riflessioni

Gramsci: Intellettuali e carattere italiano

 

Gramsci, fonte: Istituto Gramsci di Torino

Gramsci: intellettuali e carattere italiano

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, scriveva l’ordinovista Antonio Gramsci nel ’19. Dietro questo motto, giustamente segnalato da Eugenio Garin in Con Gramsci, vi è l’intuizione che fa da sfondo a una delle più interessanti riflessioni del leader comunista: quella sul ruolo degli intellettuali nella società moderna. Se la borghesia rurale ha i suoi funzionari statali e liberi professionisti, argomenta Gramsci, se la borghesia cittadina fornisce i tecnici delle industrie, l’unica classe produttiva che non possiede dei rappresentanti e che anche quando li produce finisce per perderli poiché assimilati alle altre categorie, è quella contadina. A tal proposito, occorre staccare gli intellettuali dal blocco dominante per creare una nuova cultura che li saldi al popolo, generando un inedito blocco nazionale.

Tornando agli intellettuali classici, restano celebri alcune pagine in cui il sardo traccia il profilo di oratori eloquenti e sentimentali, avulsi dalla realtà effettuale, dalla vita pratica e dai problemi delle masse: si tratta di “parolai”. A questo genere di intellettuali Gramsci replica che “le idee sono grandi in quanto attuabili”, per cui occorre mostrare concretamente la strada da percorrere e, nel farlo, occorre rappresentare una volontà collettiva, essere in grado di organizzarla.

“Gramsci è nell’alveo di Lenin”, scriverà in merito a questa concezione Luciano Gruppi. Gli intellettuali sono gli organizzatori, il trait d’union tra teoria e pratica, gli educatori di un carattere nazionale e internazionale che superi la mera appartenenza a un gruppo socio-economico specifico. E a chi sottolinea un carattere italiano individualista, che vive e si affida ad espedienti piuttosto che a forme organizzative moderne, di stampo politico e sindacale, egli ribatte che il proliferare di forme criminali come le mafie o le consorterie politiche corrisponde all’incapacità delle classi dirigenti nazionali di risolvere i bisogni economici immediati dei cittadini. (altro…)

Giorgio Ghiotti, La città che ti abita (di I. Grasso)

Giorgio Ghiotti, La città che ti abita, Empirìa, 2017

di Ilaria Grasso

 

Mentre in America esce il nuovo libro di George Saunders, Lincoln nel bardo, penso ai poeti e agli scrittori di casa nostra. Mi domando se si siano mai interrogati su questo stato della mente in cui la coscienza viene separata dal corpo e leggendo la raccolta di Giorgio Ghiotti, La città che ti abita, ho pensato molto al bardo come concept di lettura e di scrittura.
Nel bardo la mente acquisisce un corpo mentale simile a quello del sogno e ha il potere di raggiungere qualsiasi luogo, in qualsiasi momento, senza alcun ostacolo. La vita nel bardo è fatta di sofferenze, sia per la non accettazione della propria morte, sia per l’attaccamento a se stessi, alla famiglia, agli amici, ai propri averi.

[…] cosa dovremo raccontare
di questi anni infiniti che a cento volti
insieme ci passano negli occhi, perché
più popolato del visibile è l’invisibile
o chi ne fa più parte, chi sta di là
o subito prima del filo
finché ci sarà chi tende le antenne […]

Questi appena riportati sono i versi che più di tutti mi fanno pensare al bardo; fanno parte della poesia che Ghiotti dedica a Biancamaria Frabotta, poeta, scrittrice, giornalista, e sua docente all’università, nonché prefatrice della raccolta. Ghiotti fa del distacco, dell’abbandono e persino della morte, materia viva ben consapevole del potere di rendere immortali che appartiene alla scrittura e letteratura in generale. (altro…)

Il valore del fischio in letteratura (di C. Trombetta)

Il valore del fischio in letteratura: una riflessione sul “fare letterario”

 

Che genere di azioni si aspetta un lettore dai personaggi di un romanzo? Facile: che pensino, parlino, si muovano, amino, gioiscano, lavorino, piangano, odino, partano e soffrano. Nessuno direbbe facilmente di aspettarsi un bel fischio sonoro, forte ed eloquente. Quante opere letterarie i cui protagonisti si abbandonano al fischio come atto significativo si potrebbero elencare? Poche, anzi, davvero pochissime. In letteratura sono i treni a fischiare (si pensi all’avvio di un celebre mottetto montaliano: «Addii, fischi nel buio, cenni, tosse/ e sportelli abbassati…»), al massimo il vento o gli uccelli, le persone invece piuttosto raramente. Infatti, parlando di fischi dal valore importante o simbolico, viene di certo in mente la novella pirandelliana Il treno ha fischiato. L’impiegatuccio Belluca, il personaggio principale, prende coscienza dell’esistenza di altre dimensioni al di fuori della sua, oppressiva e ansiogena, proprio grazie al fischio di un treno, avvenimento banale che riesce però a scuoterlo dalla grigia quotidianità in cui era seppellito. Come volevasi dimostrare, non è Belluca a esibirsi nel fischio, bensì il treno. Guardando invece alla poesia, gli esempi restano comunque pochi. Potremmo citare la poesia Fischi di Trilussa:

L’Imperatore disse ar Ciambellano:
– Quanno monto in berlina e vado a spasso
sento come un fischietto, piano piano,
che m’accompagna sempre indove passo.
Io nun so s’è la rota o s’è un cristiano…
Ma in ogni modo daje un po’ de grasso.

