inediti

#PoEstateSilva #28: Nicola Dimitri, inediti

Olim

In questa operosa tentazione di essere
Mi sono sentito spesso svestito
E ancor più spesso
Fragile.

Ma quell’autunno era invaso
Tutto da una fresca estate ardente
e la tua solita guancia aperta
pronta allo sbadiglio
mi ricordava non la noia
ma un’occasione per ridere di gusto.

Quell’autunno
Eravamo in montagna ed io pensavo al mare.
Tra la neve e i ricordi e gli alberi così alti.
Quell’autunno anticipai le forme.
E non mi stupii se guardando la verde foresta,
osservai una barca.

Che con quegli alberi, non c’avevano fatto dei remi e degli scafi?
Che con quegli alberi, non avevano solcato il mare?
Il salpare per la neve pareva uno scalare un’onda assurda.

Quell’autunno anticipai le forme:
E affacciato sul crinale dei miei monti sparsi
Avvertì come fresco
Il bisogno del deserto.

Per desiderarci ancora, per perderci di nuovo,
per incontrarci almeno,
abbiamo bisogno della neve e del mare.
Ma anche della sabbia e del deserto.

Per desiderarci dobbiamo anticipare le forme
E poi le dobbiamo disertare.

*

Chi me le acconcia queste conchiglie sparse
Tra il mare
E i miei piedi ardenti.

Chi la mette in fila questa natura umanissima
Che non sono ancora in grado
di interpretare.

Come le stringo a me
Queste onde perse, che anche ora,
vanno a perdersi. Lontane. Laddove.

Come lo afferro questo orizzonte
Che fugge sotto la sua sabbia, questa criniera bianca
D’onda, che emerge nell’acqua incerta
e che mi fa perdere puntualmente il filo del discorso.

Cosa c’è in questa natura così umana, in queste onde fosche
E nei miei piedi ardenti,
In questo rumore sottile, in questo bagnarci d’acqua;
Dentro queste lettere ondivaghe
Prima bianche, poi, forse, blu.

Cosa c’è in questi cenni d’acqua d’un onda che viene o d’un’altra che va.
C’è un vago ricordo di pancia e di madre;
c’è un vocabolario che non sospettavo o
non avevo scoperto.

Tutto, qui.

* (altro…)

#PoEstateSilva #25: Lorenzo Fava, cinque inediti

Menzogne

…sciolta l’incognita rimasta sola
al centro,
prezzata la caratura di ombre alfanumeriche
assemblate a fare
della nebbia scatti alti di poesia,
premuto l’indice alla tempia in cerca di un’idea
mentre all’orecchio mi sussurri l’ultima menzogna,
nel tempo che segue il tempo,
nella luce eiaculata dalle acque,
nell’attimo poco dopo la bugia e appena prima del rimorso

solo allora stacca la lingua dal taglio
e vola

*

Io che ho visto controluce le gengive della belva
altro non faccio che dipingere quel muso schizofrenico
che a volte al tramonto vedo riflesso nel cielo
mentre perde sangue dal naso
come avesse tirato l’orizzonte intero.

* (altro…)

#PoEstateSilva #21: Alessandra Versienti, quattro inediti

Scrivo poesie di resilienza
fuga all’inconsistenza
di parole usurate,
dall’insussistenza
di mood, job, web
and professional idea.
E tendo la rete – revolutionary
di significati
vivificanti
nella lunga apnea
di tempi liquidi e smossi – shaky – ,
consussistenza
della mia e nostra – mine and ours
vaga
fragile esistenza
(life che – a tratti, sometimes
si veste d’acquiescenza).

* (altro…)

#PoEstateSilva #17: Tomas Bassini, tre inediti

Non ho voglia di lasciarti questi tipi di giardino
da fine estate, questi parchi nel centro
che sono solo ortensie.

Non ho voglia di lasciarti le piste ciclabili−
pedonali, ancora questi parchi nel centro
che perdono in altalene.

Lo sai che è più che altro per te se non ne ho voglia
solo per te e per la santa figura che faresti
per come staresti meglio in altri posti
in altri modi. Lo sai

………………………………non moriremo democristiani
è bello poterselo dire e poi suona ancora bene
come una volta
non moriremo mai democristiani.

