Attualità

Edoardo Camassa, Nonne satura tota nostra erat?

Nonne satura tota nostra erat?
Riflessioni sull’effetto satirico e sul recente caso «Charlie Hebdo»

In queste pagine vorrei provare a riflettere criticamente su quanto siamo soliti chiamare «satira», e più in particolare su due vignette satiriche che hanno fatto molto discutere. Mi riferisco naturalmente al disegno intitolato Séisme à l’italienne, che porta la firma di Félix ed è apparso sul noto settimanale francese «Charlie Hebdo» del 31 agosto 2016 (n. 1258), e all’illustrazione firmata Juin, Italie: la neige est arrivée, pubblicata il 19 gennaio 2017 sulla pagina facebook ufficiale dello stesso periodico («Charlie Hebdo Officiel»). Vorrei provare a riflettere criticamente su questi argomenti – dicevo – perché sono convinto del fatto che la maggior parte delle polemiche sorte da noi in proposito si sono dimostrate a dir poco limitate e limitanti, in quanto miravano o a squalificare le vignette suddette, poiché ritenute inopportune e dannose per l’immagine nazionale, o per converso a conceder loro una qualche forma di cittadinanza italiana, se pure a malincuore e controvoglia, solo in base al principio secondo cui è necessario rispettare la libertà di espressione. Sono stati invece radi e sporadici, per non dire del tutto assenti, i tentativi di osservare le due illustrazioni da una prospettiva straniata, o per meglio dire in un’ottica ‘strabica’ e perciò capace da un lato di ammettere il potenziale comico dei due disegni e dall’altro di interrogarsi sulla natura dei meccanismi, anch’essi comici, che si celano dietro alle vignette di «Charlie Hebdo». Se affido queste mie considerazioni alla scrittura è allora solo perché spero, forse immodestamente, di colmare questa lacuna.
Ma è bene procedere con ordine. Anche a costo di risultare pedante, ritengo di dover premettere alle mie indagini un’osservazione di natura linguistica. La maggior parte delle volte in cui parliamo di satira, lo facciamo in modo inappropriato. In senso stretto, «satira» è un genere codificato atto a designare una specifica forma letteraria (generalmente in versi), il cui intento è di tipo moraleggiante se non moralistico: irridere quelle azioni, abitudini, inclinazioni e idee – siano esse individuali o collettive – che deviano dalle norme sociali vigenti o comunque da quelle ritenute valide dall’autore. Tuttavia, nel linguaggio corrente, si tende a valorizzare soltanto il secondo ramo della definizione precedentemente considerata, vale a dire la finalità; sicché «satira» diviene tutto ciò che – come si suol dire – castigat ridendo mores. Per evitare ambiguità terminologiche, da qui in avanti rinuncerò a parlare di satira. Mi servirò piuttosto del vocabolo «satirico», intendendo con ciò riferirmi a uno tra i molti effetti cui può ricorrere il modo comico, una maniera espressiva la quale va naturalmente ben oltre i confini dei generi letterari.
Ciò detto, vengo finalmente a considerare le due vignette di «Charlie Hebdo» che hanno fatto tanto scalpore in Italia, dando origine a un vero e proprio caso mediatico. Eccole:

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Nella prima, al di sotto della didascalia che dà il titolo al disegno («Séisme à l’italienne», ovvero «Terremoto all’italiana»), si vedono tre figure: la prima mostra un uomo gravemente ferito e ricoperto di sangue, al di sopra del quale si legge l’indicazione «Penne sauce tomate» («Penne al pomodoro»). La seconda immagine è invece quella di una donna sfregiata, piena zeppa di abrasioni, ed è designata come «Penne gratinées» («Penne gratinate»). Infine, la terza figura viene qualificata come «Lasagnes» («Lasagne») e rappresenta strati di individui sommersi dalle macerie edilizie. La seconda vignetta, che prende il nome dalla didascalia «Italie: la neige est arrivée» («Italia: la neve è arrivata»), mette in scena la Morte sugli sci, con due falci al posto delle racchette, mentre è intenta a sfruttare una valanga per travolgere quanto le si pone innanzi e a esclamare, come si legge nel baloon: «Y en aura pas pour tout le monde!» (letteralmente «Non ce ne sarà per tutti!», ma trattasi di un’espressione idiomatica che viene spesso usata nei settori del mercato come pure di certa politica e pressappoco equivale al detto «Premier arrivé, premier servi!», e cioè «Chi primo arriva, meglio alloggia!»). Le vignette, ça va sans dire, alludono a due recenti catastrofi nostrane: da un lato il terremoto che ha colpito l’Alta Valle del Tronto e in particolare Amatrice, in data 24 agosto 2016, e dall’altro la valanga abbattutasi sull’Hotel Rigopiano il 18 gennaio 2017, sempre per via di una scossa sismica. (altro…)

