Racconti inediti

Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (Parte seconda)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la seconda parte de Il Mondo, carta del tutto. 

[qui la parte prima]

«Secondo me dovresti andare», mi disse E indicando il solito rifugio degli sceneggiatori di thriller senza idee, il condotto di aerazione.
«Ha ragione», continuò T. «Sei, ecco, no, non sei la più mingherlina. Ma sei giovane, puoi scappare più veloce se le cose si mettono male.»
Mi guardarono tutte come se fossi stato il Messia. Un eroe. Evidentemente un martire, agli occhi di M, che venne chiusa nello stanzino delle scope.
«Non telefonate. Non vi muovete. Non vi picchiate. Vorrei trovarvi tutte in un posto e sane di mente quando torno», dissi.
Fu così che mi ritrovai per strada, uno svincolo silenzioso e senza stole di statale deserta, pieno di cartacce, con vista su pastore tedesco investito. Non c’erano balle di fieno solo perché eravamo in una periferia di città, e non c’erano gli avvoltoi – ma c’erano i gabbiani, in genere impazziscono, preferiscono farlo a mezzanotte ma quella mattina urlavano a poco più di venti metri sopra la mia testa, a mucchi. Uno stava pasteggiando, ad ali aperte, incredibilmente grande per avere paura di me, da un cumulo di carne sanguinolenta abbandonato sull’asfalto. Non era un corpo morto; era una bistecca scivolata da un cartoccio che rotolava poco lontano. Per dirla tutta era a ben tre metri dal corpo morto di R, caduta a piombo dalla finestra della sua camera probabilmente la sera prima. Forse i gabbiani non sono quegli assaggiatori di cadaveri su cui il campo si stringe nelle discariche; non capisco perché la stessa bestia possa rappresentare libertà e grandezza quando ha per sfondo il mare e omicidio e putrefazione quando abita in città. O forse, più semplicemente, l’animale aspettava che proseguissi prima di assaporare la signorina R, e si stava dando solo un tono. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Squeak

©Luigi Cecchi

SQUEAK

Lo squeak-segnale brillava alto sulla cima della Brum-brum Tower: il malvagio Dottor Dimensio-Nando minacciava per l’ennesima volta la serenità, la banalità e lo stile di vita ordinario e privo di senso dei cittadini di Opportunity City! Squeak, il roditore con le orecchie più lunghe dell’universo, indossò immediatamente la tutina attillata color cachi e si fiondò sulla S01, la moto-slitta-razzo parcheggiata nell’autorimessa segreta nascosta sotto la pagoda di plastica che aveva piazzato in giardino vicino alla piscina gonfiabile. «Ti fermerò anche stavolta! Soccomberai al potere di… SQUEAK!» Gracchiò il generatore casuale di frasi fatte che aveva installato nel cruscotto, mentre avviava il reattore. Come un missile, schizzò in cielo e poi ripiombò in picchiata verso l’obiettivo. Capì subito cosa aveva in mente il diabolico Dottor Dimensio-Nando: con un congegno che converte il cemento in carne, rubato due notti prima in una fabbrica di würstel, intendeva trasformare tutti i gargoyle della Cattedrale di Rosicchio in mostri che urlano e digrignano i denti senza però potersi muovere (perché dai, stanno sempre attaccati a una cattedrale)! Squeak non poteva permetterlo! Si scagliò dall’alto sul Dottor Dimensio-Nando, lasciando che la S01 si schiantasse contro un muro in modo da attivare l’effetto “ralenti” dell’esplosione. «Ti pentirai di aver abbandonato la professione di ginecologo per fare il cattivo!» Gracchiò un’ultima volta il generatore di frasi fatte della moto, prima di esplodere. Nel frattempo, Squeak stava già prendendo a pugni il criminale. Dopo averlo messo fuori combattimento, balzò in direzione del dispositivo che trasforma il cemento in carne e con un colpo di orecchie-frusta lo distrusse. MISSIONE COMPIUTA. Tra applausi e dichiarazioni d’amore, Squeak poteva allontanarsi soddisfatto: le banche potevano riaprire, e lui aveva il 17 barrato da prendere, per tornare a casa.

