scritture

proSabato: Grazia Deledda, Il mago

Vivevano in fondo al villaggio, uno dei più forti e pittoreschi villaggi delle montagne del Logudoro, anzi la loro casetta nera e piccina era proprio l’ultima, e guardava giù per le chine, coperte di ginestre e di lentischi a grandi macchie. Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il mare in lontananza, nell’estremo orizzonte, confuso col cielo di platino in estate, nebbioso in inverno: cucendo presso la finestra scorgeva una immensità di vallate stendentisi ai piedi delle sue montagne, e sentiva il caldo profumo delle messi d’oro ondeggianti al sole, e il sussulto del torrente che scorreva fra le rocce e i roveti montani. In quella casa piccina e nera, col tetto coperto di musco giallo e rossastro, ombreggiata da un vecchio pergolato, fra tanta festa di cieli azzurri e di immensi orizzonti silenziosi, da due anni, Saveria scorreva la vita più felice che si possa immaginare, accanto al suo giovane sposo dai grandi occhi ardenti e le labbra rosse come i frutti delle eriche fra cui conduceva i suoi armenti, la sola sua ricchezza. Si chiamava Antonio. Anch’esso dacché aveva sposato la piccola signora dei suoi sogni da pastore, viveva felicissimo; però una leggera nuvola era apparsa dopo due anni di completa felicità sul cielo sereno della sua esistenza. Saveria non lo aveva reso né ancora accennava a renderlo padre! Era una cosa ben triste! Egli l’aveva tanto sognato un bel marmocchio bruno come lui che appena in gambe l’avrebbe seguito su e giù, fra i boschi e le valli, aiutandolo nelle dure fatiche di pastore; un marmocchio che poi, fatto forte giovanotto, la gioia e la speranza dei suoi vecchi, ammogliandosi avrebbe a sua volta tramandato il loro nome e la discendenza dei loro armenti in un altro, e così via pei secoli dei secoli! Tutti gli avi di Antonio erano stati pastori: e questa gloria egli sognava di continuarla ma come fare se non veniva l’erede? Tutto fu messo in opera; promesse, novene, pellegrinaggi. Antonio andò, scalzo e a testa nuda, a piedi, sino al celebre santuario della Madonna dei Miracoli, a Bitti, fece fare una processione, una messa solenne, e promise di dare tante libbre di cera lavorata alla Madonna quante ne avrebbe pesate il futuro figliuolino, ma tutto fu inutile. Saveria restava sottile, sottile, elegante nel suo costume dal corsetto giallo e la camicia ricamata, e la casa non veniva ancora rallegrata dagli strilli del sognato bambino né dalla nenia della mamma accompagnata dal cigolio della culla.
Era una ben triste, triste cosa! Se ne aveva già deposta l’ultima speranza allorché un giorno un’amica di Saveria venne a trovarla e le disse con profondo mistero, dopo i primi complimenti alla francese: – Non sapete dunque, comare Sabé? Peppe Longu mi ha detto che voi non fate figli perché…
– Perché?… – chiese attenta Saveria con gli occhi spalancati.
– Perché? – seguitò l’altra abbassando la voce. – Ci scampi Iddio, ma voi lo sapete, Peppe è un mago di prima qualità, così almeno dicono tutti… e lui stesso mi ha detto che è per opera di una sua magia che voi non avete figli.
– Liberanosdomine! – esclamò Saveria ridendo e facendosi il segno della croce. Come tutte le donnicciuole del villaggio essa era superstiziosa e credeva alle magie, anzi una volta aveva visto coi suoi propri occhi un fantasma bianco vagare pei monti, ma che poi Peppe Longu, per quanto fosse mago, arrivasse a quel punto, ah, questo era troppo! Ma l’altra proseguì, offesa dell’incredulità di Saveria, e tanto disse che finì per convincerla.
Dopo un’ora di chiacchiere accanto al focolare, sulle cui braci Saveria aveva posto a bollire il caffè, ell’era così convinta della magia di Peppe che chiese pensosa alla comare:
– E… ditemi, non la potrebbe disfare questa opera infernale?
– Questo poi no, mi ha detto, questo no! Pare che abbia dell’astio contro vostro marito!…
All’imbrunire Antonio comparve in fondo alla strada rocciosa sul suo cavallino nero e la bisaccia gonfia di formaggio fresco e di ricotta. Mentre scaricava la sua entrata sotto il pergolato, Saveria lo informò di tutto: egli non rise punto, ma aggrottando le folte sopracciglia si contentò di scuotere la testa. E quando tutto fu rimesso in ordine, cavallo, bisaccia ed entrata, Antonio si sedette a piedi in croce accanto al focolare e si fece ripetere la strana novità.
– Ma che diavolo avete con Peppe? Perché si vendica così orribilmente? – domandò alla fine Saveria con grande serietà.
– Nulla!… – rispose Antonio. – A meno che non sia perché mi rido sempre delle sue magie!
– È male! Non hai visto come ha disperso le cavallette che rovinavano la vigna di Don Giovanni? E quelle di Jolgi Luppeddu?…
– È vero… è vero… ma! Vedremo! Domani gli parlerò.
– Ah, se sciogliesse la magia!… – esclamò Saveria.
Quella notte i due sposi sognarono nuovamente un bel bambino bruno; ma l’indomani, per quante preghiere Antonio gli facesse, il mago del villaggio ricusò assolutamente di disfare l’incantesimo. Era un tipo alquanto misterioso quel mago: viveva come tutti gli altri uomini del mondo, però non lavorava mai.
È vero che oltre le magie pubbliche di cui menava vanto, come l’uccidere le cavallette e il sanare le pecore malate con semplici parole misteriose, per cui non accettava compenso alcuno egli riceveva molte visite notturne; però nessuno ci badava e generalmente si credeva che i genî che egli aveva al suo comando gli dessero il denaro e le provviste che abbondavano nella sua catapecchia. Ma forse Antonio la pensava diversamente perché, viste mal riuscite tutte le sue preghiere e anche le sue minaccie, si recò una notte da Peppe e gli promise un bel luigi d’oro purché sciogliesse finalmente la fatale magia. (altro…)

Variazioni bianche #1: Chiamamatemi Ismaele

 

Per M.

