Narrativa

Letizia Pezzali, Lealtà (rec. di I. Grasso)

pezzali lealtàLetizia Pezzali, Lealtà
Einaudi, 2018

 

Lealtà è un romanzo che racconta “l’ossessione amorosa di una donna giovane per un uomo che ha vent’anni più di lei. Intorno, l’ambiente della finanza raccontato con precisione feroce” (dalla quarta di copertina). Che attinenza potrà avere la lealtà con tutto questo? Ecco l’interrogativo che mi ha spinto ad acquistare il libro. Prima di iniziare a leggere mi sono dunque soffermata sul termine lealtà.
Letizia Pezzali, l’autrice, mi porta prima in una Londra alle prese con il referendum sulla Brexit, poi a Milano, città dove è nata Giulia (protagonista e voce narrante), e anche a Treviri, in Germania, dove sono nati Marx e il padre di Giulia, scomparso prematuramente.
In questi luoghi assieme a Giulia c’è Seamus (il capo, altrimenti detto Capo Meraviglioso), Michele (l’ossessione amorosa), Fred (il collega colto ma anche un po’ “grillo parlante”), Gabriele (il corteggiatore, per la maggior parte della narrazione “il ragazzo dalla polo rossa”) e Luca (il compagno della madre di Giulia).
Londra, Giulia, Seamus e Michele sono portatori di un conflitto interno e le tensioni sono incredibilmente simili ai mercati finanziari.
Giulia non ha fratelli, sorelle, cugini. Ha solo Luca, il compagno che la madre ha avuto dopo la morte del padre di Giulia. L’unica figura che per lei somiglia a un familiare.

Mi preoccupo di lui, allo stesso tempo mi stancherei se ci avessi a che fare sempre. Il nostro è un legame familiare sintetico, inventato, eppure sembra naturale. Contiene tutte le contraddizioni.

Seamus è il capo di Giulia, forse un modello per lei. Eccentrico, per gran parte del libro sembra essere l’unico vero amico di Giulia. A un certo punto deciderà di svelare una parte di sé tenuta nascosta per tanto tempo.
Michele è l’ossessione amorosa di Giulia. Si occupava anche lui di finanza e lavorava con Seamus. Ha lasciato il suo lavoro in banca, la stessa banca in cui lavorano sia Giulia sia Seamus.
Il conflitto fra i personaggi non è subito manifesto, ma a un certo punto diverrà lampante e tutti i tasselli torneranno al loro posto (in maniera definitiva?). Durante la lettura non ho quasi mai la sensazione che di questa crisi ci sia consapevolezza da parte dei personaggi. È la Pezzali che con grande abilità la rende visibile descrivendone i segnali con precisione chirurgica. Man mano che leggiamo lo stato di crisi è sempre più evidente ai nostri occhi. I personaggi continuano la loro vita senza grossi scossoni, né interrogativi. Come se il tempo non esistesse o fosse per certi versi sospeso. (altro…)

Ritorno a Freiburg. Nota a ‘Una sognatrice a Trieste’ di Claudio Segat (di Luca T. Barbirati)

Claudio Segat, Una sognatrice a Trieste, Treviso, Santi Quaranta, 2017, pp. 174, € 13

Dove stiamo andando?
Sempre verso casa
Novalis, Enrico di Ofterdingen

Perché si può desiderare la fuga dal proprio paese? Cora Sorgfalt, l’indimenticabile illustratrice botanica di Claudio Segat, non teme la sincerità e, fin dall’inizio del romanzo, confessa di essere fuggita perché si sentiva in pericolo. Alla fine degli anni ’90 del ‘900, nel Baden-Württemberg non c’era la guerra, non c’era una violenza sulle donne maggiore a quella di qualsiasi altro periodo, né tanto meno c’era la povertà. Tuttavia, nonostante questo, mancava l’essenziale che per Cora vuol dire il suo spirito creativo, la sua esistenza interiore e, in definitiva, la sua utopia. Anche se questa utopia, vale il caso di dirlo, sconfina il campo semantico comune e copre quello che altri autori hanno chiamato felicità (Guido Morselli), consolazione (Stig Dagerman) o trentesimo anno (Ingeborg Bachmann).
È la necessità di fuggire al già visto, al già vissuto. È l’innamoramento sbagliato che ti traghetta verso l’amore di sempre. Fuggire è l’inizio del viaggio che ti porta a casa. Cora lo sa, o meglio Claudio Segat lo sa e grazie alla sua maestria – paragonabile solo a quella di Fleur Jaeggy – ci dona un gioiello perfetto che ci fa sperare, ridere e piangere a fianco della dolcissima Cora. È questo il compito della letteratura. Il suo tourbillon – complicazione delicata quanto geniale – non è dissimile a quello dei suoi predecessori letterari, uno su tutti all’Io bachmanniano del racconto Il trentesimo anno.
(altro…)

