inediti

Luca Barachetti, Fuoco prendi tutto (inedito)

Lido di Venezia, foto di Gianni Montieri

Luca Barachetti, Fuoco prendi tutto (inedito)

*

 

c’è stato a un certo punto nel lavoro
di smistamento siderale che disperde
e poi raduna (e si avvicina e si allontana)
un certo collo sterminato: un certo sforzo:
un fuoco muscolare nel freddo magazzino
deverbato dove ogni punto è un centro:

c’è stato un tac di cosmo vertebrale:
una lombare stilettata originaria: un’ernia
al disco protoplanetario da spasmo
e macrotrauma per usura di materia
e materia planetaria indolenzita
traboccata e congregata in vita:

e qui c’è stato il noi: ingenerato
come polpa verterbrale fuoriuscita
da una lesione d’analus stellare: da una fitta
nebulare che da allora i nostri nervi: gli stessi
eternamente indolenziti (di noi sforzati
e fuoriusciti: di noi stellari addolorati): tocca:

*

il fuoco sempre vivente
che con misura divampa
e con misura si spegne:
e d’interstizio misura
e d’interstizio scintilla:

è il senso dentro le cose
e lento le forma e le brucia
e avvampa in un microsegno
e ci colonizza la vita:

*

ma di questo fuoco il crepitio
è uno solo: granulo di suono
fra niente e niente: glitch
nel giganulla densamente
silenzioso: picco di materia
consonante e dissonante
nell’intero: convergente
e divergente: frammentati
in un errore – siamo:

ed è tutto quel che abbiamo:
il nostro vero nome:

ed errandovi vi erriamo
e trascendiamo
il quale il quanto il come:

(altro…)

Rosanna Gambarara, Inediti

***

La Verità vorrei…

La Verità
vorrei fosse diritta
come la linea più breve tra due punti
perfetta
come nove diviso tre
liscia come la formula dell’area del triangolo
netta come quella del teorema di Euclide
bella come la progressione di Fibonacci
senza sfilacci colaticci di dubbio.
Invece è inclemente labirinto scarmigliato
che smarrisce il pensiero
screziato numero trascendente
p greco e di Eulero
E uguale a m per c al quadrato.

*

Sala d’attesa

Il magro sospiro agro
della donna
dal perso volto sghembo
che mi siede accanto
silenzioso vento
muove appena.
Solo nelle mani
intrecciate sul grembo
sento
nascosta pena.

* (altro…)

Andrea Leone, Ricongiungimento (inedito)

berlin6

Recente vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como per la poesia edita, Andrea Leone ci regala questo inedito. La ragione del Premio è contenuta nella seguente dichiarazione ufficiale: «In una lingua fatta di ripetizioni e liturgie, l’autore alza il suo canto folle, la sua invocazione perché un altro mondo abbia luogo, perché risplenda un’altra verità, la terribile verità della condizione umana, l’orgoglio coraggioso della nostra solitudine e del nostro essere creature».
Con questo inedito, Ricongiungimento, Leone procede da Hohenstaufen (L’arcolaio, 2016), proseguendone la traiettoria disegnata, che in lui continua a disegnarsi. Una congiunzione e una conferma di orizzonte e di visione, «dove è iniziato/ l’intero entusiasmo». (CP)

Ricongiugimento

Dico il Dio giovanissimo.
Dico il nuovissimo
spettacolo, calcolo,
il beato massacro,
il miracolo spietato,
il mio esercito esatto.

Canto in alto il calendario,
la prima data di tutto,
fondo l’anno,
chiamo i nuovi
convivi invisibili,
contemplo il compleanno
del giovane contagio,
ritorno al fuoco
dove conosco,
oso il corpo luminoso.

Inizio la scienza,
invito la prima
vita definitiva
alla frana divina.

Invento l’incendio,
esalto il racconto e il metronomo,
formo il nuovo crollo.
Evento perfetto
stermino.
Figlio dell’anno d’acciaio
avanzo in un altro
attacco matematico.

Salvo il diario,
le sue infinite
lingue antiche,
ferite dove sto per fiorire.

