inediti

Inediti di Julia Gianferri

 

Ho partorito lacrime in controluce
e i cerchi si sono slabbrati
gli uccelli sono rimasti fermi
a guardarmi
aspettando il tramonto
domani sarei stata madre.
Sono diventati corvi
mi hanno accerchiato
allora ho pianto
sono volati via
nessuno presenziò al tramonto.

 

Attraverserò quella che voi
definite fiamma.
Lascerò che la pelle
conosca la resa
lei sola conoscerà il perdono
e quel che mi merito
sconterà interdizione
non saprà chi seguire
chi adorare
se cenere o la cenere.

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Stefano Vitale, dalla raccolta inedita “Lo stato dell’arte”

Dalla raccolta inedita Lo stato dell’arte (2018)

 

PROLOGO

Ascoltare il caos
nell’aperta voragine dei pensieri
senza direzione né rassegnazione
cercando riparo nella nicchia del caso
riflesso d’un più vasto supposto destino
che tarda a venire altrove impegnato
e tutto si riavvolge
in quel che era e ancora sarà
affinché s’accenda un lume paziente
nel tempo lento d’una sarabanda.

 

Il disordine ci assedia
scava una trincea
sotto i nostri passi
gesti incerti arrancano
sulla salita delle ore scivolano
sul ghiaccio delle improvvise
decisioni, sconclusionato mescere
di spostamenti d’aria nel terremoto
che avvolge lo sguardo
che tenta di raccogliere i pezzi
del nostro profilo
che vorremmo ancora
intero, ancora per poche ore,
per favore.

 

Restiamo prigionieri dei confini
qui tracciati, avvinti al nostro corso
nell’immobile andatura
d’una strada sdrucciolevole e sconnessa
smarriti tra buche e fossi
anche solo per scommessa.
Ma siamo questa terra
mossa da passi nervosi
da corse sciancate, risucchiati nell’aria
respirata avidamente e tramandata
di molecola in molecola
sino a ricongiungersi con l’altra parte di noi
nascosta tra i terrazzi d’un paese sconosciuto
tra le dune d’una spiaggia
lontano da quel che siamo
né mai conosceremo. (altro…)

Poesie di Olimpia Buonpastore dalla raccolta inedita “Corpo di mamma”

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Mia madre se la litigano i cani.
Giocano a simularle con la bava
gli umori vaginali e può succedere
che qualcuno tra loro abbia mascella
più forte e che mia madre così pianga
e squirti da rizzare a tutti il pelo.

I cani affollano mia madre in ogni
dove e la prendono con sdegno e lagno –
mi bagno e prego poi che me la rompano,
le si crepino i denti in un digrigno.
Raccolga il seme dei cani in ingoio.

 

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……………..In un ossario

Mia madre, la selvaggia, teme il fuoco.
Noi forti le ordiniamo di mangiare
i resti schifi di un benedettino
arso per sbaglio. Mamma, ingoia l’osso.
Nettalo con la lingua tipo il cazzo
che tu sai. Se ti soffochi c’è il premio
pio di consolazione.
Onne crosta aradunata
per emplir meo stomacone. (altro…)

Presentazioni, inedito di Andrea S. Castrovinci Zenna

Tu non hai udito Veronica svelta
con passo leggero ma alacre
da stanza a stanza aliare
quasi senza rumore,
fiore che sboccia alla sera; né sai
le dita solerti aiutare
e madre e sorella in cucina,
le stesse che suonano il piano
e avvivano vani e saloni
nel vuoto di te che rimane.
Non sai come canti gioiosa al mattino
né quanto ogni giorno di più mi innamori.

Ma pure vorrei vi incontraste…
E questo mio inganno lo tesso con cura.
Non serve anche a questo la letteratura?