ProSabato: Giovanna Amato, Sciarpa rossa e azzurra

Nube stellare del Sagittario, da wikipedia.it

Dovresti avere da qualche parte una sciarpa rossa e azzurra, il rosso lo ricordo di sicuro perché si intonava con il tuo giaccone e l’azzurro perché mi aveva fatto pensare a quei vecchi fazzoletti con cui giocavamo da piccoli al gioco della bandiera, giù in centrale. Oppure forse era a grossi quadri e c’era del giallo, o il giallo lo percorreva solo come una continua finitura, non ricordo bene e non voglio complicare perché tutto quello che ti riguarda è limpido, perfino una sciarpa troppo colorata in qualche modo si risolve se è portata da te. Insomma, ho il ricordo esatto della tua sciarpa rossa e azzurra, che chiamerò rossa e azzurra per comodità, e di quella volta che eri seduta al tuo posto e la tenevi sulle gambe mentre alzavi la mano per richiamare l’attenzione. Ricordo di come gesticolavi, parlando. Ci mostravi i palmi e spiegavi punto per punto il tuo parere su tutta la faccenda. Deve essere stato il tuo gesticolare che li ha convinti, non erano le mani di una persona incerta ma di qualcuno che spiega morbidamente (anche la tua voce è morbida) un pensiero ragionato a lungo. (altro…)

“Da giovani promesse…” 2018. Il festival dal 16 maggio all’1 giugno a Padova

Dal 16 maggio al 1 giugno l’Ufficio Progetto Giovani del Comune di Padova presenta “Da giovani promesse…”, il festival letterario dedicato agli esordi letterari più brillanti e ai giovani autori del panorama editoriale italiano e internazionale.

Nella prima metà di maggio, due appuntamenti in libreria anticipano il festival vero e proprio: domenica 6 maggio, la scrittrice sudafricana Yewande Omotoso presenta “La signora della porta accanto“, mentre giovedì 10 maggio Philipp Winkler incontra il pubblico padovano con il suo esordio, “Hool“.

Il titolo “Da giovani promesse…” parafrasa l’affermazione del critico Alberto Arbasino che descrive l’evoluzione della carriera di uno scrittore che, nato come giovane promessa, spesso attraversa la fase del “solito stronzo” per poi diventare un venerato maestro.

Presentazioni letterarie, incontri di approfondimento, workshop e gruppi di lettura, senza dimenticare gli appuntamenti rivolti scuole: il festival nasce con l’intenzione di coinvolgere un pubblico sempre più eterogeneo e rendere protagonisti i giovani e i loro talenti, valorizzando, al tempo stesso, uno degli spazi culturali più importanti della città, il Centro Culturale Altinate San Gaetano.

moderatori saranno giovani professionisti dell’editoria, critici o scrittori, e dottorandidell’Università, che avranno l’occasione di portare il proprio contributo in un confronto “alla pari” con gli autori, coinvolgendo il pubblico in un dibattito sulle forme del racconto e sulla giovane narrativa italiana.

Non mancheranno gli incontri con gli studenti delle scuole superiori di Padova, che dialogheranno con gli ospiti del festival per scoprire il mestiere dello scrittore e approfondire con loro forme e contenuti della narrazione.

 

Il programma

Quando non diversamente indicato, gli appuntamenti si svolgeranno allo Spazio 35, al piano terra del Centro Culturale Altinate San Gaetano.

Tutti gli incontri sono ad accesso libero e gratuito.

Mercoledì 16 maggio – 18:30

Joshua Cohen
“Un’altra occupazione” (Codice edizioni)

con Giulio D’Antona

Giovedì 17 maggio – 18:30

Mattia Conti
“Di sangue e di ghiaccio” (Solferino)

con Ilaria Gaspari

Venerdì 18 maggio – 18:30

Marco Balzano
“Resto qui” (Einaudi)

con Emmanuela Carbé

(altro…)

Goliarda Sapienza, tra Sicilia e continente

Questo testo di Alessandra Trevisan è frutto dell’elaborazione di quanto espresso durante la conferenza omonima all’interno della rassegna © «Ottobre poetico 2017» curata da Fabio Michieli per il Comune di Cavallino-Treporti (VE).