* (altro…)

#PoEstateSilva #15: L’Elefante di Martina Bonciani

L’Elefante

Le sue sciabole chiamavano la morte, lo sapeva. Difatti erano un ingombro minerale sul suo corpo già poco pieghevole. Era una conoscenza più simile a un sentimento, tanto familiare da esser destinata a rimanergli, forse per tutta la vita, oscura. Probabilmente per questo non attese tempi meno convulsi per presentarsi ai nuovi uomini come pittore, ma afferrò il primo bastone che poté trovare e iniziò a esibire le sue abilità quanto prima.
Gli etologi avevano potuto confermare come la sua specie, similmente alla nostra e alle grandi scimmie, possieda un senso dell’identità personale, dimostratasi chiaramente nel riconoscimento della propria immagine allo specchio e – cosa più mirabile ancora – nella capacità di tracciare segni iconici sulla tela, abilità appresa anche dal nostro pachiderma sfuggito all’incendio del centro di ricerca.
I bracconieri fiutarono il potenziale della preda distinta e istruita: vendettero l’elefante, anche se non guadagnarono neanche la metà di quanto avrebbero potuto con l’avorio; con ogni probabilità la scelta si dovette alla fretta di fuggire, quando, dopo aver fatto a pezzi altri quattro animali storditi dal fumo, si resero conto di essere a loro volta braccati, e che svellere le zanne dalla carne di quell’ultimo elefante li avrebbe impegnati per un tempo eccessivo.
Lo caricarono sul camion vivo e lo portarono da quello strambo europeo che era lì per acquistare animali da circo. L’elefante non si fece pregare e sciorinò il suo repertorio con emozione e concentrazione. Tracciare segni iconici su tela non era facile quanto appariva nelle relazioni dei ricercatori – l’elefante doveva forzare l’attenzione a restare vigile, accettare di introdursi, con la sua mole gigantesca eppure impotente, in un avviluppato mondo di mistero e districarvisi a fatica. Le ricompense qui erano d’altro tipo, ma pensò che certamente le ragioni dovevano esserci, ed essere perfettamente giuste; non sorrisi e applausi e noccioline squisite, ma caschi di banane con pochi complimenti.
Più tardi però nessuno gli chiese più il laborioso sforzo che la sua mente e la sua proboscide consumavano con orgoglio: il circo aveva le sue prassi e non le avrebbe stravolte, la particolare attitudine al ragionamento dell’Elefante veniva sfruttata per insegnargli senza fatica i numeri più comuni. Da una parte, fu un alleggerimento enorme della sua vita, tanto che pensò di averlo guadagnato con tutte quelle discipline e inquietudini della sua vita precedente. Dall’altra parte, si incolpava di aver scelto un mestiere futile. (altro…)

#PoEstateSilva #8: Anita Piscazzi, tre inediti

Al passo di bestia mando la notte
nel lampo del buio

in quel dove sacro mi ritrovo più che
nelle linee della tua fronte.

Tu tremi alla lingua futura che lecca
natiche, stringe, osa nel gran caldo
scoprendo la ferita che fruga i semivivi

Lo riconosci quest’inizio ti senti muta di serpe

E lenta abito le ore della notte bevendo vini
forti al ballo dei santi tutto in un solo giorno
ubriachi di beffa e di luna.

Cade in testa il cielo dall’occhio arabo
a sfamare lo spazio col pasto di tetano.

E tu come Parmenide trasformi
la pesantezza in leggerezza

(altro…)

#PoEstateSilva #6: Antonio Merola, due inediti

La solitudine si è ritirata altrove

La solitudine si è ritirata altrove
forse per sempre verso una libertà arcana
che grida: sappiate riconciliarvi
ovunque
nessuno è nemico a nessuno
così l’uomo a l’uomo tace la parola
e ognuno solo cammina al confine.

(altro…)

#PoEstateSilva: dall’1 al 25 agosto sul nostro blog

«Per quest’anno/ non cambiare/ stesso blog/ diverso mare»: anche per il 2017 e per tutto il mese di agosto, i redattori del blog si prenderanno una pausa estiva. Per questa ragione, dall’1 al 25 abbiamo pensato a una rubrica dal titolo PoEstate Silva: due post al giorno di poesia e prosa, ‘opere’ di autori che, negli ultimi dodici mesi, sono pervenute alla redazione. Riceviamo, come tante altre realtà, molti materiali e per ragioni diverse legate anche agli impegni di vita di tutti, non è sempre possibile dare risposte di ricezione, accoglienza e rifiuto che siano vicine alla data della proposta. La rubrica estiva nasce perciò dall’esigenza di dare spazio a voci edite e inedite, che abbiamo raccolto, letto e scelto nell’ultimo mese, e che proponiamo ai lettori. Non ci saranno interventi critici al momento, da parte nostra, ragione per cui non troverete, nella rubrica, saggi o note di lettura. E non interromperemo le rubriche del fine settimana: proSabato e I poeti della domenica proseguiranno anche per il mese d’agosto. Siamo certi che la nuova rubrica susciterà curiosità: molti autori sono infatti del tutto inediti e, per questa ragione, da scoprire. Pensiamo al blog sempre come a un luogo di confronto, aperto e libero; con quest’auspicio, che persegue gli intenti dalla fondazione, vi auguriamo buona estate.

