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Recensioni ibride #2: #LaStanzaProfonda di #VanniSantoni

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Recensione ibrida a La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza)

di Ilaria Grasso

Molti hanno scritto de La stanza profonda di Vanni Santoni con le più varie chiavi di lettura e interpretazioni. Chi mi ha preceduto ha parlato dei giochi di ruolo, di controculture, della forma ibrida del romanzo ma nessuno ancora ha parlato della copertina del libro e del personaggio di Leia.
L’artista che ha illustrato la copertina si chiama Luca Maleonte. Il writer romano, classe ’83, adotta, per sua stessa ammissione, come simbolo, l’icosaedro che è anche la forma del dado di Dungeons and Dragons, un gioco di ruolo, oggetto dell’indagine del libro. L’originalità delle opere di Luca Maleonte sta nel fatto di riuscire a far coesistere moderno e antico. Troviamo infatti, nei suoi murales, richiami ai disegni medioevali, tratti dalla catalogazione di piante o animali, o rimandi alla scultura classica, statue ad esempio.
Pure nella copertina troviamo modernità (la t-shirt con lo smile e la camicia nerd a quadri rossi e neri) ed evocazioni medioevali (lo sfondo) e ovviamente richiami ai giochi di ruolo (parti di armatura e il noto icosaedro).

Chiacchierando con Angelantonio, caro amico e decennale giocatore di ruolo, ho scoperto di alcune sue opere a Roma. Nella stazione metro di Piazza di Spagna ad esempio c’è un murales di Luca Maleonte che rappresenta una dea con due leoni. Al posto del volto, un icosaedro, il noto icosaedro. Chissà se il personaggio di Leia, a cui Santoni dedica una parte sostanziale del libro, sia nato proprio da lì, dalla visione di quella dea?
Già nel suo precedente libro avevo avuto modo di apprezzare il linguaggio lirico e ispirato e mi erano piaciute molto alcune sue espressioni. Indimenticabile l’espressione “i lampi della genesi e dell’apocalisse” in Muro di Casse. Anche questa volta Vanni Santoni non si è risparmiato. Prima di Santoni molti hanno descritto, in prosa o versi il panorama del centro Italia. Penso ad esempio ad Attilio Bertolucci in questa poesia:

Io sono solo
il fiume è grande e canta
Chi c’è di là?
Pesto gramigne bruciacchiate.
Tutte le ore sono uguali
per chi cammina
senza perché
presso l’acqua che canta.
Non una barca
solca i flutti grigi
che come giganti placati
passano davanti ai miei occhi
cantando.
Nessuno.

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Cultura come Universo: ‘Il tempo del consistere’ di G. Fabbri (di L. Cenacchi)

iltempodelconsistere

Gianfranco Fabbri, fondatore dell’Arcolaio di Forlì, esce, dopo un lungo silenzio, con il libro di prose Il tempo del consistere.
Si intuiscono subito, anche a una lettura sommaria, le molteplici sfaccettature di cui questo libro è carico e, di conseguenza, la difficoltà di impostare un discorso critico che possa abbracciarle tutte. In questo articolo prenderò in considerazione, da una parte, la riflessione sul tempo sottesa alla struttura del libro: di come la sua struttura lirica interpreti il sentimento del tempo postmoderno; dall’altra come Fabbri, non riuscendo più a poter concepire genuinamente una identità e un sentimento lirico legati al territorio, opponga a questo una de-realizzazione che lo proietta nell’orizzonte culturale della coscienza, il quale si rivela nuovo universo d’interazione.
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  1. La frammentazione del tempo

Questo libro, inevitabilmente, è anche un’opera che concerne il sentimento del tempo.
Il tipo postmoderno non può più concepirlo come un continuum, come progresso e ha teso a frammentarlo rivalutando così «l’attimo isolato e isolabile»;[1] oggi lo scrittore «tende a una percezione omogenea di un tempo galleggiante, che sottomette l’essere all’istante».[2] Anche Il tempo del consistere non fa eccezione e infrange il continuum, il progresso cronologico, chiudendo gli eventi in componimenti singoli che, a loro volta, sono diluiti dalla coscienza dello scrivente che li percepisce. Difatti il libro si fonda su un rilancio tematico di concordanza od opposizione. Così il campo d’azione non diviene più la realtà, ma la coscienza, la quale impone il tempo, per così dire, dei suoi frammenti, i suoi istanti sempre attuali.
Questa suggestione dispiega, così, il senso etimologico del titolo del libro Il tempo del consistere (cum+sistere, stare fermo, stare saldo, avere il proprio fondamento in…), dunque radicarsi nell’istante della coscienza. Questa peculiarità si può ritrovare sin da subito nell’episodio Non mi va di alzarmi che apre la prima sezione del libro, Echi del passato. Qui percezione esterna e interna si fondono.
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  1. Realtà e cultura