Raniero La Valle, Cronache Ottomane

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Raniero La Valle, Cronache Ottomane. Come l’Occidente ha costruito il proprio nemico, Bordeaux edizioni 2016, € 16,00

di Giulietta Iannone

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Nel 1908 un giovane giornalista di appena ventidue anni, alle prime armi nel mestiere e del tutto digiuno di “faccende ottomane” fu mandato come inviato speciale in Turchia, dal suo giornale “Il Giornale di Italia”, un glorioso giornale liberale che era stato fondato, da poco fatta l’Italia, da Sidney Sonnino, ed era diretto da Alberto Bergamini. Si chiamava Renato La Valle. Ed è grazie a suo figlio Raniero, che ha rovistato tra vecchi faldoni e album ingialliti, della sua casa romana, che possiamo leggere questo libro Cronache ottomane – Come l’Occidente ha costruito il proprio nemico, saggio che raccoglie appunto stralci di giornale e riflessioni di quel passato lontano, che acquistano oggi un sapore moderno, se non anticipatore e profetico. Si sa per capire il presente bisogna studiare il passato, e chi meglio di un testimone così attento e dotato di sintesi e fulminea intelligenza può aiutarci nell’arduo compito di decodificare il presente?

Cronache ottomane si incarica di questo non facile compito, e lo fa con uno stile suo proprio non scevro di una certa filosofia di fondo, piuttosto evidente e manifesta. Chi erano i Giovani Turchi? Come giunsero in Turchia gli aneliti costituzionali e i precetti liberali? Come tutto degenerò con il Genocidio armeno, durante la Prima Guerra Mondiale? Che legami ebbero l’Italia giolittiana con la Libia e la Tripolitania, quest’ ultima allora territorio ottomano? A queste e a molte altre domande potrete avere delle risposte che vi aiuteranno a ricostruire perché l’Islam, e con questo termine generalizzo tutto un mondo, sia diventato il nemico numero uno dell’Occidente.

La mente brillante, sia del padre che del figlio ci aiuterà infatti a compiere questo sforzo concettuale, e a disvelare alcune occulte manovre e strategie che non sono altro che manovre e strategie politiche ed economiche. Renato la Valle arrivò a Costantinopoli nell’agosto del 1908, quando la rivoluzione (del 24 luglio) c’era stata da un mese. Da quel momento osservò e trascrisse per il suo giornale le cronache di quel dopo, che tanto determinante fu per la storia turca e non marginalmente per l’Occidente tutto.

Costantinopoli, l’antica Bisanzio, aveva il nome di un Imperatore cristiano, Costantino, ed era la capitale dell’Impero cristiano d’Oriente. Ma all’inizio di questa storia, nell’agosto del 1908, sedeva sul trono del supremo potere un sultano musulmano, il Califfo Abdul Hamid, il quale dal 1876, attraverso un Gran visir che guidava un governo detto anche “Sublime Porta” (come in Italia si dice Palazzo Chigi), dominava sull’Impero ottomano, uno degli Imperi più longevi e più grandi della storia.

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Non ti curar di me se il cuor ti manca (2): nota di lettura

 

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Sono autori vari. La prefazione è di Fabio Franzin, la postfazione e la cura di Roberto Ferrari, e a legare le venti poesie del volume c’è la volontà di vocazione del grande Malessere della mente, secondo lo spirito, come dice Fabio Franzin nella sua prefazione, di un poeta come «medium che riesce a dar voce ai sommersi».
Il titolo recita Non ti curar di me se il cuor ti manca (2), commistione di un verso dantesco e del motto sull’asso di spade delle carte trevisane. La deflagrazione di due sentenze sprezzanti e aggressive – non ti curar di loro, e non fare affidamento su un’arma se non hai il coraggio di usarla – crea invece la dolcezza di una preghiera al contrario, un invito ad avere cuore per predisporsi all’ascolto e alla vera cura.
Poeti come medium, quindi, ma non solo. Mi salivano alla mente, leggendo, alcune considerazioni che hanno a che fare con l’uso della lingua, con la malattia, con il bisogno generale (nei poeti, con la necessità estrema) di dare nome a quello che è inabissato. (altro…)