Metallo ed attimo appaio
compleanno del secolo,
anniversario del genio,
splendore crudele,
creature e distruzione.

Eseguo il mio infinito spavento.
Creo il mio sterminio simultaneo.
Divento il palco dove è iniziato
l’intero entusiasmo.

Sto spaventando
le carneficine eccelse,
le cronache elettriche dell’essere.
Sto diventando
un altro teatro.

Raccontato dal compito esatto
sto ricordando
ciò che accadrà in questo attimo.

Vita
finalmente spietata,
stai per diventare la data massacrata
da un’ algebra esatta,
l’allarme dell’arte,
l’allarme dell’istante,
le beate età della strage,
le pagine della mia immagine,
le algebre salve,
gli spaventati
istanti ritrovati,
il nuovo
corpo del capolavoro.

Adesso, nel martello, io sono
gli animali degli annali,
i diari drammatici,
gli infiniti felici,
i palcoscenici dei secoli,
una febbre di feste concrete,
una febbre di regole perfette,
una febbre nel celebre
cielo di idee dell’essere,
le mie scene segrete,
le mie prime
enciclopedie degli incendi,
l’estasi di esempi,
tutti gli spaventi adolescenti,
e gli Dèi
che hanno amato ancora una volta.

.

Lorenzo Mandalis, Sei poesie

lorenzo mandalis

È un piccolo ciclo compiuto questo racchiuso in sei componimenti da Lorenzo Mandalis; poesie dirette, secche, anche quando si dilatano nel narrare, o disegnare, un’immagine. Un piccolo ciclo capace di dare voce al senso di inappartenenza di un’intera generazione, che è cresciuta nell’idea labile (liquida?) dei confini geografici e politici e che invece ora si ritrova a dover fare i conti prima di tutto con questa stessa idea. Un poetare asciutto, quindi, disadorno, come lo è il maestro sempre in controluce di questa poesia, quel Giorgio Caproni che è impossibile non vedere al solo leggere il verso «Livorno è così intima e musicale». Ma i maestri son tali se insegnano, e Lorenzo dimostra di avere appresa la lezione, e di avere voltato verso una sua strada, con una buona dose di ironia (tutta toscana). (fm)

I
Livorno è così intima e musicale
a settembre. Non posso resisterle.
Non posso resistere alle ingenuità
alle voci naives. Mi dico,
non è poesia questo abbraccio
al concludersi dell’estate
ai Pancaldi, al limite ultimo
della terra, dove si inginocchiano
promontori e il vento torna
disturbatore di forme.
I bagnini incappucciati chiudono
le cabine verdi, sigillano
un grigio inquieto di mare
tappano con i teli scoloriti
gli scogli, i granchi, i pescatori.
Non è poesia dirsi qualcosa di tenero
dover sparire anche noi, ripartire
sgombrare questo poco di spazio
occupato. Ancora una volta
doversi arrendere al tempo
coi nostri sbuffi
e le mani in tasca
come sommozzatori d’aria.

II
Verso diStansted Airport

Si arriva ad un’altra riva.
La fatica è poca. Nessuna
divinità ci è stata avversa.
O almeno così credo.
Di ciclopi, non se n’è visti.
Di cariddi, neppure l’ombra.
Una fascetta sì, l’abbiamo ricevuta al check-in,
ma non nel bel mezzo di una tempesta
e soprattutto non da uno smergo.
Insomma, il parallelo con l’Odissea non regge.
Uno poi s’immagina l’isola dei Feaci
con alte scogliere insormontabili…
qui c’è un lucido pavimento grigio
innocuo, facilmente percorribile,
interminabili tapis roulant.
Segnali divini del tutto assenti.
L’unica indicazione taciuta
è che ogni cosa anonima
di questi lunghi corridoi
ti spinge all’uscita
ti dice che non puoi non essere
troppo a lungo.
Tutti abbiamo una gran fretta
d’arrivare per primi alle dogane.
Una gran fretta d’identificarci
di avere direzioni da prendere.
Nessuno dirà Nessuno, nasconderà
il proprio nome dopo le avversità
e i dolori. Ecco il passaporto.
Sono io quello.
Le porte si aprono.
C’è una gran nebbia
sulla riva di corvi e brina.
Già non si vede dove si va,
già è l’ora d’accendere le lanterne.

