Paolo Steffan, Zona Rossa (parte seconda)

Prosegue la narrazione ZONA ROSSA. Piccolo racconto del coronavirus di Paolo Steffan che, in questi giorni, presentiamo sul nostro blog il venerdì e sabato pomeriggio. La prima parte qui.

particolare d La nave dei folli di H. Bosch (1494)

Un barista italiano

…..Che cazzo di governo ladro!

…..Qua il popolo delle partite IVA ha due affitti e un mutuo da pagare, e per due linee di febbre e due vecchi rintronati che muoiono… Che sarebbero morti lo stesso… ‘Sto governo di delinquenti mi fa chiudere tutto.

…..Cosa dici? Che io ci campo grazie alle ombre che si seccano a litri i vecchi rintronati che maledico? Ma va’ a cagare, che vecchi diventiamo tutti prima o dopo. Un cliente moribondo in meno non è una perdita. Chiudere tutto dall’oggi al domani è la mia rovina. Ho appena ordinato la macchina nuova. Mi son fatto il SUV stavolta, quello dell’Alfa, nero metallizzato, tutto in pelle dentro… Ci ho dato un rene di anticipo, e da qui a un mese mi arriva e mi scatta la prima rata del finanziamento. Non ci pensano a chi, dopo vent’anni di lavoro, giorno e notte a sgobbare come un negro per pagare tasse a Roma strozzina, si concede una volta un meritato contentino. No, mi devono rovinar la festa, mandare in vacca. Che destino caino! Ma ci fosse davvero un dio lassù, ma non c’è niente, no.

…..Guarda qua: chili di affettato fresco. A chi li do questi? Al cane? Tutta roba di prima qualità, che io non vado mica al Giga Market, è roba del “Beccaio”… Sai, siamo amici ormai e mi fa un prezzo buono se compro un quantitativo generoso. Fortuna che il bere è roba che dura!

…..‘Sti cinesi di merda!

…..L’unica roba buona è che ieri ci han chiuso le frontiere: stessero tutti a casa loro, ‘sta gente sporca. Perché io son maniaco della pulizia, eh: guarda, guarda qua dentro prodotti. Qua dentro la parola d’ordine è una sola: igiene! Ma sarebbe da fare un po’ di “pulizia” anche nell’altro senso, che siamo ormai alla rovina.

…..Mandarla a casa ‘sta gente piena di virus, e i comunisti che ne tirano dentro ancora. “Sì, venite tutti qua nel Bentegodi!”, gli dicono. Tanto il veneto mona che paga son sempre io, per darci da mangiare a questi qua. Piuttosto di sfamare un cinese o un negro, con questo prosciutto mi ci pulisco il culo!

…..E adesso va’ fuori dai coglioni anche tu, che chiudo ‘sto buco, prima che la polizia mi metta in galera perché ti ho servito l’ultimo bianco. Lasciami alla mia rovina, per due colpi di tosse di un cinese coglione che mangia pipistrelli in saor e attacca la peste a mezzo mondo! Che razza di schifo…
Ciao, ciao. E va’ in mona!

Un’infermiera

…..Sono crollata dal sonno sul tavolo della reception, dopo un turno che è durato il doppio. In due settimane questo ospedale di provincia si è trasformato in un inferno. Sento la gente minimizzare, quando esco. La mia amica Francesca mi ha detto che un barista molesto imprecava contro le chiusure, contro un virus sopravvalutato. Davvero certa gente non capisce: se stesse qui anche solo un momento non proferirebbe più parola: se ne starebbe buona a casa in attesa che il nostro lavoro dia il risultato che tutti auspichiamo.

…..Ho paura. È una cosa più grande di noi. E quando è più grande di noi non ci crediamo, come non crediamo più in Dio. Collochiamo tutto ciò che è invisibile e grande in una sorta di proiezione, saturi come siamo di teleschermi e di vita virtuale: ma dentro le corsie di questo ospedale non c’è nulla di virtuale, ma corpi di carne in affanno, cui dobbiamo aiutare la respirazione con l’ossigeno. Ieri hanno trovato positivo mio nonno, non è ricoverato qui da noi, ma lo rivedo in ogni anziano che, attaccato dal virus, resta legato alla vita da un filo sottile. Gli ho telefonato tutti i giorni in queste ultime settimane: “Nonno, stai a casa, è un discorso serio!” E lui a minimizzare, a dirmi: “Mi prendi proprio per un vecchio che non sa il fatto suo?” Andavo a trovarlo quasi tutti i giorni, prima che questo virus arrivasse nel mio reparto. Per non esporlo al contagio, l’ho solo chiamato, ma è stato vano. E adesso sono preoccupata, ho il cuore stanco. Perché l’uomo è così superficiale, così velleitario!?