Qual è la conseguenza di questa fusione? Ovviamente uno straniamento dalla realtà. O meglio: vi è una dipartita dalla territorialità, che non può più rispecchiare l’io. Questo è sintomatico, soprattutto, nella sezione L’occulto sguardo dal presente in cui vengono dipinti paesaggi desolanti e vuoti, assieme a difficoltà comunicative con altri personaggi. Nel trapasso dalla prima alla seconda sezione l’impressione ricorrente è che il mondo abbia perso qualcosa: l’efficacia del rapporto umano. Difatti la dimensione del gioco, che la incarnava, viene quasi totalmente a mancare; viene così sostituita da suture precarie e frangenti di pura incomunicabilità. Ritorna un dialogo con gli oggetti,[3] ma non è altro che lo specchio di quello con gli uomini: nel migliore dei casi momenti passivi, come la tastiera, oppure la macchina gialla.
In questo modo Fabbri registra lo sgambetto che il mondo fa all’uomo, anche se qui si dovrebbe parlare ancora di poeta: non tanto la perdita dell’altro quanto la difficoltà comunicativa o, a volte, l’impossibilità comunicativa.
Ma quello che soccorre il Nostro nell’inerzia di questo immaginario è proprio la ‘suggestione della cultura’ che si rivela un universo gravido in cui agire e dal quale ci si può lasciare fecondare. Nell’omonima sezione, così, l’ipotetica biblioteca di Fabbri (che chiamerei biblioteca essenziale), più che per titoli, è ordinata per nominativi in cui si innestano le riflessioni dell’autore. Questa caratteristica prosegue alternamente anche nelle successive sezioni.
Così la realtà straniante viene sostituita dall’immaginario culturale, che è quello della coscienza. È questa la cosa interessante di questo libro, che lo apre a sviluppi interessanti e a congiunture inattese. Quello che rimane certo è, fra le tante cose, la transizione d’identità cui l’autore è stato obbligato. L’io, non potendosi più rispecchiare nel territorio, tende a compiere una parabola d’astrazione, ma senza rinchiudersi in una sterile autoreferenzialità. Difatti la suggestione della cultura, obbligandolo a un confronto, impone all’io di uscire fuori di sé per poi ritrovarsi accresciuto. La cultura diviene così non solo un silenzioso interlocutore, non restituisce soltanto l’equilibrio perduto,[4] ma si scopre depositaria di quell’umanità smarrita. Io credo non sarebbe un errore sillogizzare: cultura come essenza dell’essere umano. Perché? Perché la dissoluzione dell’orizzonte geografico ha aperto possibilità di virtualità totali ed è in questa totalità d’immaginario, intesa come molteplicità di suggestioni amalgamabili[5] e comunicanti, che si dovrebbe costruire un identità comune, almeno nell’utopia letteraria. In questo libro Fabbri, mi pare, si sia aperto a questa possibilità, alle sue molteplici virtualità, e per un certo verso, rispecchia anche, seppur sia un uomo profondamente legato al ’900, l’architettura plurale, anche se confusa, del nuovo millennio.

© Luca Cenacchi

Note
[1] Postmodernismo e letteratura in Bertrand Westphal, Mappe della letteratura europea e mediterranea, Mondadori 2001.
[2] Ibidem.
[3] Cfr. pp. 44, 46.
[4] Cfr. Ciò che mi frega è lo specchio.
[5] Ma non deve essere operazione intertestuale, qualora si considerasse intertestualità la giustapposizione paratattica di elementi letterari.

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Luca Cenacchi nasce a Forlì nel 1990. Ha scritto prefazioni a raccolte di versi. Suoi articoli critici sono apparsi su Poetarum Silva, Fara poesia, Kerberos Bookstore e la piattaforma Laboratori Poesia della Sammuele editore. Sue poesie sono pubblicate in antologie, fra le quali La mia sfida al male (Fara 2016). Collabora con il Centro Culturale l’Ortica.

Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce. (altro…)

Nel ‘miele’ bruciante di Sandro Campani. Di Paolo Steffan

Nel «miele» bruciante di Sandro Campani
di © Paolo Steffan

Mi trovo qui a scrivere di uno dei più bei romanzi contemporanei che mi sia capitato di leggere in questi anni: è Il giro del miele di Sandro Campani (emiliano, classe 1974), una lettura estremamente facile, se pure questo sia anche un romanzo difficile. Vi è infatti, nella scrittura di Campani una capacità comunicativa che sa trasmettere il piacere e la leggibilità, l’ascoltabilità di qualcosa di lieve, semplice come una chiacchierata in dialetto davanti al camino, di notte, con una bottiglia di grappa sul tavolo. La sua prosa è familiare, pulita, sonora e per questo ascoltabile: perché vi è una encomiabile attenzione all’oralità, ma nella scrittura. E questo è un fattore di stile alto, di cui il tecnico si accorge, mentre il lettore appassionato può godere con l’innocenza che il critico ha perduto. Come quando si legge la grande poesia, Il giro del miele consente in numerose sue pieghe di considerare diversi piani di lettura, senza che questa sia preclusa al semplice fruitore di narrativa. Non occorre cercare a fondo, per spiegare cosa sto cercando di dire basta prendere lo splendido incipit:

«Stavo sognando il fuoco. Davanti ai miei occhi chiusi le fiamme s’erano trasformate in costruzioni dalla sagoma incostante, capanne dalle cui pareti vive si staccavano ogni tanto croste nere, poi bocche d’animali luminosi che mangiavano e scappavano nell’ombra.»¹

A chi di noi non è mai capitato di sognare il fuoco? O perlomeno queste impressioni chiaroscurali, magari influenzate semplicemente dai fosfeni, i puntini luminosi che sotto le palpebre si creano quando la sera spegniamo la luce? Questo è l’effetto che fa, credo, un primo livello di lettura dell’incipit. Poi sottentra la magia, che mescola realtà e finzione quando il dormiveglia fa diventare la luce realistica del camino, presso cui sediamo assieme al narratore interno, immagini realistiche nel sogno. Eppure, questo attacco lascia aperti anche altri livelli di lettura e, senz’altro, la chiave stilistica aiuta: infatti quel settenario, laconico e indelebile, che sancisce «Stavo sognando il fuoco» può lavorare fino a penetrare la natura originaria del Verbo, coinvolgendo un portato mistico che è alla radice dell’umano. E allora sovviene un altro settenario (certo, tale in traduzione), da porre all’inizio di ogni testo, sia esso letteratura o vita: «In principio era il Verbo» (Giovanni 1, 1). Ci accorgiamo così che fuoco e verbo possono essere la stessa cosa, se li intendiamo come lógos, come ragione e principio primo di ogni cosa, e dunque della narrazione, come per l’incipit per un romanzo, punto di incommensurabile peso specifico, che su tutto fa luce, se pure in modo ancora ombroso: «bocche di animali luminosi» ma «nell’ombra», così come in Giovanni 1, 4-5: «Egli era vita e la vita era luce per gli uomini. Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta».