L’aver intrapreso lo studio dei testi di Goliarda Sapienza, che prosegue da oltre sei anni, ha molto mutato il mio approccio critico antecedente. Va da sé che tutto il lavoro svolto sinora proprio su «Poetarum Silva», insieme a Fabio Michieli (che qui si è occupato dell’autrice) e a tutta la redazione, ha modificato, nel tempo, il mio modo di scrivere. La ragione per la quale ho scelto quest’autrice molto diversa da me è triplice; Goliarda Sapienza mi ha messa ‘in crisi’ sin dalla prima lettura de L’arte della gioia, e posso dir d’aver iniziato da subito insieme a Fabio a leggere i suoi libri e la critica prodotta su di lei. Era il 2010. In quel momento c’era una grande attenzione da parte del pubblico ma anche da parte dell’accademia nei confronti delle sue opere; si stavano iniziando a pubblicare i volumi postumi di cui dopo parlerò. Quando parlo di “crisi” intendo che non ho trovato, da subito in Sapienza, un’appartenenza; c’è voluto del tempo per individuare quegli elementi critici che mi spingevano verso di lei con passione. Spesso nel mondo della critica la sovrapposizione tra biografia e letteratura ha portato a un’identificazione critico-autore che io invece non sentivo. L’attrazione nei suoi confronti non mi era del tutto comprensibile rispetto a quella che avrei potuto nutrire per altre scrittrici. Poi ho capito che il suo coraggio intellettuale è stato un grande motore per me: il coraggio di essere schietta, di dire ciò che ha detto senza badare alle conseguenze. Ciò mi è servito in Una voce intertestuale: riuscire ad evidenziare punti d’interesse trascurati, nodi di cui non si era occupato nessuno, fornendo anche nuove interpretazioni dei testi. Ma il suo coraggio è stato soprattutto “vitale”, come lo è quello da lei trasmesso nell’arte attoriale. La sua fu un’esposizione artistica dal vivo, cosa che riguarda anche la mia vita come cantante e sperimentatrice vocale.

Un terzo aspetto che si è rivelato sin da subito nella sua opera è quello della ‘realtà’; mi è sempre sembrata un’autrice lontana dall’immaginazione. Tutto ciò che ha scritto è fortemente autobiografico ed è vero; c’è poca mediazione tra il vissuto e il narrato. Poi, negli anni, credo d’aver assunto una posizione ambivalente rispetto a questo nodo – una parte della critica odierna tenta una continua attinenza tra biografia e critica, non sempre appropriata secondo me. Eppure, questo continuo sguardo sulla realtà ha trovato significato anche nel mio fare artistico personale, nel mio modo di scrivere e fare musica, secondo diverse forme. La voce, in effetti, che ho posto la centro come “tema” della monografia per La Vita Felice, non solo mi riguarda ma è un aspetto cruciale per leggere Sapienza.

Nell’affrontare la proposta “tra Sicilia e continente” – rispetto ad altre studiose tengo a precisare che non mi sono mai davvero occupata dei luoghi – si può avere un punto d’inizio complesso, che tocca diversi livelli di difficoltà che tenterò di sviscerare.

Partendo da tre parole chiave tracciamo il percorso nella proposta; esse sono: paesaggio, luogo e spazio. (altro…)

Testi da ‘Abbiamo fatto una gran perdita’ di Alberto Cellotto

 

