Racconti inediti

Elisabetta Meccariello, False finestre n.1: La donna che viveva nei muri

foto di Elisabetta Meccariello

False finestre n.1: La donna che viveva nei muri

*

La Donna che viveva nei muri non aveva una bella cera. Un incarnato smorto, smunto, sparuto. Eppure Lei si sentiva benissimo. – Mai stata meglio, diceva. – Eppure dovresti fare un controllo, almeno un paio di analisi del sangue, adesso puoi prenotarle on-line senza fare la fila all’ospedale, c’è solo un modulo da compilare, è facile, è veloce, le rispondevano. La Donna che viveva nei muri non sentiva ragioni. Lei si sentiva benissimo. – Il problema non è l’incarnato, è più una questione di spazi. Qui è tutto così angusto. Dovrei rinnovare almeno l’intonaco. Qui è tutto così sciupato. Qui tutto cade a pezzi. – Potresti almeno fare un minimo di attività fisica. Una passeggiata, una camminata a passo sostenuto. L’aria fresca è sempre salutare.

La Donna che viveva nei muri sorrideva. Sorrideva sempre all’idea di uscire dai muri. Aveva un sorriso quasi beffardo, ti guardava dritto negli occhi, ti indagava, ti penetrava, indovinava tutto di te e tu potevi solo abbassare lo sguardo, vergognandoti per qualcosa che forse avevi fatto o che un giorno forse avresti fatto. Lei lo sapeva già. – È il potere della malta, diceva, ci lega, inevitabilmente. E poi c’è l’acqua, quella si sa, penetra ovunque. Sorrideva e ti guardava fisso. E sapeva tutto. Ma non sarebbe mai uscita dai suoi muri. Un giorno, forse, (diceva), ma non saresti vissuto abbastanza per vederlo con i tuoi occhi. La Donna che viveva nei muri però era una persona su cui potevi sempre contare. Di quelle presenti, inamovibili. Di quelle che ti sostengono, che ti proteggono dalle intemperie. Non si tirava mai indietro. Resisteva a qualsiasi sollecitazione. Potevi chiederle qualsiasi cosa perché Lei aveva sempre una risposta. Perché Lei aveva una struttura, un peso, quello spessore che ti faceva interrogare sul tuo posto nel mondo, sul contributo che tu, nel tuo piccolo, avresti potuto dare agli altri. Eppure anche Lei aveva un punto debole, una fragilità. Una crepa invisibile, nascosta, camuffata da toppe di intonaco. Occultava perfettamente le sue mancanze, le sue insicurezze. Si armava di travi e tramezzi. Poi la notte piangeva e urlava e si dimenava e i muri trasudavano tutta la sua disperazione. Ma la mattina, al risveglio, tutto era quieto, silenzioso. E quel rigagnolo cos’è, ti interrogavi, sarà solo un po’ di umidità. Succede nelle case vecchie. Tu non riuscivi a capirla. Mai.

Non intuivi che il suo rendersi impermeabile era soltanto una finzione. E ti faceva incazzare, eccome se ti faceva incazzare. Ti avvicinavi a Lei urlando di rabbia e angoscia. Lei ti guardava, immobile, implacabile, senza risponderti. Sembrava che nulla riuscisse a scalfirla. E con il suo sguardo ti immobilizzava, ti guardavi e il cemento era già arrivato alle ginocchia. Allora il sangue ti saliva al cervello, la bile ti iniettava gli occhi offuscandoti la vista e in quel momento, un istante, forse due, affondavi il coltello con qualche bestialità che si era rintanata sotto la vena della tempia e che adesso era esplosa sporcando tutto di amarezza. E le macchie di amarezza non se ne vanno. Puoi usare qualsiasi detersivo, qualsiasi additivo miracoloso ma restano lì per ricordarti quanto misera può essere la natura umana. Volevi solo finirla, distruggerla, rinfacciarle la sua sordità, la sua cecità, la sua mancanza di empatia. Volevi portarla via con la forza da quei muri, levarle i laterizi dai capelli, l’argilla dalla gola. E guardarla, finalmente, per quella che era. E quando credevi di avercela fatta, di averla annientata, di aver dimostrato la tua superiorità Lei prendeva i tuoi tizzoni ardenti e ci soffiava sopra, come se fossero le candeline del suo undicesimo compleanno. Tu non riuscivi a capirla. Mai. Eppure non potevi fare a meno di Lei.

La Donna che viveva nei muri era la tua fortezza. E Lei. Lei la notte piangeva e urlava e si dimenava e i muri trasudavano tutta la sua disperazione. Una disperazione che la mattina si sarebbe rappresa, condensata, nascondendo tutte le crepe, camuffando tutti i dissapori. Ma tu non saresti vissuto abbastanza per comprenderlo.

