inediti

Presentazioni, inedito di Andrea S. Castrovinci Zenna

Tu non hai udito Veronica svelta
con passo leggero ma alacre
da stanza a stanza aliare
quasi senza rumore,
fiore che sboccia alla sera; né sai
le dita solerti aiutare
e madre e sorella in cucina,
le stesse che suonano il piano
e avvivano vani e saloni
nel vuoto di te che rimane.
Non sai come canti gioiosa al mattino
né quanto ogni giorno di più mi innamori.

Ma pure vorrei vi incontraste…
E questo mio inganno lo tesso con cura.
Non serve anche a questo la letteratura?

***

Il primo di maggio, creatura
leggera, ma indomita, forte,
del cuore ti ho aperto le porte
nell’incubo strenuo serrate;
ché dopo le tante parole
costrette da sguardi che al sole
cadente chiedevano tregua,
– incredulo d’ansia e paura –
un bacio tremante sul mare
tremante di luce lunare
ti diedi; nei lievi rossori
dei baci sentivo la fiamma
sopita destarsi veemente.
Disteso alle braccia tue bianche
lenivo le stanche mie cure;
tremavo alla sera nell’aria cullante.

Aperte le porte del cuore
provai un desiderio di morte:
ossimoro, lucido gemito
insieme sentire il candore
del nuovo e l’antico bagliore
possente che tutto ti involve

*** (altro…)

La donna che ride (G. Amato)

Mettono password ai loro dispositivi, hanno paura a salvare su un cloud, pensano a lungo a cosa condividere su un social, poi vengono da me e non sospettano niente.
Ho una piccola copisteria all’angolo della strada. Ho due stampanti che a volte si mettono a borbottare da sole, un grosso computer alla mia scrivania, macchine per rilegare i loro documenti come preferiscono – a caldo, a spirale, nel caso la banale costolina o la graffetta non bastino – e posso fare fotocopie, all’occorrenza mandare dei fax. Prendo ordinazioni anche per tazze, cuscini, puzzle, qualsiasi cosa su cui vogliano stampare la loro fotografia. Quello che non sanno è che la loro fotografia io me la tengo. Io tengo tutto quello che passa dalle mie mani. Lo salvo, di nascosto, sul computer. Lo stampo, di nascosto, anche per me.
Sono la loro memoria esterna. Tutto quello che mi danno, resta mio. (altro…)

Samir Galal Mohamed, Per approssimazioni (inedito)

Tobia Ciabocchi, Portrait

 

per approssimazioni
abbracciare
l’orifizio
l’altalena
l’incesto
graduale
vincolo
scarto
tirannia
la possibilità
possibilitante
l’agente
sorvegliante
il limite
fuori del limite
l’eventualità del non evento
l’avvento inaccessibile
l’appuntamento mancato
il previsto inaspettato
l’inedito, sempre
l’inaudito, mai.

L’imprescrittibile inavvertibile.
L’improcrastinabile adesso.
L’assenza, nel dopo, del senso:

ancora una volta
reiterarsi

e già sottrarsi

all’ammirazione

all’abbattimento

all’esecuzione.

 

Samir Galal Mohamed (Pesaro e Urbino, 1989) è un poeta italiano di origini egiziane. La sua prima silloge, Fino a che sangue non separi, compare in «Poesia contemporanea. XII Quaderno Italiano» (Marcos y Marcos, Milano 2015). Suoi testi e interventi appaiono regolarmente in riviste cartacee e online. Attualmente vive a Milano, dove insegna filosofia e storia nelle scuole superiori.

Maria Grazia Cabras, Inediti

Mark Rothko, Untitled (Blue, Yellow, Green on Red), 1954

Maria Grazia Cabras, Inediti

 

Tornare alla esperienza che mi ha destato   >> strappato alla profondità
emergere sulla superficie di cose   toccare pelle di altro   buccia

trovare una breccia nel dolore di un tempo lasciato scorrere stando non nella vita
s-misurarsi nel ritmo del cardio

entrare nel taglio-trauma che trasforma se attraversi l’eclisse l’ellisse del campo

con il mio corpo- scoria – plastica – veleno con questo corpo albero nido alga
animale mescolata ai rifiuti agli oggetti accumulati del mondo sono cosa
segno inciso sangue e scarto sonoro ma non dormirò
non ci addomesticheranno

si cibano di noi dei nostri nodi   >> passano indisturbati con il loro mantello di sale
cercando scaglie in fondo ai pozzi
per trovarci graffiano pareti con forbici e parole lucidate di fresco
ottuso l’occhio non scorge la luna nuova che risplende sulle vie del cielo e del ginepro (altro…)

Flavia Tomassini, inediti da “off line”

Foto di ©Flavia Tomassini

 

VEDUTA

Ho visitato un luogo;
era l’indifferenza simile ai preludi
nei film di guerra,
l’austerità spoglia degli affreschi
sciupati, serpeggiante valle
terrena, dall’addome
si dispiega una regione natale,
che conviene, dati i tempi,
ai bottegai
il chiasso cieco dei loro affari.