***

Il primo di maggio, creatura
leggera, ma indomita, forte,
del cuore ti ho aperto le porte
nell’incubo strenuo serrate;
ché dopo le tante parole
costrette da sguardi che al sole
cadente chiedevano tregua,
– incredulo d’ansia e paura –
un bacio tremante sul mare
tremante di luce lunare
ti diedi; nei lievi rossori
dei baci sentivo la fiamma
sopita destarsi veemente.
Disteso alle braccia tue bianche
lenivo le stanche mie cure;
tremavo alla sera nell’aria cullante.

Aperte le porte del cuore
provai un desiderio di morte:
ossimoro, lucido gemito
insieme sentire il candore
del nuovo e l’antico bagliore
possente che tutto ti involve

*** (altro…)

La donna che ride (G. Amato)

Mettono password ai loro dispositivi, hanno paura a salvare su un cloud, pensano a lungo a cosa condividere su un social, poi vengono da me e non sospettano niente.
Ho una piccola copisteria all’angolo della strada. Ho due stampanti che a volte si mettono a borbottare da sole, un grosso computer alla mia scrivania, macchine per rilegare i loro documenti come preferiscono – a caldo, a spirale, nel caso la banale costolina o la graffetta non bastino – e posso fare fotocopie, all’occorrenza mandare dei fax. Prendo ordinazioni anche per tazze, cuscini, puzzle, qualsiasi cosa su cui vogliano stampare la loro fotografia. Quello che non sanno è che la loro fotografia io me la tengo. Io tengo tutto quello che passa dalle mie mani. Lo salvo, di nascosto, sul computer. Lo stampo, di nascosto, anche per me.
Sono la loro memoria esterna. Tutto quello che mi danno, resta mio. (altro…)

Samir Galal Mohamed, Per approssimazioni (inedito)

Tobia Ciabocchi, Portrait

 

per approssimazioni
abbracciare
l’orifizio
l’altalena
l’incesto
graduale
vincolo
scarto
tirannia
la possibilità
possibilitante
l’agente
sorvegliante
il limite
fuori del limite
l’eventualità del non evento
l’avvento inaccessibile
l’appuntamento mancato
il previsto inaspettato
l’inedito, sempre
l’inaudito, mai.

L’imprescrittibile inavvertibile.
L’improcrastinabile adesso.
L’assenza, nel dopo, del senso:

ancora una volta
reiterarsi

e già sottrarsi

all’ammirazione

all’abbattimento

all’esecuzione.

 

Samir Galal Mohamed (Pesaro e Urbino, 1989) è un poeta italiano di origini egiziane. La sua prima silloge, Fino a che sangue non separi, compare in «Poesia contemporanea. XII Quaderno Italiano» (Marcos y Marcos, Milano 2015). Suoi testi e interventi appaiono regolarmente in riviste cartacee e online. Attualmente vive a Milano, dove insegna filosofia e storia nelle scuole superiori.

Maria Grazia Cabras, Inediti

Mark Rothko, Untitled (Blue, Yellow, Green on Red), 1954

Maria Grazia Cabras, Inediti

 

Tornare alla esperienza che mi ha destato   >> strappato alla profondità
emergere sulla superficie di cose   toccare pelle di altro   buccia

trovare una breccia nel dolore di un tempo lasciato scorrere stando non nella vita
s-misurarsi nel ritmo del cardio

entrare nel taglio-trauma che trasforma se attraversi l’eclisse l’ellisse del campo

con il mio corpo- scoria – plastica – veleno con questo corpo albero nido alga
animale mescolata ai rifiuti agli oggetti accumulati del mondo sono cosa
segno inciso sangue e scarto sonoro ma non dormirò
non ci addomesticheranno

si cibano di noi dei nostri nodi   >> passano indisturbati con il loro mantello di sale
cercando scaglie in fondo ai pozzi
per trovarci graffiano pareti con forbici e parole lucidate di fresco
ottuso l’occhio non scorge la luna nuova che risplende sulle vie del cielo e del ginepro (altro…)

Flavia Tomassini, inediti da “off line”

Foto di ©Flavia Tomassini

 

VEDUTA

Ho visitato un luogo;
era l’indifferenza simile ai preludi
nei film di guerra,
l’austerità spoglia degli affreschi
sciupati, serpeggiante valle
terrena, dall’addome
si dispiega una regione natale,
che conviene, dati i tempi,
ai bottegai
il chiasso cieco dei loro affari.

