Racconti inediti

Daniela Scuncia, Etichette

Daniela Scuncia, Etichette

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Le etichette. Ecco quello che adoro leggere. E non ne sono mai sazia. Mi spiegano nel dettaglio composizioni, percentuali, la famosa RDA giornaliera, e poi mi piace rintracciare tra le righe, particolari insidiosi che mi diverto a diffondere. E così tra le amiche dirò: ”Ma lo sai che quei biscotti contengono il 3% di amido geneticamente modificato?” o ancora meglio “I grassi saturi di quella merendina sono di tipo indigeribile, si depositano sul fegato e non te li togli più per tutta la vita!”.  Amenità salutistiche  o pseudo, ricercatissime come tartufi e più preziose dell’oro. E le etichette dei vestiti? Viscosa- elastam- poliammide, o cotone-alpaca, alpaca dico io? E poi lana, ma non pura lana vergine quella è un’altra cosa. Questo è un mondo a parte. Tutto da scoprire con la lente d’ingrandimento da Sherlock  Holmes.  Così mi aggiro in un mondo qualificato, certificato nel minimo dettaglio, pronta a scoprire la magagna sotto gli occhi di tutti, proposta in modo che ognuno possa leggerla, ma forse non tutti capirla.

Tuttavia, l’altro giorno mentre mi aggiravo tra i banchi del supermercato, ho cominciato a vedere le etichette attaccate alle persone: avvocato, insegnante, maestra, elettricista, disoccupato. È stata la mattina dei mestieri. Tutti andavano con la loro targhetta scritta sulla spalla, sulla fronte o sulla schiena e la propria qualifica. Mi bastava girare attorno a qualcuno per scoprire: idraulico, ladro, marchettaro. Studente, bancario, assistente, commesso, sarta, operaio, impiegato, segretario, dattilografo, imbianchino, badante, tutti proprio tutti mi sono passati davanti agli occhi: medico, chirurgo, infermiera, ammalato, pensionato. Con i loro cartellini multicolori mi si presentavano muti nel loro essere nella società. Tutti segnalati, chiari, semplici, nella qualità di: dallo spacciatore al professore.

Questa cosa veniva notata esclusivamente da me. Provavo a coinvolgere qualcuno in una specie di gioco per provare di non avere allucinazioni solitarie ma invano.

A – gli altri erano immuni da quelle visioni;

B – chiedendo con discrezione e circospezione, effettivamente le etichette corrispondevano a verità.

Quindi:

-ero impazzita: sì;

– la cosa aveva un fondo di autenticità sociale;

-sulle prime mi era parsa divertente (per esempio spesso il volto e il corpo corrispondevano al mestiere o invece risultavano assolutamente incompatibili, così il chirurgo sembrava un macellaio e il professore, un muratore).

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proSabato: Marco Mazzucchelli, Mario Marotta

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Marco Mazzucchelli, Mario Marotta (racconto inedito)

.    Domenica pomeriggio. Il padre di Mario Marotta era seduto sul divano, nella stanza di un monolocale in una scrostata palazzina sperduta nelle periferie nel sud del paese. La faccia di suo figlio friggeva distorta e dilatata nel televisore. Quello non era il quartiere dove aveva sempre vissuto, quella non era la casa dove aveva visto suo figlio crescere e dalla quale poi era fuggito con la madre. Non ci aveva mai invitato parenti o amici.
.    Faceva caldo, ma non stava bevendo niente. Non voleva distrazioni: ora erano solo lui e suo figlio nello schermo della TV. Lo fissava. L’unica cosa di buono che aveva fatto la moglie dopo la fuga era stata quella di inviargli di tanto in tanto delle foto di Mario che cresceva lontano da lui, in un posto odiato e che aveva giurato di non visitare mai. Alla fine ce l’aveva fatta, pensò: lui e i suoi maledetti libri. Mario, suo figlio, ce l’aveva fatta, sarebbe diventato famoso, lo era già, chissà quante cose avrebbe potuto fare. La presentatrice aveva in mano il suo libro e lo mostrava alla telecamera.
.    «Mario Marotta. Questo è il suo primo romanzo.»
.   La copertina non l’aveva scelta lui, nemmeno il titolo del libro o la quarta di copertina. Queste cose il padre di Mario non le sapeva, non gli interessavano nemmeno, ma era come se ne percepiva il senso nascosto. Notò, a seconda dell’inclinazione del libro sotto i fasci di luce, le numerose ditate impresse sulla copertina e poi si chiese quante di quelle persone che ora stavano seguendo il programma avrebbero comprato e letto quella storia inventata da suo figlio. Chi avrebbe avuto voglia, in quella calura insopportabile, di mettersi a leggere l’ennesima storia inventata? E poi, tra quella infinitesima parte di persone che invece avrebbero acquistato quel libro, in quanti avrebbero capito davvero quello che c’era scritto, ciò che Mario aveva voluto dire? Per tutti gli Italiani che erano sintonizzati su Rete 5, Mario Marotta non era altro che la grafica della copertina e quel titolo ridicolo. La presentatrice non si degnò di leggere nessun passaggio, non accarezzò il libro, non lo aprì nemmeno. Lo mosse a destra e poi a sinistra preoccupandosi solo che fosse inquadrato e lesse ciò che le suggeriva il gobbo. Mentre parlava, si sistemò il corsetto dal quale i seni ondeggiarono come due budini in procinto di disfarsi. Il padre di Mario pensò che le pagine di quel libro pieno di ditate avrebbero potuto benissimo essere tutte bianche e nessuno lo avrebbe mai saputo. Le sue mani vennero percorse da quello stesso brivido che le elettrizzava quando entrava nella biblioteca della loro vecchia casa – e le assi di legno scuro del pavimento scricchiolavano, e le tende bianche si gonfiavano fino a quando non si richiudeva la porta dietro di sé, e nelle narici si infiltrava quell’odore di muffa e cadaveri che impregnava i mobili e i divani di quella stanza e i vestiti e i pomeriggi di suo figlio – e impugnava i libri per la costa e li lacerava, separando lo scheletro legato della copertina dal corpo molle delle pagine, dilaniando la carta come se fosse carne, con la testa ormai da un’altra parte, rimanendo tutto mani e tutto rabbia, in balia di un impulso che allo stesso tempo doveva assecondare e si sentiva di incoraggiare. (altro…)

