inediti

Enrico Barbieri, tre poesie inedite

 

La poesia di Enrico Barbieri viene da lontano, da una ferita che non riesce a sanarsi, non può, forse non deve. Deserto e sole sono qui nel testo a parlarci di solitudini che brillano, magnifiche e spaventevoli. La ferita la vediamo nel taglio che il verso istituisce, nell’a-capo che impone alla lingua perché debba cadere e dettarsi di lì in un ritmo alimentato da scosse, terribile e tremante. Lo sentiamo questo ritmo pieno di tagli, ci attrae.
Ed eccoci, fraternamente «uguali e uguali» a nuvole e ferro e ruggine. Insieme vaghiamo o stiamo fermi – è la stessa cosa – sotto i colpi di questa terribilità e del nostro tremore.
È un termine sacro alla poesia, “tremore”; è in noi eppure indirizza ad altro, al «brusio antico / dell’Eterno». La poesia sa custodire questo paradosso: vuole dar voce a ciò che è in noi e a ciò che è fuori di noi, l’alto e il basso, materia e non materia. Ricordiamo un verso di Mario Luzi, in Aprile-amore: «quello che è in noi oppure non esiste»: è questo il terribile, sentire il fuori, «l’altro eterno deserto», e lì specchiarsi e perdersi. Barbieri sa farlo, con l’onestà e l’umiltà di dirlo. Altrimenti sarebbe viltà. Allora dovrà essere un culmine, nudo e gelido trionfo; sarà «pietra benedetta nel buio», nient’altro. Finalmente. (Cristiano Poletti)

 

La prima centuria
armata dietro
il cancello e i rampicanti
gridavano al vento
ritirandosi, fuori
le nuvole marciavano
uguali e uguali
al ferro e alla ruggine
dei navigli, soli
coperti di macchie
attendono adesso
il Nostro Pensiero.
Fuori da noi esiste
l’altro eterno deserto.

 

Che qualcuno là fuori
oltre la fascia di asteroidi
prima del confine magnetico del sole
si accorga del brusio antico
dell’Eterno altro da sé stesso che
brucia tutto dell’esistere e poi
sarà pietra benedetta nel buio.

 

Niente, se non i cani ora
in una corsa solenne
e il vento tra le lame del
rostro da guerra tra le scapole,
sventrando i cavalli di
chi voleva accecarci e
dei vili di là del deserto.

 

Nataša Sardžoska, Attesa

 

Nataša Sardžoska
Attesa

alla stazione Bellaterra al bar Bonaparte
ti aspetterò ogni giorno dalle 17 alle 19
dopo il nuoto
con un calice di vino
scavato dal vulcano della tua terra
e un dolce secco che nessuno ha comprato
senza tacchi senza trucco
senza ironia senza rimproveri
con i capelli ancora bagnati
sfidando il vento
sfidando il raffreddore
sfidando te

[da me ti porteranno le linee S2 e S6 che partono
dalla piazza Catalonia
collegata all’aeroporto El Prat
collegato a Fiumicino
con vari voli al giorno:
Roma e Barcellona sono davvero lontane]

in questa città ostile
non ho voglia degli ambienti letterari né di quei tangheri
né di connessioni wifi [tanto so che non ci sei]
sono una pianta e solo voglio respirare
sono un pesce in via d’estinzione
e solo voglio nuotare nell’acqua
sprofondare fino a non poter più
sopportare la pressione dell’aria:
l’aria che non respiri più tu

in questa città con i suoi turisti noiosi
che calcolano i posti ancora non visitati
le donne disperate i baci mai ricevuti
il mondo intero che non sa amare
se non solo per se stesso
solo quello che non gli appartiene
e non lo merita nemmeno
così come io non merito te
ma ti aspetto lo stesso
con la pena della cameriera

[ha capito: speravo di bere il vino con te]
che mi offre una Estrella
anche se non è più la tua
Stella
che cade nel mio lavandino
pieno di sangue e mascara e saliva: (altro…)

Francesca Del Moro, Due poesie per Isabella Viola (e per un film di Daniele Vicari)

Acquerello di Francesco Barnabei

 

Due poesie per Isabella Viola

 

Canzone per Isabella

Passa puntuale
la metro di Roma
ma la giovane donna
non sale.