Anche in questo caso l’Imperatore si limita a percepire il fischio, probabile sinonimo di malessere popolare, ma non ne è la fonte. Restando in ambito poetico, Giorgio Caproni ha composto Il fischio – parla il Guardiacaccia, in cui il suono di un fischio avvertito durante una partita di carte è in grado di richiamare al dovere il Guardiacaccia che, fedele al suo compito e alla divisa, spiega ai compagni le ragioni del suo allontanamento dalla tavola e conclude così:

Lasciatemi perciò uscire
Questo Io vi volevo dire.
Per quanto siano bui gli alberi,
non corre un rischio più grande di chi resta,
colui che va a rispondere
al fischio della foresta.

Lo stesso anche stavolta, è la foresta a fischiare, non un uomo dal volto o dal nome definito. (altro…)

proSabato: Pier Paolo Pasolini, ‘Siamo belli, dunque deturpiamoci’

«ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece»

Se è giusta la mia ipotesi che nella categoria dei tuoi coetanei «obbedienti» trovino posto, e per primi, «coloro che erano destinati a morire» − cioè coloro che la scienza medica ha salvato dalla «mortalità infantile», e sono quindi dei «sopravvissuti» − quale è la loro funzione pedagogica nei tuoi riguardi? Che cosa ti insegnano col semplice loro essere e comportarsi?
La loro caratteristica prima − ti ho detto − è il sentimento inconscio che il loro essere venuti al mondo sia stato particolarmente indesiderato. Il sentimento inconscio di essere «a carico» e «in più». Ciò non può che aumentare immensamente la loro ansia di normalità, la loro adesione totale e senza riserve all’orda, la loro volontà non solo di non apparire diversi ma nemmeno appena distinti.
Dunque ciò che essi prima di tutto ti insegnano è vivere il conformismo aggressivamente: cosa questa che − come vedremo − ti è insegnata da quasi tutte le categorie dei tuoi coetanei «obbedienti». E dunque la analizzeremo meglio andando avanti col nostro discorso. Vorrei invece soffermarmi su tre punti privilegiati del loro insegnamento pragmatico (e dunque tanto facilmente assimilabile).
Essi ti insegnano: primo, la rinuncia: rinuncia resa assoluta, abitudinaria, quotidiana dalla mancanza di vitalità, che in essi è un dato di fatto reale, fisico, ma che in altri (come in te), può essere una tentazione. Essi dovevano morire; o meglio, in altre circostanze sociali, sarebbero di sicuro morti. Essi devono istintivamente ridurre al minimo lo sforzo per vivere: il che in termini sociali significa appunto rinuncia. È vero che come dice un mio amico di Chia − un ragazzetto che ricorda i proverbi dei vecchi − «il mondo è dei bravi, e i cojoni se lo godono». È una delle più grandi verità che le mie orecchie abbiano mai ascoltato. Tuttavia, io, vecchio borghese razionalista e idealista, cioè «bravo», continuo sempre a detestare con tutte le mie forze lo spirito di rinuncia. Che è poi ansia di integrazione e qualunquismo. Non temere di essere ridicolo: non rinunciare a niente. Lascia che i cojoni si godano il mondo, e invidia pure come me, struggentemente, per tutta la vita, la loro felicità.
La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi − tuoi coetanei − hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. A quanto pare, non ci sono più cojoni: se non a Napoli o a Chia. Tutti sono bravi: e dunque tutti hanno la loro brava faccia infelice. Essere bravi è il primo comandamento del potere dei consumi (nel cui universo mentale e di comportamento tu, povero Gennariello, sei nato): bravi cioè per essere felici (edonismo del consumatore). Il risultato è che la felicità è tutta completamente falsa; mentre si diffonde sempre di più una immediata infelicità.
Sappi, invece, Gennariello, che, contrariamente al proverbio sublime di Chia, c’è anche una felicità dei bravi. Il proverbio di Chia dice infatti che «il mondo è dei bravi», alludendo decisamente al possesso, al potere. Ma allora va aggiunto che oltre al possesso del mondo da parte dei padroni, c’è anche un possesso del mondo da parte degli intellettuali, e questo è un possesso reale: com’è del resto quello dei cojoni. Si tratta soltanto di un diverso piano culturale. È il possesso culturale del mondo che dà felicità.
Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro.
La terza cosa che ti viene insegnata dai «destinati a morire» è la retorica della bruttezza. Mi spiego. Da alcuni anni i giovani, i ragazzi fanno di tutto per apparire brutti. Si conciano in modo orribile. Fin che non sono del tutto mascherati o deturpati, non sono contenti. Si vergognano dei loro eventuali ricci, del roseo o bruno splendore delle loro gote, si vergognano della luce dei loro occhi, dovuta appunto al candore della giovinezza, si vergognano della bellezza del loro corpo. Chi trionfa in tutta questa follia sono appunto i brutti: che sono divenuti i campioni della moda e del comportamento. I «destinati a essere morti» non hanno certo gioventù splendenti: ed ecco che essi ti insegnano a non splendere. E tu splendi, invece, Gennariello.
Ho imperversato un po’ contro questi «destinati a esser morti», col rischio di apparire un po’ vile e razzista: di creare cioè una categoria di persone da proporre alla condanna. No. Tra i «destinati a esser morti» ci sono esseri adorabili per lo meno come te, cosí vistosamente destinato alla vita. Se ho polemizzato con particolare violenza contro gli insegnamenti che ti impartiscono i «destinati a esser morti», è perché ho preso questa categoria a simbolo della media: media che ti insegna, appunto, queste stesse cose, e senza quel tanto di disperato che le corregge, le giustifica, le rende umane.

