riflessioni

«Niente mi ha fiaccato!» conversazione con Ferruccio Brugnaro

foto a cura di Paolo Steffan

«NIENTE MI HA FIACCATO»
Conversazione con Ferruccio Brugnaro
di © Paolo Steffan

Quando arrivo al terzo piano della palazzina in cui Ferruccio Brugnaro vive con la moglie Maria, nella periferia di Spinea (Ve), trovo una figura amichevole e distinta, un ottantenne forte che mi saluta sorridente sulla soglia. Entro, c’è un simpatico sottofondo di giochi puerili, sono le voci dei nipotini, impegnati con la nonna. Ci sediamo nel salotto, e lì inizia la nostra conversazione, di cui è frutto la bella intervista qui pubblicata.

È fiero della propria storia personale, di essere un autentico poeta-operaio, di quelli che hanno vissuto la fabbrica dal di dentro, mettendoci anima e corpo, credendo profondamente nell’uomo e nelle sue risorse, nell’uguaglianza e nella bellezza. Alle pareti, quadri e ricordi, manifesti e testimonianze. E tantissimi libri e opuscoli.

Non ha rimpianti, Ferruccio Brugnaro, se non quello ‒ mi confessa ‒ di non aver coltivato le lingue, così importanti per capirsi in questo mondo globale; ma intanto i suoi ciclostilati vengono tradotti in moltissime lingue, in tutto il mondo. Solo dal 2002 a oggi, oltre 160 riviste ‒ in francese, inglese, spagnolo… ‒ hanno ospitato sue poesie. “Lì” ‒ mi indica, entrando nel suo studio, una borsa piena di fascicoli ancora da ordinare ‒ “ci sono anche delle riviste in cinese…”.

Varcare l’ingresso della sua stanza è entrare in un mondo a parte, dove è custodita un’intera vita in versi, assieme alle letture amate e ai manifesti di un’esistenza passata nella fabbrica, nel sindacato, tra gli studenti e i lavoratori.

Prima di salutarci, la signora Maria prepara il caffè e mi fa salutare i bambini; parliamo del rapporto coi figli, uno dei quali è Luigi Brugnaro, attuale sindaco di Venezia, e della diversità, talvolta abissale, delle idee che li contraddistinguono: “Non li ho mai indottrinati”, rivendica, “da ragazzi venivano alle volte con me alle manifestazioni, ma non li ho mai obbligati. Poi ciascuno ha preso la sua strada e oggi discutiamo animatamente, io da comunista non dogmatico, e i miei figli con le loro idee, ma c’è grande libertà di pensiero e soprattutto grande rispetto reciproco”.

Che cos’è per lei il lavoro?

È una cosa fondamentale per l’uomo, purché tenga al centro la dignità, altrimenti si scade nel disprezzo della vita. La dignità è stata al centro delle lotte operaie che abbiamo fatto, che erano per il lavoro, non per qualcosa che portasse malattia e morte.

Prima della fabbrica, si veniva da un mondo contadino, che ho vissuto nell’infanzia, di cui ho ricordi collocati negli anni Quaranta. Era una vita difficile fatta di malattie, artriti, tubercolosi, dentro case malsane. Ricordo che avevo una zia che faceva le iniezioni di canfora per l’asma e fuori casa sua c’erano sempre file di venti persone. Era una vita dura, con lotte quotidiane per un uovo, per tutto, alle volte sembrava che mancasse il respiro. Vita dura che ho poi ritrovato in fabbrica, tale e quale se non peggio.

Poi si è passati alle lotte operaie, qualcosa che alla mia generazione oggi suona distante, ma di cui calandosi nella sua scrittura si sente ancora l’attualità e il vigore.

La questione del lavoro è tutta sul piatto, senza lavoro marcisce tutto, si ha una deriva autoritaria.

Negli anni Cinquanta sembrava una follia mettersi contro gli apparati. Si veniva fuori dal nazifascismo, e i dirigenti erano ancora quelli, mica erano cambiati. La filosofia era che l’operaio non era niente: guai a chi si ribellava!

Mi ricordo una mattina, io ero in reparto alle 9.45 e non si respirava. Era fuoriuscita dell’anidride solforosa, e io ho spento le macchine per tutelare noi lavoratori. Azioni così si pagavano molto. Come oggi dovrà pagare molto chi si rimetterà a lottare.

(altro…)

Attualità di Lutero

Franco Ferrarotti, Attualità di Lutero, EDB, 2017, € 7,50

Libretto bellissimo, e difficile, quello scritto con passione da Franco Ferrarotti per i “Lampi” di EDB. Già dal sottotitolo si legge questa bella complessità: La Riforma e i paradossi del mondo moderno.
Arriviamo, in questo 2017, a cinquecento anni dalla Riforma. La sua forza, allora, fu dare una misura nuova a “individuo” e “parola”, una misura che arriva fino a oggi. La sua funzione, fondata su questa forza, fu liberatoria, e spezzò l’Occidente cristiano.
La conclusione di Ferrarotti è che Lutero sia “meta-moderno”, una figura capace di attraversare nuovamente le domande dell’uomo moderno, un vero motore della modernità. Ma potremmo dire di più: che è attuale, che la sua azione continua nella nostra contemporaneità proprio perché viene da lontano, perché ha segnato allora la strada del presente.
Con Lutero abbiamo imparato a riconoscere che «Dio non interpone diaframmi fra sé e il credente». O meglio, che non interpone più, che non ci sono più interferenze: è il frutto della sua lotta contro la Chiesa di Roma. La contrasta «perché è troppo moderna, non perché lo è troppo poco». In questo paradosso scorgiamo appunto la modernità e l’attualità di Lutero, il quale fu in grado di sperimentare la miseria umana, di conoscerla e di esaltarla fino a farla diventare la chiave interpretativa del mondo.
Dall’interferenza alla confidenza, dall’esercizio della coscienza alla forza della parola. «Natura verbi est audiri, l’essenza della parola consiste nell’essere ascoltata», scrive Ferrarotti. Ed ecco ancora un paradosso: la lettera uccide e lo spirito vivifica, secondo Lutero, ma proprio la parola con la rivoluzione protestante diventa lo strumento principe per elevare allo spirito. Già, la parola è sostanza e la sostanza è spirito.
Il paradosso, il tremore: è quanto di più attuale ci sia. Trema l’esistente nell’esistente, l’uomo nel suo impasto di schiavitù e libertà, libero e servo a un tempo. Si tratta di una contraddizione giustamente tragica e presente, un’aporia distintiva dell’oggi.
Basta il famoso e meraviglioso passaggio tratto da Libertà del cristiano a dar voce a quanto si sta dicendo: «Un cristiano è un libero signore sopra ogni cosa, e non è sottoposto a nessuno. Un cristiano è un servo volenteroso in ogni cosa, e sottoposto ad ognuno…».
Per elevarci, sembra dirci Ferrarotti, occorre più luce, la luce di una ragione per così dire di grado superiore, più raffinata e alta rispetto all’ingenuità di tanto razionalismo che ha spesso depositato nel tempo conclusioni scontate e insufficienti.
L’approdo che attendiamo è ancora e sempre il bene, certo, il bene kantianamente inteso come superamento della perversità del cuore e rispetto della legge morale, la legge che ci impone di pensare Dio, di tornare a pensare le categorie del folle, della morte, della trascendenza, che paiono non più degne di esser prese in considerazione. Non le si vuole più pensare, queste dimensioni. Sembra di poterne fare a meno. Eppure, la necessità dell’uomo resta sempre, in fondo, proprio la trascendenza.
E come sempre, anche per fare questo occorre la grazia, l’abito della grazia. Come sempre, decisivo è che la grazia abbia un suo intreccio con libertà e verità. Soprattutto oggi, in tempi in cui la soggettivazione del sacro si è affermata. Oggi, tra noi, figli dell’età moderna.

