riflessioni

PoEstate Silva #20: Joris Ivens, L’Italia non è un paese povero

L’Italia non è un paese povero è un film tv del 1960 diretto dal regista olandese naturalizzato francese Joris Ivens.

In tre episodi settimanali sull’Italia e sui cambiamenti provocati dalla sua metanizzazione, questo documentario fu realizzato da Ivens con la collaborazione dei fratelli Taviani, Valentino Orsini, Tinto Brass e con il commento di Alberto Moravia. Censurato e in seguito rimontato, il negativo originale fu fatto sparire. Una copia della versione integrale si salvò grazie a Brass, che o ripose nella sua valigia diplomatica, come lui stesso narra in Quando l’Italia non era un paese povero, altro film documentario di Stefano Missio che racconta le travagliate vicende del lavoro di Ivens.

Tre le versioni esistenti di questo film: quella montata dal regista; la versione rimontata dalla RAI con una lunga intervista a Enrico Mattei fatta da Paolo Taviani; infine la versione “industriale” con il commento in inglese, per un lavoro che aveva una funzione di propaganda manifesta. Brass aveva iniziato a curare una versione per il cinema ma l’accanimento contro questo film fece sì che nemmeno poté concorrere agli Oscar, perché privo del visto di censura. A proposito di questa vicenda si può leggere qui.

Quello di Ivens era un lavoro commissionato dall’Eni di Enrico Mattei (uno dei più brillanti esempi di documentari industriali che hanno permesso la scoperta e la crescita di maestri come Olmi e Bertolucci) e serviva a celebrare la scoperta delle risorse fossili, e quindi combustibili ed energetiche, nel sottosuolo italiano. (…) Ivens nel suo viaggio agiografico vuole scoprire un’Italia ricca ma si imbatterà in un Meridione disagiatissimo (le sue riprese di una famiglia di sette persone che vive in un monastero lucano sconsacrato tra sporcizia, animali e mosche gli sarebbero valse la censura Rai). (Boris Sollazzo, cinematografo.it, 29 marzo 2007)

A questo tema si possono, tra gli altri, ricollegare alcuni documentari recenti, tra cui Il mio paese di Daniele Vicari (2006) e alcuni lavori recenti di Andrea Segre.

Paese di produzione Italia
Anno 1960
Durata 135 min
Dati tecnici B/N
Genere documentario
Regia Joris Ivens
Soggetto Alberto Moravia, Corrado Sofia
Sceneggiatura Vittorio Taviani, Paolo Taviani, Valentino Orsini, Joris Ivens
Produttore PROA Roma
Fotografia Oberdan Troiani, Mario Volpi
Montaggio Joris Ivens, Maria Rosada, Elena Travisi, Misa Gabrini
Musiche Gino Marinuzzi Jr.

Eugenia Giancaspro. Per una poesia fono-gestuale (di Roberta Sireno)

PHOTO CREDITS ANDREA GAMBACORTA, FESTIVAL LA PUNTA DELLA LINGUA 2018

Porsi «fuori da ogni categoria»:1 questo è l’intento principale nella poetica della giovane Eugenia Giancaspro, nata nel 1990 a Benevento e attualmente residente nel territorio campano. Oltre a far parte del collettivo CASPAR – Campania Slam Poetry, Eugenia Giancaspro ha studiato “Linguistica per la sordità e disturbi del linguaggio” all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Questo percorso formativo ha portato alcuni sviluppi importanti nella sua ricerca poetica e performativa: gli spettacoli di Poetry Slam vedono, infatti, una voce che tra le varie possibilità può usare liberamente la lingua dei segni come principale mezzo di espressione poetica. I testi di Giancaspro, attualmente pubblicati sul sito dell’autrice, si basano infatti su una «scrittura ad alta voce»2 che usufruisce della lingua dei sordi per esprimere una gestualità sonora. Si tratta, quindi, di una poetica ossimorica, che unisce il canale fonico-acustico proprio delle lingue verbali con il canale visivo della «lingua-mano»:3

Sento il richiamo delle membra di famiglia
o meglio di ciò che resta
ossa sublimate in cenere
è una tenaglia
in cui la carne viva
s’incaglia come un’alga
slancio d’animo arenato
getta l’ancora
sotto al porto
che ricordo
perché tanto è abisso
manco profondo /
è mare mio e tuo
che è mare nero
e lutto sporco
di benzina
e piombo
sul fondo
e da lì ti parlo
come un sordo
[…]

(da Tamburi di settembre, 2018)

È una poesia che sperimenta diverse tecniche, dal lavoro metrico-retorico sul testo alla vocalità inscritta nei versi fino all’esternalizzazione performativa di tipo visivo-sonora. I testi dell’autrice indagano, inoltre, il significato del corpo, considerandolo sia nel suo valore tematico di oggetto poetico ironico e provocatorio sia come soggetto ispiratore di modalità percettive e linguistiche inedite. (altro…)

