Narrativa

proSabato: Tommaso Landolfi, Il bacio

 

Il notaio D., scapolo e non ancor vecchio ma maledettamente timido colle donne, spense la luce e si dispose a dormire; quando sentì qualcosa sulle labbra: come un soffio, o piuttosto come lo sfioramento di un’ala. Non ci badò più che tanto, poteva essere il vento delle coltri smosse oppure una farfallina notturna, e prese sonno subito. Ma la notte seguente avvertì la medesima sensazione, e anzi più distinta: invece di scivolar via, quel qualunque gravò un attimo sulle sue labbra. Alquanto stupito, se non allarmato, il notaio riaccese la luce e si guardò inutilmente intorno; poi scosse il capo e anche stavolta si addormentò, sebbene meno agevolmente. La terza notte, infine, il che fu ancor più sensibile e si dichiarò per il che che era: non correva dubbio, un bacio! Un bacio, si sarebbe detto, del buio stesso, quasi il buio si concentrasse per un momento sulla bocca del notaio. Il quale peraltro non la intendeva a questa maniera: un bacio è sempre un bacio e quantunque, quello, fosse un tantino arido e non umido e dolce come egli lo sognava, era sempre un dono del cielo. Probabilmente si trattava d’una proiezione dei suoi desideri segreti, di un’allucinazione insomma; e benvenuta. Turbato, deliziato e sbigottito, il nostro eroe rimase steso come un ciocco, nell’oscurità (da lui non a torto giudicata pronuba); ed ebbe, più tardi, il piacere di ricevere un nuovo bacio.
Di notte in notte i baci divennero più frequenti e più sostanziosi, benché al notaio non riuscisse tuttavia ritrovarvi o trovarvi alcun sapore di bocca femminile. E qui il notaio, checché gli consigliasse la sua antica ragione, fu preso dall’insana brama di evocare in qualche modo la creatura che glieli largiva: era stanco di abbrancare ogni volta l’aria, e un bacio presuppone bene una creatura che lo dia, o no? La quale potrà essere eterea e sottile quanto vuole, vi sarà pure una maniera per addensarla, da poterla stringere tra le braccia; Dio mio, non che egli avesse già perduto il senso di tutti i rapporti, sulle prime forse immaginava o si illudeva che la sua brama tornasse a quella di rendere più corposa la propria allucinazione; ma ben presto venne a non più dubitare della reale esistenza d’una baciatrice.
Tuttavia, guardando la cosa più davvicino, qual era poi la maniera per indurla a manifestarsi meno esclusivamente, per menarla a corporeità? Il notaio vide perfettamente che non disponeva, a tal uopo6, se non di mezzi psichici; per cui prese a concentrarsi, ogniqualvolta era baciato, a protendere la propria volontà e le proprie energie, quasi sforzandosi di captare nell’attimo una particola della inafferrabile creatura, del suo fluido o della sua sostanza; particole che, sommandosi, dovevano finire col dar luogo a un essere purchessia. A questa pratica aggiunse in seguito un’azione di generico suscitamento o sollecitamento dal buio. E davvero, fosse quello il metodo giusto o per diversi motivi, non andò molto che cominciò a raccogliere i frutti di tanti conati. (altro…)

Anteprima: Giovanna Amato, Viviana del Lago

Giovanna Amato, Viviana del lago, Robin 2019, euro 12, copertina di Giulia Amato

 

 

Il professor D’Amedeo annuisce composto quando Alessandro gli racconta del suo pomeriggio in riva al lago. Poi tiene la bocca aperta come per parlare, per qualche secondo, e non appena Alessandro è abbastanza curioso da sentire di poterlo minacciare comincia.
«Sono contento che lei prenda così sul serio il suo lavoro da fare viaggi per centinaia di chilometri, ma voglio ricordarle che è una tesi, non una biografia autorizzata.»
«Professore», scatta lui di rimando, «la dottoressa mi ha promesso accesso a fatti che non potrei conoscere altrimenti, e materiale inedito, forse in esclusiva. Questo può essere il modo di far diventare questa tesi un lavoro grande, notevole. Non lo dico solo per me, professore, ma anche per il prestigio dell’università. Possiamo lavorare su un autore non ancora indagato, si tratterebbe di un’opera che aggiunge un tassello importante alla conoscenza del panorama contemporaneo.»
«Una monografia su Viviana Santeremo?»
Il professore, capisce Alessandro, è impastoiato fino al midollo nelle vecchie dinamiche accademiche di promozione dei soliti, assodati noti. Il professore è un galoppino della critica rimasticante. Si è trovato un bruto. Meglio chiudere immediatamente con questo discorso, e considerarlo un semplice dispensatore di firme burocratiche da qui alla tesi.
«Professore, mi lasci lavorare e vedrà.»
«Io la lascerò lavorare eccome; bisognerà vedere se l’oggetto della sua tesi sarà altrettanto collaborativo. Ha avuto la geniale idea di offrirle di controllare il suo lavoro, ma il danno è fatto. Solo, si ricordi in questi mesi che la tesi è sua, e non c’è nulla che la signora potrà o non potrà fare per cambiare anche solo una virgola di quello di cui lei è convinto. Per quanto mi riguarda, in bocca al lupo, può iniziare.»
Come se un critico, pensa Alessandro, possa mai saperne di più di un autore, di un qualsiasi autore. Come si vede che il suo professore non sarebbe in grado di distribuire una goccia di tempera con un pennello. Un bruto, si è trovato un bruto.