Cristiano Poletti

 

In una poesia di Kavafis

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Desiderio significa stare sotto le stelle. Sotto il cielo, in attesa. È la condizione madre di Kavafis, poeta notturno, del desiderio e delle ombre: ombre che convoca, chiama a sé e fa sue. Perché le vuole accanto, perché gli facciano compagnia.
Intimità, piacere, illusione, silenzio, ombra: tutte parole che sono in lui, e che noi conosciamo, riconosciamo benissimo.
Le sue prime esperienze omoerotiche avvengono probabilmente a Costantinopoli, Istanbul, intorno al 1885. Lui è sui vent’anni ed è al seguito della madre e dei fratelli in fuga dalla rivolta scoppiata in quegli anni in Egitto. Si muove tra bettole, taverne, casini, luoghi che poi continuerà a vivere ad Alessandria, con dentro tutte le figure destinate a rimanere immortalate nella sua poesia.
L’anima di Kavafis è (è sempre stata) assolutamente pagana (Auden d’altronde avverte in uno dei suoi Shorts che: «Qualunque sia la fede che professano / tutti i poeti, in quanto tali, sono politeisti»). Un pagano, sì, un poeta antico con la sua “religione carnale”, come rilevò giustamente Vittorio Sereni, ma è anche una persona stregata dal rito (si pensi anche soltanto alla poesia intitolata In chiesa), ed è soprattutto dominato dall’idea di un piacere fuggito via, per sempre, nel sempre. Con l’andare degli anni e della nostalgia non potrà che fare di sé un asceta, un mistico senza Dio, inchiodato alla solitudine.
La sua diversità è entro questo termini: l’audacia e la libertà esercitate nel rapimento amoroso, «furtivamente», si risolvono in qualcosa di antico e statico come una divinità, che sublima la realtà nell’estasi, nell’uscita da sé, per edificare un ricordo, per risvegliare “un’ombra fuggitiva di piacere” e darle luce in poesia. Il vissuto è effimero e sfuggente, sappiamo, mentre un ricordo è scolpito, come una statua. Ci vengono in soccorso ancora le parole di Sereni: «la sua poesia vive tutta» – come in un quadro di De Chirico – «tra statue che si sono mosse».
Tutto questo è avvolto da un senso arcaico, originario (e perciò sempre contemporaneo) della perdita, della giovinezza perduta, del tempo andato: «trascorre nel sangue il desiderio antico» scrive Kavafis.
Così nasce e si muove in lui l’idea del Piacere, di questo speciale piacere fuggito. Pensiamolo come contemporaneo di D’Annunzio… Come non somiglia all’altisonante retorica d’annunziana, la sua poesia, che si proietta invece in un’idea di cinema, di movimento, piena com’è di personaggi, caratteri, dettagli. Come si fanno moderni e visivi i suoi versi…
Nella via è il titolo di una delle sue poesie più semplici. Porta in sé il nucleo, per così dire, di altre, bellissime poesie “dal cuore cinematografico”, come A rimanere o S’informava della qualità.
Ecco il testo:

Quel suo volto carino, un poco smunto;
gli occhi castani un po’ cerchiati;
venticinque anni e ne dimostra venti;
con un che dell’artista nel vestire
– il colore della cravatta, la forma del colletto forse –
cammina senza scopo nella via,
ipnotizzato ancora dal piacere illegittimo,
dal piacere illegittimo provato, così intenso.

(traduzione di Nicola Crocetti)

Eccoci di fronte a “dettagli parlanti”. Sono colori, forme, apparenze, che si legano a un animo svagato, a una camminata senza scopo, ovvero alle caratteristiche ricorrenti nei ragazzi dipinti da Kavafis. Il piacere è personificato, ha un ruolo, agisce, ipnotizza. È «il Reggimento del Piacere», che passa «con musica e bandiere», scriverà in una prosa verso la fine dell’Ottocento.
Evocazione, percezione: ogni aspetto della vita, come ogni incontro, è miracoloso per Kavafis. Tutta l’intensità dell’attimo prende corpo nella fuggevolezza dello sguardo, perché è lì che s’incide il piacere, in eterno. La bellezza è inafferrabile e continua a essere «una gioia senza fine», perché è stata fonte di piacere carnale, ma anche spirituale.
Lo spirito è intelligenza, e ti comanda di «cedere, cedere sempre ai Desideri», di legittimare ciò che invece è illegittimo agli occhi di una società chiusa e incapace di affermare la libertà.
Cedere, e scriverne, così che tornino ad accendersi le candele al secondo piano di via Lepsius 10, l’appartamento che Kavafis abitò ad Alessandria tra il 1907 e il 1933. E come è stato per lui può essere per noi, oggi, fermi nelle nostre case – come scrisse Ceronetti – «ad aspettare che tornino, i fantasmi che abbiamo incoronato».