© Pier Paolo Pasolini, Siamo belli, dunque deturpiamoci, in Lettere Luterane. Il progresso come falso progresso, introduzione di Alfonso Berardinelli, Torino Einaudi 2003Prima edizione: collana «Supercoralli», Einaudi, 1976.

Carlo Levi, La terra cede e scivola

Carlo Levi, da Biografieonline

Carlo Levi, La terra cede e scivola
(o come dare torto e ragione a Calvino su Carlo Levi)

di Sandro Abruzzese

 

“Io uso dire, in modo paradossale, che l’Italia ha due capitali e che una è Torino e l’altra è Matera”.

“Nulla è sicuro invece nel mondo contadino, il tempo non vi è segnato dagli orologi e non vi scorre, e ogni immagine scoperta può essere perduta. Esse stesse, le immagini, sono i soli punti certi e raggiunti, la sola difesa di una vita personale in continuo rischio: perciò esse tendono a fissarsi, a diventare ripetibili e quasi rituali, a trasformarsi in formule magiche o evocatorie, (…) in questo continuo sforzo del mondo contadino di esprimersi, noi vediamo, mi pare, il continuo fenomeno della creazione del linguaggio, poiché le parole non sono altro che la memoria dei nomi che rappresentano l’atto della distinzione da un oggetto, la creazione, cioè, degli oggetti dalla indifferenziazione”.

Carlo Levi, Il contadino e l’orologio

 

Nel saggio introduttivo al Cristo, Italo Calvino sostiene che per comprendere la poetica di Levi occorre partire da Paura della libertà, libro scritto nel ’39 a La Baule, durante l’esilio in Francia. In esso infatti affiora per la prima volta la riflessione dello scrittore in merito allo Stato-idolo. Sono riflessioni molto belle, che risentono della filosofia europea, da Vico, Spengler, a Hegel, Gramsci, Gobetti. Levi al cospetto del fascismo e dei totalitarismi vi sostiene che quando si combatte per un idolo, quando gli stati sprezzano l’individuo imbrigliandolo nell’esercito, nella macchina burocratica, nell’organizzazione centralistica, la libertà lascia il posto alla crescente e continua oppressione. Per uno Stato del genere, poi, la guerra è “il sacrificio perfetto”. A uno Stato del genere occorrono nemici, schiavi, servi. E nessuno meglio degli stranieri, di estranei può fare al caso. “L’idolo statale”, scrive Levi, “può reggersi soltanto finché avrà di fronte a sé uno straniero: un nemico necessario, che dovrà essere continuamente espulso e continuamente ritrovato, una vittima provvidenziale” (p. 114). Quando si combatte per un idolo, quando si è in una guerra religiosa, lo Stato ha bisogno di una massa informe, di cui le grandi città, i sobborghi di “gente senza storia”, insieme al tecnicismo, sono il risultato. È questo Stato a generare un mondo “impoetico, anonimo, ripetitivo”.

