INTERSTELLAR: UN TEDIO INTERSTELLARE, di Nicolò Barison

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INTERSTELLAR: UN TEDIO INTERSTELLARE, di Nicolò Barison

In un prossimo futuro la natura si sta ribellando e l’esistenza sulla Terra è messa in pericolo da continue tempeste di sabbia e da una misteriosa piaga che ha distrutto le piantagioni di grano, lasciando però intatto il mais. Cooper (Matthew McConaughey) è un ex-astronauta della NASA che si è dovuto reinventare agricoltore e si è dedicato alla coltivazione del mais, tirando su una piccola azienda agricola,  dove vive insieme alla figlia Murph (nome dato in onore alla legge di Murphy), al figlio Tom e all’anziano padre. Grazie a una serie di improbabili circostanze,  Cooper rientrerà in contatto con la NASA, ora divenuta un’organizzazione segreta, che sembrerebbe aver scoperto che la piaga presto attaccherà le altre coltivazioni e che si sta ingegnando per trovare una soluzione alla imminente (auto)distruzione del nostro pianeta. Cooper  verrà convinto dalla NASA a intraprendere un viaggio interstellare attraverso un cunicolo spazio-temporale,  dove si auspica che si possa trovare un pianeta abitabile in cui l’umanità possa salvarsi dall’estinzione e proseguire il suo cammino evolutivo.

Che Christopher Nolan fosse un regista che non amo me ne ero accorto da tempo. Ma che riuscisse ad arrivare a simili vette di autocompiacimento e megalomania non pensavo fosse possibile. Dopo essersi divertito in maniera pasticciona a giocare con i sogni in Inception, questa volta Nolan gioca col tempo e con i viaggi interspaziali e inciampa clamorosamente, scadendo nel ridicolo e nell’illogico. Interstellar è un film inutilmente lungo e prolisso, diretto con mestieranza e scritto malissimo. Benché le premesse di base siano, seppur non originalissime, sempre affascinanti,  la storia è inutilmente cervellotica e velleitariamente astrusa, a tratti irritante, in alcuni punti persino priva di senso, caratterizzata da molte lacune in sceneggiatura e da una morale di fondo spicciola e buonista. Il film spara subito alto e si vuole avvalere di presunte fondamenta scientifiche (basandosi, a detta dello stesso Nolan, su “ore e ore di lezioni sui buchi neri e sulla teoria della relatività”), ma queste nozioni non servono a risollevare le sorti di un film noioso ed eccessivamente supponente.

Oltre all’abbozzato e più che confuso quadretto composto da nozioni di astrofisica, anche il resto della storia fa acqua da tutte le parti. I rapporti personali fra i vari personaggi sono quanto di più banale si possa trovare, a cominciare dalla relazione di Cooper con la figlia prima ribelle e poi geniaccio della fisica. A questo, come se non bastasse, si aggiungono durante tutta la pellicola numerosi altri stereotipi e forzature: l’uomo di colore costretto a stare numerosi anni da solo nella base maledetta, lo scienziato pazzo risvegliato dopo anni di ibernazione (un Matt Damon impalpabile e inspiegabiemente sottotono che non aggiunge nulla al progredire della storia, anzi, semmai, la rende ancora più imbarazzante), Cooper che vive,  guarda le coincidenze della vita, a pochi chilometri di distanza dalla base più segreta e inaccessibile del pianeta, messaggi dal futuro, fantasmi, universi di cinque dimensioni e (purtroppo) molto altro ancora.

È inutile girarci intorno, il presunto messaggio sulla solitudine e l’impotenza dell’uomo nel controllare lo spazio-tempo non arriva, o meglio si sgretola grossolanamente in confronto ad opere inarrivabili che hanno fatto la storia della fantascienza come 2001: Odissea nello spazio di Stanley Kubrick, Solaris e Stalker di Andrej Tarkowskij, il primo Alien di Ridley Scott, e, volendo citare un film più recente, l’ottimo Gravity di Alfonso Cuarón.
Cosa rimane dunque di questa pellicola dopo la visione? Il fascino dei viaggi nello spazio-tempo? I dialoghi? La metafora ecologista delle tempesete di sabbia che distruggeranno la Terra? L’onirico finale?
Nulla di tutto ciò, perché Nolan perde la sfida in tutti i campi, non innova nulla,  ma costruisce sopra il cinema di altri, più bravi.  registi, non inventa ma recupera maldestramente tematiche della fantascienza già viste e riviste, senza lasciare un’impronta.
Quello che rimane è un tedio interstellare.

© Nicolò Barison