Cristiano Poletti

 

I Vangeli nel commento di Gianfranco Ravasi

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Gianfranco Ravasi, I Vangeli, Bologna, EDB, € 44,50

L’ultima fatica editoriale del Cardinal Gianfranco Ravasi, I Vangeli, nella bellissima edizione EDB, prende avvio dal primo Credo cristiano, scritto da Paolo nella lettera ai Corinzi. Credere nel Gesù che nasce e muore, da una parte; dall’altra, credere nel Cristo che risorge glorificato. Morte e resurrezione, tutt’e due suffragate da fatti, da accadimenti e testimonianze in qualche modo incontrovertibilmente certificati dalla storia.
Non c’è per Ravasi il Gesù della storia e il Cristo della fede, alla Bultmann, l’uno diverso dall’altro, ma c’è il Gesù di carne, che mangia, soffre, dubita, gioisce, urla e piange, e che trova la sua continuità nel Cristo che sta nella storia e nella luce della resurrezione. È sempre lo stesso, uno e uno solo, Gesù Cristo.
I Vangeli, tutti e quattro, s’inscrivono in questo spazio di tempo, in questo cammino dell’Uomo-Dio, da una vita puramente umana a una vita “altra”, attraverso, pure lui come noi, il faticoso valico della morte vera. E s’inscrivono, ciascuno, con un personale messaggio proveniente da gesti, fatti e parole di Gesù custodite per anni nel cuore e nella mente, ma attualizzate e rapportate alle contingenti esigenze della propria comunità di riferimento.
I temi sono molti: Cristo perno della storia; teologia della libertà dell’amore; universalità della Chiesa; teologia del bene/male, della luce/tenebra. Messaggi di difficile esegesi perché, dice Ravasi, i Vangeli sono il frutto terminale di un percorso che conosce tappe complesse, momenti e situazioni differenti e difficili da ricostruire. Anche perché, afferma parafrasando Eraclito, tutti i testi religiosi, quali essi siano, non spiegano tutto, perché il mistero di Dio è imprendibile, ineffabile e infinito. Poiché però questi testi hanno pure la funzione di svelamento, di rivelazione, allora ammiccano e rimandano a significati allusivi, che si celano sotto simboli e segni intrappolati in ciò che Gesù dice e fa. È il Segreto Messianico. Gesù non vuole che si vada in giro a parlare dei suoi miracoli. Più tardi sì, ma non adesso. Non è il momento giusto.
Scrive Ravasi che la sua è una lettura “essenziale”, perché non vuole fermarsi alla prima comprensione o intuizione che i Vangeli possono immediatamente suggerire, ma intende carpire il significato ultimo che sottostà a quei simboli e a quei segni, ricorrendo magari a passi corrispettivi dell’Antico Testamento e anche a quelli che antecedono la Sacra Scrittura, oltre a vivisezionare parole e verbi ebraici e greci.
Il verbo greco enghýzein, ad esempio, riferito al regno di Dio, significa sì che è vicino, ma è vicino già presente, qui e adesso.
Le interpretazioni del Cardinale, mai in verità accomodanti e conformiste, sono a volte sorprendenti.
Gesù è scandalo, ma non per la sua grandezza; scandalizza perché è un essere modesto e vive in mezzo a gente come noi; i bambini sono modelli non tanto perché sono innocenti, ma perché Gesù li considera come immagine della libertà, della vera fede; l’incontro di Emmaus vuol dirci che Cristo è l’ora, l’oggi, che non è sepolto in un passato remoto e non è neppure colui che è lontano. Certo, nel libro ci sono affermazioni non sempre condivisibili. Una su tutte, che noi cristiani siamo ora il vero Israele, che siamo noi ora i chiamati.
Alla fine, Ravasi si fa una domanda: se Cristo è risorto e glorificato dovrebbe essere ancora possibile incontrarlo. Il problema è sempre lo stesso, da secoli: la nostra difficoltà, o la poca voglia, a riconoscerlo.


Cristiano Poletti

 

Non ti curar di me se il cuor ti manca (2): nota di lettura

 

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Sono autori vari. La prefazione è di Fabio Franzin, la postfazione e la cura di Roberto Ferrari, e a legare le venti poesie del volume c’è la volontà di vocazione del grande Malessere della mente, secondo lo spirito, come dice Fabio Franzin nella sua prefazione, di un poeta come «medium che riesce a dar voce ai sommersi».
Il titolo recita Non ti curar di me se il cuor ti manca (2), commistione di un verso dantesco e del motto sull’asso di spade delle carte trevisane. La deflagrazione di due sentenze sprezzanti e aggressive – non ti curar di loro, e non fare affidamento su un’arma se non hai il coraggio di usarla – crea invece la dolcezza di una preghiera al contrario, un invito ad avere cuore per predisporsi all’ascolto e alla vera cura.
Poeti come medium, quindi, ma non solo. Mi salivano alla mente, leggendo, alcune considerazioni che hanno a che fare con l’uso della lingua, con la malattia, con il bisogno generale (nei poeti, con la necessità estrema) di dare nome a quello che è inabissato. (altro…)

Cercare Dio nella palude. Da “Silenzio” di Endō a “Silence” di Scorsese

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Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude (Le persecuzioni dei missionari in Giappone da Shūsaku Endō a Martin Scorsese), EDB, € 11,00