 

Il punto non è Ismaele, il reietto della Genesi. Non è su questa carica simbolica che si è impigliata la mia attenzione. Il punto è quel chiamatemi. Lì ho sentito il chiodo.
La prima copia che ho avuto tra le mani, per i tipi di Feltrinelli, inizia così: Chiamami Ismaele. Alessandro Cerni, il traduttore, non specifica in nessuna nota il perché di questa rivoluzione. Sul momento rabbrividisco, e lo faccio di gioia. Come se fino ad allora Ishmael fosse entrato in una bettola affollata, avesse ordinato della birra, si fosse pulito la barba dopo un sorso e con una pausa sapiente avesse messo su un’aria da profeta e detto ai convenuti come era il caso di chiamarlo. Ora, invece, Ishmael mi ha accettato al posto accanto al suo, siamo in un angolo appartato di una taverna, ci siamo presi da parte e lui comincia a raccontare. Il passaggio da chiamatemi a chiamami non incide sul salto di familiarità, su questo patto di confidenza con il lettore che tanto commuove in Moby Dick. Ecco, io mi chiamo, è accaduto questo, sono testimone, e voi ascoltate (e tu ascolta). Ma è uno scarto di accoglienza che, se perde in solennità, dall’altro lato fa guadagnare vicinanza.
E c’è di più, nella sfumatura dell’inglese nella sua combinazione di un imperativo e di un nome biblico. Un incredibile abisso nella scelta di due tra molte traiettorie.
Chiamatemi reietto, è un estremo. L’altro: dammi del tu.
Chiedendo di chiamare per nome, Ishmael fa quello che nella lingua inglese è il corrispettivo del nostro dismettere la forma di cortesia.
C’è un disagio, a volte, nello smettere di dare del lei. Lo si sente riaffiorare alle labbra, non per scarsi affetto o vicinanza, ma perché quella era semplicemente la giusta forma lessicale di un rapporto che appagava già così. Ci sono volte, al contrario, in cui il tu sembra esplodere dal corpo a ogni frase, ed è curioso quando questo è vicendevole, quando la confidenza percepita è superiore a quella che i ruoli hanno imposto. Il lei a cui non ci si sottrae suona cavo come un muro vuoto, e si vive in una perenne attesa che i ruoli ristabiliscano una confidenza che c’è sempre stata. Il passaggio dal lei al tu porta allora con sé un risolino, uno sguardo d’imbarazzo, somigliando a quei piccoli acquazzoni pomeridiani che prendono alla fine della primavera, per un motivo che non riuscirei a precisare.
Ci possono essere delle avvisaglie. Dei ciao scivolati di bocca invece di un più composto arrivederla. Una piccola esitazione prima dell’allocutivo. Ci si dispone ad aspettare, allora, il tempo che l’educazione impone, e si nota con un sorriso come le parole creino intimità molto più di una mano stretta o di un bacio sulla guancia. Come sul tatto l’abbia vinta qualcosa di immateriale fatto per scoccare imprecisato nella stanza.
Forse è di questo che Ishmael aveva bisogno, dopo il suo terribile naufragio: non l’uditorio che riconoscesse il suo ruolo, ma l’astante che lo chiamasse per nome. Come noi che siamo alle prese con naufragi più piccoli ogni giorno, e quando incontriamo un cuore compagno ci sbracciamo, piano piano, e gli facciamo un segno: è il tempo di guardarmi, questo, gli diciamo. È tempo di darmi del tu. (altro…)

proSabato: Gianni Rodari, Gli uomini di burro

Giovannino Perdigiorno, gran viaggiatore e famoso esploratore, capitò una volta nel paese degli uomini di burro. A stare al sole si squagliavano, dovevano vivere sempre al fresco, e abitavano in una città dove al posto delle case c’erano tanti frigoriferi. Giovannino passava per le strade e li vedeva affacciati ai finestrini dei loro frigoriferi, con una borsa di ghiaccio in testa. Sullo sportello di ogni frigorifero c’era un telefono per parlare con l’inquilino.
– Pronto. – Pronto. – Chi parla?
– Sono il re degli uomini di burro. Tutta panna di prima qualità. Latte di mucca svizzera. Ha guardato bene il mio frigorifero?
– Perbacco, è d’oro massiccio. Ma non esce mai di lì? – D’inverno, se fa abbastanza freddo, in un’automobile di ghiaccio.
– E se per caso il sole sbuca d’improvviso dalle nuvole mentre la Vostra Maestà fa la sua passeggiatina? – Non può, non è permesso. Lo farei mettere in prigione dai miei soldati.
– Bum, – disse Giovannino. E se ne andò in un altro paese.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Alberto Moravia, L’incosciente

 