La lettura dell’incipit di Campani, la sua figurazione e interpretazione-base, come si diceva, sono facili, meglio ancora nel prosieguo del libro, quando la trama si chiarisce e quel fuoco si fa concreta azione cui il ricordo dei personaggi allude di continuo, fino al disvelamento. Ma un romanzo non può (sempre) essere solo trama; anzi, se la qualità dell’opera è consolidata, gli abissi possibili che si riparano sotto la pelle sottile del dire familiare stanno alla complessità di ciascun lettore, meglio se questi è un critico, ovvero colui che si pone in dialogo con un gruppo di lettori quale garante. (Proprio il critico, dunque, deve proporre motivati aspetti di precipuo valore, e lo deve fare con una scrittura che abbia a propria volta la bellezza di un’opera cui vale prestare attenzione: poiché, se manca il lavoro su una raffinata ‒ che non vuol assolutamente dire difficile ‒ prosa critica, allora è inutile riporre la propria fiducia in quel recensore.) Per tornare a noi, il testo di Campani è esemplare nel proporre una letteratura che, senza impoverirsi, si mostri elevata ma per sue doti intrinseche, senza pavoneggiamenti: collocata nella sincerità quotidiana del dire. È qualcosa che mi riavvicina ancora una volta alla poesia, in particolare a quella di Emilio Rentocchini, poeta di Sassuolo, località vicinissima all’Appennino del nostro narratore e citata come ambientazione, nei suoi dintorni più periferici, dentro Il giro del miele. Rentocchini ha scritto soprattutto in dialetto, in una di quelle infinite varietà locali che nella nostra penisola hanno rappresentato il dominio dell’oralità nei secoli. Eppure, nel dar forma scritta a questa oralità, egli si è dotato della misura dell’ottava, metro canonico, classicissimo e anche abusato della tradizione in lingua. Sicuramente l’ottava si presta alla cantabilità, alla trasmissione di storie, d’altronde è la misura eletta dell’epica nazionale. Ma forse anche per questo, si rischia di averne repulsione, di sentirla retorica, come lo sarebbe l’edificazione di un edificio in stile romanico-gotico negli anni Duemila: anche i massimi cultori di quelle forme ne capirebbero il cattivo gusto. La scelta del dialetto sposata all’ottava in Rentocchini ha invece qualcosa di cristallino e sublime: è l’incanto della scarpetta da principessa sul piede dell’umile sguattera Cenerentola! Qualcosa di affine succede alla prosa di Campani, quando davanti alla candida copertina einaudiana ci attendiamo un romanzo tutto tecnica, bello ma per palati fini, e invece troviamo la nostra giovinezza periferica, raccontata in una fredda notte appenninica, con coloriture regionali ‒ sempre lievi eppure così calde e onnipresenti, così cantabili ‒ in un intreccio di storie e di piani, complice l’astuto e difficilissimo (da rendere e mantenere, per lo scrittore) punto di vista, che non fa mancare la certezza di avere in mano la storia di un artista della narrazione. Dopotutto, in Europa, da quasi tremila anni, è sempre Odisseo che racconta ai Feaci le solite peripezie, con o senza l’ausilio della grappa, per cui la differenza la fa l’artista.

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XIII Quaderno di poesia contemporanea: un corridoio d’acqua

CopertinaQuaderno

Tredicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2017, € 25,00

Ho scelto l’acqua per attraversare il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea.
L’acqua è un elemento che compare in quasi tutte le poesie di Agostino Cornali (1983); una presenza costante, persistente. Il campionario è vastissimo: si tratti di rogge, fossati, pozzanghere, sorgenti, marcite, vasche, ghiacci, torrenti, laghi, fiumi, mari, proprio attraverso l’acqua sembra dettarsi, prima di sciogliersi nel nulla, la sua (sua e potenzialmente di ognuno) “geografia dell’io”. Dirò meglio: Cornali prova a pescarsi in una toponomastica che gli serve da puntellamento esistenziale e immaginativo, e l’acqua è un contorno fondamentale. Siamo in presenza di una ricerca e di una fantasia dell’io. I luoghi e le situazioni di Camera dei confini sono dunque punti, nomi che diventano tracce di epifania, perché del suo io avvenga l’annullamento. Cornali è autore anche di prosa, ama l’invenzione e lo scavo di Mari, ama l’asciuttezza e l’essenzialità di McCarthy. Così tutto è un confine nella sua poesia, che si muove tra storia, leggenda (come quella del Lago Gerundo col Drago) e la quotidianità di tutti. Cosa resta, alla fine? Una grandezza, una vastità sognante, potremmo dire, tra antichità e futuro dell’io, in una poesia che ci fa toccare magnificamente solitudine e abbandono.

                                           Chieve

È il respiro del drago Tarantasio
che fa tremare le persiane
nelle notti di febbraio

e sulle barche che solcano il lago
i nostri antenati longobardi
si alzano in piedi, tremanti sulle prue,
le spade e gli scramasax in mano

guardano la testa crestata del mostro
che emerge lentamente dalle acque,
i suoi occhi accesi nella nebbia
le fauci spalancate

e allora divampa
il fuoco sulle torri
dei castelli di pianura
e il pianto dei bambini risuona sulle coste
da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

Di quel lago maledetto
che dà il nome alla tua via
è rimasta una piccola pozza
che non riesce ad asciugare
in un campo di frumento.

Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

 

Il nome di Franca Mancinelli (1981) è un nome già affermato, saldo nel panorama della poesia contemporanea. Tasche finte, dopo i libri Mala kruna e Pasta madre, è il contributo di novità che si offre in questo Quaderno. Ha ragione Antonella Anedda, introducendo l’opera, nell’evidenziare quanto il gerundio sia venuto in soccorso in queste ultime prose poetiche (o possiamo forse dire: “false” poesie). Interessa notare il procedimento creativo di Mancinelli, come le immagini cioè diventino incisioni, e come il gerundio, in effetti, consenta in modo efficace e affascinante un rallentamento nel farsi di queste immagini: raffinate immagini  che pian piano si disegnano, entrano in un disegno filmico, entrano nella nostra mente, depositarie di una delicatezza (ma non disgiunta dalla forza) che le distingue e le esalta. Scelgo ancora l’acqua, come dicevo, per poterci inoltrare nella sua poesia. Fin qui, dove l’approdo è appena oltre il silenzio:

Qui ciò che cade indurisce nello spazio assegnato dal caso o dal destino. Cadendo si abbandona, perde ogni appartenenza. Iniziano a crescere radici, sottili come capelli. I tuoi, sul pavimento, nella polvere. Ma oggi il tempo è entrato, risuonando sui vetri. Le pareti si sono fatte sottili. La casa di membrana. Ogni stanza entrava nell’altra, sovrapposta come in un gioco di dimensioni perfette. Ne restava una sola alla fine, profonda di tutte le altre. Vi entrava anche il giardino, con gli alberi, la strada di auto lente, il canale. Ti stava facendo questo, pazientemente, la pioggia. Aprendo una sillaba all’infinito fino all’inizio dell’articolazione di un suono. Portandoti appena dopo il silenzio. In quella durata dove potevano fare ritorno, trovare luogo le cose.

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Rovigoracconta la nuova poesia femminile italiana nell’edizione 2017

Nell’ambito del festival Rovigoracconta 2017, che vedrà moltissimi scrittori, musicisti, saggisti in una quattro giorni di eventi gratuiti da giovedì 4 a domenica 7 maggio a Rovigo (tutto il programma dettagliato si trova qui e un breve riepilogo in coda a questo post) a presentare e raccontare – appunto – il loro lavoro, saranno cinque le voci poetiche ospiti: Francesca Genti, Silvia Salvagnini, Alessandra Racca, Manuela Dago e Francesca Gironi. La loro partecipazione mette al centro di uno tra gli eventi-festival più attesi della primavera, creato dallo scrittore Mattia Signorini con la curatela di Sara Bacchiega, alcuni appuntamenti che intrecciano poesia ‘performativa’, musica, canzone e sperimentazione visiva (e non solo) in un nuovo e inedito percorso tutto da scoprire, atto a trasportare lo spettatore ‘dentro’ il linguaggio della poesia contemporanea più sperimentale scritta dalle donne in Italia oggi. Con Rovigoracconta la nuova poesia femminile italiana, progetto pensato e voluto in esclusiva per il festival, le cinque poete ospiti dichiarano quello che è il loro personale tracciato poetico sino a qui e d’ora in avanti, fatto di forti tratti comuni, soprattutto per ciò che riguarda la volontà profonda negli intenti di ciascuna e la pluridisciplinarietà. Lo fanno esponendosi anche con un ‘manifesto‘ scritto a dieci mani, un ‘coro di voci’ sonanti che rivela una responsabilità linguistica fuori da scuole e movimenti precostituiti ma anche da rigide etichette: quella che potrebbe dirsi una rinnovata attenzione al presente poetico e all’umano non lirici, laddove il ‘fare’ della parola è anche il fare con il corpo che performa, un corpo-parola in movimento in momenti diversi eppure affini: nei reading, in concerto, in piazza; dentro una casetta di cioccolato e sopra un palco; tra strumenti musicali e altri. Il pubblico scoprirà così direzioni differenti di cui è fatta la ‘poesia contemporanea live’ scritta da autrici, vera novità per una manifestazione di forte richiamo nazionale che festeggia, nel 2017, quattro compleanni con un titolo immaginifico: Cerca la meraviglia. Buon ascolto!

Alessandra Trevisan

Il programma poetico

Venerdì 5 Maggio 2017, ore 18.00-21.00
Sabato 6 maggio 2017, ore 11.00-13.00 e ore 15.00-18.30
Domenica 7 maggio, ore 11.00-13.00
Piazzetta Annonaria, Rovigo
LA CASETTA DI CIOCCOLATO
Performance per uno spettatore
con FRANCESCA GENTI e SILVIA SALVAGNINI

Che tu sia un adulto o un bambino entra nella casetta di cioccolato e mettiti comodo in questo piccolo mondo creato apposta per te. Non sarai tu a scegliere una poesia, ma sarà la poesia a scegliere te. Ti arriverà leggera, sussurrata, e poi si trasformerà in cioccolato che ti verrà regalato e ti indicherà la strada per cercare la meraviglia.

Con questo incontro inizia un viaggio nella nuova poesia femminile italiana di letture, performance e meraviglie che continuerà per tutto il festival nell’Area Poesia in piazza Annonaria. Un vero e proprio manifesto. Un progetto inedito di Rovigoracconta. 