Quello affrontato da Shūsaku Endō nel romanzo Silenzio (1966) e ora da Martin Scorsese con il film Silence è un tema altissimo e difficilissimo. Anzi, sono più temi in uno: di questa complessità si carica ogni vera grande opera d’arte, se animata come sempre dovrebbe essere da un confronto serrato con la violenza, la fine, la morte. E proprio per comprendere meglio questa complessità, sciogliendone qualche nodo, è davvero utile leggere un libro breve e prezioso, scritto da Tiziano Tosolini, Cercare Dio nella palude. Tosolini, teologo, direttore del Centro studi dei missionari saveriani a Osaka, si muove tra pagine di storia e di cultura e sa farci entrare in una materia ricca di interrogativi che inevitabilmente restano privi di una risposta certa.
Quando nel 1549 si apre per il Giappone il cosiddetto “secolo cristiano”, l’Europa è nel vivo della diffusione del Luteranesimo. Carlo V, il più grande sovrano dell’Età moderna, avrebbe dovuto di lì a poco rinunciare all’unità religiosa, e quindi politica, dell’Impero. Nel 1555, con la celebre formulazione della Pace di Augusta, cuius regio eius religio, si rassegnava alla rottura esercitata dal protestantesimo. Dopo l’ondata dei movimenti ereticali nel Basso Medioevo, questa è una rottura che sconvolge e minaccia alle fondamenta la Chiesa Romana: una contesa che avrebbe spaccato culturalmente, socialmente ed economicamente l’Europa, disegnandone il destino dei secoli successivi. Da questo profondo turbamento nasce a Parigi, nel 1534 (con conferma papale nel 1540), l’ordine dei Gesuiti. L’attività missionaria e l’opera di evangelizzazione sarebbero presto diventate colonne portanti della Controriforma. Fu lo spagnolo San Francesco Saverio a spingersi fin nell’Estremo Oriente, prima in India, poi in Indonesia, quindi appunto nel 1549, in Giappone.
Il film di Scorsese ci porta direttamente al termine del periodo cristiano. Ci troviamo tra il 1640 e il 1641, quando le persecuzioni dell’era Tokugawa, attive da tempo, avevano ormai portato l’azione dei cattolici a un dolorosissimo epilogo. Vediamo missionari esposti al bilico tra la colpa e l’espiazione; il “martirio al contrario” dei cristiani giapponesi che, nascosti e perseguitati, si consegnano alla tortura e alla morte violenta per proteggere i Padri missionari; la vicenda di Padre Francisco Rodrigues, stretto tra il bisogno di Dio e la necessità di sopravvivere; la costrizione alla fumia, all’abiura.
D’altronde, non c’è “dolcezza” nel cristianesimo. Cristo è venuto a dividere: «Non crediate che io sia venuto a portare la pace sulla terra: non sono venuto a portare la pace, ma la spada» (Matteo 10,34); è venuto a ferirci, aprendoci l’orizzonte del sacrificio, del martirio se necessario: «Chi avrà trovato la sua vita, la perderà; e chi avrà perduto la sua vita a causa mia, la ritroverà» (Matteo 10,39).
«Il romanzo di Endō – ha dichiarato Scorsese – affronta il mistero della fede cristiana, e per estensione il mistero stesso della fede. Rodrigues impara, un po’ alla volta, che l’amore di Dio è più misterioso di quanto conosca, che egli concede molto più alle vie dell’uomo di quanto siamo disposti ad ammettere, e che egli è sempre presente… anche nel silenzio.»
Il libro di Tosolini si addentra nel campo delle tante domande poste dal libro di Endō e dal film di Scorsese. Tra queste, ecco forse quella centrale: la mia fede, si chiede il credente, è e sarà grande come l’amore che ho per Dio? È e sarà incrollabile?
La fede, per il religioso, s’inscrive sempre, necessariamente, nel territorio della ragione. Ma la ragione dell’uomo non può, non riesce proprio, a comprendere il silenzio di Dio di fronte allo schianto del male, al cospetto dell’uccisione, dell’ingiustizia. Dio non solo non parla la nostra lingua, ma non ci parla affatto. Non si manifesta, non interviene nella storia, non agisce in alcun modo per “ripararla”, e noi non possiamo far altro che pensarlo e raffigurarlo come un uomo. Cristo, Dio incarnato, è in ogni essere umano, nel cuore della sofferenza di ogni uomo, in ogni “palude” dell’anima e del corpo. In questi termini, nelle parole di Endō: «Ho voluto mostrare che Dio, il quale appare solo superficialmente disinteressato alla sofferenza e miseria umana, di fatto parla attraverso un medium che va oltre le parole». Queste sono, perlomeno sarebbero, le conclusioni.
La palude è il Giappone, dove la religione cristiana non può attecchire; la palude è l’impossibilità che la vertigine della trascendenza per l’uomo occidentale e il tutto rappresentato dalla natura per l’uomo orientale s’incontrino; ma la palude è soprattutto la grande non risposta, il silenzio non tanto di Dio, ma il silenzio che si impone alle ragioni della nostra fede.
Del resto, tra tutte le voci la prima, l’originaria, appartiene al silenzio. Lo sentiamo in noi, continuamente, e intorno a noi: Dio è silenzio, e lascia a noi ogni decisione. Non c’è risposta dunque alle ragioni con cui “costruiamo” la nostra fede o con cui compiamo la storia. «È neonato anche Dio. A noi di farlo/ vivere o farne senza; a noi di uccidere/ il tempo perché in lui non è possibile/ l’esistenza», recita una splendida poesia di Montale, A un gesuita moderno, in Satura.
Per credere occorre andare oltre i limiti della ragione, occorre fidarsi, ossia porre la fede più in alto o se si vuole più giù, fino all’abisso del male, del sacrificio, della perdita.

Cristiano Poletti

Lunga vita all’italiano (codicillus per Tullio De Mauro)

de-mauro-in-principioMentre comincio a scrivere mi rendo conto che non è facile ricordare in un breve ritratto Tullio De Mauro. Il “professore” per chi scrive è stato un luminosissimo faro, un costante punto di riferimento e un’immensa pagina da consultare per ogni dubbio sulla lingua.
Nato a Torre Annunziata nel 1932, Tullio De Mauro è stato docente universitario e uomo politico (fu Ministro dell’Istruzione del governo Amato); in tutta onestà, però, della carriera accademica, e ancor meno di quella politica, poco mi importa ora, e chiedo scusa per la schietta irriverenza.
Tullio De Mauro per me è e rimane un grande studioso della lingua italiana, uno studioso che ha dato moltissimo a generazioni e generazioni di italianisti. Mi direte che tutto ciò rientra nella carriera accademica. Sì, vero! Ma mi basterà ricordarvi che De Mauro è stato uno che a un certo punto disse che era giunto il momento di spodestare l’atavica gerarchia accademica (“sbaraccare il modello del docente in cattedra”) e rinvigorire gli studi di nuova linfa, e lui ai miei occhi rimane un eterno giovane innamorato dell’italiano; innamorato a tal punto da difenderlo negli ultimi anni dai costanti attacchi del malcostume e soprattutto dalla piaga dell’analfabetismo, da quello strutturale (ossia assoluto) e da quello funzionale (incapacità di comprendere anche un testo semplice), fino all’analfabetismo di regresso. Uno studioso interessato all’impatto sociale della lingua tra gli italiani. Lingua viva, perciò, e non solo la lingua della letteratura (che ben conosceva).
Le sue opere, i suoi studi sono dei veri e propri monumenti, a partire dalla traduzione, datata 1967, del Corso di linguistica generale di De Saussure, fino ai volumi dedicati all’italiano dell’uso e al Dizionario avanzato dell’italiano corrente negli anni Novanta dello scorso secolo.
Non era raro leggere suoi articoli nei principali quotidiani nei quali bacchettava il malcostume di maltrattare l’italiano; ma lo faceva sempre in maniera lucida e intelligente, e non come fosse una sorta di Padre Cesari 2.0.
Non erano rare nemmeno le sue incursioni in rete; anzi, malgrado l’età, è stato uno dei primi a rendersi conto dell’alta potenzialità, anche di rischio, che aveva la rete nei confronti della lingua dell’uso.
Insomma, quella di oggi è una gravissima perdita per chi come me guarda all’italiano ancora con gli occhi dello studente al primo anno che durante le lezioni di Storia della lingua italiana cominciava a chiedersi “chi è ‘sto De Mauro?”
Grazie professore!

