Narrativa

proSabato: Cesare Zavattini, Il solito passo e Alla porta

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

IL SOLITO PASSO – ottobre 1953 – Il solito passo lungo via Vasi, legnano eventi questo passo alle cinque in punto, un passo calmo e sonoro che sparisce verso la Nomentana; non sapevo chi era, sarebbe bastato alzarsi dalla sedia o dal letto e dare un colpetto al nastro delle tapparelle guardare attraverso le fessure, ma la pigrizia mi ha trattenuto fino a due mesi fa circa. Era un tale sui 40 anni il quale, siccome camminava in salita, faceva passi lunghi e lenti verso la gamba che stava avanti ed aveva una faccia di bucato appena lavata e forse mi sembrava tanto serena, perché la mia non era serena; aveva scarpe gialle pulite, calzini marron e una camicia bianca aperta, avrei voluto sapere dove lavorava, poi me ne sono dimenticato.
Che notte quieta malgrado la pioggia. Una notte vidi i ladri, quattro, uno col sacco vuoto sulla spalla e guardavano le finestre come fanno gli spazzacamini o i suonatori ambulanti ma appena videro me che credevo di essere nascosto nell’ombra fuggirono così veloci che con le loro scarpe felpate fecero il rumore delle pernici quando si alzano.

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ALLA PORTA – 1953 – Ho visto un povero che suona alla porta, domanda se gli danno qualche cosa e la serva va dai padroni che stanno mangiando, padre madre e prole, la moglie dice che sono i soliti, o forse no, dice il figlio maggiore, la serva dice che l’uomo ha detto che ha un braccio paralizzato e uno di figli col tovagliolo davanti va a vedere, finge di aggiustare i libri nello scaffale dell’anticamera, dà un’occhiata al povero; anche a lui sembra e non sembra, più no che sì, il padre ci va lui, l’anno scorso Uno faceva lo zoppo e poi siccome il diavolo fa le pentole non i coperchi, dice, per caso il figlio l’aveva visto che se ne andavano più zoppo e contento con duecento lire in mano, il padre avrebbe voglia di testare il braccio all’uomo, gli fa qualche domanda ma in fondo ne sa come prima, non si presentano impreparati, questi tipi, certi si sfregano gli occhi con la cipolla per sembrare piangenti. La moglie, passata anche lei per l’anticamera, rientra in camera da pranzo per un’altra parte manifesta nuovi dubbi. Diamogli qualche cosa. Quanto? Ha una carta da cinquecento, è troppo, uno dei figli ne ha una da cento e la moglie dice che secondo lei bastano cinquanta mentre il figlio maggiore dice con spregio cosa sono cinquanta lire? Il padre trova stupida la frase del figlio, alza la voce, la serva porta le cento lire all’uomo che sta là.

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine – nota di lettura

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine, Marsilio 2019, 16 euro

Sta di fatto che Sacca, per tutta risposta, ha chiesto a Giulia di bussare sul muro di camera sua, e a me di andare a bussare su quello della camera per pellegrini globali, entrambi confinanti con la parete che stava auscultando da chissà quanto.
Così Sacca, con la faccia di chi si è appena svegliato dopo un turno di notte, ha fumato sei sigarette e si è messo ad abbracciare pareti, ci dice ma voi vi siete mai accorte che avete un gradino sotto il termosifone? E noi: ma non è un blocco di cemento?
Sì, ma è un gradino, e questa parete dietro è vuota. Non lo vedete che le due stanze sono distanti tra di esse il doppio rispetto alle altre?
Hai veramente usato “tra di esse” nel parlato?
Sì, che problema c’è?
Nessuno, sono solo molto ammirata.