La poesia? Su Cesare Viviani (di D. Sinfonico)

cesare viviani

La poesia è finita. Diamoci pace. A meno che… è il titolo dell’ultimo libretto di Cesare Viviani, in cui si raccolgono pensieri in buona parte inediti e in minima parte prelevati da opere precedenti. Chi ha seguito o studiato la parabola poetica e saggistica di Viviani troverà confermate e riprese le sue tesi, che si possono ricondurre a due fuochi: la poesia è qualcosa di indefinibile che mette l’uomo a confronto con un limite; gli ambienti letterari soffocano l’aspirazione alla poesia e si reggono su implicite convenienze.
Sulla prima questione è arduo esprimersi tanto a favore quanto a sfavore. Viviani usa parole che si sciolgono davanti alla domanda “che cos’è?”: assoluto, limite, indicibile, vuoto, e svariati sinonimi. L’originalità di Viviani, a mio parere, non riguarda le sue tesi, quanto l’impostazione: legando il concetto di poesia a termini astratti, si forma una teoresi che si sottrae alla descrizione e alla falsificabilità. Il concetto di poesia viene situato in uno spazio alternativo a quello del linguaggio, in un buco dell’esperienza; diventa quindi sfuggente e attraente, proprio perché finisce per produrre afasia. Ma se Viviani non sente il bisogno di dimostrare, grazie anche alla forma del frammento, espressione comunque di un pensiero coerente, coeso e centripeto, su quali criteri possiamo dire che il suo discorso è autorevole?
La sua costruzione può poggiare, oltre che sul principio d’autorità, sull’appello a una credenza collettiva, secondo la quale la poesia è un’entità che si sottrae alle pinze della definizione. Non è quello che ci hanno sempre insegnato? Eppure se da una parte abbiamo interiorizzato questa idea, dall’altra proviamo fastidio per gli assiomi e di continuo tentiamo di uscire dal loro angolo cieco. Per queste ragioni il testo di Viviani può generare reazioni bifronti, o meglio: fascinazione dopo avere, eventualmente, criticato e scremato alcune sue posizioni.
Da una parte è troppo comodo spingere la poesia laddove nessuno possa più afferrarla, usarla, staccandola dalla corrente della vita quotidiana. Personalmente ritengo che una buona poesia debba poter essere utile quanto un buon discorso politico, una buona ricerca storica, un buon atto intellettuale. Cioè qualcosa che non finisce nella nostra interiorità dando materia a un’esperienza indicibile, ma che ha la possibilità di prolungarsi e completarsi in una conoscenza più complessa.
Dall’altra parte un moto di entusiasmo per l’adesione a quello che già pensavamo: se rinunciamo a definirla, la poesia, nonostante tutti i tentativi di categorizzazione, conserva intatta la sua essenza, mai appiattita. Intorno le resta l’aura di un atto che si rinnova attraverso le epoche e le lingue, la fascinazione per un edificio di parole, sintomo di sensibilità, di ingresso in un’esperienza in fondo inspiegabile, di vibrazione dell’interiorità al suono delle sillabe. Allora in questa luce un discorso sulla poesia merita di estendersi anche in una zona non argomentabile, non razionale. (Mi viene in mente un passo che il norvegese Karl Ove Knausgård ha dedicato all’argomento, in Un uomo innamorato, dicendo che la poesia non si apre a tutti e alcuni possono anche intestardirsi a «vivere una vita nella letteratura, magari come critico o come docente universitario, forse come scrittore, perché è possibile mantenersi a galla in quel mondo senza che la letteratura si apra mai»). (altro…)

Il Secondo Futurismo, la letteratura e la ceramica d’avanguardia (di Gianfranco Barcella)

L’anguria lirica. Poema futurista, Tullio d’Albisola, 1932 – © dal sito dell’artista

Nei primi decenni del Novecento, Savona era una città molto vivace dal punto di vista culturale e tra il mondo degli imprenditori e quello della cultura, i legami erano molto stretti. Uno dei momenti più fruttuosi di questa comunione d’intenti è stato sicuramente quello legato alla nascita del Futurismo per iniziativa, nel 1909, del poeta e scrittore Filippo Tommaso Martinetti. Il Futurismo, che divenne in breve tempo il movimento artistico di avanguardia di maggior novità, a Savona trovò immediatamente seguaci. L’esaltazione estrema della modernità fece proseliti in ogni campo culturale e coinvolse anche personaggi quali il capitano di lungo corso, Vincenzo Nosenzo, che una volta sbarcato aprì a Zinola (Savona) − era 1927 − uno stabilimento quasi in riva al mare, forse proprio per non discostarsi del tutto dal suo ambiente preferito. L’opificio fu destinato alla produzione di contenitori di latta. Il capitano Nosenzo venne poi a contatto con Marinetti che frequentava ad Albisola, Tullio Mazzotti, pittore e ceramista, ma soprattutto artista a tutto tondo, passato alla storia del Futurismo come Tullio d’Albisola. Ecco nascere dall’estro di Tullio l’idea di un libro, utilizzando fogli di latta, anziché di carta. Il primo volume ad andare in stampa fu Bombardamento di Adrianopoli di Marinetti, trenta pagine formato 220/230. Il peso del volume, illustrato da Tullio d’Albisola, si aggirava sui 600 grammi. Un secondo libro, L’anguria lirica dello stesso Tullio d’Albisola era arricchito da composizioni di Bruno Munari. Entrambi i libri realizzati in lamierino ebbero una tiratura di 200 copie. Oggi sono praticamente introvabili. Per celebrare tale evento culturale è uscito un numero monografico della rivista «Resine», edita da Marco Sabatelli, dedicato al tema: “Futurismo a Savona, Albisola, Altare”. Quello citato è uno degli esempi più significativi dei propositi del Futurismo, denunciati da Marinetti: riformare le lezioni comuni della letteratura, ormai logorata dalla miseria delle idee e dalla stanchezza delle forme, incapace di trovare nuove ragioni di vita ed appagata ormai di sole esercitazioni estenuanti. Marinetti era un buon osservatore di quello che avveniva all’estero, principalmente in Francia e la sua educazione era stata consacrata nell’atmosfera del Simbolismo.

