inediti

I poeti della domenica #147: Anna Maria Carpi, I meglio sono loro (inedito)

 

Kandisky, esposizione Mudec Milano, 2017

I MEGLIO SONO loro, e c’è Kandinsky.

Sono fioriti in bianco per le strade
qui intorno a casa, non tutti, ché i restii
come me preferiscono l’inverno,
i rami nudi e nulla che si muove.

Gente che va, che va a far due passi
e quanti i cani
questa domenica di primavera.
Ultimamente l’uomo si sente solo,
più che mai solo, io non so perché.
Erdogan raccomanda fate figli,
almeno cinque a coppia,
mangiate, consumate, e che le femmine
portino il velo, meglio se integrale.

E di piccini se ti guardi intorno
in braccio in carrozzina
per mano ai grandi
non c’è penuria, mini-italiani
dai visetti tondi, una bellezza,
nati dopo il 2010 o l’altro giorno.
Ma in mezzo quanti vecchi
no non vecchi, decrepiti,
ancora vivi e avidi di vita –
con che diritto?

Io non so a chi appartengo,
cerco di non saperlo.
Quando sono vissuta?
Io guardo i bimbi e i cani.
Piangono abbaiano, sono loro la vita.
E perché la vita?
Per me è solo fatica, solo dubbio.

Ma al MUDEC c’è Kandinsky,
cinquanta quadri e accanto una delizia:
dei miniesempi del folklore russo –
anni terribili del ‘900, che lui
non ha sofferti: dentro a trent’anni
gli è esplosa l’arte. Mai più l’oggetto, dice,
solo il suo riflesso
nello spirito umano,
il suono è giallo, ogni colore suona.
E ciò che fa del mondo è uno splendore.

*

© Anna Maria Carpi, 20/03/2017

Martingala #5: la casa dei fantasmi

fantasmi

E dunque abbiamo tra gli otto e i dieci anni, lo stabilisco dal fatto che abbiamo un barlume di autocoscienza e che siamo il gruppo che assieme forma la mia classe alle elementari. Francesca qualche giorno fa ci ha raccontato una storia di paura sulla casa a due piani, quella lunga che affaccia a strapiombo sulla fermata dell’autobus, quella che si vede da tutto il paese solo a tirare il naso all’insù. Non so in che momento storico sia diventata una casa vacanze, so che adesso che abbiamo tra gli otto e i dieci anni è disabitata da prima della nostra nascita, che a quei tempi è l’equivalente di dire dalla notte dell’eternità.
Francesca ci ha raccontato che nessuno la vuole abitare perché la vecchia padrona di casa, che era pazza come tutte le padrone di case destinate a diventare disabitate, era stata trovata impiccata alla trave del salone. Ha aggiunto cambiando il piede su cui era in equilibrio che da quel giorno, tutte le sere, la luce del salone della casa disabitata si accende per un’ora o due.
Ora, nessuno di noi aveva la minima intenzione di riflettere sul fatto di non aver mai visto luci accese, nonostante il salone della casa incombesse a strapiombo sull’intero paese da tutti i punti cardinali. Tutto quello che ci interessava era seguire il copione casa disabitata / effrazione che a quell’età ci sembrava un’idea vergine e originale. (altro…)

Lucianna Argentino, Inediti #2

Lucianna Argentino, Inediti #2

Abbiamo attraversato la notte in ginocchio
perché la misericordia divina
ci trovasse preparati per un nuovo impasto
e un respiro più prudente e giusto
ci fosse alitato nelle narici.
Officianti il sacramento
di quelli cancellati dalle mappe
ma ai quali è affidato il compito
di testimoniare la grazia
– quelli a cui molto sarà perdonato
perché molto hanno amato.

***

C’è voluto tutto il tempo e una gelosa cura
perché il giorno trovasse la sua voce
e una grazia acerba lo battezzasse col suo vero nome
vero sì, ma distante ancora.
Ancora nell’avvenire, ancora dove lo vorrei
pelle del mio abisso e senza distanza dirgli:
toccami, ripassami l’anima con le tue mani,
il corpo con i tuoi occhi; fammi il tuo genitivo
di pertinenza, riscrivimi la desinenza.