Hotel Misa, Marzabotto
Domenica 28 settembre pomeriggio

Caro Lucio,
non credo resterò qui a dormire stanotte. Sono partito ieri,
ho dormito in Veneto, e stamattina ho voluto visitare ancora
la città etrusca e la necropoli. Mi soffermo sempre
sulle ciotole e sugli aghi. Ho ripensato a Montreux e al
museo della città, dove c’è una collezione bellissima di ditali:
vacci una volta quando torni a Losanna. All’esterno
ho osservato l’erba e la strada che passa sopra la necropoli.
Quando sono andato al bagno ci sono rimasto a lungo,
seduto su una sedia in plastica. Non che mi sentissi male,
ma quella sedia era in una posizione perfetta, orientata secondo
l’asse che quella necropoli dispone e inclina ancora
oggi sulla faccia della terra. Posizione, orientamento e
inclinazione: se li trovi ci sei quasi. Quando è entrata una
giovane donna non ha evitato di chiedermi se stessi male e
mi servisse aiuto. Le ho risposto che poche volte ero stato
meglio in vita mia e sono quindi uscito di nuovo sull’erba,
alla penombra del boschetto dell’acropoli, diversa da
quella che avevo lasciato, più chiara, mentre più densa
scorreva l’aria dentro il petto.
Questo hotel è perfetto, ma mi ha preso l’ansia, aumentata
alla visione della fantasia animale dei copriletto, e sento
che è meglio se non rimango qui stanotte. Pagherò la
stanza tra poco e cercherò qualcos’altro vicino a Codigoro,
ma prima volevo scriverti che sarò in giro per una ventina
di giorni e ripasserò per Bologna prima di tornare a casa.
In quell’occasione ti chiamerò senz’altro. Ti scrivo così,
ho il telefono con me ma non il computer. Immagino tu
sia uno che ha scritto un sacco di lettere da giovane. Mi
sbaglio?
Ho stazionato sulla sensazione di essere torturato, qui
da solo, in questa stanza. Quel che vivo non è un rituale
di tortura e nemmeno l’ubbia che ci sia qualcuno che mi
perseguita da lontano con qualche maleficio. La tortura è
quella che mi porto in serbo da troppi anni, è essere attorcigliato
tra dire e non voler dire più nulla. Una postura
insulsa che ormai è diventata il mio tono di voce. A volte è
il desiderio di togliermi dalle spese, sebbene io non sia mai
andato vicino al suicidio. Di qua passa questo stordimento
che avanza come un’auto di notte in una strada di campagna,
tra le rane, le bisce e i ricci investiti che provocano
una lieve scossa sotto i pneumatici.
Che cosa resta da confessare, Lucio? Che cosa possiamo
confessare senza la tortura? E quanto dobbiamo
torturare ancora o essere torturati affinché le confessioni
accadano? Io non lo so dire meglio, ma credo che dovremmo
arrivare presto a essere tutti in preda a una foga di
confessione. Voglio che rimaniamo ben lontani da quelle
confessioni che ci capitano spesso, quell’espressione capace
solo di vuotare un sacco, lo sfogo, altrimenti facciamo
bene a continuare a diffidare delle confessioni, a sentirle
come estrema forma della malafede.
Il tempo oggi è buono, faceva un gran caldo e sono rimasto
a lungo nell’acropoli che è più in ombra e sopraelevata
rispetto al piano vasto dove si sviluppa la necropoli.
Ci dovresti andare anche tu un giorno. Poco fa sono passato
davanti a una trattoria vuota. Una cameriera sfaccendata
con la polo arancione del locale leggeva un quotidiano
e sono ripiombato nell’immagine della strada che per anni
ho percorso per andare al lavoro, con la collina davanti
tanto vicina che m’immaginavo spesso di andare a sbatterci
contro. Mi sono sempre chiesto in quale punto un’auto
può schiantarsi su una collina senza la dolcezza di una
strada in salita che prevenga lo scontro, come se la collina
fosse un muro a piombo dove si può finire a sbattere giungendo
da lontano a gran velocità.
Ti riscrivo presto.
Martino

*

(altro…)

Silvia Tripodi, da ‘Punu’

 

Ho portato il viaggio di molta stanchezza
nella ingiungente macchina
al di qua della macchina
verso il cortile
viaggio che porta giunge
quasi al silenzio dello spettare
dalle parti dei minuscoli oggetti
delle cose chiamate cose.

*

.
Viaggio porta alle cose
pezzi molto piccoli
pezzi molto più piccoli
fino alle cose chiamate
della famiglia degli oggetti.

* (altro…)

‘Le assaggiatrici’ di Rosella Postorino (nota di lettura di Patrizia Grassetto)

Rosella Postorino, Le assaggiatrici, Milano, Feltrinelli, 2018, € 14,00

Di questo libro incuriosisce, da subito, il titolo e l’origine della storia narrata da cui molti sono stati incuriositi. Infatti l’autrice trae spunto da una vicenda vera del nostro passato recente – un passato che non possiamo dimenticare – e da cui inizierà poi un percorso di fantasia “realistica”.
Le ”assaggiatrici” sono davvero le donne che testavano il cibo di Hitler e la storia realmente accaduta è quella di Margot Wolk, assaggiatrice per lui nella caserma di Krausendorf.
Nella narrazione si ha invece la giovane Rosa Sauer, berlinese, fresca sposa che lascia la città dopo che il marito parte per il fronte e la madre muore sotto un bombardamento. Lei andrà a vivere dai suoceri in un piccolo villaggio di Gross-Partsch e, venendo dalla città, sarà sempre considerata un po’ straniera. È l’autunno del 1943; dalle prime righe:

Entrammo uno alla volta […] la stanza era grande le pareti bianche […] al centro un lungo tavolo di legno su cui avevano apparecchiato per noi […] quel buco nello stomaco era paura. Da anni avevamo paura e fame.