Questo è il punto della narrazione in cui dovrei spiegare, in modo abbastanza misterioso, ma non pedante, di come Giulia e io abbiamo in più di un’occasione sognato questa casa con una diversa planimetria, che lì dove c’è il gradino comprendeva una stanza in più, oppure un passaggio che portava al piano di sotto. Dovrei dunque arrivare sino a Sacca che conclude che, dato il diametro, lì è per forza stata murata una porta di accesso a una scala che saliva o scendeva verso qualcosa (un sottotetto? un’altana? l’appartamento dei vicini?). Se fossi proprio bravissima arriverei a metterci delle picconate, e un cadavere mummificato sui gradini nascosti, un’urna, lettere segrete, un tesoro, avendo così buone possibilità di essere a posto con il reddito dell’anno fiscale successivo alla pubblicazione.

Esiste questo libro flâneur, capitolato come un’esperienza dickensiana e vivace come Tre uomini a zonzo (non in barca, perché manca di una sua volontà propriamente comica). Si chiama Perché comincio dalla fine, è di Ginevra Lamberti ed è uscito, da poco appena, per Marsilio. Ginevra Lamberti comincia dalla fine, dalla morte di tutti noi e specialmente quella altrui, su questioni che a nominarle possono apparire macabre e invece sono gustose come le olive con lo stuzzicadenti, una collezione di racconti sul passaggio, una sequela di incontri, tutto un dedalo di riflessioni e nulla che non sia leggero, dagli episodi più frizzanti a una rispettosa (mi si passi la parola) quiete. (altro…)

proSabato: Cesare Zavattini, Il contadino – 1950

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica «proSabato» sul nostro blog.

 

IL CONTADINO – 1950 – Un contadino arava e pensava: bevo o no? Il bottiglione dell’acqua era fra l’erba, all’ombra. Berrò quando avrò fatto il giro del campo, proverò più piacere, va’, disse alla mucca, e non guardò i tre aeroplani che passavano. Uno si staccò dagli altri come un’anguilla e il contadino non fece in tempo ad accorgersene che ta ta ta ta gli sparò addosso e quando il contadino si buttò a terra era già in alto. Le pallottole avevano fatto una riga di fumo a pochi metri da lui, il bue non si era mosso. Passavano tante volte, dopo qualche minuto si alzava del fumo a Viterbo. Sentì il bisogno di sedersi, ma il rumore dell’aeroplano cresceva invece di calare. Allora torna. Si mise a correre verso la quercia, male nella terra smossa. La mitraglia fece risuonare la quercia come una cassa. Teneva gli occhi chiusi e il naso schiacciato contro la scorza della quercia, da una finestra della casa gridavano il suo nome, sulla strada passava un ciclista che andava forte, forse adesso sparerà contro il ciclista, un passerotto volò dalla siepe alla quercia. Come poteva vederlo da lassù? Lo vedeva, infatti stava arrivando per la terza volta con un frastuono che cavava i visceri. Il contadino accennò un pianto falso, da bambino, con l’illusione di difendersi. Era passato dall’altra parte della quercia senza guardare l’aeroplano con la faccia vicino a un lumacone. Eccolo ancora. Ma era solo un effetto acustico, che sparì com si fossa chiusa una porta. Aprì gli occhi, cominciò a cercarlo nel cielo e non lo trovò subito, era un punto. Lasciò passare parecchio prima di muoversi.

 

© Cesare Zavattini, in Straparole, Bompiani, 1967.

‘Il rumore del mondo’ di Benedetta Cibrario (nota di Patrizia Grassetto)

Benedetta Cibrario, Il rumore del mondo, Milano, Mondadori, 2018, pp. 756, euro 22

