inediti

Bende: inediti di Francesca Genti

BENDE

sondare la sintassi per cercare
un suono che faccia innamorare

se della persona io potessi
conoscere soltanto il corpo astrale
vedere l’animale che traspare
sotto bende di pelle e di parole
allora: si scioglierebbe il sole
la pietra sopra il cuore
si asciugherebbe
diventerebbe sabbia
poi granello

e la incastonerei sopra un anello
.

*** (altro…)

Tre inediti di Viviana Fiorentino da ‘Profughi’

.

Profughi I – viaggio per mare

Ed è troppo vasto questo orizzonte
di oceano e di rocce
ché nella mente l’ho immaginato
io diverso.

Perché le cose si sono incrinate,
come quella vernice
sul legno della barca.
Perché poi anche il mare ha lavato tutto
e io ero consumata
ero io il pupazzetto sulla sabbia
fatto di plastica tutto di rosa.
Perché sulla spiaggia anche lui cercava,
e anche si deformava,
la sua essenza, polimerica.

Dove allora il promontorio declina,
io ti dico,
che anche qui le cose rosa verranno
e anche gli anni passati
e anche per noi ci sono
gli arcobaleni
e fatalità pure da inforcare
tra queste nostre dita.

Anche perché poi le cose si crepano
ed è perché la luce passa e scava.

Se questa necessità,
se è l’ago che infilza,
io non lo so ma
ora ancora dopo ancora il viaggio
senza occhi, perché certo erano chiusi,
perché come palpebre della bella
con orrore chiusi di certo abbiamo
sognato,
senza storia.

.*

Profughi II – o è corrente

Ora è questo un manto di alghe e sale
sotto il vento atlantico
o è corrente marina del fondo
ora della mia e della tua vita
ora è sogno o perla luccicante.

. (altro…)

Mauro Barbetti, ‘CHECK POINT’. Inediti

I
L’escursione termica
della notte
a dirci che arriva
arriva l’ora vuota
l’occhio fisso
la strada bianca
l’assenza

*

II
Nel buio
all’infrarosso
azzurra è la notte
e mite se dura
L’allarme invece è rosso
è calura
calore che si muove
nel campo visivo
freddo sudore

*

III
Nel ritrovo bianco
delle strade a giorno
le donne sperano
che il casco
abbia un sorriso
una sigaretta buona
una vagina a casa
e una calda a scorta
che il mitra
non abbia fascicolazioni
né nervi tesi
o conti in sospeso
Ma anche in Occidente
si è poco felici
Forse ancora meno

* (altro…)

Inediti di Matteo Vavassori (con nota di lettura)

..

multiplicasti gentem, non multiplicasti laetitiam. Le moins de vers qu’on peut faire, c’est toujours le mieux.

(Voltaire)

 

perdere

quando sgrano il tempo
come un baccello o
come un rosario
sempre vado in perdita,
son perdente tutto
rimane il niente,
guadagno il niente
ne ho piene le tasche e le borse
e scatole vasi
bicchieri bottiglie orecchie
calze buchi anfratti
come una slavina, come
un’evaporazione, un passaggio di stato
un passaggio da una menzogna a un’illusione.
Quando sgrano il tempo la memoria
è il falso di un imitatore inabile
e non trovo nulla
da raccontare
e trovo il nulla da raccontare
lo racconto per ore per giorni per mesi
mi dilungo narrando il nulla
in ogni dettaglio,
con scrupolo, nella sua interezza
completezza, totalità

***

Occorre terminare i discorsi
sulla corruzione delle membra
o su tempi trascorsi
che ognuno con pena rimembra

Occorre favellare senza memoria,
una amnesia confabulatoria,
narrando eventi mai accaduti
inventandosi la storia,
tracciare rotte migratorie
come anatre che volano
placide, appese al cielo

***

Fuggito dalla purezza del non fare,
dell’arte oblivionale:
perché? qual è il guadagno?