 

PIACERE

Ci è venuto tutto addosso
tutto a mancare
nel medesimo luogo
in cui pienezza aveva colto
piacere.
Sul letto del nostro amore
dal quale non sapevamo uscire
quando le giornate terminavano
in ritardo sulla cena, cominciavano
a tarda notte
ci alzavamo a parlare insonni
dopo aver troppo agonizzato
il giorno, strette l’una all’altra.

 

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PoEstate Silva #51: Emilio Pagano, EX HALOS

– EX HALOS –
liriche sul tema dell’Odissea
(2018)

AVERNO

Oh Euriloco… da qui,
quanto più struggente
e lontana, mi pare ora Itaca!
Hai occhi? Luce più dentro

per volgerli al mio desiderio?
Poiché sempre, io resto
ciò che potrò essere. Che di limiti
una condanna mi ha privato.

Ma io ho dentro qualcosa
che non so dire: tutto il mondo
mi pare chiuso nel legno
di un cavallo sacro. In attesa,

che il nostro agire inventi il nume.
E Itaca, resti un segreto declinato
di tregua. Onesto finché lontana,
e forse vela, più che àncora.

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PoEstate Silva #45: Umberto Piersanti, “Quel che resta” e altri versi

Quel che resta

questa corsa dei giorni
che fissi nella mente
e dentro il sangue,
anche l’ora
la più cruda e spessa
– non la riscalda il sole
non la rallegra il vento –
nell’aria si dissolve
come i volti,
volti o ombre
che s’agitano
in quell’Arcano
che il nome non osa,
talora li rincontri
in faccia a un muro
o in un bianco stradino
sulle Cesane,
non sai se solo
nel sangue  hanno dimora
o se abitano altrove,
in altra contrada
lente galline
nel campo
un po’ in discesa
e la casa
che tu sai dissolta,
nella nebbia degli anni
fluttua remota e pallida
ma resta
Autunno 2017

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PoEstate Silva #42: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, IV

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

4. La cistite

Il giorno prima Susan era stata una mamma perfetta: aveva fatto un enorme castello di sabbia insieme al figlio, inginocchiata per ore in riva al mare a scavare buche e a costruire torri, ponti e fortezze. Era venuto fuori un castello meraviglioso e quelli che passavano lo avevano ammirato. Per un po’ erano rimasti a guardarlo orgogliosi. Il marito si era complimentato con madre e figlio e aveva fatto una foto. Erano tornati a casa dopo il tramonto cantando “Sail away” e “I’m just a jealous guy”. Dopo la doccia, Susan si era sentita male. Aveva sentito un dolore crescente alla schiena e poi i dolori erano diventati una brutta cistite.
Si mise a letto e cominciò a bere acqua. Passò la notte a urinare con bruciori terribili. Prese subito un antibiotico e non chiuse occhio. Il giorno dopo stava un po’ meglio ma disse al marito e al figlio che sarebbe rimasta a casa a riposare.
E così restò a letto fino alle undici quando si alzò e decise di esplorare il paese. Non era un vero e proprio paese; il centro abitato si trovava a qualche chilometro dalla casa e dalla spiaggia. Avevano trovato l’alloggio su un sito e le recensioni erano buone: la proprietaria, una ragazza gentile, li aveva accolti con un grande sorriso e aveva spiegato tutte le cose importanti: le due bombole del gas (ce n’era sempre una di riserva), come aprire e chiudere le zanzariere, eccetera eccetera. La casa era minuscola ma aveva un terrazzo e una bella vista sulle colline. La spiaggia era a un chilometro di distanza e vi si arrivava percorrendo una strada sterrata, passando accanto a un maneggio con cavalli pacifici e sonnolenti che ogni tanto risalivano la collina insieme a gruppi di turisti.
Prima di uscire Susan andò in bagno, stava decisamente meglio ma non era ancora completamente guarita. Per strada si mise a fotografare le piante lussereggianti, gli eucalipti, gli olivi carichi di frutti, i fichi, gli oleandri. Tutto era profumato e straordinario. Raggiunse il piccolo supermercato e pensò di entrare a comprare qualcosa per la cena. Fece un giro tra gli scaffali e prese della salsa di pomodoro, poi nel banco dei prodotti locali vide una pasta simile ai ravioli, ripiena di patate e menta. Sì, avrebbe cucinato quelli. Mentre era intenta a guardare i prodotti tipici di quella bella terra, sentì il bisogno urgente di urinare. Non poteva trattenersi e allora si fece coraggio e, arrossendo, chiese ad un ragazzo che stava mettendo le merci sugli scaffali se poteva usare il bagno. (altro…)