“Benedetta Cibrario sembra aver vissuto completamente immersa nella prima metà dell’Ottocento”. Questa è una dichiarazione spontanea che si può pronunciare dopo la lettura di questo romanzo ambientato nel Risorgimento e che meritatamente è arrivato tra i finalisti del prestigioso Premio Strega, romanzo le cui immagini costruite dall’autrice passano innanzi come in uno spettacolare film in costume.
La narrazione si svolge sciolta, con levità nella sua ricchezza di eventi, dove il filo della vita scorre con il filo della seta. È d’interesse la capacità di raccontare ambientando con precisione la storia, nei fatti realmente accaduti, nell’evolversi del tempo storico risorgimentale della vita contadina ma anche dell’industria che sta nascendo, in particolare nelle filande, trattando di riflesso anche i temi di una nuova nascente economia con un approfondimento che stupisce.
Pur essendoci una protagonista dichiarata, tutti i personaggi sono sviluppati in modo tale da non risultare secondari: ne viene descritto l’aspetto fisico ma soprattutto l’aspetto caratteriale, il lato emotivo, la sensibilità interiore mostrando i comportamenti con una ricchezza di particolari da farli sembrare reali, in carne ed ossa, e quasi filmici.
È evidente quanto l’autrice si sia documentata e immedesimata, quanto abbia indagato le fonti e quanta ricerca ci sia dietro un romanzo così completo che, pur essendo corposo nel testo, si legge senza attese, da subito, anche per la capacità di toccare con la narrazione temi diversi, ad esempio quelli dell’educazione femminile e del ruolo della donna all’epoca.
Anne Bacon è una fanciulla inglese cresciuta, assieme alla sorella, da una istitutrice democratica, convinta che qualcuno avrebbe dovuto sollevare il tema dell’istruzione femminile e che le ha aperto gli occhi sul mondo. Anne e Grace sono figlie di un ricco mercante di seta rimasto vedovo in giovane età; impegnato nel suo lavoro − che anche la figlia Anne imparerà a conoscere − è però molto amoroso con le figlie.
Divenuta adulta Anne conoscerà l’ufficiale piemontese Prospero Carlo Carando de Vignon, i due si innamoreranno decidendo di convolare ben presto a nozze. L’ufficiale verrà però richiamato in Italia per cui la moglie dovrà affrontare il viaggio verso la nuova casa a Torino da sola, con la fida cameriera Eliza e l’accompagnatrice Therese Manners, donna viaggiatrice, dalle mille curiosità, tanto da affermare: «Il viaggio è il più filosofico dei piaceri, perché si può viaggiare tanto sulle strade carrozzabili, tanto sui propri pensieri». Ne risulta una figura moderna, attuale, per l’epoca una donna evoluta, che pensa con la sua testa senza costrizioni, aperta verso il mondo.
Durante il viaggio Anne contrarrà il vaiolo. Dovrà sospendere il percorso e fermarsi per affidarsi alle cure premurose di un medico di paese. Si salverà dalla malattia, dopo sofferenze nel corpo ma anche nello spirito; questa le lascerà delle cicatrici deturpando la delicatezza della sua bellezza, mettendo addirittura in crisi la sua unione coniugale. Nulla sarà infatti come sperato per lei.
Giunta a Torino conoscerà il suocero burbero e tradizionalista con il quale dovrà convivere sotto lo stesso tetto. Percepirà lì come i segni lasciati dalla malattia, che poi nel tempo si affievoliranno, siano per tutti un problema, eppure la saggia Therese le suggerirà «che la bellezza è uno strumento che manovrato malamente può essere di impaccio più che di aiuto. Non fate affidamento sull’avvenenza, appoggiatevi a qualche altra cosa». Una sorta di presagio, questo suo, e un augurio: per guardare “dentro e fuori” dal rumore del mondo. (altro…)

Cesare Zavattini, Notturno 1960

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) nell’anniversario della nascita è dedicata la prosa proposta oggi e, per il mese di ottobre, la rubrica proSabato di «Poetarum Silva».