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Venerdì 5 Maggio 2017, ore 21.30, Piazzetta Annonaria
CONSIGLI DI VOLO ROCK
Reading-concerto con ALESSANDRA RACCA

Ci sono ali, barattoli, chitarre, dadi giganti, voli e molto rock ‘n’roll. Poesie che hanno la forza di un’esortazione e sono agili come canzoni. Un invito a liberarsi dei troppi pesi che ci mettiamo addosso e a poggiarci sopra l’essenziale.

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Sabato 6 Maggio 2017, ore 18.30, Piazzetta Annonaria
LE POESIE NON STANNO DA NESSUNA PARTE
Performance con MANUELA DAGO

Manuela Dago prende le sue poesie e le fa a pezzettini: i testi vengono decomposti, smembrati, le parole ritagliate. E finiscono letteralmente dentro a dei vasi di vetro da cui nasceranno nuove poesie assemblate in presa diretta. Le poesie non stanno da nessuna parte, o forse sono da sempre dentro di noi, e aspettano solo di uscire e andare in giro per il mondo.

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Sabato 6 Maggio 2017, ore 21.00, Piazzetta Annonaria
LE PAROLE CAMBIANO IL PAESAGGIO
Performance di e con SILVIA SALVAGNINI
e con ALESSANDRA TREVISAN, Marco Maschietto ai visuals
la musica di NICOLÒ DE GIOSA e le scenografie di CRUNCHLAB

Una performance-concerto per musica, voce e leggerissime sfere bianche. Le parole generano un nuovo paesaggio, la realtà frantumata e ridisegnata si perde in un live che suggerisce nuove costellazioni e potenzialità immaginifiche dello spaesamento. Le poesie di Silvia Salvagnini diventano canzoni, si sdoppiano e si moltiplicano in altre lingue e si trasformano in proiezioni che arrivano fino al cielo.

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Domenica 7 Maggio 2017, ore 18.30, Piazzetta Annonaria
ABBATTERE I COSTI
Performance con FRANCESCA GIRONI e la musica di LUCA LOSACCO. Prima data in Veneto

Performance poetica a base di corpo, testo, megafono, hula hoop e polaroid, caldamente consigliata per chi soffre di mal d’amore e capitalismo. Francesca Gironi scrive poesie dedicate all’Enel e all’amministratore di condominio. Confonde la polizza dell’assicurazione con un’invocazione, trasforma gli annunci di Trenitalia in un discorso amoroso. La danza crea ulteriore ambiguità, espande e distorce il senso del testo. I gesti provengono dai segnali subacquei, dalle istruzioni degli assistenti di volo, dalla lingua dei segni e da quella dei gesti. Perché le poesie si dicono con tutto il corpo.

La nuova poesia femminile italiana è un progetto inedito di © Rovigoracconta. Salvo dove indicato, ciascun evento ha una durata di 30 minuti. Questi eventi sono realizzati in collaborazione con © Baratti & Milano

Il programma del festival, con oltre 100 ospiti, vedrà salire sul palco NICCOLÒ FABI, STEFANO BARTEZZAGHI, DIMARTINO & FABRIZIO CAMMARATA, GIULIO CASALE & NORMAN, MASSIMO ZAMBONI, LIDIA RAVERA, VALERIA PARRELLA, CLAUDIO MORANDINI, CARMEN PELLEGRINO, MASSIMILIANO SANTAROSSA e moltissimi altri autori. 

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/325526497850231/

Nota di lettura: Michela Murgia, Chirù

Michela Murgia, “Chirù”, Einaudi 2015, euro 18,50

Come molti, ho conosciuto Michela Murgia anni fa con il suo potente e necessario Il mondo deve sapere (ISBN 2006, ora Einaudi 2017). Eppure mi sento di averla realmente incontrata nello splendido finale di un racconto inserito nel progetto collettivo Sei per la Sardegna (Einaudi 2014), dal titolo L’eredità. Mi scuso in anticipo se rovinerò la sorpresa su cui il racconto fa perno, ma credo sia necessario per stabilire con chi sta leggendo questa recensione di cosa parlo quando parlo di scrittura. Ecco le ultime frasi del racconto:

I figli dei tuoi amici fanno l’unica cosa che gli hanno insegnato i loro padri ed è per questo che stanno appresso alle pecore.
Io invece faccio l’unica che volevo fare ed è questo, non le pecore, che fa di me un pastore.

L’economia di questo linguaggio, la cristallina precisione delle parole nel castone della sintassi, le giravolte retoriche studiate fino a diventare invisibili, vanno a formare quella prosa che ho ritrovato, anni dopo, in Chirù.

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Goliarda Sapienza e Milena Milani in Spagna: un reportage “critico”

Facoltà di Filologia di Salamanca

Mi scuserà chi legge se il contenuto di oggi risulterà molto personale e il titolo di questo post un po’ ingannevole; in effetti avrei potuto intitolare questo “reportage” Una ricerca appassionata, ma l’avremmo sentito tutti come troppo sentimentale e naif. Eppure mi pongo molte domande dopo la prima trasferta fuori Italia per ragioni legate al Dottorato; una di queste riguarda il perché non ho mai fatto l’Erasmus. Una domanda interna e non esterna, senza rimpianti e con la consapevolezza che ciò che non ho affrontato dieci anni fa sia stata una scelta consapevole, e che i propri desideri si possano esaudire anche molti anni dopo e in modo diverso, trovando una forma consona.