Cercare Dio nella palude. Da “Silenzio” di Endō a “Silence” di Scorsese

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Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude (Le persecuzioni dei missionari in Giappone da Shūsaku Endō a Martin Scorsese), EDB, € 11,00

Quello affrontato da Shūsaku Endō nel romanzo Silenzio (1966) e ora da Martin Scorsese con il film Silence è un tema altissimo e difficilissimo. Anzi, sono più temi in uno: di questa complessità si carica ogni vera grande opera d’arte, se animata come sempre dovrebbe essere da un confronto serrato con la violenza, la fine, la morte. E proprio per comprendere meglio questa complessità, sciogliendone qualche nodo, è davvero utile leggere un libro breve e prezioso, scritto da Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude. Tosolini, teologo, direttore del Centro studi dei missionari saveriani a Osaka, si muove tra pagine di storia e di cultura e sa farci entrare in una materia ricca di interrogativi che inevitabilmente restano privi di una risposta certa.
Quando nel 1549 si apre per il Giappone il cosiddetto “secolo cristiano”, l’Europa è nel vivo della diffusione del Luteranesimo. Carlo V, il più grande sovrano dell’Età moderna, avrebbe dovuto di lì a poco rinunciare all’unità religiosa, e quindi politica, dell’Impero. Nel 1555, con la celebre formulazione della Pace di Augusta, cuius regio eius religio, si rassegnava alla rottura esercitata dal protestantesimo. Dopo l’ondata dei movimenti ereticali nel Basso Medioevo, questa è una rottura che sconvolge e minaccia alle fondamenta la Chiesa Romana: una contesa che avrebbe spaccato culturalmente, socialmente ed economicamente l’Europa, disegnandone il destino dei secoli successivi. Da questo profondo turbamento nasce a Parigi, nel 1534 (con conferma papale nel 1540), l’ordine dei Gesuiti. L’attività missionaria e l’opera di evangelizzazione sarebbero presto diventate colonne portanti della Controriforma. Fu lo spagnolo San Francesco Saverio a spingersi fin nell’Estremo Oriente, prima in India, poi in Indonesia, quindi appunto nel 1549, in Giappone.
Il film di Scorsese ci porta direttamente al termine del periodo cristiano. Ci troviamo tra il 1640 e il 1641, quando le persecuzioni dell’era Tokugawa, attive da tempo, avevano ormai portato l’azione dei cattolici a un dolorosissimo epilogo. Vediamo missionari esposti al bilico tra la colpa e l’espiazione; il “martirio al contrario” dei cristiani giapponesi che, nascosti e perseguitati, si consegnano alla tortura e alla morte violenta per proteggere i Padri missionari; la vicenda di Padre Francisco Rodrigues, stretto tra il bisogno di Dio e la necessità di sopravvivere; la costrizione alla fumia, all’abiura.
D’altronde, non c’è “dolcezza” nel cristianesimo. Cristo è venuto a dividere: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra: non sono venuto a portare la pace, ma la spada» (Matteo 10,34); è venuto a ferirci, aprendoci l’orizzonte del sacrificio, del martirio se necessario: «Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita a causa mia, la ritroverà» (Matteo 10,39).
«Il romanzo di Endō – ha dichiarato Scorsese – affronta il mistero della fede cristiana, e per estensione il mistero stesso della fede. Rodrigues impara, un po’ alla volta, che l’amore di Dio è più misterioso di quanto conosca, che egli concede molto più alle vie dell’uomo di quanto siamo disposti ad ammettere, e che egli è sempre presente… anche nel silenzio.»
Il libro di Tosolini si addentra nel campo delle tante domande poste dal libro di Endō e dal film di Scorsese. Tra queste, ecco forse quella centrale: la mia fede, si chiede il credente, è e sarà grande come l’amore che ho per Dio? È e sarà incrollabile?
La fede, per il religioso, s’inscrive sempre, necessariamente, nel territorio della ragione. Ma la ragione dell’uomo non può, non riesce proprio, a comprendere il silenzio di Dio di fronte allo schianto del male, al cospetto dell’uccisione, dell’ingiustizia. Dio non solo non parla la nostra lingua, ma non ci parla affatto. Non si manifesta, non interviene nella storia, non agisce in alcun modo per “ripararla”, e noi non possiamo far altro che pensarlo e raffigurarlo come un uomo. Cristo, Dio incarnato, è in ogni essere umano, nel cuore della sofferenza di ogni uomo, in ogni “palude” dell’anima e del corpo. In questi termini, nelle parole di Endō: «Ho voluto mostrare che Dio, il quale appare solo superficialmente disinteressato alla sofferenza e miseria umana, di fatto parla attraverso un medium che va oltre le parole». Queste sono, perlomeno sarebbero, le conclusioni.
La palude è il Giappone, dove la religione cristiana non può attecchire; la palude è l’impossibilità che la vertigine della trascendenza per l’uomo occidentale e il tutto rappresentato dalla natura per l’uomo orientale s’incontrino; ma la palude è soprattutto la grande non risposta, il silenzio non tanto di Dio, ma il silenzio che si impone alle ragioni della nostra fede.
Del resto, tra tutte le voci la prima, l’originaria, appartiene al silenzio. Lo sentiamo in noi, continuamente, e intorno a noi: Dio è silenzio, e lascia a noi ogni decisione. Non c’è risposta dunque alle ragioni con cui “costruiamo” la nostra fede o con cui compiamo la storia. «È neonato anche Dio. A noi di farlo/ vivere o farne senza; a noi di uccidere/ il tempo perché in lui non è possibile/ l’esistenza», recita una splendida poesia di Montale, A un gesuita moderno, in Satura.
Per credere occorre andare oltre i limiti della ragione, occorre fidarsi, ossia porre la fede più in alto o se si vuole più giù, fino all’abisso del male, del sacrificio, della perdita.