In Paura della libertà Levi intuisce pure che l’urbanesimo, il corpo sformato del Paese, è legato a una cultura del non senso, di massa, a suo modo totalitaria, perché intrisa di propaganda, la quale serve allo Stato-idolo per produrre l’identità indistinta, confusionaria e priva di molteplice. È un’umanità informe, “sradicata da ogni determinazione”. Inoltre egli riflette sulla compresenza dei tempi e delle civiltà, individuandone lungo la penisola una militare e una contadina. La prima è statolatra, religiosa e giuridica, il cui tempo risulta lineare; la seconda anarchica, irreligiosa e poetica, fuori dalla storia poiché immobile. È quest’ultimo il mondo portato alla luce da Levi in Cristo si è fermato a Eboli. Ed è questa compresenza dei tempi che egli testimonia e per cui giustamente Calvino rimanda a Paura della libertà.

paesaggio calanchivo di Aliano, foto di Sandro Abruzzese

Tuttavia, sebbene lo scritto del ’39 sia un saggio ricco di riflessioni interessanti sull’arte, sulla lingua, sul sacro e sul religioso, quello che il Cristo aggiunge è lo sguardo, la capacità percettiva dell’esule torinese, e quella scrittura “erotica”, certo a volte venata di atteggiamenti tronfi o paternalistici, ma che nasce sempre dall’amore per la vita e l’umano, dalla passione per la libertà e la giustizia. La scrittura di Levi, avrà modo di dire Giulio Ferroni, “ha il dono (…) di saper dare il senso di una vita distesa nel tempo, di uno spazio pullulante di presenze, di speranza, di sensazioni, di delusioni”.
Non solo. In Carlo Levi il paesaggio, l’ambiente, la luce, prendono corpo. Credo che la fisicità, la corporeità lucana, nonché l’impatto che su di lui ha avuto la lunga permanenza forzata a contatto col mondo contadino sia qualcosa di simile a un’agnizione per l’intellettuale cittadino. Levi è un corpo estraneo, un intellettuale europeo, illuminista, proveniente da una Torino già industriale, ed è come se proprio in quanto corpo estraneo egli sia in grado di mettere a fuoco le contraddizioni lampanti ma aggrovigliate della società meridionale. È questa matassa che Levi dipana grazie agli intensi e precedenti studi meridionalistici e all’esperienza diretta del confino.

Se volessimo trovare qualcosa di simile, e di pari, capitale importanza nella cultura italiana, verrebbe fatto di pensare al meridionale sardo Antonio Gramsci, trapiantato dalla piccola Ghilarza alla grande città industriale sabauda grazie a una borsa di studio. Nondimeno negli stessi anni, tra Francia e Inghilterra, per altre vie del tutto originali, sarà Simone Weil ad avvicinarsi e approfondire le stesse tematiche dell’autore del Cristo.

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proSabato: Angelo Pellegrino, da ‘In Transiberiana’

proSabato: Angelo Pellegrino, «La Cina è un paese androgino»

La Cina è un paese androgino, una linea di demarcazione netta tra il maschile e il femminile è difficile per noi notarla. Poi, oggi, tutti in tuta o in divisa, è ancora più arduo. Su uno stesso marciapiede di Pechino ho visto donne che stendono lenzuoli ad asciugare; poco più discoste, altre che riparavano suole di scarpe; nel mezzo, fra i due raggruppamenti, c’era un manipolo di sarti con l’ago in mano. Bisognava avvicinarsi molto per comprenderne il sesso… All’uniformità ossessionante dell’abito si aggiunge che le donne hanno pochissimo seno, quasi invisibile: fortuna che le giovani aiutano con le loro bellissime trecce, nerolucide come le penne dei corvi.
A Shanghai una ragazza in terra in mezzo alla strada si dimenava tra i raggi della sua bicicletta. Era stata investita da poco da un altro ciclista, il qual − lei ancora a terra − si rimette in sella e comincia a volteggiare intorno all’investita, piano, come a studiarla. Poi si ferma, scende, le raddrizza il manubrio distorto e tutto finisce lì, mentre continuano a dirsi qualche parola entrambi con lo stesso tono e volume: quelli normali, comuni. Ma nelle voci, così come nelle azioni, in tutto il comportamento, nelle immagini corporee, gestuali, era difficile distinguere chi dei due fosse il maschio o la femmina.
Tornando alla vecchiaia in Cina, devo aggiungere che ho visto sorridere quelle vecchie in un modo che non ha niente dell’anziano, né del bambino, né dell’adolescente. È un modo che appartiene a un’età che non c’è, un’età nota forse solo in Cina e che noi saremmo portati a definire − a torto − senza età. Le gelataie − sempre vecchie donne − che incontravo per strada sedute o in piedi dietro a una specie di carrozzella-ghiacciaia, sorridevano sempre quando mi accostavo per comprare qualche ghiacciolo (nessun occidentale di solito lo fa − si dice − per motivi d’igiene). Rispondevo anch’io sorridendo come potevo, perché il sorriso è direttamente contagioso e perché erano molto comiche quelle vecchie senza tuta che sembravano per metà cuoche e per metà infermiere. (altro…)

Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale.