*

«Vieni, però stai zitto, mi raccomando», dice Viviana.
Alessandro ubbidisce. Non strofina neanche i piedi contro lo zerbino per non interrompere quel suono.
Dal soggiorno arriva, a un volume che sembra quasi silenzioso e che è un tutt’uno con il brano che si espande, l’Andantino della Sonata numero venti di Schubert. E Viviana ha le guance rosse, come se quell’Andantino fosse una persona e lei fosse grata di averla lì, dopo tanto tempo che non si incontravano, a quell’angolo di strada, e ci fosse tempo per bere un bicchiere di vino insieme.
«Lo conosci?», chiede lei.
«Certo.»
Gli occhi di Viviana si illuminano. Per un attimo sembra fiera di lui.
«Ti spiace se lavoriamo lasciandolo in sottofondo?»
«Certo che no. Però non parlare neanche tu.»
Così, mentre Viviana sorride, prendono una tela senza fare il minimo rumore. Ascoltano più volte la barcarola. La sezione centrale, con i suoi forte poderosi. Il ritorno singhiozzato del primo tema. Non lavorano nello studio: Alessandro ha steso per lei dei giornali sul pavimento del soggiorno e lei dà rapide pennellate in piedi, contro una parete, mentre lui resta a guardarla seduto sul divano.
Per un attimo, gli sembra che lei dipinga in tre ottavi come l’Andantino. Che mettendole davanti una tela del tutto vuota, potrebbe dipingere il tema sconsolato e poi la sezione degli accordi furiosi e di nuovo l’ipnosi della chiusa. Se si impegnasse, Viviana potrebbe dipingere in fa diesis minore.
Passa quasi mezz’ora prima che lei spenga il ritorno continuo di quegli otto minuti. Mentre si avvicina al divano per sedere accanto a lui, Alessandro pensa: cosa ha ascoltato mentre dipingevo i quadri che conosco? Come ho fatto a non sentirlo?
«Erano anni che non lo ascoltavo. Grazie per avermelo fatto lasciare.»
«Figurati. Il quadro sta venendo bene.»
«Grazie, ma ormai non so se crederti più.»
Lo tocca sotto il colletto della camicia, gli lascia un piccolo graffio di tempera rossa.
«Scusa.»
«Fa niente.»
«Sembra un’allucinazione, vero?, la parte centrale. Vorrei essere così violenta anch’io nel quadro, e assieme vorrei che si sentisse la barcarola. Rendo l’idea? Vorrei essere desolata. Fare qualcosa di desolato come un animale che è rimasto incastrato in una tagliola e si lamenta e poi diventa furibondo e poi torna tanto triste, tanto triste, rendo l’idea, Alessandro?»

© Giovanna Amato

Enallumini la nocte di Lucia Drudi Demby

for James Gabriele, 1975

Un ragazzo dormiva e qualcosa di molto bello entrò dentro di lui. Questa cosa molto bella era la musica e il ragazzo cercò da dove venisse.
Il ragazzo trovò una porta socchiusa.
Questa porta non era in una casa, era in mezzo alla campagna, ed era semplice e bella e chiara e dorata, e stava ritta da sola senza mura di casa che la sostenessero, stava in piedi sotto la luna piena come una quinta.
Il ragazzo spinse la porta socchiusa ed entrò, a piedi scalzi, un po’ ansante, e dietro la porta c’era la musica, che era un grande armonium, e una donna molto bella stava suonando, e la musica era così forte e bella che il ragazzo cadde in ginocchio e si chiuse gli occhi, si chiuse gli orecchi, piangendo, e quando il ragazzo riaprì gli occhi e gli orecchi non c’era più nulla, nella campagna. Non c’era più nemmeno la porta, c’era solo la campagna, e il ragazzo corse in tutte le direzioni in cerca della porta, in cerca della donna, in cerca dell’armonium, che era la musica, ma non la ritrovava più.
Il ragazzo corse nella città ricca, nella città povera, in cerca del suo armonium.
Il ragazzo entrò in una grande sala, con tanti strumenti di musica, e anche un armonium, ma non era il suo armonium.
Il ragazzo entrò in una chiesa, e c’era un armonium, ma non era il suo armonium.
Il ragazzo entrò in una bottega, e c’era un armonium, e forse era il suo armonium.
«Quanto costa quest’armonium?»
«Settanta volte sette più di quanto pensi tu. Noi puoi comprarlo».
«Lavorerò settanta volte sette più di quanto posso. Lo comprerò».
La donna molto bella piangeva, nella casa sul mare.
«Non piangere» disse il ragazzo. «Lavorerò e comprerò l’armonium».
Il ragazzo lavorò e lavorò. Ma più lavorava e meno lo pagavano.
«Io lavoro per comprare l’armonium. Ma se non mangio non posso lavorare».
«Tu mangi per mangiare, tu mangi per mangiare».
«Io mangio per dormire, se non dormo non posso lavorare, se non lavoro non posso comprare l’armonium».
«Tu dormi per dormire, tu dormi per dormire».
«E allora io non dormo».
«E allora non hai più senno, non puoi mangiare».
«E allora io non mangio».
«E allora non hai più forza, non puoi lavorare».
«E allora io non lavoro».
«E allora non puoi comprare l’armonium».
«E allora io piango e grido e corro e cado e mi ferisco e muoio».
«E allora sei morto e l’armonium non c’è».
E il ragazzo fu morto e l’armonium non ci fu.
Il ragazzo dormì per dormire. Mangiò per mangiare. Lavorò per lavorare. Qualcosa di molto bello entrò dentro di lui.
Questa cosa molto bella era la musica.
Il ragazzo si guardò intorno e vide la porta socchiusa, che stava in piedi da sola, e dietro c’era la musica, un grande armonium.
Il ragazzo cercò di rapire l’armonium, ma l’armonium divenne pesante, così pesante che non si poteva nemmeno spostarlo di un miliardesimo di millimetro, e intorno era diventato tutto sottobosco.
Il bambino chiamò i bambini ladri, chiamò i bambini mangioni, chiamò i bambini del bordello, chiamò i bambini operai.
I bambini erano grappoli, i bambini trascinarono l’armonium e lo cavalcarono.
«Così lo sciupate, così l’uccidete, è l’armonium mio».
Il ragazzo battagliò con i bambini e i bambini lo uccisero.
Il ragazzo dormì e qualcosa di molto bello entrò dentro di lui.
Questa cosa molto bella era la musica, e il ragazzo seppe da dove veniva. Veniva da dentro di lui, e lui era il suo armonium, e c’erano rondini e maggiolini e farfalle e moscerini, fra le sue canne che suonavano, in mezzo alla campagna.