*

© Elisabetta Meccariello

 

Martingala #5: la casa dei fantasmi

fantasmi

E dunque abbiamo tra gli otto e i dieci anni, lo stabilisco dal fatto che abbiamo un barlume di autocoscienza e che siamo il gruppo che assieme forma la mia classe alle elementari. Francesca qualche giorno fa ci ha raccontato una storia di paura sulla casa a due piani, quella lunga che affaccia a strapiombo sulla fermata dell’autobus, quella che si vede da tutto il paese solo a tirare il naso all’insù. Non so in che momento storico sia diventata una casa vacanze, so che adesso che abbiamo tra gli otto e i dieci anni è disabitata da prima della nostra nascita, che a quei tempi è l’equivalente di dire dalla notte dell’eternità.
Francesca ci ha raccontato che nessuno la vuole abitare perché la vecchia padrona di casa, che era pazza come tutte le padrone di case destinate a diventare disabitate, era stata trovata impiccata alla trave del salone. Ha aggiunto cambiando il piede su cui era in equilibrio che da quel giorno, tutte le sere, la luce del salone della casa disabitata si accende per un’ora o due.
Ora, nessuno di noi aveva la minima intenzione di riflettere sul fatto di non aver mai visto luci accese, nonostante il salone della casa incombesse a strapiombo sull’intero paese da tutti i punti cardinali. Tutto quello che ci interessava era seguire il copione casa disabitata / effrazione che a quell’età ci sembrava un’idea vergine e originale. (altro…)

Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

lenigma-delloracolo-1910

Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.» (altro…)

Martingala #3: Merulana

merulana

Via Merulana, google maps

Quello che so dalla Merulana l’ho imparato da Gadda e dalla passeggiata che compio ogni giorno, come la consegna a rifare il letto di un soldato. Il breve avvallamento dopo San Giovanni, quando crocia i binari della Labicana, poi la risalita verso Santa Maria Maggiore, la piena di grazia e la bella delle belle, con la sua larga facciata complessa e il campanile più alto della città. Sembrerebbe breve, la Merulana, a cominciarla, ma è una delle vie più lunghe di Roma. Per un trucco dell’ottica ogni isolato rischia di sembrare metà strada, ma non lo è quasi fino al ninfeo di Mecenate, che in tempi passati era un posto gentile. (altro…)

Francesco Mistrulli, Ho rapito Alfredo di Stéfano

Di Stefano, photo by AP Photo/File

Di Stefano, photo by AP Photo/File

Caracas. Sabato 24 Agosto 1963. Pomeriggio.

Abbiamo pianificato ogni cosa. Ogni dettaglio. Anche il più piccolo, il più insignificante. D’altronde quello che stiamo per fare non è uno scherzo. In più, anzi in meno, abbiamo davvero pochissimo tempo, quindi tutto deve funzionare alla perfezione. Un orologio. Stiamo riesaminando per l’ennesima volta il piano a casa mia, nella zona di Cumbres de Curumo. È diventata, casa mia, come un teatro di posa. Solo un po’ più piccola. Non ricordo più nemmeno quante volte l’abbiamo messo in scena il piano. Non vogliamo fare del male a nessuno però io e i miei compagni. Questo ci è chiaro sin dall’inizio. Il nostro obiettivo è molto semplice: un’azione dimostrativa attraverso la quale protestare contro il presidente Venezuelano Rómulo Betancourt, galoppino degli Stati Uniti d’America, oppressore del popolo, e già che ci siamo condannare la barbara esecuzione di Julián Grimau, membro del partito comunista spagnolo fucilato dai franchisti nell’Aprile precedente. Infatti con gran fantasia abbiamo deciso di battezzare la nostra operazione come “operazione Julián Grimau”. Il Real Madrid gioca a Caracas. Anzi, scusate, il grande Real Madrid. È in Venezuela per disputare la “Pequeña Copa del Mundo” contro i Portoghesi del Porto e i Brasiliani del Sao Paulo. È dal millenovecentocinquantadue che si gioca questo torneo ad inviti a Caracas. Fra le fila dei “Blancos”, tanto amati da Francisco Franco gioca anche lui, il più forte e famoso giocatore del mondo, Alfredo Di Stéfano, già vincitore di cinque Coppe dei Campioni e due volte Pallone d’Oro! A proposito la mente di tutto sono io, Paúl del Río, guerrigliero cubano trapiantato in Venezuela. Nome di battaglia: Máximo

Canales, Caracas. Sabato 24 Agosto 1963. Sera.

