificava. L’oscurità la nutriva. Un fluido nero attraversava i tessuti, le vene, gli organi, rigenerava le membra stanche. E l’oscurità la annientava. Disperdeva la sua unicità, il suo talento. La Donna che respirava sott’acqua evaporava, tornava al suo stato aeriforme, occupando tutti gli spazi. Evaporava. Evaporava e si ricongiungeva ai suoi pensieri, alle voci, ai sussurri, ai tumulti, ai mostri, le molecole si riunivano, si avvinghiavano, si legavano e piovevano di nuovo sulla terra, nelle strade deserte. La Donna che respirava sott’acqua tornava alla vita, iniziava una nuova straordinaria esistenza. Di solitudini, di assenze, di rimpianti. In un bilocale in periferia fornito di tutti i comfort, meticolosamente arredato con materiali idrorepellenti.

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© Elisabetta Meccariello

Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Elefante Rosa, Copyright Matin Cloutier

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Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Quando si parla di felicità, bisogna essere sempre cauti, eppure quel giorno ero felice. Tornavo a casa con il mio elefantino rosa. Una creatura unica e particolare, alta non più di un metro e sessanta centimetri, coperta da una leggera peluria iridescente. Naturalmente, la cosa più interessante era il suo colore. Non apparteneva alla specie degli elefanti africani con il colori della terra, né a quelli indiani dalle orecchie piccole e più grigi. Era proprio di un bel rosa gote di un bambino coccoloso; rosa orsetto di peluche usato troppo, rosa, del succo del melograno quando si spacca aprendosi al sole. Avevo il mio tesoro e mi seguiva volentieri tra i viali della città, mentre lo portavo nel giardino di casa. Già a quell’ora del mattino, qualcuno aveva cominciato ad additarci per la via,  i primi sorrisi e le prime domande. Finché arrivata a casa, lo lasciai vagare libero sotto gli occhi dei curiosi. Anche nei giorni successivi, c’era sempre qualcuno a sorvegliare ogni minimo passo e movimento di quella tenera meraviglia. Tuttavia presto le cose si deformarono, assunsero toni oscuri e inquietanti. Quel colore così rosa, quel fresco accento della sua pelle, era dovuto a un’alimentazione di un tipo davvero particolare. L’elefante si nutriva di albe e tramonti.

Non è che sottraesse all’alba tutto il chiarore, né al tramonto il viola o l’arancione del cielo. Solo e soltanto, qualche minuto del sorgere e del tramontare del sole. Non ho mai pensato a tutto questo come a un dramma, piuttosto come a un prezzo da pagare per un vantaggio ulteriore. La bellezza di questa creatura e la sua capacità di rasserenare il cuore più nero, mi sembrava meritassero anche un costo più elevato.  Ma non tutti pensarono così. Sorsero albe e giacquero tramonti, e cominciarono le prime rimostranze, qualche domanda insidiosa e qualcuno capì, definitivamente, come stavano le cose. Annunciato da un impetuoso tumulto, alla mia porta, comparve un giorno, il comitato PRESTO E BENE.  Questa storia dell’elefante aveva già portato abbastanza problemi: aveva sottratto preziosi minuti alle giornate, portando notevoli danni economici. Scombussolando l’ora di sveglia, la gente non andava più puntuale verso i propri impegni; così come l’ora di rientro era caratterizzata da una grande confusione. Era arrivato il momento di finirla. Presto e bene, appunto, con l’allontanamento o la rimozione forzata dell’animale, se del caso.

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Paolo Triulzi, Filosofia Barbara #1

foto di Paolo Triulzi

PANTALONI CHIARI

Indossavo dei pantaloni chiari comprati un paio di anni prima e già andati fuori moda. La cosa mi metteva a disagio. Passavo il tempo a guardare compulsivamente i pantaloni chiari degli altri. Consideravo di non essere mai riuscito a somigliare a niente. Quando compro le cose che vedo in giro, poi su di me fanno sempre un’altra figura. Il risultato non raggiunge mai l’effetto desiderato.

È il punto di vista soggettivo che cambia la prospettiva. Mi ostinavo a cantilenarmi in testa questo. La settimana precedente l’avevo trascorsa considerando se suicidarmi, il problema di questa erano i pantaloni.

Mi misi in coda a uno dei bancomat presenti in stazione per prelevare cinquanta euro. Mentre ero in coda venivo pian piano avvolto dall’odore di alcol economico e fumo rancido dei barboni che campeggiavano sotto le tettoie della stazione. La mattina si mettevano a far colazione con birra e sigarette seduti sulle sedie smaltate di verde all’interno. Investivano con le loro folate quelli che arrivavano dai tornelli dei binari.

Presi i soldi dalla fessura di metallo e me li infilai in tasca. Me ne andai reprimendo un conato di vomito. Un barbone grasso con una gran barba nera, dopo essersi seduto a due metri da me, si era tolto le scarpe.

