riflessioni

proSabato: Pier Vittorio Tondelli, Ragazze in primo piano

Passione politica

Luoghi e tempi dell’utopia. Piccole trasgressioni.
Grandi disobbedienze.

È qui, fra aule universitarie, occupazioni, assemblee volantinaggi che l’impegno dei giovani si è massivamente prodotto nel corso degli anni Ottanta. E la scrittura ne offre reperti interessanti e, alle volte, anche divertenti. È il caso di due racconti di Silvia Ballestra che compariranno nel terzo Under 25: “Cronaca de’ culti di Priapo renovati in Bologna” e “La via per Berlino”. Qui una fauna studentesca post-punk e post-dark frequenta lezioni universitarie con una certa trasandatezza, organizza degli innocentissimi strip-party alle otto di sera (come a Budapest), litiga su chi debba lavare i piatti, va avanti e indietro da casa come ogni generazione fuorisede. È un quadro ironico, divertente di questi stessi studenti che poi avrebbero dato vita al movimento della Pantera. E infatti, a ridosso delle manifestazioni dello scorso anno, chiedi a Silvia di scrivere, per il nostro libro, un viaggio delle giornate sue, e dei suoi compagni, nell’ateneo bolognese durante l’occupazione. Per vari motivi, vorrei dire, politici (e cioè non la volontà che rispetto, ma non approvo, di non “sputtanare” in pubblico un’avventura emozionale e politica vissuta come conquista personale) non se ne è fatto niente. Questa specie di reticenza o pudore è tipicamente femminile? Un ragazzo si sarebbe comportato diversamente? Non so dare una risposta.

.

In Il pozzo segreto, a cura M. R. Cutrufelli, R. Guacci e M. Rusconi (ed. di riferimento), Firenze, Giunti, 1993.

proSabato: Ginevra Bompiani, Seduzione

La seduzione cambia a seconda che ad agirla sia un uomo o una donna. Dico «agirla» perché la seduzione e richiede molta attività e molta abnegazione. Io ho sempre Ammirato i seduttori e sono stata loro grata degli sforzi umani e sovrumani che facevano per conquistare quello che gli si sarebbe offerto Forse subito, per gusto o per riconoscenza. Cedere alla seduzione è un modo di applaudire. Nei romanzi del grande scrittore francese Crébillons fils, si capisce benissimo che la donna si concede con un applauso. È quell’insicuro di Sade che deve invece mortificarla con la crudeltà e un leccar di baffi.
Ma bisogna parlare del seduttore e della seduttrice, e non semplicemente di «seduzione», perché queste due figure perseguono obiettivi assai diversi.
Il seduttore vuole conquistare la sua preda furtivamente, la seduttrice vuole tenerla a distanza platealmente.
Don Giovanni è un esempio classico di seduttore: come tutti i conquistatori, è in lotta col tempo; come un vero clandestino, è in fuga. Deve correre sotto al balcone e poi correre via per non farsi prendere. La fretta gli fa mancare le prede più interessanti come Donna Anna e perfino le più facili come Zerlina. D’altra parte, quel che conta per Don Giovanni, come spiega bene Leporello, è il numero, non la qualità; il territorio, non il paesaggio.
L’esempio classico di seduttrice è Célimène, la donna amata dal Misantropo di Molière. Il misantropo e la seduttrice formano una coppia impossibile e ideale: il misantropo ha bisogno delle arti elusive della civetta per potersi innamorare. La seduttrice ha bisogno di tutte le sue arti per tenerlo a bada e non farsi soffocare.
Naturalmente non potranno andare a nozze perché non hanno un luogo comune: il misantropo vuole il deserto, che rende vana ogni seduzione, e la civetta vuole il salotto, dove il misantropo muore ogni minuto.
Seduttrice e civetta non sono in verità sinonimi: la civetta è la forma più fatua e antiquata di seduttrice. Ogni seduttrice non civetta più, non usa tecniche da quattro soldi, co ha penato il femminismo a spazzarle via. Oggi una seduttrice ricorre a una virtù molto più rara e più pregiata, la grazia, che è una virtù lenta, un po’ sorniona: la qualità di Marlène Dietrich e dei suoi personaggi. Célimène ne ha da vendere, mentre Lulù (Wedekind, Berg), pecca di troppa fretta, ed è un po’ maschile in questo. La grazia è una virtù dell’intelligenza. Ci sono donne stupide e dotate di grazia e sono quelle di solito chiamate «misteriose». Niente infatti è più misterioso di una grazia stupida, che rimbomba nel vuoto. (altro…)

“Sono state le correnti”. Su “Un nome in meno” di Vincenzo Frungillo

Frungillo ci ha già mostrato in passato come la terra talvolta si rivolta ed esplode, soprattutto se caricata di segreti criminali e velenosi da parte degli uomini. Lo ha fatto ad esempio in un progetto poetico tutto napoletano, La disarmata (CFR 2014), con un contributo di sei titoli, poi parzialmente confluiti tra Le pause della serie evolutiva (Oèdipus 2016), che fra le altre cose toccavano il tema dei rifiuti tossici e del tumore. Nel primo di quei testi, Il lago Patria, un pescatore di frodo, ironicamente chiamato Pietro, otteneva una pesca miracolosa con la complicità degli scarichi. Si potrebbe dunque dire che l’impulso a una narrazione che ha molte delle caratteristiche del giallo Frungillo lo debba anche a queste storie recenti della sua terra di origine, dove segreti criminosamente seppelliti si sono poi manifestati in forme terribili, costringendo all’indagine, allo scavo e al racconto. Nel suo primo romanzo, Un nome in meno (Ensemble 2019), affiora un tipo di reperto che non consiste in un portato dell’inquinamento, ma che testimonia ancora una volta una reazione della terra (non sembri strano parlare di un’etica materialista per questo autore, che ha dedicato a Lucrezio alcuni fra i suoi versi più belli) all’orrore che le è stato somministrato: il ritrovamento in questione è quello di una vertebra umana, e al lettore risulta da subito evidente che non si tratta di una pacifica sorpresa archeologica. A trovarla durante una delle sue immersioni è l’adolescente Sofia, figlia di Pietro (che qui non fa il pescatore, ma è comunque imbarcato). Ci troviamo nella zona dei Campi Flegrei, vasta area storicamente in subbuglio vulcanico, e sembra quasi trasparire la figura di Plinio il Vecchio (già trattata da Frungillo sempre nelle Pause della serie evolutiva), un corpo che scompare (“gli fu testimone Plinio il giovane,/ su una tavoletta di cera annotò la sparizione”) inoltrandosi nel disastro. Il corpo spinto al limite è un’altra immagine centrale nella riflessione poetica di Frungillo: i fisici dopati delle campionesse di nuoto dell’ex- Repubblica Democratica Tedesca (Ogni cinque bracciate, Le Lettere 2009); la ricerca del piacere portata all’estremo nulla del desiderio tra i lacci del bondage (Il cane di Pavlov, Edizioni D’If 2013). Anche al centro di un importante saggio critico sulla poesia recente (Il luogo delle forze, Carteggi letterari 2017), Frungillo pone l’idea del corpo esemplare come grande rimosso del contemporaneo, e del “corpo nero” come negazione essenziale di un senso condiviso. Un nome in meno nasce dunque all’incrocio tra le due figure ossessive dell’autore: affiora dalla terra (dal mare) che reagisce respingendolo (“Sono state le correnti di Cuma”, p. 178) il resto di un corpo, la mancanza di un corpo, e con essa il dovere di cercarlo. (altro…)