La camera è in fondo al corridoio. Procediamo decisi sulla moquette rossa che ovatta i nostri passi. Dobbiamo aspettare il segnale dietro la porta. Questo è il piano. Si sente squillare il telefono. “Pronto? Pronto? Prontooooo! Ma che scherzi sono questi, cabrones!” Ecco il segnale. Io e il compagno complice siamo dietro la porta numero due uno nove dell’hotel Potomac tra l’Avenida Vollmer e l’Avenida Caracas a San Bernardino. Siamo entrati senza problemi nell’hotel che ospita il Real Madrid. Indossiamo delle divise da militari. Non è stato semplice procurarle ma ci siamo riusciti. Come da copione, con le divise nessuno ha fatto domande. Busso alla porta. Proprio poco sotto il numero due uno nove. Dopo qualche istante, ma a me è sembrato un’eternità, apre lui, l’immenso Alfredo Di Stéfano, la “Saeta Rubia”. Stringe ancora fra le mani la cornetta del telefono. Sembra spiazzato nel trovare due militari davanti alla porta della sua camera. Ci guarda perplesso, ma con cortesia ci chiede come può aiutarci. Avrà pensato che siamo lì come questuanti per avere delle foto autografe. Sono emozionato. Per poco non mi cedono le gambe. Da una parte mi trovo al cospetto del migliore giocatore al mondo. Dall’altra c’è l’adrenalina sparata in circolo dall’esecuzione del nostro piano machiavellico. “Polizia!” intimo con voce impostata, mentre in sincronia io e il compagno complice salutiamo militarmente sbattendo i tacchi degli stivali e portando la mano di taglio all’altezza delle tempie. “Lo vedo.” Risponde tranquillo lui. “Cosa posso fare per voi?” Nel borsello di pelle nera ho dei fogli. Sopra ci sono intestazioni e timbri della polizia. Falsificati. Prendo il foglio e lo apro facendo in modo che lui possa vederle le intestazioni e i timbri. Chiedo, con voce ferma e decisa: “È lei il signor Alfredo Stéfano Di Stéfano Laulhé, nato a Buenos Aires in Argentina il quattro Luglio del millenovecentoventisei, professione calciatore?” L’ho letto tutto d’un colpo, come una filastrocca. Ma tanto l’avrei potuto recitare anche a memoria. Lui ci guarda ancora più stupito. Sposta lo sguardo prima su di me, poi sul mio compagno, sperando di ricevere un qualche segno. “State scherzando vero? Certo che sono io?” “Bene” dico “allora ci segua in caserma!” “Ma cosa state farneticando scusate! Non capisco?” “Non c’è nulla da capire signor Di Stéfano. Deve seguirci per dei semplici accertamenti. Nulla che non si possa risolvere nel giro di pochi minuti. Ma abbiamo bisogno che ci segua in caserma.” “Ma scusate, ditemi almeno di cosa si tratta?” “Il suo nome è venuto fuori in un caso di droga su cui stiamo indagando.” “Ma come è possibile! Ci sarà certo un errore. Un’omonimia!” Sento dalla sua voce che si sta innervosendo. Non possiamo permetterci che inizi ad urlare. Non possiamo perdere tempo perché di tempo non ce n’è. Guardo il compagno complice, gli faccio un cenno col capo e estraiamo le pistole dalle fondine in cuoio. Le pistole sono state la cosa più semplice da procurare in tutta questa vicenda. Alla vista delle armi, indietreggia scosso di qualche passo. “Signor Di Stéfano” dico “non ci costringa ad usare le maniere forti. Non vorremmo doverla portar fuori dall’hotel in manette!” La vista delle pistole… L’idea di essere ammanettato… Avrà pensato che i fotografi e i reporter sarebbero andati a nozze nel vederlo portare via come un delinquente comune. È diventato bianco. Un cencio. Blanco come la maglietta del Real Madrid. Lo abbiamo in pugno, penso. Ne sono certo quando con un filo di voce mi dice: “Posso avvisare qualcuno?” “No!” rispondo secco “Prenda quello di cui ha bisogno e andiamo!” Ci ho preso quasi gusto a fare lo sbirro. Prende la giacca. Chiude la porta. Ci guarda. Si sente che ha paura ma non vuole darlo a vedere. Ci incamminiamo. Di Stéfano in mezzo a noi. Calmo e tranquillo come se nulla fosse. L’hotel è un andirivieni di gente. Fattorini. Clienti. Addetti di ogni genere. Nessuno ci presta attenzione. Mi chiedo come coño sia possibile. Siamo con il calciatore più famoso al mondo! Meglio così. Finalmente siamo fuori. Tiro un profondo sospiro di sollievo. Avrei bisogno di un po’ d’aria fresca invece inspiro aria calda e appiccicaticcia. Devo rimanere concentrato. Ci siamo quasi. Camminiamo senza destare sospetti, con passi lenti e decisi. Ecco l’automobile che ci aspetta. Il compagno complice fa il giro e entra dal lato opposto. Io apro la portiera a Di Stéfano e lo faccio entrare in modo che sia seduto nel mezzo. Non vorrei tentasse colpi di testa quando gli dirò cosa sta succedendo. L’autovettura parte. Senza fretta. Il più è fatto. “Signor Di Stéfano” dico togliendomi il berretto e passandomi una mano sui capelli madidi di sudore “siamo membri delle FALN, le Forze Armate di Liberazione Nazionale, rivoluzionari filo-castristi Venezuelani il cui obiettivo è rovesciare la presidenza di Romulo Betancourt, rieletto presidente nel millenovecentocinquantanove a seguito della deposizione dell’ex dittatore Marcos Perez Jimenez, elezione che le FALN contestano apertamente per brogli. Lei è nostro ostaggio. Non faccia gesti stupidi e non le sarà torto un solo capello”. È senza parole. Infatti resta muto per tutto il tragitto. Non si aspettava una cosa del genere. Non mi aspettavo fosse così facile. Arriviamo nel covo che abbiamo scelto per la prigionia del nostro illustre ostaggio in meno di venti minuti. Ovviamente il covo è casa mia.