Fabio Michieli e la redazione di Poetarum Silva

‘Lettera a un giovane poeta’ di Virginia Woolf

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Virginia Woolf, Lettera a un giovane poeta, trad. it. di Lucia Raffaelli, quaderni di clanDestino, Raffaelli editore, 2013, pp. 68, euro 10

Ma come farete a uscire, e a ritornare nel mondo degli altri? Questo è il vostro problema oggi, se posso azzardare un’ipotesi − trovare il giusto rapporto, ora che conoscete voi stessi, tra il “sé” che conoscete e il mondo esterno. Si tratta di un problema difficile. Nessun poeta vivente è riuscito, a mio avviso, a risolverlo del tutto.

But how are you going to get out, into the world of people? That is your problem now, if I may hazard a guess − to find the right relationship, now that you know yourself, between the self that you know and the world outside. It is a difficult problem. No living poet has, I think, altogether solved it.

Non è forse un caso che nel 1932, a tre anni di distanza dalla diffusione dell’opera postuma Lettere a un giovane poeta di Rainer Maria Rilke, Virginia Woolf abbia pubblicato la sua Lettera a un giovane poeta [A Letter to a Young Poet] all’interno della raccolta Hogart Letters Series. Oggi troviamo questo testo in un’edizione del 2013 per Raffaelli editore, con traduzione di Lucia Raffaelli e revisione di Davide Ramilli.
La lettera era indirizzata a John Lehmann, prima collaboratore poi direttore di Hogart Press, come apprendiamo dalla prefazione del libriccino, con il quale la Woolf si confrontava in quella sede circa lo status della scrittura di lettere in Inghilterra, genere che aveva perso interesse, solidità e importanza in quel momento storico. Ma, come riconosciamo sin da subito, il discorso sposterà di molto il senso della lettera; un pretesto iniziale, quello dell’autrice, per rivelare cosa significhi a tutti i livelli scrivere – in realtà – poesia e prosa. Soprattutto: ‘scrivere per la vita’.
Non si può fare a meno di notare le similitudini, a una prima lettura, fra Rilke e Woolf; entrambi tentano di condurre i rispettivi interlocutori per mano, verso una rotta su cui sia possibile instaurare un confronto solido, che sia d’auspicio per una riflessione attorno e “dentro” il “significato” dello scrivere non per un pubblico ma per se stessi. E c’è una straordinaria continuità che, qui, non si desidera comparare ma richiamare, affinché la lettura di Woolf possa agganciarsi e possa dirsi anche legata a quella di Rilke, già al centro di studi diversi: segnalo quello del critico Kelly Walsh.
Una tra le questioni più significative del testo appare a pp. 45-49, in cui Woolf tratterà del tema del sé in poesia come cruciale, in parte già nella citazione che leggiamo all’inizio di questo post, che prosegue così:

[…] Tutto ciò che ti serve è stare alla finestra e lasciare che il tuo senso del ritmo, si apra e si chiuda, coraggioso e libero, fino a quando una cosa non si fonderà nell’altra, fino a quando i taxi non danzeranno con le giunchiglie, fino a quando non verrà a crearsi un’unità da tutti questi frammenti separati. […] raccogli tutto questo tuo coraggio, impiega tutta la tua cautela, invoca tutti i doni che la Natura è stata indotta a concederti. Poi lascia che il tuo senso del ritmo si snodi tra gli uomini e le donne, gli autobus, i passeri − qualunque cosa si muova lungo la strada − fino a quando non li avrà legati insieme in un tutto armonioso. Questo forse è il tuo compito: trovare la relazione fra le cose che sembrano incompatibili eppure hanno una misteriosa affinità

All you need know is to stand at the window and let your rhythmical sense open and shut, open, and shut, boldly and freely, until one thing melts in another, untile the taxis are dancing with daffodils, untile a whole has been made from all these separate fragments. […] summon all your courage, exert all your vigilance, invoke all the gifts that Nature has been induced to bestow. Then let your rhythmical sense wind itself in and out among men and women, omnibuses, sparrows − whatever come along the street − until it has strung them together in one harmonious whole. That perhaps is your task − to find the relation between things that seem incompatible yet have a mysterious affinity

Se al romanziere tutto ciò è concesso, la peculiarità e l’attenzione nei confronti dell’«istinto del ritmo» che Woolf spiega come leggiamo qui porta nella scena del “saggio” anche ad un altro punto: quello della “danza”, ripresa nel legame fra elementi diversi da accordare nel testo poetico, come a segnalare − per estensione − che il “gesto poetico” è “movimento”, e che coniugato al ritmo di cui sopra restituisce “la poesia”. Si tratta di una visione complessiva che nutre un tema ampio e complesso come quello del “fare poesia oggi” (così come ieri) su cui si è speso, qui sul nostro blog, Francesco Filia, nel suo articolo Poesia: memoria, ascolto e visione, che invito a rileggere. E, mettendo in luce questi legami non impropri, si crea una catena di senso che incuriosisce, che stratifica le direzioni da prendere, gli autori da leggere e rileggere, aumentando il numero di domande cui tentiamo di rispondere quando affrontiamo il genere poetico.

