inediti

PoEstate Silva: Gianluca Del Prete, Tre poesie per l’estate

 

Tre poesie per l’estate

 

Fossero i miei bronchi
larghe sponde di fiume
un pomeriggio qualsiasi
andrei – senza un attimo

di fermo, a specchiarmi
nel Sole e nell’ombra,
con sete di foce

diventare io, vastità.

 

 

Un bisogno di trasparenza
e di blu,
una carezza leggera
che dal fondale salga

sulle braccia dei ragazzi,
rami di vento acerbo
di giovinezza abbacinata nel nitore

come rovi di more
e poche spine –
senza pungere

lontani gli affanni
i nostri rami bianchi
li stendiamo nel sole di giugno.

 

 

Ieri ho fatto il primo bagno,
sono nato su un’isola
appena sento tutto lo spazio d’acqua
il mare attorno al mio corpo

qualcosa di incontenibile mi vivifica
e fa tornare
sullo scoglio dove erano gare di tuffi
giornate intere

ad abitare rive, spiagge, scogliere
avere bocche di sale, teste increspate
senza fermarsi, solo saltare, gridare, nuotare
andare sott’acqua!

E poi le zie con i panini,
la pasta fredda, i cocomeri,
le pesche giganti, sbucciate,
lo zucchero che s’impastava
nella bocca, con tutto quel sale.

 

 

Gianluca Del Prete è nato a Napoli nel ’94, vive in Toscana. La terra sotto i piedi è la sua prima raccolta di poesie. Alcune poesie si possono leggere in rete; varie le sedi, tra le quali: Versante ripido, Carte sensibili, LaRecherche.it, la pagina Facebook Poesia Portale Sud, e altri. Partecipa a eventi e rassegne di poesia.

PoEstate Silva: Giorgia La Placa, quattro testi inediti

Luctatio 

Certo, qui il caldo,
ma tu non ricordi Milano che africava nella stanza
e ti dava pugni sulla testa — sine adversario nulla luctatio est (Cic.).
Un nemico ogni giorno diverso.
Era avere cagionevolezza mentre sillabavi
o sbavavi-

 

سبعة

* Sette
“Troverò Horo e lo massacrerò”,
dice Seth.
E invece io سبعة
+
non […] che in lettere scadute e materie vecchie.
Fatica a uscire pigra.
Rauche lettere in fila che fingo di padroneggiare
ammutiscono e abbrutiscono.

 

Teatrino

È quella frecciata la stangata lo sguardo quadro l’ammonimento
.                                  – l’abbrutimento l’imbruttimento a sopracciglio elevato –
il dente che ballotta la risatina la mancanza di punteggiatura
il giretto in mezzo ai corridoi l’ascensore e poi sorvolare e lasciarmi intendere.
E voi che mi dite sempre di non fare teatrino.

 

Zalatwìc

Ho imparato a sistemare le travi per le impalcature,
a scavare alle sei mentre
Venere si sistema la piega morbida della gonna.
Il turista giapponese non ha cura di niente e
butta la birra sul reperto.
Vedi quel lacerto lì in mezzo?
Poi tutto scompare nel buio di un nespolo.

 

PoEstate Silva: Piergiorgio Morgantini, Due poesie

 

Danza delle dita

La mano a cercare
il soffio del cuore
nel sangue del polso

le mani a intrecciare
le timide dita,
le squame di sole

la mano a distrarre
la frangia, i capelli,
dal cielo degli occhi

le mani a fermare
quest’unico darsi
millimetro istante.

 

Rimorsi a matita

Dietro un quadro quattro righe di lapis:
era un gioco diventare grandi;
il tuo nome, scritto due volte:
due misure di una vita che non c’è più.

Poi mi dico: eri già più alto di me
quando sottolineavi sul libro di Kafka
il mio senso di colpa nasce da te;
l’ingombrante presenza
del fardello d’amore, la radice di sangue.

Inutile mescolare:
è illeggibile il mosaico, di colla
la sabbia nella clessidra,
pietra di tutti i granelli del tempo;
volano nel vento e nel niente
i petali piatti del ricordo

poi si sitemeranno tutti i tuoi libri;
il Re Rosso sogna Alice che sta sognando
e vede, vede che quasi non ci crede.