III
Generazione Erasmus

Il navigatore mi indica
questa nuova via tra i paesi
del Veneto. Fedele alleato
della mia perdizione.
Carpenedo, Favaro, Meolo
fino al Piave – che non fa più guerra.
Penso a Londra. Poi a Dublino.
Mi chiedo quali stampe stiano esponendo
alla Ulysses vicino Grafton Street –
ricordo d’averne viste un paio l’inverno scorso.
Mi piacevano, ma alla fine
non avevo gli schei per comprarle.
C’era già un buio pesto alle diciassette
e avevo le mani calde di caffè.
Dovevo affrettarmi a tornare a casa,
superare tutti quei volti d’acqua.
Lei mi aspettava per cena,
con l’uruguayano e l’egiziano.

Alla radio parlano di Nizza,
d’un colpo di stato fallito in Turchia.
Tra un paese e l’altro,
c’è un’alba dorata di campi,
un’estate elusiva fino alle Dolomiti azzurre.
Semaforo rosso. Il paese è anonimo.
Guardo il piede consunto e giallo
d’un uomo davanti alla sua bottega;
i ragazzi sereni alla fermata del tram;
sui balconi i vecchi seduti in canotta.
Penso di non essere mai stato
così straniero alla vita. (altro…)

Giuseppe Merico, da “L’amico di Mauro”

Immagine Lisa Wright

Giuseppe Merico, da “L’amico di Mauro” (romanzo inedito)

 

A Teresa

Ci vorrebbe un vento forte, un vento inesorabile. Michel Houellebecq

La ribellione consiste nel guardare una rosa fino a polverizzarsi gli occhi. Alejandra Pizamik

*

Non sento niente. Mi portano in una stanza con le sedie di plastica arancioni. La mano di mia madre, due dita, afferrano un lembo della gonna. Il tessuto è leggero, bianco come la pelle del geco albino. Fuori fa molto caldo, nella stanza, nell’angolo più lontano, quello senza sedie, c’è il condizionatore dell’aria. Due dita afferrano il tessuto, la pelle del geco albino si tende sopra il ginocchio ossuto di mia madre, seduto di fronte a noi c’è un uomo che ha la forma di una scamorza, un paio di baffi folti e ispidi del colore della ruggine gli nascondono la bocca, dal condizionatore dell’aria viene fuori un tubo di plastica a fisarmonica, il tubo esce fuori dalla finestra, nella stanza c’è una porta e dietro la porta un uomo che non conosco. Lunedì mattina mia madre ha preso un biglietto sul quale c’era scritto un numero di telefono, Clara incollava l’elegante testa di un’antilope al corpo massiccio di un alligatore, mia madre ha infilato l’indice nella rotella del telefono e l’ha fatta girare sei volte. Quando si è accorta che la stavo fissando, la faccia le si è aperta in basso, si è sistemata con una mano la frangetta e mi ha sorriso. L’uomo scamorza ha gli occhi stanchi e acquosi, non li toglie dalle ginocchia di mia madre. Lei si gira verso di me, la pelle della sua faccia si apre in basso, mi sorride. Il tubo a fisarmonica del condizionatore perde acqua, nell’angolo più lontano dalle sedie di plastica, sul pavimento, si è formata una piccola pozza, dentro sono nate le larve delle zanzare. Tra l’uomo scamorza e la donna magra e pallida, dal collo lungo, sprofondata dentro una sedia a rotelle dallo schienale alto e molto reclinato all’indietro, c’è una ragazza con i capelli tagliati cortissimi, quasi non ce li ha i capelli. Un braccio della ragazza è piegato contro il suo corpo e la mano del braccio piegato è tutta storta e con il pollice nascosto nel palmo mentre le altre dita sono dritte e immobili. L’uomo scamorza toglie gli occhi dalle ginocchia di mia madre, la donna magra e pallida gli dice, “Prendi Elena.” La donna è sua moglie. La porta si apre. Le larve delle zanzare galleggiano.
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Domenica sera Clara, mia sorella, ha alzato la cornetta del telefono e ha alzato l’orecchio, il sopracciglio ha avuto un tremito e l’occhio le si è serrato. “Un attimo,” ha detto. Ha attraversato a passi stretti e lenti la stanza con la ragnatela che le incollava gli occhi al pavimento. Si è torturata l’indice di una mano con il pollice dell’altra fino a quando non ha bussato alla porta dello studio di mio padre. Mio padre è un uomo molto alto, ha i peli delle braccia che sono biondi e numerosi, quando cammina si porta dietro la forma del culo di sua madre che è morta l’anno scorso lasciando mio nonno in compagnia di un secchio di rame. Quando mia sorella ha bussato stava seduto nello studio, è venuto di qua per rispondere al telefono. Lo chiamavano dall’ospedale. C’era bisogno. Clara è dispiaciuta perché era il suo compleanno. Ha sedici anni, quando aveva la mia età alcuni dottori si erano riuniti, avevano parlato tra loro, qualcuno aveva detto che non ce l’avrebbe fatta, invece poi ce l’ha fatta. Quando cambia il tempo, la cicatrice che le segna il petto le fa male. Mia madre e mio padre hanno parlato al centro della stanza. Mia madre ha sollevato un piede portandolo dietro e con le dita si è sistemata la scarpa con il tacco. Mia sorella ha detto, “ma il cinema, pà…,” lui le ha risposto, “lo sai che non posso dire di no quando mi chiamano” e lei, “ma adesso ti sto chiamando io.” Lui non ha saputo cosa dire. Un’amica di mia madre, si chiama Lina, dice che siamo una famiglia molto unita, quando lo dice incrocia le dita di una mano con quelle dell’altra per far capire bene a mia madre quello che intende dire, mi guarda senza sciogliere il nodo delle dita. Dice che sono fortunato.
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(altro…)