Il guadagno più grande è nella perdita,
in un piano inclinato su cui scivolare
come una cascata
senza sosta

***

chi c’ha preceduto ha
fatto cadere dalla sua
borsa (o forse ha perso
non consapevole)
delle pietre d’inciampo e
delle briciole, dei granelli
di polvere che ostacolano il cammino
di chi vien dopo, dei regali e
degli attrezzi da schivare
con passo svelto, pesanti
manufatti di ferro legno e silicio
che sono come un pegno o un auspicio

l’ossigeno brucia ed erode
alimenta il respiro ed esplode
e appena fuori dalle città vi
sono strade di zolle e di fango
ammassi di funghi d’alberi ed erba, cieli
ingrigiti screziati di foglie rosse
gialle verdi ocra arancio,
mazzi di chiavi arrugginite, sassi,
sterpaglie e filari di vite

***

Colore profondo

Si stacca la roccia dal picco
e sprofonda nell’abisso

Così incede per via
con vitalità rovinosa
energia tellurica emanando
con passo sismico
nelle città come nei boschi
sempre ebbro e lucidissimo

Lo vidi un giorno, forse
da lontano o forse riflesso,
tanto rovente da ardere il ricordo
incenerendolo e fissandosi come cicatrice

***

Deriva

La riva asfaltata del fiume
che attraversa la città:
un’automobile è parcheggiata là,
macchina fatta di macchine fatte
di macchine fatte di macchine
via via sempre più piccole
e minuscole, macchine di molecole

Le narici s’enfiano d’aria
gelida, in piedi di fronte
all’immane paesaggio e i monti
paiono immobili e le nevi
e i pini inalterabili – permanenti:
ma se guardi meglio, tutto vibra
e guizza, si succedono zero
e uno, meccaniche pulsazioni,
distensioni e ritenzioni,
scintillio pulviscolare, ritmi
d’alternanza che ci fanno
sparire e ricomparire

***

è esistito
un tempo
nella geologia privata
in cui un ceruleo sfondo invernale
era una pesante
lastra di vetro e ghiaccio
smerigliata e abbagliante
e l’aria polare
infiammava le narici
fin nei polmoni
invadendo il labirinto
dendritico degli alveoli
esplodendo in un fuoco arborizzato

e non vi erano lacrime
o ricordi né giudizi o confronti
il verde stinto dell’erba tendeva a spopolare
gli sguardi e spolpare le menti
niente era meglio niente era peggio
niente era necessario o superfluo

 

Nato nel 1979 in Brianza, me ne allontano quanto prima, subito dopo il diploma classico. Conduco studi di Filosofia a Bologna, dove entro in un circolo di studio raccolto attorno alla cattedra di Storia della Filosofia contemporanea, tenendo anche alcune lezioni in Università sui rapporti tra pensiero e arte. Successivamente, trovo impiego in diverse realtà dell’editoria milanese. Dal 2013 tengo lezioni serali di lingua italiana per stranieri, a titolo volontario.

 