NOTTURNO – 1960 – Talvolta l’insonnia è la punizione per aver prolungato indebitamente il piacere del leggere, un piacere immediato a danno del sonno che è invece risparmio per dopo e non godi durante. Avevo guardato a lungo l’alluce, che usciva da in fondo al lenzuolo coi suoi movimenti in proprio. Non riuscivo a riempire lo spazio tra me e l’alluce, c’era una valle di assenza. Tirai su la gamba reinserendo l’alluce nel resto e la coperta assunse la forma di una montagna attraversata da un insetto, di cui cerco il nome da anni o meglio desidero cercarlo ma non metto in atto niente di risolutivo, non più grande del segno che fa la punta aguzza di una matita calcata su un foglio, non è facile catturarlo, con la vista si può scambiare per le… (parola che sapevo e si nasconde quando lo cerco; nel cercare le parole si compiono operazioni intraducibili in parole; con le parole si pensa secondo quelle che hai, se le avessi tutte a disposizione ne parlerei dalla mattina alla sera fino ad essere il giorno stesso ma c’è già il giorno); di fronte al mio dito, col quale per distrarmi gli impedivo di proseguire, l’invisibile puntolino si arrestava, deviava, retrocedeva, si gareggiò a lungo, finché il dito lo schiacciò, o meglio lo toccò involontariamente e lo rintracciai a stento sul polpastrello. Un sonnellino di una ora fu angustiato dal sogno che mi trovavo su un palcoscenico inopinatamente di fronte a un pubblico di occhi, nemici e amici aspettano che io apra bocca e non so la parte, ma perché lo accettano? e spero di essere un altro.

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Cesare Zavattini, Notturno 1960, in Straparole, Milano, Bompiani, 1967.

Maria Grazia Insinga, La fanciulla tartaruga

 

Maria Grazia Insinga, La fanciulla tartaruga. Viaggi ad alta voce. Disegni di Stefano Mura, Fiorina Edizioni 2018

Ci sono libri – ho avuto modo di sperimentarlo più volte – che sanno attendere il momento in cui saranno letti, percorsi, esplorati perché possano dispiegare una rete di associazioni e richiami, e perché, soprattutto, possano far risuonare e risplendere tutta la loro bellezza-verità.
Questo è senz’altro il caso dei “viaggi ad alta voce” narrati, illustrati, fatti librare in La fanciulla tartaruga di Maria Grazia Insinga, un libro che fa confluire più registri, più vie di accesso verso un itinerario che non ho timore di definire “percorso di formazione”.
È un percorso di formazione che attinge a numerose fonti, scelte con sapienza tra ambiti di conoscenza – filosofia, poesia (sì, la poesia!), pedagogia, psicologia – e tipologie testuali – la favola, la fiaba, il libro illustrato, il romanzo di avventure, il poemetto.
Proprio da un poema, Le cimetière marin di Paul Valéry, è tratta la strofa che è posta come esergo al libro:

Zénon ! Cruel Zénon ! Zénon d’Êlée!
M’as-tu percé de cette flèche ailée
Qui vibre, vole, et qui ne vole pas!
Le son m’enfante et la flèche me tue!
Ah! le soleil… Quelle ombre de tortue
Pour l’âme, Achille immobile à grands pas!

Il viaggio inizia, in un’alternanza tra visioni oniriche, fluire di immagini mai interrotte da segni di interpunzione, entrata in scena dei personaggi – in particolare lu, la fanciulla, kurma, la tartaruga e erwin, il gatto –, traiettorie e permanenze in città visibili e invisibili, soggiorni e rimbalzi (ma confesso di aver pensato in prima battuta alla parola francese “rebondissements”): (altro…)