Cristiano Poletti

I’ll stand before the Lord of Song: grazie, Leonard Cohen

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Con il cuore colmo di gratitudine la redazione rende omaggio a Leonard Cohen, scegliendo dieci sue splendide canzoni (e per ognuna un passaggio del testo).
A cura di Cristiano Poletti.

1) Famous Blue Raincoat
«And what can I tell you my brother, my killer
What can I possibly say?»

 

2) Who by Fire
«And who shall I say is calling?»

 

3) Hallelujah
«I’ll stand before the Lord of Song
With nothing on my tongue but Hallelujah»

 

4) Chelsea Hotel #2
«Those were the reasons and that was New York,
We were running for the money and the flesh»

 

5) The Partisan
«Freedom soon will come
Then we’ll come from the shadow»

 

6) If It Be Your Will
«All your children here
In their rags of light
In our rags of light
All dressed to kill»

 

7) Is This What You Wanted
«You were the promise at dawn,
I was the morning after»

 

8) Suzanne
«But he himself was broken, long before the sky would open
Forsaken, almost human, he sank beneath your wisdom like a stone»

 

9) Avalanche
«It is your turn, beloved,
It is your flesh that I wear»

 

10) Bird on the Wire
«Like a bird on the wire
Like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free»

 

#Futuroinfinito – Una biblioteca per Visso

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Oggi prende il via #FuturoInfinito: un progetto di ricostruzione i cui mattoni saranno i libri. Una biblioteca dapprima itinerante che seguirà la comunità di #Visso nel suo viaggio di ritorno verso il paese.

Perché libri? Perché nei libri ci sono le parole e in questo momento c’è bisogno di parole nuove che vadano a sostituirsi al vocabolario del terremoto e della paura. Parole che aiutino ad immaginare e a costruire un visione di futuro, un futuro infinito appunto.

Se volete partecipare alla ricostruzione di un pezzo piccolo ma importante del patrimonio culturale di Visso potete inviare libri di lettura per bambini o adulti a KINDUSTRIA – Viale Martiri della Libertà 65B 62024 Matelica (MC) – vi chiediamo di scrivere FUTURO INFINITO sulla prima pagina e se volete, anche il vostro nome, una recensione, un pensiero.