Nota di lettura 

Leggendo le poesie di Matteo Vavassori, ancora inedite e senza un titolo che le racchiuda, l’impressione che se ne ricava potrebbe riassumersi in formule antifrastiche come: pienezza del vuoto, oppure: mancanza affollata. Incontriamo un io lirico che ha inevitabilmente molto vissuto alle spalle, sa di averlo ma stenta a riconoscerlo e simbolizzarlo come acquisito. Il sentimento saliente risulta dunque quello della perdita, ma comunque inseparabile da una ricchezza fatta di cose sapute, di esperienza. Il primo testo sviluppa proprio questa ambiguità: «quando sgrano il tempo/ come un baccello o/ come un rosario/ sempre vado in perdita,/ son perdente tutto/ rimane il niente,/ guadagno il niente […] e trovo il nulla da raccontare/ lo racconto per ore per giorni per mesi/ mi dilungo narrando il nulla/ in ogni dettaglio,/ con scrupolo, nella sua interezza/ completezza, totalità». Il conflitto è allora tra il vorticoso moto del tempo, del suo corso inevitabile, e l’interezza di un’identità che si costituisce soprattutto negli abbandoni e nelle perdite. Tra i testi leggiamo ancora: «Il guadagno più grande è nella perdita»; «Ogni volta che perdo la coda/ piango e rido insieme»; «Occorre favellare senza memoria,/ una amnesia confabulatoria,/ narrando eventi mai accaduti/ inventandosi la storia»; «un tuono muto/ un suono vuoto/ per riempire i buchi». Se ne ricava una tensione a tratti intollerabile, la cui improvvisa liberazione può passare attraverso immagini di catastrofe: «Perché in una temperata mattina/ d’aprile la tua mente/ ti conduce al pensiero di Hiroshima?»; «i calcinacci delle case cadere come meteore/ sulla folla inghiottita dalle voragini»; «Guardo il mondo che crolla/ le città non sono che colossali resti fossili». Altrimenti è il soggetto stesso a farsi fossile avulso dalla storia, e questa silloge in divenire si configura sempre di più come il racconto di una nevrosi, sospensione tra istanze opposte e nessuna prevalente, tra un’ansia di azione e il ricadere nella stasi: «La realtà era là/ vicina come un giardino/ assolato»; «Percepisco sullo sfondo/ il trasporto delle merci»; «tutto ciò che posso sentire/ è fatto di soglie/ che dovrei oltrepassare». Le parole lottano proprio contro questa contiguità impenetrabile, contro il senso di estraneità che emana dal mondo e dalla nostra stessa esistenza: «e io/ in quanti passati abito?»; «chi c’ha preceduto ha/ fatto cadere dalla sua/ borsa (o forse ha perso/ non consapevole)/ delle pietre d’inciampo e/ delle briciole, dei granelli/ di polvere che ostacolano il cammino/ di chi vien dopo»; «bambini invecchiati obsoleti frutti». Appare poi, ma è forse secondario, il rammarico di una propria responsabilità personale, come nella rima contraffatta di questi due versi: «Hai dimostrato grande responsabilità nel fuggire i doveri,/ i legami, le promesse, gli impegni. Ma prima dov’eri?», o nella minacciosa promessa contenuta nei Lacerti di un dialogo con un interlocutore ipotetico: «E ci troveremo tra tanti anni/ e faremo la conta dei danni/ e ognuno di noi porterà le proprie macerie/ fatte a nostra immagine e somiglianza». Da lettore mi auguro che il futuro libro di Vavassori possa configurarsi sempre di più come il romanzo di una coscienza, continuando a sviluppare quelle zone di opacità così faticose da vivere ma così feconde nella scrittura.

© Andrea Accardi

Lucia Guidorizzi, Icelandia (inedito)

26172883_10213402443528237_4641304482349487370_o

(foto di Lucia Guidorizzi)

ICELANDIA

Ti devi rallegrare di questa conoscenza pesante raggiunta fra banchi di ghiaccio
                                                              Harry Martinson, Le erbe nella Thule

Da fuoco e gelo contrapposti
Scaturiscono contrastate armonie

Alla fine dell’aurora
Inizia una nuova notte
Tra lembi di luce sottile

“Quale occhio umano
potrebbe guardare attraverso
il suo velo intessuto di nero?”

Percorriamo vie luminose e buie
Per estreme regioni ulteriori
Ascoltando il sillabare dei venti

Profezie di sibille marine
Evocano velieri naufragati
Tra icebergs biancoazzurri

Neve e lava si contendono gelide rive
Mentre i fiori artici (non esistono)
Si aprono sulla terra nera e dura
Frangendosi in ghiacciati frammenti

Parola cianotica
Rotola nel giorno
E cade improvvisa
Come passero morto
Dal ramo

***

Prendendo in consegna la notte
Navigare per i fiordi interiori
Estendendo il dominio dei giorni
Fino all’ultimo estraneo confine
Dove si scontrano silenzio e cecità

Noi siamo un’isola
Avvolta da vapori
E tempeste di vento artico

Vulcani incrostati di ghiaccio
Emersi da acque di tenebra
Spettrali nella luce livida
Di crepuscolari mattini

Accerchiati dal gelo
Eruttiamo fiamme
Dai nostri abissi

Circondando ogni cosa
Che ci è prossima
Con un’aura mefitica
Di veleni e cenere

 