L’orrore della guerra (non solo di quel fatto) si annida ovunque, in ogni luogo, in ogni momento, e procede oltre l’immaginario. Dall’assunto di Rosa si snoderà il suo racconto come protagonista che, assieme ad altre nove giovani donne, assaggerà il pranzo di Hitler: «il mio corpo – dirà – aveva assorbito il cibo del Führer».
Mangiare. Morire. Morire. Mangiare: mentre l’essere umano deve mangiare per vivere, le assaggiatrici mangiavano e potevano morirne. Erano affamate per mancanza di cibo e quel cibo poteva essere veleno. Ogni boccone come un ultimo respiro, a ciclo continuo.
L’autrice ha la capacità di rappresentare la storia nei suoi accadimenti e, nel contempo, penetrare nel sentire profondo della giovane Rosa, rendendo il lettore partecipe di ciò che lei vive nel suo animo.
Postorino ha una capacità scenografica: tutto scorre davanti come in un film; non a caso la violenza rappresentata dal cibo, sebbene in termini diversi, è la stessa, “capitale”, che Marco Ferreri rappresenterà ne La grande abbuffata (1973) e quella, ancora “sadica”, di Salò di Pasolini (1975). Quelle che l’autrice crea sono pagine intense, nelle quali ci si immerge quasi in una sovrapposizione empatica, sino a provare dentro di sé le paure dei personaggi, i loro timori intimi – segno di una costruzione sapiente degli stessi. Nella stanza mensa si intrecciano le vite delle ragazze, la loro amicizia ma, a volte, anche la loro inimicizia; in un ambiente femminile “costretto” e “claustrofobico” emergono le loro contraddizioni e le difficoltà del quotidiano durante la barbarie della guerra. (altro…)

Luigi Fontanella, ‘Il dio di New York’

Luigi Fontanella, Il dio di New York, Passigli editore, 2017, pp. 276, € 19,00

Scintillano gli occhi del nostro Pascal di fronte allo spettacolo − per lui straordinario e convulso − di macchine taxi autobus e fiumi di gente frettolosa per le strade della Lower Manhattan.
È una tarda mattinata di aprile. I nostri introdacquesi sono ormai nella Grande Mela. I loro occhi vanno soprattutto verso le sopraelevate, sulle quali scorrono senza sosta proprio sopra le loro teste, con enorme fracasso di ferraglie, i vagoni della metropolitana (
New York City Subway).
Si tratta del maggiore sistema di trasporto pubblico esistente al mondo, l cui prime porzioni, nella città di New York e dintorni, cominciarono a funzionare fin dal 1869.
Pascal è soprattutto sbalordito dalla lingua (le lingue) che sente circolare fra la gente, mentre sfrecciano velocemente automobili e vari mezzi di trasporto della City.
Ovviamente a prevalere è l’inglese, una lingua che il giovane ha sentito a Ellis Island dai solerti impiegati della dogana, e che ora si rimescola prodigiosamente con il dialetto abruzzese dei suoi compagni e di Mario Lancia, il compaesano caposquadra che è venuto puntualmente a prelevare il nostro gruppetto al Battery Park.
Ma non c’è molto tempo per assaporare o rendersi pienamente conto di queste ‘meraviglie’. La guida si muove con scatti precisi e a ben districarsi in mezzo al traffico di Manhattan. Controllando nervosamente l’orologio, Lancia scambia sbrigativamente qualche parola con loro, mentre li porta immediatamente alla Penn Station e da lì, in mezzo al marasma generale, subito in treno alla volta di Hillsdale nel New Jersey.
Questa è l’America, la prima America, che si fece incontro a Pascal il 20 aprile del 1910. (p.98)

Mi piace pensare che sempre, dentro ogni voce, riecheggi quella di chi l’ha preceduta, che ogni individuo trovi, nei propri maestri, un faro − e forse, più che una luce soltanto − la continuità del suono e dell’ispirazione. Due aspetti che, insieme, fanno un risultato, danno corpo a un’idea. Appresa la lezione, si procede oltre: si riedifica, dallo ieri al presente. «Impara tutto e poi dimentica tutto» ha detto il sassofonista Charlie Parker e, anche se qui siamo in un terreno letterario − intriso di studi storico-antropologici − ci si chiede se il suo suggerimento non valga anche per Luigi Fontanella. Restiamo negli Stati Uniti, sia con il tema del volume di cui parlerò sia per la professione dell’autore, già docente ordinario nel Dipartimento di Lingue e Letterature Europee alla State University di New York; saggista, poeta [di questo si è occupato il nostro Francesco Filia qui] e narratore, lo scorso anno ha pubblicato per Passigli Il dio di New York, un romanzo che guarda da vicino il tema ampio dell'”emigrazione italiana” negli States, in questo caso a inizio Novecento. Ci sono diverse immagini che scuotono la memoria prima di iniziare la lettura: la prima è quella di un film di una decina di anni fa, Nuovomondo di Emanuele Crialese (2006), che ci riporta ancora nella città in cui si svolge la vicenda; la seconda è una fotografia di Charles Clyde Ebbets del 1932 intitolata Lunchtime atop a skyscraper. Siamo negli anni Trenta, lontani dal racconto di Fontanella ma con un occhio vigile desideroso di guardare la città come quell’operaio della copertina: dall’alto di un grattacielo in costruzione (l’empire State Building); dall’alto di un tutto che è la storia più articolata di tante vite narrate in una sola, quella dell’abruzzese Pascal D’Angelo, il protagonista del romanzo. (altro…)