Si accosta una signora
le chiede che cos’ha
e poi se ne va
senza avere risposta.

Spalle al muro, seduta,
con in grembo la borsa
la giovane donna
neppure si volta.

Stamani la serranda
del bar si alzerà tardi,
non ci saranno dolci
fragranti sul bancone.

“L’ho chiarito al colloquio”
le ha detto il padrone
“Sette giorni su sette,
non uno di riposo.
Mi spiace se stai male,
prendi una decisione.”

E intanto passa ancora
la metro di Roma
sotto lo sguardo assente
della giovane donna.

Non tornerà stasera
a casa a Torvaianica,
non mangerà da sola
la pasta riscaldata
non metterà a dormire
i suoi quattro bambini
non fumerà in balcone
insieme a suo marito.

Non sentirà la sveglia
alle quattro del mattino
non guarderà più l’alba
da dietro il finestrino.

Il suo cuore ha deciso
e, seduta, occhi chiusi,
nascosta tra la folla
che marcia al suo lavoro*
la giovane donna
finalmente riposa
mentre passa e ripassa
la metro di Roma.

* verso tratto da La ragazza Carla, di Elio Pagliarani

 

 

Isabella ha il viso fragile
di mattina
e un cappotto rosso.
Prima dell’alba cammina
con gli altri pendolari
sul ciglio della strada.
L’autobus si è rotto
ne aspetteranno un altro
faranno tardi al lavoro
sono già stanchi.
Spalla contro spalla,
ciascuno è solo
cammina a testa bassa,
si chiude nelle braccia
per proteggersi dal freddo.
Se solo alzassero gli occhi
per un momento
e si riconoscessero
le loro mute bestemmie
diventerebbero rivolta.

Potrebbero
cambiare il mondo
col loro odio.

Queste poesie nascono da due scene di un film, Sole cuore amore per la regia di Daniele Vicari, uscito nel 2016 e recentemente riproposto in televisione. Il film è a sua volta ispirato a una vicenda salita brevemente agli onori della cronaca nel 2012: la morte di Isabella Viola, stroncata da un infarto a 34 anni proprio la mattina del 18 novembre, sulla banchina della metro A di Roma. (altro…)

Giovanna Cristina Vivinetto, Tre poesie inedite da “Dove non siamo stati”

Tre poesie tratte dalle tre sezioni del nuovo libro in uscita la prossima primavera per l’editore BUR Rizzoli, Dove non siamo stati (BUR, 2020) di Giovanna Cristina Vivinetto.

 

In fondo cosa siamo se non creature
elementari, sostrati animali
sedimentati nelle ossa come pigmenti
minerali nelle rocce. Conosciamo il dolore,
lo sappiamo a menadito sin da bambini.
Le mani che proteggono il capo
è un giro di gesti appresi chissà quando,
chissà dove. Eppure quando il rischio
si avvicina, eccoci pronti a gonfiarci
e balzare al collo per difendere la specie.

Questo tratteniamo nel sangue:
un codice indecifrabile, conchiuso
in se stesso, estraneo alla significazione.
Nella speranza che chi verrà dopo di noi,
divinità inferiore col camice bianco,
saprà sbrogliarlo, dissezionarlo,
condurlo alla ragione. Dirci con la calma
logica della scienza perché si soffre,
perché si ama. La sostanza profonda
che ci tiene obbligati al suolo
in posizione ben eretta. Verticale.