Qualora la potenza del gelo
Si miscelasse con questi fuochi sottili
Dovremmo enumerare altre notti
In cui solo fragore di cadute
Perimetri vertiginosamente le altezze

Naufraghiamo in livide onde silenziose
Dialogando continuamente col buio
Pronunciando parole notturne
Mentre la Luna sbilenca si avvicina
Fin quasi a toccare la Terra

Astri e strade ghiacciate
Topografie dimenticate
Ci conducono all’ultima Thule
Remoto luogo dove deponiamo
Ogni frastuono diventando
Custodi silenziosi della Notte

© Lucia Guidorizzi

 

Alberto Marchetti, Inediti

 

L’ONDA E IL VENTO

È il vento che rincorre l’onda
o insieme s’inseguono invano?
Si tengono stretti per mano
o bramano prima la sponda?

Lo scoglio frantuma ogni assalto
ma leviga il mare il suo aspetto,
consuma il granito ogni getto
e sabbia produce ogni salto,
lavora incessante e quel moto
che varia ma non ha mai fine
trasforma le coste e il confine
tra quello che è certo e l’ignoto.

E l’onda ora spuma di vento,
fa gorghi e mulini, e veloce
nel cielo in un ballo feroce,
contorta in volute d’argento,
s’innalza, coll’urlo dei cento
titani che assaltano Giove,
impazza l’inferno lì dove
si fanno, acqua e aria, tormento.

Poi corre una brezza leggera,
il vento abbandona, riposa,
e immemore l’acqua, sua sposa,
ritorna tranquilla, com’era.

 

(altro…)

Inediti di Adriano Padua

© René Magritte, La Reproduction Interdite, 1937, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam

*Consigliamo di usare la modalità “Rotazione schermo”
per una lettura più agevole di testi*

.

.

la somma delle voci sovrapposte, pensiero dominante omologato, appresso un senso
.                                                         [di sopraffazione, familiare, con la ferma certezza
di non poter sparire un’altra volta, nessuna redenzione né speranza, la realtà una possibilità,
.                                                         [di scelte obbligatorie,
i fatti si dimenticano, svaniscono graduali, rimangono parole, nient’altro per adesso,
.                                                         [ed è paradossale tutto questo, ma succede
dipinto nello spazio di una tela, nel vincolo di un tempo travisato,
.                                                         [che ci cancella rigido e uniforme, inosservabile,
quest’aria è velenosa, guastata, sa di plastica, ma serve ancora ossigeno, anche contaminato,
.                                                         [dobbiamo respirare e su di noi
si sente il peso addosso della polvere, la strada si allontana, è un viaggio all’incontrario,
.                                                         [nessuno da incontrare, ci sono solo nomi

 

In preda ad insignificanti sogni, osservano precise imposizioni, con uno specchio in tasca,
.                                                         [luminoso, la faccia replicata in ogni schermo,
arresi nei sorrisi, volti modificati, si inventano valori inesistenti, per puro istinto di sopravvivenza,
.                                                         [nell’influenza propria del potere
di cui sono soldati, ne sposano la causa, inconsapevolmente, e grazie al cielo stanno tutti bene,
.                                                         [ritorneranno a casa sani e salvi, come sempre
mentre fa buio fuori, gli spettri riconquistano le strade, dispersi tra edifici di parole, in zone
.                                                         [temporaneamente autonome, a celebrare il suono,
le finestre nascondono letti bruciati, e le fabbriche brillano spargono morte, agisce per oracoli
.                                                         [il pensiero magico, li rassicura, rinchiusi tra le loro
quattro mura, coi quadri appesi e il vuoto accumulato, i chiodi l’odio e i cristi crocifissi, pareti
.                                                         [screpolate, abissi che s’elevano, tra spazi circoscritti