(altro…)

Lorenzo Pompeo, Le quattro stagioni di Praga (1918-1938)

Il 3 gennaio del 1924 morì a ventiquattro anni di tubercolosi Jiří Wolker. Aveva fatto in tempo a pubblicare due raccolte di poesia, Host do domu (trad. it.: “L’ospite in casa”), nel 1921, e, l’anno successivo, Těžká hodina (trad. it.: L’Ora difficile), che tuttavia avevano lasciato un segno. Tra i poeti, i critici e gli artisti che avevano dato vita nel 1920 Devětsil (nome del Petasites officinalis, meglio noto come “farfaraccio”) la poesia di Wolker fu un punto di riferimento fondamentale. La poesia proletaria, di cui Wolker fu un sincero cultore, divenne infatti la tendenza dominante in questo gruppo (bisogna comunque ricordare che nulla aveva a che vedere con quel “realismo socialista” di marca sovietica, che venne ufficialmente adottato in Cecoslovacchia solo a partire dal 1948). Jaroslav Seifert nel suo libro di memorie Tutte le bellezze del mondo ci offre un racconto toccante delle esequie del giovane poeta. «Eravamo seduti al lungo tavolo nella casa dei Wolker, sulla piazza di Prostějov. Di fronte a me avevano fatto sedere una ragazzina che la signora Wolkrová aveva vestito a lutto stretto, con un abito di crespo nero merlettato. Mentre seguiva il feretro, accompagnata dal fratello di Jiři, aveva il viso coperto da un pesante velo, e così solo a tavola potemmo intravedere gli occhi arrossati dal pianto dell’ultimo amore di Wolker».[1]
Erano passati sei anni da quel 28 ottobre del 1918, quando era stata proclamata a Praga l’indipendenza della Cecoslovacchia. Nel febbraio del 1920 venne approvata la costituzione della neonata Repubblica e ad aprile dello stesso anno si tennero le prime elezioni. Il Partito Socialdemocratico cecoslovacco fu quello che ricevette più voti (così come i partiti socialdemocratici che facevano capo ai gruppi etnici tedeschi e ungheresi).
Al 5 ottobre del 1920 risale la prima riunione informale di quel gruppo di artisti e poeti di ispirazione socialista Devětsil. Figure di spicco di questo gruppo furono il poeta Jaroslav Seifert e il critico e teorico Karel Teige. Nume tutelare di questo raggruppamento fu la figura di Apollinaire che nel 1920 era stato tradotto da Karel Čapek. Nel confuso clima di rivolta e in quell’appello al rinnovamento dell’arte secondo i principi di un’arte proletaria, il cinema veniva considerato un esempio di arte popolare rivolta alle masse («Traspare da questa religione del nuovo ad ogni costo una buona dose di deliziosa ingenuità»[2] scriveva a proposito Angelo Maria Ripellino). Ma l’astro del gruppo fu proprio Wolker, il quale, dopo la sua prematura scomparsa, fu oggetto di un vero e proprio culto popolare.
La Rivoluzione russa suscitò un aspro dibattito all’interno del Partito Socialdemocratico cecoslovacco, diviso tra un’ala “rivoluzionaria”, che avrebbe voluto importare il modello “sovietico” (nello stesso anno l’Armata Rossa si spinse fino a Varsavia, dove venne respinta il 5 settembre) e un’ala contraria a tale soluzione. L’ala rivoluzionaria convocò un congresso e occupò la sede del Partito e la tipografia. Si finì allo scontro tra le due fazioni e a disordini nelle piazze che sembravano la premessa di moti rivoluzionari. Tuttavia la legalità venne ristabilita (non senza una feroce repressione). I manifestanti vennero arrestati, ma subito dopo amnistiati dal presidente e così nel maggio del 1921 venne fondato il Partito comunista cecoslovacco. Molti dei poeti, degli artisti e degli intellettuali che fecero parte del Devětsil collaborarono con la stampa legata al Partito comunista. Nel suo libro di memorie Jaroslav Seifet racconta di quando il poeta Stanislav Kostka Neuman lo fece entrare nella redazione della casa editrice comunista Orbis: «All’inizio degli anni venti, quando avevo ormai dato l’addio per sempre all’idea che come privatista una volta comunque avrei comunque terminato gli studi ginnasiali e preso la maturità, (..) St. K. Neuman mi chiese con tono un po’ amichevole, ma comunque un po’ brusco, come mi figuravo la mia esistenza nel prossimo futuro. A dire il vero, questa domanda da parte sua mi meravigliò alquanto, ma non mi mise in imbarazzo. Avrei scritto versi. Neuman sorrise, mi poggiò la mano sulla spalla e andammo a berci una birra. Nel giro di una settimana, poi, mi trovò un posto di lavoro nella Casa editrice comunista a Praga.»[3]
Lo stesso Seifert racconta di alcuni suoi viaggi a Brno nei quali conobbe un giovane e timido dipendente di una libreria, František Halas, il quale aveva appena cominciato a scrivere versi e che fu subito accolto nel gruppo del Devětsil.  Intanto, poco dopo la prematura scomparsa di Wolker, in seno al gruppo si manifestarono nuovi fermenti e nuovi interessi. La poesia proletaria non fu più il punto di riferimento per i poeti della compagine praghese. Nel 1924 comparve sulla rivista «Host» lo scritto di Teige che viene considerato il manifesto di quella nuova tendenza che venne definita “poetismo”: «più che un’estetica o una tendenza letteraria, il poetismo voleva essere lo stile e il gusto di un’epoca. Il suo credo, fondato su basi marxistiche, scaturiva da un’ottimistica fiducia nella bellezza del mondo e da un intenso amore di tutte le cose moderne. Proclamando la gioia di vivere e la rivoluzione del riso e dell’allegria, dopo le angosce della guerra che aveva reso tristi gli uomini e desolati, il poetismo si proponeva di fare della vita un “eccentrico carnevale, un’arlecchinata di sentimenti e di rappresentazioni, un ebbro montaggio filmico, un meraviglioso caleidoscopio”».[4] Nel 1924 Vítězslav Nezval, anche lui proveniente dalle fila del Devětsil, pubblicò la raccolta Pantomima, che viene comunemente considerato il manifesto poetico del poetismo. (altro…)