Giorgio Galli, Le morti felici

Giorgio Galli, Le morti felici, Il Canneto Editore 2018, € 10,00

 

Che non si possa fare un bilancio se non a compimento è una realtà di buon senso. Mi è sempre piaciuto pensare all’impossibilità di aggiungere non come a un’interruzione, ma come a una sorta di non perfettibilità raggiunta. Così vorrei imparare a vedere anche la morte: come una libreria ormai talmente stipata che non ci sarebbe spazio per un altro acquisto, ma proprio per questo perfetta a vedere. Sarebbe una “morte felice”, nel senso del titolo piccolo e densissimo libro di Giorgio Galli, edito da Il Canneto Editore nel 2018. E lui, che è un finissimo libraio, probabilmente apprezzerebbe la similitudine.
Le morti felici schiude e dilata, con diverse forme e attraverso diverse angolature, la morte (e proprio per questo la vita) di ventotto personaggi, dal matematico e filosofo Khayyām a Leonard Cohen con incursioni nel mito e molte nel mondo dell’arte.
Il libro intero sembra essere un lungi da. Lungi dall’essere un catalogo di “coccodrilli”, è pennellata esatta del senso di ogni vita; lungi, dall’altro lato, dall’essere un catalogo di biografie, è vaglio di quei gesti che hanno reso degno un percorso attraverso la cernita luminosa della morte. A volte la terza persona che commemora (anche se più che una commemorazione il tono è sempre quello del racconto) lascia il posto a una prima che semplicemente parla di sé; e in questo caso lungi dall’avvertire una voce da uno spazio altro sentiamo le parole di un attimo esatto, eppure espanso, che ha così il potere di pulire all’indietro. La morte è felice non (sempre e solo) in quanto accolta o desiderata, o in quanto ultimo tassello di perfezione, ma in quanto timbro di una vita appagata, che può essere stata burrascosa e arruffata, umile, dolorante, ma ad ogni modo, appunto, felice. Qualsiasi sia stata la biografia e la ragione della morte di chi muore, da Sándor Márai che raggiunge la sua Lola al gelido Mitropoulos stroncato durante le prove di un Mahler, non si perde l’impressione di aver sentito parlare una creatura che ha vissuto la propria vita così come era giusto che fosse condotta. (altro…)

Angelo Pellegrino, ‘Piombo felicissimo’ (nota di lettura)

Angelo Pellegrino, Piombo felicissimo, Roma, Stampa Alternativa, 2005, pp. 174, € 10,00

Che la città e il corpo femminile possano sovrapporsi, nelle pagine letterarie da molti secoli dietro di noi fino a oggi, è ‘pre-testo’ noto. E che l’attraversamento cittadino si confonda − etimologicamente “fondersi con” − (con) l’amore, per i luoghi e per una persona, risulta efficace, in una narrazione, per caratterizzare personaggi e spazi, per dare loro un timbro, un fondamento; per fare della realtà ‘letteratura’. È da questa consapevolezza − tradizionale − che si parte a leggere Piombo felicissimo di Angelo Pellegrino: dal «caos, furore, sangue» che invadono le strade di Palermo e dalla storia privata che il protagonista narra in un andirivieni carico di emotività confusa. Un’autofiction che porta al proprio interno la scoperta di nuove consapevolezze, di una vita che può ripristinarsi dopo una fuga dentro di se stessa. Nella vicenda − contemporanea in tutto − resiste, tuttavia, e persiste una certa indagine umana e territoriale insieme: Oliva, la donna di cui lui s’innamora, riporta tutte le qualità della sua terra, tutte insieme, anche nell’accostamento dei contrari, anche nella riappropriazione delle asimmetrie che la Sicilia mostra, «ironica e straziante». Si contrappone così alla città di Roma, quella in cui il protagonista vive da molti anni − soffocante, ombrosa.
Si sbaglierebbe a dire che il titolo è un ossimoro: è, invece, una riuscita analogia, che lega le vite degli attori di questa storia tra loro alla più grande “trama” dell’antica città siciliana e della sua popolazione. Ma nel titolo vive anche il grigio, colore assimilabile a uno stato d’animo fumoso, indecifrabile, complesso, psicologicamente associato alla cenere che viene dal fuoco; secondo Kandinskij rappresentava una “immobilità desolata” come quella che si avverte in queste pagine, alla ricerca di un oltrepassamento, di una condizione di rinascita.