Festivaletteratura2019 #5: Unplugged

Abraham Yehoshua

Voglio dire subito, per favore: siamo agli sgoccioli di questo festlet, e io lo ricorderò come quello degli imprevisti più spiazzanti, eppure non c’è stata cosa che i volontari non abbiano provveduto ad aggiustare, trovare, mandarmi, indicare, risolvere, recapitare. Voglio dire subito il mio consueto grazie. Senza scendere nel dettaglio degli imprevisti; non per privacy, ma perché perderei ai vostri occhi quel po’ d’aura di compostezza che mi sono costruita.
Va così. Ho la testa sulle spalle più di quanto la mia migliore amica potrebbe credere, quando vengo qui, eppure a volte è un attimo e sono distratta come gli innamorati. Dopo sei anni, valicare il Ponte San Giorgio è ancora un colpo al cuore; simile a quello che ci ha raccontato Nadia Fusini, quando la riservata e tenera e cerebrale e fragile e acutissima Virginia Woolf venne trascinata nell’esistenza da una selvatica Vita Sackville-West, che dal canto suo le portava un amore abbastanza accorto da avere l’accortezza di non amarla troppo, per non destabilizzarla. Il racconto del carteggio tra le due scrittrici, di cui si è già accennato in uno scorso articolo Festlet, ha tenuto banco in una mattina finalmente piena di sole nella bellissima chiesa di Santa Maria della Vittoria, gremita di ascoltatori. E una folla quasi da record ha aspettato lo scrittore Abraham Yehoshua nel pomeriggio, a piazza Castello, atteso con Wlodek Goldkorn per parlare del tema “ascoltare l’anima e non il cervello”. Guardare la fila formarsi con un’ora e un quarto di anticipo e diventare sempre più lunga mi ha dato una lezione sul tempo, su come investirlo. Su come valga la pena anche di provare un’ora e un quarto di noia stretti in una fila se il tempo che ci aspetta sarà ben speso. Mantova ha sempre avuto, nel mio passo mentale, questa capacità di dilatare e contrarre, negli impegni affastellati che schiudono sacche di vuoto, nello scorrere più veloce dell’orologio durante un evento particolarmente riuscito. (altro…)

Festivaletteratura2019 #4: Tour

Jonathan Safran Foer a Piazza Castello

Chi è il Conoscente del libro eponimo di Umberto Fiori? Perché il Conoscente ha un archivio: fotografie, una canotta blu, perfino una scatola di unghie e capelli che non ha spiegazione. È l’orrore dell’insensatezza: il Conoscente allude sempre a un segreto, poi te lo toglie. «Qualcuno ha detto che il Conoscente è il Diavolo: quello che ti lusinga e che ride da solo, quello che mette in ridicolo ma non prova allegria, come se avesse ricevuto dalla vita una sofferenza da cui non riesce a liberarsi».
Quanto a noi, la pioggia vorrebbe complicare le cose, ma non può niente contro il nostro buonumore. L’organizzazione resiliente del Festlet sposta qualche ingranaggio nelle ubicazioni degli eventi ed eccomi qui, nella Baghdad piena di gelsomini di Elena Loewenthal (ho scritto il mio libro per guarire dalla nostalgia, e ora ho nostalgia di una Baghdad che non esiste) e nella Gerusalemme immaginata da Wlodek Goldkorn (tutte le Gerusalemme sono inventate, anche quella che esiste). Parlano con Chiara Valerio di identità e memoria, realtà, eredità e politica, catastrofi e speranze per patrie vecchie e diaspore nuove, piene di problemi dove lo stesso evento può essere cataclisma per un padre e l’inizio di un nuovo sogno per un figlio. Si parla di andate e ritorni, di deserti rossi così diversi dai boschi dove si fuggiva, deserti che ricordano la promessa di libertà di una tradizione passata. Si parla di avanti e indietro. Chiarisce Elena Loewenthal: «nella lingua ebraica, il prima è di fronte, il dopo è alle tue spalle; per questo la teshuvah, il pentimento di cuore, può realmente cambiare il passato».
Che sia alle spalle o di fronte, quella che ci troviamo a fronteggiare è la scommessa della sopravvivenza; ce ne parla Jonathan Safran Foer nel suo incontro per presentare il suo nuovo Possiamo salvare il mondo prima di cena (Guanda), che riprende tra gli altri il tema degli allevamenti intensivi già affrontato in Se niente importa (Guanda 2010). Ma se nel primo libro si affrontava la questione da un punto di vista etico, qui la realtà ci riguarda più da vicino. Brutalmente parlando: in che modo il nostro consumo eccessivamente orientato alla carne sta compromettendo tutto il nostro pianeta? (altro…)