proSabato: Pier Paolo Pasolini, Cos’è questo Golpe? Io so

Io so.
Io so i nomi dei responsabili di quello che viene chiamato “golpe” (e che in realtà è una serie di “golpe” istituitasi a sistema di protezione del potere).
Io so i nomi dei responsabili della strage di Milano del 12 dicembre 1969.
Io so i nomi dei responsabili delle stragi di Brescia e di Bologna dei primi mesi del 1974.
Io so i nomi del “vertice” che ha manovrato, dunque, sia i vecchi fascisti ideatori di “golpe”, sia i neo-fascisti autori materiali delle prime stragi, sia infine, gli “ignoti” autori materiali delle stragi più recenti.
Io so i nomi che hanno gestito le due differenti, anzi, opposte, fasi della tensione: una prima fase anticomunista (Milano 1969) e una seconda fase antifascista (Brescia e Bologna 1974).
Io so i nomi del gruppo di potenti, che, con l’aiuto della Cia (e in second’ordine dei colonnelli greci della mafia), hanno prima creato (del resto miseramente fallendo) una crociata anticomunista, a tamponare il ’68, e in seguito, sempre con l’aiuto e per ispirazione della Cia, si sono ricostituiti una verginità antifascista, a tamponare il disastro del “referendum”.
Io so i nomi di coloro che, tra una Messa e l’altra, hanno dato le disposizioni e assicurato la protezione politica a vecchi generali (per tenere in piedi, di riserva, l’organizzazione di un potenziale colpo di Stato), a giovani neo-fascisti, anzi neo-nazisti (per creare in concreto la tensione anticomunista) e infine criminali comuni, fino a questo momento, e forse per sempre, senza nome (per creare la successiva tensione antifascista). Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro a dei personaggi comici come quel generale della Forestale che operava, alquanto operettisticamente, a Città Ducale (mentre i boschi italiani bruciavano), o a dei personaggi grigi e puramente organizzativi come il generale Miceli.
Io so i nomi delle persone serie e importanti che stanno dietro ai tragici ragazzi che hanno scelto le suicide atrocità fasciste e ai malfattori comuni, siciliani o no, che si sono messi a disposizione, come killer e sicari.
Io so tutti questi nomi e so tutti i fatti (attentati alle istituzioni e stragi) di cui si sono resi colpevoli.
Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. (altro…)

Su “Alla luce della luce” di F. Davoli (di L. Cenacchi)

Davoli_Alla luce della luceFilippo Davoli
Alla luce della Luce

di Luca Cenacchi

 

Sin dalla compagine linguistica Alla luce della luce (1996) di Filippo Davoli si rivela una raccolta compatta ma allo stesso tempo estremamente sfaccettata.
Difatti, quasi in ogni lirica, abbiamo la compresenza di regionalismi che vanno ad affiancare reminiscenze letterarie anche trecentesche[1] senza paura di sconfinare in rari innesti di terminologia teologica e una più vasta azione sul tessuto della parola di stampo latineggiante.[2]
Questo, unito ad alcune reminiscenze della grammatica ermetica, permette di inserire Davoli in una genealogia precisa che vede in Luzi[3] forse l’interlocutore più presente, anche se non sono da adombrare le influenze del Sereni più gnomico.[4]
In perfetta concordanza con alcuni principi della retorica cristiana, Davoli non teme la commistione di generi a livello linguistico. Anche a livello figurativo le liriche sono depositarie di questa compresenza e si registra un moto agogico, come del resto detto già da Morasso nella prefazione all’auto-antologia Poesie (1986-2016), uscita per Transeuropa (2018), che si concretizza come andamento ascendente e trasfigurativo; questo espediente riesce ad aprire il dato reale al mistero:

CARPI

Lo gridano pure le grondaie
a forza tra le chincaglierie
e le fabbriche

                               piazza

che raccogli le piogge
della Liberazione.