La redazione

Annamaria Pambianchi, Sono Hailù. Inedito

Sono Hailù
Lampedusa, “N. 92, maschio, forse 3 anni”

Senza segno di riconoscimento
a tre anni dentro una bara, da solo,
mi hanno deposto e sopra hanno scritto
numero novantadue
in luogo del mio nome ignoto.

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
Dov’è la mia capretta?

Chiamo la mamma molte volte
Ma lei non mi risponde.
Sono qui – avvertitela – vi prego.
Portami, mamma, nel luogo
che tanto mi hai promesso.

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
Non trovo la scimmietta.

Dove sto non voglio stare.
Ci starei solo in braccio a mamma.
Ma dove, dov’è andata?
Mi brucia la gola a chiamarla ancora.
Per favore, mi prestate la voce?

Chi è che urla così forte
dentro il ventre vorticoso del fiume?
A salvarmi un asinello ci vuole.

Verrà se le dite che sono Hailù.
Senza di me non può esser lontana,
senza di me, il suo piccolo principe.
Lei sorride quando mi guarda.
Senza di lei, ho il batticuore. (altro…)

Antonio Perrone – Inediti

 

****
Non esiste misurare l’esistenza
con l’insieme delle vite
né l’esistere del tempo
con l’insieme dei due tempi
misurare col finito l’infinito
percepire con l’effimero l’eterno

****
L’esistenza è composta da kairoî
posologicamente indivisibili
qualitativamente valutabili
innumerevoli unità non mi-
surabili alla pari dei due chronoi
(ossia le quantità quantificabili
del tempo percepito e sequenziale)

****

Problema scaccia problema dal più
grande al più piccolo come in un gioco
di scatole cinesi infinito
pensiero scaccia pensiero dal più
innocuo al più grave in senso inverso
alle urgenze dei mantra sociali
la mente è un trivio di forme ossessive
dentro le quali si vive ingabbiati

****

Sei come un elemento presocratico
ragione primordiale della vita
(la mia)

****

4 o 6 e 10 o 4 e 6 e 10 o multipli di 2
sommati fino a 10 (a volte anche
a 11 –più raramente 12–),
librati sugli accenti delle let-
tere ordinate in sillabe: giù e
su, su e giù « la prima no, neanche
la terza. Solo le pari sono i codici
da decifrare, i numeri da met-
tere in sequenza come crome e se-
miminime». Ordinare la materia
è secondario rispetto alla norma
che separa dal “come” i “perché”,
e la terzina non è esoteria
se la cascading style sheets è l’e-format.

 

****
Avrai bisogno d’anni
per imparare
avrai bisogno d’anni
per dis-imparare
(l’arte della scrittura
-se di arte si può
parlare- è la misura
ma il metro è multiforme di natura)

 

 

Antonio Perrone (Napoli 1991) è insegnante di materie umanistiche per la scuola secondaria di secondo grado. È laureato in Lettere Classiche con 110 (discussa una tesi sul Carducci classicista), e in Filologia Moderna cum laude (discussa una tesi sul topos delle foglie cadenti). Conosce l’inglese ed il francese, con certificazioni di livello B2. Redattore di Levania rivista di poesia, pubblica nel 2016 il volume Curae per la Limina Mentis editrice, ed è presente in varie antologie (tra cui Nazione Indiana, con estratti dalla stessa silloge), è inoltre candidato alla raccolta edita dalla Marcos y Marcos per i giovani poeti del 2019. Un suo contributo scientifico in materia di letteratura comparata è attualmente in pubblicazione con Aracne (novembre 2017).