 

© Quaderni di Curzútt Poesia 4: Piergiorgio Mortantini – Cristiano Poletti, Disegni di Cristian Boffelli, edizioni sottoscala, 2018

PoEstate Silva: Luca Gilioli, poesie inedite

 

umani ormai ciechi

umani ormai ciechi alle luci incantate
partoriscono buio – che c’è nella culla?
furono re, poi bestie, poi quasi il nulla:
destino di chi non s’avvede delle fate.

 

a ogni sua propria parola

a ogni sua propria parola
il narciso è assuefatto.
se ne rimbomba l’eco e
del suo verbo gemma.

 

dark rooms

barattiamo l’estremo
nelle stanze più buie.

scendiamo gradini
per creare discontinuità. (altro…)

PoEstate Silva: Luca Picco, Tre poesie inedite

 

Ascoltiamoci. I cani questa notte
abbaiano alle foglie di platano
in volo; e come formule matematiche
promettiamoci. Sicuramente io e te
domani all’amore ancora staremo
ordinati come eleganti proporzioni.

 

 

Nelle nostre intimità
i rudi inverni mai più
saranno esamini stagioni
fin quando un tuo bacio
simile a formica ubriaca
saprà diradare la macaia
di nubi e ghiaia grigia
depositata su noi due.

 

 

Prima di vederci, ricordo
vestivamo di pelle d’oca
e sorrisi; ma già allora
inesauribile era la poesia
mangiata, non saziava
bevuta, non dissetava
lottava contro la parte di noi
che odiava la parte che amava
odiare ancora amarci.

 

Luca Picco, nato a Udine nel 1981. Laureato in Lettere e in Storia della Scienza, lavora quotidianamente le parole per professione e passione. Ha pubblicato Verso Walden, sua prima raccolta poetica, nel 2018 in cinquanta volumi unici, rilegati a mano e numerati per una scelta di autoproduzione totale. È curatore di Incroci, un progetto di artigianalità editoriale.

PoEstate Silva: Victor A. Campagna, Poesie inedite

 

Terzo

Quando eravamo ancora nella mantellina
di pianeti progressivi, ecco, eravamo là.

A un certo punto, abbiamo evaporato il pianeta,
e ci siamo dovuti infliggere la nostalgia di partire,
avevamo raggiunto una ventata tecnologica incredibile
e abbiamo colonizzato un pianeta. Qua v’erano
ominidi che specchiati mugugnavano e intessevano
con le lance il loro cibo.

Noi li abbiamo guardati da esseri viventi e loro
ci scambiarono per dei. Eravamo invece dei cretini,
delle bestie idiote, abbiamo distrutto le nostre case,
ucciso tutto quello che avevamo e ora,
guardate che ne è rimasto: metano, gas,
carbonio assoluto, vita zero, residui di acque, crateri.

Non è rimasto più nulla. Nemmeno gli dei.
E io, Pan, sono qui a raccontarvelo.

Ho deciso di farmi tra gli uomini per questo.
Rimanere nella foresta, denudarmi, ero il più
particolare tra gli illuminati. Non a caso diwos
significa luce. Venivamo da luci accecanti,
spondiliti del cielo.

A me faceva senso volare.

 

 

Ci sono aree di destino
come disegnate su porticcioli, moli,
intessuti di catrame e disperazione.

Io mi sono spesso ritrovato a passeggiarvi accanto
e vi ho trovato ogni giorno casi disparati,
avvolti talvolta in mantelline, felpe, maglioni,
maglie scolorite, digesti allargati, disturbi
apocalittici intorniati di qualcosa, di qualche
disinibita attenzione al dettaglio, alla macula
specchiata di una vuota rotatoria,
dove poche macchine, sole, si allargavano
in un abbaglio di natura, coi navigatori accesi
l’urlo di una tecnologia Bluetooth.

Da quest’assenza di contatto,
che si passa in aria, come pandemia,
mi sono ritrovato immischiato.