Torna al rione, nevica
solo cenere
da quella volta.

Nella seconda strofa si può notare come Davoli utilizzi la metafora come tropo prediletto e riesca a ottenere questa trasfigurazione facendo perno su innesti tematologici di biblica eredità.
Altra formula interessante, che ci porterà a considerare il ritmo particolare utilizzato dall’autore, è il richiamo ad alcune figure classiche della compositio che conferiscono ad alcune liriche una struttura simmetrica; espediente che darebbe al testo quella salmodia propria delle consecutio dei canti gregoriani, o quei poliptoti nelle prose dei clerici medievali. Dico darebbero perché Davoli infrange la progressione altrimenti armoniosa di questa strategia ponendo il termine richiamato a fine verso senza inarcatura.

DUE ZIE

3.

È stata una donna magra
come un macigno, secca come
le battute infelici. Una donna
di pietra come il suo nome
che si sbucciava poco. Soffriva?

La mancanza dell’inarcatura nel secondo verso, istoriato in un chiasmo, figura che viene ripresa poi nel primo emistichio del 4° verso, tende a rompere la contiguità della struttura da cui deriverebbe il ritmo salmodiante, anche a causa del fatto che il verso successivo tende a venire legato al 6° appoggiandosi alla cesura dopo la 5° sede, facendo sì quadrare il verso, ma allo stesso tempo ‘danneggiando’ il flusso logico.
Per questo credo che si possa parlare di una salmodia infranta, se non per tutta, sicuramente per questo frangente della poesia di Davoli. (altro…)

Toti Scialoja, il poeta che va oltre il toporagno (di Gaetano De Virgilio)

toti scialojaHo ascoltato il nome di Toti Scialoja grazie a un bravo libraio in una libreria dell’usato, tanti anni fa.
Toti, il nome di un gatto che non è del tutto un topo. Scialoja, il cognome del commissario in Romanzo Criminale di De Cataldo. Il libraio aveva fatto il nome di questo poeta rispondendo a una mia domanda. Volevo che mi fosse consigliato un poeta che calcasse lo sterrato di un altro poeta che amavo, Carlo Betocchi. Primo libro acquistato Scarse Serpi, un libro Guanda, ne I quaderni della Fenice. Risultò un poeta diametralmente opposto a Betocchi. Due poetiche agli antipodi: l’uno funambolo, l’altro chierichetto; l’uno ballerino di samba, l’altro preciso parcheggiatore abusivo di versi.
Tra le mani, più tardi, mi capitarono I violini del diluvio, ne Lo Specchio, Mondadori, e ancora, solo per caso, e solo per fortuna – perché scorso tra i libri nelle mensole più alte della stanza della mia coinquilina di allora, Claudia – Poesie 1961-1998, ne Gli Elefanti, Garzanti. Leggevo, per la prima volta, di uno Scialoja pittore. Assicuratomi che non fosse il fratello del poeta, spiluccai (troppo tardi) la biografia di Antonio Scialoja che, per prima cosa, in effetti, era stato un pittore espressionista italiano. Due cose, ancora, mi sorpresero: il fatto che in tutte le biografie di Toti Scialoja fosse scritto che Calvino leggeva le poesie di Amato Topino, Bompiani, alla figlia Giovanna di sette anni e la maniera nella quale, in seguito, si parlava di lui: il poeta nonsense, il poeta favoloso che faceva addormentare i bambini, il poeta della fabula notturna, quello di «Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar». Leggendolo, però, ho capito che Toti Scialoja non è (solo) questo. Il poeta Scialoja vorrebbe fare, al contrario, fabula rasa di chi continua ad affibbiargli il titolo di poeta buffo, poeta limerick, poeta a seguito di Edward Lear. (altro…)

A margine delle raccolte di Canaletti e Galloni. Considerazioni

Nel marasma della poesia di questi anni duemila, anni in cui chiunque si sente in diritto di scrivere ma non in dovere di leggere, è inevitabile che rischino di passare in taciuto quelle voci che invece hanno qualcosa da dire, oltre che qualcosa da aggiungere alla poesia. Non è certo questo il caso di Riccardo Canaletti e Gabriele Galloni, fattisi notare subito al loro primo apparire. Se Canaletti è poeta esordiente con la sua prima raccolta La perizia della goccia, pubblicata a dicembre del 2017 (alcune poesie furono anticipate qui su «Poetarum Silva» nel mese di maggio 2017), Galloni si presenta in questo primo quarto di 2018 con la sua seconda prova, In che luce cadranno, silloge uscita lo scorso gennaio, a meno di un anno da Slittamenti.
Non sono il primo a scrivere di loro nella stessa nota, ma penso che questo sia uno dei modi per portare immediatamente all’attenzione del lettore due proposte differenti eppure mosse da un simile afflato poetico: sondare la realtà con un’identità poetica sorprendentemente matura, senza imitare esperienze precedenti, bensì dialogando con esse.