© Alessandra Trevisan

Come un cristallo o una scoria. La poesia, per Guido Mazzoni

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A volte i libri “scappano”, non si leggono appena escono. Colpevolmente forse; così si cerca di recuperare, e basta un monito, un consiglio. Con I mondi di Guido Mazzoni è stato così: uscito nel 2010 da Donzelli, l’ho letto solo recentemente. E di lì poi è stato naturale recuperare anche il suo Sulla poesia moderna, pubblicato nel 2005 per il Mulino.
Già Francesco Filia aveva saputo leggere molto attentamente gli elementi portanti di quest’opera che oggi mi appare importantissima: il sentire come fondazione del mondo, della realtà. Sentire con stupore e sgomento continui l’errore caotico che è la vita, e come la nostra si specchia incessantemente nei frammenti delle altre intorno, nel quadro di una come di tutte le città in cui viviamo. Di qui, dal «vedere se stessi come una cosa estranea» (Kafka, in esergo al libro), “i mondi” s’intravedono, le «monadi» si toccano e, in un elastico incessante tra io e noi, si allacciano.
Ora, procedendo per estrapolazione, evidenziando le parti, i frammenti, i passaggi più importanti, il mio tentativo oggi è cercare l’appoggio giusto per provare a dire cosa è, se ancora è e ha vita (ossia se ancora c’è spazio per) la poesia. Un percorso di lettura che, si vedrà, finisce in luce e in solitudine. Un percorso – felicemente, a questo punto – ritardatario e personale, quasi l’intenzione fosse adesso di “ricreare” il libro: attraversarlo nel mio sguardo unendone diversamente i punti.
Per verificare se la poesia è in grado di raccogliere in sé, oggi, lo spirito del tempo.

Da I mondi:

«Tutto così unito,/ così insieme in un unico/ astro straniero -»

«il mondo che esiste senza la mia vita»

«Altre vite/ ci esplodono intorno»

«dell’accadere, mie persone che siete/ solo sagome, ora, nella nube che si chiude»

«la felicità di essere qualcosa […] per prolungare la vita, la stessa che ti percorre, leggera e irreversibile»

«il mondo inciso dentro di te come un cristallo o una scoria»

«Era l’idea di essere vivo»

«Era un istante di assoluto straniamento e io cercavo di prolungarlo»

«Entriamo fra le cose legati a un corpo, a un tempo, ad aggregazioni di esseri che ci preesistono»

«grazia e significato all’orizzonte»

«che la vita esiste e non significa»

«una cosa senza peso, solo il nostro/ frammento ancora mi appartiene/ e la sua pace è il nulla che difendo»

«le monadi che ci proteggono, le loro trame nel disordine»

«una storia che lo circonderà per sempre»

«Ogni vita/ è solo se stessa: questa luce»

«per diventare solo solitudine».

Il mondo in poesia, eccolo, inciso dentro di te, dentro di noi. Questo è il significato della «lunga durata»: un concetto essenzialmente storiografico, utilizzato da Mazzoni per dire (rifacendosi ad Adorno) quanto tra le forme dell’arte la poesia in particolare sia «la meridiana di una filosofia della storia». Lo afferma con la consapevolezza di chi sa che l’arte ha il potere di registrare la storia degli uomini più e meglio dei documenti storici in senso stretto.
E ci viene in soccorso Montale, con due passaggi estratti dal discorso pronunciato per l’assegnazione del Nobel, il 12 dicembre 1975: «esistono in coabitazione due poesie, una delle quali è di consumo immediato e muore appena è espressa, mentre l’altra può dormire i suoi sonni tranquilli» (…) «quella che sorge quasi per miracolo e sembra imbalsamare tutta un’epoca e tutta una situazione linguistica e culturale, allora bisogna dire che non c’è morte possibile per la poesia».
Così è con Mazzoni. Ci fa dire che c’è spazio ancora per la poesia, quella autentica; che c’è sempre una ripartenza possibile pronta a nascere, innocentemente, nello spirito del tempo, dallo stupore e dalla meraviglia.

Cristiano Poletti

proSabato: Virginia Woolf, Il segno sul muro

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proSabato: Virginia Woolf, Il segno sul muro 