Vi aggiorneremo, man mano, sull’andamento del progetto.

Stiamo costruendo una pagina facebook in cui potrete conoscere le varie fasi del progetto e fornirci suggerimenti.

Vi ringraziamo tutti, uno ad uno.
Grazie a te Loredana Lipperini e a Fahrenheit-Radio Tre

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per maggiori informazioni consultate la pagina Facebook di Kindustria

L’abbandono

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L’abbandono

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di Raffaele Calvanese

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Di notte avevo paura, perché faceva freddo, un freddo dannato. Di giorno avevo paura lo stesso, perché faceva caldo e non arrivavamo mai. Alcuni compagni di viaggio non sono riusciti a vedere la Libia, sono rimasti lì nel deserto. Bevevamo la nostra urina e pregavamo, ognuno pregava ciò che voleva, ognuno sperava in ciò che poteva”

Robert insegnava economia. L’ho conosciuto all’università di Bujumbura un pomeriggio di Giugno. Veniva da Ibadan, aveva studiato lì.  Era alto, bello piazzato, alto quasi quanto me, non sembrava un professore, eppure era lì per insegnare economia, in quel paese che stava cercando di uscire da anni di guerra civile. Noi pure eravamo lì perché la guerra civile stava terminando ed il paese voleva tornare alla normalità con delle elezioni democratiche, le prime dopo anni di lotte intestine e di genocidio. Eravamo lì per capire come fa un paese a rialzarsi.
Io quella maledetta tesi l’avevo già pronta da Novembre. Scritta di getto, come quasi tutto quello che scrivo, ma il professore aveva voluto aspettare. Un toscano, funzionario europeo, una famiglia prestigiosa, discendente lontano della famiglia Ricasoli. Mi ci trovavo bene con lui, era alla mano, come me. Ricordo ancora quando scoprii che aveva dimenticato di firmarmi il frontespizio ed era ripartito per Bruxelles, il funzionario me lo fece notare, scesi, feci due giri del palazzo e al ritorno come da una corsa stremata in facoltà lo riportai con una bella firma assolutamente fasulla. Lui non ebbe nulla da ridire. Solo per la mia sessione di laurea volle aspettare quella straordinaria di Maggio. Poco male, intanto continuavo il corso di specializzazione, sarei partito per l’Africa Sub-sahariana, Burundi per la precisione. Peacekeeping, questo era il termine giusto con cui spiegavo ai miei amici quello di cui mi stavo interessando, senza peraltro che quasi nessuno capisse cosa andavo davvero a fare lì giù. Il Burundi è quel paese che nel linguaggio comune è diventato la metafora del paradosso: “ma da dove vieni, dal Burundi?” “ quant’è vero Dio se non supero l’esame mi faccio frate e me ne vado in Burundi”. Il Burundi era il fratello minore del Rwanda, famoso anch’esso per la sanguinaria guerra civile scoppiata tra Hutu e Tutsi. Nella Regione dei Grandi laghi gli Hutu rappresentano l’etnia più numerosa, mentre i Tutsi sono in netta minoranza, ma nonostante questo rivestono una sorta di ruolo di elite sociale, occupando spesso i posti chiave all’interno della vita di paesi come il Rwanda e il Burundi. La rivalità e le discordie tra queste due etnie balzarono agli onori della cronaca all’inizio degli anni ’90. In Burundi, per la precisione, era scoppiato tutto nel ’93 quando il presidente Ndadaye di etnia Hutu vinse le elezioni in Giugno, divenendo il primo presidente Hutu del Burundi. Già nel Novembre dello stesso anno un colpo di stato lo depose con la violenza, uccidendolo, e facendo ripiombare il paese nel disordine. Un quadro molto chiaro della situazione di quei giorni lo ebbi guardando il film “Hotel Rwanda”.
L’Africa è probabilmente il più grande “luogo comune” esistente. Specialmente se lo si intende come entità unica e indivisibile. Molti problemi legati a questo continente nascono proprio dalla visione che gli “altri” ne avevano a prescindere dalle diverse identità che la abitavano e la abitano ancora. Una terra travisata e rovinata da chi crede di conoscerla. Napoli per certi versi è vittima dello stessa voglia di stereotiparla. In molti, spesso anche tra chi la abita, cadono nel “luogo comune”, pochi sanno difenderla con la forza delle argomentazioni e spesso e più comodo assecondare la vena macchiettista che allo stesso tempo è carta d’identità e condanna di un popolo che è tutt’altro che omogeneo. A Napoli lavora un amico che venne giù in Burundi con me, si chiama Luca, con lui vivemmo quei giorni africani con estrema intensità.