…..Ho paura, ho paura perché questa mascherina è solo un velo sottile. Basta uno scostamento inavvertito, basta un momento e finisco in quarantena. Non posso permettermelo, ora io non sono solo me, ma sono parte di un noi che avevamo dimenticato. Questi guanti che sono diventati la mia nuova pelle a volte mi spaventano, perché il virus è invisibile e può annidarsi in ogni piega. Ho imparato persino a sopportare il prurito. Un prurito nervoso, psicosomatico, che è indotto dal diavolo, per tentare la mano contaminata a toccare occhi, naso, bocca. Ho i nervi infiammati, un dente sicuramente cariato che mi pulsa: ma non ho tempo di pensarci né di andare a curarmelo. Così crollo in un sonno dettato dallo stremo di ogni forza e convivo con questo dolore fitto dentro una bocca che non posso permettermi di toccare.

…..Ho paura, ma sono appassionata e combattiva. Sono convinta che ognuno dovrebbe studiare per il lavoro che ama veramente: solo così potrà svolgerlo al meglio, non sottrarsi mai al proprio impegno anche quando può costargli la salute propria e dei propri cari. Sembrava una convinzione borghese, da privilegiati, prima che accadesse tutto questo. Ora invece ne ho la certezza: vivere solo in nome di un credo. Il mio è quello di aiutare gli altri a curarsi, a stare bene, perché non si lavora solo per uno stipendio. E se questo modello economico ci ha portati a pensare in questo modo, allora il virus che stiamo odiando potrà anche essere stato una benedizione, nel riconfermare il valore assoluto della vita, nel ribadire la centralità della vita, tanto la propria quanto quella del prossimo!

…..Ma ora inizia un nuovo turno. Raccolgo questi capelli sudaticci, mi correggo le occhiaie e tento un sorriso. Mascherina, occhiali, guanto uno, guanto due…

Un pensionato

…..Poldo ieri tossiva più del solito. “Orco can, per un po’ di rauca mi prendete una paura!” ci ha detto, quando l’abbiamo guardato con occhio impietrito. La briscola è stata meno allegra da quel momento. Ezio ha perso e si è alzato, facendo finta di essersela presa. Ma ho capito che stava simulando. Quando si accende di rabbia diventa viola, ieri nessun colore più che rosso gli si è dipinto sui pomoli delle guance.

…..Io, per la mia sventatezza e perché forse adesso, a ottantadue anni, mi sento legittimamente più disaffezionato alla vita, sono rimasto per un’altra partita. Il clima però era meno gioviale e Poldo tossiva, tossiva, sparando goccioline sulle carte, sui bicchieri, sulla tavola. Lo confesso, per la prima volta quel mezzo bicchiere di rosso che avevo accanto è rimasto imbevuto.

…..Poldo ha sempre tossito, quel catarro convive dentro di lui come un parassita da anni. Siamo noi che l’abbiamo guardato con un pregiudizio nuovo. Così, oggi non sono andato all’osteria. Mi ha telefonato Ezio, che stanotte l’ambulanza è andata a prendere Poldo. Sua nipote lavora all’ospedale e glielo diceva… Ce lo dice la televisione tutto il giorno… “State a casa”. Ma noi siamo vecchi e cocciuti, cocciuti come i giovani. La vita è proprio una parabola: l’inclinazione da cui parti è la stessa in cui ti trovi a sguazzare quando stai finendo. Io mi sento bene, al momento, ma comincio a essere inquietato. Dopo la telefonata di Ezio ho cominciato a pensare ossessivo: mi sono toccato la faccia mentre giocavo? E poi mi sono lavato le mani? Non lo ricordo, e probabilmente non l’ho fatto. E comunque non cambierebbe niente, che con Poldo ci abbiamo giocato tutti ogni giorno.

…..Ora sto qua dentro, spesa ne ho in abbondanza. La Giovanna me ne ha portate tre sporte l’altro ieri. È un’amica e non solo una vicina di casa impietosita dalla mia vedovanza, almeno quanto io ho pietà di lei, costretta a sopportare quel marito coglione e razzista, che la tratta come uno straccio. Qualche volta sogno – lo so, a volte sono perfido – sogno che rimanga vedova anche lei e di passare assieme gli ultimi anni. La Giovanna è una donna che sa piacere a un vecchio solo come me. Saremmo anche ricchi: si venderebbe una delle due case e col ricavato qualche lusso, qualche viaggio, prima che la fiamma sia spenta.

…..Ma cosa dico? Non so neppure se campo da qui a un mese, dopo la briscola con Poldo! E allora brindiamo alla vita, prima che ci prenda “sora Morte”: un bel calice di cristallo, per una goccia di cabernet. Facciamo anche due… Il salame di cinghiale (la Giovanna ha pensato proprio a tutto) e questo bel tozzo di pane toscano, per un perfetto equilibrio di salinità. E poi dicono che si vive male da soli… Prosit: a Poldo e alla sua rauca!

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© Paolo Steffan

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