***

Scontata la pena da pagare,
offro in sacrificio la decima del mio coraggio
per il riemergere di lui dalle carni
– dannazione e salvezza
a testimonianza dell’indivisibilità di spazio e tempo
per me che l’ho aspettato
confidando di conoscere la mia verità
attraversando la sua. Guardando negli occhi
gli occhi opachi del suo passato,
mentre mi cresceva lontano, ma già veniva,
già si avvicinava. Ma non finiva – mai finita –
l’attesa di lui che mi possiede.

(altro…)

Martingala #4: dialogo sui minimi sistemi

lenigma-delloracolo-1910

Giorgio De Chirico, “L’enigma dell’oracolo” (1910)

«Avevo una cosa da dirti ma credo di averla dimenticata.»
Così Maurizio che non irrompe ma arriva morbidamente – io non l’ho sentito – e stringe un libro al petto. Mi giro e la sacca mi caracolla da una spalla come se davvero ci fosse stata un’irruzione, tanto è simile il suo giubbotto rosso così riconoscibile attraverso i corridoi e così squillante, tanto è simile a uno sfondamento. Tanto è quotidiana questa scorreria nella mia tranquillità quanto è impossibile che io mi abitui a lui.
«Non ho fretta, posso aspettare» gli dico, ignorando qualsiasi segnale acustico dichiari il contrario. Ma lui non ignora.
«Hai fretta eccome, la campanella è suonata, non devi entrare in classe?»
«Anche loro possono aspettare.»
La preside non la penserebbe così. Ma quello che io taccio lui lo dice, e rincara.
«La preside non la penserebbe così. E devo andare anch’io.»
«Appunto. Non ti distrarre. Non avevi qualcosa da dirmi?», incalzo.
«Te l’ho detto, non mi ricordo, se ci penso è peggio.» (altro…)

Lucianna Argentino, inediti #1

Il poema della luce
(o del teorema della ricorrenza*)

La vita è aria tessuta
con la luce.
(Jacob Molesch)

Dal treno la rivincita sul tempo
non la credeva e nemmeno sul rammarico
perché di rado se n’era visto uno sparito così,
semmai addolcito, eppure quello, adesso rinverdito,
la esortava: guardami gli anni mi hanno cambiato,
ma so che tu mi riconosci, che non mi hai dimenticato.
Ma lei – quella in carne ed ossa – era la stessa? E lui?
Di vita ne è passata, si dissero e se la raccontarono
a Milano, senza bagaglio, mano nella mano,
lungo i viali del Castello Sforzesco.
La ghiaia sotto la panchina riverberava assoli di ricordi,
scovava dubbi in fondo agli occhi e ombre dilatate
dalla luce gentile di quel pomeriggio di settembre
che, riluttante, si congedava dall’estate.
I due vagavano attoniti nel vuoto d’anni di cui erano gli estremi,
priva di guida la memoria andava a caso
e lei smarrita girava attorno a quella clausola
che poi, di tanto in tanto, le concedeva tregua.
Perché non mi parlasti?, le chiese lui
col fiato spezzato dal rimpianto.
Non sapevo ascoltarmi, non conoscevo altro di me
che trasparenza. Ma ora tu salvami da questo gorgo,
lo supplicò lei da dentro un’ancora non arresa disputa.
Lui taceva, forse un sorriso, ma appena sotto pelle
gli sussurrava che in lei c’era qualcosa che lo riguardava.
Misuravano non il peso del passato o una sua ipotetica innocenza
ma il già eluso futuro, corroso da quanto rinnegato
quando il tempo era alleato coi battiti del cuore
e il cuore non lo temeva, ne sentiva anzi la benevolenza
ora rinnovata nel fuoco di quella ricaduta.
Sconfinavano le ore, indocili e gelose,
nella recita dei loro reciproci almanacchi
accesa la questione se dal chiuso da cui era evaso, lui,
poco persuaso che fosse libertà, si potesse edificare un’intesa.
Credevo di non avere scelta, confessò lei l’autoinganno.
Il prezzo per la revisione della storia le lacrimava dentro
e stava come la luce quando cede in grani
il suo potere all’ombra che, pentita, eppure avanza. (altro…)

Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

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Villa Dominica Balbinot, Inediti 2016

 

18 FEBBRAIO 2016
LEI SAPEVA CHE LO SPLENDORE ERA FRAGILE

“In quel vasto paesaggio silente
(in quella fredda desolata gola)
spiccavano,
le austere cime scure
dei grandi alberi
e lei aveva negli occhi
una terribile dolcezza”

La brezza finalmente cadde
l’acqua divenne immota…
Lei sapeva che lo splendore
era fragile,
ben presto sarebbero ripresi gli stridii
– i ronzii 
i minuscoli movimenti
– quelle uccisioni –
e in quell’ordine universale e verticale
calante poi dall’alto
– fino nel corpo del delirio
– fin in quel silenzio epilettico
e dalla finalità cupa
.
E nei trapassi tematici della pena
bisognava forse scegliere la più sottile
– e la più solida –
– e la più grigia
delle correnti del pensiero,
attaccarsi ad essa come a un prete cieco…

 

 

21 MARZO 2016
ERA POI SEMPRE QUELLA STESSA ALBA

Una luce grigio-perla
continuò a essere diffusa
ostinatamente nel cielo,
al di sopra di stradine fiancheggiate
da faggi purpurei,
– e mutevoli siepi
(ahh quell’attrattiva suprema
dell’essere fugaci!)

Fu proprio per questo presagio di mortalità
( e per la sua vita
– involuta e sotterranea 
con un languore tutto spirituale)

che poi auscultò il mondo della realtà:
era poi sempre quella stessa alba,
vi era un gran silenzio,
e tutto era assolutamente perfetto,
in un rapporto sinistro e formidabile
come una sorta di istruzione sul silenziato omicidio,
a riprendere quel filo rosso della violenza
che passava per ogni nuova cosa
che imparava.
[Oh potere andare a valutare
i danni della devastazione
-su quegli sconfitti-
come se vi potesse magari essere
una qualche opposizione a tutte le sue asserzioni
(Lei aveva gli occhi selvaggi,
– e tutte quelle ferite puntorie)]

 

 

17 aprile
IN UNA EVOCAZIONE DI ACQUE FRESCHE – E PERICOLOSE

Lungo la riva del fiume
le candele dei sommacchi
bruciano di un rosso opaco,
in una evocazione di acque
fresche – e pericolose

In quei tramonti opulenti
(essi chiusi nel loro vuoto risplendente,
nel loro pallore

  • e tra le dune fredde)
    lei era sabbia, lei era neve
    scritta riscritta spianata
    (sotto sotto bruciante sempre)
    lei che martirizzava poi quanto la legava a loro
    tra folgorazioni sorde
    qualche nuovo – feroce – atto di dio
    (“inutilmente crudele” – dice lei con tono freddo)
    e le carnarie mosche
    sommerse
    in tutti quei fossati che producevano
    soltanto giaggioli selvatici.

 

 

23 maggio
SA DI ESSERE ALLA MERCÉ DEGLI EVENTI

…[Sa di essere alla mercé degli eventi
sa che gli eventi non hanno pietà…
Ora è preparata alla lacerazione…]…

Da la realtà banale – e infettiva 
(assumendo l’opportuno atteggiamento
di afflizione)
torna nel regno della follia metafisica

della infinita speculazione
In una regione crepuscolare
– senza cielo (con troppo cielo)
ecco la allucinazione lunga:
i fiori del castagno divampano
eppure ovunque vi è qualcosa di blu
forse la fosforescenza
della neve nell’ombra
quella sommersione gessosa
– e ubiquitaria (e massiva) –
che divora.