Maurizio Manzo, Inediti da “La resilienza della sagoma”

Foto di Maurizio Manzo

imperdibile a volte decapitata
la sagoma fa una densa danza
e rotola dove finisce la luce
la rivedi al mattino
quando persino il destino
sogna una propria sorte meno decisiva

se riparte da un punto
perde l’orientamento
per ogni discussione
si ritira in se stessa
non spera in comprensione

lei, la sagoma, non sa cosa sia speranza
non rispetta le regole
formule sconosciute
rifiuta il cibo
e per questo pare ribelle
anche se ci provano
il seme non attecchisce e spesso rimbalza

*

al contrario dei santi
le sagome galleggiano
non inquinano e si raggruppano
senza fomentare
si fanno trasportare
sono innocue e non trasmettono malattie

la deriva non le spaventa
una soluzione mirata
sostituirle con la carne
che imputridisce
e risveglia altri squali
in apparenza hanno l’animo di un bambino

socializzano col silenzio
puoi privarle di status quo
del mangiare dell’aria sana
se cammina scalza non sente
male e non sa dove si trova
sono puntuali difficilmente si stancano

*

anche l’anima della sagome
sembra introvabile
questo la rende simile
agli esseri umani
se ti affezioni puoi dipingerla
con molti strati e pure con pitture tossiche

di rimbalzo la luce
sembra animarla
crescono a dismisura
paiono più di noi
fanno paura riunite in cerchio
ma non esistono specie pericolose

in politica è un mondo
di sagome
se ne servono per principio
di quelle di cartone
che il macero distrugge
ogni colore e nasconde ogni pentimento

*

il benessere le ha investite
nel boom economico
il colesterolo è stabile
non mangiano carne né bevono
quando sentono dire a qualcuno
“sei una sagoma” non mostrano vanità

la psoriasi sta alla larga
dalle sagome solo muffa
nei periodi di pioggia
cosparge il primo strato
non va mai a male
né produce botulino scabbia o sifilide

quelle ignifughe sono sparse
nelle isole nei campi
frustate dal grano stordito
dal vento
sembrano lanciarsi commenti
che non arrivano e si perdono tra i pollini

Giovanna Cristina Vivinetto: 3+3

Giovanna Cristina Vivinetto
3 poesie inedite e 3 poesie edite

 

Poesie inedite
Dalle sezioni La traccia del passaggio e Dolore minimo

 

Anche l’organo ritrovato
è una ferita che si apre in verticale
il vessillo di un corpo-bosco
che muore e rinasce a pezzi.
Ho imparato l’arte del mettere
da parte – giorni, anni, parti
del corpo in disuso, nomi, mani
trattenuti in un solo posto.
Li ho liberati con quel taglio
che si protende da parte a parte
– un parto che si compie dormendo.
Ho vendicato, ho svuotato,
qualcosa ho perso, ho ritrovato
ma due mani a volte non bastano
a richiudere i lembi, due mani
che mimano nel vuoto quello
che appariva un tempo
a volte non sono abbastanza.

Così anche l’organo ritrovato
è una ferita.

***

L’altra notte, sai – adesso ricordo –
oltre l’amore paziente che mi hai dato
c’era qualcos’altro. Tu forse
non ci hai fatto caso, tu pensi
forse che due corpi non abbiano
altro da darsi che i loro corpi;
ma l’altra notte – ne sono sicura –
c’era qualcos’altro.

Non so come l’avessi proprio tu
quello che in vent’anni andavo cercando
perché proprio tu e non un altro
– così caro verso questa carne
che a stento si riconosce –
ma per sbaglio nella tasca destra
dei tuoi pantaloni, prima di andartene
appallottolato ho trovato il mio nome.

Ed è così buffo sapere che ti appartenga
prima ancora d’appartenere a me.

***

Non ho figli da dare – non potrò.
Non ho tube che si gonfiano
né ovuli da spargere per il mondo.
Non ho vulve da tenere fra due
dita – da schiudere tra le valve
delle gambe non ho niente.

Ma tu mi sfiori, continui a toccarmi
a perlustrare con le dita questo
corpo imploso, risucchiato tutto
all’interno, fuggito senza lasciare
tracce. E tu persisti a sfiorarmi
per trovare il punto che possa
darti piacere – che possa
consolarti, farti sentire uomo.
Non te lo dico, ma non c’è.

Eppure tutta questa tua goffa
illusione, quest’avventatezza
nel proiettarti verso il dato certo
per un attimo mi restituisce
tutto ciò che mi manca – e al tuo miracolo
questa sera mi faccio donna
completamente.

*

Poesie edite in Atelier (giugno 2017)
Dalla sezione Cespugli d’infanzia (altro…)