(altro…)

Cieli clinici, di Alessandro Bellasio

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Delle undici poesie che compongono Cieli clinici, poemetto inedito di Alessandro Bellasio, si riportano qui le prime cinque. Anche una sola metà del testo (che tuttavia rappresenta di per sé un corpus organico) mostra, dimostra come sia stato questo lavoro, un flusso divorante. Traspaiono, alimentate da un fiato a lungo sospeso, le forze che l’hanno originato: tremore, angoscia.
Il verso di Bellasio si dà con forza, fortunatamente, grazie anche e soprattutto alla pulizia tecnica di molti momenti, a partire dal bellissimo (talmente è netto) incipit: «Non ricordo. C’è stato / …». Frattura e sospensione sono decisive qui a fine verso; perché il ritmo si detta proprio a partire da questa frattura e poi accelera in tante parti del poemetto grazie all’uso quasi frenetico della virgola (un esempio: «Sono stata, da lungo tempo, / trasportata, lungo una città / ravvicinata, in alto, tra i suoi cieli…»; o ancora: «Io pendevo, nascosta fra i capelli, / ho, da lontanissimo, / …»).
Così si annuncia, incentrato sull’esperienza della malattia come sorgente di conoscenza, il nuovo lavoro poetico di Bellasio dopo Nel tempo e nell’urto, libro del 2017. Scrive in esergo: «…al tuo confine». “Horos”, confine, soglia: l’autore ci porta là dove un colpo secco è esploso, o è pronto a farlo. Ha riguardato lui, altri, non è dato sapere; ciò che importa è invece come la prima persona s’impone e si espone in momenti di verticalità assoluta: «…Vedo / il mio respiro; / non lo inseguo. / Capisco». E ancora, in modo marcato, nel quinto “movimento”: «Non avrà mai fine. Io so /…»; «…io, di me che sono / metà spezzata / …».
Si riconosce volentieri, certo, l’ascendenza in particolare di De Angelis. In alcuni termini, penso a “pattugliamento”, “grido”, e nella formulazione del dettato: «di me. Ne riconosco il niente, il profondo / livido, l’odore». D’altronde l’autore sa restituirci il punto esatto tra l’eterno e il temporale dove restare, dove scrivere evitando “la slavina del parlare”. Sapendo che il tremore è tutto tra le mani e nella mente di un poeta. In attesa di “un salto”, sempre nell’angoscia, dove la poesia nasce, e si compie. (Cristiano Poletti)

 

A Ro… a Carlo, a Silvia, ad Angelo
“ma se ti capita di sentire anche tu
il colpo secco al tuo confine”

I

Non ricordo. C’è stato
lo svenire di una fronte, un impazzare
di voci, un grande andirivieni… misurini, contagocce
analisi… La vena, abrasa,
di una morte che fermenta
in accelerazione verso il cristo.
Non ricordo.
Sono stata, da lungo tempo,
trasportata, lungo una città
ravvicinata, in alto, tra i suoi cieli di ambulanze.
Ho varcato
di me qualcosa, sì, una voce
ignota, una
cosa
irrespirabile
sprofondata dentro me, da molto, da
prima – ma
piantata in alto, fra le sirene…
Sono stata
asciugata, da qualche parte, nei
secoli, un pomeriggio di novembre – è
semplice, vedete, mi hanno messo un camice,
ecco, mi hanno
mandata a chiamare.

 

II

Mi hanno appoggiata su una garza.
Io pendevo, nascosta fra i capelli,
ho, da lontanissimo,
chiamato un fazzoletto. È
questo
il reparto, la voragine
da dove decantare tramortiti. Ho
invocato
il sonno, la puntura
che contiene il buio, un grammo
di notte, la cattura.
Sto distesa… Sento
la mia carne, il lungo
muggito che mi serra – la mia vita
inchiodata in me, gli aghi.
Non mi muovo.
Respiro, qui, da qualche parte
al di sopra o
al di sotto (non so più)
di me. Vedo
il mio respiro;
non lo inseguo.
Capisco.