Quando si agisce è segno che ci si aveva pensato prima: l’azione è come il verde di certe piante che spunta appena sopra la terra, ma provate a tirare e vedrete che radici profonde. Quanto ci avrò pensato a scrivere quella lettera? Sei mesi, poiché erano giusto sei mesi che quel signore si era costruita la villa al ventesimo chilometro sulla Cassia. E l’idea mi venne, appunto, vedendo la villa nuova in cima ad un poggio, nel mezzo della campagna deserta. In quel tempo mi ero montato la testa coi film e con i romanzi a fumetti e inoltre sentivo il bisogno di farmi ammirare da Santina, una ragazza della mia età, figlia del custode del passaggio a livello, una sciocca, ma bella o almeno così allora mi sembrava. Una sera che passeggiavamo insieme, le dissi. mostrandole la villa: – Io me la sentirei uno di questi giorni di scrivere al padrone di quella villa una lettera minatoria -. – Che vuoi dire minatoria? -.
– Minacciosa… o dài tanto o se no ti facciamo fuori… minatoria, insomma -. – Ma non è proibito? – domandò lei sorpresa. – Sì è proibito… ma che importa?… Una lettera con l’indicazione del luogo dove ha da portare il denaro… eh, che ne dici? -. Speravo di impressionarla; ma invece, lei, come se le avessi proposto la cosa più naturale del mondo, disse dopo un momento di riflessione: – Io, per me ci sto… e quanto gli chiederesti? -. Insomma, la prendeva con la massima naturalezza; tanto che io, per non esser da meno, risposi tranquillamente: – Non so… cento, duecentomila lire -. E lei battendo le mani: – Uh che bello… e mi faresti un regalo? -. – Si capisce – E allora perché non lo fai?… Che aspetti? -. Dissi allora: Lasciami il tempo di pensarci -. Così, su uno scherzo, eccomi impegnato a scrivere quella lettera.
Il signore della villa passava spesso nella sua macchina per la Storta, davanti al negozio di frutta e di verdura della mamma. Era un omaccione alto, grande, grosso, con un nasone che pareva di quelli di cartone dipinto che si portano a carnevale, i baffi neri a spazzola, gli occhiacci loschi. Sempre involtato in un paltò di pelo di cammello: un vero orso. Fabbricava profumi nel sottosuolo della villa, infatti, ad avvicinarsi alle finestre del seminterrato, si sentiva uscirne non odori di cucina bensì quelli delle essenze che adopera nel suo laboratorio. Concepii per quell’uomo un’antipatia profonda e questo era una spinta di più a scrivere la lettera. Ma non l’avrei mai scritta, per quanto l’odiassi e per quanto Santina adesso mi stuzzicasse per via delle centomila lire, se uno di quei giorni, a pochi chilometri dalla villa, tre uomini mascherati non avessero fatto una grassazione. I giornali davano tutti i particolari: il guidatore, un commerciante romano, freddato al volante mentre cercava di scappare, la macchina in un fosso, gli altri viaggiatori spogliati di quanto avevano. Dissi a Santina, la sera stessa: – Questo è il momento di a scrivere quella lettera -. – Perché? – domandò lei sorpresa. – Perché – risposi, – fingeremo che la lettera l’abbia scritta uno di quei tre che hanno fatto l’aggressione… con quei precedenti, quel signore avrà paura e scucirà i quattrini -. E quindi vedendo che Santina mi guardava ammirata, continuai: – Vedi, non c’è coraggio e non c’è paura… ci sono soltanto coscienza incoscienza… la coscienza è paura., l’incoscienza è coraggio… quel signore adesso è un incosciente…lui a non sa di abitare in una villa solitaria, in mezzo alla campagna, a disposizione, per così dire, di chiunque lo voglia aggredire… o meglio lo sa con la testa ma non lo sa con le budelle… è, insomma, incosciente ossia coraggioso… io, con la mia lettera lo renderò cosciente, ossia pauroso… tutto ad un tratto si accorgerà di essere in pericolo… e allora avrà paura e pagherà -. Erano tutte cose a cui pensavo da mesi, anzi da anni; e così mi uscivano di bocca come se le avessi lette nelle pagine di un libro. Santina, ammirata, esclamò, infatti: – Ma dì un po’, tu come le pensi tutte queste cose?… lo sai che sei intelligente -. E io, gonfio di vanità: – Questo è niente, si vede che non mo conosci. (altro…)

Mettere in pratica la riappropriazione: intervista ad Alessandra Calò

Alessandra Calò lavora e vive a Reggio Emilia (Italia). Artista e fotografa, ha partecipato a mostre e festival in Italia e all’estero: Circulation(s) Festival de la jeune photographie européenne (Parigi), Les rencontres (Arles), Fotografia Europea (Reggio Emilia), Open House (Roma).
Nel 2018 vince il premio editoriale Tribew nell’ambito del festival Circulation(s); nel 2017 riceve la menzione d’onore da IPA International Photographic Award e nel 2016 vince il Premio Combat per la sezione scultura e installazione.
Per la Giornata del Contemporaneo 2018, l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid le dedica la prima mostra personale in Spagna, a Palacio de Abrantes, installazione site-specific dal titolo El Jardín Secreto, a conclusione del percorso di ricerca iniziato durante la residenza artistica per il progetto L’arte che verrà (2017).

*

La tua arte si sviluppa all’incrocio di linguaggi in comunicazione: la fotografia, l’installazione, la botanica e l’interesse per il naturale. Dove trova inizio e quali ragioni attraversa?
Il mio approccio con l’arte è stato fin da subito sperimentale e la mia ricerca è sempre stata tesa all’uso di linguaggi che potevano permettermi di approfondire temi legati alla memoria e all’identità attraverso l’uso di materiali d’archivio.
Mettere in pratica la riappropriazione, significa recuperare e reinterpretare materiali preesistenti, attraverso i quali non intendo attuare una rievocazione nostalgica del passato ma proporre una nuova visione della realtà.

Una delle esperienze più longeve di questi anni è quella di Secret Garden in cui lo strumento della narrazione, affidata a voci della letteratura – poete, scrittrici, qualcuna esordiente –, rinsalda i tre linguaggi e, in particolare, attraverso l’utilizzo di lastre fotografiche antiche, tu crei opere uniche, in cui testo ed immagine si danno un rimando a vicenda e si stagliano all’interno di scatole nere.
Mi pare che il raccontare sia parte integrante del tuo lavoro; un “raccontare che non spiega ma suggerisce” come tu stessa dichiari. Come nasce l’idea del “paesaggio interiore” di
Secret Garden e dove conduce il pubblico?

Secret Garden è un’opera nata nel 2014.
L’idea era raccontare – in maniera simbolica – la possibilità che ognuno di noi ha di riscoprire se stesso, attraverso una “messa a fuoco” interiore.
Gli elementi che compongono l’opera sono vari: ritratti fotografici femminili su lastre negative ritrovate; erbari tridimensionali da me raccolti, essiccati e ricomposti; testi letterari contemporanei scritti da autrici che hanno scelto di collaborare al progetto.
Ciascun ritratto con relativo giardino, viene racchiuso all’interno di una scatola nera retroilluminata e posto su un piedistallo con cassetto che ne custodisce la parte letteraria.
Il “Secret Garden” può essere paragonato al “paesaggio interiore” (o giardino segreto) che si nasconde a prima vista, ma che può essere scoperto da chi è capace di guardare oltre l’apparenza. Un concetto che parte da me ma che vuole essere esteso e trasformato in un messaggio universale senza limiti temporali: per questo motivo ho scelto di dar voce – attraverso i racconti di autrici contemporanee – a ritratti di donne arrivate a noi senza ulteriori dettagli sulla vicenda biografica.
Un doppio binario sul quale viaggia il tempo reale e quello dell’immaginazione, facendo decadere l’esigenza di una lettura chiara e fedele ancorata all’immagine.
Lo stile di scrittura e la visione soggettiva che caratterizza le autrici, rendono ogni racconto una sorta di diario personale estremamente attuale: nell’accostarsi all’opera, lo spettatore può “sbirciare” dentro l’intimità di queste donne, leggere frammenti di un’esistenza di gioie, speranze, dolori, solitudine, fantasie, seguire i fili individuali intrecciati a un percorso collettivo verso una maggiore libertà ed emancipazione.