© Alessandra Trevisan

Riprendo dai Quattro Canti, discendo il corso Vittorio Emanuele verso il mare. Attraverso via Roma e dopo un po’ di metri svolto  destra in via Alessandro Paternostro. Al numero 48 è il barocco Palazzo Briuccia, già Cattolica, con bel cortile e portico e loggia su un lato… la Guida non dice altro e altro non aggiungerei se non avessi abitato quel palazzo. Lo conosco dentro. Apparteneva a una mia zia discendente degli Antinori che aveva fatto il ’48, ma che poco parlava di quelle tradizioni risorgimentali per via della solita negazione siciliana del passato. Che assurdi i miei palermitani! La mania della nobiltà ma il rifiuto della Storia, una razza impossibile. Ho sempre pensato che l’estensore della Guida abbia scambiato questo grandioso palazzo da tempo ridotto ad appartamenti borghesi per qualche altro, perché non vi si trova un portico ma due eleganti ponti su doppia fila di belle colonne al centro del cortile, che congiungono i due corpi dell’edificio. Passeggiare su quei ponti ariosi e leggeri  quattordici anni è stata una vera esperienza di vita aristocratica per un ragazzo che si nutriva di solitarie esaltazioni.
Questo stesso cortile, deformato fino ad assumere il fastoso aspetto di un palazzo orientale, si è rifatto vivo in un sogno decisivo. Vagavo per una Palermo dorata nell’aria di tramonto, devastata come è ancora la zona del porto, ma molto più araba nelle piazze desolate, nei palazzi cadenti, dove si fondevano immagini di Mogadiscio e di San’a con quelle di una Palermo più ricca e fascinosa della realtà. Mi ricordo questo sogno unicamente perché precedette di qualche giorno il primo incontro con Oliva a Roma. O meglio me ne ricordai subito dopo, quando ripensavo ai caratteri di quell’incontro. Di solito i miei sogno li risparmio anche a me stesso, non li ricordo. Questo invece mi fece grande impressione, forse perché in quel periodo il desiderio di tornare indietro nell’Isola occupava tutte le mie giornate. Mi prendeva alla gola con violenza mista a una dolcezza che mi scioglieva e che temevo. Il desiderio di ritrovare l’anima trascorsa e dimenticata, che prende tutti prima o poi. Un tentativo per ripartire da una vita bloccata. C’è stata un decisione, un atto forzato, lo riconosco. Oliva l’ho evocata, non è un incidente.

© Angelo Pellegrino

proSabato: Romain Gary, da ‘La vita davanti a sé’