Elisabetta Meccariello, False finestre n. 7: La Donna che respirava sott’acqua

foto di Elisabetta Meccariello

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La Donna che respirava sott’acqua aveva dei polmoni eccezionali. Un prodigio evolutivo che gli scienziati non riuscivano a risolvere. C’era chi spasimava il complotto governativo, chi bramava leggende metropolitane, chi alimentava la corrente della colonizzazione aliena. Molti furono gli esperimenti a cui la sottoposero, è straordinario, ripetevano, saremo in grado di curare malattie che ancora non conosciamo, acclamavano, il suo dna può svelare il mistero della vita, incensavano, potremo certamente diventare immortali! Un giorno uno spettabile esimio ecclesiastico illustrissimo eminente stabilì che non c’era niente da indagare, che era così e basta e tutti si inchinarono, si cosparsero il capo di cenere, deliberarono che era vero, non c’era niente da indagare, era così e basta e ben presto si dimenticarono della Donna che respirava sott’acqua. Nessuno ne sentì più parlare.

Si archiviarono i fascicoli, si bruciarono le foto. Ma chi è la Donna che respira sott’acqua, si interrogavano, non c’è nessuna Donna che respira sott’acqua, non è scientificamente possibile, è un’invenzione, è un’immaginazione, è pura fantasia. Così la Donna che respirava sott’acqua tornò nel suo acquario. Un bilocale in periferia fornito di tutti i comfort, meticolosamente arredato con materiali idrorepellenti. Vani erano i suoi tentativi di socializzazione. Quando i vicini scorgevano dallo spioncino la sua pelle raggrinzita, il volto rugoso, le mani squamose ecco che sprangavano i portoni, chiudevano a doppia mandata le serrature, fingevano di aver traslocato per sempre in un altro Stato. Iniziarono ad etichettarla come quella strana, quella diversa, quella che chissà cosa faceva, chissà cosa teneva in casa, chissà cosa faceva per vivere, quella da evitare, quella da nascondere alla vista dei bambini. Allora la Donna che respirava sott’acqua si sedeva accanto alla finestra e aspettava con affanno le giornate di pioggia. Si catapultava giù per le scale e correva correva correva nelle strade deserte, con la faccia al cielo, con la bocca aperta e finalmente respirava.

Respirava con ogni cellula del suo corpo, respirava con le inquietudini, respirava con le paure, respirava con le sue domande, con i suoi perché. Si abbandonava completamente e si lasciava trasportare dal fluire dell’acqua. Attraversava i canali, gli scoli, passava sotto i ponti, entrava nel terreno, nelle falde e scorreva scorreva scorreva fino a quando la corrente non la portava al mare. E una volta piombata nell’oscurità i pensieri le uscivano dalla testa, tutte le voci, tutti i sussurri si dissolvevano, tutti i tumulti che le comprimevano il cervello, tutti i mostri che le sbraitavano oscenità si vaporizzavano, semplicemente. Io non sarò, singhiozzava, io non sarò. L’oscurità la purificava. L’oscurità la nutriva. Un fluido nero attraversava i tessuti, le vene, gli organi, rigenerava le membra stanche. E l’oscurità la annientava. Disperdeva la sua unicità, il suo talento. La Donna che respirava sott’acqua evaporava, tornava al suo stato aeriforme, occupando tutti gli spazi. Evaporava. Evaporava e si ricongiungeva ai suoi pensieri, alle voci, ai sussurri, ai tumulti, ai mostri, le molecole si riunivano, si avvinghiavano, si legavano e piovevano di nuovo sulla terra, nelle strade deserte. La Donna che respirava sott’acqua tornava alla vita, iniziava una nuova straordinaria esistenza. Di solitudini, di assenze, di rimpianti. In un bilocale in periferia fornito di tutti i comfort, meticolosamente arredato con materiali idrorepellenti.