“ Ero partito da casa mia per andare ad aiutare un posto in cui stavano peggio di me. Ero andato per fare la mia parte, coi miei pregi e coi miei difetti. Conoscevo l’economia e credevo che questo sapere potesse essere la mia arma per dare una mano, invece qualche anno dopo ho capito che era un’arma che mi avrebbero puntato contro, a casa mia, dove me l’avevano insegnata l’economia. Ero partito per dare una mano agli altri, poi sono dovuto ripartire per scappare da chi mi minacciava di morte. Ho abbandonato tante cose, tante vite, tanti volti. Ho dovuto trovare la forza di partire da troppi luoghi, di ripartire dopo tante cadute, tante difficoltà. Ora vorrei trovare la forza di restare da qualche parte “

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Irish in Italy (una mostra)

Yeats

Yeats

Irish in Italy: una mostra sull’Irlanda in Italia nel primo ’900

di Carmen Gallo

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Si inaugura sabato 15 ottobre una bellissima mostra dal titolo Irish in Italy. Letteratura e politica irlandesi in Italia nella prima metà del Novecento, dedicata alla ricezione della politica e della letteratura irlandesi nel nostro paese nei primi cinquant’anni del xx secolo. Visitabile, fino all’8 gennaio 2017, presso la Galleria della Biblioteca Nazionale Centrale di Roma, Viale del Castro Pretorio, 105, la mostra fa parte di un progetto internazionale più ampio curato da Antonio Bibbò, dell’Università di Manchester, già traduttore di Woolf (sua l’ultima traduzione per Feltrinelli de Gli Anni) e studioso di storia della ricezione con un particolare interesse per la letteratura italiana e quelle di lingua inglese.

Attraverso le bacheche allestite per l’occasione, e un salottino originale degli anni ’40, i visitatori potranno immergersi nell’atmosfera ma anche nelle testimonianze dell’epoca: lettere, documenti e estratti delle traduzioni “d’epoca” dei maggiori testi irlandesi del periodo, da Finnegans Wake alle poesie di Yeats, solo per citarne alcuni, letti da Luca Iervolino.

La mostra infatti, come si legge sul sito, segue due linee principali: “da una parte la lunga e sanguinosa storia dell’indipendenza irlandese e le versioni che di questa sono state presentate in Italia nei primi decenni del Novecento; dall’altra la storia della sorprendente rinascita letteraria irlandese e della sua diffusione e ricezione, prima nell’Italia liberale e poi in quella fascista. Il rapporto tra Italia e Irlanda durante la prima metà del Novecento si tradusse infatti in una serie di avvenimenti e pubblicazioni che raccontano come lo Stato Libero d’Irlanda si sia progressivamente imposto tra noi quale entità autonoma tanto da un punto di vista culturale quanto politico. L’Italia, in quegli stessi anni, stava vivendo una profonda mutazione politica e culturale, con la conclusione del processo risorgimentale e la successiva dittatura fascista”.

Sottolinea ancora Bibbò, “la mostra prova a dar conto di questo complesso rapporto, del suo andamento oscillante nei primi cinquant’anni del 1900 e dei rispecchiamenti tra il panorama letterario e il sistema politico che caratterizzarono, e spesso favorirono, gli scambi tra le due nazioni. L’intreccio tra letteratura ed esigenze politiche nell’emergere di una letteratura propriamente nazionale in Irlanda illumina così anche pagine poco note della nostra storia politica e culturale”.