 

19 luglio
ERA BELLO TROVARE UN PRATO BIANCO

Era bello trovare un prato
bianco
(sotto la luce della luna)
– e qua e là degli assetati fiori celesti

Essi pensavano che lei fosse triste,
di una tristezza violacea
( eppure fragile squisita)
nelle sue digressioni fredde

e tra tutti quei reliquati
– della tossina magnifica
– del terribile silenzio
– della funeraria estraneità
Aveva invece una certa magnificenza
una sua interna voce pallida – da prima comunione –
nel pensare a come quelle sue labbra amate
erano meravigliosamente fredde
ma una parte del suo corpo tremante
(allora allora –
quando lei osava sopportare
la perfezione che agghiaccia)

 

 

16 agosto
PERCHÉ POI SI ACCETTASSE LA SPOGLIAZIONE

Le piante di sorbo circondavano la casa
come fiamme di un rosso rame
e in mezzo l’erba era morbida
come muschio o crescione
(e ogni cosa sembrava in attesa:
gli animali uccisi, gli alberi,
i campi, e tutti quei monti…)

In una regione crepuscolare senza cielo
tutto le appariva secco
distorto immobile,
perché poi si accettasse la spogliazione
come cosa naturale.
In quella debole colorazione ossidata
– di un metallico paesaggio 
perdersi così era come mettersi coi morti,
tra le impedimenta,
l’insanguinarsi,
il ripassarsi la lapide
nell’atroce ascetismo.
(Come può essere calma e immota la natura
– lei pensa –
come se sempre fosse un monco inizio,
livido e sontuoso e torbido
uno sguardo maniaco
– e nel presentimento selvaggio
 e nelle esalazioni secche della terra).

 

 

22 settembre
I FIORI ERANO FERMI E LONTANI

L’immenso abbandono degli uomini era intorno a lei
– e tutta quella ostinata vocazione alla assenza:
i fiori erano fermi e lontani
come fossero dipinti
(forse erano gigli di palude
grigi e azzurri)

Nel vasto mondo crepuscolare
aperto da ogni parte
oltre la – vasta – opacità diffusa
si intuiva il mare tragico,
i lontani tumulti allucinali
dell’orizzonte,
e il freddo aveva un che di immobile
– di angosciastico 
si vedevano scintillare cupi angoli.
Perfino l’alba fu modesta e pallida,
una prima visione lucida vetrosa,
con lo sboccio lontano dei fiori notturni,
l’ultima forma coagulata…
Lei voleva essere sempre
segretamente furiosa:
nella sovrapposizione dei flagelli,
– dei teratologici casi –
gli occhi morti, la lingua persa
quelle – sue – cogitazioni proibite
la nudità nella sua paurosa concisione…

 

14 ottobre
LA LINEA DEI COLLI È PRECISA – E NETTA

La linea dei colli è precisa – e netta
tra quelle valli celestiali
(minate):
e sono infocate tutte quelle morte vie…

Lei allora passa,
alla dissezione delle cose maestose,
nel tempo neutro
– in questo recesso –
negli anni vuoti,
anni di espiazione e delle cerimonie esequiali
(dove tutto è essenziale esatto nudo preciso corretto).
Ogni cosa pareva avere una brusca amara bellezza
in un suo certo estetismo nero e profetico:
i colori,pressanti e sanguigni
come la corolla di un fiore morto

il consuntore morbo,
forse una qualche lapidazione vera
la ossatura a sconnettere,
– tutta tutta la solitudine delle grandi pietre sgocciolanti
(tra le nubi di un bianco cretaceo,
a sorreggere quel mondo di silenzio
e di una strana disperata pietà)

 

Questi inediti di Villa Dominica Balbinot, tutti composti nel 2016, gettano una luce che non teme di essere cruda sulla «agghiacciante perfezione» della pallida, straniata bellezza nel mondo dissestato, funestato, infestato da «consuntore morbo», punture, dissezioni. Per questo, e non soltanto per il rosso-rame del faggio purpureo e per il rosso ‘insolente’, dallo splendore incurante, del sorbo, che qui si manifesta e che richiama Cespugli di sorbo del poeta tedesco, questi inediti riportano alla mente Gottfried Benn, non a caso annoverato da Cristina Campo tra i suoi “imperdonabili”. (Anna Maria Curci)