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© Elisabetta Meccariello

Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Elefante Rosa, Copyright Matin Cloutier

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Daniela Scuncia, Il caso dell’elefante rosa

Quando si parla di felicità, bisogna essere sempre cauti, eppure quel giorno ero felice. Tornavo a casa con il mio elefantino rosa. Una creatura unica e particolare, alta non più di un metro e sessanta centimetri, coperta da una leggera peluria iridescente. Naturalmente, la cosa più interessante era il suo colore. Non apparteneva alla specie degli elefanti africani con il colori della terra, né a quelli indiani dalle orecchie piccole e più grigi. Era proprio di un bel rosa gote di un bambino coccoloso; rosa orsetto di peluche usato troppo, rosa, del succo del melograno quando si spacca aprendosi al sole. Avevo il mio tesoro e mi seguiva volentieri tra i viali della città, mentre lo portavo nel giardino di casa. Già a quell’ora del mattino, qualcuno aveva cominciato ad additarci per la via,  i primi sorrisi e le prime domande. Finché arrivata a casa, lo lasciai vagare libero sotto gli occhi dei curiosi. Anche nei giorni successivi, c’era sempre qualcuno a sorvegliare ogni minimo passo e movimento di quella tenera meraviglia. Tuttavia presto le cose si deformarono, assunsero toni oscuri e inquietanti. Quel colore così rosa, quel fresco accento della sua pelle, era dovuto a un’alimentazione di un tipo davvero particolare. L’elefante si nutriva di albe e tramonti.

Non è che sottraesse all’alba tutto il chiarore, né al tramonto il viola o l’arancione del cielo. Solo e soltanto, qualche minuto del sorgere e del tramontare del sole. Non ho mai pensato a tutto questo come a un dramma, piuttosto come a un prezzo da pagare per un vantaggio ulteriore. La bellezza di questa creatura e la sua capacità di rasserenare il cuore più nero, mi sembrava meritassero anche un costo più elevato.  Ma non tutti pensarono così. Sorsero albe e giacquero tramonti, e cominciarono le prime rimostranze, qualche domanda insidiosa e qualcuno capì, definitivamente, come stavano le cose. Annunciato da un impetuoso tumulto, alla mia porta, comparve un giorno, il comitato PRESTO E BENE.  Questa storia dell’elefante aveva già portato abbastanza problemi: aveva sottratto preziosi minuti alle giornate, portando notevoli danni economici. Scombussolando l’ora di sveglia, la gente non andava più puntuale verso i propri impegni; così come l’ora di rientro era caratterizzata da una grande confusione. Era arrivato il momento di finirla. Presto e bene, appunto, con l’allontanamento o la rimozione forzata dell’animale, se del caso.

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Paolo Triulzi, Filosofia Barbara #1

foto di Paolo Triulzi

PANTALONI CHIARI

Indossavo dei pantaloni chiari comprati un paio di anni prima e già andati fuori moda. La cosa mi metteva a disagio. Passavo il tempo a guardare compulsivamente i pantaloni chiari degli altri. Consideravo di non essere mai riuscito a somigliare a niente. Quando compro le cose che vedo in giro, poi su di me fanno sempre un’altra figura. Il risultato non raggiunge mai l’effetto desiderato.

È il punto di vista soggettivo che cambia la prospettiva. Mi ostinavo a cantilenarmi in testa questo. La settimana precedente l’avevo trascorsa considerando se suicidarmi, il problema di questa erano i pantaloni.

Mi misi in coda a uno dei bancomat presenti in stazione per prelevare cinquanta euro. Mentre ero in coda venivo pian piano avvolto dall’odore di alcol economico e fumo rancido dei barboni che campeggiavano sotto le tettoie della stazione. La mattina si mettevano a far colazione con birra e sigarette seduti sulle sedie smaltate di verde all’interno. Investivano con le loro folate quelli che arrivavano dai tornelli dei binari.

Presi i soldi dalla fessura di metallo e me li infilai in tasca. Me ne andai reprimendo un conato di vomito. Un barbone grasso con una gran barba nera, dopo essersi seduto a due metri da me, si era tolto le scarpe.