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Simone Consorti, Tre poesie inedite

Simone Consorti ritratto da Valeria Fraticelli

 

Schiele

Se fossi uno scrittore
lascerei ogni pagina bianca
per poterla dipingere
cancellerei qualsiasi sillaba
anche la più scolorita
e me ne resterei a guardare
questa ragazza invisibile
avvicinarsi e prendere forma
orma dopo orma

Se fossi uno scrittore
non le chiederei il nome
e non le farei fare cose
tipo l’odio o l’amore
La lascerei sedere accanto a me
ferma ma non in posa
immobile ma non come una cosa
muta ma non silenziosa

La metterei al posto mio
fino a coincidere
di anima e profilo
affinché possa vedersi
sul foglio come in un occhio
e guardando avanti
si scoprisse nel mio specchio

Se fossi uno scrittore
le storcerei le spalle
le flagellerei la pelle
le incendierei le pupille
I capelli glieli farei elettrici
e infine la esporrei
la esporrei a tutti i venti

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Francesco Salvini: inediti da Il risveglio (poesie su Stonewall)

 

I

A volte basta il volo di una scarpa,
ciò che di solito rimane a terra
decide di acquisire un po’ di cielo.

Dopotutto è un azione minimale
se poi consideri la gravità
che in men che non si dica ti riporta

giù. L’esistenza è fatta di momenti
come questi che se non ripetuti
almeno a voce paiono dissolversi.

Però non sempre basta la parola;
a dirtelo qui è proprio una poesia
(e di parole in teoria dovrebbe

intendersene) che senza memoria
la spinta della carta resta storia.

.

II

Sento ancora l’odore di latrina,
impregna gli abiti, stupra la pelle;
cammino per le strade e mi sotterra
ciascun passo, dà tremiti improvvisi
per l’aria rarefatta che c’è fuori.
Ascolta: non è facile restare
scoperti se da sempre sei vissuto
nella fogna. La luce ti ferisce,
il lampione, falena, ti trafigge.
Però ricordi gli amori fuggiaschi,
la tenerezza da fuoco alle tue ali
sotto gli sguardi scolpiti di chi
giudica troppo. E per solo un secondo
appare quella lucciola nembosa
che il carapace teneva nascosta.

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Poesie (inedite) di Federico Preziosi

L’IoNoi

È tempo di sanare la frattura
sopire il molteplice
essere l’uno, se mi riesce
un gesso su cui scrivere frasi
da rompere con un martello
quando sotto la pelle sarà gialla.
Essere ancora mille
schegge impazzite estratte dalla forma
solide, liquide, evaporate
inalate come ossigeno e
tramutate in pensieri delle azioni
che non corrispondono,
costruire il Paradiso Perduto
abbracciando l’Inferno
perché c’è verità nella menzogna
quando le carezze tremano
sotto lo scossone degli occhi.
Sono tutte le parti
i giochi sono sfatti: il materasso
cigola al peso del russare e
il mio vicino si lamenta. Dice
vorrebbe che impari un sermone
e più ripeto e mi ripeto
non sono io, non siamo noi, forse
ormai da un po’.

 

 

Non abbastanza da non bruciare

Sono tornato
al postremo mercato al postremo ricordo
cercando l’inutile scempio
la panchina del cruccio
su cui strozzavo un cactus. Contavo
le spine nei palmi e aghi aghi aghi
erano parte di me, del delitto imperfetto.
Ho sempre curato il fondo, il vuoto
spremuto le ossa in quattro
poi cinque fino a nove fiumi
tra il chiasso dei pioppi un profluvio
di una rocchetta, da un altro filo
a fare da ponte quel bene da dove
la carne piangeva – parlavo di bene
la lingua arroccava – ma era del bene
e dagli aghi mi sono impigliato
sull’irto dei rami.
Eravamo un ardore troppo rapido
per farne un fuoco,
ma non abbastanza da non bruciare
lo scartafaccio innervato dai fiori
e le poesie maledette a toccare
le tue corde vocali sul mio canto.

 

 

Se folate spalmassero
dritto in faccia il sentito dire,
screpolate gole

sfilerebbero l’addome tra canne
di bambù insanguinate.

Resterebbe un cavo la lingua
ricucendo parole
di Madre preda, abbandonata cieca
alla pietas rupestre

le papille raspose
portano peli,
tacciono cune versato il latte.