 

PIACERE

Ci è venuto tutto addosso
tutto a mancare
nel medesimo luogo
in cui pienezza aveva colto
piacere.
Sul letto del nostro amore
dal quale non sapevamo uscire
quando le giornate terminavano
in ritardo sulla cena, cominciavano
a tarda notte
ci alzavamo a parlare insonni
dopo aver troppo agonizzato
il giorno, strette l’una all’altra.

 

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PoEstate Silva #51: Emilio Pagano, EX HALOS

– EX HALOS –
liriche sul tema dell’Odissea
(2018)

AVERNO

Oh Euriloco… da qui,
quanto più struggente
e lontana, mi pare ora Itaca!
Hai occhi? Luce più dentro

per volgerli al mio desiderio?
Poiché sempre, io resto
ciò che potrò essere. Che di limiti
una condanna mi ha privato.

Ma io ho dentro qualcosa
che non so dire: tutto il mondo
mi pare chiuso nel legno
di un cavallo sacro. In attesa,

che il nostro agire inventi il nume.
E Itaca, resti un segreto declinato
di tregua. Onesto finché lontana,
e forse vela, più che àncora.

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PoEstate Silva #45: Umberto Piersanti, “Quel che resta” e altri versi

Quel che resta

questa corsa dei giorni
che fissi nella mente
e dentro il sangue,
anche l’ora
la più cruda e spessa
– non la riscalda il sole
non la rallegra il vento –
nell’aria si dissolve
come i volti,
volti o ombre
che s’agitano
in quell’Arcano
che il nome non osa,
talora li rincontri
in faccia a un muro
o in un bianco stradino
sulle Cesane,
non sai se solo
nel sangue  hanno dimora
o se abitano altrove,
in altra contrada
lente galline
nel campo
un po’ in discesa
e la casa
che tu sai dissolta,
nella nebbia degli anni
fluttua remota e pallida
ma resta
Autunno 2017

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PoEstate Silva #42: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, IV

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

4. La cistite

Il giorno prima Susan era stata una mamma perfetta: aveva fatto un enorme castello di sabbia insieme al figlio, inginocchiata per ore in riva al mare a scavare buche e a costruire torri, ponti e fortezze. Era venuto fuori un castello meraviglioso e quelli che passavano lo avevano ammirato. Per un po’ erano rimasti a guardarlo orgogliosi. Il marito si era complimentato con madre e figlio e aveva fatto una foto. Erano tornati a casa dopo il tramonto cantando “Sail away” e “I’m just a jealous guy”. Dopo la doccia, Susan si era sentita male. Aveva sentito un dolore crescente alla schiena e poi i dolori erano diventati una brutta cistite.
Si mise a letto e cominciò a bere acqua. Passò la notte a urinare con bruciori terribili. Prese subito un antibiotico e non chiuse occhio. Il giorno dopo stava un po’ meglio ma disse al marito e al figlio che sarebbe rimasta a casa a riposare.
E così restò a letto fino alle undici quando si alzò e decise di esplorare il paese. Non era un vero e proprio paese; il centro abitato si trovava a qualche chilometro dalla casa e dalla spiaggia. Avevano trovato l’alloggio su un sito e le recensioni erano buone: la proprietaria, una ragazza gentile, li aveva accolti con un grande sorriso e aveva spiegato tutte le cose importanti: le due bombole del gas (ce n’era sempre una di riserva), come aprire e chiudere le zanzariere, eccetera eccetera. La casa era minuscola ma aveva un terrazzo e una bella vista sulle colline. La spiaggia era a un chilometro di distanza e vi si arrivava percorrendo una strada sterrata, passando accanto a un maneggio con cavalli pacifici e sonnolenti che ogni tanto risalivano la collina insieme a gruppi di turisti.
Prima di uscire Susan andò in bagno, stava decisamente meglio ma non era ancora completamente guarita. Per strada si mise a fotografare le piante lussereggianti, gli eucalipti, gli olivi carichi di frutti, i fichi, gli oleandri. Tutto era profumato e straordinario. Raggiunse il piccolo supermercato e pensò di entrare a comprare qualcosa per la cena. Fece un giro tra gli scaffali e prese della salsa di pomodoro, poi nel banco dei prodotti locali vide una pasta simile ai ravioli, ripiena di patate e menta. Sì, avrebbe cucinato quelli. Mentre era intenta a guardare i prodotti tipici di quella bella terra, sentì il bisogno urgente di urinare. Non poteva trattenersi e allora si fece coraggio e, arrossendo, chiese ad un ragazzo che stava mettendo le merci sugli scaffali se poteva usare il bagno. (altro…)