Il seme dell’abbraccio: un progetto tra somiglianze e re-invenzione

credits Alvise Giacomazzi

Se già la poesia contemporanea è agitatrice di per sé, c’è nella poesia di Silvia Salvagnini un sovvertimento del linguaggio poetico che incide cioè sul livello del significato soprattutto.
Con Il seme dell’abbraccio (Bompiani 2018 qui) l’opera di Salvagnini si fonda nella sua dimensione più completa: raccogliendo i temi di sempre (la maternità, il femminile tutto, l’infanzia, il giardino, il verde) che si combinano insieme alla lezione della neoavanguardia come impronta di rottura, quella dei suoi maestri (soprattutto Sanguineti e Balestrini), di certa poesia della tradizione italiana (Ungaretti, Saba, Caproni), portando l’espressione al presente (Salvagnini può essere comparata a certe novità di Vivian Lamarque, specialmente nelle poesie che muovono dal mondo degli adulti a quello dell’infanzia e che Silvia definisce come “trasversali”), restando dentro un fertile terreno di creazione che molto ha che fare con un’attenzione al suono e all’invenzione.

Il progetto che a partire dai versi del libro unisce poesia, musica e canzone, nato dall’incontro con Nico De Giosa e chi scrive, segue e rispetta l’intenzionalità autoriale; nasce quindi da una pluralità di intenti ma anche da un desiderio di spostamento, che definirei come ‘trans-locazione’, ossia l’andare da un luogo artistico ad un altro tenendo in questo caso tutto insieme.
Non si tratta né di ibridazione né di multimedialità, che ben definirebbero l’oggetto poetico secondo una prospettiva canonizzata, ma è propria della poeta e quindi dal corpo-testo la pluriartisticità come qualità del fare, ontologica, del soggetto – e in questo caso di una figura come l’autrice, che scrive poesia, è pianista e si applica nel campo delle arti visive come illustratrice dei propri lavori.
L’incontro con la poesia di Silvia Salvagnini – che esiste e resiste nella parola – richiede da dentro e dal sé l’incontro con la musica e con il canto, una trasformazione armonica del fare. Lo fa nei termini più affini, in un vestito che è una pelle, non qualcosa che adorna ma che ‘crea’.
La possibilità di trasporre in inglese o in francese alcuni suoi testi poetici in lingua italiana nasce da un’altra intenzionalità: quella di osservare in modo cauto ma attento le possibilità di trans-locazione poetica che Salvagnini sottende nella soggettività – e che noi tre insieme abbiamo in comune.
Staccandoci dalla nuda adesione linguistica apriamo alla possibilità di una diffusione internazionale e concediamo a noi stessi la verità di appartenenza a generi musicali che hanno formato la nostra creatività: non il cantautorato italiano ma quello anglosassone e statunitense o di altri luoghi del mondo; e poi la musica elettronica – che continua il sistema di possibilità della poesia di Silvia già dal Premio Delfini dal 2009 in avanti.
Espatriare per noi, e appartenere, si manifesta attraverso direzioni diverse; abbiamo bisogno di dare voce a questa diversa appartenenza di stile, di genere, guardando altrove senza forzare l’impatto, e lo facciamo costruendo nella parola, nella musica – nel ritmo che poi diventa ancestrale creazione, qualcosa che non si può definire – e poi nel canto – che include il corpo e le sue derive.

(altro…)

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope: nota di lettura

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Marsilio 2019, euro 12

 

Ho sempre creduto che qualsiasi cosa si scriva non è, ormai, che la rielaborazione di un mito. Che conosciamo o no il nome di quella primigenia narrazione, di quel modo di dare un viso a una pulsione umana.
A volte ho creduto che anche qualcuno dei miei gesti, di certo i più eclatanti ma forse anche i più quotidiani, non facesse che ripercorrere i binari di qualche racconto antico. Come quando ho mosso guerra senza sapere se c’era un’Elena dietro le mura, oppure ho chiesto di sopravvivere come un’Andromaca sopra la torre. Come quando ho respinto una ninfa per continuare a indagare il mio riflesso, o sono scesa a chiedere se era possibile riavere indietro quello che avevo perduto.
La differenza, nel rielaborare intenzionalmente un mito, è dare un nome, ragionare e sentire fino ad appartenere a una selva di varianti, frugare tra le mutazioni, e uscirne bagnati di qualcosa di vivido, ancora nuovo e pronto a essere raccontato. (altro…)

Mettere in pratica la riappropriazione: intervista ad Alessandra Calò

Alessandra Calò lavora e vive a Reggio Emilia (Italia). Artista e fotografa, ha partecipato a mostre e festival in Italia e all’estero: Circulation(s) Festival de la jeune photographie européenne (Parigi), Les rencontres (Arles), Fotografia Europea (Reggio Emilia), Open House (Roma).
Nel 2018 vince il premio editoriale Tribew nell’ambito del festival Circulation(s); nel 2017 riceve la menzione d’onore da IPA International Photographic Award e nel 2016 vince il Premio Combat per la sezione scultura e installazione.
Per la Giornata del Contemporaneo 2018, l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid le dedica la prima mostra personale in Spagna, a Palacio de Abrantes, installazione site-specific dal titolo El Jardín Secreto, a conclusione del percorso di ricerca iniziato durante la residenza artistica per il progetto L’arte che verrà (2017).

*

La tua arte si sviluppa all’incrocio di linguaggi in comunicazione: la fotografia, l’installazione, la botanica e l’interesse per il naturale. Dove trova inizio e quali ragioni attraversa?
Il mio approccio con l’arte è stato fin da subito sperimentale e la mia ricerca è sempre stata tesa all’uso di linguaggi che potevano permettermi di approfondire temi legati alla memoria e all’identità attraverso l’uso di materiali d’archivio.
Mettere in pratica la riappropriazione, significa recuperare e reinterpretare materiali preesistenti, attraverso i quali non intendo attuare una rievocazione nostalgica del passato ma proporre una nuova visione della realtà.