Lucio Toma, Inediti

***

A Matteo oggi al cimitero gli hanno sfossato
i bisnonni insieme a qualche zolla
di ricordi e gli veniva da
starnutire (non si può fare a meno in quei casi)
così che ha pensato alla vita in un colpo
di tosse come a un’allergia alla polvere…

Poi hanno risigillato tutto e addio…
chi s’è visto s’è visto: ma mica tanto
perché poi a casa ho accarezzato
la credenza impolverata e con un colpo
di tosse mi è sembrato di salutare
un qualche lontano parente di Matteo.

(Colpo di tosse)

*

ancora un giorno perso
dietro al mio corpo
che stringe una flebo
paziente nell’attesa
del dottore mentre l’anima
incallita già si fa
elettrocardiogramma
di Gutenberg.

(L’anima incallita)

*

SI SPARA A SALVE O A MORTE

in questo paese poco importa.
È festa comunque a maggio
e ciascuno si fa anima e coraggio.
Anche la Madonna nera s’alza
sulle spalle dei confratelli
che pare voglia capire. Balza
tra la folla in cerca dei pischelli,
ma quel che vede è la fumante gioia
di cui è fatta la fuga dalla noia.

***

Lucio Toma scrive di sé: «Scrittore, poeta e giornalista, si è laureato con lode in Lettere moderne presso l’Università degli Studi di Bari. Nato nel 1971 a San Severo, dove risiede, coltiva il terreno accidentato dell’insegnamento presso l’Istituto agrario della sua città e pure qualche “storta sillaba e secca come un ramo…” che ha portato frutti nel 1999 (Zigrinature, All’insegna del Cinghiale ferito) e nel 2006 (A Gonfie Vene, Ianua). Diversamente si è prestato a collaborazioni con magazine locali e quotidiani, presentazioni di eventi letterari e interventi critici. Alcuni suoi versi sono apparsi su varie riviste anche on line. Altro gli sfugge o poco importa.»

La puntata della rubrica di Poetarum Silva “In Apulien” dedicata a Lucio Toma è qui.

