Goliarda Sapienza: la “personaggia cinematografara”

Lettera aperta 1970 1-bis

Goliarda Sapienza in “Lettera aperta a un giornale della sera” di Citto Maselli, 1970

«… Io, che ho fallito il matrimonio per l’università, per salire su di una cattedra come te: il mio vero idolo, vera figura dell’intellettuale… Perché non mi hai mai detto che la mamma era stata partigiano? Forse ce l’ho fatta a diventare un uomo, che dici papà? Pensare che ci ho fatto pure tre anni di analisi per capirlo, con un cretino come te… la verità è che il talento di una donna si può buttare o bruciare perché rende più in casa in adorazione del tuo…» 

*

A quasi un mese dall’uscita dell’ultimo volume di inediti di Goliarda Sapienza, Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice, da cui è tratta anche la citazione di Perfetto delitto che apre il post), e dopo un approfondito articolo di Fabio Michieli che riassume il senso della pubblicazione di questa nuova raccolta di scritti, si pone qui oggi l’accento sull’importanza e sull’influenza che anche il cinema ha avuto nell’Opera della scrittrice catanese, sperando di evidenziare alcuni punti d’interesse sinora mai toccati altrove, tentando infine una riappropriazione di alcune peculiarità autoriali necessarie a ‘tenere assieme’ tutto ciò che ella ha scritto.[1]
Il titolo proposto già connota due qualità di Sapienza mutuate dagli studi condotti secondo le due principali linee critiche, quelle di Monica Farnetti e Giovanna Providenti: “personaggia” porta con sé la straordinaria capacità d’invenzione nella scrittura che ha avuto il suo massimo con il romanzo L’arte della gioia attraverso la creazione della figura di Modesta, e anche il personalissimo stile scrittorio di Goliarda che ricalca i modi del parlato nella sintassi e nella lingua, basandosi in parte sull’utilizzo del dialetto siciliano. “Cinematografara” evidenzia invece l’inclinazione filmica presente e sottesa a tutto il corpus edito, la predisposizione all’inquadratura e all’avere una visione d’insieme della scena (testuale), un’attenzione all’immagine ma anche al sonoro, se si pensa a quanto asserito poco fa riguardo il linguaggio.
La complessa vicenda artistica di Sapienza (non solo come scrittrice) si completa perciò oggi, a poco più di diciotto anni dalla sua morte (avvenuta, lo ricordiamo, nel 1996), con ben tre testi per il teatro, tre per il cinema e un canovaccio teatrale in prosa che prende le fila dall’esperienza a Rebibbia ben narrata nei due romanzi-diario L’università di Rebibbia (Milano, Rizzoli, 1983) e Le certezze del dubbio (Catania, Pellicanolibri, 1987) entrambi riediti più di recente da Einaudi, casa editrice che ha pubblicato anche i Taccuini dell’autrice contenenti parte dell’esperienza carceraria.[2]