Una delle esperienze più longeve di questi anni è quella di Secret Garden in cui lo strumento della narrazione, affidata a voci della letteratura – poete, scrittrici, qualcuna esordiente –, rinsalda i tre linguaggi e, in particolare, attraverso l’utilizzo di lastre fotografiche antiche, tu crei opere uniche, in cui testo ed immagine si danno un rimando a vicenda e si stagliano all’interno di scatole nere.
Mi pare che il raccontare sia parte integrante del tuo lavoro; un “raccontare che non spiega ma suggerisce” come tu stessa dichiari. Come nasce l’idea del “paesaggio interiore” di
Secret Garden e dove conduce il pubblico?

Secret Garden è un’opera nata nel 2014.
L’idea era raccontare – in maniera simbolica – la possibilità che ognuno di noi ha di riscoprire se stesso, attraverso una “messa a fuoco” interiore.
Gli elementi che compongono l’opera sono vari: ritratti fotografici femminili su lastre negative ritrovate; erbari tridimensionali da me raccolti, essiccati e ricomposti; testi letterari contemporanei scritti da autrici che hanno scelto di collaborare al progetto.
Ciascun ritratto con relativo giardino, viene racchiuso all’interno di una scatola nera retroilluminata e posto su un piedistallo con cassetto che ne custodisce la parte letteraria.
Il “Secret Garden” può essere paragonato al “paesaggio interiore” (o giardino segreto) che si nasconde a prima vista, ma che può essere scoperto da chi è capace di guardare oltre l’apparenza. Un concetto che parte da me ma che vuole essere esteso e trasformato in un messaggio universale senza limiti temporali: per questo motivo ho scelto di dar voce – attraverso i racconti di autrici contemporanee – a ritratti di donne arrivate a noi senza ulteriori dettagli sulla vicenda biografica.
Un doppio binario sul quale viaggia il tempo reale e quello dell’immaginazione, facendo decadere l’esigenza di una lettura chiara e fedele ancorata all’immagine.
Lo stile di scrittura e la visione soggettiva che caratterizza le autrici, rendono ogni racconto una sorta di diario personale estremamente attuale: nell’accostarsi all’opera, lo spettatore può “sbirciare” dentro l’intimità di queste donne, leggere frammenti di un’esistenza di gioie, speranze, dolori, solitudine, fantasie, seguire i fili individuali intrecciati a un percorso collettivo verso una maggiore libertà ed emancipazione.

Vuoi raccontarci anche come ha preso corpo la possibilità di portare questo lavoro a Madrid, lo scorso dicembre?
Nel febbraio 2017, sono stata invitata in residenza d’artista a Madrid, presso l’Istituto Italiano di Cultura. Il progetto denominato “L’arte che verrà” prevedeva – al termine della residenza – l’elaborazione di un progetto da esporre successivamente presso le sale di Palacio de Abrantes (sede dell’istituto). Ponendomi come obiettivo l’approfondimento della mia ricerca su materiali d’archivio diversi, sono riuscita localizzazione di luoghi dove poter recuperare tutto il necessario per sviluppare una nuova parte del progetto Secret Garden. Inoltre, grazie alla collaborazione dell’Istituto e del suo staff, ho avuto la possibilità di conoscere personaggi femminili legati al mondo della letteratura, della poesia, della musica e della cultura latina: è nata cosi la collaborazione con sette autrici che – da ottobre a dicembre 2018 – hanno reso Secret Garden l’installazione rappresentativa dell’Italia per la XIV Giornata del Contemporaneo.

In altri lavori tuoi, penso ad esempio a Les inconnues (qui) si riconoscono tasselli-chiave di una poetica limpida: la traccia del passato, la memoria portata nel futuro, la storia, il ritratto (che mi pare un filo rosso per te). Nell’opera plurale citata, “omaggio ad Anna Atkins e Constance Fox Talbot” hai dichiarato che si tratta di una tua personale interpretazione del concetto di “immagine latente”. Torna inoltre una centralità poetica del femminile ma anche ma anche “dell’immateriale che diventa visibile”; in effetti il titolo ispira quella direzione. In che modo hai lavorato a questo progetto?
Anna Atkins e Constance Fox Talbot, sono state le prime due donne che hanno realizzato fotografie e libri illustrati utilizzando immagini fotografiche.
Lo studio del loro lavoro mi ha dato la possibilità di approfondire la ricerca sulle prime tecniche di stampa.
Si tratta anche della mia personale riflessione sul concetto di “immagine latente”. Infatti, attraverso l’utilizzo di emulsioni fotosensibili, ed in assolute condizioni domestiche – quasi a voler ricreare le azioni che compivano queste artiste nel XIX secolo – ho voluto impressionare su lastra frammenti di immagini femminili, che assomigliano più alla materializzazione di un sogno che ad un ritratto fotografico vero e proprio. Il processo di stampa – in questo caso sali d’argento e calotipia – mi ha permesso di confrontarmi con l’elemento naturale, oltre che con quello casuale, facendo emergere la difficoltà e l’umanità del processo, che non possiede tra i suoi requisiti la precisione o l’assenza di difetto. Il concetto di tempo e la trasformazione da qualcosa di immateriale ad una forma visibile rimangono gli aspetti centrali del mio lavoro, e mi permettono di riflettere e dialogare costantemente con quelle che sono le qualità materiali del medium fotografico.

Se non stessimo parlando di fotografia potrei dire che questi siano tratti della scrittura, prima. Quale legame esiste, con le tue parole, tra le due arti?
Ci sono tantissimi esempi che si possono fare per rendersi conto di come la fotografia e la scrittura – pur cosi diversi – possono essere correlate. Prima tra tutte l’origine della parola, che in greco, significa scrivere con la luce e poi il concetto di tempo e di realtà che esse racchiudono: impressionare un istante, un contesto, significa lasciare che lo spettatore immagini tutto il resto e si lasci raccontare una storia, creando un immaginario che va oltre la realtà rappresentata…

Per Kochan (qui), invece, il tuo lavoro d’archivio è stato fondamentale al fine di creare l’opera; il tuo lavoro è legato ai materiali digitalizzati della New York Public Library. Com’è maturata l’idea dell’approccio a essi?
Kochan è una riflessione sul concetto di identità e volevo fosse paragonata a quello di viaggio.
Ho trascorso giorni interi tra carte geografiche, manoscritti e lettere. Ma è dalle mappe che sono stata attratta e, accompagnata dai loro segni e dalle loro tracce, ho deciso di affiancarle ad una serie di autoscatti. (altro…)

Roberto Gigliucci, Sulla poesia di Gianni Ruscio

Sulla poesia di Gianni Ruscio

di Roberto Gigliucci

 