Vuoi raccontarci anche come ha preso corpo la possibilità di portare questo lavoro a Madrid, lo scorso dicembre?
Nel febbraio 2017, sono stata invitata in residenza d’artista a Madrid, presso l’Istituto Italiano di Cultura. Il progetto denominato “L’arte che verrà” prevedeva – al termine della residenza – l’elaborazione di un progetto da esporre successivamente presso le sale di Palacio de Abrantes (sede dell’istituto). Ponendomi come obiettivo l’approfondimento della mia ricerca su materiali d’archivio diversi, sono riuscita localizzazione di luoghi dove poter recuperare tutto il necessario per sviluppare una nuova parte del progetto Secret Garden. Inoltre, grazie alla collaborazione dell’Istituto e del suo staff, ho avuto la possibilità di conoscere personaggi femminili legati al mondo della letteratura, della poesia, della musica e della cultura latina: è nata cosi la collaborazione con sette autrici che – da ottobre a dicembre 2018 – hanno reso Secret Garden l’installazione rappresentativa dell’Italia per la XIV Giornata del Contemporaneo.

In altri lavori tuoi, penso ad esempio a Les inconnues (qui) si riconoscono tasselli-chiave di una poetica limpida: la traccia del passato, la memoria portata nel futuro, la storia, il ritratto (che mi pare un filo rosso per te). Nell’opera plurale citata, “omaggio ad Anna Atkins e Constance Fox Talbot” hai dichiarato che si tratta di una tua personale interpretazione del concetto di “immagine latente”. Torna inoltre una centralità poetica del femminile ma anche ma anche “dell’immateriale che diventa visibile”; in effetti il titolo ispira quella direzione. In che modo hai lavorato a questo progetto?
Anna Atkins e Constance Fox Talbot, sono state le prime due donne che hanno realizzato fotografie e libri illustrati utilizzando immagini fotografiche.
Lo studio del loro lavoro mi ha dato la possibilità di approfondire la ricerca sulle prime tecniche di stampa.
Si tratta anche della mia personale riflessione sul concetto di “immagine latente”. Infatti, attraverso l’utilizzo di emulsioni fotosensibili, ed in assolute condizioni domestiche – quasi a voler ricreare le azioni che compivano queste artiste nel XIX secolo – ho voluto impressionare su lastra frammenti di immagini femminili, che assomigliano più alla materializzazione di un sogno che ad un ritratto fotografico vero e proprio. Il processo di stampa – in questo caso sali d’argento e calotipia – mi ha permesso di confrontarmi con l’elemento naturale, oltre che con quello casuale, facendo emergere la difficoltà e l’umanità del processo, che non possiede tra i suoi requisiti la precisione o l’assenza di difetto. Il concetto di tempo e la trasformazione da qualcosa di immateriale ad una forma visibile rimangono gli aspetti centrali del mio lavoro, e mi permettono di riflettere e dialogare costantemente con quelle che sono le qualità materiali del medium fotografico.

Se non stessimo parlando di fotografia potrei dire che questi siano tratti della scrittura, prima. Quale legame esiste, con le tue parole, tra le due arti?
Ci sono tantissimi esempi che si possono fare per rendersi conto di come la fotografia e la scrittura – pur cosi diversi – possono essere correlate. Prima tra tutte l’origine della parola, che in greco, significa scrivere con la luce e poi il concetto di tempo e di realtà che esse racchiudono: impressionare un istante, un contesto, significa lasciare che lo spettatore immagini tutto il resto e si lasci raccontare una storia, creando un immaginario che va oltre la realtà rappresentata…

Per Kochan (qui), invece, il tuo lavoro d’archivio è stato fondamentale al fine di creare l’opera; il tuo lavoro è legato ai materiali digitalizzati della New York Public Library. Com’è maturata l’idea dell’approccio a essi?
Kochan è una riflessione sul concetto di identità e volevo fosse paragonata a quello di viaggio.
Ho trascorso giorni interi tra carte geografiche, manoscritti e lettere. Ma è dalle mappe che sono stata attratta e, accompagnata dai loro segni e dalle loro tracce, ho deciso di affiancarle ad una serie di autoscatti. (altro…)

Non importa ormai vivere bensì la vita, Juan Carlos Mestre

 

ANTEPASADOS

Mis antepasados inventaron la Vía Láctea,
dieron a esa intemperie el nombre de la necesidad,
al hambre le llamaron muralla del hambre,
a la pobreza le pusieron el nombre de todo lo que no es extraño a la pobreza.
Poco es lo que puede hacer un hombre con el pensamiento del hambre,
apenas dibujar un pez en el polvo de los caminos,
apenas atravesar el mar en una cruz de palo.

Mis antepasados cruzaron el mar sobre una cruz de palo,
pero no pidieron audiencia, así que vagaron por los legajos
como los erizos y los lagartos vagan por los senderos de las aldeas.

Y llegaron a los arenales,
en los arenales la tierra es brillante como escamas de pez,
la vida en los arenales sólo tiene largos días de lluvia y luego
largos días de viento.

Poco es lo que puede hacer un hombre que sólo ha tenido en la vida estas cosas,
apenas quedarse dormido recostado en el pensamiento del hambre
mientras oye la conversación de los gorriones en el granero,
apenas sembrar leña de flor en la sábana de los huertos,
andar descalzo sobre la tierra brillante
y no enterrar en ella a sus hijos.

Mis antepasados inventaron la Vía Láctea,
dieron a esa intemperie el nombre de la necesidad,
atravesaron el mar sobre una cruz de palo.
Entonces pusieron nombre al hambre para que el amo del hambre
se llamara dueño de la casa del hambre
y vagaron por los caminos
como los erizos y los lagartos vagan por los senderos de las aldeas.

Poco es lo que puede hacer un hombre con las migas de la piedad,
comer pan mojado los días de lluvia a los que luego seguirán
largos días de viento
y hablar de la necesidad,
hablar de la necesidad como se habla en las aldeas
de todas las cosas pequeñas que se pueden envolver con
cuidado en un pañuelo.

 

ANTENATI

I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a quell’intemperie il nome della necessità,
chiamarono la fame muraglia della fame,
alla povertà posero il nome di tutto ciò che non è estraneo alla povertà.
Poco è ciò che può fare un uomo con il pensiero della fame,
appena disegnare un pesce nella polvere dei cammini,
appena attraversare il mare in una croce di legno.

I miei antenati attraversarono il mare sopra una croce di legno,
ma non chiesero udienza, cosicché vagarono per le pratiche
come i ricci e i coccodrilli vagano per i sentieri dei villaggi.

E giunsero agli arenili,
negli arenili la terra è brillante come squame di pesce,
la vita negli arenili ha solo lunghi giorni di pioggia e poi
lunghi giorni di vento.