dag solstad, copyright MARIA GOSSÉ

Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale

di Renzo Favaron

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Il tempo è il protagonista delle ultime tre opere tradotte e pubblicate in Italia (da Iperborea, traduttori Maria Valeria D’avino e Massimo Ciaravolo) di Dag Solstad (si pronuncia “sulstà”), ovvero Romanzo 11, libro 18, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen. Tutti i personaggi centrali, se così si può dire, ne sono assorbiti, subordinati e dipendenti. E non solo i personaggi, ma anche le cose ordinarie, le idee e i prodotti artistici creati dall’essere umano. In ciascuno dei tre romanzi, ad esempio, l’autore è implacabile nell’indulgere e constatare il decadimento fisico a cui vanno incontro le compagne dei protagonisti (analisi riconducibile a quel “vedere dentro le cose” che è un’eredità letteraria di Gustave Flaubert). Tuttavia, Dag Solstad affonda i colpi delicatamente, quasi in punta di pennello, a parte in Romanzo 11, libro 18, dove la protagonista si macchia di un comportamento fuori luogo e inopportuno. La macchia non riguarda il tradimento del compagno, tanto per dire, ma il tradimento di un testo teatrale. Va detto che la donna tira le fila di una compagnia di teatro amatoriale e che ha un forte ascendente per via della sua bellezza. Bellezza a cui non sa rinunciare nonostante l’evidente azione del tempo e a cui attinge per rimediare alla cattiva piega che sta prendendo l’annuale rappresentazione portata in scena dalla compagnia di teatro. Il testo è L’anitra selvatica (di Ibsen) e a un certo punto il pubblico in sala rumoreggia, non risponde come ci si aspetta, così lei esce dal ruolo. Ed è questo che il compagno non le perdona, il fatto cioè di interpretare Gina Ekdel “con una gestualità e trucchi a buon mercato, e di agitare “perfino il posteriore e sedurre il pubblico locale”.

Anche in Timidezza e dignità Dag Solstad dedica più di qualche pagina allo sfiorire di ciò che è bello e lo fa lasciando intendere e trasparire l’importanza che la bellezza della donna ha nel tenere unita la coppia. Il personaggio maschile la subisce e comunque ne dipende fino a quando la “morbidezza” di chi gli sta accanto non viene meno. Come in Romanzo 11, libro 18, così in Timidezza e dignità il protagonista si dimostra incapace a sostenere gli urti della Storia e del tempo. Del resto, il decadimento fisico è sintomatico di un cambiamento che riguarda e corrompe non solo il corpo femminile, ma tutto l’edificio dell’esistenza umana. Seguendo il protagonista di Timidezza e dignità, ciò è fatto emergere nel corso di una lezione di norvegese, durante la quale si consuma una specie di frattura generazionale tra gli allievi e il loro insegnante. In particolare, la distanza è in diretta relazione al valore educativo riconosciuto e attribuito dagli uni e dall’altro a L’anitra selvatica di Ibsen. Naturalmente, per l’insegnante è qualcosa di essenziale e allo stesso modo lo è il compito “di fornire un’interpretazione de L’anitra selvatica brillante”. Cosa più facile a dirsi che a farsi e non per altro, ma perché gli allievi non attribuiscono la stessa importanza ai presupposti culturali sui quali “anche le loro vite si sarebbero fondate”. Anzi, prima della lettura de L’anitra selvatica, in aula risuona “un gemito viscerale e aggressivo”.

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Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa

Tanti ricorderanno nei prossimi giorni e in modi diversi Goliarda Sapienza, che veniva a mancare il 30 agosto del 1996. Come già in altre occasioni, sul nostro blog le dedichiamo un focus giornaliero per leggere, da altre prospettive, la sua opera.

immagine tratta da «Paese sera», 18.02.83

Trascendere il «sogno del carcere» nella vita e nella scrittura:
Goliarda Sapienza a ventun anni dalla sua scomparsa
di © Alessandra Trevisan

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Rubò alla sua migliore amica forse per realizzare un sogno
di Dario Bellezza