Ho conosciuto tante persone a Salamanca in questi giorni, studiosi di varie provenienze, sia italiani sia spagnoli, sia non: eravamo tutti riuniti per il Convegno Internazionale Las inéditas in una delle più antiche università del mondo per la Filologia, che ha accolto la proposta di un gruppo di ricerca molto attivo in Spagna, il cui comitato scientifico è formato da docenti, studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che si muovono in Europa con grande agilità portando avanti un’indagine sopra la letteratura delle donne molto incline alla militanza ma non esclusivamente calata in essa: Escritoras y personages femininos en la literatura.

È utile dire sin da subito che le possibilità del Convegno proprio per la sua struttura, tra interventi che hanno toccato tutti i campi letterari (teatro, poesia, prosa, etc.), discussione, eventi di teatro e di altro genere, presentazioni di libri, denotano un’apertura non usuale al “fuori” dell’ambito accademico, cosa che in Italia non accade. È un’integrazione della realtà di cui ci si occupa (la poesia, il teatro, la canzone popolare in questo caso) all’interno della realtà di studio, una visione più consapevole e completa, un’ammissione di esistenza (!). Forse potrà sembrare ingenuo questo mio commento ma, per esperienza personale, lavorando da sempre come studiosa ora strutturata ma anche in ambito artistico trovo che l’Italia debba sempre più imparare a vedere fuori, ad accogliere il fuori nel dentro, ad avere una mobilità di pensiero che troppo spesso manca non solo nei contenuti ma soprattutto nella visione che sta a monte di questi contenuti.

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«Niente mi ha fiaccato!» conversazione con Ferruccio Brugnaro

foto a cura di Paolo Steffan

«NIENTE MI HA FIACCATO»
Conversazione con Ferruccio Brugnaro
di © Paolo Steffan

Quando arrivo al terzo piano della palazzina in cui Ferruccio Brugnaro vive con la moglie Maria, nella periferia di Spinea (Ve), trovo una figura amichevole e distinta, un ottantenne forte che mi saluta sorridente sulla soglia. Entro, c’è un simpatico sottofondo di giochi puerili, sono le voci dei nipotini, impegnati con la nonna. Ci sediamo nel salotto, e lì inizia la nostra conversazione, di cui è frutto la bella intervista qui pubblicata.

È fiero della propria storia personale, di essere un autentico poeta-operaio, di quelli che hanno vissuto la fabbrica dal di dentro, mettendoci anima e corpo, credendo profondamente nell’uomo e nelle sue risorse, nell’uguaglianza e nella bellezza. Alle pareti, quadri e ricordi, manifesti e testimonianze. E tantissimi libri e opuscoli.

Non ha rimpianti, Ferruccio Brugnaro, se non quello ‒ mi confessa ‒ di non aver coltivato le lingue, così importanti per capirsi in questo mondo globale; ma intanto i suoi ciclostilati vengono tradotti in moltissime lingue, in tutto il mondo. Solo dal 2002 a oggi, oltre 160 riviste ‒ in francese, inglese, spagnolo… ‒ hanno ospitato sue poesie. “Lì” ‒ mi indica, entrando nel suo studio, una borsa piena di fascicoli ancora da ordinare ‒ “ci sono anche delle riviste in cinese…”.

Varcare l’ingresso della sua stanza è entrare in un mondo a parte, dove è custodita un’intera vita in versi, assieme alle letture amate e ai manifesti di un’esistenza passata nella fabbrica, nel sindacato, tra gli studenti e i lavoratori.

Prima di salutarci, la signora Maria prepara il caffè e mi fa salutare i bambini; parliamo del rapporto coi figli, uno dei quali è Luigi Brugnaro, attuale sindaco di Venezia, e della diversità, talvolta abissale, delle idee che li contraddistinguono: “Non li ho mai indottrinati”, rivendica, “da ragazzi venivano alle volte con me alle manifestazioni, ma non li ho mai obbligati. Poi ciascuno ha preso la sua strada e oggi discutiamo animatamente, io da comunista non dogmatico, e i miei figli con le loro idee, ma c’è grande libertà di pensiero e soprattutto grande rispetto reciproco”.

Che cos’è per lei il lavoro?

È una cosa fondamentale per l’uomo, purché tenga al centro la dignità, altrimenti si scade nel disprezzo della vita. La dignità è stata al centro delle lotte operaie che abbiamo fatto, che erano per il lavoro, non per qualcosa che portasse malattia e morte.

Prima della fabbrica, si veniva da un mondo contadino, che ho vissuto nell’infanzia, di cui ho ricordi collocati negli anni Quaranta. Era una vita difficile fatta di malattie, artriti, tubercolosi, dentro case malsane. Ricordo che avevo una zia che faceva le iniezioni di canfora per l’asma e fuori casa sua c’erano sempre file di venti persone. Era una vita dura, con lotte quotidiane per un uovo, per tutto, alle volte sembrava che mancasse il respiro. Vita dura che ho poi ritrovato in fabbrica, tale e quale se non peggio.

Poi si è passati alle lotte operaie, qualcosa che alla mia generazione oggi suona distante, ma di cui calandosi nella sua scrittura si sente ancora l’attualità e il vigore.

La questione del lavoro è tutta sul piatto, senza lavoro marcisce tutto, si ha una deriva autoritaria.

Negli anni Cinquanta sembrava una follia mettersi contro gli apparati. Si veniva fuori dal nazifascismo, e i dirigenti erano ancora quelli, mica erano cambiati. La filosofia era che l’operaio non era niente: guai a chi si ribellava!

Mi ricordo una mattina, io ero in reparto alle 9.45 e non si respirava. Era fuoriuscita dell’anidride solforosa, e io ho spento le macchine per tutelare noi lavoratori. Azioni così si pagavano molto. Come oggi dovrà pagare molto chi si rimetterà a lottare.