PoEstate Silva #40: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, III

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

3. Il gelato

Per un po’ ci fu solo il gelato. Una coppa di vetro: cioccolato, crema, nocciola e poi panna montata e ancora cioccolato fuso. Senza sollevare lo sguardo, affondava il lungo cucchiaio di metallo nella coppa e con gli occhi socchiusi mangiava il suo gelato. Aveva i capelli corti, castani e un po’ scialbi, un vestito da brava ragazza bianco e blu che copriva appena il ginocchio. Intorno, sul terrazzo dell’albergo, una folla abbronzata assisteva allo spettacolo di musica latino americana con giovanissime ballerine sensuali e scalmanati ballerini acrobati.
A metà gelato la donna guardò davanti a sé. Di fronte, su un altro divano, stavano seduti un uomo e una bambina di circa due anni. L’uomo la teneva sulle ginocchia e la faceva ballare al ritmo della musica. Anche la donna cominciò a muovere pigramente la testa a destra e a sinistra, il cucchiaio sospeso a mezz’aria, cercava di attrarre l’attenzione della bimba che invece non si voltò. Allora riprese a mangiare il gelato, affondò nuovamente il cucchiaio nella coppa e con gli occhi socchiusi lo portò alla bocca.
Il cameriere apparve alle sue spalle, un giovanotto abbronzato, dai capelli corti e scuri. Le chiese qualcosa, reggeva un vassoio. La donna cominciò a parlargli con entusiasmo, una risatina acuta e troppa allegria fecero voltare l’uomo.
– Che fai, adesso ti metti a flirtare con il cameriere?
La frase fu accompagnata da un sorriso sprezzante e subito dopo l’uomo tornò a guardare lo spettacolo, abbracciando un po’ di più la bambina.
La donna tentò di ribattere qualcosa ma il cameriere era tornato con due piatti colmi di tramezzini. L’uomo chiese come mai fossero così tanti e il cameriere disse che avevano ordinato due tramezzini. In realtà avevano detto uno, ma preferì lasciar correre. La donna fece per chiedere il conto ma il cameriere disse che il signore aveva già pagato. La bambina si liberò dall’abbraccio e cominciò a frugare con le manine nel piatto. Prese un tramezzino e poi un altro fino a quando il padre la tirò di nuovo dolcemente a sé, facendola sedere di nuovo accanto a lui.
La donna raccolse dal fondo dalla coppa di vetro l’ultimo cucchiaio di gelato. Appoggiò il bicchiere sul tavolo e ricominciò a muovere la testa a ritmo della musica, come un jolly con la molla che esce all’improvviso da una scatola.
La bambina era stata adottata: bruna e minuta, era forse sudamericana. Si teneva aggrappata al nuovo padre con tutto il corpo mentre non sembrava mostrare alcun interesse per la nuova madre. L’uomo era completamente rapito dalla bambina, le dava da mangiare, le parlava e quando la bambina prese a ballare davanti a lui cominciò a battere le mani al ritmo della musica. Poi guardò la donna come a dire: “guarda come è carina!”. Allora la donna si alzò e prese a ballare, tendendo le mani verso la bambina che invece di andarle incontro si rifugiò nelle braccia del padre. (altro…)