(altro…)

O n d e – di Mirco Salvadori

Ecco cos’erano quelle onde, quelle sciabolate d’acqua che colpivano i fianchi cocciuti della solida imbarcazione adibita a trasporto pubblico. I sommovimenti schiumanti che continuamente increspavano i canali da decenni preda della confusione, ecco cos’erano.
Le osservava dal bordo del vaporetto e finalmente le riconosceva, onda dopo onda, schiuma infinita che si diffondeva nell’invisibilità della notte lagunare. Le onde erano domande, quelle continue e ostinate domande che andavano ad infrangersi contro la caparbietà del suo agire.
Lo sai cosa vuoi? Allora è questo che ti basta? E tu che provi per me? E poi giù ad ascoltare il respiro del motore, il suo ansimare affinché la prua andasse a spezzarle prima che terminassero la loro corsa, disperdendole nell’indefinito buio compiacimento di chi sceglie la velocità evitando la lenta spossante attesa del coagulo. Lo terrorizzava il passaggio che trasforma il rovente rosso fiamma in un’indurita e gelida chiazza porpora sulla quale scarabocchiare in tutta fretta e con un punteruolo spuntato la parola non detta, quel vocabolo che ora dondolava pericolosamente sul bordo del precipizio. Quel termine usato senza cautela e una volta pronunciato, conduce dal furore della passione alla placida quiete dell’affetto.

Il garage era uno scrigno che custodiva il prezioso silenzio delle decine di auto immobili nel loro sonno meccanico. Accese il motore impostando il navigatore verso una destinazione sconosciuta, vaga come vaga era la sua voglia di viaggiare nella notte. Brentonico 1ora e 54minuti pedaggi obbligatori, recitò una voce asettica dopo aver agganciato il segnale del satellite che invisibile solcava il cielo stellato. Si sentiva spaesato, svogliato, privo della magia che una volta gli permetteva di toccare, annusare, gustare, sentire la stretta di quel corpo molto prima di averlo tra le proprie braccia. Accese la radio sintonizzata su un canale a caso, da anni aveva rinunciato alla registrazione delle playlist, appartenevano al passato che a sua volta apparteneva al tempo, quel meccanismo che aveva la facoltà di cambiare le cose e le persone.

Guardava il nero asfalto illuminato dai fari e sentiva una morsa allo stomaco. Rivedeva sua moglie che lo accoglieva al rientro dal lavoro con il solito abbraccio contraccambiato con inquietudine. Marito e moglie stretti come due scalatori appesi nel vuoto, solo uno era armato di coltello, pronto a tagliare la corda prima della sua fatale rottura e del conseguente volo nel baratro. Lei lo stringeva a sé convinta che quella corda tenesse, fosse salda e resistente, mentre il suo sguardo fissava la cima della montagna perfettamente innevata, elegantemente illuminata dal sole. Non si curava affatto delle gambe che scalciavano nel vuoto.

Marta l’aveva conosciuta mentre stava rotolando lungo il dirupo dell’affetto, aveva impiegato mesi prima di allungare la mano stringendo saldamente l’appiglio che lei le offriva, bloccando così una caduta che lo avrebbe irrimediabilmente lasciato sul fondo di una fossa senza vie d’uscita. La loro era stata una storia adulta, come la definirebbe chi ha bruciato tutta la passione giovanile e continua a riscaldarsi con il ricordo delle braci ancora ardenti. Un rapporto iniziato classicamente sui social e proseguito via chat, nella calma paziente di un’età che sa mantenere la memoria degli errori. Non una pazzia, non un comportamento sopra le righe. Niente scenate o finti tentativi di suicidio, solo un lento percorso di consapevolezza e affinità di pensiero seguito da furiosi scontri carnali che permettevano a due corpi oramai privi di gioventù di fondersi confondendo il tempo e le sue regole. Ad osservarla con il microscopio, la loro relazione sembrava la perfetta simbiosi tra due cellule che pulsano all’unisono in un mare di loro simili scosse nel tremore infinito della scissione. (altro…)

Cinque inediti di Micol Bez

Micol Bez, foto di © Lilia Carlone

 

I

Ho le impronte digitali pulite
mi dicono il mio colonialismo
il passaporto dato in un giorno
e il mare chiamato a testimonio
del passo da ventre a fosso.
Come non chiedere perché io
posso passare il porto?

.

II

«Lolita, my sin my soul»
Vladimir Nabokov

So che i bambini sanno
la contingenza del mondo.

Conto ora le ore sole
a slegare cosa e nome.
Perché chiamiamo sole
il sole? E se potessimo
cambiare? Se il sole lo
chiamassimo mare?