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in Il pozzo segreto. Cinquanta scrittrici italiane, a cura di M. R. Cutrufelli, R. Guacci, M. Rusconi, Firenze, Giunti, 1993

Ricordati che devi morire. Su “Perché comincio dalla fine” di Ginevra Lamberti

Quando i trainer ci hanno chiesto per quale ragione avessimo deciso di iscriverci in palestra Norman ha risposto per frenare la decomposizione

Quando si vuole raccontare la morte la si affronta spesso attraverso un concetto oramai standardizzato e aduso: il vuoto improvviso, una mancanza che va in qualche modo pur temporaneamente colmata o sostituita. La morte è sempre un atto nominale legato a qualcuno e viene approcciata quasi con istinto terapeutico, salvo il negarla a livello comunicativo grazie all’ausilio delle tecnologie. La serialità televisiva per esempio o quella cinematografica attraverso prequel e sequel, per non parlare della negazione sui social (è moda oramai ricordare i compleanni dei morti; oggi Omero compirebbe tot anni).  Il lavoro che fa Ginevra Lamberti in questo suo ultimo libro va invece esattamente in direzione opposta e partendo da una chiacchierata casalinga con la madre a proposito della necessità di avere un posto dove stare da morti inizia un viaggio alla ricerca di chi per professione, arte, ricerca guarda e affronta la morte come fatto sociale nelle sue accezioni più diverse: spaziali, estetiche, gestionali. Spazio e densità, distanze, rumori, soldi non sono problemi che riguardano solo i vivi, ma anche i morti e c’è bisogno che qualcuno se ne occupi. Certo il confine tra ciò che riguarda la “Morte” e la “morte di” è estremamente labile e di una permeabilità tale che anche la scrittura di Ginevra devia volutamente seguendo spesso percorsi emotivi, mnemonici, onirici che in maniera diretta e indiretta riportano il pensiero alla morte in quanto improvvisa o reiterata assenza. La troviamo quindi nei ricordi della prima interazione con la morte, in una lettera del nonno che arriva volando, in vecchie fotografie, in arredi, in canzoni. Ginevra viaggia alla ricerca di risposte che non cadono mai nel mistero del “perché” ma sono tutti incontri che aprono porte diverse su un argomento che non sembra esaurirsi mai. Ogni viaggio parte da Venezia e vi fa ritorno, luogo dove l’autrice vive e ha vissuto in modi e spazi diversi (in certi casi, potremmo dire passando “da un loculo all’altro”). Facile sarebbe cadere sotto l’influenza di Mann, ma Perché comincio dalla fine trova proprio in Venezia una sua collocazione a dir poco perfetta nell’idea di un luogo che con la sua precarietà liminare si avvicina in maniera anche fisica all’idea di “trapasso”, alla prossimità con un mondo altro. Il fatto stesso che Ginevra affitti camere a quelli che chiama “pellegrini globali” personaggi apparentemente astrusi dall’idea del romanzo che entrano e escono dagli spazi narrati insieme ad amici, ai coinquilini, ai familiari, agli oggetti è un indice del livello di labilità di un luogo di passaggio come è Venezia e uno dei capitoli più belli è sicuramente quello che racconta il cimitero di San Michele, luogo in cui la morte stessa si trova costretta ad adagiarsi sui bordi di un confine labile tra ciò che è reale e terreno e ciò che non lo è. In coerenza con questo principio, in maniera quasi contrappuntistica, la bellezza del libro sta proprio in questo continuo alternarsi tra reale e immaginifico, tra progettazione e narrazione, tra sogno e ricerca al punto che troverete assolutamente naturale il passaggio dalla visita a Taffo Funeral Services alle chiacchierate con i Camillas, dai sogni alla scoperta dell’esistenza di un Master in Death studies & the end of life for the intervention of support and the accompanying, dove il pensiero di Emanuele Severino può anche incrociarsi con la ricerca poetica di Laura Liberale.