in "Gli Sbandati" di Citto Maselli, 1955

in “Gli Sbandati” di Citto Maselli, 1955

Di Goliarda si conosce la storia, il suo aver calcato il palcoscenico dapprima nella sua Sicilia poi a Roma, attraverso gli studi presso l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica Silvio D’Amico negli anni Cinquanta e Sessanta sino a qualche sporadica apparizione tra i Settanta e gli Ottanta. Il suo talento teatrale e cinematografico si è espresso in molteplici modi, come ricorda anche il vedovo Angelo Pellegrino nella prefazione al volume Tre pièces, mentre la sua carriera si è interrotta per un passaggio quasi fisiologico alla scrittura.[3]
Questa pubblicazione possiede pertanto un’importanza capitale nell’opera di Goliarda e ci si augura possa essere di stimolo ai lettori per (ri)scoprire l’autrice per intero: dopo la raccolta Ancestrale (Milano, La Vita Felice, 2013), questo volume completa il significato del percorso di Sapienza, voracissima conoscitrice di molte pratiche artistiche, in grado di percorrerle tutte con grande versatilità, curiosità, intuito (!), riuscendo ad applicare l’insegnamento che ognuna di esse le aveva fornito all’arte dello scrivere romanzi.
La sua prosa è fatta di poesia, certamente, ed è anche per questo che Fabio Michieli ha più volte sostenuto che Sapienza nasce ‘poeta’.[4] Ma la sua prosa è fatta anche di tutto ciò che la pratica attoriale le ha insegnato: il mettere al centro della scena il corpo, la carne con tutte le sue pulsioni. I suoi personaggi recitano sulla pagina come lei recitava in scena, in uno straordinario intrico di fatti, dialoghi, sequenze, che rivelano (di nuovo!) al mondo come la scrittura sia per lei il prolungamento del lavoro sperimentato altrove, sul palcoscenico vero e proprio che volutamente (!) e autobiograficamente (!) si confonde con il palcoscenico della vita. Tutto ciò che c’è di psicologico e ‘mentale’ nella sua prosa è sempre sostenuto dall’azione del corpo, impressa di seguito come scelta e con cognizione sulla pagina scritta; la modalità secondo la quale Sapienza si esprime è dunque il risultato di una mediazione tra il ‘corpo attoriale’ e il ‘corpo testuale’. Così, l’esperienza reale e concreta della recitazione[5] è trasferita e anche narrata ovunque, dai romanzi ai Taccuini; si tratta di un sentire che fa già parte della vicenda di Sapienza bambina che, nelle strade della Civita catanese, giocava a impersonare il suo eroe Jean Gabin[6] ma anche di Goliarda docente al Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma negli anni Novanta.
Lo stile di Sapienza dopo la scrittura del ‘grande romanzo’ L’arte della gioia (composto tra la fine dei Sessanta e la fine dei Settanta) non sarà più lo stesso: è mutata irreversibilmente, e ciò è ravvisabile sia nei testi teatrali (concepiti secondo le ricostruzioni di archivio nei decenni Sessanta e Ottanta), sia nei soggetti tutti proposti nel volume de La Vita Felice, molto probabilmente appartenenti al medesimo periodo. Non si tratta soltanto di un mutamento di gusto dovuto al canone vigente e ai modelli che la letteratura, nei diversi decenni, andava proponendo: si può ragionevolmente ipotizzare che si tratti di un radicale ‘modus operandi’ e che il distacco dal palcoscenico e dal cinema, l’aver percorso tracciati diversi per scelta, l’aver ripensato la propria storia personale anch’essa sottesa all’Opera tutta, siano i punti focali da cui (ri)partire per (ri)leggere Sapienza. Far dialogare i diversi testi, ricercare le analogie, farli parlare ognuno per sé e con gli altri, per ridare voce a una scrittura troppo a lungo ignorata è, a questo punto, d’obbligo. Così come avviene in ogni opera, anche in Tre pièces Goliarda-autrice parla di sé al mondo, e al mondo del mondo, con voce limpida e chiara: parla forte per farsi ascoltare, senza aver paura di esprimere ciò che pensa. La sua vitalità, la sua posizione da “outsider” ed “eccentrica” si manifesta senza pudore, affrontando la sessualità, la maternità, la relazione con l’altro sempre con una grande libertà incarnata altresì dal personaggio di Modesta, ricalcato su di sé come fosse una “sorella gemella di carta”, che le somiglia nei gesti e nei movimenti e che parla con le sue parole.

© Alessandra Trevisan

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[1] Mi riferisco agli articoli, saggi ed interventi a cura di Lucia Cardone e Emma Gobbato, rintracciabili in miscellanee, riviste e sul web.
[2] Il capitolo “Rebibbia” meriterebbe uno studio a sé nell’Opera di Sapienza che non si avrà il tempo di trattare in questa sede oggi. Si vedano comunque i volumi Il vizio di parlare a me stessa (Torino, Einaudi, 2011) e La mia parte di gioia (ivi, 2013) che ricoprono un arco temporale che va dal 1976 al 1992. A questi si aggiunga il recentissimo Elogio del bar (Elliot, 2014). A proposito della testimonianza sul carcere, si può ascoltare un’intervista condotta nel 1983 da Enzo Biagi, qui.
[3] Molte le ipotesi che riguardano questa scelta, personali e lavorative. Esse possono trovare ragione, tuttavia, in una necessità di esplorare nuovi ambiti artistici, sostenuta da Sapienza stessa durante tutta la vita.
[4] Questa posizione è stata espressa numerose volte in occasioni pubbliche dedicate all’autrice e trova inizio in un articolo apparso qualche mese fa sempre sul nostro blog (e fino ad ora tra le poche pagine critiche che si occupino dell’opera poetica dell’autrice. Alcune poesie si possono leggere anche qui).
[5] I titoli che potremmo citare sono moltissimi ma rimandiamo alla filmografia sull’autrice reperibile online. Le immagini qui utilizzate, tuttavia, la ritraggono in due tra le pellicole più importanti cui abbia mai preso parte, come da didascalia.
[6] Si veda il romanzo postumo Io, Jean Gabin (Torino, Einaudi, 2009) concepito presumibilmente nel 1979, dopo la conclusione di AdG.

Opera tutelata dal plagio su www.patamu.com con numero deposito 56536

11 comments

  1. Non avevo mai visto un’immagine dal vivo di Goliarda.
    Una donna sempre e assolutamente fuori dal comune, scrittrice unica e, ovviamente, sempre malcompresa
    Troppo grande per poter essere capita

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    1. Grazie Laura per il suo commento. Goliarda era molto espressiva; se lei è una lettrice appassionata, cercando nel web e sul nostro blog, troverà altre immagini del suo volto. Dicono molto del suo mestiere d’attrice, e non solo.

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