I Poeti della domenica #197: Francesca Genti, Mia zia è un drone impazzito

Opera di Ettore Sottsass, foto gianni montieri

Francesca Genti, Mia zia è un drone impazzito (poesia inedita)

*

getta bombe all’idrogeno sulle feste di matrimonio,
umilia i bambini, prende a squali in faccia i camerieri.
avvolta in una nuvola di peste e brillantini
da una sperduta galassia leggendaria,
lancia il segnale luminoso:
voi non mi amate, e io mi ucciderò,
ma prima di farla finita ruberò il ciuccio a quella palla di lardo
che gioca felice nella piscinetta, accanto alla pineta.

mia zia è un caccia in fiamme in picchiata verticale su bagnini,
baristi, ristoratori e giardinieri, e in generale tutti le maestranze del pianeta,
con particolare propensione per i concierge improvvisati.
sa come trattare con la guardia costiera,
avanza senza paura e all’ urlo bestiale del leinonsachisonoio
mette in riga i ricchi stronzi delle barche e la loro spazzatura di lusso.
il popolo della playa la onora e lei ricambia
e nessun ridicolo giacobino ha mai pensato, si è mai azzardato
ad avvicinarsi, a toccarla, a ghigliottinarla.

mia zia è una tankette T-27,
avanza astuta nelle nevi del sestriere.
intorno a lei tragedia e topi, stelle danzanti e caos nicciano,
sonagli ai piedi della servitù, un bel regalo di natale sotto l’albero.
racconta lugubre di come le fiabe di andersen
abbiamo plasmato per sempre il suo immaginario di bimba prodigio:
a tre anni letto da sola tutti i grimm, tutto oscar wilde,
il novellino, sacchetti e il cunto de li cunti.
barattato presto innocenza e conoscenza.
diventata paranoica, malinconica, lisergica.

mia zia è una treccani apocrifa scritta da un frate pazzo medioevale
in preda a una visione mistica post demone meridiano
e se ne fotte delle verità storicamente assodate.
quello che lei dice è Verbo, è Mito, è Leggenda.
al matrimonio di mia cugina (sposo israeliano)
ha confuso i pogrom con i kibbutz
e ha ingaggiato una lotta nel fango con mia madre
per la giusta pronuncia di samuel beckett.
all’ultimo pranzo di pasqua ha lottato indomita contro orde di parenti
per sostenere la vittoria dei romani a canne.

Mia zia è kālī vestita in sartoria,
iniziazione violenta all’immaginazione,
è shivaismo vecchio piemonte:
irrealtà ultima di tutte le mie estati
terrore e mistero dei mie giorni di bambina.

se scrivo poesie probabilmente è colpa sua.

*

© Francesca Genti

 

Antonino Bondì, poesie inedite

parigi 2015 – foto gm

*

Antonino Bondì, poesie inedite da Vestigia degli incuranti

*

sfiancamento stocastico

di quel dolore che non erompe ma sfianca le parole
vuote di affaticamenti e rincorse le gambe a stento
avvertono l’aroma di abbandono. Se bagni il fondo
con dita insalivate, dal cielo ferite si apriranno
e l’infezione con i crampi sin nei muscoli.
Sull’orlo degli occhi colmi d’impazienza sta il ritratto
di un oboe sul tavolo, coi tarocchi in cerchio
a straziare il suono e le manie dell’urlo.

Io resto perplesso e confesso.

di quell’altro dolore che non corrompe ma spinge
mani nel fondo non c’è traccia, non la foschia
o il contorno dell’altro colore del mondo.
Seguiamo arroventati in una tregua che segua
il sole, quel qui che è pure altrove e taglia a caso
ogni alito di palpebra, ciascun punto sfuso
dell’invaso di viscere e di voce che è fatto a caso.
Brancolano in una miniera dove muore un dio minore
bestie nella mischia col muso nel non ritorno.

Io resto perplesso, confesso.