1917-1921

Forse fu a metà gennaio di quest’anno che per la prima volta alzai gli occhi e notai il segno sul muro. Per fissare una data è necessario ricordare quello che si è visto. Così adesso penso al fuoco; al velo immobile di luce gialla sulla pagina del mio libro; ai tre crisantemi nella boccia di vetro rotonda sulla mensola del camino. Sì, doveva essere inverno, e noi avevamo appena finito di prendere il tè, perché ricordo che stavo fumando una sigaretta, quando alzai gli occhi e mi accorsi per la prima volta di quel segno sul muro. Guardai attraverso il fumo della mia sigaretta e posai l’occhio per un momento sui carboni ardenti: mi tornò in mente la vecchia fantasia della bandiera cremisi fluttuante sulla torre del castello e pensai a una cavalcata di rossi cavalieri che si arrampicassero per il fianco della rupe nera. Con alquanto sollievo da parte mia, la vista del segno interruppe quella fantasia, perché è una vecchia fantasia, una fantasia automatica, risalente alla mia infanzia, forse. Il segno era una piccola chiazza rotonda, nera sulla parete bianca, una quindicina di centimetri o giù di lì sopra la mensola del camino.
Come fanno presto i nostri pensieri a sciamare attorno a un oggetto nuovo, sollevandolo un poco come formiche che trasportino con sforzo febbrile un filo di paglia per poi lasciarlo cadere… Se quel segno era stato lasciato da un chiodo, non poteva essere stato fatto per un quadro, semmai per una miniatura… la miniatura di una signora dai bianchi riccioli incipriati, dalle guance sbiancate dal piumino, dalle labbra come garofani rossi. Un falso, ovviamente, perché le persone che erano state proprietarie di quella casa prima di noi avrebbero scelto quadri di quel tipo, un vecchio quadro per una vecchia stanza. Ecco che persone erano, gente molto interessante, e capita così spesso di ripensare a loro e nei posti più inconsueti, perché non li si rivedrà più, non si saprà mai che cosa è successo dopo. Volevano lasciare questa casa per cambiare stile di mobilia, così aveva detto lui, e stava per aggiungere che, a suo avviso, dietro l’arte avrebbe dovuto esserci una qualche idea di supporto, quando fummo separati brutalmente, come si è strappati da una vecchia signora che si sta versando il tè e da un giovanotto che sta per colpire la pallina da tennis nel giardino dietro la villa di periferia, mentre si sfreccia in treno davanti a loro.
Quanto a quel segno, tuttavia, non sono sicura; non credo che sia stato lasciato da un chiodo, dopotutto: è troppo grande, troppo rotondo. Potrei alzarmi, ma se mi alzassi per andare a controllare, dieci contro uno che non sarei in grado di capirlo con certezza; perché una volta che una cosa è fatta, nessuno può più dire come sia stata fatta. Oh! povera me, il mistero della vita! L’inadeguatezza del pensiero! L’ignoranza dell’umanità! A dimostrazione di quanto poco teniamo sotto controllo i nostri averi – che faccenda accidentale è la nostra vita malgrado tutti i progressi della nostra civiltà! -basta anche soltanto fare il conto di alcune delle cose andate perdute nel corso della nostra esistenza, a cominciare, perché questa sembra sempre la più misteriosa delle perdite (quale gatto potrebbe mordicchiarle o quale topo rosicchiarle?) da tre scatole celesti di metallo piene di arnesi per rilegare i libri. Poi è toccato a tre gabbie di uccelli, ai cerchi di ferro, ai pattini d’acciaio, al recipiente del carbone stile Regina Anna, al biliardino, all’organetto… tutto perduto, gioielli compresi. Opali e smeraldi sono sparsi tra le radici delle rape. Che faccenda di scavi e livellamenti è a pensarci bene! La cosa sorprendente è che io abbia degli indumenti addosso, che in questo momento sieda circondata da solida mobilia. Sì, se vogliamo paragonare la vita a qualcosa, dobbiamo paragonarla a un volo attraverso la metropolitana lanciata a ottanta chilometri all’ora… per approdare all’altra estremità senza più una sola forcina nei capelli! Sparati ai piedi di Dio completamente nudi! Capitombolati a testa in giù sui prati di asfodeli come pacchetti avvolti in carta marrone, incanalati lungo lo scivolo di un ufficio postale! Con i capelli che volano indietro come la coda di un cavallo da corsa. Sì, quest’immagine sembra esprimere la rapidità della vita, il perpetuo processo di logoramento e riparazione; tutto così casuale, così accidentale…
Ma dopo la vita? Un lento tirar giù di spessi steli verdi in modo che il calice del fiore, mentre si rovescia, ci inonda di luce rosso-purpurea. Perché, dopotutto, non si dovrebbe rinascere anche di là come si era nati di qua, indifesi, incapaci di parlare, di mettere a fuoco lo sguardo, brancolando a tentoni tra l’erba, ai piedi di Giganti? Quanto a dire quali siano gli alberi, e quali gli uomini e le donne, o se almeno vi siano, magari non si sarà in condizione di farlo per una cinquantina d’anni o giù di lì. Non ci saranno altro che intervalli di luce e di buio, intersecati da spessi steli, con alquanto più in alto, forse, chiazze a forma di rosa dai colori indefiniti -vaghi rosa e azzurri – che col tempo si faranno via via più nitide, diventeranno… non so che cosa…
E tuttavia il segno sul muro non è affatto un buco. Non è detto che non sia stato lasciato da una qualche sostanza nera rotonda, come un minuscolo petalo di rosa rimasto appiccicato lì dall’estate, mentre io, non essendo una padrona di casa diligente… guardate la polvere sulla mensola del camino, per esempio, la polvere che, dicono, seppellì tre volte Troia, miseri frammenti di terraglie che rifiutano di annientarsi completamente, come si può ben credere. (altro…)

Il mondo non è più remoto. Il lascito di Fernando Bandini

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Adesso il mondo non è più remoto.
Sta tutto addosso a noi,
tutto pigiato nelle
stanze sgomente delle nostre case.

Ma ci sono giù in strada dei bambini
che si gridano «ciao».
Una volta, due volte – mentre l’uno
dall’altro si allontana – tre volte, quattro volte,
senza voltarsi indietro.
E le voci si librano nell’aria
finché l’azzurro della sera è solo
loro esclusiva eco.

Cinque volte, sei volte, sette volte.
Forse perché si accordano
ai battiti del tempo, ne scandiscono
la diastole e la sistole.
O forse il loro modo di contare
somiglia un poco al mio
quando conto le sillabe dei versi

stoltamente sperando che una grazia celeste
mi rimanga impigliata tra le dita.

Di Fernando Bandini, della sua officina poetica, colpisce la “messa in posa” dei versi. Il suo è stato un insegnamento prezioso, ancor più valido oggi, visto lo smarrimento metrico-stilistico che in larga parte si registra e anzi spesso pare imporsi nella poesia contemporanea italiana.
Voci serali è una poesia tratta da Dietro i cancelli e altrove, l’ultima raccolta del poeta vicentino (1931-2013), edita da Garzanti nel 2007.
La prima stanza si apre e si chiude con un endecasillabo. Sono endecasillabi a minore. Il primo è un verso-frase, che concentra in sé tutto il senso della poesia. L’accento secondario cade sull’ottava sillaba, e in quel «più» sta il cuore del verso. Al centro, due settenari, incastonati in una quartina che non si cura della rima, ma è costruita essenzialmente per preparare al meglio la contraddizione e la meraviglia che si sprigionano nella seconda, più ampia, stanza. Nei primi quattro versi, vediamo, il poeta è assertivo, perentorio. Ci dice che il mondo («tutto», «tutto», ripetuto nei due settenari) è addossato a noi, è in noi, ha ormai assunto il peso dello sgomento portato dagli anni e dall’esperienza. Uno sgomento chiuso, quindi, stipato dentro le nostre case. L’enjambement fra terzo e quarto verso evidenzia potentemente questo interno, quest’interiorità: tutto il significato s’impunta in quel termine-chiave, “nelle”, sospeso a fine verso, che consente uno spostamento di ritmo nel secondo endecasillabo a minore, con accento dominante sulla prima sillaba.
Poi l’apertura, la contraddizione e la meraviglia, come si diceva. Quanto prima dichiarato viene ora avversato (non a caso spicca il “Ma” avversativo all’inizio della seconda stanza) da ciò che viene da fuori, dalla strada, da un semplice «ciao» ripetuto tra bambini che si salutano.
È l’inizio di una musica, a ben vedere. C’è proprio una progressione musicale, un crescendo: «le voci si librano nell’aria», infatti, come in un coro («Forse perché si accordano», appunto); un coro di vita, che viene da fuori, da sotto, quasi si trattasse del nostro strato geologico più profondo, il fondo cioè della nostra stessa infanzia.
«Una volta, due volte – mentre l’uno / dall’altro si allontana – tre volte, quattro volte»: a un endecasillabo segue un doppio settenario, ed ecco che ancora un enjambement detta la traiettoria del senso e del ritmo, distanziando l’uno dall’altro, quasi fossero note che si distanziano opportunamente le une dalle altre («senza voltarsi indietro», come a dire: ciascuna nota va per conto suo e si armonizza con le altre).
Bandini è un maestro nel “far suonare” anche il parlato. Si noti, in particolare, l’endecasillabo con cui comincia la terza stanza e che prosegue il crescendo musicale: «Cinque volte, sei volte, sette volte».
Viene in mente uno Short di Auden: «Benedette tutte le leggi metriche che vietano/ risposte automatiche:/ ci costringono a una riflessione, liberando/ dalle pastoie dell’Io» (traduzione di Gilberto Forti).
Già, è un Io universale quello che si libera in questa poesia, un richiamo esistenziale che tocca ognuno di noi. Noi che contiamo il farsi del tempo come il poeta conta le sillabe dei versi. Noi che speriamo, «stoltamente» (ma felicemente), in una grazia celeste: che l’azzurro torni a farci visita; che qualcosa ci rimanga eternamente fra le dita; che qualcosa di noi resti nella mente degli altri.