La mostra ci racconta inoltre non solo la fortuna degli autori irlandesi in Italia nel primo Novecento, ma anche le personalità che più vi hanno contribuito. Tra tutte spicca quella pionieristica di Carlo Linati, traduttore dei drammaturghi dell’Abbey Theatre e di Joyce, che ritraduce Sterne (già tradotto da Foscolo) e fonda, con Enzo Ferrieri, la rivista Convegno, una delle più importanti per la diffusione della letteratura irlandese in Italia negli anni Venti; e quella più tarda di Paolo Grassi, che rinnoverà la scena teatrale italiana dopo il fascismo anche rivolgendo lo sguardo alla scena irlandese. In questi anni, scrive Bibbò, “la letteratura irlandese in Italia vive una seconda giovinezza dopo gli esperimenti pionieristici di Linati e si presenta quanto mai variegata e sorprendente: da una parte gli “europei” Joyce, Shaw e Wilde, dall’altra i “veri irlandesi” Yeats, Synge, O’Casey, e per finire i cosiddetti ‘oriundi’ come Eugene O’Neill. Con questi, si confrontano i maggiori letterati italiani del tempo, da Pavese a Montale, da Gian Dàuli a Emilio Cecchi, fino ai giovanissimi Pasolini e Manganelli”.

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© Carmen Gallo

Concita De Gregorio, Cosa pensano le ragazze

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Concita De Gregorio, Cosa pensano le ragazze, Einaudi, 2016, € 16,00, ebook € 9,99

di Irene Fontolan

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Non mi trucco e diffido delle donne che lo fanno. Un trucco è un trucco, no? Lo dice la parola. È un inganno. Perché sono bella così? Non lo so.

Fotinì sta in copertina. Così come è: niente trucco, pelle chiara, capelli neri, occhi giovani, sopracciglia folte e bocca carnosa. Presta il suo volto per dire cosa pensa lei che è una ragazza. La sua storia, che profuma di caffè e domeniche mattine, è una delle mille interviste fatte a ragazze italiane raccolte nell’arco di due anni. Sono storie, pensieri, vissuti, progetti, episodi, emozioni impresse. Sono vite, tutte diverse per età, professione, interessi, voci e volti.
Un libro, un dialogo, un bisogno di condivisione e apertura verso l’altro nel quale ci si ringrazia a vicenda per aver raccontato di sé e aver creato così un flusso di ascolto, esperienze, emozioni e pensieri. “Questo libro è un’opera di narrativa che attinge dalla realtà ma si apre alla libertà di immaginare, da un dettaglio, vite e mondi.” Trentotto pezzi di vite delle quali non serve sapere tutto per capirle. Le domande sono semplici, prive di apprensione e giudizio. Parte tutto da un bisogno primario di essere ascoltati, sentiti e pensati ma anche di ascoltare l’altro e ascoltare se stessi.
Concita reinterpreta una riflessione di Daniele Novara: “Ognuno cresce se sognato”, dicendo che “In questo tempo ognuno cresce ed esiste se ascoltato”.
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Giacomo Sandron, Il culo e la pupilla

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foto dal sito tarantoonline

IL CULO E LA PUPILLA

(una storia italiota)

 

 

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le belle ragazze poco vestite

svolazza di tavolo in tavolo
che sembra una sposa
lui è un seduttore
e questa la sua casa

passa buona parte della serata
a guardare i giovani corpi
accompagna le preferite
a visitare il parco

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
celebri o meno note
le tocca le tette
star in ascesa starlette
in declino
qualche velina due ministre
più di una escort
ragazze single e ragazze
in apparenza fidanzatissime
conduttrici televisive
famosissime

lui le sue ragazze le bacia
in bocca le tocca
le tette la fica le promette
a una nuova vita
di spettacolo e politica

una
doveva essere candidata
al parlamento
non l’hanno messa
all’ultimo momento

doveva essere candidata
alle europee
è stata dirottata sulle
regionali partenopee
ma è arrivata ultima
ha lasciato intendere
di essere la vittima
di un piano calcolato
per screditarla

un anno dopo ecco
il lieto fine della storia
assessore ai servizi sociali
del comune di Casoria
per un posto sicuro pagato
ne è valsa la pena darla

una
ti volevo un attimo briffare
giusto che non ti prendi male
ne vedrai di ogni
è la desperation più totale
c’è la zoccola che viene dalle favelas
la sudamerica che non parla l’italiano
ci sono io che faccio quello che faccio
tu fregatene, sbattitene il cazzo
non essere timida, lui sabato c’è
dobbiamo assolutamente andare
hai qualche amica carina
che possiamo portare?