Martingala #3: Merulana

merulana

Via Merulana, google maps

Quello che so dalla Merulana l’ho imparato da Gadda e dalla passeggiata che compio ogni giorno, come la consegna a rifare il letto di un soldato. Il breve avvallamento dopo San Giovanni, quando crocia i binari della Labicana, poi la risalita verso Santa Maria Maggiore, la piena di grazia e la bella delle belle, con la sua larga facciata complessa e il campanile più alto della città. Sembrerebbe breve, la Merulana, a cominciarla, ma è una delle vie più lunghe di Roma. Per un trucco dell’ottica ogni isolato rischia di sembrare metà strada, ma non lo è quasi fino al ninfeo di Mecenate, che in tempi passati era un posto gentile. (altro…)

Paolo Ottaviani, inediti

UN SOLDATO MI DISSE NON SPARARE

Un soldato mi disse non sparare
tutti sulla collina sono morti
guarda oltre il campo spento il brulicare

delle ombre, incerte sagome, contorti
spiriti in cerca ancora di una pace,
non sono i vivi diversi dai morti

che di cenere coprono ogni brace.
Quasi tra sé cantava e controvento
(forse intravidi un suo ghigno fugace,

strano timore da spaesamento).
Parlo con i miei morti,
bisbiglio alle mie piante.
Credo finito il sogno negli assorti
volti dei cari, oltre il nudo versante.
Quale strana collina
ora ci accoglie? Siepi d’albaspina
lampeggiano nel bianco
felicemente bianco
il gelsomino nel chiaro orizzonte
poi mi risveglio e ritrovo Caronte.

*

UN RAGAZZO LUNARE

Sorride in hora mortis una madre.
È il tempo inquieto del dolce vagare.
Precipitano rondini leggiadre

contro l’azzurro d’acciaio del mare.
È un po’ come morire – e sorridente
va in una luce incerta ad irrorare

di caldo sangue una radice ardente.
Nessuno in questo deserto s’inchina
a pregare e nessuno veemente

insulta il cielo sopra la collina.
Solo va pensieroso
un ragazzo lunare
e terrestre in cammino su un petroso
tratturo antico ove non può strappare
la carne del suo cuore
dalle rocce che il caso – o forse amore? –
in ogni angolo scaglia
senz’ordine o avvisaglia.
S’incurva sulla terra e sulla luna,
ritrova la sua luce in una cruna. (altro…)

Monia Gaita. Inediti

monia-gaita

 

Tu rassicurami

Io non so seppellirti

e fare sosta

lontano dai tuoi arrivi.

Perché io non so sopprimerti

somministrando una ragione altra

a questo andare.

Si fa rabbiosa la fame dell’attesa,

raccoglie molti affluenti di tenacia

e raccomanda l’àncora dei giorni

alle tue funi.

Un racemìfero Dio

rammenderà

lo strappo del mio cuore,

ma io rampollerò in acerbo

dalle spighe.

E raschierò come un cancello che si oppone

all’apertura.

Tu rassicurami

che niente andrà perduto,

che la membrana o il seme di noi due

non avvampava d’ira

ma d’amore.

 

 

Imprimo il tuo nome

Imprimo il tuo nome sull’argilla.

Dalla cisterna risale fino all’ultima terrazza.

Due fiumi lo attraversano: il prima e il dopo.

Scavano ai fianchi la montagna

e inondano il terreno tutt’intorno.

Imprimo il tuo nome sull’argilla.

Coi fili tesso stoffe e annodo corde,

occupo la penisola che abiti al suo centro.

Boschi di abeti e cedri ti percorrono,

strisce di piane fertili e castelli.

Io ti cammino nel sottosuolo degli incendi

e salvaguardo oltre la copia delle forre

quel che resta:

la mano nella mano

che pigia l’uva dell’affetto nella conca

e il capo della luce

che al limitare delle perdite

ci avvolge.

 

 

Nella taiga

Ti parlo sottovoce e senza vocazione.

Sono stanca.

Forse perché lo spigolo tuo vivo

ancora mi ferisce,

forse perché ho girato a vuoto

nel lemmario dell’autunno,

forse perché un impervio di battaglia

ribolle dal profondo.

Ti parlo sottovoce e senza vocazione

mentre i cavalli tuoi selvaggi

mi galoppano i dintorni

e tu lesioni e lastrichi d’agguati

le montagne.