                                                                                                                                                                     Cristiano Poletti

What happened Miss Simone? Recensione

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foto tratta dal sito del quotidiano The Guardian

Chi ha amato ed ama la voce di Nina Simone tanto da rimanerne incantato ogni qual volta la ascolti non potrà fare a meno di guardare, con pathos − e partecipazione − questo documentario sulla sua vita e sulla sua carriera. What happened Miss Simone di Liz Garbus, uscito ad inizio del 2015 su Netflix (candidato all’Oscar come migliore documentario lo stesso anno, proiettato in apertura del Sundance Film Festival, vincitore di premi quali il Peabody Award e il Primetime Emmy Award al miglior speciale documentario o non-fiction), basa la sua trama sulla biografia di David Brun-Lambert ma estende il racconto a immagini di repertorio, in un viaggio reale e amaro dentro la vita di un’artista che ha lasciato il segno non soltanto nella sua epoca. Il riverbero della sua vicenda, in bilico tra tradizione e contemporaneità musicali, genialità, fragilità e un’adesione molto forte alle battaglie per i diritti civili che, negli anni Sessanta soprattutto, la comunità afroamericana degli Stati Uniti portava avanti, la pongono come una figura non priva di ambiguità; questo documentario − a ragione − ricorda tratti e spinte, momenti salienti di un’esistenza che (dalla Carnagie Hall alle battaglie di Martin Luther King) sceglie ‘liberamente’ cosa essere in quel momento, e soprattutto cosa non essere. Dalla mancata carriera come pianista classica alla soglia dei vent’anni − per ragioni di discriminazione razziale −, al ripiegamento nei locali notturni per guadagnarsi da vivere, sino alla scoperta di una propria direzione con musicisti che l’hanno accompagnata a lungo. La sua voce, così speciale nel timbro, nell’approccio, nell’intenzione che emana, capace di cogliere un dolore e una sofferenza propria e del fuori, è tra le più grandi testimonianze artistiche al femminile del secondo Novecento. Quel suo sentire, profondamente legato anche alla vicenda personale con il marito e manager Andy Stroud (di cui si può leggere qui) − un compagno dapprima sicuro, poi illegittimamente assuntosi l’onere di dettare una direzione rigida alla sua carriera, imponendosi anche con violenza nelle sue scelte −, attraverserà molte fasi. Ciò che ci è dato sapere, dalla testimonianza della figlia Lisa, che nel film narra la storia materna con uno sguardo lucido e penetrante, riguarda l’amore e la sottrazione costante cui Nina era sottoposta, prima che dagli altri forse da se stessa. Un continuo andirivieni nel music business, mai del tutto fatto per lei che, con grande slancio ma anche talvolta incoerenza, desiderio di distacco, incapacità di sentirsi a proprio agio in quel mondo manovrato dall’alto − nonostante le mise sofisticate, un poco eccentriche e sicuramente d’impatto che sfoggiava sul palco. E poi la storia degli abusi, da parte del suo partner in affari e nella vita, lo stesso che avrebbe dovuto proteggerla; tutto ciò che avveniva nel prima, dietro le quinte, prima di salire in scena, contribuiva forse ad aumentare la tensione tutta interna al personaggio di Nina. Questa tensione avrebbe a che fare più con un’impossibilità di riconoscersi nel proprio presente, spesso sentita a fior di pelle e nella profondità della voce, dove tutto risuona, cambia, si completa. Una difficoltà da leggere a doppio filo tra l’artisticità e la personalità, così forte e scostante al tempo stesso.

Scopriamo cosa sia accaduto prima di varcare la soglia di Montreux ’76, essere se stesse e far durare quella spesse volte manifestata impotenza di libertà, anche nelle decisioni più drastiche e solitarie, più estreme e poco chiare che si sono manifestate alla fine della sua carriera, in cui i suoi concerti si vedevano in contesti ufficiali prima calcati in modo meno frequente. Rabbia e tenacia anche nella rinuncia − come già affermato − faranno parte del suo modo di vedere il mondo, dapprima di percepire se stessa, di accettarsi come si è fino in fondo, con tutte le proprie contraddizioni. A proposito di questo si può ascoltare proprio all’inizio di questo film un’intervista che risale al 1968, in cui Miss Simone afferma: «È una sensazione. È come se tu dicessi a qualcuno come ci si sente ad essere innamorati […] Puoi descrivere le cose ma non puoi dire come ci si sente. Ma tu sai cosa accade. Ed è ciò che io intendo per “libera”. Ho avuto un paio di occasioni sul palco in cui mi sono sentita davvero “libera”. […] Ti dico cosa significhi libertà per me? Nessuna paura. Intendo davvero “nessuna paura”.» Curioso e affatto improbabile questo parallelo fra l’amore e la libertà; un messaggio positivo che oltrepassa la soglia del disagio personale e coglie − al futuro − l’eredità di questa musicista straordinaria.

© Alessandra Trevisan

grazie ad Alessandro Niero e a Stefania Rossa per il suggerimento