una
dopo cena si veste da suora
croce rossa sul velo e tunica nera
io non riuscirei a mostrare la mia carne
a vendermi per fare carriera

una
vestita solo di scarpe luccicanti
non indossava le mutandine
quando si chinava in avanti
lasciava vedere il sedere

una
la cosa più eccentrica che faccio
è la danza del ventre
che ho imparato da mia madre

una
poverina ha una bambina
un’altra è malata
non ha più il padre

una
accetta un disco di Apicella
e duemila euro per l’imbarazzo

una
con quella bocca che ti ritrovi
fai bene a parlare di cazzo

una
glielo misi in quel posto
e mi disse fai piano
non siamo arrivati al dunque
però l’ho baciato sulle labbra
sulle guance sulla testa
ovunque

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Ideafelix: Leggi una storia, realizza un progetto

ideaflix

Settembre 2016

Nasce ideafelix

Leggi una storia, realizza un progetto

ideafelix è una nuova piattaforma editoriale che finanzia, attraverso la vendita delle sue pubblicazioni, progetti culturali o laboratori didattici nelle scuole italiane.

 “I libri hanno formato la nostra struttura emotiva, il nostro linguaggio, e sono diventati nel corso degli anni la nostra passione. Oggi vorremmo che l’esperienza legata alla lettura di un testo si trasformasse in qualcosa di funzionale alla nostra vita quotidiana. Così ci siamo chiesti: e se la vendita di un libro fosse anche l’occasione per finanziare dei progetti culturali o promuovere la creatività dei nostri figli? E se potessimo divulgare il messaggio: “Leggi una storia, realizza un progetto”? Oppure, al contrario: “Vuoi realizzare un progetto? Leggi un libro!”.

 Nata grazie alla collaborazione di un gruppo di lavoro con una lunga esperienza professionale nel settore editoriale e della comunicazione, la piattaforma ha una struttura dinamica che presenta diverse tipologie di contenuto.

ideafelix è:

 – una casa editrice che pubblica sei romanzi all’anno destinati a finanziare altrettanti progetti culturali;

 – un magazine on-line gratuito che pubblica racconti, saggi brevi, video, fumetti delle più importanti firme del panorama artistico-culturale per la prima volta presentate al pubblico italiano;

 – un nuovo modello di crowdfunding, più snello e dinamico, per lanciare gratuitamente un progetto, condividerlo pubblicamente e ottenere un finanziamento collettivo.

Online a partire dal 12 settembre 2016

www.ideafelix.com

Il primo romanzo:

Studs Lonigan di James T. Farrell

 FINANZIA

Il primo progetto:

L’alba della meraviglia, un laboratorio didattico

che promuove l’incontro tra la filosofia e gli alunni della scuola elementare.

PROSSIMAMENTE A NOVEMBRE

Un nuovo romanzo di ideafelix finanzierà il secondo progetto:

Radio Freccia Azzurra, una web-radio

condotta dai bambini per imparare a comunicare e inventare una scuola diversa.

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La botte piccola #7: Roald Dahl, “Lo scrittore automatico”

libraio

R0ald Dalh, Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra seguito da Lo scrittore automatico,
Guanda editore 1996, trad. Massimo Bocchiola

Adolph Knipe ha un foglio ancora inserito nel rullo della macchina da scrivere. Il testo inizia così: “era una notte buia e tempestosa”. È stato messo a riposo dopo aver aiutato la società per cui lavora, la John Bohlen Inc., nella costruzione di un calcolatore che permette di risolvere complessi problemi di ogni disciplina in pochi secondi.
Per il suo capo, Knipe è un genietto, ma lui ha altre ambizioni che disegnare progetti di alta ingegneria elettronica. È uno scrittore in erba, misconosciuto, e come tale è incattivito. Ha conservato lo slancio («lo slancio creativo, Mr. Bohlen») per scrivere cinquecentosessantasei racconti, ma nessuno gli è stato comprato.
Finché un giorno Knipe elabora un perfido piano partendo proprio da quello che maggiormente dovrebbe frustrare un giovane esordiente che non riesce a esordire: la desolante banalità, a confronto del proprio genio, di tutto “quello che si legge in giro”.
Così il calcolatore diventa uno strumento che fagocita le regole grammaticali, i nomi propri e «quello che il pubblico vuole», per sfornare abbastanza racconti da creare un indotto di milioni di dollari e garantire in qualche modo, al giovane Knipe, la sua tanto desiderata pubblicazione. (altro…)