Uscito sul piazzale della stazione considerai se bere un caffè, ma avevo la gola sigillata dalla nausea. Soffiava finalmente un venticello fresco. Mentre attraversavo la piazza mi aspettavo che qualcuno mi fermasse per parlarne. Erano tre settimane che faceva costantemente un caldo afoso e impossibile e la gente non parlava d’altro. Ora che stava smettendo non fregava più a nessuno.

Attraversai la strada cercando il mio riflesso nelle vetrine circostanti. Volevo controllare ancora come mi stavano i pantaloni. Di merda, mi sembrava. Considerai se comprare un pacchetto di sigarette.

Arrivai in ufficio con dieci minuti in anticipo, la palazzina era vuota. Subito arrivò anche il mio collega. Non hai la cravatta, mi disse per prima cosa. L’ho dimenticata. Andiamo a bere un caffè, mi disse per seconda cosa. Al bar mi informò che il capo non ci sarebbe stato. Manco a farlo apposta, risposi. Programmi? Ho un paio di cose da sbrigare, per il resto pensavo di farmi i cazzi miei. Benissimo, risposi.

Dopo quattro ore ero di nuovo nella piazza della stazione. Volevo mangiare un panino. Forse un gelato. Camminai piano fino al centro della piazza, dove c’erano degli alberi e dei tavolini pubblici con le sedie.

A uno dei tavolini stava seduto un barbone piegato in due. Lui era seduto sul sedile mentre la sua faccia stava appoggiata al tavolo. Non si capiva se era vivo o morto. Inoltre fra la sua faccia e il tavolo c’era una pizza. Una pizza da asporto dentro un cartone aperto. Evidentemente la stava mangiando quando qualcosa era successo e lui ci era finito dentro con la faccia. In testa aveva ancora un cappello con la visiera.

Mi fermai a guardare la scena, domandandomi se l’uomo fosse vivo o morto. Considerai se non fosse il caso di chiamare il 118. Poi vidi che come me c’erano diverse persone in piedi intorno ai giardinetti a guardare.

Pensai, come probabilmente chiunque in quel parchetto, che l’ambulanza l’avrebbe potuta chiamare qualcun altro. Mi misi a studiare i dettagli della scena. Tipo quanti morsi mancassero dalla pizza. Oppure il grado di penetrazione della visiera nello strato di formaggio. Incredibile come il cappello fosse rimasto perfettamente calzato sulla testa. Mi distrassi un paio di volte sui pantaloni chiari di un tizio lì a fianco.

Poi il barbone tirò su la testa di scatto. Dei filamenti di formaggio gli pendevano dalla faccia rossa. Prese una gran boccata d’aria e starnutì. Le palpebre gli rimasero a mezz’asta. Tutti se ne andarono via.

Mi avviai verso la vetrina in cui mi ero specchiato la mattina. I pantaloni mi stavano ancora una merda. Forse  la settimana successiva forse avrei ricominciato a pensare al suicidio.

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Elisabetta Meccariello, False finestre n.5: Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre

foto di Elisabetta Meccariello

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Elisabetta Meccariello, False finestre n.5: Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre

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Sono morto alle 15.07 del 10 ottobre. L’anno non lo ricordo. Ma in fondo che importa. Vogliamo davvero dare un senso al tempo? A chi interessa. Potrei essere morto in qualsiasi tempo e luogo. Adesso sono disteso in questa bara che nemmeno mi piace. Non è adatta alla mia fisicità. Non mi valorizza. Mi aspettavo una cassa più solenne, un legno più scuro. Non è cambiato niente in questa stanza. Gli antenati sono sempre lì penzolanti alle pareti. Mi fissano nelle loro cornici d’argento, mi giudicano, forse mi disprezzano. Mi aspettano. Per tutta la vita ho osservato quei sorrisi emblematici, quegli indici puntati, cosa cercavano di dirmi, cosa mi sussurravano la notte. E adesso dove sono. I loro volti sono così formali, si sporgono dalle intelaiature, posso scorgerne i lineamenti, i profili, i nasi aquilini, posso sentirne il respiro freddo sull’orecchio. Il colore delle stampe si sgretola, la polvere si disperde nell’aria. Mi parlano ma non riesco a comprenderli. E chi sono queste persone. Mi stanno tutti addosso. Hanno certe facce. Alcune non le ho mai viste. O forse non le ricordo. Forse non sono così importanti. Si rivolgono a me come se io avessi le risposte, come se con un cenno potessi dare un senso alle loro esistenze. Come se potessi risolvere le loro esistenze. Non ho deciso nemmeno la mia. O non lo ricordo più.