Uscito sul piazzale della stazione considerai se bere un caffè, ma avevo la gola sigillata dalla nausea. Soffiava finalmente un venticello fresco. Mentre attraversavo la piazza mi aspettavo che qualcuno mi fermasse per parlarne. Erano tre settimane che faceva costantemente un caldo afoso e impossibile e la gente non parlava d’altro. Ora che stava smettendo non fregava più a nessuno.

Attraversai la strada cercando il mio riflesso nelle vetrine circostanti. Volevo controllare ancora come mi stavano i pantaloni. Di merda, mi sembrava. Considerai se comprare un pacchetto di sigarette.

Arrivai in ufficio con dieci minuti in anticipo, la palazzina era vuota. Subito arrivò anche il mio collega. Non hai la cravatta, mi disse per prima cosa. L’ho dimenticata. Andiamo a bere un caffè, mi disse per seconda cosa. Al bar mi informò che il capo non ci sarebbe stato. Manco a farlo apposta, risposi. Programmi? Ho un paio di cose da sbrigare, per il resto pensavo di farmi i cazzi miei. Benissimo, risposi.

Dopo quattro ore ero di nuovo nella piazza della stazione. Volevo mangiare un panino. Forse un gelato. Camminai piano fino al centro della piazza, dove c’erano degli alberi e dei tavolini pubblici con le sedie.

A uno dei tavolini stava seduto un barbone piegato in due. Lui era seduto sul sedile mentre la sua faccia stava appoggiata al tavolo. Non si capiva se era vivo o morto. Inoltre fra la sua faccia e il tavolo c’era una pizza. Una pizza da asporto dentro un cartone aperto. Evidentemente la stava mangiando quando qualcosa era successo e lui ci era finito dentro con la faccia. In testa aveva ancora un cappello con la visiera.

Mi fermai a guardare la scena, domandandomi se l’uomo fosse vivo o morto. Considerai se non fosse il caso di chiamare il 118. Poi vidi che come me c’erano diverse persone in piedi intorno ai giardinetti a guardare.

Pensai, come probabilmente chiunque in quel parchetto, che l’ambulanza l’avrebbe potuta chiamare qualcun altro. Mi misi a studiare i dettagli della scena. Tipo quanti morsi mancassero dalla pizza. Oppure il grado di penetrazione della visiera nello strato di formaggio. Incredibile come il cappello fosse rimasto perfettamente calzato sulla testa. Mi distrassi un paio di volte sui pantaloni chiari di un tizio lì a fianco.

Poi il barbone tirò su la testa di scatto. Dei filamenti di formaggio gli pendevano dalla faccia rossa. Prese una gran boccata d’aria e starnutì. Le palpebre gli rimasero a mezz’asta. Tutti se ne andarono via.

Mi avviai verso la vetrina in cui mi ero specchiato la mattina. I pantaloni mi stavano ancora una merda. Forse  la settimana successiva forse avrei ricominciato a pensare al suicidio.

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Elisabetta Meccariello, False finestre n.5: Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre

foto di Elisabetta Meccariello

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Elisabetta Meccariello, False finestre n.5: Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre

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Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre. L’anno non lo ricordo. Ma in fondo che importa. Vogliamo davvero dare un senso al tempo? A chi interessa. Potrei essere morto in qualsiasi tempo e luogo. Adesso sono disteso in questa bara che nemmeno mi piace. Non è adatta alla mia fisicità. Non mi valorizza. Mi aspettavo una cassa più solenne, un legno più scuro. Non è cambiato niente in questa stanza. Gli antenati sono sempre lì penzolanti alle pareti. Mi fissano nelle loro cornici d’argento, mi giudicano, forse mi disprezzano. Mi aspettano. Per tutta la vita ho osservato quei sorrisi emblematici, quegli indici puntati, cosa cercavano di dirmi, cosa mi sussurravano la notte. E adesso dove sono. I loro volti sono così formali, si sporgono dalle intelaiature, posso scorgerne i lineamenti, i profili, i nasi aquilini, posso sentirne il respiro freddo sull’orecchio. Il colore delle stampe si sgretola, la polvere si disperde nell’aria. Mi parlano ma non riesco a comprenderli. E chi sono queste persone. Mi stanno tutti addosso. Hanno certe facce. Alcune non le ho mai viste. O forse non le ricordo. Forse non sono così importanti. Si rivolgono a me come se io avessi le risposte, come se con un cenno potessi dare un senso alle loro esistenze. Come se potessi risolvere le loro esistenze. Non ho deciso nemmeno la mia. O non lo ricordo più.