© Iacopo Ninni

 

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine, Marsilio Editori 2019

proSabato: Pier Paolo Pasolini, La rondinella del Pacher

Erio salutò sua mamma, dal cortile, montando in bicicletta.
A Cordovado non c’era che il sole. Le cicale, sugli alberelli ruggini dello stradone d’asfalto – il tremito di qualche trebbia – e, ogni tanto, un camion solitario, diretto verso Portogruaro o Casarsa. Del resto, silenzio – un silenzio di cimitero. Sotto i portici di mattoni alcuni ragazzetti giocavano a palline: erano Nando, Cere, Velino, quello di Caorle. Velino gridò a Erio: «Dove vai?» Erio frenò, e restando a cavalcioni sulla sella, su cui arrivava a stento, disse serio, com’era sempre: «Al Pacher».
«Portami», disse Velino, attaccandosi al manubrio della bicicletta. «Monta», gli fece Erio. Velino aveva nove anni, Erio quasi tredici. Erio era innamorato degli uccelli: a casa aveva una ventina di gabbie, nel cortiletto della pompa, lungo il rigagnolo. Andava a caccia con la vermena e le paniuzze, quasi ogni mattina. Era per questo che aveva degli amici, benché tutto l’inverno lo passasse nel collegio di Porto. Velino condivideva la sua passione; aveva in tasca una grossa fionda, conosceva il posto di almeno due dozzine di nidi. Adesso aveva un occhio gonfio perché poco prima aveva fatto a pugni con Nando a causa di un nido.
Da Cordovado al Pacher c’era un chilometro di strada. Erio e Velino non si scambiarono una parola, durante la corsa. Erio non lo faceva per timidità; solo i suoi occhi neri gli brillavano, lucidi, inespressivi, come quelli di un piccolo animale selvatico.
Il Pacher splendeva liscio sotto il sole.
Lungo l’argine della ferrovia in quel momento passò la littorina. Velino balzato giù dalla bicicletta, le corse un po’ dietro, saltando e ballando. Sulla riva di qua, verso Cordovado, c’erano già una ventina di ragazzi e di giovani; venivano da Ramuscello, da Gleris, da Morsano, da Teglio e perfino da San Vito. Giù, verso la punta più lontana del Pacher si vedevano dei ragazzetti nudi, che si tuffavano in fila uno dopo l’altro, e ogni tanto, sottili, giungevano i loro gridi.
Erio andò a spogliarsi nel più profondo dei cespugli, venne fuori con le vesti in mano, indossando un paio di mutandine di tela bianca, troppo grandi. Senza guardare nessuno, mise i panni sopra la bicicletta, e si allontanò. Alle sue spalle i ragazzi facevano una assordante gazzarra, urlando, ridendo; bestemmiavano e dicevano parole che colpivano Erio come sferzate, anche se il suo volto restava del tutto inespressivo. Allontanandosi dal posto dove gli altri impazzavano, egli si teneva tutto chiuso, orecchi, bocca, occhi, con le gambe di piombo, come in certi sogni. Temeva che gli altri lo disprezzassero perché era così timido, perché non sapeva dire le loro parole, perché era boyscout, perché se ne stava sempre solo…
Andò al Pacher Piccolo – di un color verde torbido, marcio. Lì nessuno veniva a fare il bagno. Nelle boschine intorno volavano centinaia di uccelli, indisturbati, nel pieno del loro diurno fervore. L’uva cominciava ad annerire: il bacò era quasi maturo, e poiché i campi lì intorno erano di una famiglia amica, andò a mangiarne qualche grappolo. Poi girellò un poco per le boschine, a fare delle osservazioni. I gridi dei ragazzi giungevano nitidi, coi tonfi dei tuffi e il rumore dell’acqua.
Erio, come sempre, quand’era solo, pensava con dolore a se stesso, al fatto che non era come gli altri. Non sapeva scherzare, non sapeva stare in compagnia, nelle partite al pallone era confinato sempre in porta; benché sapesse nuotare aveva paura ad allontanarsi dalla riva… Da qualche tempo però era umiliato e tormentato da un fatto più preciso che non fosse ad esempio la paura di nuotare al largo. Egli non aveva mai compiuto una “buona azione”. Una “buona azione” completa, rifinita, che fosse anche bella: una impresa con un principio e una fine, di cui si potesse parlare come in un libro, come nel Don Chisciotte della Mancia che gli aveva regalato suo cugino – quell’odioso libro che non sapeva se prendere sul serio o disprezzare, ma che, intanto, era pieno di quelle occasioni ad agire così perfette e concluse. Egli, nella sua realtà, era sempre in attesa che accadesse qualcosa di simile; quand’era più piccolo aveva con lo stesso accanimento scavato la terra dell’orto per trovare un tesoro. Possibile che la vita fosse sempre tanto indifferente? (altro…)