Mi guardano, qualcuno mi sfiora una guancia, mi tocca una mano. Ma prima? Mi hanno mai guardato così? Mi hanno mai toccato così? E io l’ho fatto? Posso percepire i polpastrelli che mi accarezzano, l’epidermide si squama, le cellule si dissolvono. – Tacete! Stanno dormendo tutti! – Tacete! Stanno dormendo tutti! Vorrei sapere chi ha scelto queste scarpe. Le odio. Sono scomode. Stringono sull’alluce. E chissà quanto tempo dovrò starci in queste scarpe. Ho un armadio traboccante di scarpe. Mi fanno indossare delle scarpe che detesto in una bara che nemmeno mi piace. Un uomo è immobile accanto a me. Mi scruta, muove le mani. Sta mimando qualcosa? Cosa vuole dirmi? Lo guardo attraverso le palpebre serrate. Adesso vedo tutto. Adesso vedo tutti. L’uomo non ha occhi e non ha bocca. È qualcuno che non ricordo più? È qualcuno che non voglio ricordare? È qualcuno che la mia coscienza ha strappato dalla mente? O forse sono io stesso, che mi sono perso, che non mi riconosco più, che non ricordo chi sono. Sei venuto a prendermi?, vorrei chiedergli. Sei venuto a ritrovarmi?, vorrei chiedergli.

Non sta succedendo davvero eppure è tutto vero. Il legno della bara scricchiola, si aprono le prime crepe. Un treno sfila sopra al ponte e io resto fermo a guardare le luci dal finestrino. Tutte le cose che ci siamo detti. Tutte le cose che ci siamo detti solo guardandoci. Dove sono finite. Sono morto quando ho scelto la strada in cui non c’eri tu. Anche se ho continuato a respirare, a mangiare, a dormire, ad amare. Sono morto tante volte. Continuo a morire in ogni tempo, in ogni luogo. Mi chiedo cosa resti. Di quello che facciamo, di quello che pensiamo. Io non voglio lasciare niente. Niente a nessuno. Nessun impegno, nessuna aspettativa, nessun segno. Non riesco a fermare i pensieri. Ne farei volentieri a meno. Dev’esserci un luogo in cui finiscono i pensieri. Un archivio immenso nel sottosuolo di un palazzo di periferia. Buio, umido. Gestito da qualcuno con spessi occhiali di tartaruga che usa Windows 95. Chi sono queste persone. Mi stanno tutti addosso. Piangono. Piangono. Le lacrime scavano i volti, riesco già a vederne le ossa. La pelle si scioglie, i frammenti colano sul pavimento. Cosa resta di quello che facciamo di quello che pensiamo, di quello che siamo. Dei frammenti che colano sul pavimento? Lo chiedo all’uomo senza occhi e senza bocca, lui non mi risponde, muove le mani, l’aria intorno a lui si sposta, con pesantezza, lo ingloba, io lo cerco, non lo trovo più, vedo solo le sue dita che ancora gesticolano, fino a sparire del tutto. Le cornici alle pareti si sbriciolano, gli antenati si polverizzano, le pareti stesse crollano, non c’è più niente, tutto intorno a me si dissolve, non c’è più niente, non c’è più nessuno. Apro gli occhi. Ai piedi ho delle scarpe che detesto. Sono scomode. Stringono sull’alluce. Potevano almeno lasciarmi scalzo.

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© Elisabetta Meccariello

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n.5: Canguro

 

La lunga e muscolosa coda rende agile il salto di questo marsupiale, il quale è sia bipede che quadrupede, a seconda dell’eventualità. Animale erbivoro, può pesare da uno a novanta chili.

Il mistero che, soprattutto nei bambini, suscita il suo marsupio è uno dei più antichi. Questa tasca addominale nella quale i cuccioli terminano il loro sviluppo accende sempre la curiosità, quella umana che assai spesso non comprende il mondo animale.

Esempio perfetto di mamma, il canguro lascia impronte giganti per tutta l’Australia, qualcuno dice che il colmo per questo animale è avere le borse sotto gli occhi; nel marsupio c’è una vita che si impadronisce dei piccoli, un’esistenza astratta di multiformi tenerezze, un’esperienza che rende estraneo il formicolio esterno.

Questo animale, poderoso ma simpatico, rivela un mistero nel suo nome; si dice che ai tempi delle spedizioni di Cook qualcuno chiese agli indigeni il nome di questo animale e loro risposero “can-gu-ru” (che nel dialetto indigeno significa “non capisco”).

La leggenda fu sfatata negli anni settanta del Novecento, quando la linguistica ha rintracciato l’etimologia del nome, ossia Guugu Yimithirr “gangurru”; da allora si sa che l’animale “boxeur” – simpaticamente ritratto con i guantoni in più di una vignetta – ha natali assai nobili e che i deserti, le steppe, sono i suoi regni.

Regni di pace dove l’erba è gustosa, dove i piccoli canguri giocano alla vita nel marsupio materno, dove l’ostilità esterna non penetra la crescita innocente di questi cuccioli che saranno, un domani, grandi divinità saltanti; riposano come guerrieri stanchi della battaglia.

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Giuseppe Ceddia

 

Martingala #7: Il paese del sole

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fotografia di Giulia Amato

Questa terrazza ha visto nascere le migliori pagine cui io abbia mai dato fuoco.