PoEstate Silva #40: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, III

Foto di ©Giovanna Iorio

Quattro racconti senza amore

3. Il gelato

Per un po’ ci fu solo il gelato. Una coppa di vetro: cioccolato, crema, nocciola e poi panna montata e ancora cioccolato fuso. Senza sollevare lo sguardo, affondava il lungo cucchiaio di metallo nella coppa e con gli occhi socchiusi mangiava il suo gelato. Aveva i capelli corti, castani e un po’ scialbi, un vestito da brava ragazza bianco e blu che copriva appena il ginocchio. Intorno, sul terrazzo dell’albergo, una folla abbronzata assisteva allo spettacolo di musica latino americana con giovanissime ballerine sensuali e scalmanati ballerini acrobati.
A metà gelato la donna guardò davanti a sé. Di fronte, su un altro divano, stavano seduti un uomo e una bambina di circa due anni. L’uomo la teneva sulle ginocchia e la faceva ballare al ritmo della musica. Anche la donna cominciò a muovere pigramente la testa a destra e a sinistra, il cucchiaio sospeso a mezz’aria, cercava di attrarre l’attenzione della bimba che invece non si voltò. Allora riprese a mangiare il gelato, affondò nuovamente il cucchiaio nella coppa e con gli occhi socchiusi lo portò alla bocca.
Il cameriere apparve alle sue spalle, un giovanotto abbronzato, dai capelli corti e scuri. Le chiese qualcosa, reggeva un vassoio. La donna cominciò a parlargli con entusiasmo, una risatina acuta e troppa allegria fecero voltare l’uomo.
– Che fai, adesso ti metti a flirtare con il cameriere?
La frase fu accompagnata da un sorriso sprezzante e subito dopo l’uomo tornò a guardare lo spettacolo, abbracciando un po’ di più la bambina.
La donna tentò di ribattere qualcosa ma il cameriere era tornato con due piatti colmi di tramezzini. L’uomo chiese come mai fossero così tanti e il cameriere disse che avevano ordinato due tramezzini. In realtà avevano detto uno, ma preferì lasciar correre. La donna fece per chiedere il conto ma il cameriere disse che il signore aveva già pagato. La bambina si liberò dall’abbraccio e cominciò a frugare con le manine nel piatto. Prese un tramezzino e poi un altro fino a quando il padre la tirò di nuovo dolcemente a sé, facendola sedere di nuovo accanto a lui.
La donna raccolse dal fondo dalla coppa di vetro l’ultimo cucchiaio di gelato. Appoggiò il bicchiere sul tavolo e ricominciò a muovere la testa a ritmo della musica, come un jolly con la molla che esce all’improvviso da una scatola.
La bambina era stata adottata: bruna e minuta, era forse sudamericana. Si teneva aggrappata al nuovo padre con tutto il corpo mentre non sembrava mostrare alcun interesse per la nuova madre. L’uomo era completamente rapito dalla bambina, le dava da mangiare, le parlava e quando la bambina prese a ballare davanti a lui cominciò a battere le mani al ritmo della musica. Poi guardò la donna come a dire: “guarda come è carina!”. Allora la donna si alzò e prese a ballare, tendendo le mani verso la bambina che invece di andarle incontro si rifugiò nelle braccia del padre. (altro…)

PoEstate Silva #36: Giovanna Iorio, Quattro racconti senza amore, I

Foto di ©Giovanna Iorio

 