La vita davanti a sé

Il signor Waloumba è un nero del Camerun che era venuto in Francia per spazzarla. Aveva lasciato tutte le sue mogli e i suoi figli al paese per ragioni economiche. Aveva un talento olimpico nel mangiare il fuoco e dedicava le sue ore straordinarie a questa impresa. Era mal visto dalla polizia perché provocava degli assembramenti, ma aveva un permesso per mangiare il fuoco che era ineccepibile. Quando vedevo che Madame Rosa incominciava ad avere l’occhio spento, la bocca aperta e se ne stava a sbavare all’altro mondo, correvo subito a chiamare il signor Waloumba che divideva un domicilio legale con altre otto persone della sua tribù in una stanza che gli avevano concesso al quinto piano. Se era in casa, saliva subito con la sua torcia accesa e si metteva a sputare fuoco davanti a Madame Rosa. Non era soltanto per interessare una persona malata aggravata dalla tristezza, ma per farle un trattamento di shock, perché il dottor Katz diceva che molte persone sono migliorate con questo trattamento all’ospedale, dove per questo scopo gli accendono la corrente elettrica all’improvviso.
Anche il signor Waloumba era di questa opinione, diceva che spesso i vecchi ritrovano la memoria quando gli si mette paura e con questo sistema in Africa aveva guarito un sordomuto. Spesso i vecchi piombano in una tristezza ancora più grande quando si mandano all’ospedale in via definitiva, il dottor Katz dice che è un’età senza pietà e che dai sessantacinque settant’anni non interessano più nessuno.
Perciò abbiamo passato ore e ore a cercare di fare una gran paura a Madame Rosa perché il suo sangue facesse un salto. Il signor Waloumba è terribile quando inghiottisce il fuoco e questo gli esce da dentro tutto in fiamme e sale fino al soffitto, ma Madame Rosa era in uno dei suoi periodi vuoti che si chiamano letargo, quando uno se ne frega di tutto e non c’è modo di scuoterlo. Il signor Waloumba ha vomitato fiamme davanti a lei per una mezz’ora, ma lei aveva l’occhio tondo e stupefatto come se fosse già una statua che nulla può scuotere e che hanno fatto di legno o di pietra apposta per questo. Lui ha tentato ancora una volta e siccome faceva degli sforzi, Madame Rosa è uscita improvvisamente dal suo stato e quando ha visto un nero a torso nudo che sputava fuoco davanti a lei, ha lanciato un urlo che non vi potete immaginare. Ha cercato persino di fuggire e abbiamo dovuto impedirglielo. Dopo non ne ha voluto più sapere e ha proibito che si mangiasse del fuoco in casa sua. Non lo sapeva mica di essere rimba, credeva di aver fatto un pisolino e che l’avessimo svegliata. Non potevamo mica dirglielo.
Un’altra volta il signor Waloumba è andato a chiamare cinque compagni che erano tutti suoi tribuni e sono venuti a ballare intorno a Madame Rosa per scacciare gli spiriti maligni, che quando hanno un momento libero si attaccano a certe persone. I fratelli del signor Waloumba erano molto noti a Belleville e li venivano a chiamare per questa cerimonia quando c’erano dei malati che si potevano curare a domicilio. Il signor Driss al caffè disprezzava queste che lui chiamava delle “pratiche”, ci scherzava sopra e diceva che il signor Waloumba e i suoi fratelli di tribù facevano della medicina in nero.
Il signor Waloumba e i suoi sono saliti in casa nostra una sera che Madame Rosa era in assenza e se ne stava seduta in poltrona con l’occhio tondo. Erano seminudi e decorati di molti colori, con le facce dipinte come qualcosa di terribile per far paura ai demoni che i lavoratori africani si portano dietro in Francia. Due si sono seduti per terra coi loro tamburi a mano e gli altri tre si sono messi a ballare intorno a Madame Rosa sulla poltrona. Il signor Waloumba suonava uno strumento musicale fatto apposta per questo scopo e per tutta la notte era veramente quanto di meglio si potesse vedere a Belleville. Non è servito assolutamente a niente, perché sono cose che sugli ebrei non si attaccano e il signor Waloumba ci ha spiegato che era una questione di religione. Lui pensava che la religione di Madame Rosa si difendeva e la rendeva inadatta alla guarigione. A me questo mi meravigliava molto, perché Madame Rosa era in uno stato tale che non si capiva proprio come potesse entrarci la religione.
Se volete la mia opinione, da un certo momento in poi anche gli ebrei non sono più degli ebrei, da tanto non sono più niente. Non so se riesco a farmi capire bene ma non ha nessuna importanza perché se si capisse sarebbe certamente una cosa ancora più schifosa.
Un po’ più tardi i fratelli del signor Waloumba hanno incominciato a scoraggiarsi, perché Madame Rosa nel suo stato se ne fotteva di tutto e il signor Waloumba mi ha spiegato che gli spiriti maligni ostruivano tutte le sue uscite e gli sforzi non arrivavano fino a lei. Ci siamo seduti tutti quanti per terra attorno all’ebrea e abbiamo assaporato un momento di riposo, perché in Africa sono molto più numerosi che a Belleville e si possono dare il cambio a squadre attorno agli spiriti maligni come si fa alla Renault. Il signor Waloumba è andato a prendere dei liquori e delle uova di gallina e abbiamo fatto un picnic intorno a Madame Rosa che aveva uno sguardo come se l’avesse perduto e lo cercasse dappertutto.
Il signor Waloumba mentre ci abbuffavamo ci ha spiegato che nel suo paese era molto più facile rispettare i vecchi e occuparsi di loro per ammansirli che in una grande città come Parigi, dove ci sono migliaia di strade, e di piani, di posti e cantoni dove la gente li dimentica e non si può usare l’esercito per cercarli in tutti i posti dove sono perché l’esercito è fatto per occuparsi dei giovani. Se l’esercito perdesse il tempo a occuparsi dei vecchi, non sarebbe più l’esercito francese. Mi ha detto che di covi di vecchi ce n’è per così dire decine di migliaia nelle città e in campagna, ma non c’è nessuno che dia delle informazioni che permettano di trovarli, e così si ha l’ignoranza. Un vecchio o una vecchia in un paese grande e bello come la Francia fa pena a vedere e la gente ha già tante preoccupazioni così.

.

© in Romain Gary, La vita davanti a sé, trad. it, di Giovanni Bogliolo, Vicenza, Neri Pozza, 2009

Prosa scelta dal musicista Sergio Marchesini, che ringraziamo.