Io aggancio la mia slitta al tuo calesse,

saliamo in groppa

ad un macchieto di domande.

Mi ami? -Ti chiedo-

mentre si smussano

i denti della rabbia

e tento di annegarti

nella taiga di un racconto

un’altra volta.

 

 

E attendo l’ora

Fischiano i polmoni delle case,

ne premo con la punta delle dita

gli alveoli sovvertiti.

Fa male guardare il vuoto indefinito

alle ringhiere,

scioglierlo lentamente sulla lingua

come un bacio.

Il nido dell’infanzia è divorato,

scorge da un gomito del monte

una frontiera,

spartisce l’acqua del deluso

coi noccioli.

Eppure si consola

e nella polveriera pronta a esplodere

del giorno

si traveste,

sicuro di sfuggire alla vecchiaia,

al buio che lo spintona

nella fine.

E camminiamo scalzi,

le bocche sgretolate dalla bruma

di ciò che non sappiamo,

che scarica alla cieca la sua furia,

che fa dei passi

un peso liquefatto.

E attendo l’ora

che guarirà le ulcere alle mani,

che accenderà le stelle al led

nelle cucine.

Attendo l’ora

e la fisionomia di quanti

non posso più chiamare

con un nome.

 

 

Monia Gaita è nata a Imola (BO) il 7-11-71 ma vive a Montefredane, paese d’origine in provincia di Avellino.

Giornalista e critico letterario, ha all’attivo pubblicazioni in prosa, Rimandi(Montedit-2000) e in poesia, Ferroluna(Montedit-2002), Chiave di volta(Montedit-2003), Puntasecca(Istituto Italiano Cultura Napoli-2006) , Falsomagro(Editore Guida-2008), Moniaspina(L’Arca Felice-2010), Madre terra(Passigli-2015).

Presiede con Elvira Micco il Premio di Poesia e Giornalismo Giuseppe Pisano che promuove con la Proloco.

Diverse sono le riviste e le antologie che si sono occupate della sua poesia: La Mosca, Gradiva, L’immaginazione, Sinestesie, Silarus, Critica Letteraria, La Clessidra.

Collabora a “Clandestino” e “Nuovo Meridionalismo”.

Peppe Stamegna, Navigare navigare

foto gianni montieri

foto gianni montieri

Navigare, navigare

Ma quale Australia, io me ne vado a Salina. Scappo per fregare tutto questo dolore, come vent’anni fa. Penso, penso e penso, ma in realtà non vorrei avere più tutti ‘sti pensieri in testa come se fossero frasi di un libro: non devo fare come Giacomo, io devo cercare di pensare con parole che conosco fino in fondo, almeno provarci.

Il porto di Napoli stasera è tutto acceso, sembra giorno. Tante persone all’imbarco e macchine, camion e quella solita agitazione dei marinai prima di salpare che contagia i viaggiatori, e anche me, stasera. Avevo paura dell’ennesimo fallimento da condividere con Giulia, lei mi ama, io la amo, ma non c’è nessuno tra di noi a dirci che l’amore non c’entra nulla quando devi prendere una decisione: LA DECISIONE. Meglio se me ne sto da solo per qualche giorno. Dicono che pioverà stanotte, e che si alzerà il mare. Che m’importa, tanto questa nave è enorme almeno quanto il palazzone dove abito a Roma: tutte le notti insonni che ci ho passato lì dentro, ora sono niente davanti a questa notte piccola piccola piena di mare e ferro.

– Un caffè lungo, per favore.

Sento le onde sotto le gambe, mi sa che il mare si sta già incazzando. Mannaggia mi sta salendo la serpe in gola. No, non ci casco stavolta. Butta giù la saliva, su che ‘mo passa e se ne va via questa bestiaccia. Mica è la prima volta, dài. Anche se non mi capitava da tanto tempo, porca miseria. Però.

– Senta, ma che forza è ora il mare?

– Non t’ preoccupa’, nun affond’ ‘sta nav’ (hahahaha).