Quattro racconti senza amore

1. Una conquista

La ragazza ha un culo straordinario. Di sicuro ne è consapevole. Non è alta ed ha i capelli ricci e gli occhi… di che colore avrà gli occhi? Nessuno di certo ci fa caso, con un culo così. Parla male l’italiano e se ne sta in bikini seduta ad un tavolo con un ragazzo del posto, un uomo sardo di una decina di anni più vecchio di lei che sorride come una volpe davanti a una preda succulenta. Le ha comprato una piccola bottiglia di vino bianco, così minuscola che il contenuto ha a malapena riempito il bicchiere di plastica. Continuano a ridere, ad un certo punto lui le chiede se le piace l’anguria.
– Anguria? No so
– Dolce. Secondo me ti piace.
Il sardo ha messo le mani a cerchio, mima la forma di un’anguria. E lei, che non è ingenua, socchiude gli occhi e dice:
– Ho fame.
– Che vuoi mangiare?
– Spaghetti vongole.
– Ti porto in un posto dove ci sono gli spaghetti alle vongole più buoni del mondo.
– Dove sta? Lontano?
– Macché, è vicinissimo. A casa mia.
La spiaggia si sta svuotando e al bar del lido oramai non c’è più nessuno. Il cielo è diventato rosa in certi punti e azzurro magenta in altri più vicini all’orizzonte. Solo qualche istante prima c’erano intere famiglie in riva al mare, ora camminano in carovane lente verso le auto parcheggiate a un chilometro o più dalle dune. Se ne vanno trascinando carrelli stracolmi di cose: sdraio, thermos, ombrelloni, salvagenti dalla forma di fenicotteri. Quest’anno hanno comprato tutti il salvagente gigante con la testa da fenicottero.
La ragazza si volta a guardare il cielo e dice:
– Bello! Voglio foto. Ora facciamo foto con torre.
Allora lui dice va bene, e lei si alza. Ha un bikini nero davvero minimo, che le copre appena il pube mentre le due natiche abbondanti, abbronzate e sode, sono leggermente segnate dal ricamo della sedia di plastica. Mentre lei si avvia verso la spiaggia, lui lascia tutto sul tavolo: portafogli, telefono.  Lo conoscono tutti questo dongiovanni da spiaggia e lui non teme che qualcuno gli rubi  documenti o soldi. Si mette in bocca un’altra patatina Crocchias e la segue. Le guarda il culo e sorride. Sorride come uno che sa che fra poco potrà giocare con il suo giocattolo preferito; è euforico mentre, in riva al mare, le cinge la vita con il braccio abbronzato (ha un grosso fiore tatuato sulla spalla destra che prima non si notava) e con il telefono di lei si fanno un selfie. Lei ha bevuto il vino bianco e ora ha un po’ caldo. Dice di essere sudata, che vuole farsi un bagno. Ma lui ha fretta, le dice che ci vuole un po’ di tempo per preparare gli spaghetti alle vongole, meglio andare. (altro…)

PoEstate Silva #31: Cristina Polli, La sorte e oltre (inediti)

Foto di ©Cristina Polli

La sorte e oltre

L’angelo mi riconobbe

L’angelo mi riconobbe dal segno
che mi aveva lasciato:
graffi di una lotta arcana
impressi sulla pelle.
Tornò a chiamarmi e nel bagliore dell’attimo mi apparve
Il margine e il dirupo
lo stacco del volo e la vertigine.

 

Sottopelle

Come un volo di storni
si dirada e s’accosta
la manciata di tratti
-carne e vene.
Sottopelle la corrente
rimesta passaggi
squarcia il tempo.

 

La sorte e oltre

Veste lacerata
taglio sfregio orlo
lembo da ricucire
rete che afferra la sorte
che nega l’oblio
crepa della voce
varco di preghiera. (altro…)

PoEstate Silva #19: Lorenzo Mandalis, Tre poesie inedite

Lovers & Lautrec, Jospeh Lorusso ©

SABATO ALL’IKEA

I

Nessuno di noi due credeva d’essere nel mezzo
del cammino della vita. La selva
però c’era. E noi ce la ritrovammo
davanti come un imprevisto.
Non come le solite strade
che eravamo abituati a percorrere
fianco a fianco lungo il mare
coi piedi affondati nelle conchiglie
e isole lontane che ci osservavano
come giganti rospi in uno stagno.
Siamo arrivati da un’entrata secondaria
e abbiamo fatto in fretta a perderci.
Gli alberi erano mobili bianchi
cassettiere taglieri posate frullatori ombrelloni.
Io ero molto confuso. Non mi orientavo.
Tutti gli altri sapevano benissimo
dove andare e come arrivarci.
Famiglie che costruivano così il loro futuro
e discutevano di comfort e design,
indicavano prezzi, confrontavano valori.
Progettavano vite riempiendo angoli della casa
e la commedia umana passava
anche per quelle strette vie
tra set di coltelli, cenci e pela patate.
Ero smarrito. E lei dov’era?
Tra la folla. Poco distante.
Si era fermata a guardare una cameretta:
una tenera scatola col letto a castello
scrivania e qualche sparso scaffale.
Mi sorrise.
Fu la solita dolcezza a ritrovarmi
tra le radure delle mie distrazioni.
Alla fine – mi sono detto –
c’è più futuro in uno di quei divani
che in tutte le mie malcerte visioni
di ombre e cose scadute. Sono questi oggetti
le nostre allegorie, gli scenari a cui aspirare:
la sera, il divano, la televisione, i cuscini
le lampadine da spegnere
prima dei sogni.

II

Carichi di roba abbiamo chiesto poi dove fosse l’uscita:
– Prendete la prima a destra dopo i taglieri
tagliate passando per le posate,
quando arrivate alle lavatrici
dirigetevi verso i materassi.
Lì vedrete il cartello con scritto Casse/uscita.
Seguitelo. Tranquilli, sembra complicato, ma ce la farete.
Tutto andrà per il meglio. – (altro…)