 

 

Federico Preziosi nasce ad Atripalda (Av) nel 1984. Interessato da sempre alla musica, studia Musicologia e Beni musicali presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”, laureandosi in Estetica e Filosofia della musica con una tesi su Béla Bartók. Suona il basso negli “Slow Motion Genocide”, con i quali pubblica l’omonimo ep e un disco, Unculture. Oggi vive in Ungheria dove insegna lingua e cultura italiana a Budapest. Si avvicina alla poesia grazie all’incontro con Armando Saveriano, con il quale fonda il gruppo facebook “Poienauti”. La frequentazione virtuale con numerosi poeti provenienti da tutta Italia porta alla costituzione di “Versipelle”, una comunità poetica che esprime la propria voce attraverso il sito www.versipelleblog.wordpress.com. Nell’aprile 2017 vede la luce il suo esordio, Il Beat sull’Inchiostro, poetry slam ideata su intrecci di rime e assonanze a ritmo di rap.
Federico Preziosi, oltre a gestire “Poienauti” con Armando Saveriano, è moderatore su Facebook del gruppo Poeti Italiani del ‘900 e contemporanei di Giuseppe Cerbino.
Le sue poesie, Coperte e Campo di colza sono state pubblicate rispettivamente su “La Repubblica – Milano e Napoli” nella rubrica “Bottega di poesia” di Maurizio Cucchi e Eugenio Lucrezi.

Michele Joshua Maggini: inediti

Qualcuno ci chiude già nella sua palpebra, c’è vento e verrò, giurami, verrò dall’asfalto fino a te, poi in te rapito verso il buio dove sembrano sbiadire i viali, le mura, ma gli interurbani, loro sanno, loro potranno, se da te la Tim non prende, faranno tremare il cuore quando ti guarderanno come fossi in loro come io lo ero in te. E gengive. Poi amore e ancora amore dove in te l’universo ci abbracciava. Vedi, subirai ogni millimetro della verità e della gioia qui dove la vita è per sempre, in questo spazio tra una parola e l’altra, ma solo sulla pagina, nel bianco dell’impossibile. Ma altri mondi dipendono da questi pensieri. Ed io penso a vederti mentre ti guardo brillare in una macchina in un parcheggio. Mi dici “adesso” ed è come mi svegli, c’è il viso. Poi il buio dei fianchi, si muove. Puoi dire l’estate, ora, adesso che dall’incontro nasce un cosmo tra i mondi possibili e solo stare nell’altro è qualcosa vicino al respiro come il nome, l’amore.

 

Giorni murati vivi. La parola perché la bocca lontana dai seni e l’inverno ti spacca le labbra, ti spoglia fino al freddo dei denti e nuda è vederti fin dove resisti al vento fortissimo. Respira. Non si sa quanto ancora resterà il nome sul campanello arancione, nell’appartamento non abita nemmeno più la moglie, allora chi. Respira. Poi ti ritrovai in mezzo ad una strada in pieno blackout. Gennaio e ho visto Lorenzo e speravo che la neve coprisse tutto, ma la neve qui non c’è stata e il rossetto non è più sulle labbra ma sulla camicia fortunata, quella senza un bottone. Le leonesse iniziavano a partire in branco, salutavano con gli occhi, inchinando la testa.

 

Lascia il reggiseno sul cambio. Anni fa e la tua luce giunge ancora nella cucina, negli inverni senza caldaie e pareti e resti in radiazioni propagarsi di come un nuoto. Dal rosa serale sullo skyline dice domani, prevede le forze, i cieli migliori, i ciliegi quando saranno. È per gli insonni la mela cotta e negli occhi dei pazzi non sarà più la vertigine del guanto in lattice, ma la carezza, capisci, la carezza come quando bastava dire presenti con una mano e bastava quella gioia. Quante parole che so dire guardandole e non so perché le dico quando le guardo ma non riesco a dire del tuo volto quando mi guardi e. Sono parole di altri, i ladri vivranno, gli altri, invece, gli altri.

 

 

Il poco ossigeno di luglio, raro, in briciole sul tagliere a caso i pianeti si congiungono ed entrano nelle case a rubare l’oro, entrano nella vita a rubare qualcosa lasciando un biglietto con scritto manca qualcosa e non saprai mai che. Non lo saprai mai però. Entri tu con il mio braccio, questo è tuo, dici e tra poco arriveranno loro come un acquazzone ad agosto che ci porterà a mare felici. Non lo saprai mai però. Sentirai le molecole, quando sarai nel sospiro che sfonda i secondi nelle sale d’attesa seduti con gli altri dove e vi riconoscerete tutti per le occhiaie profonde. È stato il secondo più lungo quando hanno guardato, quando hanno chiamato dicendo questa non è la tua vita, vattene.