© Luigi Cecchi

 

Gli Arcani Maggiori #21: IL MONDO (parte prima)

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con la prima parte de Il Mondo, carta del tutto.

L’albergo si sviluppava su tre piani, ed era un unico, triste rettangolo in cui i lunghissimi corridoi erano stati montati l’uno sopra l’altro, come tre cassetti di compensato scadente. Dieci camere per piano contenevano i bambini, a camerate di sette letti per volta. Due studenti avevano rinunciato all’ultimo momento e avevamo dovuto restituire la quota, ma quando noi insegnanti eravamo state scaricate davanti all’albergo, per lo squallore avevamo sussurrato che sarebbe stato meglio spendere quei soldi in topicida.
In tre giorni avevamo visto tutti i monumenti che era possibile vedere, avevamo dato da mangiare ai piccioni e imparato i nomi degli arbusti nella villa comunale. Per il resto, in albergo avevo il compito di bussare alle undici e staccare tutte le prese di corrente; poi potevo mettermi nella mia branda a leggere uno dei libri che avevo portato con me.
Nella mia stanza eravamo in tre. Io, P, che insegnava matematica e tendeva a ricordarmelo ogni volta che finivo un paragrafo lamentando il calo di rendimento dopo la spiegazione delle divisioni improprie, e M, che approfittava delle aperture di cuore serali per lamentarsi della spina che le si era infilata in un dito, del tallone che le si era graffiato contro i calzini, del piccione che l’aveva guardata male quando gli aveva lanciato le granaglie, del portico della chiesa che sembrava molto più bello in fotografia, del bambino che forse le aveva toccato le natiche sull’autobus, del ristoratore che si era volutamente dimenticato della sua comanda, del figlio che dopo due giorni ancora non l’aveva chiamata, del maglione che aveva visto in vetrina che aveva le righe delle maniche che non combaciavano con quelle del torso, del traffico per tornare in albergo e del pigiama che le pungeva il petto. Stavo cercando di leggere, ma P aveva deciso di mettersi in pigiama e commentò il ciuffo di peli che le usciva dalle ascelle, così uscii per la ronda serale.
Il corridoio era stranamente silenzioso. In molte stanze i bambini avevano già spento le luci; i pochi ancora svegli, seduti a gambe incrociate al centro dei loro letti, mi guardavano, quando aprivo all’improvviso le loro porte, come dei lemuri, con le pupille che si dilatavano per la sorpresa e i quaderni stretti al petto. Finii il giro e arrivai alla camera delle altre sorveglianti. Bussai e mi fu aperto. F, docente di sostegno, stava facendo yoga sul tappeto. S, che era stata attaccata da un grosso topo, quel pomeriggio, uscendo dal bagno di un bar, scoppiò immotivatamente a piangere prima che io potessi rivolgerle la parola. Pare che il marito l’avesse chiamata una mezz’ora prima, mi informò R, anche lei docente di sostegno; le aveva rinfacciato di nuovo di essersene andata a zonzo con i figli degli altri e aveva garantito che avrebbe chiesto all’avvocato la custodia del suo. Chiesi allora a R come stesse lei, e mi rispose che era il solito schifo, e che prima la morte la coglieva meglio era. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Teeming

©Luigi Cecchi

 