Poco è ciò che può fare un uomo che solo ha avuto nella vita queste cose,
appena restare addormito sdraiato nel pensiero della fame
mentre ode la conversazione dei passeri nel granaio,
appena seminare legna di fiore nel lenzuolo degli orti,
andare scalzo sulla terra brillante
e non sotterrare in essa i suoi figli.

I miei antenati inventarono la Via Lattea,
diedero a quell’intemperie il nome della necessità,
attraversarono il mare sopra una croce di legno.
Allora posero nome alla fame perché il padrone della fame
si chiamasse signore della casa della fame
e vagarono per i cammini
come i ricci e i coccodrilli vagano per i sentieri dei villaggi.

Poco è ciò che può fare un uomo con le briciole della pietà,
mangiare pane bagnato nei giorni di pioggia ai quali seguiranno
lunghi giorni di vento
e parlare della necessità,
parlare della necessità come si parla nei villaggi
di tutte le piccole cose che si possono avvolgere
con cautela in un fazzoletto.

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Di mano in mano. Due ipertesti per Valerio Magrelli

 

CUCITORI DI CANTI

ἐν νεαροῖς ὕμνοις ῥάψαντες ἀοιδήν
avendo cucito il canto in nuovi inni
ESIODO

Fin dalle sue origini la poesia ha avuto a che fare con taglio e cucito. Si dice infatti che i poeti del mondo antico, i cosiddetti rapsodi, fossero dei cucitori di canti che, passandosi di mano in mano le storie degli eroi mitici, tessevano l’ordito e la trama dei primi componimenti in versi.
Non sembrerà un caso, nella terza edizione del festival letterario 38° Parallelo. Tra libri e cantine ispirata al tema dei rammendi, che si voglia dedicare una giornata alla poesia, ospitando uno dei maggiori poeti italiani contemporanei, Valerio Magrelli, che ha fatto dell’arte della tessitura un motivo conduttore della sua opera.
Per inaugurare questo momento e rendere omaggio all’ospite, i Centri italiani di Poesia Contemporanea di Bologna e di Catania hanno preso spunto da La lettura è crudele di Magrelli e hanno composto due ipertesti, che sono sorti da due poesie dell’autore.
Ogni verso di quelle due poesie magrelliane, che sono Qui sto senza paesaggio e È la spola dei versi,[1] ha dato vita a un nuovo testo, come se ognuno di quei versi fosse un link da cui è possibile accedere a originali, inedite poesie.
Il Centro di Catania s’è misurato con Qui sto senza paesaggio, quello di Bologna con È la spola dei versi.
La silloge viene introdotta dalla voce dello stesso Valerio Magrelli, in una conversazione sui radicali cambiamenti del suo poetare, sul suo rapporto coi rammendi e sulla possibilità che la bellezza rammendi il mondo.
Sono doverosi e sentiti i ringraziamenti a Valerio Magrelli, ai Centri di Poesia Contemporanea e all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

Marco Marino

[Matrice 1]

Qui sto senza paesaggio,
pere, mele, stagioni, cielo, niente,
soltanto suppellettili, una campagna
fatta ad artificio. Ma già da piccolo
per gioco stendevo una coperta
nella stanza, sopra mucchi di carta,
ed era un panorama,
una salma di monti.
Di tutto ciò qualcosa resta,
adesso, che scrivo a letto,
che io faccio la terra.

Valerio Magrelli

 

Qui sto senza paesaggio,
la notte dopo la notte
dormita sulle ginocchia oh roccia
sempre un incavo la bocca dove fresia
ora ricopro…………………….. il passaggio di un uomo.
Ora sto senza.

Un paesaggio di sale
ossida
il governo del mio viso.

Claudia Fiorella Santonocito

 

per gioco stendevo una coperta

per gioco stendevo una coperta
in tuo apparire, per distinzione
del corpo. ora ti lasci accadere
senza paura che a occhi chiusi
gli occhi non ci siano più. aspettiamo
la voce, l’oscura, indisponibile
tessitura, sempre altosparente

Pietro Cagni

 

ed era un panorama,

E il cane, ti ricordi? Ora è la prima
anima del Creato,
morde le piante a Dio. Ma al gran raduno
dei cani no: vista la luce in cima
all’erta, mezzo dubbio gli è passato
e non ci stava più, puntava, era come uno
che non sa chi lo chiama;
al guinzaglio dei Troni, all’improvviso
si è girato a guardare:
………………………………………….ed era un panorama
d’anime, il mondo, un viso senza odore.

Gianluca Fùrnari

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Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea

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Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano
Marcos y Marcos, 2019; 25 €

È l’occasione per salutare e subito amare un poeta, Paolo Steffan. I suoi “frantumi”, che io sento come frammenti, indicano «gente senza più fame», enormemente impastata di una povertà perduta che ha fatto perdere l’anima dell’origine. L’ha fatta perdere alla sua terra, e alla sua gente ha fatto perdere l’origine della sua terra. Terra-elemento, così forte nel Veneto. È un concorso di anni, certo. Il sentire lì era un altro, era il parlare ed essere (o per essere) terra.
Frammenti-frantumi, ecco. E vedo poi brillare un “posterno”, che Andrea Zanzotto aveva utilizzato in chiusura di Filò, e tutto torna.
Umberto Fiori nell’introdurlo ci dice: posizioniamoci nel ritmo che questa poesia produce, che il parlato rende possibile («un insieme vivo di parlanti» scrive Fiori, e io direi un coro di voci-frammenti-dentro il pantano); sentiamo, come il dialetto anima, sfalsa le percezioni per farle brillare appunto, come tutto muove il dialetto e disincrosta ogni forma tradizionale, pur presente, con riferimenti alti peraltro, altissimi. Già si è detto: Zanzotto, ma direi anche su tutti Eliot e il profeta Isaia.
Steffan abita molto vicino al Molinetto della Croda, a Pieve di Soligo, al Montello. Sentiamo da lì venire gli «ùltimi bòt de campane/ rento paeśi che no se cognose// pi, l’è rumegar scoazhe de na lengua/ incantada che la è drio far fanzhun (ultimi rintocchi di campane/ dentro paesi irri-// conoscibili, è rimasticare scarti di una lingua/ inceppata che si sta frantumando)».
Campane e campanili: echi ve ne sono in Steffan come in Cardelli: «là, sfrontato sicuro sull’ultima altura, ci guarda/ ma forse si cura, persiste, riposa/ il campanile appena fraterno/ quanto basta/ rivolto alla neve, forse/ ci salva».
Quanto basta. La poesia di Cardelli vuole/vorrebbe liberare, liberarlo anche e dirci: liberatevi. Al fondo della sua poesia ho sentito, o meglio è come avessi risentito da una parte Bird On The Wire di Cohen, dall’altra La libertà di Gaber. Non so, non credo possano essere questi – per lontananza generazionale – i riferimenti musicali di Cardelli; ma tant’è, sarà forse solo un mio modo di leggere.
Si sente comunque, con forza, la sua voglia di partecipare, la voglia di parlare e parlarci (anche) mediante la poesia; partecipazione, associazione, comunicazione. Stringersi intorno a idee in comune, direi; agire, “combattere” anche, per non disperdersi nel dimenticatoio che a noi sembra imporsi. Ci si ribella per vivere, sì. La “giusta posizione” allora è etica, anche nel dire quante facoltà abbia perduto la poesia stessa, dispersa la sua (perduta, appunto) funzione sociale. Etica e resurrezione è il titolo di una sezione e di una poesia. Ci sono versi qui che splendono: «Sei troppo viva, troppo vera/ eppure fantasma […] Vivo e sono pubblico: la macchina/ costruisce archi di meridiano, i corpi/ angoli sempre nuovi. Attendo/ le sterzate più brusche per voltarmi/ e riflettere, guardare/ la nuova posizione che assumi».
Trovo quindi che una forma “di preghiera”, perlomeno di invocazione, in un’accezione ampia, sia la vena più in vista in questo Quaderno. Anche per Donaera difatti, con Una Madonna che mai appare, pare corretta l’interpretazione offerta sul web da Rondoni, a proposito di un elemento “creaturale” che sostiene la sua poesia. Con forza, urto, soprattutto nella sezione Il padre. Un’ustione. (altro…)