 

disegnato, un paesaggio mancante, che nasconde la pioggia alla stanza, non si può dare un volto
.                                                         [alle ombre, non un nome al silenzio incombente,
scena senza memoria, irrisolta, ambientata in un luogo a cornice del niente, che si svolge per
.                                                    [fasi, quasi statiche, con variazioni prive di rilievo, nei dettagli,
i giorni come un marchio, tatuato, rimangono indelebili, abitano la pelle, non li estrai,
.                                          [si insinuano tra i pori dove ora, l’odore di quest’acqua è una ferita,
non sanata, e le parole sono interferenze, sonora anestesia, attenuano il reale, la sua violenza
.                                                         [nell’assuefazione, mentre ogni cosa resta al proprio posto,
condannata, a compimento intorno del disordine, in apparenza privo di dinamica, elementare,
.                                                         [nella sua assenza di rigore e regole, nell’incodificabile
linguaggio dato dalla posizione, si anima lo schermo, è vuoto il muro, e intanto si confondono tra
.                                                         [loro, la fine con la rappresentazione, le profezie e il futuro

 

la notte respirata dall’esterno, il buio speculare delle case, che scompaiono, comprando con
.                                                         [il tempo la realtà, ma senza possederla,
da consumarsi preferibilmente, mai e poi mai per sempre, adagio transitando, tra volti che non
.                                                         [hanno connotati, nomi ignoti.
questa città che non finisce più, incubatrice d’odio, divora l’aria e il suolo, cratere rovesciato
.                                                         [verso il cielo, all’incontrario,
si osserva con lo sguardo spiritato, è un’allucinazione, molesta, nella testa, contrasto di tensioni
.                                                         [bipolari, pulsanti nello stomaco
in subbuglio, laboratorio in cui si riproduce il male, labirinto, enorme ed anormale, d’asfalto
.                                                         [logorato, irregolare, senza uscita
segnato dalla pioggia e dal passaggio, percorso con un’andatura incerta, trascinata, e il cielo non
.                                                         [si placa, è una ferita aperta sulla strada.

.
© Adriano Padua

Inediti di Gianmarco Busetto

.

aggiusto la camicia, mastico una voglia
il pomeriggio, lo schiaccio tra le dita
queste mura di cinzano e rosette, troppe volte
mi hanno visto pregare: l’amore di pulire
il fegato di resistere, la gola di smettere
Piero dice − mia madre era strana:
leggeva Schopenhauer e portava tacchi alti

sapesse Piero quante volte ho immaginato
sua madre stesa a gambe aperte
ora non sarebbe così mieloso
− da queste parti lo strano era mio padre − dico io
− mi picchiava con la cinghia e portava le bretelle
sotto al cavalcavia oggi, hanno
gettato due cessi nuovi di zecca
domani saranno delle ortiche
oggi della stupidità

 

*
da qualche parte sarà domenica e azzurro
preghiere che partoriscono inguini, sandali
e altri splendori da leccare

il parco è una lingua amara e il cielo
lo straccio di dio

steso sull’erba nera scippo bocconi ai topi e
penso che, in fondo, il credersi indispensabili
sia solo un peccato minore, che cosa più
grave sia perseguire la bellezza
crederla saldo, pensarla salvezza

altalene e scivoli sono coperti d’ortica

i bimbi dell’ultimo nascondino non sono mai stati trovati

oggi il parco è una marcetta da camposanto
una lingua amara che accompagna a gole straniere

solo gli occhi del mio cane mi chiedono
corsa in direzione contraria

 

*
e ci sono sbagli che vorresti riempire di fiori
qualche cadavere di ricordo da seppellire nel miele
un belato di niente al quale trapiantare un fegato
c’è una rabbia, di notte, che alla luce tradisce sorrisi
e ci sono danze, scherzi e carnevali muti
come vedove, come qualcosa che tace più per decenza che
per dolore, come me che ti chiedo – Come ti chiami? –
e tu che mi rispondi – Neanche una goccia, nemmeno una – (altro…)

Alfredo De Palchi: Ipotesi, Venerdì 13 e Regolare 13 (inedito)

Alfredo de Palchi, 1957 On the road Mississipi River (da http://www.alfredodepalchi.com)