Clara Sereni, “ultimista e farfalla” tra due secoli

Ricordi, letture e riletture delle sue opere, memorie di incontri e scambi, di un reciprocità che Clara Sereni era riuscita a definire prima dentro i suoi libri e poi nel mondo, nel suo lavoro − e, a volte, rendendo soprattutto vero il viceversa. Sono tanti gli interventi, nutriti e pieni, che raccoglie il volume Clara Sereni di Ali&No (2019), proprio nella collana “le farfalle” che lei aveva diretto fino al 2018 su proposta di Francesca Silvestri (qui è recensito il volume su Luisa Spagnoli di Valerio Corvisieri) la quale, in questo volume, ripensa al lavoro comune e fa affiorare la “composizione di sguardi” che ciascuno dei coinvolti propone. Come in uno stesso viaggio dall’origine della serie, che tocca la biografia di donne straordinarie per cultura, intensità e vita, questo numero allarga e include tutti i temi e le dimensioni del vivere e dello scrivere di Clara Sereni, un’autrice in grado di fare della memoria, della narrazione sulle donne e del femminile rapportato alle radici, della storia, dell’Italia nella seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri, il fulcro di una ricerca sulla parola e dentro la vita.
Da ogni lato, affrontando biografia e scrittura, i vari testi fanno emergere quella completezza di intenzioni che l’autrice ha esposto: il suo carattere raccontato dalle sorelle, la generosità che Dacia Maraini dal canto suo ma anche Walter Veltroni e “le merendanze” sottolineano, ma anche una presenza attiva e concreta; le radici ebraiche e la famiglia ricostruita da Cottinelli e Zevi; gli affondi nei suoi libri (e talvolta in quelli degli altri) che diventano tracciati nuovi, riletti e assimilati per Monferrini, Petrignani, Calamandrei e Centovalli; un accento su “Via Ripetta” e sull’importanza della giovinezza romana per Bartolini e, dal versante musicale e canoro, per Crotti; il quotidiano e il rapporto con il figlio Matteo per Scricciolo, Rulli e Marta Sereni. Clara Sereni è stata un'”ultimista” (ossia un soggetto dalla parte degli ultimi per vita e scelta) le cui esperienze nel sociale non hanno riguardato quella necessità volontaristica che si chiude dentro l’aiuto − seppur prezioso − di cura ma una sensibilità d’impegno che, a partire dal privato-pubblico post-sessantotto, come i vari testi confermano, si incarna nella letteratura e nella libertà da essa sprigionata. (altro…)

La voce che (non) sentite: intervista a Cristiana Mennella

La voce che sentite quando leggete in italiano alcuni libri di George Saunders, William T. Vollmann, Paul Auster, Edgar Allan Poe, Doris Lessing non è quella di Cristiana Mennella, perché il traduttore è grande quando sparisce nella misura della voce altrui. Ma a Cristiana Mennella, che lavora principalmente per Einaudi e Feltrinelli ma ha tradotto per minimum fax, Neri Pozza,  e altre, si deve la resa italiana di grandi capolavori – basti dire come ultimamente ha tradotto in contemporanea Lincoln nel bardo di Saunders (Feltrinelli 2017) e 4321 di Paul Auster (Einaudi 2017). E per quanto quasi trent’anni di pianoforte mi abbiano addestrata al fiuto per i fraseggi, mai avrei ricondotto alcuna spia linguistica o sintattica tra, per dire, il traduttore dei Marginalia di Poe o della trilogia di Jeff Vandermeer, tanta è la capacità del bravo traduttore di sfilare via il suo piede e saper riprodurre su un altro terreno la stessa orma dell’orso.
Benjamin centrò (non ci stupisce) talmente bene il punto quando considerò il momento di passaggio tra la lingua d’origine e quella d’arrivo come la vera lingua nella precisione e la verità del messaggio. E camminare in questa landa percorsa da tutte le possibili decisioni ma da una sola realtà richiede polsi fermi. Tanto più se, è qui che voglio arrivare, alla consueta complessità di una traduzione si uniscono sfide aggiuntive.
Mi spiego meglio. Dal momento in cui ho letto Fox 8 di Saunders ho aspettato la sua traduzione in italiano, che sarebbe stata appunto a cura di Cristiana Mennella. Per ragioni di cui chiacchiereremo più avanti, un racconto piccolo ma una sfida grande per un traduttore. E quando ho scorso Volpe 8, da poco in libreria per Feltrinelli, ho visto la bellezza di una sfida vinta, di un lavoro arduo restituito con leggerezza e acume, così come sembra semplice il balzo di una ballerina che per ottenerlo si è affilata in anni di salti.
Ecco l’incipit di Volpe 8:

Caro L’ettore,
prima vorrei dire, scusa perle parole che scrivo male. Perché sono una volpe! Cuindi non scrivo proprio perfetto. Maecco comò in parato ha parlare e scrivere bene così!
Un giorno che passavo vicina una delle vostre case Humane, annusando tutto cuel che cera dinteressante, o sentito, da dentro, un suono super’incredibile. E scopro che cuel suono che si sentiva, è: la voce Humana, che facieva le parole. Suonavano una mera vilia! Comuna bella musica! O ascoltato cuelle parole musicali fino a cuando nonè scieso il sole, cuando tuttuntratto faccio: Volpe 8, sei scemo, cuando sciende il sole, sul mondo sciende il buio, fila a casa, chè peri coloso!
Ma io ero ha fasci nato da cuelle parole musicali, e desideravo ca pirle tutte cuante.