Mi guardano, qualcuno mi sfiora una guancia, mi tocca una mano. Ma prima? Mi hanno mai guardato così? Mi hanno mai toccato così? E io l’ho fatto? Posso percepire i polpastrelli che mi accarezzano, l’epidermide si squama, le cellule si dissolvono. – Tacete! Stanno dormendo tutti! – Tacete! Stanno dormendo tutti! Vorrei sapere chi ha scelto queste scarpe. Le odio. Sono scomode. Stringono sull’alluce. E chissà quanto tempo dovrò starci in queste scarpe. Ho un armadio traboccante di scarpe. Mi fanno indossare delle scarpe che detesto in una bara che nemmeno mi piace. Un uomo è immobile accanto a me. Mi scruta, muove le mani. Sta mimando qualcosa? Cosa vuole dirmi? Lo guardo attraverso le palpebre serrate. Adesso vedo tutto. Adesso vedo tutti. L’uomo non ha occhi e non ha bocca. È qualcuno che non ricordo più? È qualcuno che non voglio ricordare? È qualcuno che la mia coscienza ha strappato dalla mente? O forse sono io stesso, che mi sono perso, che non mi riconosco più, che non ricordo chi sono. Sei venuto a prendermi?, vorrei chiedergli. Sei venuto a ritrovarmi?, vorrei chiedergli.

Non sta succedendo davvero eppure è tutto vero. Il legno della bara scricchiola, si aprono le prime crepe. Un treno sfila sopra al ponte e io resto fermo a guardare le luci dal finestrino. Tutte le cose che ci siamo detti. Tutte le cose che ci siamo detti solo guardandoci. Dove sono finite. Sono morto quando ho scelto la strada in cui non c’eri tu. Anche se ho continuato a respirare, a mangiare, a dormire, ad amare. Sono morto tante volte. Continuo a morire in ogni tempo, in ogni luogo. Mi chiedo cosa resti. Di quello che facciamo, di quello che pensiamo. Io non voglio lasciare niente. Niente a nessuno. Nessun impegno, nessuna aspettativa, nessun segno. Non riesco a fermare i pensieri. Ne farei volentieri a meno. Dev’esserci un luogo in cui finiscono i pensieri. Un archivio immenso nel sottosuolo di un palazzo di periferia. Buio, umido. Gestito da qualcuno con spessi occhiali di tartaruga che usa Windows 95. Chi sono queste persone. Mi stanno tutti addosso. Piangono. Piangono. Le lacrime scavano i volti, riesco già a vederne le ossa. La pelle si scioglie, i frammenti colano sul pavimento. Cosa resta di quello che facciamo di quello che pensiamo, di quello che siamo. Dei frammenti che colano sul pavimento? Lo chiedo all’uomo senza occhi e senza bocca, lui non mi risponde, muove le mani, l’aria intorno a lui si sposta, con pesantezza, lo ingloba, io lo cerco, non lo trovo più, vedo solo le sue dita che ancora gesticolano, fino a sparire del tutto. Le cornici alle pareti si sbriciolano, gli antenati si polverizzano, le pareti stesse crollano, non c’è più niente, tutto intorno a me si dissolve, non c’è più niente, non c’è più nessuno. Apro gli occhi. Ai piedi ho delle scarpe che detesto. Sono scomode. Stringono sull’alluce. Potevano almeno lasciarmi scalzo.

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© Elisabetta Meccariello

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

 

La lunga e muscolosa coda rende agile il salto di questo marsupiale, il quale è sia bipede che quadrupede, a seconda dell’eventualità. Animale erbivoro, può pesare da uno a novanta chili.

Il mistero che, soprattutto nei bambini, suscita il suo marsupio è uno dei più antichi. Questa tasca addominale nella quale i cuccioli terminano il loro sviluppo accende sempre la curiosità, quella umana che assai spesso non comprende il mondo animale.

Esempio perfetto di mamma, il canguro lascia impronte giganti per tutta l’Australia, qualcuno dice che il colmo per questo animale è avere le borse sotto gli occhi; nel marsupio c’è una vita che si impadronisce dei piccoli, un’esistenza astratta di multiformi tenerezze, un’esperienza che rende estraneo il formicolio esterno.

Questo animale, poderoso ma simpatico, rivela un mistero nel suo nome; si dice che ai tempi delle spedizioni di Cook qualcuno chiese agli indigeni il nome di questo animale e loro risposero “can-gu-ru” (che nel dialetto indigeno significa “non capisco”).

La leggenda fu sfatata negli anni settanta del Novecento, quando la linguistica ha rintracciato l’etimologia del nome, ossia Guugu Yimithirr “gangurru”; da allora si sa che l’animale “boxeur” – simpaticamente ritratto con i guantoni in più di una vignetta – ha natali assai nobili e che i deserti, le steppe, sono i suoi regni.

Regni di pace dove l’erba è gustosa, dove i piccoli canguri giocano alla vita nel marsupio materno, dove l’ostilità esterna non penetra la crescita innocente di questi cuccioli che saranno, un domani, grandi divinità saltanti; riposano come guerrieri stanchi della battaglia.

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Giuseppe Ceddia