IPOTESI, VENERDÌ 13 E REGOLARE 13
22- 31 agosto 2016

1
L’antropoide massa varia di razze, manie, sacrifici, capri espiatori e di altre norme disoneste immorali e illegali… si veste di nefande religioni colorate e culti per dare importanza al fondo inventivo da cui le azioni criminali si scambiano per giustizia divina… sacrificio che appare a pezzi nel tegame… perché non accadano disgrazie e sfortune… mania di sangue di capra sgozzata gettato contro i muri dell’ovile… animali vivi d’ogni categoria domestica spinti dentro vulcani… perché non l’antropoide che gode del malefico?… I luoghi diffusi di lordura… di colpevolezza religiosa… di torture… luoghi dove specularmente il venerdì 13 significa disgrazia sfortuna e maleficio… altrove il numero 13 non esiste per non influire una forza immaginata a scadere di venerdì 13… portatore di disastri, miserie e gravi sfortune…

2
con variazioni astrologiche fuori corso si spiega che mia madre futura che nasce il 13 dicembre era già stata scelta scellerata nella pancia di sua madre… si spiega che conoscendo a 13 anni il coetaneo di 13 anni mio futuro padre percorre la strada contraria… si spiega che io per nascere di venerdì 13 dicembre da una ventitreenne sagittario sono il singolare esempio di sagittario dell’infelicità… non si spiega che io sagittario con mia mami ritenga una fortuna che il padre si nasconda nelle mutande della propria madre… non si spiega che io illegittimo non grida e non pianga alla luce… per scaramanzia contraria mia madre mai tocca il ferro del letto o il tavolo di legno…

3
con la madre il 13 luglio 1936 visito Venezia che rimane la mia amata città in festa di bandiere banderuole canali vaporetti gondole gatti stupendi e gabbiani… il 13 dicembre 1939 a 13 anni abbandono lo studio della musica classica… il 13 dicembre 1944 vedo a terra il corpo di una spia triplogiochista sommariamente fucilata nell’oscurità a pochi passi dal fornaio che fuma alla porta… il 13 giugno 1945 la Corte d’Assise di Verona mi condanna all’ergastolo per aver accidentalmente visto la spia morta dopo l’esecuzione sommaria… il 13 settembre 1945 il mio sbarco è benvenuto dai prigionieri politici nel penitenziario di Procida… il 13 maggio 1946 incontro con amicizia il nuovo arrivato giovane ufficiale dell’esercito Ennio Contini poeta e mio maestro futuro… il 13 novembre 1946 la Corte d’Assise di Vicenza mi diminuisce la condanna a trent’anni… il 13 dicembre 1946 a Poggioreale di Napoli con un mozzicone di matita graffio sull’intonaco delle pareti della cella i miei primi versi… il 13 febbraio 1947 inizio a scrivere poesia su quaderni a righe… anni dopo la scarcerazione da Procida del Maresciallo Graziani, Junio Valerio Borghese, generali e gerarchi, il 13 giugno 1951 la legge mi mette in mezzo la strada… (altro…)

Un inedito, di Agostino Cornali

 