TEEMING

Non si presentarono subito. Quando l’invito fu rivolto all’intero pianeta, in ogni lingua comprensibile da ogni essere vivente, la risposta fu immediata per quasi ogni creatura sopportabile allo sguardo dell’uomo. Poi ci fu un lungo periodo di attesa. Per ore, sembrò quasi di essere già nell’occhio dell’immenso e catastrofico ciclone che stava per abbattersi su quelle terre. Furono accesi dei fuochi, per segnalare la via, nel dubbio che i ritardatari non riuscissero a trovare la strada. Nelle ore successive, tuttavia, si sollevò d’ogni dove un tumulto distante, schiocchi e brusii che si confondevano con il tuonare remoto del cielo plumbeo, mentre una foschia grigia lentamente cancellava i profili delle montagne all’orizzonte. Ancora qualche ora, e una nuvola nera e densa che si spostava controvento fu scorsa sopra le distese di tronchi tagliati a ovest. Successivamente ci si avvide anche del fiume strisciante, che avanzava brulicando sotto di essa. Il brusio divenne un ronzio sempre più forte, mentre tra i sassi e gli sterpi centinaia di migliaia di piccole zampe si muovevano freneticamente. Da quella distanza, sembrava di osservare una macchia di olio nero e bollente che scivolava compatta sul terreno e si faceva sempre più vicina. (altro…)

L’ora di ricevimento, di Gianluca Spitaleri

I

I fuggitivi di Tangeri

Da Tangeri, dallo scalo navale, si tenta la fuga verso la Spagna; alcuni provano a nascondersi dentro i camion che trasportano merci, altri provano a entrare da un tunnel dove scorre l’acqua piovana. Lì sotto c’è un passaggio in cui è possibile entrare e attaccarsi ai binari del treno che porta al container, ci sono i cani che fiutano uomini e donne; ci si lava dentro una tinozza piena d’acqua piovana. Per tutti l’importante è entrare in Europa. Si attende in quel parcheggio che arrivino i camion, fra la cabina e il rimorchio ci sono delle sbarre di metallo a cui ci si può aggrappare; al passaggio dello scanner, il camion rallenta, subito dopo la scansione della cabina, bisogna scendere e girargli dietro, oppure scendere e sdraiarsi a terra, aspettare che il camion passi sopra e poi risalire. È pericoloso, sotto il rimorchio si rischia di essere investiti o di rimanere agganciati al serbatoio.
Da Tangeri, dallo scalo navale, si tenta la fuga verso la Spagna e da lì si raggiunge la Germania, l’Italia o l’Inghilterra. Alcuni decidono di oltrepassare la barriera, nel recinto più grande pieno di telecamere, quando si scavalca, bisogna stare attenti alle guardie di sicurezza, una volta superata la barriera, occorre nascondersi in fretta in qualche serbatoio o container. Di notte c’è meno sorveglianza, si sta sulle collinette, lì dormono tutti quelli che vogliono andar via, in quei letti improvvisati si trovano le coperte di chi è riuscito a scappare.

Non capivo se quel racconto fosse la storia della famiglia di Karima, tramandato di bocca in bocca oppure frutto della mia immaginazione. Era la storia dei fuggitivi di Tangeri, che sognavano il medesimo destino di chi trenta o quarant’anni prima era riuscito a integrarsi in quel Nord disegnato con una matita a carboncino e che lentamente iniziava a sbiadirsi nei cuori dei suoi vecchi abitanti.

Karima era orgogliosa del suo velo e ogni mattina lo indossava con cura prima di andare a scuola. Lo hijab era la sua storia, quella di sua nonna che le aveva insegnato a porlo sul capo. Karima aveva sedici anni e custodiva gelosamente anche una spilla con cui fermava il suo nuovo copricapo. Ogni mattina scendeva dall’autobus in stazione, percorreva il lungo viale alberato, qualche minuto davanti ai cancelli e poi entrava a scuola. In classe aveva spesso discusso con le sue compagne, «di che colore sono i tuoi capelli?», «sono lunghi o corti?», «ma al mare lo togli o fai il bagno con il velo?». Non c’era cattiveria in quelle parole, soltanto curiosità, e in fondo era legittimo farsi delle domande a quell’età. A scuola poi non era l’unica musulmana, e alcune il velo non lo portavano affatto. «Dipende dalla religione e dal paese di provenienza», così avevano liquidato in fretta la questione. Karima non aveva una risposta a tutte quelle domande. Quando era più piccola si era chiesta più volte che differenza ci fosse tra lei e le sue compagne italiane: forse il modo in cui vestivano? Qualcuna aveva dei piercing, ma non tutte, qualcun’altra aveva provato a tingersi i capelli, altre portavano lunghe borse a tracollo, altre ancora jeans stracciati fino alle ginocchia. Nessuna di loro, però, indossava un velo. Karima era marocchina, diceva di essere musulmana perché lo erano sua mamma e sua nonna e da grande voleva fare la psicologa. Marta, la sua migliore amica, era italiana, diceva di essere atea, indossava scarponi enormi e sognava di andare in giro per il mondo. Cosa avessero Karima e Marta in comune se lo chiedevano tutte le loro compagne.
L’ora d’italiano.