Gli ultimi tre volumi di versi di Gianni Ruscio, Respira (Ensemble 2016), Interioranna (Algra 2017) e Proliferazioni (Eretica 2017) formano una sorta di trilogia, magari inconsapevole, poco importa, nella forma di una storia esaltante e nello stesso tempo angosciosa (intendo per l’autore prima di tutto, e poi naturalmente per chi legge). Perché storia? Perché la dimensione filogenetica generale di un incontro, di un amore folto di sesso, di una gestazione, di una nascita e poi di una famiglia è la storia, con una s così minuscola da risultare appunto esaltante e insieme paurosa.
Ma procediamo con ordine – se un ordine è dato nella poesia. Il tema del sesso e dell’amplesso come centro di ogni infinità era già presente nelle raccolte precedenti di Ruscio (come Nostra opera è mescolare intimità, 2011, e Hai bussato?, 2014). Il poeta quasi trentenne (nato nell’84) è sempre stato dunque un poeta erotico, nel senso meno esplicito e più sensualmente metaforico che si possa immaginare. L’amore è carne più carne, è ingresso e incanto, è sgorgo d’organi e di strumenti a corda, a fiato, elettrici. L’amore è troppo (Respira p. 19), quasi come il trop amar che per i provenzali e per Dante andava corretto in ben amar. Ma in tale direzione Ruscio non mi pare affatto “stilnovistico”, nonostante le sensibili parole che scrive Gabriella Montanari alla prefazione di Interioranna (p. 10). L’amore è ad esempio n modi visionari di dire la vagina: una feritoia, dove entra la luce, un dentro con il nulla ma illuminato, ventre, foce, bocca della verità, assenza dove sciogliersi. Solo rarissimamente l’autore ricorre al lessico esplicito, “abbassato” in una tapeinosis ben situata ai punti giusti di certe liriche: «respira dentro il mio cazzo./ Spirerò nella tua fica. […]/ il mio seme/ dentro al tuo cuore» (Respira respira respira respira respira in Respira p. 130); «Spegni tutto. Vieni a letto con me. […]/ Se vuoi dormiamo. Altrimenti ci seminiamo» (ivi p. 29). E i lacerti di brutale realtà individuata, in una poesia molto concettuale e generativa di immagini solo apparentemente concrete, in realtà rese astratte da una carie di pensiero invasiva, risultano bellissimi tocchi di gusto espressionista: «Resta nel fazzoletto sporco di trucco. […]/ Resta fra le dita dei piedi, nel sangue che ha sporcato / gambe e pavimento» (p. 48); «Per caso hai bussato?» (p. 95, verso finale di Io ti auguro); «Una cofana di patatine/ dell’Ikea sarà il nostro tramonto, la centrifuga/ della lavatrice la nostra anima in fiore» (p. 120). Si può agevolmente verificare, cioè, la perfetta inseribilità-incastonatura di queste umiliazioni del registro nel tessuto lirico complessivamente pensante di Respira. Quando dico pensante penso a maschile, e credo ci pensi anche l’autore. Il pensiero come attributo del maschio si fa carne per sciogliersi, dopo essere stato densissimo, nel vuoto femminile che potenzialmente – e poi attualmente – è un tutto-pieno, un uovo, appunto. Certo, il sesso (pur nell’amore) è qualcosa di molto omoritmico, e nonostante la poesia sia plurale per eccellenza, si fissa in polarità arcaiche, sole-terra, spada-scudo (trapassato), e poi si cristallizza in stati dinamici quali sopra-sotto, sotto-sopra, entrare, venire, uscire ecc. Può anche accettare una violenza dell’immagine come l’impalamento «Questo tuono scaraventato/ nella sorgente cade dalla gola/ al buco del culo», o l’omofagia («mangeremo pezzi di noi», ivi p. 53). Ma la forza del pensiero poi declina l’idea unitiva (à la Tristan und Isolde) nelle articolazioni paradossali che, da una tradizione millenaria, si rinnovano nei versi di Ruscio: «esserti dentro me» (ivi p. 27); «Essermi? È la stessa cosa di/ esserti» (p. 58, con efficace inarcatura). Insomma, Respira, prima anta di una storia che poi si spaventerà di essere storia, riassume le infinite possibilità di amarsi e congiungersi, e desiderarsi e pensarsi e immaginarsi nell’amore in cui si è dentro l’altro/a essendo dentro se stessi, secondo un principio di indeterminazione (cfr. Sonia Caporossi, prefaz. a Proliferazioni p. 10 n.n.). (altro…)