Volpe 8 dev’essere stato un bel grattacapo. Dovevi rendere non solo il registro vispo e svelto di una volpe presa dal suo racconto, ma anche una peculiarità del testo: Fox 8 gioca sulla lingua opaca dell’inglese, la volpe ha imparato un perfetto linguaggio ascoltando le fiabe alla finestra ma è sostanzialmente incapace di scriverlo, azzardando equivalenze fonematiche. L’italiano, che è una lingua quasi del tutto trasparente, non ti ha permesso di giostrarti tra grafemi e fonemi; come ti sei mossa, allora, per approdare al tuo risultato? (altro…)

proSabato: Milena Milani, Gatto matto

Ogni tanto vado a vedere se c’è Mucci.
Ieri lo ritrovai su una pianta qui sotto, si era arrampicato tra le foglie e di lì guardava passare la gente. La pianta è una di quelle sempreverdi che stanno nelle cassette di legno; ce ne sono quattro, due di qua e due di là, ai lati della porte dell’albergo. Mucci è un soriano stupendo, con gli occhi gialli le zampe davanti un po’ storte, perché è ancora troppo piccolo, ha solo qualche mese.
La prima volta che lo vidi era mezzanotte passata, io stavo rincasando, ero triste, c’era il vento e la notte sembrava gridare con quella voce. Avevo freddo e paura, camminavo rasente alle case, con il cuore che mi batteva forte sul petto. Il mio soprabito svolazzava, non potevo tenerlo chiuso, le gambe ancora senza calze rabbrividivano e i capelli volavano sopra gli occhi. Mentre cercavo la chiave del portone, sentii qualcosa di caldo vicino alle gambe, era Mucci che si strofinava; ancora non si chiamava Mucci, era un gatto senza nome.
Mi seguì per le scale, faceva i gradini di corsa e mentre io salivo mi guardava dall’alto, come a dire: «Ho fatto più presto di te».
Entrò in casa da padrone, miagolava imperioso, gli diedi un po’ di latte avanzato nella pentola, lo bevve avidamente. Dormì tutta la notte su un cuscino.
L’indomani lo pettinai, gli diedi il nome Mucci, gli misi un nastrino rosso al collo. Non protestava affatto, come fosse cosa normale portare un nastro, essere diventato un gatto casalingo invece di un gatto di strada o tutt’al più di albergo. Infatti glielo dissi, mentre mi era saltato sulla schiena e si divertiva a tirarmi i capelli: «Vorrei sapere da dove vieni. Sei fuggito da qualcuno, o sei nato qui sotto in albergo?».
Mi ero intanto affacciata alla finestra e vedevo la gente che passava, l’albergo che è accanto a casa mia aveva messo i tavoli fuori perché la giornata si annunciava splendida. I tavoli avevano tovaglie bianche a quadri gialli e rossi, due signore anziane facevano la colazione, i gondolieri seduti sulla panca di legno leggevano il giornale.
Io vedevo l’acqua di un colore di perla, solcata da rare imbarcazioni, perché era ancora presto; a destra in fondo brillava la grossa cupola di San Simeone.
Mucci sembrava felice e quando lo posi sul cuscino, di nuovo mi saltò sulle spalle per giocare. Ma dopo un poco si avvicinò alla porta miagolando: voleva uscire.
Così incominciai ad insegnargli la strada, su e giù per le scale, dentro e fuori il portone, e mi toccò lasciarlo aperto. (altro…)

Venezia Novecento: per un resoconto critico

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani

Per un resoconto critico

Occasioni come quelle del Convegno Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani (Università Ca’ Foscari Venezia, 17-18 ottobre 2019) si rivelano propizie per ricostruire due profili di autrici, analizzate secondo diversi approcci scientifici. La giornata di studi, infatti, ha contribuito a porre in luce molteplici e sottesi punti di contatto tra le letterate in questione, sia dal punto di vista biografico che da quello della poetica: entrambe espressioni di un’immagine femminile indipendente, votata all’utilizzo della scrittura come mezzo per delineare un ritratto di donna – e, più in generale, della società secondo un’ottica estranea a ogni luogo comune o conformismo –, vivranno un rapporto profondo con Venezia, città d’arte e di incontro con letterati e intellettuali, e spunto per diverse pagine di scrittura anche privata.
Nel caso specifico di Paola Masino (1908-1989), voce letteraria soggetta a una notorietà non sempre lineare nel tempo, gli interventi ne hanno esplorato la produzione e il rapporto con il capoluogo lagunare, spesso complesso e colmo di tensione: nonostante una relazione non idilliaca con l’ambiente – sede di un esilio dorato per lei e il compagno Massimo Bontempelli – e gli abitanti, gli anni veneziani (1938-1950) si rivelarono prolifici da un punto di vista letterario. Risale a quel periodo, infatti, la stesura del più noto romanzo masiniano – Nascita e morte della massaia – edito da Bompiani nel 1945, ora riproposto in una nuova edizione da Feltrinelli. Senza contare i vari scritti della pubblicistica, contraddistinta da un nutrito numero di contributi indirizzati ai periodici locali secondo alcune ricerche condotte da Arianna Ceschin, la quale ha ricostruito il disarmonico legame vissuto dall’autrice con uno scenario sentito come estraneo, criticabile e poco accogliente. Significativi, a tal proposito, sono parsi alcuni passi delle missive indirizzate alla madre Luisa, colmi di singolari aneddoti dedicati specialmente alle veneziane, velatamente accusate da Paola Masino di scarsa consapevolezza e indipendenza emotiva.
Un viaggio, quello nell’universo masiniano, proseguito poi nell’esperienza al Festival del Cinema di Venezia, con pezzi di critica cinematografica che svelano il piglio ironico e l’abilità scrittoria dell’autrice – come emerge dagli esempi riproposti da Cecilia Bello – nonostante la letterata stessa lamentasse sia ai propri cari, che a se stessa in varie occasioni, la seria preoccupazione di non riuscire a mantenere viva la vena creativa e il timore di non essere in grado di ricoprire perfettamente il ruolo di padrona di casa tra le mura dello splendido palazzo Contarini, di cui Marinella Mascia Galateria ha fornito una suggestiva testimonianza fotografica degli interni.
Preoccupazioni del tutto infondate, a giudicare dalla qualità delle opere e degli scritti di quegli anni, densi di abilità stilistica ed esempi di una qualità di scrittura tuttora attuale e dallo stile divenuto il tratto distintivo di una voce letteraria non sempre valorizzata dalla critica e dal canone. Fortunatamente, le pagine di Paola Masino hanno saputo scrollarsi di dosso la polvere del tempo e dell’oblìo di alcuni periodi, giungendo intatte sino ai giorni nostri e conservando vivo lo spirito di un’autrice in grado di esprimere se stessa e la propria poetica, nonostante tutto. (altro…)