A. (tre recensioni senza recensione)

da “Quel che resta del giorno”, Einaudi 1989, traduzione di Maria Antonietta Saracino

Un quarto d’ora dopo il suo arrivo nella cittadina di A., la cittadina di A. è finita.
Le è bastato il tragitto dalla stazione al bed&breakfast. La cittadina è di quelle che stanno alle loro piazzette principali come un acino d’uva sta ai suoi semi, e poco più. Cittadine così si possono distinguere dalle cartoline esposte nelle tabaccherie, che riguardano più che altro le bellezze dei dintorni, per l’impossibilità a riprendere più di due scorci della cittadina in questione.
Dunque, in un quarto d’ora A. è finita, ma è molto bella, e la proprietaria del b&b molto ospitale. Le ha chiesto se per caso gestisce un blog di turismo o ristorazione, e per un attimo lei si è spaventata, temendo che la sua risposta sarebbe stata il discrimine tra il bagno in camera e la pipì notturna in corridoio, ma non è così, anzi, la sua stanza prevede un disimpegno tra la camera e il bagno e una seconda cameretta con un lettino. Sua sorella, raggiunta poco più tardi al telefono, le consiglierà di puntare la sveglia di notte per provare pure quello.
«Ma il tempo non reggerà», prevede la signora ospitale cerchiandole con una penna i luoghi di interesse su una mappa, tutti a portata di una mano stesa.
«Per sicurezza, allora, mi indichi anche una libreria», risponde. Non si è portata dietro nulla perché aveva in mente di cambiare scenografia ai pensieri, non c’è storia che avrebbe voluto continuare né lasciare in sospeso in un’ambientazione diversa, ma alle brutte non avrà problemi a chiudersi in una stanza d’albergo con un libro per rifugiarsi dalla pioggia. (altro…)

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

Francis Scott Fitzgerald, da Primo maggio

Vi era stata una grande guerra combattuta e vinta e le vie della grande città del popolo conquistatore erano attraversate da archi trionfali e vivide di fiori bianchi, rossi e rosa lanciati dalla folla. Per tutte le lunghe giornate di primavera i soldati di ritorno avevano percorso incolonnati la via principale preceduti dallo strepito dei tamburi e dai clangori allegri degli ottoni, mentre commercianti e impiegati interrompevano contrattazioni e conteggi e, pigiandosi alle finestre, volgevano con gravità verso i battaglioni che sfilavano i bianchi grappoli dei loro visi.
Nella grande città non si era mai veduto tanto splendore, poiché la guerra vittoriosa aveva portato nella propria scia l’abbondanza e i commercianti avevano affollato la metropoli con le loro famiglie, provenendo dal Sud e dall’Ovest, per godersi tutti gli opulenti banchetti assistere agli sfarzosi festeggiamenti preparativi, e acquistare alle loro donne pellicce in vista del prossimo inverno e borsette di maglie d’oro e scarpine da ballo di seta e argento e raso rosa, e stoffe dorate.
Alla pace e alla prosperità imminenti gli scrittori e poeti del popolo conquistatore inneggiavano con tanta giocondità e con tanto chiasso che gli spendaccioni erano accorsi in numero sempre più grande dalla provincia per bere il vino dell’entusiasmo i mercanti vendevano sempre più rapidamente le loro paccottiglie e le loro scarpine da ballo. Infine essi reclamarono a gran voce altre bottiglie e altre scarpine, per poterle vendere a caro prezzo pur accontentando i clienti. Alcuni di loro alzano addirittura le braccia al cielo sconfortati, gridando: «ahimé! non ho più scarpette! e ahimé! Non ho più paccottiglie. Il cielo mi aiuti, poiché davvero non so cosa farò!»
Ma nessuno ascolta il loro vibrato lamento in quanto le folle erano di gran lunga troppo occupate… Un giorno dopo l’altro le fanterie sfilavano allegramente nella via principale tutti esultano perché i giovani di ritorno dalla guerra erano puri e coraggiosi, con dentature sane gote rosee, e le giovani donne del Paese erano vergini e belle, di viso e di corpo.
Così, durante tutto quel periodo, molte avventure furono vissute nella grande città e di esse, parecchie – o forse una soltanto – sono qui narrate.