La perizia della goccia di Riccardo Canaletti, classe 1998, è un atto di fede nella poesia, che si condensa nell’immagine-metafora che racchiude il titolo della raccolta: «è una cura continua// la perizia della goccia/ che scivola sul prato.» Fedele anche a una certa vocazione paesaggist(ic)a della poesia umbro-marchigiana che discendendo da Umberto Piersanti attraversa anche l’esperienza di Nicola Bultrini. Tutt’attorno un bagaglio di letture voraci come solo un giovane poeta sa compiere, tanto da mettere insieme in esergo Pascoli e Luzi. Ma non sono certo le poesie più liriche, sentimentali, innamorate di sé se vogliamo, a lasciare una traccia che si fa ferita nel lettore; lo sono le poesie raccolte nella Suite del sisma, poesie nelle quali deflagra una voce drammatica, matura, che affida alla poesia tutta la paura per una tragedia vissuta sulla propria pelle. Ed è un territorio dove più facile è il rischio di cadere nel registro retorico, e di conseguenza scadere nel patetismo più bieco. Riccardo Canaletti dà in queste otto poesie una prova di una padronanza della lingua come solo chi ha maturato e sedimentato il dramma vissuto sa:

camera con vista
la chiamano, i più ironici
di noi. è un’ultilitaria gialla
con i vetri opachi di condensa
e ci dormono in tre almeno.

tutti siamo scivolati tra le pareti
come gocce che perdono dai tubi
e ora siamo raccolti nei bacini
delle auto. Immobili
tremiamo.

Non ci sono orpelli; se possibile, si abbassa pure il registro linguistico verso il colloquiale, all’ironia che si fa sarcasmo («camera con vista/ la chiamano»); eppure siamo sempre in presenza della poesia, assistiti dalla poesia, protetti da essa, perché la poesia è un’ancora che traduce in speranza ciò che l’immobilismo renderebbe solo paura.
Fa da contorno a queste poesie, e in esse si incunea, il corollario di affetti familiari e sociali di un ragazzo che sta scoprendo la sua vita, e attraverso di essa le vite altrui, e sulla vita riflette (emerge qui pure l’anima speculativa del Canaletti studente di filosofia in quel di Bologna). La scoperta degli affetti e dei sentimenti è qui raccontata con sincerità, come pure con la stessa sincerità sono raccontati l’eros e il desiderio così come vengono vissuti da un ragazzo ventenne.

Quasi fosse una litania (caproniana?), le poesie che compongono In che luce cadranno, seconda raccolta di Gabriele Galloni, nato nel 1995, scorrono sul filo teso e fragile delle domande fondamentali della vita senza mai porre una sola domanda diretta, perché i morti «faticano/ a rispondere a tutte le domande// che gli vengono fatte.» Non v’è bisogno, in effetti, di dare risposte vuote. C’è però bisogno di giovani voci che diano nuove immagini attraverso le quali guardare alla realtà. Vita e morte, morte e vita.
E così “i morti” che compaiono in ogni poesia sono i vivi: siamo noi vivi; siamo noi osservati e auscultati senza filtri, a volte in modo brusco, irridente e irriverente. I morti è quel mondo parallelo dal quale giungono continue ambasciate al mondo nostro, porte con “la mano sinistra” come indicato da Anna Maria Curci nella nota pubblicata non molti giorni sono.

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcun serpente.
Senza serpenti o voci tentatrici
tra le fronde degli alberi –
poiché un albero, lì, è solo radici.

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcuna regola.
Nessun frutto inviolabile o cancello
di uscita; ogni mattina
vi razzolano il cane con l’agnello.

Ogni epoca ha le sue voci e le sue lingue. Galloni attinge alla tradizione per tradurre poi nella sua lingua ogni frammento della realtà osservata. E poi, non è compito della parola entrare nel reale, e dal reale passare al mistero di quanto non è più tangibile. Ecco quindi evocati “i morti”, ed evocati in molte possibili sfaccettature, quasi Galloni volesse rendere parzialmente definito ciò che è indefinito, ossia l’infinito.
Quella che pare un’inversione di ruoli tra i morti e i vivi è, in verità, una risposta della poesia al bisogno umano di consolazione («i morti continuano a porsi/ le stesse domande dei vivi:/ rimangono i corsi e i ricorsi/ del vivere identici sulle/ due rive. In che luce cadranno/ tornati alle cellule»). E i morti sanno consolare e consigliare da sempre, sin da quando i poeti hanno cominciato a varcare la soglia dell’aldilà. Ma per avvicinarci di più ai nostri giorni, sarà sufficiente nominare nuovamente Caproni, o Sereni, o Amelia Rosselli (come pare autorizzare la coppia di sostantivi “lapsus/inciampi” presente nella poesia che apre la raccolta). Perché il Novecento è stato anche un secolo di poesia che ha cercato di mantenere vivo, nonché ridefinire, quella dimensione altra che è l’aldilà, come indicato da Sereni: «I morti non è quel che di giorno/ in giorno va sprecato, ma quelle/ toppe d’inesistenza, calce e cenere/ pronte a farsi movimento e luce./ → Non/ dubitare, […]/ parleranno» (La spiaggia, vv. 9-14).