Poi tu mi hai chiamato
il tuo peccato e non ho
avuto la prontezza
di slegare me
dal nome, eppure
mi ero tanto esercitata.

Forse l’infanzia finisce
per necessità.

(altro…)

Andrea Breda Minello, Rune. Inediti

RUNE

LAGUZ ᛚ

Cosa ne sanno i vicini del tuo canto
Estivo che sovrasta quello sgraziato
Delle rane che non si arrendono a
Perpetuare lo strazio del male

Cosa ne sanno i vicini degli abusi che
Hai subito da bambino, cosa ne sanno
Dell’emarginazione, del rifiuto di un
Corpo che non hai mai sentito reale.

Ai vicini basta che l’orario condominiale
Sia rispettato, il decoro che poi uno può
Fare quello che vuole, ma se si va in bici
Con la minigonna, poi i bambini si potrebbero
Turbare… Che poi dicono che faccia entrare
Ospiti a tutte le ore… No, non sono affari nostri…

Cosa ne sanno i vicini del tormento di Liù
Di una schiava innamorata in una sera
Di luglio a profetizzare il tuo squarcio

Quando ero in Brasile volevo entrare in
Convento, fare del bene, adottare gli orfani
Non si può dire dell’abbandono…
Se canto tutto scorre e torno felice, quando
Canto non sento le voci, le sirene, non ci sono le
Stanze d’ospedale, le lavande gastriche, il terrore
Del tumore, all’inizio pensavo di serbare
Una vita dentro la mia pancia…

Cosa ne sanno i vicini di un sogno
Infantile reso armonia dall’aria di Armida

Se canto tutto scorre e torno felice
Dio crede che anch’io sia una sua creatura.

È stanca, smette di parlare, ci sorride,
Torna a passeggiare lungo il confine del giardino

 

URUZ ᚢ

Sapessero tutti che l’irruenza del toro
La forza primordiale
Del cosmo

Non può essere imprigionata
Nelle reti illusorie dell’io-mondo

Nelle trame del cacciatore del tempo
Quando in principio vi era solo il silenzio
Del vuoto

Sapessero tutti che dall’irruenza
Del toro

È nata la sofferenza dell’anima
Per il corpo

Prima ancora della parola

(altro…)

Gianfranco Barcella, inediti da “La migrazione”

 

LA MIGRAZIONE

Devo rassegnarmi all’annegamento
anche se non mi par vero.
Sarà solo un tragico momento
con l’occhio che s’ostinerà a dire
che la vita in superficie è bella
ed ogni sogno mai avvizzirà nel naufragio.

Non ho responsabilità e così sono sereno
di fronte a quella morte che conosco appena.
Appena qualche anno addietro
ero bambino che annaspava in riva al mare,
ignaro delle sfide da assaporare
ed ora con un chiostro di capelli grigiastri in capo,
sono fermo nell’attesa del mistero.

Anche la schiuma ai piedi dell’onda
si dirada come una piccola nullità
che si dissolve nella notte
per ricongiungersi alla buia infinità.
L’unico dolore che mi avvince
è quello di non poter più vivere
nell’affioro della primitiva vastità.
Ho galleggiato a stento senza un certo sostegno
con l’affanno di mancare l’appiglio di quella verità
che appariva come ciambella d’alloro senza età.

.

SULLA PARETE DI GHIACCIO

……………………………………………….a Mauro Corona

Sospeso sul crepaccio
con il piede puntato nel ghiaccio
mi sono affidato
ad una corda di sicurezza
senza un saldo intreccio.

Aveva la trama di chi spera:
pareva invisibile
ma la salvezza c’era.