proSabato: Sandra Petrignani, Elsa Morante: madre barbara e carnale

«Tutte le volte che l’arte, oltre a farci conoscere le cose, ci dà il superiore benessere di riconoscerle, vuol dire che ha toccato e sfiorato qualche grande immagine primitiva, anche se non sa dircelo il nome. E sono lì immagini affidate ai miti e poi alle favole». Giacomo Debenedetti scriveva queste parole a proposito di Elsa Morante in un saggio raccolto nel volume Intermezzo (Milano, 1963), sottolineando quanto la scrittrice «ci attira a cercare il nocciolo della sua verità nei domini del mitico». La grande immagine primitiva che torna in ogni libro di Elsa Morante ha un nome imponente e preciso: si chiama Madre, e come nelle favole, assume le sembianze a volte di madre-fata, a volte di madre-matrigna, a volte di fata e matrigna insieme. Nessun altro scrittore ha saputo sondare l’inferno/paradiso del materno con altrettanta lucidità, disperazione e ferocia. I miti sono feroci ed Elsa Morante è stata narratrice crudele nello svelare, senza addolcimenti di maniera, il contenuto profondo, barbaro e violento della maternità.
Nel 1970 in un saggio introduttivo a un volume su Beato Angelico che intitolò Il beato propagandista del paradiso (in L’opera completa dell’Angelico, Milano, 1970) dice lei stessa: «… i santi dell’arte mi si fanno riconoscere perché portano sul corpo i comuni segni della croce materna, la stessa che inchioda noi tutti. Solo per aver scontato in se stessi, fino alla consumazione, la strage al comune, i loro corpi hanno potuto, a differenza dei nostri, rendersi al colore luminoso della salute». Cos’è la «croce materna» e perché «inchioda noi tutti»? Tutti, uomini e donne, abbiamo un’esperienza comune la separazione dal corpo della madre, la cacciata dal limbo. E «fuori del limbo non v’è eliso», recita il verso di una poesia introduttiva a L’isola di Arturo (Torino, 1957). E in Aracoeli (Torino, 1982): «Vivere significa l’esperienza della separazione».
La «croce» è dunque quell’antico abbandono, il tradimento originario che dobbiamo tutta la vita scontare. I romanzi di Elsa Morante sono drammatizzazioni di quell’evento indicibile. In tante variazioni possibili, attraverso diverse incarnazioni del rapporto madre/figlio siamo chiamati a confrontarci con la nostra ferita primordiale, con l’abbandono e la separazione iniziali, iniziatici.
Che il rapporto sia idilliaco e appassionato, carico di odio e incomprensione non fa differenza. L’esistenza è comunque un’illusione destinata provvisoriamente a velare la verità della morte; la bellezza è illusione, maschera temporanea della putrefazione del cadavere; la giovinezza è illusione, aspettativa leopardianamente vana di una festa che non verrà o verrà deludente o mortuaria. Forse nessun altro scrittore, se non Kafka, aveva voltato il pugnale nella piaga con altrettanta crudezza e senza mediazioni.
L’originalità della Morante su questi temi, rispetto agli scrittori che sempre si citano per lei, appunto Leopardi, Kafka, Schopenhauer, sta proprio nell’aver ricondotto lo strazio e la contraddizione insiti nella condizione umana a un moderno carnale «trauma della nascita». E questo senza indulgere a didascalici psicologismi semplicemente mostrandoci il girare a vuoto dei suoi invasati passionali personaggi, il loro vano tormento, lo scacco delle loro umili ho sproporzionate ambizioni. Ricorriamo ancora ad Aracoeli, straordinario romanzo finale in più sensi (oltre una lacerazione e una rivelazione tanto definitive quale strada ancora avrebbe potuto percorrere la Morante?): «Per troppi anni non ho voluto riconoscere, nei giri monotoni della mia canzone, il tema ossessivo di un destino necessario. E finalmente vedo adesso tutta la ridicolaggine di certi miei contorcimenti assurdi, nei tentativi ripetuti di uscite dalla mia pelle. E dalle tante camminate e rincorse e accattonaggi di me che andavo mendicando risposte d’amore contro ogni riconferma spietato della Necessità. E le attese incalcolabili di una smentita. E le ricadute. E i sorrisi confidenti davanti a facce fredde. E le povere gratitudini per concessioni svogliate. E i brividi e le presunzioni irrisorie. Niente. Nessuna risposta. Da quando ho perso il mio primo amore Aracoeli mai più mi si è dato un bacio d’amore».
Manuele il protagonista del romanzo ha avuto un’infanzia felice: è stato amato teneramente dalla madre Aracoeli d’un amore avvolgente, totale, esclusivo. La sua fortuna non l’ha però messo al riparo dalla «croce materna». Aracoeli s’ammala e lo rifiuta, fugge e lo abbandona, muore e lo lascia definitivamente e per sempre. Comincia il suo destino di reietto. Se nemmeno la madre ha saputo conservare l’affetto e proteggerlo dalla crudeltà della vita, chi mai potrà farlo? L’esperienza del rifiuto viene rivissuta in mille altre variazioni possibili attraverso la crudeltà di «carnefici» diversi e diversamente motivati. Manuele crede di sapere la ragione della sua infelicità: è brutto e sgradevole, Aracoeli l’ha amato finché era un bambino bello e riccioluto che suscitava l’ammirazione dei passanti. La favola del brutto anatroccolo è qui offerta capovolta secondo un procedimento tipicamente morantiano. Pensiamo alla fiaba del carbonaio in Menzogna e sortilegio (Torino, 1948), dove il principio cristiano «gli ultimi saranno i primi» è ribaltato: gli ultimi resteranno gli ultimi. E la legge dantesca del contrappasso viene ironicamente corretta: il signore che non faceva nulla in vita continuerà a sollazzarsi da morto, il macellaio che sgozzava sarà sgozzato, il carbonaio che bruciava gli alberi per fare carbone sarà straziato è bruciato. (altro…)

Parole nel transito, un dialogo sul silenzio. Franca Mancinelli e Giuseppe Martella

Odilon Redon, Il silenzio

 

Lo scambio che segue è frutto di un anno di parole con Franca Mancinelli (Fano, 1981). La sua prima raccolta si intitola Mala Kruna, uscita per Manni nel 2007, cui segue Pasta Madre, per l’editore Aragno, nel 2013. Il suo ultimo testo è Libretto di transito, uscito nel 2018 per Amos Edizioni.

 

Giuseppe Martella: Nel nostro primo incontro, a Roma, credo tre anni fa ormai, o forse quattro mi parlavi degli ultimi passaggi di Pasta madre, la tua seconda raccolta di poesia, passaggi preliminari alla pubblicazione: mi descrivevi un pavimento con sopra tutte quante le poesie stese una accanto all’altra. Questo, se ricordo bene, perché volevi vedere come respirassero tra loro, se s’incontrassero in un respiro comune. A distanza di tempo, pubblichi una raccolta di prose brevi (di prose liriche) per Amos Edizioni, e lo intitoli Libretto di transito. Che orizzonte di senso ti sei ritrovata in queste prose? E da quale tipo di silenzio sono state precedute?

Franca Mancinelli: La costruzione di un libro ha a che fare con l’architettura e per questo ha bisogno di fondamenta salde. Mi siedo sul pavimento e inizio a comporre delle sequenze spostando i fogli, fino a che sento che si è creato uno spazio abitabile. Non posso vivere in un luogo buio, per questo nelle pareti apro delle finestre o porte finestre. Sono le pagine bianche che scandiscono il libro, lo spazio da cui ascolto, aspetto. Nella casa c’è molto spazio vuoto. Per gli ospiti. E per gli insetti.
Quando il lavoro è finito, è tempo di andare. Lasciare la casa a chi, passando, si sporgerà sulla soglia, sosterà nelle stanze, bivaccherà una notte o si fermerà più a lungo. Come uscire da un luogo che abbiamo creato con il nostro respiro? Da Pasta madre sono uscita lentamente e non so se il trasloco sia avvenuto del tutto. Sicuramente là dentro ho lasciato molto di ciò che mi appartiene. Il silenzio trascorso, da Pasta madre a Libretto di transito, potrebbe comporre alcuni libri di pagine bianche. Pensando alla tua domanda, credo tuttavia che l’orizzonte di senso non sia mutato. È la stessa attesa di un passaggio, di una metamorfosi… entrambi i libri si aprono e chiudono in un sonno che è ritorno e movimento verso una trasformazione.

GM: Il libro come una casa, come uno spazio di silenzio che accoglie. Un silenzio abitabile… Eppure mi sembra che questo silenzio abitabile sia la sola garanzia per la parola. Il silenzio tra le note, più che il silenzio delle note (ha scritto e detto Krishnamurti) è comunque l’aspetto che ora mi interessa di più della composizione. Per usare una espressione di Brian Eno, presa da una delle sue Strategie Oblique: la transizione tra le sezioni, più che le sezioni stesse. I tuoi primi libri sembrano ora riconfigurarsi come uno spazio di silenzio, e di ascolto, che si configura come uno spazio di transizione. Qualcosa di simile mi era stato fatto notare in merito a Nel centro della regola. Quando ero alla presentazione di questo mio primo (e inaspettato, quasi non voluto mi ridico ora) libro di poesie, un caro amico mi fece notare l’alta frequenza della parola: infanzia. Una condizione che durante la stesura dei testi non ho vissuto su un piano personale, o peggio ancora autobiografico. Direi, piuttosto, ad un livello cognitivo. Se non proprio esistenziale. È dal silenzio, e dal buio, del Caos e dell’Erebo che nasce la prima luce, o Dioniso. È attraverso il silenzio di una ninfa che la Natura parla, rendendoci tollerabile la sua terribilità. Un po’ come il canto delle Sirene. Un canto privo di parole, prelogico.