 

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“giro dorsale”: poesie inedite di Jacopo Mecca, introdotte da Francesco Iannone

Immagine di © Jacopo Mecca

giro dorsale: poesie inedite di Jacopo Mecca

Nota di Francesco Iannone

 

La poesia di Jacopo Mecca è fatta di schegge, di muti frammenti che si concedono alla seduzione degli sguardi. Sono rinvenimenti (o, più semplicemente, scoperte) dello stupore e della meraviglia.
Versi che fissano in parole istantanee di una realtà commossa e che commuove in un incedere lento, propagato, che assomiglia alla resa di una massa che scava senza farsi sentire.
Versi del canto che chiedono un’intesa con il reale. Intesa possibile per intercessione di una fedeltà condizionata dalla predisposizione rituale dell’uomo di fronte al proprio mistero. Mecca raccoglie elementi apparentemente neutri, senza nessuna vibrazione mi(s)tica, pesca nelle distese del tangibile, dell’esperibile, registrando situazioni senza aggiungere ornamenti, restituendole nella loro verità ossuta. L’autore utilizza qui un dettato senza increspature che però non rinuncia a quella tensione che è anche accensione, messa in moto, di un desiderio. Già il titolo “giro dorsale” suggerisce l’idea dell’azione possibile, la propagazione del gesto nell’aria praticato per la difesa e per l’attacco, così come accade nel basket quando si ha bisogno di guadagnare spazio. E non è forse questa la forza della parola? Creare nuovi spazi abitati dai gesti. Rinsaldare la relazione affettiva fra il dettaglio e il mondo. I versi di Mecca (ri)velano un’ansia di localizzarsi, che è probabilmente la più umana delle aspettative. A me a tratti ha fatto pensare alla fulminante poesia di Umberto Fiori, e specialmente il testo Sui tram, ai semafori o in curva ne porta a mio avviso la traccia. Ed è nel testo Rimangono vuoti questi spazi che mi pare scorgere una dichiarazione di poetica: In questa attesa si è assediati dal crampo / contratto da ogni arresa. Nel vortice attesa/arresa il poeta compie i suoi giri, tesse le sue trame interiori, tenta una timida giravolta dello sguardo, produce i suoi sonori risucchi umorali, ed è lì, in quel viluppo, che si agita talvolta la vita e, dunque, la parola.

giro dorsale
Jacopo Mecca

 

Le cose che stanno sulla mensola
stanno lì come per strada le statue,
i monumenti.
Tra la polvere e le pulizie del mese
lasciano il segno della loro fedeltà.
Così, anche se non ci fai caso,
non tradiscono mai, mai rinunciano
al loro gesto eroico: stare al proprio posto,
lì dove le rimetti.

 

 

Se la sera in treno guardi fuori
c’è buio.
Ma a tratti qualche luce muove la coda.
A volte, se ti sforzi a intuire
città o paesaggio
sul finestrino, nello specchiarti, ti disperi.
Così, tra gli occhi in su
e il silenzio degli altri
sale l’ansia di localizzarsi.

Prima o poi ti salva,
dall’alto, di colpo, l’annuncio
dell’imminente stazione.

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Lorenzo Pataro, Inediti

Lorenzo Pataro, foto di Giorgia Certelli

Sto nella vita come un emigrante
dal corpo, lo osservo da fuori
come fossi morto,
parto per mesi e lontano,
qui forse ti saluta una mano,
la voce forse ti dice ti amo,
ma è tutto falso e sbagliato,
sono sempre stato straniero
di questo mio stato in luogo,
sono altrove, Altrove sono.

 

Dicono che ci passerà
questa pigrizia viscerale,
le lenzuola hanno la forma del corpo,
bianco il male ovattato nella stanza,
non sentiamo aria respirare
nemmeno da una mosca, dicono
che il seme disperso ha causato
nascite improvvise lì fuori,
la finestra ha favorito il passaggio
dei cromosomi, abbiamo bevuto
tutto il nettare dai seni sospesi
di Madre-Noia, dicono che non resta altro
se non piangere, far uscire dalle cosce
le lacrime, spingere fuori
dalle zampe una gioia di carne
come un animale il nascituro
e dargli un nome: Futuro.

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