«Qual rugiada o qual pianto
quai lagrime eran quelle
che sparger vidi dal notturno manto
e dal candido volto de le stelle?» (altro…)

Gli Arcani Maggiori #20: IL GIUDIZIO

 

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Giudizio, carta della nuova vita.

 

Romerolago Diazi si sentiva spietatamente solo. Ma era comunque ed estremamente soddisfatto di sé.
Non aveva fatto nulla, nella sua vita di maestro elementare, che gli potesse pesare sulla coscienza; ora, in pensione, si limitava a trottare da casa sua al baretto, e dal baretto a casa sua, scegliendo sempre, per colazione, un cappuccino tiepido e una brioche salata.
Si sedeva sotto i tigli, senza scambiare chiacchiere con nessuno, a vote schiacciando una pennichella riparato dallo scampolo di visiera che gli offriva il suo basco.
Romerolago Diazi era allergico ai tigli, ma questa allergia l’aveva colto quando era già quasi vecchio; così, pur di non cambiare le sue abitudini, usciva ogni giorno di casa imbottito di antistaminici (era anche per questo che aveva la pennichella facile). Si stringeva sempre al suo bastone da passeggio, un lungo ramo di ciliegio che aveva, come pomello, la testa rotonda di un coniglio d’argento.
Romerolago Diazi aveva pianto una sola volta, nella sua vita. Fu quando i suoi colleghi gli prepararono la festa d’addio prima della pensione. Era entrato in presidenza col suo passo macilento, e ci aveva messo qualche secondo a capire per quale motivo fossero tutti riuniti, dietro la scrivania, stretti a coorte, con una grossa torta di un insano colorito arancione che si scioglieva tra loro e la porta. Aveva sorriso battendo le mani, e gli avevano consegnato il suo regalo; dall’incarto non sembrava certo un maglione, ma a mano a mano che svolgeva la carta dall’asse di legno per arrivare al pomello l’ansia aumentava. Aveva uno strano presentimento, come il formicolio del catarro nei bronchi.
Quando aveva svolto la testolina, il respiro si era fatto più veloce, e la mano più lenta. Tutti si erano messi ad aspettare accerchiandolo con le loro teste curiose. Dalla carta regalo erano spuntati due occhietti neri, e un dentino intagliato sotto un musetto rotondo. Romerolago Diazi aveva trattenuto il respiro.
Fu solo quando liberò le orecchie, afflosciate in un unico blocco di metallo attorno alla testa, che scoppiò a piangere. Tutti applaudirono e risero. Romerolago Diazi piangeva di umiliazione e vergogna, a bocca aperta e a guaiti strazianti: erano anni che Romerolago Diazi, per la sua calma e la sua stolidità, veniva chiamato il coniglio. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #19: IL SOLE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Sole, carta della vitalità.