FORSE la galera è il sogno (borghese) degli scrittori (borghesi) che vanno in cerca di forti emozioni; un’avventura da pagarsi sulla propria pelle per poi raccontarla: prima scrittori insomma e poi galeotti: prima scrittori e poi ogni illecito è lecito: basta raccontarlo. Ora la letteratura vanta anche scrittori che si sono fatte [sic.] le ossa in galera, nelle carceri più disumane e poi, una volta usciti, hanno raccontato quel mondo carcerario, e dunque sono in genere autodidatti che per meriti letterari acquisiti sono stati fatti uscire dal Potere, sono stati perdonati; e magari appena fuori hanno ricominciato a delinquere: il caso ultimo di Albot scoperto da Norman Mailer è esemplare. Tirato fuori dalle carceri americane da Mailer è ritornato ad ammazzare, e dunque niente redenzione.
……………Poi c’è stato il caso (supremo) di Jean Genet: scrittore troppo osannato forse, scoperto da Sartre che lo usò per suoi scopi teorici e filosofici in «Saint Genet, commediante e martire»: fortuna che capita a pochi scrittori di sentirsi museificati in vita da un grande come Sartre.
……………Ma Genet sublima e corrode l’idea di delinquere, lo eccita, e lo trasforma in grande madre maledetta. Ora, tralasciando altri esempi anche più scontati e commerciali (Papillon, etc…) arriva, essendo già scrittrice, la nostra Goliarda Sapienza a raccontarci le sue vicissitudini nelle carceri romane di Rebibbia.
……………Io conosco Goliarda Sapienza. Da ragazzo lessi i suoi libri pubblicati da Garzanti e «Il filo di mezzogiorno» mi entusiasmò; così volli conoscerla. E dato che avevamo amici in comune fu facilissimo. Ricordo una casa ai Parioli: la Sapienza era stata attrice con Visconti e frequentava molte persone mondane e snob; viveva da ricca ma ci tenne a dire che era povera, non aveva più una lira: aveva sposato Citto Maselli ma se ne era separata non so da quando. Mi rimase simpatica; faceva un po’ Tennessee Williams, signora Stone sul viale del Tramonto, ma erano affari suoi. D’altronde, prima o poi, ineluttabilmente tutti si invecchia.
……………Ricordo poi un altro incontro: io ero con Sandro Penna, nei primi anni settanta, eravamo stati a qualche presentazione e ritornando verso casa ci accompagnò la Sapienza. Ci fermammo in un ristorante di Piazza Navona; non ricordo niente di quella serata: solo una frase della Sapienza detta quasi con invidia e diretta a Penna che aveva spettegolato su mezzo mondo letterario di allora, e soprattutto della sua più cara amica-nemica, la Morante: «Siete viziati». Io le chiesi che intendesse dire con la parola «viziati» e la Sapienza ci tenne a ribadire che eravamo viziati perché ci comportavamo come se fossimo depositari dei segreti della letteratura, sacerdoti della letteratura, mentre lei si sentiva irreparabilmente esclusa. Raccontò un episodio occorsole con la Morante, altra «viziata»: la Morante la pregò di suicidarsi se voleva, era la cosa migliore che potesse fare invece che scrivere. Come poteva, la Morante, disse, arrogarsi questo diritto di stabilire chi doveva scrivere e chi no? (altro…)

La poesia di Shane MacGowan (di R. Canaletti)

La poesia di Shane MacGowan

di Riccardo Canaletti

«He said one thing yesterday; he said “I just want to be a singer. I don’t want to be an actor, I don’t want to be a poet, I don’t want to be a writer, I just want to be a singer.” But of course he is an actor, he is a poet and he is a comedian and he is a writer; he is all of those things.»
(Christy Moore su Shane MacGowan)

Un irlandese passeggia dondolando per le strade luride della città, ubriaco fradicio, ha le spalle basse e un po’ di gobba come se esistesse solo il cappotto appeso ad una gruccia. Si slaccia i pantaloni e va in un angolo, inciampa e si rompe i pochi denti buoni che ha (ne ha davvero pochi perché non li lava, per non parlare della carenza di Vitamina C). Questo è Shane MacGowan, la voce lirica dei The Pogues e successivamente dei The Popes. Un poeta, sì, un poeta suo malgrado. L’antieroe, il “balordo” che scriveva canzoni d’amore, roba da far impallidire Bukowski.
Parla d’amore, sì:

Now the song is nearly over
We may never find out what it means
Still there’s a light I hold before me
You’re the measure of my dreams

