Paolo Steffan, Zona Rossa (parte quinta)

Prosegue la narrazione ZONA ROSSA. Piccolo racconto del coronavirus di Paolo Steffan che, in questi giorni, presentiamo sul nostro blog il venerdì e sabato pomeriggio. In coda al post le altre puntate.

particolare da La nave dei folli di H. Bosch (1494)

 Uno studente universitario

…..Io continuo a fare la mia vita come nulla fosse, non mi rinchiudo in casa a venticinque anni! Scherziamo? Può dirlo chicchessia, il Presidente o Dio in terra: non mi tange. Finché si può si esce, la movida è la mia vita!

…..Pago ottocento euro di singola a Milano, per garantirmi tutto questo, non ci rinuncio neanche per una settimana, cascasse il mondo!

…..Che, poi, noi ragazzi siamo meno soggetti a essere contagiati: quindi usciamo, ci divertiamo, e aiutiamo pure l’economia a girare! Questo spritz… cos’è il sesto o il settimo stasera? Insomma, questo spritz Campari lo brindo al coronavirus!

…..Quando morirà una persona tra i venti e i trent’anni in salute, allora mi preoccuperò, fino ad allora mi faccio i cazzi miei come ho sempre fatto: per noi è una normale influenza, dai! Ci hanno chiuso l’università, ci hanno chiuso i bar. Ma scherziamo? Le feste ce le organizziamo da soli, allora, in barba al governo. Libertà, diritto allo studio, diritto alla festa!

…..Non ho granché altro da dire, sinceramente. Mi paiono tutti fuori di testa, sballati. Io vado di hashtag:

…..#iofacciofesta
…..#spritzhour
…..#milanofesta
…..#milanomovida
…..#fanculoalvirus
…..#nozonarossa

Un prof di Storia e Filosofia

…..Da sei giorni sono chiuso nel mio studio. Divano, libreria e scrivania sono l’orizzonte in cui mi muovo. Il computer se ne sta acceso per diciotto ore al giorno.

…..Qualche malalingua diceva appena hanno chiuso le scuole che i prof facevano la bella vita, che se la spassavano a spese dello Stato. Non sono qui a difendere una categoria, ma posso testimoniare che non ho mai lavorato tanto. Ho quattro classi di liceo, a cui faccio Storia e Filosofia. Devo preparare il materiale, condividerlo attraverso il registro elettronico e l’e-mail. Predisporre nelle mie ore di lezione, almeno una volta per classe un collegamento in videoconferenza. Correggere i compiti in linea. Produrre delle videolezioni che carico per spiegare i concetti-chiave.

…..Per spiegare il colonialismo mi sono inventato di rispolverare il Risiko. In mezzo a tutte queste responsabilità nel tenere vivo nei ragazzi il contatto con l’impegno nello studio, ho dovuto riscoprirmi bambino. Se no crollo. Tanti credono che insegnare sia un lavoro intellettuale. Ma è un lavoro di nervi, e stare in una stanza senza mai potere scaricarli, senza mai un momento di affetto, una concreta reciprocità, con questo filtro di uno schermo, è uno sforzo energetico continuo.

…..Sui giornali online ostentano facce sorridenti di colleghi che lavorano in webcam. È motivante? Sì. È vero? Sì, ma in parte. Cosa c’è dietro a quella mezz’ora, a quell’ora? Cosa viene prima e cosa dopo? Eravamo davvero pronti, preparati a tutto questo? E tutto questo serve davvero? È utile, educativo, formativo? O è per sentirci presenti, puliti, coscienziosi?

…..La realtà è che col computer ci abbiamo solo giochicchiato. Se davvero ne avessimo coltivato l’incidenza sulle condizioni di emergenza, allora sarebbe straordinario. A me invece, queste giornate rivelano un progetto lasciato a metà, un’esigenza di vita vera più forte di prima. E mi rivelano anche che ho gli occhi infiammati e ho dovuto recuperare questi vecchi occhiali da adolescente che adesso indosso per riposare il nervo ottico incendiato da decine di ore di schermo.

…..Davvero questa può essere scuola? Sarò una voce disallineata dal bel discorso che si veste intorno a tutto questo telelavoro, sarò il solito filosofo rompicoglioni, col ciuffo spettinato e le occhiaie impeciate, ma in queste condizioni perde tutto, il mio lavoro! Non so spiegarmelo, è come un morbo anche questo. Se razionalizzo so che ciò che dico si confuta in un attimo, ma è a cuore aperto che parlo: è un lavoro di nervi, ripeto, ma logorarseli non vale per questo prodotto contraffatto. La mia latente misantropia prende il sopravvento e mi avvicino all’idea. Allontanandomi dalla altrui carne mi si fa più chiara l’idea di che cos’è l’uomo: per questo mi diventa insopportabile questo stato, perché il mio progetto è sul campo, e qui dentro divento un groviglio di nervi senza senso! Via tutto questo veleno! Devo gridare:

…..Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaahhhhh!

Un sindacalista

…..Sono in picchetto davanti a una fabbrica di elettrodomestici, assieme agli operai. Siamo decisi a non entrare! Non è possibile tutelare solo alcuni cittadini: hanno chiuso le scuole, hanno chiuso ristoranti e bar, hanno chiuso i negozi. Perché allora esporre al contagio questi operai? Guardateli: sono forse antropologicamente o civilmente inferiori a un docente? A un ristoratore? A un negoziante?

…..Ci raccontano che non esiste più lotta di classe: ma questa non è forse una discriminazione classista? E i padroni gridano allo scandalo perché ci rifiutiamo di andare dentro, di ammassarci nei luoghi di lavoro. Quali sono le tutele messe in campo? Dov’è la sicurezza? Prima la produzione, dice qualcuno. Prima l’economia. Sono d’accordo, ma a patto che sia parificata la condizione di tutti i lavoratori. Invece il governo non vuole scontentare gli industriali, che non si stanno preoccupando della protezione dei loro dipendenti.

…..Di fronte a questa indifferenza criminale, noi sindacati ci stiamo mobilitando in tutta Italia, da Taranto a Torino, dalla Campania alla Lombardia, dal Sud al Nord! Non ci fermeremo finché non avremo un segnale da Roma e dai padroni. La situazione è grave. Dietro a queste persone cui si chiede di entrare in fabbrica ci sono famiglie, con vecchi e bambini: esporre questi operai significa mettere a repentaglio la salute di altre persone e vanificare gli sforzi importanti che sta facendo il sistema paese!

…..Non possiamo permetterlo. E non vogliamo neanche quei politici che speculano sulle nostre posizioni, cercando di farle proprie per un tornaconto elettorale! La classe operaia è capace di far sentire la propria voce senza il supporto ipocrita di chi se ne ricorda solo a proprio vantaggio! Porteremo le nostre istanze al Presidente, chiederemo un incontro entro domani. La situazione è grave e va risolta. Sicurezza e salute per gli operai!

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© Paolo Steffan

La prima parte qui, la seconda qui, la terza qui, la quarta qui.

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