Festivaletteratura2019 #1: Best Of

«Pure», dico dopo una scorsa rapida al programma.
Per “pure” intendo: pure quest’anno. Pure quest’anno il Festivaletteratura è riuscito a leggermi nel pensiero. È che ho da poco comprato Opera struggente di un formidabile genio, e anche se non sono pazza di Eggers (sono più un tipo da Foer), Eggers a questo Festival ci sarà. (E pure Foer.)
La prima volta che il Festival mi ha letto nel pensiero è stata la prima volta che ho messo piede a Mantova; credo di avervi raccontato fino allo stremo delle (vostre) forze come ho passato la prima settimana di settembre del 2014, all’inseguimento di un sempre più perplesso Michael Cunningham nello strenuo tentativo che i nostri incontri apparissero casuali. E il primo FestLet fu anche quello dell’intervista combo a Michela Murgia e Chiara Valerio. Parlavano di eroine. Murgia si concentrò sulla Morgana di Le nebbie di Avalon, che tanto avrebbe lasciato ramificare in seguito. A quel tempo Murgia era per me l’autore di Il mondo deve sapere e di tutta una serie di libri che volevo leggere; con l’andare dei FestLet, perché è lì che compro i suoi libri, sarebbe diventata l’autrice di quasi tutto quello che ha scritto e di quell’oggetto luminoso e pensante che si chiama Ave Mary. Valerio parlò di Lady Oscar, con un piglio che mi lasciò incantata, e con un paio di frasi che ancora porto impresse come una scottatura mi insegnò il bisogno di guardare chi amo come “la cosa più bella del mondo”. L’ho sempre fatto, da quel momento. Checché talora qualcuno protesti, non avendo colto del tutto lo spirito (“quindi per te sono una cosa”).
Ho il ricordo di due anni fa, del ghiaccio nel mio campari che si scioglieva a palazzo Tè, quando seduta su una sdraio sotto la stellata mi domandavo se non fosse iniquo chiamare tutto ciò al telefono con mia madre “lavorare”. E anche se sapevo cosa stava per accadere, Mariangela Gualtieri fu precisa come uno stiletto. Mi alzai in piedi mentre lei scandiva: giorno d’Aspromonte dove salgo / caricata con un peso un peso / che non si appoggia.
Tanto più intimo l’anno scorso ritrovare in un luogo caro l’amicizia calda di una Biancamaria Frabotta entusiasta, curiosa come lei è sempre quando c’è della bellezza in cui frugare. La nostra passeggiata serale, quasi notturna, il giorno prima della sua presentazione a Tutte le poesie, cadenzata dal click della catena della mia fedele bici, portata a mano per stare tutti al passo di una cupola da indicare, uno scorcio da promettere dietro lo spigolo di muro.
Mantova ha un ponte che taglia due laghi e un nome di velluto. Ha la prospettiva solida di Palazzo Ducale prima che la folla riempia la piazza. Qui sono passati tanti: la Pompei raccontata da Alberto Angela, le storie del Ruggito del Coniglio, la voce magnifica di Lella Costa che legge la Posta del Cuore della Aspesi. A Mantova ho visto cose che speravo con tutto il cuore di vedere, come Charlotte Rampling prendere un caffè, e cose che davvero non mi aspettavo, come Tracy Chevalier prendere la porta con un patchwork in braccio. Non credo di essere mai mancata a una lavagna di Bietti né all’appuntamento con il primo dolcetto alla ricotta all’arrivo.
Per il ventennale, i ragazzi dell’Orchestra da Camera di Mantova suonarono al Duomo la Settima di Beethoven.
Oggi comincia il ventitreesimo Festlet, il sesto che ho l’orgoglio di raccontarvi. Appuntamento qui ogni giorno alle sei, e come sempre fate un applauso ai volontari, loro lo meritano fin da adesso.