FM: Mi è molto vicino quello che dici. C’è un senso che ci raggiunge attraverso il ritmo e la materia stessa della lingua, prima ancora di cristallizzarsi in un significato. Quell’onda sonora che viene e torna nel silenzio, attraversa le parole e le fa vibrare schiudendo i semi di significato seminati nei secoli, tenuti in vita dalle bocche che li hanno pronunciati. Questo sentimento della lingua come materia viva che ci viene trasmessa, e che dobbiamo accogliere con la nostra attenzione e restituire in dono, era molto presente in me quando scrivevo Pasta madre. Era un’esperienza inconsapevole che stavo facendo, come affondando istintivamente in uno strato profondo della lingua in cui sono presenti, allo stato germinale, tante possibilità di vita e di significato che poi prenderanno forma, nel momento in cui vengono riconosciute e accolte. Credo che la parola poetica stia tutta in questa possibilità di attingere alla materia generatrice che è nella lingua. Sta lì quello che Florenskij chiama Il valore magico della parola, la nostra possibilità di entrare in contatto con una forza capace di modificare noi stessi e la realtà. È questa fede arcaica e infantile che ogni voce poetica, in modo più o meno consapevole, mantiene viva.

GM: Poesia e magia, intitolava Anita Seppilli in un libro più che capitale… La forza della parola, della parola intesa come simbolo, prima struttura di significazione che è in grado di intervenire sulla realtà perché ne modifica la percezione. A una menade “bastava” il ritmo di un tamburello, e di un flauto, per uscire da sé e trovare la comunione con il dio. Una fede arcaica e stranamente infantile. Scrivo stranamente, perché l’infanzia è l’età in cui non c’è ancora parola, una età in cui non c’è ancora distinzione tra soggetto e oggetto: estasi semmai, che nasce prima dell’estetica. Eppure mi rimane l’impressione che il grande assente sia questo orizzonte di silenzio, di attesa cresce quando la parola, prima di essere espressa, abbia ancora e comunque bisogno di inabissarsi.

FM: La forza creatrice della parola credo sia data proprio da ciò che la precede. Quanto più ha potuto, come tu dici, inabissarsi e farsi ricettacolo di esperienza e di sentire, tanto più potrà, una volta affiorata, riverberare significato. Perciò bisogna lasciare che le parole dimorino nel nostro corpo, si accordino al ritmo del nostro respiro, prima di dare loro voce e di trasferirle sulla pagina. Quando, con il tempo, torneremo a leggere, riconosceremo il bagliore di qualcosa che è stato in noi e più grande di noi. Diversamente, quello che accade, è una riproduzione di segni, una decorazione del bianco. Invece di dare corpo e di portare alla vita, ci si lascia distrarre, e condurre nel circolo chiuso che produce altre scorie di quella parte di noi che cerca soltanto specchi.

© Giuseppe Martella

La fulgida libertà di Goliarda Sapienza e una ricerca lunga dieci anni

Come ricordare una scrittrice amata nel giorno del suo compleanno? E soprattutto: come ricordarla a distanza di quasi dieci anni dall’inizio di un’appassionata ricerca attorno alla sua figura e alla sua opera? Era il 2011 quando iniziò l’impresa dell’indagine dentro e attorno a Goliarda Sapienza: da dopo la lettura de L’arte della gioia regalatomi da un’amica la scoperta portò a La porta è aperta di Giovanna Providenti (Villaggio Maori 2010). Una biografia necessaria, quella, che determinava alcuni contorni del passato familiare nella Catania del fascismo, con un nucleo di genitori non sposati, attivisti anarco-socialisti (Maria Giudice e Giuseppe Sapienza) e fratelli acquisiti, tra la scoperta della musica, del cinema e del teatro narrata in Lettera aperta (Garzanti 1967) e ripresa nei romanzi successivi, anche in quelli postumi; e poi la Roma tra anni cinquanta e sessanta, Positano e il carcere: tanti sono i dettagli e, proprio da questi, emergeva con necessità la volontà di costruire con pazienza il quadro generale e particolare.
Goliarda Sapienza è oggi un’autrice amata in tutto il mondo, con oltre 40 traduzioni del suo più celebre romanzo; è una voce studiata a livello internazionale da molti punti di vista. Molteplici sono le tesi di laurea a lei dedicate e gli studi editi. I lettori su Instagram postano foto di San Berillo (il quartiere catanese dove nacque) e della Piazza a lei dedicata; postano le poesie scritte o parti dai romanzi e taccuini. Iniziative, incontri, monologhi teatrali e pièce vengono messe in scena: sono tributi per celebrare un successo che è arrivato tardi ma che è arrivato, come ricorda Angelo Pellegrino che di lei fu il marito ed è oggi curatore dell’opera omnia.
La sua “fulgida libertà” di pensiero, che dà un titolo a questo intervento, molto difficile da descrivere e rappresentare criticamente, è forse ciò che più coinvolge e mette alla prova chiunque incontri la sua opera: un messaggio audace, per certi versi catartico, in un’epoca come il secondo Novecento in cui la letteratura italiana iniziava a scoprire la voce delle donne, ad interessarsene, a conoscerla.
Secondo una prospettiva legata alla voglia di scovare le voci di autrici meno fortunate degli autori a loro contemporanei, quello che ha mosso la ricerca tuttora in corso è stato quasi da subito un lavoro testuale, conseguito alla posizione più volte espressa da Fabio Michieli sul nostro blog, ossia quella che vuole la “poesia” al centro del discorso letterario dell’autrice (tutti gli interventi a proposito di Ancestrale, La Vita Felice 2013 si possono leggere qui) e che, proprio attorno al 2011, trovava una propria forma. Quel punto di vista sarà anche quello espresso in Voce di donna, voce di Goliarda Sapienza. Un racconto con Anna Toscano (La Vita Felice 2016 qui) e che darà vita al saggio Una voce intertestuale (ivi 2016 qui), in cui riunivo un’analisi testuale rinnovata delle opere edite. Lì, inoltre, non solo la poesia ma anche il teatro di Tre pièces e soggetti cinematografici (La Vita Felice 2014, di cui Fabio Michieli ha trattato qui) veniva analizzato nell’ottica di un’indagine comparatistica, considerando le produzioni drammaturgiche coeve di Natalia Ginzburg, Dacia Maraini e Pier Paolo Pasolini. Insomma: nel tempo, come accade sempre, le ramificazioni d’indagine si sono rese sempre più necessarie, e si sono evolute quasi da sé a partire dai testi, nella profonda convinzione che − almeno questo secondo me − un autore ci è amico quando non sempre lo comprendiamo.
Come ho avuto l’occasione di affermare l’8 marzo scorso ad Alba Adriatica (TE), grazie all’invito dell’associazione Donne in Alba, la vicenda di Goliarda Sapienza non è chiusa in sé e non è nemmeno legata soltanto a prospettive nate in seno agli Women Studies, ai Gender e Queer Studies, né si lega occasionalmente al sistema del “canone letterario” − in cui pare stia passando finalmente la necessità di inserimento dei suoi testi. Ciò significa che già nel 2016 e da prima appariva vitale − utilizzo un termine forse poco critico, assolutamente militante e vagamente olistico − muoversi secondo direzioni nuove, verso territori inesplorati, per consegnare nel tempo alcune novità che sono emerse a piccoli morsi dalla rilettura dei libri, fuori dalla mole di voci critiche che hanno trattato l’opera, e dalle scoperte che avvenivano facendo ricerca costante. Alcune tra esse sono l’adesione ai Radicali tra anni ottanta e novanta, e il suo rapporto più generale con la politica; i rimandi simbolici a Jean Gabin nel periodo della fine degli anni settanta; accenni al “pre-femminismo” che Sapienza diceva di incarnare. (altro…)