Una mattina di un’epoca lontana il tanuki che viveva dentro il legno dell’albero Irrenbosshu venne svegliato da un forte tramestio. Si fece largo fino all’occhio del tronco e vide una lunga fila di viaggiatori procedere lungo la riva del ruscello.
«Se gioco bene le mie carte» pensò «potrò tirare qualche scherzo a questi vagabondi, e magari ricavarne del cibo o qualcosa da scambiare.»
Per prima cosa, per non destare sospetti, si trasformò in un sasso e rotolò fino al punto dove la fila sarebbe arrivata da lì a qualche istante, e una volta là si mise in ascolto. Ma gli uomini erano insolitamente silenziosi, e il tanuki non riuscì a carpire nessuna informazione. Allora si trasformò in un uccello e provò a seguirli per qualche ora, ma ancora i viandanti restavano in silenzio. Arrivato vicino a un villaggio, si posò sull’asse di uno steccato e pensò a una nuova idea.
«Mi tramuterò in un bambino e parlerò con loro. Così saprò chi sono, cosa fanno e dove sono diretti questi uomini misteriosi. Poi tirerò loro qualche scherzo.»
Così aspettò che i viandanti si avvicinassero al villaggio e andò loro incontro con le sembianze di un bambino povero e malvestito.
«Signori! Signori! Dove state andando? Avete un pugno di riso per me?» disse.
Gli uomini si fermarono e gli diedero attenzione. Qualcuno gli diede anche un sacchetto di riso, altri della carne salata che avevano legato alle bisacce dell’haori.
«Siamo i kataribe del paese, i cantastorie», spiegarono loro. «Veniamo da ogni parte del Giappone e siamo convocati a palazzo reale per la salita del nuovo Imperatore. Abbiamo il compito di raccontare le leggende e le storie del nostre terre, per trasferire in lui l’anima del nostro Paese, come ogni volta che un nuovo Imperatore prende il trono.»
«E dove si trova adesso l’Imperatore?»
«Nella capitale, Asuka-kyō, a mezza giornata di cammino da qui.»
Il tanuki ringraziò per il cibo, ma appena i kataribe si furono allontanati si fregò le mani dalla gioia: se avesse ragionato bene avrebbe potuto tirare uno scherzo all’Imperatore in persona. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #18: LA LUNA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Luna, carta della chiaroveggenza.

 

Sono un animale da lavoro. Datemi responsabilità, scadenze, e ognuna di quelle piccole fibrillazioni che il mio incarico prevede (sono un insegnante, dovrei fornire al mondo un alto livello di competenza e il massimo grado di improvvisazione) e io le porterò avanti in anticipo e con voce ferma. Mi costa molto: mi costa un’ansia montante dal risveglio al caffè alla colazione in strada al viale fino al cancello percorso un piede davanti all’altro, tanto che sembra io mi stia avviando verso la fossa dei leoni, tanto che ogni volta mi sussurro: vorrei fosse domenica. Quotidianamente dimentico che tutto passa, e che le mie scartoffie sono sotto controllo, e che una volta in aula divento un mattatore. Ma ogni volta, percorrendo il viale con il mio cornetto al miele chiuso nella borsa, mi sussurro: vorrei fosse domenica.
Poi la domenica arriva, e non posso fare altro che staccare la sveglia nella speranza di dormire fino a lunedì. Qualche volta mia madre mi chiama, verso le tre del pomeriggio, e fa ironia: potevi anche fare una sola tirata fino al funerale.
Per i miei amici, per qualche strana disposizione delle stelle, sono qualcuno da cercare durante la settimana, quando sono tanto oberato da doverli incastrare alla fine di una giornata di impegni. Le loro domeniche sono deputate ad altro, non come le mie. Certo, è il giorno della lavatrice, e quello in cui passo l’aspirapolvere con più perizia, e così va via ben un’ora delle otto di veglia che mi separano dal lunedì. Sbrigo piccole cose, come sentirmi occupato se vado un’oretta a leggere in un bar, o camminare fino al supermercato per la spesa settimanale. Ma ancora, il carico di ore della domenica, nella mia casa che si restringe come un paio di pupille non abituate a guardarmi, mi grava sulla schiena. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #17: LA STELLA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Stella, carta della vocazione.