(altro…)

Peppe Stamegna, Navigare navigare

foto gianni montieri

foto gianni montieri

Navigare, navigare

Ma quale Australia, io me ne vado a Salina. Scappo per fregare tutto questo dolore, come vent’anni fa. Penso, penso e penso, ma in realtà non vorrei avere più tutti ‘sti pensieri in testa come se fossero frasi di un libro: non devo fare come Giacomo, io devo cercare di pensare con parole che conosco fino in fondo, almeno provarci.

Il porto di Napoli stasera è tutto acceso, sembra giorno. Tante persone all’imbarco e macchine, camion e quella solita agitazione dei marinai prima di salpare che contagia i viaggiatori, e anche me, stasera. Avevo paura dell’ennesimo fallimento da condividere con Giulia, lei mi ama, io la amo, ma non c’è nessuno tra di noi a dirci che l’amore non c’entra nulla quando devi prendere una decisione: LA DECISIONE. Meglio se me ne sto da solo per qualche giorno. Dicono che pioverà stanotte, e che si alzerà il mare. Che m’importa, tanto questa nave è enorme almeno quanto il palazzone dove abito a Roma: tutte le notti insonni che ci ho passato lì dentro, ora sono niente davanti a questa notte piccola piccola piena di mare e ferro.

– Un caffè lungo, per favore.

Sento le onde sotto le gambe, mi sa che il mare si sta già incazzando. Mannaggia mi sta salendo la serpe in gola. No, non ci casco stavolta. Butta giù la saliva, su che ‘mo passa e se ne va via questa bestiaccia. Mica è la prima volta, dài. Anche se non mi capitava da tanto tempo, porca miseria. Però.

– Senta, ma che forza è ora il mare?

– Non t’ preoccupa’, nun affond’ ‘sta nav’ (hahahaha).

Sto scemo di un barista. Uno mica deve affondare con tutta la nave per cacarsi sotto. Stronzo. Tutti stronzi quando ti vedono debole, ‘ché già dalle domande che fai si capisce che ti stai affidando completamente a quello o a quelli a cui le stai rivolgendo. Non lo imparerò mai. Tanto questi se ne fottono del tuo imminente crollo, questi sentono solo gli ordini dei capi e le partite alla radio: non devo perdere tempo con persone così. Esco, ché mi manca l’aria. Cazzo che freddo qua fuori: com’è bello vedere tutti quei puntini della città sparsi nel buio, che brillano. Ci fosse Giulia, resterei abbracciato a lei per tutta la notte. Che freddo c’è stasera. Oddio mi sale tutto in gola, oddio la serpe sta salendo in gola. Scappare in Australia, ma come faccio? sono un fifone sono: dico dico, poi faccio sempre le stesse cazzate e non mantengo le promesse. Napoli già non la vedo più.

(altro…)

Martingala #2: Album

Almeno credo che sia lei; ma mi sembrerebbe strana la coincidenza, e ancora più strano averne un ricordo così vivido dopo più di vent’anni. Quindi mi siedo sul divano, alzo il volume del televisore e la osservo mentre prende posto sullo sgabello del pianoforte.
L’ho incontrata la prima volta quando avevo otto anni, e lei immagino la mia età. Eravamo a un concorso nazionale di pianoforte, settore pulcini, quella cosa, per intenderci, che può essere tanto la rivelazione di nuove promesse quanto il saggio di fine anno degli stonati. Ricordo data e luogo perché ho ancora conservato il diploma che attesta il mio secondo posto. Il primo posto lo prese lei. I sottotitoli in televisione dicono che si chiama Maddalena, questo non riesco a ricordarlo ma perché dubitare. In questo momento sta suonando Debussy (detesto Debussy) ma non ho idea di cosa lei o io avessimo portato al concorso.
L’ho incontrata la seconda volta l’anno dopo, allo stesso concorso. Andai a salutarla e abbracciarla, anche se avevo nove anni non mi facevano schifo le femmine, e mi ricordavo benissimo di lei perché avevo pensato, l’anno precedente, che se i suoi genitori non l’avessero messa al mondo avrei vinto il primo premio. Ma l’avevo pensato con affetto. Quindi ero corso ad abbracciarla e le avevo detto, ricordo anche questo, che ero spacciato se anche lei gareggiava e che sarei arrivato di nuovo secondo. Invece arrivai primo, ma solo perché per lei coniarono la dicitura “Primo Premio Assoluto”.
Quello che ricordo con più precisione (sì, è davvero lei, ha gli stessi riccioli stretti stretti e le stesse ossa lunghe del viso) è il momento in cui le chiesi cosa le avrebbero regalato i genitori se fosse andato bene il suo concerto. Io mi ero fatto promettere l’album del film di Aladdin con almeno due pacchetti di figurine. E invece: Niente!, aveva esclamato lei, come se fosse stata la cosa più ovvia al mondo. Come se in qualche modo, per le mie pretese, mi sarei dovuto vergognare.
I miei mi regalarono l’album con molti pacchetti di figurine. Io ho smesso di suonare verso i quindici anni, anche se uno dei maestri disse un giorno (lui che non si sbilanciava in nessun complimento) che avrebbe tanto voluto suonare come me alla mia età. Forse lo disse perché era la nostra ultima lezione prima che lui traslocasse.
Qualcuno dice che ho smesso di suonare perché lui è andato via. Mi viene da rispondere che ho smesso di suonare perché quando mia madre mi ha chiesto cosa volevo in cambio di un concerto perfetto i miei occhi non hanno brillato, non mi sono drizzato in piedi, non ho urlato: Niente!
A quanto pare non ho la stoffa adatta per fare il pianista. E, ringraziando il cielo, neanche quella per fare il soccombente.