*

metafisica per il XXI Secolo
**********************************per c. milosz

 

Adesso non puoi addormentarti sulle verità
se non dietro il sogno di facce distratte,
e nemmeno stornare lo sguardo
dallo spettacolo di un grattacielo in frantumi.
Lì, nella vertigine di una storia, l’eco
di genti ha sfiorato lo sguardo di un bonsai
che si annienta inebetito;
e altrove, fra diamanti, cadaveri e cascate
un volo di pellicani si mette a disegnare
una vecchia ombra di morte
sopra le terre più sbigottite.
Ci hanno fatto cenno di scappare
e cancellare le tracce dell’uomo
da una lavagna insanguinata in ogni modo.
Ma sogna di essere un tentacolo
la mano dell’uomo fra amore ed assassinio.

*

(altro…)

Riccardo Prencipe – Inediti

 

Le Rotaie e il porto

Apre il collo a cobra la preghiera
scalcia sulla ruggine il mio ascolto,
orda di papaveri
sul binario morto

 

I franchi tiratori

noi siamo le antenne degli insetti
che afferrano dall’aria
le vibrazioni di ciò che sarà
e le trasformiamo, senza paura,
in inni alla gioia
rapsodici e popolari

 

La casa del ponte

In una casa di provincia
iniziai a sognare
le notti di Roma
in cui avevo dormito
e le tante in cui avrei vissuto
non c’era macchia nella prepotenza

le colate di cuoio sul bianco
frustate di cinghia senza religione
erano solo percussioni vogliose
sui muri della mia casa,
la casa del ponte.

La casa del ponte
è un parco infinito

c’è un colombario
sotto la terra del padrone
che ho scoperto senza io
e poi ne ho fatto nido

le lucertole dai tubi mi guardano
come un boia in ciabatte
che ha ucciso i loro nonni

gli assaggi ladri d’uva
e l’umore di chi la sciupa ancora,
tante notti piene d’orme:
le flotte degli amici.

Un esercito di racconti a passo svelto
che giocano di notte a nascondino
tra le more assonnate
e gli alti ricci

la mia culla è nata lì

Nell’aria, ingenuo, il male
al ritmo dei campi,
ascoltavo i narratori.

Un solo negozio
un solo sapore
pochi suoni
e gli amori, alieni in embrione
erano fontane di fantasia.

Alla fine della strada
una capanna,
ricoperta da piume metalliche,
radunava gli scugnizzi taglialegna.

(altro…)

Gianluca Spitalieri, quattro poesie da Racconti di un’assenza (Transeuropa, 2016) e un testo inedito

..

Assilli

I mille sguardi dei morti lasciano un paese a pezzi
e rimangono solitarie le strade di notte senza asfalto.
Hai forse trovato riposo in uno dei tanti letti presi in affitto
in quel luogo desolato?
Ho gettato semi nel water questa notte, raccolti in contenitori di cellulosa
serbo speranze nell’uomo.
Riuscirebbe a ritrovare un figlio perduto in quelle strade solo dallo sguardo.
Serbare speranze gettare seme e raccogliere sguardi
sembrano propositi alti per un paese di morti.

Ti ho lasciato anche questa notte con un abbraccio forte
e mi mancava il fiato per la presa. Così lascio i miei amanti
mentre stringo le palle alla luna illudendomi.

Avresti preferito un lavoro decente e mille prestiti in banca
invece di una notte passata con me. Posso capirlo.
Sono un precario anch’io. Ma di amori. Quelli che restano in gola
e che non vanno giù nemmeno a morire.

Questa notte quel letto lo paghi tu però.

 

Bolle di sapone

Non era altro che una bolla di sapone
che non si orienta nello spazio e che muove
monotoni i corpi in quella stessa direzione che non
lascia scelta.

Così lasciava giocare nel cortile senza panchine
e si rincorrevano le bolle.
La ripetizione è forma difficile della luce
come i giochi della mano lasciano nuda
la solitudine delle labbra.