 

 

Uscì di casa e prese la porta del bar, che confinava con il suo portone. Il barista alzò la mano per il suo buongiorno, il ragazzo dietro il bancone preparò già il filtro per il suo caffè. Non conoscevano il suo nome ma conoscevano i suoi orari, e sapevano che di sabato, quando non lavorava, bisognava tenere per lui che arrivava più tardi un cornetto ai frutti di bosco.
«Il solito?», chiesero solo per scrupolo.
«Sì, per favore.»
«Lo prendi al banco o qui fuori?»
Lui diede un’occhiata rapida ai tavolini sulla strada. Faceva freddo, ma era una bella giornata, e le sedie erano esposte al sole.
«Provo a prenderlo fuori, semmai entro.»
«Accomodati, porto tutto io tra un minuto.»
Lui uscì e prese la sedia che aveva la schiena al sole, perché non sopportava la luce negli occhi e perché avrebbe potuto approfittare per stendere qualche appunto. Doveva scrivere un racconto, quel giorno, ma non aveva davvero idea di cosa. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #16: LA TORRE

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Torre, carta della rottura.

 

La prima volta che se ne accorse, Lei si era fermata su una sedia in cortile per fumare una sigaretta prima di rientrare a casa. Faceva buio molto presto, e il cielo del pomeriggio era di un gonfio grigio scuro: così qualcuno, in un piano alto dello stabile, aveva acceso una luce che l’intelaiatura del cemento di fronte assorbiva, restituendo un riflesso morbido e azzurro. Bisognava alzare lo sguardo verso l’alto per accorgersene, e Lei lo vide quasi per caso, dal profondo del suo cortile. Per qualche memoria che non le apparteneva, provò tenerezza e fumò la sua sigaretta per intero fissando la luce impressa contro il muro, che portava la sagoma verticale del telaio di una finestra. Quando ebbe finito la sigaretta si alzò e non pensò più a quello che aveva visto.
Ma quella sera, quando stava per mettersi a dormire, si accorse che puntando lo sguardo da un angolo della stanza riusciva a vedere la sagoma del riflesso sul muro di fronte, perché la finestra da cui proveniva la luce era proprio accanto alla sua. Allora trascinò il letto in modo da riuscire a guardare il riflesso, che le conciliò il sonno.
Il giorno dopo non pensò al riflesso finché fu di nuovo ora di tornare a casa. Accese la sigaretta in cortile come aveva sempre fatto, e solo allora il gesto le fece ricordare di alzare lo sguardo verso il muro. Il riflesso era di nuovo lì, della stessa forma e con la medesima intelaiatura di come lo ricordava. Fumò una prima sigaretta, poi una seconda, e continuò a guardare quella forma cercando di capire se le ricordasse qualcosa che poteva giustificare tutto quell’affetto. Perché era affetto vero e proprio quello che portava per quella sagoma azzurrina, come lo si potrebbe portare a un luogo che ci è stato caro da bambini o a un oggetto regalato da una persona amata.
«Guarderò questo riflesso come i giapponesi sistemano i fiori o prendono il tè», disse a se stessa, «con la stessa tenera attenzione.»
All’improvviso, alla terza sigaretta, vide il profilo del riflesso cambiare: l’asse del telaio scorse fino al limite della zona illuminata e una forma tonda e scura, con tutta probabilità una testa, ne occupò la parte centrale. Lei provò un’immediata rabbia per quell’intrusione. Non le importava che fosse grazie al suo vicino che quel riflesso esisteva: lui non aveva il diritto di interrompere quel sortilegio con il volgare gesto di affacciarsi alla finestra. Spense la sigaretta sotto il piede, la buttò nel cestino comune e salì le scale di corsa per non correre il rischio di incontrare il vicino se fosse uscito. Di nuovo, quella notte, sistemò il letto in modo da guardare l’area illuminata e riuscì a prendere sonno prima che la luce si spegnesse. (altro…)

Gli Arcani Maggiori #15: IL DIAVOLO

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con Il Diavolo, carta della crisi.