© Giovanna Amato

Martingala #1: Il Rombo

martingala1-rombo

fotografia di Giulia Amato

 

Per Anna G.

I miei colleghi non riuscivano a capacitarsi della mia resistenza al lavoro. Continuavano a girarmi attorno dicendo che, per un docente, è obbligatorio un massimo di quaranta ore pomeridiane di riunioni. Tutto il residuo potevo evitarlo, bastava buttare giù uno schema delle mie presenze e per il resto starmene a casa, tranquillo, sul mio divano. Qualcuno me lo diceva con compassione, vedendomi inchiodato al banco della sala professori in attesa di un altro consiglio di classe; qualcuno me lo diceva quasi con rabbia, qualcuno con la mezza voce di chi, comunque, meglio a te che a me.
Non sapevo come convincerli che io ero completamente felice. La sola idea di tornare a casa su quel divano che mi citavano mi riempiva di una forma granulosa di angoscia. Mi sentivo, all’idea, come quei monaci che si guardavano le spalle dal demone meridiano dell’accidia.
Sentivo un rombo, costante e continuo, a percorrere quei corridoi. Era una sensazione fisica, la coscienza che il sangue mi scorreva violento nelle vene, un pulsare ritmico agli occhi e un ronzio piacevole, vertiginoso, in fondo alle orecchie. Arrivavo prima, volevo andare tardi. Fare sera a scuola era diventato l’unico obiettivo delle mie giornate: conoscere le sfumature di luce delle aule, la diversa tinta dei plessi, il rumore dei cardini delle segreterie. La scuola dopo il tramonto era un secondo termine, generato non creato dalla scuola prima di pranzo. (altro…)

Il Natale è il 24

milano foto gm

milano foto gm

Il Natale è il 24

di Raffaele Calvanese 

 

La scomparsa dei canditi dai panettoni classici è uno di quei segni del tempo che passa che riescono a spiegare la nostra epoca molto meglio di tanti sociologi. Si narra che pure Ludovico il Moro a Milano, assaggiando il primo panettone inventato dal suo cuoco abbia esclamato “anche a voi l’uvetta fa cagare?” Il Natale ho smesso di sentirlo arrivare da quando ho terminato la scuola e ho iniziato a lavorare, da allora arriva sempre all’improvviso, da un giorno all’altro, nonostante le numerose avvisaglie che dissemina in giro già da Novembre.

La vita dei pendolari, infatti, è un lungo “nel frattempo”. Avanti e indietro, avanti e indietro. L’autobus per me è una seconda casa, ho anche i miei posti preferiti, anzi il posto preferito. Per via delle mie gambe. Troppo lunghe per poter stare comodamente in quegli scomodi scranni tarati su altezze che ricordano i tempi delle scuole medie. Il protocollo era rigido e ben rodato, appena vedo spuntare all’angolo l’autobus comincia la corsa per stare tra i primi, due gradini per salire e buttare subito lo sguardo ai sedili vicino alla porta per la discesa, il posto più largo, se occupato adottare prontamente il piano B, ai penultimi della fila, i sedili forse più stretti e per questo sempre vuoti, lì ci entravo a malapena ma essendo molto ingombrante chiunque mi avesse visto seduto lì avrebbe desistito dal chiedere di mettersi al posto di fianco al mio onde evitare un viaggio fatto di contorsionismi. Ogni santo giorno una guerra di posizione. Durante le feste di Natale diventa tutto più complicato, perché molti passeggeri occasionali affollano le corse che prendo anche io, senza contare il traffico a fiumi per le strade. La domanda ogni anno è sempre la stessa “durante il resto dell’anno dov’è tutta la gente che gira in auto a Dicembre?”. Io non l’ho mai capito, per di più dovendo andare al lavoro mentre molti sono in ferie a caccia di regali il nervosismo è una costante quotidiana. Come se non bastasse vicino la mia fermata stavano ristrutturando un palazzo e nei giorni scorsi su una delle pareti esterne della costruzione è apparsa una figura che molti si ostinano a dire assomigli al “volto santo”.

“Scusi signora ma che è successo qui?”

“È apparso il volto santo non vede, è un miracolo, il miracolo di Natale”

Miracolo, cazzo, è un miracolo di sicuro, perché anche se sembrava impossibile immaginare ci potesse essere più traffico di quanto normalmente ce n’è a Dicembre, l’apparizione di quella immagine ha scatenato un pellegrinaggio infinito di curiosi e di fedeli. Da lì pronta adozione di un nuovo protocollo, come molti altri compagni di sventura su quel bus, scendere alla fermata precedente e fare quattro passi a piedi in più onde evitare di dover dividere in due le folle come fece Mosè col mar nero, solo che io avrei dovuto farlo in autobus.