E se conversassimo del più e del meno sarei soddisfatto lo stesso
perché in una una bolla di sapone è permesso consumarsi. (altro…)

Gaia Giovagnoli, tre poesie

Venezia, Accademia Belle Arti, foto gm

Gaia Giovagnoli, tre poesie

*

Chiedessero zampe di passero a premere
sulle cinque del mattino o altri segni
che restino chiari all’oblio
chiedessero inchiostro volendo
di questa mano scontata e imprecisa
per quel divano stravolto e i piedi
che si scalzano e il busto
denudato dai lacci
chiedessero l’azzardo impreciso
delle labbra e il sale
della vertigine grossa
e della piena tra le cosce
chiedessero delle mani che afferrano
e della sete
del non dirsi che c’era qualcosa di figlio
a cadere col sudore
dalla tua alla mia fronte
chiedessero il tuono di risa digiune
che è un patto di fame
o del nodo di carne
chiedessero cose tremende e del vuoto
di non sapere se sai
questa foga di te

chiedessero ancora
continuassero sempre

*

Sono stata la larva
quel nocciolo vivo e impotente
che portavi con gennaio
gonfio nelle tasche
addomesticata e china
sopra ogni passo
(tanta parte di me la serravi nel pugno
adoravo la stretta solenne:
ogni gradino un altare)

sotto la tua pelle di cappotto
sono degenerata
ho infilato uno strano distacco
e l’altezza per quanto ho potuto
ora rendo il passo sincrono
a quello che è rimasto
vedi la rivoluzione:
non ho mani a portarmi

ho messo fuori gambe e testa
ora so i sacchetti della spesa
le mani accanite come bestie
il peso che grava gli artigli
so gli sbadigli di finestre accese
grigi sulle vie del centro
e gli alveari schiarati di neon
so quei mestoli d’alberi stremati
orizzontali sulle pentole gonfie
quando cucino per me sola

sono ancora in un cassetto a casa tua
nello spazzolino sulla mensola asciugata

hai saputo che non è un capriccio
la mia forma che scalcia nel sonno
quando mi hai guardato come sempre
e non mi hai riconosciuta

mai più io mi farò riconoscere:

perché per te fui donna terribile
o a ben guardare umana soltanto

*

Nella tana della belva senza fame
ho uno scalpo di carta da macchiare
mi piango tutta
da lavarmi dell’anima
se ripasso che non c’eri e quell’urgenza
– quante lettere hai sgranato in questa tana
ho buste pupe nei cassetti
di quel torpore –
Sono buccia che esonda
e una muta di serpe:
la svesto dal segno dell’unghia
che ho rosso sul palmo
mi rifaccio da lì
– tu tira e si disfa
per te sarò prima nata

E vorrei nuove costole
tutte solchi di binario
con fierezza ti terrei
dentro al corpo:
quando fissi la distesa
che deturpa
se stai sul giallo della linea
da non superare
e metti i soldi per l’acqua
nel distributore

sarebbero costole mie quelle che pesti
quando temi di voltarti
– quel non voltarti

*

©Gaia Giovagnoli

I poeti della domenica #193: Fabio Franzin, Onbre, Meduse

Ettore Sottsass e il vetro foto di gianni montieri

Onbre, Meduse

Sen romài de ‘à dea memoria,
voltàdhi. Ae nostre spàe passa
figure, co’e só inpreste, ‘e só
teste basse, onbre lente sora
el ‘sfalto, poster che se mòve
tremoeànti tel cimento dei muri.

Chi ièrei? Còssa pénsei de ‘verne
‘assà co’e só fadhìghe sovrumane,
i tanti sacrifici, ‘e triboeazhión?

Chea onbra che passa, ‘dèss che
me son voltà indrìo un secondo
– mì che no’ son mai stat bon
de vardàr sol fiss davanti, che
‘ò senpre ‘bbu paura de ‘ver pers
calcòssa, drio ‘a strada – chea onbra
seca, bassa, tuta incurvàdha in ‘vanti
che ‘ò vist te un film de Kieślowski
butàr ‘na bòzha drento un cassónet,
che razha de esenpio senpio vòea
mostrarne? Storta dal peso de ‘na
vita che no’à conossù festa e riposo,
còssa àea da spartìr co’ quee che,
aa stessa età, va in pàestra pa’ caeàr
de peso, in préstio de àni dal chirurgo
estetico? ‘a passa e ‘a ne dà fastidio,
sol che quel, e sol pa’ chi che se volta.

(altro…)