I

Alle nove di mattina del primo maggio 1919, un giovanotto si rivolse al portiere dell’Hotel Biltmore, domandandogli se il signor Philip Dean alloggiasse li e, in tal caso, se era possibile avere la comunicazione telefonica con il suo appartamento. Il giovane indossava un frusto vestito di buon taglio. Era basso di statura, esile, una sua tenebrosa bellezza; aveva gli occhi frangiati in alto da ciglia eccezionalmente lunghe e segnati in basso dalle semicerchio azzurro della salute cagionevole. E l’impressione di una salute cagionevole veniva intensificata dal rossore innaturale che gli colori va il viso come per effetto di una febbre bassa ma incessante.
Il signor Dean alloggiava in albergo. Il giovane fu indicato un apparecchio telefonico al suo fianco.
Dopo un attimo ebbe la comunicazione. Una voce assonnata disse «Pronto» da qualche punto sovrastante.
«Il signor Dean?» – con molta ansia – «… sono Gordon, Phil. Gordon Sterrett. Mi trovo giù nel vestibolo. Ho saputo che eri a New York e ho immaginato che ti avrei trovato qui.»
La voce addormentata divenne a poco a poco entusiasta. Ma bene, come stava Gordy, caro, vecchio Gordy? Be’, che sorpresa e che piacere! Voleva salire immediatamente, Gordy, per tutti i diavoli?
Pochi minuti dopo Philip Dean, in pigiama di seta azzurro, apri la porta della sua camera e i due giovani si salutarono con una esuberanza un po’ impacciata. Erano entrambi sui ventiquattro anni, laureati a Yale l’anno prima della guerra; ma qui il parallelismo cessa bruscamente. Dean era biondo, di colorito acceso e tarchiato sotto la stoffa sottile del pigiama. Tutto in lui lasciava trasparire la pienezza della salute, le perfette condizioni fisiche. Sorrideva spesso, mostrando denti grandi e sporgenti.
«Stavo per venire da te» gridò con entusiasmo. «Mi sto godendo un paio di settimane di vacanza. Se non ti spiace sederti per un attimo, sarò subito da te. Ero sul punto di fare la doccia.»
Mentre scompariva nel bagno, gli occhi scuri del visitatore frugano innervositi la stanza indugiando un momento su un grande sacco da viaggio inglese nell’angolo e su un’intera famiglia di camicie di seta pesante sparse sulle sedie tra cravatte vistose e morbidi calzini di lana.
Gordon si alzò e, presa una delle camicie, la sottopose a un minuzioso esame. Era di seta molto pesante, gialla con una righina celeste chiaro… e se ne vedeva quasi una dozzina di uguali qua e là. Gordon fissò involontariamente i propri polsini… Erano laceri, logori sugli orli e sporchi al punto da essere divenuti di un grigio chiaro. Lasciata cadere la camicia di seta, tende basse con le dita le maniche della giacca e spinse indietro i polsini sfilacciati finché non furono scomparsi del tutto. Poi si avvicina allo specchio e si contemplò con una curiosità languida e malinconica. La cravatta, un tempo bella, era sbiadita e striminzita… non bastava più a celare le asole sfilacciate del colletto. Penso, divertito, è soltanto tre anni prima aveva ottenuto schiacciante di voti nelle elezioni degli studenti anziani all’università, allievo più elegante del suo corso.
Dean emerse dal bagno frizionandosi il corpo.
«Ieri sera ho veduto una tua vecchia amica» osservò. «Le sono passato accanto nel vestibolo è proprio non mi è riuscito di farmi venire in mente il nome. È la ragazza con la quale andavi in giro durante l’ultimo anno a New Haven.»
Gordon trasalì.
«Edith Bradin? Ti riferisci a lei?»
«Proprio a lei. Bel tocco di figliola. Continua ad avere l’aspetto d’una sorta di graziosa bomboletta… se capisci quello che intendo: vien fatto di pensare che a toccarla potrebbe sporcarsi.»
Osservò compiaciuto la propria splendente immagine nello specchio e fece un sorrisetto esponendo una parte dei denti.
«Deve avere 23 anni, comunque» continuò.
«Ventidue compiuti il mese scorso» disse Gordon, distratto.
«Come? Oh, il mese scorso. Be’, immagino che sia venuta per il ballo delle studentesse. Lo sapevi che questa sera al Delmonico c’è il ballo delle studentesse di Yale? Faresti bene a venire, Gordy. Ci sarà una buona metà di New Haven. Posso procurarti un invito»
Infilando con languidi movimenti biancheria pulita, Dean accese una sigaretta, sedette accanto alla finestra aperta e si esaminano polpacci e ginocchia alla luce del sole mattutino che si riversava nella stanza.
«Accomodati, Gordy» disse all’amico «e raccontami tutto quello che hai fatto, quello che stai facendo adesso e così via.»
Sorprendendolo, Gordon si lasciò cadere sul letto; vi rimase inerte e avvilito. La bocca, tele stava in genere appena dischiusa quando aveva il viso rilasciato, gli diede a un tratto un’espressione indifesa e patetica.
«Che cos’hai?» si affrettò domandare Dean.
«Oh, Dio!»
«Che cos’hai?»
«Tutta la più maledetta jella del mondo» rispose Gordon, sconsolato. «Sono assolutamente a terra, Phil. Non ne posso più.»
«Eh?»
«Non ne posso più.» Gli tremava la voce.
Dean lo scrutò più attentamente, esaminandolo con gli occhi celesti.
«Sembri sconvolto sul serio.»
«Lo sono. Ho rovinato tutto.» Si interruppe per un momento. «Farei meglio a incominciare dal principio… o ti annoio?»
«Niente affatto; parla.» E tuttavia nella voce di Dean affiorò una nota di esitazione. Aveva fatto quel viaggio all’Est per godersi un periodo di vacanza… Il trovare Gordon Sterrett nei guai lo esasperava un poco.
«Parla» ripeté, e poi soggiunse, tra i denti: «E finiamola».
«Ecco» cominciò Gordon con voce malferma «arrivai dalla Francia in febbraio, andai a casa mia ad Harrisburg per un mese e poi tornare a New York per trovare un impiego. Lo trovai, in una società di esportazioni. Ieri mi hanno licenziato.»
«Ti hanno licenziato?»
«Ora ti spiegherò, Phil. Voglio parlarti con tutta franchezza. Sei, si può dire, da sola persona alla quale possa rivolgermi in una situazione come questa. Non ti spiace se ti dico sinceramente come stanno le cose, vero, Phil?»
Dean si irrigidisce un poco di più. I colpetti che si stava dando sulle ginocchia divennero automatici. Sentiva in modo vago che lo si costringeva ingiustamente a caricarsi sulle spalle il fardello di una responsabilità; non era certo di desiderare che Gordon si confidasse con lui. Benché non si fosse mai stupito venendo a sapere che Gordon Sterrett si trovava in piccole difficoltà, c’era qualcosa, nella disperazione di lui in quel momento, che gli ripugnava e lo rendeva crudele, pur destando la sua curiosità.
«Continua.»
«Si tratta di una donna.» (altro…)