proSabato: Milena Milani, Il cielo su di noi

Un pomeriggio, al mare, quando l’estate è finita e si è rimasti soli, sembra che il cielo sia lontano, non ha colore, addirittura una lastra inerte, che pesa su di noi sdraiati; gli alberi sulla collina risultano nello sfondo, sono pochissimi, sette, otto, con esili tronchi e una chioma larga, forse sono pini.
Hanno portato sulla sabbia una barca a vela, bianca, una vela più grande, una più piccola, ma la tela non è unita, è tutta a strisce regolari, ben cucite le une alle altre.
I bagnini sono due, stanno smontando le cabine, sono scontenti perché c’è stato il freddo, la pioggia, molta gente è partita, ha abbreviato le vacanze, ma ora, in questi ultimi giorni, anche se l’aria è più fresca, altra gente è giunta al mare, sono villeggianti diversi, più calmi direi, più composti, ci sono molti stranieri, soprattutto tedeschi, e anche famiglie con due o tre bambini, di solito piccoli, e qualcuno persino lattante, che lo portano in carrozzina.
Oggi ne è venuto uno che dorme beatamente sotto un ombrellone non molto distante dal mio; passando gli ho dato un’occhiata: è chiaro di pelle, colore della cera, ma bello; accanto gli sta una balia vestita di roso sgargiante, con il grembiule bianco e una cuffia sui capelli. La balia è seduta su uno sgabello e guarda davanti a sé, tranquilla. I suoi occhi non hanno espressione, contemplano il vuoto o il mare.
Da queste parti, in questa solitaria spiaggia, non succede mai niente, uno sta sdraiato e basta, o qualche volta si getta in acqua e nuota, ma non sa perché nuota, perché sia caldo, perché si getti in acqua: qui le azioni non hanno motivi speciali, tutto si fa perché si deve fare.
Io pure, da anni, continuo a far quelle stesse cose, che sono proprio queste stese di ieri o di oggi; per esempio, sto qui seduta e guardo, o poco fa dormivo, la testa appoggiata alla poltrona, persino un cuscino per conciliarmi meglio il sonno.
Ottobre è un mese dolce, le sue giornate venute fuori da burrasche, hanno questa trasparenza quasi casta, tutto è come il cielo, pesa su di noi, sul nostro corpo, e noi non abbiamo la forza di una ribellione, oppure di evasione.
Del resto, dove si dovrebbe andare?
Dove ci porterebbero treni, macchine, aerei?
In quale altro posto che non sia questo, potremmo avere questa singolare pace con noi stessi?
Perché bisogna sapere prima di tutto una cosa: questo è il luogo dove siamo nati, tutti ci è ritornato familiare, ogni passo risuona come un passo che avvenne molti anni fa e che si ritrova con quella stessa leggerezza.
Pure, ci fu un tempo, e c’è tuttora, lontano da qui, in cui i passi furono pesanti, e ognuno incideva nel cuore, come un segno difficile da cancellare. Qui, no, tutto è diverso, le giornate sempre uguali non hanno che la storia di se stesse, un cerchio semplice che non si offusca, che non è da rompere: sono giorni in cui ritroviamo i nostri sentimenti dimenticati, certe nostre illusioni di ragazzi mal cresciuti, e forse qualche volta la voglia di continuare. (altro…)

O n d e – di Mirco Salvadori

Ecco cos’erano quelle onde, quelle sciabolate d’acqua che colpivano i fianchi cocciuti della solida imbarcazione adibita a trasporto pubblico. I sommovimenti schiumanti che continuamente increspavano i canali da decenni preda della confusione, ecco cos’erano.
Le osservava dal bordo del vaporetto e finalmente le riconosceva, onda dopo onda, schiuma infinita che si diffondeva nell’invisibilità della notte lagunare. Le onde erano domande, quelle continue e ostinate domande che andavano ad infrangersi contro la caparbietà del suo agire.
Lo sai cosa vuoi? Allora è questo che ti basta? E tu che provi per me? E poi giù ad ascoltare il respiro del motore, il suo ansimare affinché la prua andasse a spezzarle prima che terminassero la loro corsa, disperdendole nell’indefinito buio compiacimento di chi sceglie la velocità evitando la lenta spossante attesa del coagulo. Lo terrorizzava il passaggio che trasforma il rovente rosso fiamma in un’indurita e gelida chiazza porpora sulla quale scarabocchiare in tutta fretta e con un punteruolo spuntato la parola non detta, quel vocabolo che ora dondolava pericolosamente sul bordo del precipizio. Quel termine usato senza cautela e una volta pronunciato, conduce dal furore della passione alla placida quiete dell’affetto.