© Fabio Michieli

‘Un nido di candide piume’ di Chiara Pini (rec. di Patrizia Grassetto)

Chiara Pini, Un nido di candide piume, l’Erudita, 2018, pp. 143

Questo romanzo breve è uno scrigno di sentimento, di storia, di personaggi importanti, di originalità, di fantasia, alla ricerca dell’anima delle persone.
L’autrice Chiara Pini dichiara di aver tratto spunto dalle lettere fra Alessandro (Manzoni) ed Henriette (Blondel), oltre che da uno studio approfondito di molte fonti bibliografiche che sta proseguendo da diversi anni. Si avverte, infatti, nelle righe del testo, una profonda conoscenza del periodo storico di riferimento.

Un nido di candide piume narra il Manzoni colto nel momento di ispirazione che lo porterà a scrivere l’ODE a Napoleone. Purtuttavia Pini non indica affatto nel titolo questo particolare, bensì riporta quello che poi scopriremo essere un dolce ricordo pregno di affetto, tramandato di madre in figlia.Già lì, quindi, e poi nella narrazione, si avverte una presenza femminile molto forte, che lascia il segno di sé. La presenza della madre di Alessandro e della moglie circonda il racconto e, dunque, Manzoni stesso, ma non incombe; anzi, è fonte di sentimento, di dolcezza, di una maternità sentita, e le due figure femminili sono sostegno per dare forza allo scrittore.

Nel racconto si attorcigliano i fili della vita quotidiana semplice e ordinata, i fili degli affetti irrinunciabili, i fili dell’ispirazione poetica del grande Manzoni, con una scrittura fluida che accompagna dolcemente il lettore portandolo ora a contatto con la storia, ora con i sentimenti, ora con l’estro creativo.
Di fronte ad un’opera importante, quasi un mausoleo, qual è l’ODE Il cinque maggio, l’autrice non solo coglie la capacità artistica del poeta e il suo sentire profondo ma, nel contempo, riesce a fare emergere la sensibilità dei suoi ricordi e dei suoi sentimenti. (altro…)

Dante e l’Olocausto: sul perché Adorno aveva torto

In questi giorni di memoria non solo occasionale ma davvero commossa e trepida (anche per eventi recenti che paiono sgorgati proprio da quel passato), mi è capitato di ripensare per contrasto alla celebre sentenza di Adorno, per il quale scrivere poesia dopo Auschwitz era “un atto di barbarie”, e al limite “impossibile” (Critica della cultura e società, 1949). Uomini e opere, a proposito e a prescindere da Auschwitz, hanno già del tutto smentito questa idea, che lo stesso Adorno in parte ritrattò. Se quindi riprendo una questione abbondantemente dibattuta, e in fin dei conti chiusa (scrivere dopo Auschwitz non solo è possibile e lecito, ma necessario), lo faccio per tentare ancora una volta di capire in che modo il linguaggio si è organizzato attorno a quell’indicibile che è stato l’Olocausto, riuscendo a simbolizzarlo e in qualche modo umanizzarlo. Quel grande poeta del trauma che fu Paul Celan, che con Adorno intrattenne un lungo carteggio, replicò con i suoi versi alla supposta impossibilità della scrittura, trovando proprio in questi una ragione di sopravvivenza (si uccise poi a cinquant’anni, e lì Adorno dovette correggersi: non la poesia è vietata dopo Auschwitz, ma la serenità). La provocazione del filosofo, per quanto coinvolta e dolorosa, rimase insomma una provocazione, con la quale però vale la pena di confrontarsi ancora. C’è infatti qualcos’altro che si accompagna al valore di testimonianza e resistenza della letteratura contro l’orrore, un’evidenza emotiva raramente esplicitata perché in fondo percepita come incongrua e fuori luogo, e cioè il piacere che perfino quei testi possono dare e danno a noi lettori, un godimento connaturato a quella stessa tremenda e nuova consapevolezza. D’altra parte fu già detto tanti secoli fa: “[a]nche di ciò che ci dà pena vedere nella realtà godiamo a contemplare la perfetta riproduzione, come le immagini delle belve più odiose e dei cadaveri. La causa, anche di ciò, è che imparare è un grandissimo piacere non solo per i filosofi ma anche per tutti gli altri” (Aristotele, Poetica, Laterza 2006, trad. di G. Paduano, p. 7). Va da sé che Aristotele non poteva prevedere l’Olocausto, e che un cadavere astratto non vale Auschwitz, così come i morti di tutte le guerre della Storia non pesano sulla nostra coscienza e sul nostro immaginario come i morti nei campi di concentramento. In Auschwitz c’è qualcosa di più, qualcosa che va oltre. E tuttavia quel piacere conoscitivo lo sentiamo anche per la poesia nata dai lager, e senz’altro per la poesia di Celan, proviene infatti “dal senso euforico che deriva dal provare a dare un senso anche all’orrore, a penetrarlo e articolarlo, non cedendogli l’ultima parola” (S. Brugnolo, “Introduzione”, in La scrittura e il mondo. Teorie letterarie del Novecento, Carocci 2016, p. 47). Detto in questi termini, si capisce che il piacere in questione non ha niente di amorale e cinico, arriva bensì dal profondo, da una rivelazione sofferta del mondo e dell’umano.