Mia sorella telefona per chiedermi una mano col trasloco.
Il che è un modo sottile di intimarmi di tornare a prendere la scorta iniqua di libri che ho lasciato, nei mesi, nella casa napoletana in cui ho abitato prima di lei. Adesso che deve sgomberarla non vede alcun motivo per fare tutto il lavoro da sola.
Allora mi preparo. Ho provato, davvero, a immaginare Napoli nella forma della sirena che le ha dato il nome, ma ogni volta la linea del suo golfo, i suoi costoni, l’odore del suo tufo, mi riportano l’immagine di un adolescente sacro e capriccioso. Un cacciatore greco, adorato dagli dèi e morto in una di quelle maniere rocambolesche e macabre che agli dèi piace inventare per far morire i ragazzini che hanno adorato. Così guardo Roma, la magnifica signora, e la saluto per cedere al richiamo del ragazzo scuro. Né la signora né l’efebo sembrano troppo colpiti dalla mia decisione. L’unilateralità è una delle costanti dei miei slanci emotivi più sentiti. (altro…)

Barbara Garlaschelli, Vincenzo e Milano

Milano Foto gianni montieri

Barbara Garlaschelli, Vincenzo e Milano

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Vincenzo cammina rasente i muri, sia in casa che fuori. I muri lo proteggono. Un poco, almeno. Se potesse non uscirebbe mai, ma non può. C’è sempre qualcuno – sua madre, suo padre, suo fratello, sua cognata – che gli dicono che non può restare in casa, deve uscire per andare a lavorare.
Lavora come bidello in una scuola media. Una tortura quotidiana. Tutti quei ragazzi, quelle voci, quello sbattere le porte, urlare, salire e scendere le scale. E mai che camminino ‘sti ragazzi. No, sempre di corsa.
Vincenzo, invece, avrebbe bisogno di silenzio per mettere ordine nei pensieri che si aggrovigliano nel cervello. Soprattutto vorrebbe riuscire a costruire un muro dentro la testa in modo che quelli non possano leggergli dentro.
Ha provato a spiegare ai dottori che non è lui quello pazzo ma quelli che vogliono controllargli i pensieri, ma i medici, con quel loro sussiego stucchevole e imbarazzato, gli hanno fatto fare tanti esami, e controlli, e radiografie e poi gli avevano somministrato pillole di varie colori da prendere a certi orari del giorno, preciso mi raccomando, e lo avevano mandato a casa.
Così, un giorno, aveva deciso che forse la forza pubblica poteva proteggerlo. Si era recato in commissariato, senza dire niente in casa, vestito del suo vestito migliore e aveva chiesto di parlare con la persona più importante che ci fosse lì. Aveva finto di non accorgersi dell’occhiata di sospetto compatimento che gli aveva lanciato la guardia con cui aveva parlato e che gli aveva risposto: «Si sieda e aspetti».
Vincenzo, come sempre, aveva ubbidito. Lo faceva sempre, con  tutti, sin da quando era bambino. Ubbidire però non lo aveva protetto da loro. Loro erano riusciti a entrargli nella testa e lo tormentavano.
Dopo una mezz’ora era arrivato un’altra guardia. Un signore più vecchio del primo, con una divisa più bella.
«Mi dica» aveva esordito guardando Vincenzo dritto negli occhi. Non aveva nessuna espressione. La sua faccia era come una lavagna cancellata. Vincenzo si era sentito rassicurato.
«Vorrei fare una denuncia.»
La guardia aveva fatto un cenno al suo collega giovane che nel frattempo era riapparso sbucando da  una porta e si era accomodato dietro una scrivania sulla quale stava un pc, aspettando.
«Mi dica» aveva ripetuto l’uomo senza espressione. E Vincenzo aveva cominciato a parlare e mentre lui parlava, la guardia giovane batteva sulla tastiera del pc senza spostare gli occhi dallo schermo.

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Elisabetta Meccariello, False Finestre n. 4: L’uomo col fiato sul collo

Foto di Elisabetta Meccariello

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Elisabetta Meccariello, False Finestre n. 4: L’uomo col fiato sul collo

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L’Uomo col fiato sul collo le aveva provate tutte: sciarpe, foulard, bandane, maglioncini a collo alto, scialli, stole. Aveva anche azzardato uno scaldacollo su consiglio di un praticante della montagna. Niente. Tessuti di cotone, lana, seta, sintetici, misto lana, misto seta. Si era buttato anche sulla pashmina anche se non sapeva esattamente cosa fosse. Niente. Non era servito a niente. Tutto ciò che faceva, che pensava, che provava. Tutto era scandito da questo costante e implacabile fiato sul collo. Come va? Benissimo! Come stai? Benissimo! Tutto bene? Benissimo! Era il suo acuto quotidiano. L’Uomo col fiato sul collo declamava per lo più superlativi assoluti, prolungava tutte le sillabe, ostentava un sorriso e inclinava leggermente il capo. Mentiva a tutti. Alla moglie, ai figli, agli amici, ai colleghi. Mentiva al conoscente incontrato per strada. Continuamente. Mentiva a se stesso. Ripeteva che c’era tempo, che poteva farcela, che non c’erano problemi. Continuamente. Ostentava un sorriso e inclinava leggermente il capo. E intanto sudava.