Sto scemo di un barista. Uno mica deve affondare con tutta la nave per cacarsi sotto. Stronzo. Tutti stronzi quando ti vedono debole, ‘ché già dalle domande che fai si capisce che ti stai affidando completamente a quello o a quelli a cui le stai rivolgendo. Non lo imparerò mai. Tanto questi se ne fottono del tuo imminente crollo, questi sentono solo gli ordini dei capi e le partite alla radio: non devo perdere tempo con persone così. Esco, ché mi manca l’aria. Cazzo che freddo qua fuori: com’è bello vedere tutti quei puntini della città sparsi nel buio, che brillano. Ci fosse Giulia, resterei abbracciato a lei per tutta la notte. Che freddo c’è stasera. Oddio mi sale tutto in gola, oddio la serpe sta salendo in gola. Scappare in Australia, ma come faccio? sono un fifone sono: dico dico, poi faccio sempre le stesse cazzate e non mantengo le promesse. Napoli già non la vedo più.

(altro…)

Inediti di Carlo Tosetti

foto di Carlo Tosetti

foto di Carlo Tosetti

Tarkovskij


A ristorarci nella Piazza
delle Sorgenti gustammo
vino rosso e pici,
e meglio avremmo fatto
credo ad emulare
non le penitenze
di Santa Caterina
ma il respiro suo,
l’assimilare il genio
delle Naiadi che spande
il fumo vaporoso e guaritore;
immobili e cotti,
nella piscina rispettosi
del voto al matto di Gorčakov.

*

Papillifera

Il ratto delle papillifera
perpetrammo ai muri antichi,
li bacava la cedracca
nei viottoli scoscesi,
ch’io correva superati
giovane saltando
profondi gli scalini,
risalendo la Via Annoni.
S’ambientarono cogl’anni
alla roccia del mio viale
e quando Alvaro poi s’appese,
in colonia organizzate
divorarono i bei fiori;
così poggiammo
il futuro sui veleni,
sul ricordo lagrimoso
della malìa di lumachine,
appartate nei bastioni.

* (altro…)

Biagio Cepollaro, Al centro dell’inverno (inediti)

biagio cepollaro, foto di Dino Ignani

biagio cepollaro, foto di Dino Ignani

*
Presentiamo oggi pomeriggio poesie di Biagio Cepollaro dal libro in lavorazione Al centro dell’inverno; libro che chiuderà la trilogia Il poema delle qualità; iniziata con Le qualità (La Camera Verde, 2012)  e proseguita con La curva del giorno (L’Arcolaio 2014). Ringraziamo l’autore e vi auguriamo buona lettura.

*

Prologo

Dal collasso della storia

1.

il corpo ogni giorno si accende come si avvia un terminale
a lui fanno capo i messaggi in arrivo e ogni input che suona
è richiesta di attenzione e risposta. è pioggia che batte
sui vetri la chat che moltiplica i gruppi divisi per tema

 

2.

il corpo al centro dell’inverno può anche coprire con un respiro
lo spazio della stanza: desiderio e gioia ripetono la loro danza
ma è come stare su di una zattera o dentro un cerchio di luce
che scivola sulla terra. è tutto intorno che non si vede o peggio
è questo mondo prossimo che anche visto non si può toccare: sono
i corpi tutti nell’acquario che “postano” di cibi gatti e grandi imprese

 

3.

il corpo ogni giorno si connette attraverso un fascio di luce
ad altri corpi e le teste si annodano con onde invisibili
che muovono e smuovono anche di notte senza sudare
ciò che prima era solitaria fantasticheria ora è fantasma
di gruppo che si solleva dai cuscini e plana attraverso le porte
se il corpo tagliasse questo filo che lo lega agli altri
si sentirebbe immediatamente respirare ma l’incertezza
della strada sarebbe più grande e anche assordante
sarebbe l’immediato silenzio sceso nella stanza

 

4.

il corpo si tuffa nella piscina riempita da parole
che scorrono incessanti attraverso tubi invisibili
e lo connettono al mondo da ogni lato. sono continue
trasfusioni di senso che nella quotidiana insensatezza
affollano psiche fino a farla sola e febbricitante

(altro…)