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#Bolle (di #SamueleFioravanti)

copertina

Bolle.
Se Walt Disney scrivesse poesie in italiano

 

Se, per un gioco di affinità, i cartoni animati della Disney dovessero essere paragonati a poesie italiane – no, l’eventualità è persino troppo difficile da immaginare. È pur vero che Winnie the Pooh compare in un testo di Alba Donati (Tv, in Idillio con cagnolino, 2013) e che Raboni, com’è noto, definì Delio Tessa «il poeta che amava Walt Disney» (“Corriere della Sera”, 10 maggio 1958), tuttavia il connubio tra la poesia italiana e l’animazione statunitense non è dei più sentiti. Persino Raboni sceglieva Proust quando Patri­zia Valduga si dedicava alla lettura di Topolino.
Certo, Paolo Zanotti ambienta a Genova almeno il romanzo postumo Il testamento Disney (2013), ma proprio a Genova era fallito trent’anni prima il progetto di una Disneyland italiana (“la Repubblica. Ge­nova”, 12 dicembre 1984). Dora Markus possiede un topolino d’avorio bianco che purtroppo non è Topolino e, sebbene Dino Buzzati straveda per il buon Paperone (prefazione a Vita e dollari di Paperon de’ Paperoni, 1968), non ha dedicato nemmeno un verso al pennuto.
La collana “Classici della letteratura Disney” ha recentemente ripubblicato tutte le felicissime interpre­tazioni a fumetti del canone poetico nostrano (l’Inferno, l’Orlando, la Gerusalemme), eppure i poeti italiani contemporanei non sembrano ansiosi di ricambiare il favore.
Sì, Anna Banti riscontrava una certa somiglianza tra i personaggi di Calvino e i disegni di Walt Disney (Italo Calvino, in “Paragone-Letteratura”, III, 28, aprile 1952), ma si trattava pur sempre di testi in prosa perché invece, per quanto riguarda la poesia, la sagoma di Topolino compare appena in un verso di Magrelli (Sul nome di un’utilitaria della DDR che in tedesco significa «satellite», in Didascalie per la lettura di un giornale, 1999) – e compare oltretutto come documento dell’«ingenuità estetica» promossa dall’immaginario cute (Carpi, Nota sul cute nella poesia di Valerio Magrelli, in “Sincronie”, XII, 23, gennaio-giugno 2008).
Lo sforzo di rintracciare qualche altro caso di interazione fra i poeti e i cartoni –fosse anche un caso isolato o magari un po’ più lusinghiero– sarebbe comunque vanificato dall’ombra lunga delle condanne pronunciate da Salvatore Settis (Se Venezia muore, 2014) e da Vanni Codeluppi (Lo spettacolo della merce, 2000) nei confronti dei parchi a tema. Disney World è tacciato non solo di esoso consumismo ma di es­sere, a tutti gli effetti, il perverso rovesciamento del centro storico di Venezia o dei passages parigini.
La prosa italiana, insomma, fa del suo meglio e del suo peggio; la poesia pressoché tace.
Con l’articolo E Topolino inventò la letteratura (“Topolino Story”, allegato al “Corriere della Sera”, 30 mar­zo 2005), Paolo Di Stefano ha rilevato quanto siano diffusi gli abitanti di Topolinia nella narrativa ita­liana contemporanea (Veronesi, Mari, Nove…) mentre Giorgio Fontana ha dedicato a Paperopoli un intervento al Festival della Letteratura di Mantova 2016. La maggior parte dei poeti, al contrario, sem­bra evitare il confronto con la Disney. Persino Guido Catalano, che pur non si risparmia nulla, ma pro­prio nulla, liquida paperi e sorci sputando su «un cazzo di film di merda di Walt Disney». (altro…)

Luca Briasco: Americana

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Luca Briasco, Americana, minimum fax 2016, 18 euro

È sempre sulla cresta dell’onda Americana, un volume tutto minimum fax che attraversa le fila di un cosmo complesso e affascinante, percorrendone i motivi di unità, le vette di bellezza come le curiosità dei sottoboschi. Il cosmo in questione è la letteratura a stelle e strisce degli ultimi (all’incirca) cinquant’anni, e l’autore del bel libro è Luca Briasco, americanista, editor, traduttore e giornalista. Dopo un’ampia volata di prefazione che già lascia intravedere le strettissime maglie di un’eco continua tra gli autori selezionati (eco che è dialogo quanto contrapposizione), Briasco mette sotto la lente quaranta autori del panorama americano contemporaneo attraverso l’analisi di uno specifico libro; libro che si configura però come un piede puntato nella porta, che può così aprirsi in ogni saggio fino a toccare l’intera produzione dell’autore e la sua importanza, sempre specifica e sempre tracciabile, nella comunità cui appartiene: quella della parola scritta nell’atto di documentare la storia, la geografia, le tematiche ricorrenti o straordinarie che compongono il vasto universo degli USA ai giorni nostri.
Dico “storia” e “geografia” con cognizione, e non come semplici categorie scolastiche. Il viaggio che Briasco compie attraverso la letteratura americana è suddiviso in sezioni, e queste privilegiano le correnti e le tendenze di appartenenza dei vari autori: abbiamo il postmoderno di Barth, Pynchon, DeLillo e altri; il minimalismo di Carver; la letteratura cosiddetta “di genere”, per quanto un’etichetta simile sia stretta attorno ad autori del calibro di King; e ancora l’avanguardia, il realismo, e un canone ancora da scoprire tra le mani di Franzen, A. M. Homes, Foer, solo per citarne alcuni. Eppure l’impressione che lascia questo documentario cartaceo tanto fitto e ben scandito è quella di una letteratura che, anche quando disancorata da qualsiasi volontà di aderenza alla realtà, è in costante dialogo con la storia e la geografia del continente nordamericano: le cupe città ferrose e le vaste praterie, i noir spietati accanto alle dolenti saghe familiari, con il sottofondo quasi costante della desolata critica al sogno americano. Senza dimenticare due date fondamentali che ricorrono come a scandire uno spezzamento, un prima e un dopo nell’immaginario politico e sociale che gli scrittori non possono, neanche a distanza di tempo, ignorare: l’assassinio di John Kennedy e la caduta delle Torri Gemelle. (altro…)