Giorgio Bocca, Dalla montagna alle Langhe

Reparti organici partigiani appartenenti alla I ed alla II Divisione Alpina «Giustizia e Libertà» hanno effettuato, nel periodo che corre dal 1° al 10 gennaio del ’45, un trasferimento dalle vallate alpine alle Langhe, attraversando per oltre cento chilometri la pianura presidiata dai nazifascisti.
Nelle poche righe che assumono la forma di bollettino militare sono contenuti gli elementi necessari e sufficienti per giudicare una fra le più significative operazioni militari compiute dei Volontari della Libertà. I termini «inverno» «partigiani» «centinaia di chilometri» «presidi nemici» possiedono tale evidenza espressiva da provocare con immediatezza, anche in chi ha vissuto al di fuori dell’episodio, pensieri ed idee.
È opportuno però sviluppare in una visione più completa il ricordo di quella, che per usare un’immagine di un nostro compagno, è stata l’anabasi partigiana. Ricordarla non solo dal lato tecnico militare perché sarebbe cosa fredda ed unilaterale così come troppo soggettiva sicuramente sentimentale, ma ricordarla nelle caratteristiche che la contraddistinguono da tutte le altre, nello spirito partigiano che dà coesione ai fatti ed alle date, che non è solo un aspetto, ma il vero nucleo centrale.
Già dall’estate del ’44 il comando centrale piemontese delle G. L. unitamente a quelli delle due divisioni prese in esame la possibilità di un trasferimento di reparti nelle Langhe.
Quale scopo principale si poneva un più vasto ed intenso sfruttamento di tutte le energie capaci di organizzare e rafforzare la resistenza. Non era solo per G. L. che si voleva dar modo ad una parte degli uomini della montagna di inquadrare e suscitare nuove forze, ma perché il movimento partigiano tutto diventasse più solido e più forte. Il piano non poteva essere attuato e nemmeno messo in cantiere per ragioni di forza maggiore: a causa cioè delle sopraggiunte operazioni tedesche. Solo coll’avvicinarsi del secondo inverno il problema Langhe ritornò con interesse ingigantito.
Da Torino, Filippo, commissario delle G. L., inviava lunghe lettere esaltanti i vantaggi della pianurificazione; da Gerbido e Pentenera giungevano brevi biglietti con scritto: «Abbiamo finito la farina e la carne». Le missive divise in partenza, si riunivano in una cooperazione non preordinata, ma efficacissima.
Tuttavia la cosa non era ancora matura, forse proprio perché nelle formazioni alpine si era formato uno spirito in un certo senso conservatore, difficile da penetrare.
«La guerra partigiana si fa in montagna» era il concetto, anzi il sentimento di coloro che dai primi giorni di lotta avevano trovato nei boschi e nelle rocce, nelle grangie pietrose i loro rifugi. Ma la realtà si dimostrò un’altra: la guerra partigiana si fa dove si può. Una di quelle verità lapalissiane cui l’uomo giunge solo dopo penosa ricerca.
Penosa ricerca rappresentata per noi dal grande rastrellamento pre-invernale. Tedeschi e fascisti in alcune migliaia si concentrarono, rastrellando le valli adiacenti, nella Val Grana, unica arteria funzionante e libera del nostro sistema sanguigno. I nostri reparti, dopo aspri combattimenti, scivolarono fra le maglie nemiche e aggrappandosi alle rocce del Cauri e del Bram, vissero per quattro giorni all’addiaccio, quasi senza mangiare, tenendo duro sino a quando la valle fu abbandonata.
Le formazioni erano in piedi, ma tutti, comandanti e uomini, si erano convinti che un’altra prova, in quelle condizioni, non era più possibile affrontare. Le brigate erano divenute nell’estate e si erano mantenute nell’autunno forti numericamente, troppo pesanti e massicce per affrontare il periodo cruciale dell’inverno. Nelle Langhe, svaporato il tripudio estivo, si era fatto posto anche per una parte di quelli della montagna, c’era pane, carne e vino anche per i partigiani della Vermenagna, della Gesso, della Grana, della Maina e della Varaita. C’erano colline e colline su cui allargarsi, in cui riparare, un posto per vivere insomma e per continuare la lotta.
C’era la possibilità di organizzare nuove energie, di dare agli uomini della collina il mordente dei vecchi della montagna, di restituire il partigianato delle Langhe ad una forma più cosciente e seria.
Con lentezza forse, come è proprio di tutti gli organismi maturi, ma con progressione costante, la necessità di compiere il grande passo entrò nell’anima collettiva delle due divisioni alpine, quell’anima collettiva nata dai comuni ideali, dal comune terreno di lotta, città del ceppo d’origine.
E fummo certi della maturità del problema quando si udì nei discorsi degli uomini, per cui non è mai esistito alcun segreto militare, parlare con naturalezza di Langhe e di pianura. La sincerità era carattere proprio al nuovo spirito partigiano. Gli uomini sapevano che la vita, laggiù, era più dolce che in montagna.
Quando era limpido, di sera, mentre l’ombra gravava giù sulle valli spingendosi sui campi e sulle case del piano, le Langhe apparivano come uno sfumo di grigio rosato, la nuova terra promessa.
Di lontano non si vedevano il fango ed i tedeschi.
Gli uomini desideravano star meglio e lo dicevano. Non ne vedemmo mai alcuno preoccupato di salvare la tinta del martire e del perseguitato. Ma gli uomini sapevano anche che la lotta continuava e sapevano, senza che alcuno dei comandanti l’avesse loro detto, che si andava nelle Langhe anche come G. L., che si doveva tenere alto un prestigio faticosamente costruito.
Mentre nei distaccamenti si preparava il secondo natale di montagna, e su per le mulattiere saliva il vino delle grandi solennità e la carne per i celebri arrosti bruciati e la farina per i micidiali gnocchi elastici di ogni festa partigiana, i comandanti scendevano dalle loro valli alla capitale dei ribelli, la nostra Pradleves. Era necessario portare a termine le ultime ricognizioni, e decidere la partenza e il nome dei reparti destinati a migrare. Meglio partire la notte del primo dell’anno, ché forse fascisti e tedeschi avrebbero dimenticato noi per lo spumante.
Ultimo natale di montagna, natale per chi partiva. Triste perché le nostre baite nella neve erano più care che mai, di pino, di fumo e di parole, triste perché le montagne di Varaita, di Maira e di Grana erano più belle di ogni altra volta e amici i montanari vestiti a festa e noti i sentieri, gli alberi, i boschi. Triste natale pieno di pensieri e di dubbi. (altro…)