(altro…)

Irene Sabetta, Tre testi inediti

Hanoi. Foto di Sandro Gigliozzi

 

Gente di Hanoi

La città nel fiume
emerge a sprazzi dall’acqua verde.
Non chiede pietà e non dorme la gente di Hanoi.
Si muove agile
su ruote di fuoco
lungo la cresta del dragone
e agli incroci delle strade
ognuno segue il suo destino:
una tomba nel campo di riso.
La dama della foresta
è lontana ormai,
si è persa tra le botteghe di souvenir
o è scivolata nel lago
al richiamo della tartaruga.
Buddha è arrivato via terra
tanto tempo fa
ed è ingrassato qui
dove ogni angolo di strada
si riversa nel piatto.
Le donne indossano tuniche
per non scoprirsi
alla luce violenta del sole
e roteano come libellule
sotto sedici giri di bambù.
Le donne di Hanoi
sono libellule e formiche
e come fenici
rinascono dalla pioggia
e la loro pelle è bianca.
I numeri non si contano
ad Hanoi
e l’indistinto tutto
danza in vortice
fino al mare.

(altro…)

Flavia Tomassini, La vita sul pianeta (inediti)

Finestre, di ©Luciana Riommi

Flavia Tomassini
La vita sul pianeta

 

POLITICA

La vita in appartamento
mi preoccupa.
Mi preoccupano
le piogge
e le stanze,
la mancanza di cielo.
Mi preoccupa la città,
le pozze di foglie
che otturano le fogne.
D’improvviso mi preoccupa
il governo delle Nazioni.

Le difficoltà congenite.
Le malattie.
La fame,
i crampi e la sete.
Il pianeta che brucia si vede dallo spazio.
Mi preoccupa l’angoscia.

Questa nostra coscienza sociale.

L’angoscia chimica, sovversiva, territoriale.

Domina i corpi e le vite.

 

ROAD TO HAPPINESS

Percorro la stradina buia,
Johnny canta del perché
indossa il nero per gli emarginati
e l’ingiustizia
di non essere rappresentati.
Questa strada corre via
per un cavalcavia bucato dai binari.
Quando arriva il treno,
arrivano i fanali
prima di venire risucchiati
dalla voce bassa delle rotaie,
dall’uomo in nero
che predica alla radio
la strada per la felicità.
Passato il pensiero di morte,
è la morte delle avversità.
L’avvenire è luminoso.

(altro…)

Carlo Di Legge, Elea (inedito)

Carlo Di Legge. Sullo sfondo: Stupa a Sarnath.

 

Elea

I.

Sulla costa, di luglio avanzato
nel tempo breve dei giorni o delle ore
le correnti iniziano senz’avviso o cessano
vicino a riva
e in quest’acqua, che diresti tranquilla,
ti sorprendono e portano via.
Oppure s’alza l’onda, e là dove inesperto di mare
ti diresti in salvo,
si frange, e toglie il ritorno.

II.

Morte e vita qui mostrano e nascondono l’immediato contatto
alla folla degli arenili, ai giovani di bronzo noncuranti,
ma le ambulanze vanno e vengono urlando.

III.

Dalla stanza aperta osservo il pomeriggio,
e si mostra la torre mezzo rovinata, costruita cinque o sei secoli fa,
per avvistamenti e segnali di cui adesso non c’è ragione.

Da questa parte, sul terrapieno da cui spuntano piante su piante,
lo spigolo verticale netto, i turni della luce e dell’ombra,
scolpiscono le fasi del giorno: lato est, ombra,
occidente, intensa luce pomeridiana,
ancora parecchio al tramonto.

Morte e vita, veglia e sonno, giorno e notte,
altri lo definì il divenire, e lo paragonò al fluire d’un fiume,
ma il sapiente della baia disse: essere è per sempre, e niente non è.

IV.

I miei occhi, la mente che osserva le ore del giorno
servendosi dei punti cardinali e della visione dei cambiamenti,
non torneranno;
eppure tutto sembra si ripeta,
molti hanno guardato la vicenda del teatro azzurro,
i sipari dell’alba e del tramonto aprirsi e chiudersi,
un mare immateriale li portò alla riva delle nascite,
poi una corrente li trascinò nelle strade senza ritorno.

Altri sono stati e saranno, un numero che non sai.
D’improvviso il niente del non ancora si fa qualcosa,
d’improvviso è il non più,
nella corrente tutto sembra per un istante. (altro…)