‘Lettera a un giovane poeta’ di Virginia Woolf

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Virginia Woolf, Lettera a un giovane poeta, trad. it. di Lucia Raffaelli, quaderni di clanDestino, Raffaelli editore, 2013, pp. 68, euro 10

Ma come farete a uscire, e a ritornare nel mondo degli altri? Questo è il vostro problema oggi, se posso azzardare un’ipotesi − trovare il giusto rapporto, ora che conoscete voi stessi, tra il “sé” che conoscete e il mondo esterno. Si tratta di un problema difficile. Nessun poeta vivente è riuscito, a mio avviso, a risolverlo del tutto.

But how are you going to get out, into the world of people? That is your problem now, if I may hazard a guess − to find the right relationship, now that you know yourself, between the self that you know and the world outside. It is a difficult problem. No living poet has, I think, altogether solved it.

Non è forse un caso che nel 1932, a tre anni di distanza dalla diffusione dell’opera postuma Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, Virginia Woolf abbia pubblicato la sua Lettera a un giovane poeta [A Letter to a Young Poet] all’interno della raccolta Hogart Letters Series. Oggi troviamo questo testo in un’edizione del 2013 per Raffaelli editore, con traduzione di Lucia Raffaelli e revisione di Davide Ramilli.
La lettera era indirizzata a John Lehmann, prima collaboratore poi direttore di Hogart Press, come apprendiamo dalla prefazione del libriccino, con il quale la Woolf si confrontava in quella sede circa lo status della scrittura di lettere in Inghilterra, genere che aveva perso interesse, solidità e importanza in quel momento storico. Ma, come riconosciamo sin da subito, il discorso sposterà di molto il senso della lettera; un pretesto iniziale, quello dell’autrice, per rivelare cosa significhi a tutti i livelli scrivere – in realtà – poesia e prosa. Soprattutto: ‘scrivere per la vita’.
Non si può fare a meno di notare le similitudini, a una prima lettura, fra Rilke e Woolf; entrambi tentano di condurre i rispettivi interlocutori per mano, verso una rotta su cui sia possibile instaurare un confronto solido, che sia d’auspicio per una riflessione attorno e “dentro” il “significato” dello scrivere non per un pubblico ma per se stessi. E c’è una straordinaria continuità che, qui, non si desidera comparare ma richiamare, affinché la lettura di Woolf possa agganciarsi e possa dirsi anche legata a quella di Rilke, già al centro di studi diversi: segnalo quello del critico Kelly Walsh.
Una tra le questioni più significative del testo appare a pp. 45-49, in cui Woolf tratterà del tema del sé in poesia come cruciale, in parte già nella citazione che leggiamo all’inizio di questo post, che prosegue così:

[…] Tutto ciò che ti serve è stare alla finestra e lasciare che il tuo senso del ritmo, si apra e si chiuda, coraggioso e libero, fino a quando una cosa non si fonderà nell’altra, fino a quando i taxi non danzeranno con le giunchiglie, fino a quando non verrà a crearsi un’unità da tutti questi frammenti separati. […] raccogli tutto questo tuo coraggio, impiega tutta la tua cautela, invoca tutti i doni che la Natura è stata indotta a concederti. Poi lascia che il tuo senso del ritmo si snodi tra gli uomini e le donne, gli autobus, i passeri − qualunque cosa si muova lungo la strada − fino a quando non li avrà legati insieme in un tutto armonioso. Questo forse è il tuo compito: trovare la relazione fra le cose che sembrano incompatibili eppure hanno una misteriosa affinità

All you need know is to stand at the window and let your rhythmical sense open and shut, open, and shut, boldly and freely, until one thing melts in another, untile the taxis are dancing with daffodils, untile a whole has been made from all these separate fragments. […] summon all your courage, exert all your vigilance, invoke all the gifts that Nature has been induced to bestow. Then let your rhythmical sense wind itself in and out among men and women, omnibuses, sparrows − whatever come along the street − until it has strung them together in one harmonious whole. That perhaps is your task − to find the relation between things that seem incompatible yet have a mysterious affinity

Se al romanziere tutto ciò è concesso, la peculiarità e l’attenzione nei confronti dell’«istinto del ritmo» che Woolf spiega come leggiamo qui porta nella scena del “saggio” anche ad un altro punto: quello della “danza”, ripresa nel legame fra elementi diversi da accordare nel testo poetico, come a segnalare − per estensione − che il “gesto poetico” è “movimento”, e che coniugato al ritmo di cui sopra restituisce “la poesia”. Si tratta di una visione complessiva che nutre un tema ampio e complesso come quello del “fare poesia oggi” (così come ieri) su cui si è speso, qui sul nostro blog, Francesco Filia, nel suo articolo Poesia: memoria, ascolto e visione, che invito a rileggere. E, mettendo in luce questi legami non impropri, si crea una catena di senso che incuriosisce, che stratifica le direzioni da prendere, gli autori da leggere e rileggere, aumentando il numero di domande cui tentiamo di rispondere quando affrontiamo il genere poetico.

© Alessandra Trevisan