Ricordo il primo anno che cominciai a lavorare, ero l’ultimo arrivato e chiaramente il 24 non mi toccarono ferie, per anzianità, che non avevo, ed anche perché si faceva solo mezza giornata. Pensai che nessuno sarebbe venuto in ufficio la vigilia di Natale, mi immaginavo tutti intenti a impacchettare regali o a dispensare auguri. Beata ingenuità di chi non capiva il postulato secondo il quale chiunque, con una giornata libera a disposizione, aspetterà di certo l’ultimissimo momento per sbrigare una pratica, richiedere un documento o semplicemente venire a fare qualcosa di assolutamente non indispensabile. Me ne resi conto appena girai l’angolo e vidi la fila fuori la porta ad aspettare l’apertura. Il personale era ridotto all’osso e i clienti tantissimi, al punto che dovemmo chiudere mandando qualche cliente a casa in anticipo tra le bestemmie gli insulti ed anche qualche bella e fantasiosa minaccia personale. Da allora la scena è sempre pressappoco la stessa ma con meno ingenuità e più disillusione. Io ho continuato ad andare a lavoro il 24, più che altro come strategia per non farmi risucchiare subito dal via vai di auguri di circostanza, cercando di dare un tono normale ad una giornata che tutti cercano di sentire come speciale. Quest’anno non ha fatto differenza. Uscendo sempre piuttosto frastornato, con mille cose a cui correre dietro e mille persone in testa, tanti volti, familiari, che non vedo più, e che forse oggi rivedrò davanti a una bevuta, traffico permettendo, volto santo permettendo. Poi passare a casa di miei solo per farmi dire di non tornare tardi, se mi piace la pizza di scarole, che mi hanno preso anche un pezzo di quella con la salsiccia e i friarielli.

(altro…)

Mirko Bay, All on Board

berlino foto gm

berlino foto gm

 

Mirko Bay, All on Board

L’ho saputo soltanto alla fine, io. È sempre così. Anche se le cose le sai all’inizio, significa che l’inizio è comunque la fine. Si chiama Terapia-Dialettico-Comportamentale. E allora tutti in carrozza: All on Board, vai Ozzy! In realtà è un insieme di cazzate su come accettare il fatto di star male, su come avere pensieri positivi, capisci? Vogliono che mi passi. Io non voglio che passi. È l’unica cosa che mi dà l’illusione di avere una scusa. Mi ci sto ustionando il cervello come se stessi sbattendo la testa su una pozza di bitume incandescente. Dovrei, ma non ho iniziato. Non mi va. Lo ricordi Edmond? Beh, ora mi dici cosa gli avete fatto, o ti rompo il culo. Piove, oggi ha piovuto. Oggi piove come non pioveva da tempo. Come piovono i pensieri. Sento le emozioni che mi cadono dal niente. Rintocchi: Goccia-Dopo-Goccia. E piove freddo, pensieri freddi. Ho paura. Ho paura del freddo che mi trapassa la maglietta e la pelle e filtra nelle ossa e trasuda fuori quando sento che è reale, è così: non voglio stare con gli altri. Ho paura di diventare come loro. E stasera non ho nemmeno le birre. Non. Voglio. Essere. Triste. Non voglio fare sciocchezze. Oggi sto meglio, non so perché. Codardo. Nemmanco il coraggio di dire la verità, c’hai.

Colposecco. Fratturascomposta. Bugie schiaffi sensazioni freddo. Colpo allo stomaco. Calci. Pugni. Respiro. Sangue. Loop. Il mio silenzio.

Edmond è lì, in quel silenzio. All’inizio di queste stronzate. Che non mi riesce a finire un discorso. Che finirò io per lui… Che, quando finirò, spero di sentirmi meglio. Che fa male la schiena le mani il cervello il culo i polpacci e sei un bugiardo. Avevi detto che era uno scherzo. Chi sa se capirai un giorno per davvero cosa hai fatto. Applausi. Bravo. Cazzo c’hai nel cervello? Giorgio, cosa hai fatto a Edmond! Piove. Ah, no no, ha smesso da poco. Ma non cambia più nulla, oramai. Ieri stavo malissimo. Poi benissimo. Sento questi impulsi autodistruttivi e…

Però c’è un ronzio, di una mosca o di una zanzara o di un’ape? O di un treno lontano o delle lampade? Sento il ronzio… Sshhh… Sshhh, piano. Fai piano su quei tasti… Lo senti? È il ronzio del sangue che scorre. E ora ascolta quei tonfi inferociti… Li senti? Quello è il battito del mio merdoso cuore. Sono i rintocchi.