Il garage era uno scrigno che custodiva il prezioso silenzio delle decine di auto immobili nel loro sonno meccanico. Accese il motore impostando il navigatore verso una destinazione sconosciuta, vaga come vaga era la sua voglia di viaggiare nella notte. Brentonico 1ora e 54minuti pedaggi obbligatori, recitò una voce asettica dopo aver agganciato il segnale del satellite che invisibile solcava il cielo stellato. Si sentiva spaesato, svogliato, privo della magia che una volta gli permetteva di toccare, annusare, gustare, sentire la stretta di quel corpo molto prima di averlo tra le proprie braccia. Accese la radio sintonizzata su un canale a caso, da anni aveva rinunciato alla registrazione delle playlist, appartenevano al passato che a sua volta apparteneva al tempo, quel meccanismo che aveva la facoltà di cambiare le cose e le persone.

Guardava il nero asfalto illuminato dai fari e sentiva una morsa allo stomaco. Rivedeva sua moglie che lo accoglieva al rientro dal lavoro con il solito abbraccio contraccambiato con inquietudine. Marito e moglie stretti come due scalatori appesi nel vuoto, solo uno era armato di coltello, pronto a tagliare la corda prima della sua fatale rottura e del conseguente volo nel baratro. Lei lo stringeva a sé convinta che quella corda tenesse, fosse salda e resistente, mentre il suo sguardo fissava la cima della montagna perfettamente innevata, elegantemente illuminata dal sole. Non si curava affatto delle gambe che scalciavano nel vuoto.

Marta l’aveva conosciuta mentre stava rotolando lungo il dirupo dell’affetto, aveva impiegato mesi prima di allungare la mano stringendo saldamente l’appiglio che lei le offriva, bloccando così una caduta che lo avrebbe irrimediabilmente lasciato sul fondo di una fossa senza vie d’uscita. La loro era stata una storia adulta, come la definirebbe chi ha bruciato tutta la passione giovanile e continua a riscaldarsi con il ricordo delle braci ancora ardenti. Un rapporto iniziato classicamente sui social e proseguito via chat, nella calma paziente di un’età che sa mantenere la memoria degli errori. Non una pazzia, non un comportamento sopra le righe. Niente scenate o finti tentativi di suicidio, solo un lento percorso di consapevolezza e affinità di pensiero seguito da furiosi scontri carnali che permettevano a due corpi oramai privi di gioventù di fondersi confondendo il tempo e le sue regole. Ad osservarla con il microscopio, la loro relazione sembrava la perfetta simbiosi tra due cellule che pulsano all’unisono in un mare di loro simili scosse nel tremore infinito della scissione. (altro…)

‘Il filo di mezzogiorno’ di Goliarda Sapienza. Una lettura a cinquant’anni dalla prima edizione

Goliarda Sapienza, Il filo di mezzogiorno, La Nave di Teseo, 2019, pp. 200, € 15

È una nuova edizione quella che La Nave di Teseo propone per Il filo di mezzogiorno di Goliarda Sapienza, a cinquant’anni dalla prima uscita per Garzanti (nel maggio del 1969) e dopo quelle per La Tartaruga (2003²) e Baldini e Castoldi (2015³). Il secondo romanzo che l’autrice pubblicava in vita, come ricorda Angelo Pellegrino nella sua prefazione (e che di questa versione è anche il curatore) ha a che fare con l’«analisi selvaggia» ed è una “coraggiosa” critica alla psicanalisi freudiana, vero «monstrum» del Novecento come lo definisce lo stesso Pellegrino.
Nei quarantuno capitoli in cui la narrazione è scandita troviamo alcuni dei suoi principali temi autobiografici già annotati nella quarta di copertina: il rapporto con la famiglia e soprattutto con la madre Maria (Giudice); la follia materna; il fascismo e il periodo dell’occupazione romana; il rapporto con Citto (Maselli); la sopravvivenza agli elettroshock e la terapia con Ignazio Majore.
Se Goliarda Sapienza nasce poeta, come già sostenuto da Anna Toscano e da Fabio Michieli, anche questo è un libro che si fa parola dentro la poesia e il folklore siciliano, e che pone in epigrafe un’avvertenza:

«Non andare fra le viti nel filo di mezzogiorno: è l’ora
che i corpo dei defunti, svuotati della carne, con la pelle
fina come la cartavelina, appaiono fra la lava. È per
questo che le cicale urlano impazzite dal terrore: i morti
escono dalla lava, ti seguono e ti fanno smarrire il sentiero
e: o morirai di sete fra gli sterpi disseccati dal sole − sterpo
secco pure tu − o penserai sempre a loro smarrendo il senno.»

La possibilità di “uscire di senno” nelle ore più calde del giorno secondo una credenza popolare siciliana, in Ancestrale (La Vita Felice 2014) la ritroviamo in un testo poetico: «Posso rievocare il tuo sorriso/ i tuoi tratti accostati al mio respiro/ la tua voce smorzata/ dall’onda del mare/ posso rievocare/ la tua figura nel filo di mezzogiorno/ fra le viti./ Eppure temo/ guardarti ora che taci/ accanto a me raccolta/ dal tuo silenzio.» Che fosse la figura materna − per ipotesi − la destinataria di questa poesia può avere importanza poiché la poesia di Sapienza comincia nell’opera di Maria, come “canzoniere in morte” secondo Fabio Michieli¹ e come diretta citazione letteraria di Goliarda Sapienza secondo chi scrive.² (altro…)