© Giovanna Amato

proSabato: Clara Sereni, Prendersi la notte

Anche senza riflettori, la scalinata di Trinità dei Monti è un palcoscenico regale. E da padron del mondo discende Patrizia: con le gambe giovani negli stivali dai tacchi alti, gli hot-pants che le segnano il corpo, la grande mantella di maglia che ondeggia al vento, celando e mostrando.
Patrizia fa spaziare lo sguardo sulla prospettiva di via Condotti: poca gente in giro, a quest’or di notte, così la città è più su, senza concorrenze. Ogni passo che muove è un’affermazione di possesso.
La tramontana la schiaffeggia ma la mantella resta aperta, sventolante, come una bandiera: perché Patrizia si pensa proprio come una bandiera, di libertà e potenza, e nessun temperatura polare potrebbe gelare il senso caldo che ha il sé, dell’essere padrona della propria vita.
Discesa la scalinata, rischiando qualche schizzo d’acqua attraversa il primo tratto della piazza e costeggia la fontana della Barcaccia, quasi con la voglia di sedersi sul bordo, a pensare, a fotografare con la mente il silenzio amico della città senza più traffico, la bellezza addormentata di una Storia millenaria di cui lei, oggi, si sente parte a pieno titolo.
Per abbreviare il percorso verso casa, e per abitudine di piacere, si addentra nelle stradine più buie, più modeste: con il suo passo deciso, e insieme attenta alle commessure fra i sampietrini, dove i suoi tacchi alti potrebbero incastrarsi.
In via d’Arancio, a pochi metri ormai da casa, dei passi risuonano dietro i suoi: stringe a sé la borsa, per i documenti e non per i soldi che non ha. Non ha paura, cammina senza affrettarsi.
Un’ombra dietro di lei, una pacca pesante sul sedere: un uomo la supera veloce, senza neanche voltarsi. Il gesto sprezzante in linea con i palpeggiamenti in autobus, le battute oscene lanciate per la strada, le offese quotidiane che le donne hanno sempre ricevuto. E subìto.
Patrizia è rossa di rabbia. È lei ad accelerare il passo, ora, inseguendo l’uomo che invece procede con tranquillità soddisfatta, fiero della sua mascolinità ribadita.
Gli arriva dietro, si avvicina, gli dà una pacca più forte e secca sul sedere. Lui si blocca, incapace di reazione. Forse sta pensando − se riesce a pensare − che il mondo è davvero alla rovescia, di questi tempi.
Spolverandosi le mani Patrizia si allontana, vittoriosa. Con un sorriso dentro, perché pensa che quell’uomo, con ogni probabilità, mai più farà qualcosa del genere a una donna.

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© Clara Sereni, Il lupo mercante, Milano, Rizzoli, 2007

In memoria di Clara Sereni (Roma, 28 agosto 1946 – Zurigo, 25 luglio 2018)

«nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita»: su una citazione di Goliarda Sapienza (1924-1996)

Goliarda negli anni sessanta – © Archivio Sapienza-Pellegrino

Da quando sono nata niente mi sorprende, niente mi entusiasma, ma questo senza dolore o invidia per gli altri che «vivono». A tredici anni vidi mia sorella piangere disperatamente e poi ridere come solo lei sa ridere di gioia. La sua gioia mi fece capire che nessuno poteva essere bello come lei. Nessuno, e capii che sarei morta presto. Lo capii, senza sofferenza né paura, come ora che sono morta da tanto, e nessun rimpianto mi prende di quella che fu la vita.