La poesia è dedicata al nonno Nunzio, amatissimo dal poeta. «A Milano, da piccolo – mi racconta Agostino – prima di dormire facevamo un gioco infantile: la lotta. Avevo 4-5 anni».
Abbiamo di fronte a noi uno spartito, che viene cantato. Un canto antico e presente, originario e in tensione: l’arena degli spettacoli, dei leoni, dei gladiatori. Vita o morte, come una stessa cosa.
Cornali però, «incubo dopo incubo», a un certo punto ci sorprende. Sceglie un’immagine religiosa a tutela del corpo della poesia scagliandola nel cuore del testo: la lotta di Giacobbe con Dio, dal Libro della Genesi, ovvero la lotta con l’angelo di Dio, come nel dipinto di Delacroix. Braccia, vene, polsi incarnano un’implorazione pronta a sprigionarsi: non cedere, non cadere, non crollare.
Rappresenta l’interlocuzione profonda che il cristiano autentico, così come l’ebreo, ha con il proprio Dio. Di fronte al Padre non ci si presenta come servi, ma come figli, quindi con Lui in aperta discussione, anche in lotta giustamente, perché il figlio prima di tutto è interprete di sé e per questo (naturalmente) ribelle. Si tratta di una ribellione amorosa, è chiaro. Il padre, in questo caso il nonno, implora il figlio di non smettere mai una contesa che – lo si sente bene – è qui più una forma (con apparente paradosso) di “protezione”, di cura. Protezione, quindi proiezione, che di uomo in uomo possa propagarsi. Proiezione e dunque: prolungamento. Così si spiegano le ombre tentacolari dell’inizio, sul soffitto.
Ora, stiamo parlando di stile, cioè di visione. Poi certo, c’è la tecnica che permette tutto questo. Sentiamo assonanze e consonanze rincorrersi, fluire: proietta che si lega a soffitto; letti – affiancati; forti – polsi. Una rima, una sola in tutta la poesia, importantissima, è incastrata a cavallo delle tue terzine iniziali: arena-scena. Avvertiamo come tutto il ritmo e il senso provengano da lì e poco oltre nel testo dalla centralità di significato dell’aggettivo «interminabile», attribuito alla lotta.
Tecnica è misura, sì, e conoscenza. Una successione di coppie di versi in ciascuna delle tre “stanze” rivela la specialissima cura del componimento, ne mostra la grammatica, lo spartito come si diceva: due splendidi endecasillabi, uno a maiore e il successivo a minore, dattilico, nella prima terzina; un settenario seguito da un novenario, entrambi significativamente sdruccioli nella seconda; e i due novenari che preparano il meraviglioso enjambement finale, imperativo e forte.
Questo è il canto. E al suo cantore va la nostra, profonda, gratitudine. (Cristiano Poletti)

Il lampadario di cristallo che proietta
ombre tentacolari sul soffitto
sopra l’arena dei letti affiancati…

in questa camera va in scena
incubo dopo incubo
la nostra lotta interminabile

come l’angelo di Giacobbe
hai le braccia ancora forti
con le vene azzurre in rilievo
e mi afferri i polsi, mi implori
di non cedere.

 

Michele Obit: tre inediti

(Ad una certa ora)

Ad una certa ora se ne vanno tutti
ma io ho il mio daffare – nel cestino
è rimasto un foglio accartocciato
su cui avevo scritto a matita qualche verso
(aggiungo che non ha mai sottolineato
alcuna parola) – penso dovrà rimanere lì dei giorni
prima che venga macerato per bene assieme
ad un involucro di margarina e alle ricette
del medico qui sotto che per sbaglio
a volte volteggiano e si mescolano nel porticato –
e poi guardo con la coda dell’occhio
se da quella piccola fessura di una finestra
di fronte qualcuno può vedermi
magari la signora cubana che canta
al mattino le sue preghiere –
così se ne vanno i minuti della sera
sino a che non esco per appendermi
al conforto di un carrello della spesa.

 

(Uscite)

a

Mentre voi ve ne andate – con quella
solerzia tutta vostra di intendere le cose
– io mi premuro di chiudere i battenti
e di lasciar trasparire solo dall’esterno
la furia delle vertebre ed il fruscio dei salici.

b

Le poesie migliori stanno nelle cose
che si perdono – i poeti migliori
hanno passato la vita a cercarle
e oggi stanno attovagliati in fondo alla stanza
con l’uscita che si apre sul mondo.

c

Poi appoggiàti alla rete dei ricordi
definiamo il tempo: una pausa di dieci
minuti e un passo – si sa mai
che nel movimento improvviso
si senta meno il peso della maniglia.

 

(Discorso alla Nazione)

Non pensate alle grandi cose: se dal lavabo
gocciola troppa acqua usate un semplice straccio
e se avete un appuntamento
cercate di arrivare qualche minuto prima
e guardatevi bene attorno – se un fiore marcisce
non riutilizzate la terra per altri fiori.

Quando la pioggia inizia a tamburellare
ripromettetevi di contare in questo modo il tempo
e se le ragnatele sono lì a distogliere ogni pensiero
prendetele per filigrana – a ricoprire le pareti.
Sarà un animale poi a risvegliarvi
dal torpore – di quelli che paiono mansueti
ma mordono e non si lasciano abbracciare.

Capire dove sta l’essenza assottiglia la vita
ma rende meno barbaro il cuore.