L’Uomo col fiato sul collo sudava tantissimo. E si preoccupava anche. Temeva che l’eccessiva sudorazione insieme a questo spiffero costante sul collo potessero compromettere la sua salute. Salute fisica. Dalle tasche straripavano fazzoletti di stoffa. La mattina erano bianchi, candidi, immacolati, freschi di bucato, ben stirati e inamidati, piegati in quattro parti. La sera si tastava i pantaloni ed erano umidi, stropicciati, avvoltolati, impregnati di sudore, ansia, costipazione. Li nascondeva per evitare domande, per non doversi guardare allo specchio. Li nascondeva nei cassetti, sul fondo del cesto della biancheria, nel cruscotto della macchina. E mentre li nascondeva sudava ancora. C’è tempo, posso farcela, non ci sono problemi. L’Uomo col fiato sul collo coltivava brutti pensieri per chiunque. Aveva un piccolo orto nella sua mente, una porzione minuscola del cervello destinata a fustigare le persone. Colpevole di pigrizia! Colpevole di favoreggiamento! Colpevole di inadempienza!, prolungando tutte le sillabe. Trovare il marcio negli altri, individuare i lati deboli, scovare le fragilità. Non era un essere spregevole ma questo sistema lo faceva sentire meglio, gli faceva credere di essere uno dei tanti, uno qualunque.

L’Uomo col fiato sul collo voleva assolutamente essere uno dei tanti, uno qualunque. Non ambiva a spiccare, a essere ricordato per qualcosa. Lui voleva solo vivere in pace, senza grattacapi, senza impedimenti. Invece questo fiato sul collo non lo abbandonava mai. Si guardava intorno cercando di capire chi fosse a respirargli sul collo. Dalla mattina alla sera. Apriva gli occhi, soffitto, crepe nel soffitto, scendeva dal letto, ciabatte, pavimento del bagno sempre bagnato, water, lavandino, specchio, oddio che faccia, cucina caffè un biscotto, camera biancheria camicia pantaloni giacca cravatta, i fazzoletti, ci sono i fazzoletti, bene ci sono, posso andare, scale portone, buongiorno come va benissimo!, parcheggio, chiavi, freno a mano specchietto prima e via, automobili automobili automobili camion autobus motorini motorini bicicletta, semaforo, ufficio, scrivania, il nulla il nulla, schermo del pc, fogli fogli, aggiorna aggiorna, pranzo panino ciao come stai benissimo!, arrivederci, parcheggio, chiavi, automobili automobili lampioni accesi semaforo parcheggio, buonasera, com’è andata la giornata benissimo!, tavola cena, facce, sorrisi, abbracci, divano, circostanze, pigiama ciabatte toilette dentifricio letto, soffitto crepe nel soffitto chiudeva gli occhi.

Tutti i giorni. Dalla mattina alla sera. Qualcosa c’è che ti segue. Che ti fa paura. Un silenzio forse. Che ti guarda da dietro l’angolo, che spia i tuoi movimenti. Qualcosa di remoto, morto, forse. Qualcosa che di notte si inginocchia al tuo capezzale e inizia a respirarti contro. Qualcosa che non rinuncia ai tuoi ricordi, ai tuoi sogni. Che ti sta alle spalle, mentre sei a tavola, soffiandoti sulla nuca. Una voce muta che si insinua. Che ti aspetta sotto casa per esalarti cattivi presagi. Eppure, non c’è nessuno. Ti volti. Una, due, tre volte. Tutti i giorni. Dalla mattina alla sera. Eppure, non c’è nessuno. Solo un tappeto di fazzoletti bianchi, umidi e stropicciati.

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© Elisabetta Meccariello

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 4: Castoro

Giuseppe Ceddia, Bestiario n. 4: Castoro

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In latino è castŏre(m), (dal greco kástōr-oros); con quei piedi anteriori prensili e con quelli posteriori palmati, con quella coda a spatola e con quell’aria “bambina” di spiritosaggine furbastra e ruffiana (della serie “ho rubato io la marmellata”) rammenta l’incarnazione del briccone divino e dispettoso, del saltimbanco imbonitore, del truffatore sempre truffato.