In Il vizio di parlare a me stessa. Taccuini 1976-1989 (Torino, Einaudi, 2011)

 

Quando uscirono i primi Taccuini di Goliarda Sapienza per Einaudi, secondo la selezione del curatore dell’opera Angelo Pellegrino, i lettori e la critica vennero a contatto con una parte della sua scrittura che poteva considerarsi intima, privata, complementare a quella narrativa, alla poesia, al teatro, ai soggetti cinematografici. In attesa dell’epistolario (ancora ad oggi inedito), dopo aver percorso il corpus in lungo e in largo sia sul nostro blog sia nel volume Una voce intertestuale (La Vita Felice 2016), ed aver poi elaborato alcuni articoli scientifici in cui più volte chi scrive ha sostenuto la comparazione dei romanzi carcerari alla scrittura diaristica di Sapienza sulla scorta di posizioni critiche avanzate da Fabio Michieli durante le numerose repliche di Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza − portato in tour dal 2014 al 2017 con Anna Toscano (poi diventato libro per LVF nel 2016) −, le ipotesi che una grande autrice come questa continuano a mettere in campo non si esauriscono. Anzi: è sempre più vero che l’affondo estremo nella parola vivifica la necessità di riprendere, ribaltare − e non soltanto approfondire − i termini, le possibilità, le direzioni di un’indagine mai sazia come quella dedicata alla scrittrice. Nell’anniversario della sua scomparsa (avvenuto il 30 agosto 1996), dopo alcuni anni di omaggi e post “in memoria di”, emerge ancora una volta la misura di un confronto con quanto di scritto ci ha lasciato, atto a oltrepassare i limiti (ancora una volta) dell’intertestualità di Sapienza.
Ben vengano gli articoli dedicati a questa voce, quelli divulgativi, perché avvicinano sempre più un numero di lettori ai suoi libri; ben vengano tranne quando si perpetua una banalizzazione del senso basando la propria scrittura su forme fisse, su quelli che sono i ‘luoghi comuni d’autore’ (la famiglia socialista, l'”ingombrante” figura materna, la mancata pubblicazione de L’arte della gioia, la depressione, la presenza di Citto Maselli ed altri) che, nonostante costituiscano le fondamenta d’approccio biografico a Goliarda Sapienza non sono affatto sufficienti a definire i contorni di un Ritratto a tuttotondo, che spieghi le ragioni della scrittura − con il corsivo ci si rifà al recente volume di Angelo Pellegrino rivolto proprio alla biografia, di cui si è trattato qui.

Un autore vive anche attraverso chi lo studia, anche nella frattura tra posizioni diverse, e vive perché l’impegno di chi si appresta a conoscerlo possa essere quello di rendere visibile la costruzione interna della sua opera, presentificare il significato della stessa alla luce di elementi costituenti in grado di determinare da quale lato si osserva e si commenta, senza abdicare alla sola teoria, senza. Il compito che ci si prefigge non è “facile”: rendere comunicabile la complessità, il magma dell’esistenza presente nei libri di uno scrittore − se questa è la prospettiva che si adotta − può sfiorare più volte se non il fallimento almeno l’incomunicabilità di ciò che si va dicendo. Non è una questione di accanimento né di competizione critica − dal momento che la vera sfida, chi si propone di mettere in pratica questo “mestiere”, l’affronta con il proprio sé −: si tratta invece di tentare di uscire dal già detto per affrontare con competenza e cognizione “il non detto”, di fare ricerca dentro e attorno la ricerca di altri; si tratta di proporsi continuamente di innovare il proprio punto di vista e la propria chiave di lettura per apportare novità, mescolando le carte, rivisitando le proprie pratiche. L’interpretazione di un testo o di un autore trova significato solo se chi legge − e scrive − sorveglia il proprio io, lo placa o addirittura mette a tacere (o lo sorveglia mentre dorme), e rende servizio alla materia, volgendo lo sguardo anche verso l’ignoto. Questo è quanto scoperto iniziando ad indagare autori proprio qui sul blog oramai da diversi anni; leggere gli altri per migliorare se stessi, imparare a pensare “oltre”. Una sfida appunto non sempre riuscita ma quasi sempre tentata, agita, anche conten(d)endo i rischi dell’autoreferenzialità e della ripetibilità del proprio dire, che pure resiste al tempo e alle prove.

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