E la tenerezza prevale su tutto, sulla violenza del suo sguardo, da vecchio clown. Forse lo è, un pagliaccio, il “pagliaccio” di Böll, che si siede e pensa e denuncia. E MacGowan non si censura, lui vive, e la vita – come la poesia, come la musica – è un atto politico prima di tutto, nel senso più profondo e autentico del termine: È resistenza. La lotta alimenta molti dei suoi testi, una lotta che tradisce una certa malinconia di fondo, quasi tentasse di descrivere un mondo dietro l’ombra della sua giacca, dietro il vetro verde della sua bottiglia. Tutto è ovattato e allo stesso tempo sofferto, graffiato, punito. Shane MacGowan si sente condannato e questo lo rende poeta; la consapevolezza delle sue colpe lo rendono onesto, vero, pieno. La sua vita è un romanzo, dalle tante figure sul palco (vomitò persino una volta), fino ai problemi con la droga per cui finì in carcere e la sua amicizia con un’altra grandissima cantante, Sinéad O’Connor.  La misura dei suoi sogni, quella donna, quegli occhi, quella canzone che avrebbe voluto dedicarle, sono la proporzione del suo cosmo, un universo affollato, disordinato, come le tipiche stanze delle rockstar nei film. Il suo è un grande palazzo mentale che si modella, poco alla volta, su un linguaggio specifico, quello che in letteratura è proprio del Realismo sporco. Ma c’è di più, non comunica solo il “vero”, egli comunica la malattia. La sua malattia prima di tutto, la dipendenza, il nichilismo che lotta con lo spirito di critica della società («People are talking about immigration, emigration and the rest of the fucking things. It’s all fucking crap. We’re all human beings, we’re all mammals, we’re all rocks, plants, rivers. Fucking borders are just such a pain in the fucking arse»). Ma anche la malattia del mondo, non più capace di vivere le cose con romanticismo. Lui è, in fondo, un eroe romantico; ricorda l’Adam di Only lovers left after life, quello che lo stesso regista Jim Jarmusch definì «Hamlet as played by Syd Barrett». Lui è un poeta del delirio, del viaggio, un poeta enorme, il poeta della vertigine. Nella sua musica, il folk-punk anglo-irlandese, gli strumenti si intrecciano a formare una tessitura anch’essa sovraccarica. Sembra tutto un continuo accenno, come se volessero ancora aggiungere e aggiungere. Anche la sua musica, seppur apparentemente gioiosa e ballabile (il folk ha una certa “passione” per il modo maggiore) è una malattia. Egli usa un linguaggio claudicante e la sua poesia zoppica e si trascina come se balenasse sul ponte da sottocoperta e fosse presa a strattoni dalla corrente.
E il suo sguardo, abbiamo già detto violento, è netto, non lascia spazio all’interpretazione. MacGowan “dice cose”, non costruisce grandi castelli di parole. Egli sa cosa vede e lo dice e non teme la miseria di linguaggio, o la rima facile; egli prende tutto quello che può e non scarta mai, che sia una metrica “comoda”, o una baciata facile. Non si preoccupa e questo lo rende spensierato e greve allo stesso tempo, perché solo chi è libero può sentire addosso tutto il peso dell’esistenza.

We watched our friends grow up together
And we saw them as they fell
Some of them fell into Heaven
Some of them fell into Hell

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© Riccardo Canaletti

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Per un sillabario su Primo Levi

Primo Levi, immagine da Prospect Magazine

Per un sillabario su Primo Levi

di Sandro Abruzzese

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Esistono vari piani, diversi fili all’interno delle opere di Primo Levi. Credo che come spesso accade per i grandi scrittori, questi fili siano in grado di unire i suoi libri in un’unica grande opera. I sommersi e i salvati, l’ultimo scritto del 1986, è considerato uno dei libri più importanti del ‘900. Ciò che però mi ha colpito dell’opera leviana è notare che in questo saggio si approfondiscono riflessioni che apertamente o in nuce avevamo già avuto modo di incontrare quarant’anni prima in Se questo è un uomo e poi via via nel resto della produzione dello scrittore torinese. È significativo, dice molto sulle sue capacità, il fatto che Levi, a poco più di venticinque anni, certo grazie alla diretta conoscenza di una parte del sistema concentrazionario, – “il Lager è stata una Università; ci ha insegnato a guardarci intorno ed a misurare gli uomini” (I sommersi e i salvati, p. 114), –  ebbene, già tra il ’45 e il ’47 aveva individuato con precisione gli aspetti centrali di quell’esperienza.

LINGUA. Uno dei temi ricorrenti, uno dei fili di cui parlavo, ne I sommersi e i salvati vi è dedicato un capitolo (Comunicare), è il tema della lingua. Gli ebrei italiani, racconta Levi in Se questo è un uomo, morirono quasi tutti e prestissimo perché non comprendevano la lingua. Venivano per questo derisi (soprannominati “due mani sinistre”, cioè incapaci) e disprezzati dagli ebrei polacchi perché ignoravano l’yiddish. Comprendere gli ordini, i consigli e i suggerimenti, da qualsiasi parte essi provenissero, risultava di vitale importanza nel campo. Il Lager, apprendiamo in Se questo è un uomo con una definizione che tornerà sovente anche in La tregua, è una Babele: “La confusione delle lingue è una componente fondamentale del modo di vivere quaggiù; si è circondati da una perpetua Babele, in cui tutti urlano ordini e minacce in lingue mai prima udite (…)”. La lingua serve per capire e sopravvivere, ma serve pure, se sarà mai possibile, per raccontare ciò che è accaduto, da qui l’incubo ricorrente nel sonno dei prigionieri: quello di non essere ascoltati. Qualcosa del genere capiterà, con altri toni e le dovute differenze, al protagonista di Napoli milionaria di De Filippo, al ritorno inaspettato e quasi indesiderato del reduce Gennaro Jovine segue il disinteresse per i racconti dell’uomo portatore dell’indicibile “mala novella” della guerra.