Giorgio Bocca, Dalla montagna alle Langhe

Reparti organici partigiani appartenenti alla I ed alla II Divisione Alpina «Giustizia e Libertà» hanno effettuato, nel periodo che corre dal 1° al 10 gennaio del ’45, un trasferimento dalle vallate alpine alle Langhe, attraversando per oltre cento chilometri la pianura presidiata dai nazifascisti.
Nelle poche righe che assumono la forma di bollettino militare sono contenuti gli elementi necessari e sufficienti per giudicare una fra le più significative operazioni militari compiute dei Volontari della Libertà. I termini «inverno» «partigiani» «centinaia di chilometri» «presidi nemici» possiedono tale evidenza espressiva da provocare con immediatezza, anche in chi ha vissuto al di fuori dell’episodio, pensieri ed idee.
È opportuno però sviluppare in una visione più completa il ricordo di quella, che per usare un’immagine di un nostro compagno, è stata l’anabasi partigiana. Ricordarla non solo dal lato tecnico militare perché sarebbe cosa fredda ed unilaterale così come troppo soggettiva sicuramente sentimentale, ma ricordarla nelle caratteristiche che la contraddistinguono da tutte le altre, nello spirito partigiano che dà coesione ai fatti ed alle date, che non è solo un aspetto, ma il vero nucleo centrale.
Già dall’estate del ’44 il comando centrale piemontese delle G. L. unitamente a quelli delle due divisioni prese in esame la possibilità di un trasferimento di reparti nelle Langhe.
Quale scopo principale si poneva un più vasto ed intenso sfruttamento di tutte le energie capaci di organizzare e rafforzare la resistenza. Non era solo per G. L. che si voleva dar modo ad una parte degli uomini della montagna di inquadrare e suscitare nuove forze, ma perché il movimento partigiano tutto diventasse più solido e più forte. Il piano non poteva essere attuato e nemmeno messo in cantiere per ragioni di forza maggiore: a causa cioè delle sopraggiunte operazioni tedesche. Solo coll’avvicinarsi del secondo inverno il problema Langhe ritornò con interesse ingigantito.
Da Torino, Filippo, commissario delle G. L., inviava lunghe lettere esaltanti i vantaggi della pianurificazione; da Gerbido e Pentenera giungevano brevi biglietti con scritto: «Abbiamo finito la farina e la carne». Le missive divise in partenza, si riunivano in una cooperazione non preordinata, ma efficacissima.
Tuttavia la cosa non era ancora matura, forse proprio perché nelle formazioni alpine si era formato uno spirito in un certo senso conservatore, difficile da penetrare.
«La guerra partigiana si fa in montagna» era il concetto, anzi il sentimento di coloro che dai primi giorni di lotta avevano trovato nei boschi e nelle rocce, nelle grangie pietrose i loro rifugi. Ma la realtà si dimostrò un’altra: la guerra partigiana si fa dove si può. Una di quelle verità lapalissiane cui l’uomo giunge solo dopo penosa ricerca.
Penosa ricerca rappresentata per noi dal grande rastrellamento pre-invernale. Tedeschi e fascisti in alcune migliaia si concentrarono, rastrellando le valli adiacenti, nella Val Grana, unica arteria funzionante e libera del nostro sistema sanguigno. I nostri reparti, dopo aspri combattimenti, scivolarono fra le maglie nemiche e aggrappandosi alle rocce del Cauri e del Bram, vissero per quattro giorni all’addiaccio, quasi senza mangiare, tenendo duro sino a quando la valle fu abbandonata.
Le formazioni erano in piedi, ma tutti, comandanti e uomini, si erano convinti che un’altra prova, in quelle condizioni, non era più possibile affrontare. Le brigate erano divenute nell’estate e si erano mantenute nell’autunno forti numericamente, troppo pesanti e massicce per affrontare il periodo cruciale dell’inverno. Nelle Langhe, svaporato il tripudio estivo, si era fatto posto anche per una parte di quelli della montagna, c’era pane, carne e vino anche per i partigiani della Vermenagna, della Gesso, della Grana, della Maina e della Varaita. C’erano colline e colline su cui allargarsi, in cui riparare, un posto per vivere insomma e per continuare la lotta.
C’era la possibilità di organizzare nuove energie, di dare agli uomini della collina il mordente dei vecchi della montagna, di restituire il partigianato delle Langhe ad una forma più cosciente e seria.
Con lentezza forse, come è proprio di tutti gli organismi maturi, ma con progressione costante, la necessità di compiere il grande passo entrò nell’anima collettiva delle due divisioni alpine, quell’anima collettiva nata dai comuni ideali, dal comune terreno di lotta, città del ceppo d’origine.
E fummo certi della maturità del problema quando si udì nei discorsi degli uomini, per cui non è mai esistito alcun segreto militare, parlare con naturalezza di Langhe e di pianura. La sincerità era carattere proprio al nuovo spirito partigiano. Gli uomini sapevano che la vita, laggiù, era più dolce che in montagna.
Quando era limpido, di sera, mentre l’ombra gravava giù sulle valli spingendosi sui campi e sulle case del piano, le Langhe apparivano come uno sfumo di grigio rosato, la nuova terra promessa.
Di lontano non si vedevano il fango ed i tedeschi.
Gli uomini desideravano star meglio e lo dicevano. Non ne vedemmo mai alcuno preoccupato di salvare la tinta del martire e del perseguitato. Ma gli uomini sapevano anche che la lotta continuava e sapevano, senza che alcuno dei comandanti l’avesse loro detto, che si andava nelle Langhe anche come G. L., che si doveva tenere alto un prestigio faticosamente costruito.
Mentre nei distaccamenti si preparava il secondo natale di montagna, e su per le mulattiere saliva il vino delle grandi solennità e la carne per i celebri arrosti bruciati e la farina per i micidiali gnocchi elastici di ogni festa partigiana, i comandanti scendevano dalle loro valli alla capitale dei ribelli, la nostra Pradleves. Era necessario portare a termine le ultime ricognizioni, e decidere la partenza e il nome dei reparti destinati a migrare. Meglio partire la notte del primo dell’anno, ché forse fascisti e tedeschi avrebbero dimenticato noi per lo spumante.
Ultimo natale di montagna, natale per chi partiva. Triste perché le nostre baite nella neve erano più care che mai, di pino, di fumo e di parole, triste perché le montagne di Varaita, di Maira e di Grana erano più belle di ogni altra volta e amici i montanari vestiti a festa e noti i sentieri, gli alberi, i boschi. Triste natale pieno di pensieri e di dubbi. (altro…)