Marinaio della terra, saggio discendente delle divinità terrestri e marine, vive spesso nel timore; dalla sua borsa glandolare si ricava una sostanza, il castòreo, per usi antispastici nonché stimolanti. Di lui hanno scritto Plinio e Giovenale, i bestiari medievali e Brunetto Latini, Ludovico Ariosto e Lope de Vega, ed anche Cervantes, quando Don Chisciotte sottrae l’elmo (che elmo non è!) al “pagan” barbiere; vedendosi in pericolo, sempre cacciati dall’idiota umano, i castori – secondo antiche leggende – si strappavano i genitali, sapendo che a causa d’essi venivano cacciati.

Insomma un animale con gli attributi, in tutti i sensi; anche perché ad essi rinuncia per salvarsi la vita. Se è vero che in ogni credenza c’è un fondo di verità, questi castori… questi roditori dalla pregiata pelliccia – anch’essa prelibato bottino per il virus che l’uomo rappresenta – hanno tanto, dunque, da insegnare. Soprattutto nel paradosso genitale: se ne privano materialmente per averne di più spiritualmente.

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Giuseppe Ceddia

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Giuseppe Ceddìa (Bari, 1977) è Dottore di Ricerca in Italianistica; si è occupato dell’influenza del gotico sulla letteratura dell’Ottocento italiano. Ha curato l’antologia L’epifania dell’orrore. Novelle gotiche italiane (Stilo editrice, 2015). Suoi contributi sono su Finzioni, Sul Romanzo, Poetarumsilva, incroci, L’Immaginazione.

 

Daniela Scuncia: Un pomeriggio, in un bosco

fonte google – immagine pubblica

Daniela Scuncia: Un pomeriggio, in un bosco

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Corro. Sento tutti i muscoli contratti, i quadricipiti, i polpacci, le braccia pronte a scattare, le piante dei piedi appoggiano sospettose sul terreno. Non sento rumori, assorbita dal silenzio. È il mio corpo che pompa il sangue, è il respiro regolare, è il piccolo tonfo di passi brevi  tutto ciò che mi circonda. E poi il nero. Perché sto correndo con gli occhi serrati, nel bosco. È una prova. Ho dato un’occhiata al percorso e sto provando: quanto si può andare avanti senza farsi del male, conoscendo così poco? Ho paura, ma continuo. Galleggio in un tempo irreale, dissociata dal mio vivere comune del quale ho perso il filo.

Il tempo passa, ma molto più velocemente di come s’immagina: un battito d’ali è la vita di un uomo. Niente di più. Mi avventuro cieca e circospetta, penso al futuro come a questa strada sconosciuta a cui ho dato solo una breve occhiata, e poi mi sono buttata con entusiasmo e paura. Una pietra rotola sotto il mio piede d’appoggio e cado, l’istinto mi fa spalancare gli occhi e metto le mani in avanti a un passo da un tronco d’albero (cosa facile, essendo in un bosco): salva per un pelo. Riprendo a respirare regolarmente e l’aria è fredda e umida, c’è odore di muschio: gli umori in decomposizione della terra arrivano al cervello. Questa estate sta per essere lavata via da un acquazzone. Il buio si è fatto strada tra le fronde e sembra sera. Mi sono un po’ persa ma avanzo in salita. Resto quasi incantata dal silenzio così fitto e dalla luce metallica sospesa in questa atmosfera, e un passo dopo l’altro mi avventuro, aspettando il temporale o quello che verrà dal cielo ormai scomparso dietro le cime degli alberi.

Le prime gocce portano solo rumore, un picchiettìo senza motivo apparente invade l’aria, poi rotolano dagli alberi agglomerati di acqua e polvere. E i suoni prendono il sopravvento, i tamburi minacciosi e  il lamento dell’acqua sulle foglie mi intimoriscono. È proprio giunto il momento di coprirmi con il telo cerato che porto nelle escursioni. Nella fretta lo zaino resta fuori ma io sono salva, completamente avvolta nel mio bozzolo mi sento al sicuro da questo mondo che rotola a valle in piccole parti che si sgretolano e scompaiono. Si fa strada in me la consapevolezza della più completa solitudine. Chiusa in questo nero, assordata  d’acqua, immersa nell’aria densa di sudore e di fiato. E il tempo si dilata. Cerco conferme dal mondo esterno che percepisco con i sensi in allerta mentre mi sento in questo sangue che scorre veloce e poi rallenta sotto la pelle, nelle vene che pulsano. Mi sento viva, eppure sono già morta in questo sacco nero, come un cadavere all’obitorio in attesa di un riconoscimento o una placenta per chi deve ancora nascere. Chi sono? Diverse volte mi sono persa, altre guardandomi allo specchio neanche mi sono riconosciuta. Una vita qualunque, senza eroismi, piccoli pensieri e piccole storie. Mi sento stanca, o forse annoiata, in un eterno déjà vu, in cui circolano soliti fantasmi destinati a recitare parti in una storia, per poi sparire inevitabilmente all’orizzonte.

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