 

(ma sempre sarà tua.)

In un tempo non troppo lontano di un luogo lontanissimo della foresta tropicale, viveva una pantera più nera della notte. Era lei che la foresta chiamava quando le nuvole andavano in secca e le rocce crepavano attorno al fiume, perché la sua mente era lucida come il suo corto mantello, e allora posava la larga zampa sulla riva e giudicava chi e per quanto tempo aveva diritto ad abbeverarsi. Era sempre lei che stabiliva a chi apparteneva una preda lasciata indietro dai cacciatori troppo sazi, o chi dovesse crescere cuccioli rimasti orfani dopo un combattimento. Tutti si fidavano del suo giudizio, perché era ferma e gentile.
Una notte, la pantera decise di lasciare i sentieri battuti della sua foresta per andare alla città bianca degli uomini, che da secoli era in rovina e che solo un tempo era stata bianca, perché adesso riposava sotto il verde compatto della vegetazione.
Nella foresta tropicale la luna sa essere di latte, ma quella notte c’era luna nuova e la pantera non vide, seguendo le mura diroccate della città, il baratro che si apriva sotto il tappeto di liane e che la fagocitò alla minima pressione delle zampe. Non ebbe scampo, la pantera, e volò per metri prima di cadere in piedi nel fondo asciutto di un pozzo.
Scrollata la polvere, abituati gli occhi a un nero fondo che a stento le faceva intravedere le giunzioni tra le pietre della parete circolare, per prima cosa la pantera chiese aiuto lanciando un vasto ruggito di richiamo.
«Voi dite di me che sono ferma e gentile», disse. «Allora aiutatemi. Sono nel fondo di un pozzo, e non vedo l’uscita. Aiutatemi a tornare alla mia foresta, fuori di qui.» (altro…)

Gli Arcani Maggiori #14: LA TEMPERANZA

Ventidue carte, ventidue racconti. Per ventidue settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, lunghezza e stile, ascoltando solo le carte. Buona lettura con La Temperanza, carta dell’armonia.

Temevo che non si sarebbe mai arrabbiata. Davvero, fino a stamattina avevo il dubbio che in lei non esistessero gli enzimi della rabbia, tanto riesce a mantenersi composta e gentile anche nelle occasioni ad alto tasso di pericolosità. Ha il dono mimico e facciale del disgusto, questo sì, ed è facile capire quando qualcosa la disturba. Ma i suoi nervi non hanno scatti, le sue parole non hanno violenza. È la vestale del controllo, la sacerdotessa della quiete e della buona educazione.
È la mia amica più cara, in una maniera che attinge ad altri tipi di rapporti e li fa suoi, come se il perimetro dell’affetto amicale non bastasse a definirmi le molteplici carte che a vicenda gettiamo sul tavolo della nostra familiarità: è la sorella che ha la mia dimestichezza, la madre che mi protegge, perfino la figlia per la quale ritrovarsi a pregare in silenzio anche senza avere il dono della fede. Ed è la maestra che fallisce a insegnarmi la dote della pacatezza, perché il mio cuore è tutta una baruffa, e la mia mente non assorbe nessuna scheggia molesta del reale senza dare in incandescenza nel giro di qualche istante.
La mia rabbia non si risparmia neanche con lei. Le ho inventate di tutte, per farla impazzire nel tempo. È alta e luminosa, per me, e tanta è la meraviglia di essere stata scelta alla sua confidenza che anche se sta parlando di aerodinamica delle noci io improvvisamente penso di essere uno scoiattolo e che lei mi stia giudicando per come le faccio ruotare per immagazzinarle nel mio buco di abete.
«Tu non sai cosa ho passato nella mia vita!», le dico, e vado giù a sciorinare i miei dolori stiracchiatamente attinenti alla questione da lei sollevata, umiliata dall’idea preconcetta che non possa capirli fino in fondo e attenta a mantenere su qualcuno di loro un alone di mistero per farli sembrare più sontuosi. (altro…)