Eros e retorica. Nota sulla poesia di Silvia Secco (di Giuseppe Martella)

1. Equilibrismi

Quella di Silvia Secco è poesia delicatamente, intensamente erotica dall’inizio alla fine. Da una parte, e dall’altra è una costante riflessione sui principi di composizione del verso. Eros e retorica sono gli argomenti trattati nei due grandi dialoghi platonici: il Simposio e il Fedro. Dovremo dunque tenerli presenti in questa disamina delle tre raccolte finora edite della poeta. Eros e retorica vanno qui intesi come i principi complementari di riproduzione rispettivamente del mondo e del discorso. E siccome il linguaggio verbale è il mezzo principale per rappresentare il mondo, la retorica risulta un ausilio indispensabile per l’operare stesso dell’eros. Nel Simposio di Platone, Eros viene rappresentato come un grande demone, figlio di Poros e di Penia, cioè dell’abbondanza e della mancanza, e dunque da un lato capace di indicare la strada e fare grandi doni agli umani ma dall’altro essenzialmente inquieto e instabile. Nella educazione greca e nella erotica socratica poi, come è noto, l’eros risulta un ingrediente efficace proprio in quanto è unilaterale: da una parte c’è l’erastés, l’amante maturo ed esperto del mondo, e dall’altra c’è l’éromenos, l’amato adolescente, ansioso di apprendere, vulnerabile e inquieto. Nella varietà dei termini che indicano l’amore in greco (eros, filia, agape, ecc.) e nelle loro rispettive sfumature semantiche, solo philia, l’amicizia, ha carattere di reciprocità. Questa drastica ricapitolazione di un’intera visione del mondo, diversa dalla nostra, ci servirà per orientarci nelle osservazioni che seguono.
La lirica europea, come si sa, è pervasa e dominata dal tema dell’amore, più o meno idealizzato, dai Provenzali ai Siciliani, dallo Stilnovo a Petrarca, e così via. La poesia di Silvia Secco è intimamente e cosmicamente poesia d’amore, nelle varie sfumature e ambivalenze che questo sentimento comporta. Nella grana fine dei suoi versi, in cui dimostra una vera e propria sapienza artigianale, ella ci consegna tutte le tonalità di un erotismo tanto appassionato quanto astuto. D’altra parte, quelli dell’amore e della scrittura poetica sono temi esplicitamente ricorrenti nei suoi versi: in un discorso che spesso evoca una minuta, vivace, curata tessitura vegetale, il cui ordito è costituito da procedimenti poetici ricorrenti, micro e macrotestuali, che vanno dalla “conta delle sillabe” alla fusione di parole in corsivo, alla ripresa e sviluppo di alcuni temi chiave che attraversano tutta la sua opera. La sue trame o filature orizzontali, che sull’ordito si reggono, ci raccontano poi della ricerca indefessa da parte un io poetico che si studia sempre di apprendere e cambiare pur rimanendo fedele a se stesso. I suoi libri si presentano pertanto come figure di una araldica sottesa, minuscoli manoscritti miniati, oggetti scolpiti in punta di penna, come i piccoli segnalibri che lei suole donare agli amici nelle ricorrenze e nei simposi poetici. Per questa natura del suo artigianato e della sua immaginazione, preferisco parlare di ordito e trama piuttosto che di struttura e intreccio come sarebbe tecnicamente più semplice e corretto.
Nelle prime poesie da lei diffuse e reperibili in rete, e fino alla sua prima raccolta edita che ha per titolo azzeccatissimo L’equilibrio della foglia in caduta (CFR, 2014), si insiste soprattutto sul ricordo e sulla nostalgia di figure e paesaggi appartenenti alla sua infanzia e giovinezza nell’alto vicentino, anche con alcune toccanti liriche nel dialetto materno. Si insiste sullo stupore aurorale per la scoperta del mondo, talvolta simulando anche un punto di vista e un linguaggio infantili, pescando ovviamente nella propria memoria ma mettendo a tema espressamente lo statuto e il valore della finzione poetica come elemento salvifico, supplemento della originaria angoscia dell’esserci. Un artificio che compensa il male di vivere, come il trucco della foglia in caduta che non guarda mai verso il basso e volgendo gli occhi al cielo si illude di poter volare per sempre. Anche questo elemento, più o meno consapevolmente, è di derivazione platonica. Nel Fedro infatti Socrate parlando dell’invenzione della scrittura la definisce come un “farmaco”, cioè un rimedio-veleno per la memoria e per l’arte del discorso. Da una parte, infatti, essa potenzia enormemente la sua forza comunicativa ma dall’altra indebolisce la memoria organica, cioè quella virtù dell’anamnesi di richiamare alla mente le idee eterne che l’anima immortale ha pur contemplato volando al seguito degli dei “sul dorso del cielo”, ma che ha poi dimenticato cadendo nei cicli delle sue reincarnazioni. Il famosissimo mito della Biga Alata e dell’auriga come mediatore fra le opposte pulsioni, spirituali e materiali, dei due cavalli dell’anima, il bianco e il nero, presuppone infatti l’adesione alla antica teoria orfico-pitagorica della metempsicosi. Il “non plus ultra del mito” lo chiamava Schopenhauer, perché la rinascita senza memoria della vita precedente, il gioco fra memoria e oblio, la trasfigurazione edificante dell’esperienza nella finzione, è il principio generatore di tutti i miti, di tutta la poesia del mondo.
Una rappresentazione analoga del rapporto fra Eros e scrittura, in quanto principi cosmogonici complementari, la ritroviamo fin dall’inizio nei microcosmi di Silvia, nella prospettiva anamnestica e nella finzione poetica che tendono a recuperare la meraviglia e lo stupore dei primordi, di quell’epoca della vita cioè quando è ancora fluido il rapporto fra linguaggio e mondo e a noi tocca di dare un nome alle cose. Tutto ciò sempre attraverso la pratica di una revisione certosina che affianca un peculiare, innato taglio prospettico su quello che si potrebbe chiamare, in ossequio alle sue stesse trame carsiche, una costante corrispondenza fra testo e territorio, nonché una oscillazione feconda fra il lavoro di scavo della formica e il libero canto della cicala nel pieno di una estate. (altro…)