Mi sono arrotolato una sigaretta di Golden Virginia. Mi piace. Mi ricorda il fuori. Ma ricordare è anche fissare il suo corpo a terra. Piantarci lo sguardo e sorvolare col pensiero la sua pelle carbonizzata. Accendo la sigaretta con l’accendino che ho preso dalla tasca di Edmond; quello che gli avevo regalato un mese fa. Lo nascondo dietro il battiscopa. La sera lo sfilo da lì e lo guardo e lo rigiro fra le dita finché non ci nascono i pensieri. Per cavarci fuori qualcosa. Capisci? Mi sono tagliato. Ieri. Era un taglio con dentro tutto un nido. Il nido di quel che volevo. Tu. E ho premuto la lama e ho rovistato dentro per capire, per capire se sentivo dolore. Per vedere se ti ci trovavo. Tu. Prenderti a calci. Vibrazione allo stomaco. La ventola del pc arranca, che è tardi, che devo pestarci piano su ‘sti tasti dimmèrda. Che vogliono che io parli. Che mi sono rotto il cazzo, vorrei martellarli spaccarli frantumarli fracassare la tastiera… Mi hanno concesso un pc. Dice che: o mi apro, o succede un casino.

Frantumare… Fisso il monitor.

Ci sei tu, Ed, con me adesso. La testa inclinata a destra, con la mia, gli occhi stanchi e lo sguardo che scivola come una foglia in un torrente, verso il mare… Un mare di pensieri. Pensieri fatti di fili d’erba tagliati, di fiori recisi tra i sassi. Che sei tu. Mi prendo la faccia tra le mani… sospiro… sono triste… Diglielo. Digli tutto. Dài. Che poi ti senti in colpa. Dài, diglielo. Coglione. Sei un coglione assassino dimmèrda!

Non capisco.

Non lo capisci cosa hai fatto! Sai cos’è il dubbio? Le cose che si devono scegliere son quelle che esistono, perché non l’hai ammazzate prima.

Mani in faccia. Sospiro.

Coglione… Gli occhi sui tasti. La luce del monitor. La luce negli occhi. Non hai nemmeno mai capito cosa sia l’amicizia. Mani tra i capelli, dita sulla tastiera, sospiro. L’ho saputo soltanto alla fine, io. Ma come al solito, le cose che ti cambiano la vita le sai alla fine. È sempre così. Anche se le sai all’inizio. Beh, significa che quell’inizio è comunque l’inizio della fine. Mi vien da vomitare. Mi sono rollato un’altra sigaretta: l’ho fumata alla finestra poco fa: è la decima e ora mi viene da vomitare. E non so più se è per colpa del tabacco o di questa faccenda. Mi stavo mettendo a letto credendo di poter dormire. E invece. Tu non meriti i miei sputi. Sappilo! Edmond era l’amico che non avevo mai avuto dal mio trasferimento, era come… non lo so. Come un fratello. Come un padre. Come mio nonno. Lo guardavo negli occhi e mi sentivo bene. La bocca dello stomaco ora mi vibra. Dentro. È una cosa che odio. E la colpa è tua. Sento come una nota musicale, ma brutta. Hai creato una dissonanza, quel tipo di vibrazione che odio, e io ti odio.

 Mi han fatto una tisana: quelle della clinica.

(altro…)

Francesco Mistrulli, Caszély

 

cattura

Sono stato un calciatore e questo mi ha dato dei privilegi è vero, non lo nego. Ma essere stato un calciatore mi ha dato anche delle grandi responsabilità. Ad ogni modo prima di ogni cosa sono un essere umano. E un essere umano non può stare fermo a guardare gli altri soffrire. Come la maggior parte dei calciatori del mio tempo, non avevo certo nobili natali, anzi. Mio papà era di origini ungheresi, faceva Caszély di cognome, ed io sono l’ultimo dei tre fratelli Caszély, Carlos. Il nome lo ha scelto mia madre Olga. Vivevamo in un quartiere popolare. E dove mai potevamo vivere? A San Eugenio a Santiago del Cile. In quel barrio c’era la scuola. Ci andavo perché non volevo essere ignorante, perché l’ignoranza è l’arma più forte di tutti i potenti, e perché faceva piacere ai miei. Subito dopo la scuola però scappavo perché c’erano le partite improvvisate con gli amici. Mi è sempre piaciuto avere come obiettivo quello di finalizzare gli sforzi dei compagni, mi è sempre piaciuto fare goal. Questo particolare talento mi scorreva nelle vene. Non so come spiegarlo altrimenti. Non ero né alto né magro, ma ero rapidissimo come pochi, di gambe e di testa. Evidentemente qualcuno al Colo-Colo deve essersene accorto, perché mi vollero con loro, e con “El Popular” ho vinto tanto nella mia carriera. Hanno iniziato a chiamarmi “El Rey del Metro Cuadrado”. Se la palla arrivava in area, nel mio metro quadrato, non c’era scampo. Ho sempre coniugato gli studi e la passione per il calcio, le cose d’altronde non si escludevano. Bastava solo un poco di buona volontà. E a me di certo non mancava. Al liceo poi mi sono accorto che oltre al calcio c’era qualcos’altro che iniziava ad intrigarmi. Iniziavo a sentire sotto la pelle l’amore per la politica, quella vera! E così ho iniziato la militanza attiva nei gruppi della sinistra cilena.