La parola, dunque, riflette Levi nel suo primo romanzo del ’47, “la parola straniera cade come una pietra sul fondo di tutti gli animi”. Le parole della Babele tornano continuamente, lo scrittore ne utilizza una tetra e indimenticabile: Wstawać, significa alzarsi, ed è il suono della sveglia mattutina, del ritorno all’inferno della vita del Lager dopo l’evasione notturna del riposo. E di lingua si tratta, di lingua come sinonimo di umano, quando incontriamo il piccolo Hurbinek: “dimostrava tre anni circa, (…) non sapeva parlare e non aveva nome (…)”. Il bisogno della parola in Hurbinek dimostra quello che lo scrittore sosterrà più volte, che l’essere umano è tale se può esprimersi, comunicare, essere ascoltato e riconosciuto. Infatti, questo gli aguzzini tedeschi, nel tentativo di totale deprivazione, negavano ai prigionieri ebrei, l’ascolto, il riconoscimento. Ecco perché in Comunicare Levi si scaglia contro il silenzio deliberato, contro la colpa del silenzio che genera “inquietudine e sospetto”. E invece comunicare “si può sempre”, si deve, perché i contatti umani sono “bisogno primordiale”, così scrive Levi ne La tregua. Invece la lingua del Lager è infernale, abietta, perché “là dove si fa violenza all’uomo la si fa anche al linguaggio” (I sommersi e i salvati, p. 76). Tutto questo è già chiaro nel giovane Levi del ’47, quando scrive “Se i Lager fossero durati più a lungo, un nuovo aspro linguaggio sarebbe nato” (Se questo è un uomo, p. 110). Un rapporto, quello dell’ebreo torinese con la lingua, in grado di portare alla mente il celebre saggio di Walter Benjamin sul medesimo argomento.

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Videointervista a Roberta Sireno

Roberta Sireno ha risposto a quest’intervista sul suo lavoro poetico degli ultimi anni, che converge nell’opera senza governo (Raffaelli 2016). La cornice è quella di Forte Marghera, Mestre (VE), dove dal 12 al 16 luglio si sono svolti i seminari selettivi del Teatro Valdoca cui anche la poeta ha partecipato a c32 performing art work space.

Intervista a Cesare Ronconi e ‘Semplice e immenso’ a Mestre

foto di Maurizio Bertoni

Intervista a Cesare Ronconi
di © Chiara Tripaldi
Semplice e immenso – esito del seminario di Teatro Valdoca a Forte Marghera, Mestre (VE), domenica 16 luglio alle ore 20.00

Il workshop in corso in questi giorni a C32, Mappe per l’Invisibile, continua il lavoro iniziato con Comizi D’Amore, che si è svolto nel luglio del 2016. Nel mezzo, c’è stata una residenza di tre mesi fra i boschi della Romagna, dove i 15 attori e performer selezionati hanno vissuto condividendo l’abitudine quotidiana e la ricerca poetica. Qual è stato il risultato di questa commistione? Lei pensa che parola e azione siano inscindibili, che l’una viva grazie all’altra?

Negli ultimi due anni abbiamo ripreso una delle modalità di lavoro congeniali alla Compagnia, la produzione di uno spettacolo – Giuramenti, attraverso una serie di laboratori selettivi ed esiti performativi aperti al pubblico. Fino ai tre mesi di lavoro e vita in comune, da gennaio a marzo di quest’anno, a L’arboreto – Teatro dimora di Mondaino. Teatro e bosco sono stati i due luoghi che abbiamo abitato ogni giorno, l’avventura comune. Il bosco ci ha lavorato in profondità facendo di noi una comunità teatrale animale. In teatro la danza, il canto, i versi che Mariangela ha scritto e dato in consegna a ognuno degli attori ci hanno lavorato, anche. La parola, che per il nostro teatro è sempre parola di poesia, e l’azione sono più che inscindibili: la parola verticale della poesia va tenuta alta e leggera dal movimento, dal canto, dall’andamento ritmico dell’insieme dei corpi in scena, per un teatro al presente, “semplice e immenso”. Di cui il pubblico è chiamato a fare esperienza, prendendo parte ad un rito capace di attivare i simboli di cui si serve.

In Giuramenti l’aspetto performativo del movimento e della parola sono centrali, ma in Mappe per l’Invisibile lei, Mariangela Gualtieri, Lucia Palladino ed Elena Griggio avete chiamato a raccolta anche musicisti e sound designer. Qual è la differenza di approccio al verso poetico di un artista del suono rispetto a un artista “fisico”?

La poesia è musica, la musica non è così lontana dal verso poetico: è un allargamento. Nel nostro teatro non c’è separazione tra le arti: si approfondisce una ritmica, una melodia generale che riguarda tutto il lavoro. Verso un grande concerto in cui il gesto, l’aspetto visivo, la parola, tutto fa armonia – e disarmonia, anche, ugualmente importante. (altro…)