Arriviamo così al millenovecentosettantatre, anno che vede il Cile impegnato nelle elezioni parlamentari, elezioni che sanciranno la vittoria democratica di Salvador Allende e di Unidad Popular. Io, nel mio piccolo, a quella vittoria elettorale ho contribuito visto che durante la campagna elettorale sono stato molto attivo. In quei giorni non mi bastavano ventiquattro ore: studiavo, mi allenavo, giocavo e facevo politica. Con il Presidente Allende ho avuto una meravigliosa amicizia, schietta e sincera, come dovrebbe essere un amicizia tra due esseri umani. Durante la finale di Copa Libertadores contro l’Independiente il Presidente ci ricevette tutti al consolato cileno di Buenos Aires e mi chiese di farsi scattare una fotografia. Abbracciato a me, Carlos Caszély, cileno figlio di padre ungherese. Lo capite? Capite la forza dirompente di quel gesto di schietta amicizia? Il Presidente della speranza e l’attaccante del popolo, lui che doveva risollevare un paese e io che dovevo fare goal per un paese. Due obiettivi diversi per un’unica causa. Io poi per “La Roja” di reti ne ho segnate ben ventinove. Purtroppo quella Libertadores rimase in Argentina, ma non fu facile per loro, li portammo alla terza partita sul campo neutro di Montevideo, e perdemmo degnamente dopo i tempi supplementari. E purtroppo il Presidente Allende, il Presidente dell’esperimento socialista, l’undici settembre di quel maledetto stramaledettissimo millenovecentosettantatre venne assassinato durante il golpe di Augusto Pinochet. Il Generale Augusto Pinochet. Tutto pagato e orchestrato dagli Americani e dalla loro stramaledetta paura che i comunisti mangiassero i bambini.

(altro…)

Il càccamo (di Michele Burgio)

serradifalco

…………………………………………………………………..foto di Michele Burgio

Il càccamo (racconto inedito)

A Mattia

«Ti piace il càccamo?»
mi disse Piero piantandomi gli occhi negli occhi. Aveva forse quattordici anni ed io tredici. Era scuro, scuro proprio come la corteccia degli alberi ed i suoi occhi erano due càccami. Le ragazze lo dicevano bello. I figli sono uguali ai padri e, crescendo, si sarebbe senz’altro imbolsito, ma a quattordici anni Piero era ancora un cardellino un po’ selvatico e, proprio perché selvatico, mi appariva come una creatura silvana e leggera.
L’estate se ne stava andando. Presto sarebbe ricominciata la scuola, e con la scuola la prigionia. Quelle mattine perlacee, ammantate di un sole sempre meno rovente, sempre più dolce e tiepido, le avremmo viste da dietro le finestre grandi, quelle con le sbarre di ferro appena arrugginito, dal primo piano di un edificio pallido come la cera. Le avremmo perse, quelle mattine, poco dopo averle finalmente ritrovate.
La campagna prometteva di tornare a profumare di bruchi e di foglie, dopo la calura malsana e secca di agosto, quando tutto è sospeso, boccheggia piano, trattenendo l’ultimo alito. Un fiato dopo l’altro, si ricominciava a respirare all’unisono, uomini, bestie e filari di viti.
«Ti piace il càccamo, ava’?!»
«Sì, sì, che mi piace, certo»
Mi chiamavano, Piero e gli altri amici, “occhi di lince” perché un giorno, all’imbrunire, mi portarono a raccogliere càccamo ad un albero vicino casa. Ma era quasi sera, l’albero era grande, i frutti piccini come grani di pepe, viola scuro. Io irrimediabilmente miope, di una miopia fisica ed esistenziale, più simile a una frana che a un ragazzino, non ne trovai nemmeno uno. Loro, un po’ a tentoni, un po’ infilando le mani con violenza tra le fronde indifese, strappavano frutti di càccamo e li mangiavano sputandone i semi. Io brancolavo. Così mi chiamarono “occhi di lince”.
«C’è un albero qui vicino. Andiamo?»
«Vicino dove?»
«Ma proprio qui, all’uscita del paese! Appena dopo il bivio, sulla sinistra»
«Va bene»
Così ci incamminammo. La strada era deserta, le case poche. Abitavamo ai confini di un piccolo paese, in un punto che sulle carte geografiche non significava nulla. Ancora oggi, se devo indicarlo su una mappa, quel posto mi dà una sensazione di stordimento. Ciò che abbondava, e non senza ragione, erano i cani. I cani servivano per andare a caccia, per pascolare le pecore, per fare da guardia ai capannoni. I cani erano tanti, e tutti molto arruffati e concentrati, perché ognuno di loro aveva un lavoro e non andava mai in ferie. Mentre noi restavamo in ferie per tutta l’estate e poi eravamo in ferie ogni pomeriggio, giù in cortile, a cercare di occupare delle ore stiracchiate come lenzuola di canapa. Inventavamo ogni tipo di gioco e se qualcuno mi chiedesse cosa intendo per fantasia, lo porterei indietro nel tempo a giocare con noi. (altro…)