Anche per il grande libro di Primo Levi, Se questo è un uomo, non possiamo separare la testimonianza penosa dal capolavoro. Non sbagliava quindi Calvino a ravvisare nell’opera “pagine di autentica potenza narrativa”, evidenziandone così fin da subito gli aspetti letterari e piacevoli. C’è quasi un capitolo intero dedicato a Dante, o meglio alla fatica che il narratore fa per ricordare il canto di Ulisse e recitarlo durante la corvée per il rancio a Jean, studente alsaziano del Kommando Chimico. Di rima in rima, aiutandosi con il francese, percependo come nuove le curve della sintassi dantesca (“…«misi me» non è «je me mis», è molto più forte e più audace, è un vincolo infranto…”, Einaudi 2014, p. 110), arriva quindi fino in fondo al canto, mentre intorno già si annuncia la zuppa del giorno: a quel mare “sopra noi rinchiuso”, che suona come un rispecchiamento abissale dell’intera storia. Pochi giorni fa un amico e collega scriveva su Facebook proprio di questo accanimento nel ricordare versi quando si è circondati dalla morte e dalla follia del lager, cogliendo credo in pieno la posta in gioco: “[p]erché parlare dell’Ulisse di Dante ad Auschwitz è forse uno dei gesti di resistenza all’assurdo più belli che io abbia mai letto, un gesto di permanenza dell’umano nell’inumano” (Gianluca Crisci, post del 27/01/2018). Questo di fatto fa Levi anche col suo libro, chiamando Dante a garante dell’impresa: parlare dell’orrore con i mezzi della poesia, impedendo quindi all’inumano di avere l’ultima parola. La scelta di Dante come riferimento sembra quasi obbligata: due inferni a confronto, uno letterario e l’altro storico, uno divino e l’altro umano, entrambi caratterizzati da un ordine implacabile. Quello dei tedeschi però, in assenza di teologia e di colpe da scontare, aggiunge alla disumanità i tratti di un’“assurda precisione” (p. 8), una burocrazia che procede spietatamente per inerzia. Levi sottolinea d’altronde, sul finire dell’opera e a campo ormai evacuato per l’arrivo dei russi, l’obbedienza ostinata e ottusa da parte dei nazisti rimasti a regole e ruoli prestabiliti: “[v]erso mezzogiorno un maresciallo delle SS fece il giro delle baracche. Nominò in ognuna un capo-baracca scegliendolo fra i non-ebrei rimasti, e dispose che fosse immediatamente fatto un elenco dei malati, distinti in ebrei e non-ebrei. La cosa pareva chiara. Nessuno si stupì che i tedeschi conservassero fino all’ultimo il loro amore nazionale per le classificazioni” (p. 153). All’altro capo del libro, appena arrivati ad Auschwitz, i prigionieri percepiscono invece l’eternità mostruosa del lager, la circolarità senza tempo di ogni dannazione: “[o]ggi, ai nostri giorni, l’inferno deve essere così, una camera grande e vuota, e noi stanchi stare in piedi, e c’è un rubinetto che gocciola e l’acqua non si può bere, e noi aspettiamo qualcosa di certamente terribile e non succede niente e continua a non succedere niente” (p. 14); “il futuro ci stava davanti grigio e inarticolato, come una barriera invincibile. Per noi, la storia si era fermata” (p. 114). Ma l’inferno della Commedia è molto più di una suggestione generalizzata, guida la scrittura di Levi e compare letteralmente anche al di fuori del capitolo sull’Ulisse: lo stesso titolo dell’opera è in fondo la deriva tragica del fatti non foste. Alla vigilia della deportazione il destino di tutti, compresi i bambini, ci viene detto in una chiusura di periodo che ha tutta la terribilità delle ellissi dantesche: “[i]l commissario italiano dispose dunque che tutti i servizi continuassero a funzionare fino all’annunzio definitivo; la cucina rimase perciò in efficienza, le corvées di pulizia lavorarono come di consueto, e perfino i maestri e i professori della piccola scuola tennero lezione a sera, come ogni giorno. Ma ai bambini quella sera non fu assegnato compito” (p. 7, corsivo mio). Per spiegare la legge del campo, dove tutto è proibito, vengono poi citati altri due versi (“Qui non ha luogo il Santo Volto,/ qui si nuota altrimenti che nel Serchio!”), urlati nel poema da un diavolo beffardo a proposito della pece bollente in cui sono immersi i barattieri. Conosciamo a quel punto la truppa di diavoli guidati da Malacoda, i loro modi scomposti fino al peto di Barbariccia, la zuffa tra Alichino e Calcabrina che finiscono per invischiarsi nella stessa pece dei dannati. Così quando il narratore paragona a questi maldestri sgherri infernali il suo odiato Kapo (“Alex vola gli scalini: ha le scarpe di cuoio perché non è ebreo, è leggero sui piedi come i diavoli di Malebolge”, p. 104), possiamo forse immaginare in lui una segreta e perfino divertita rivalsa.

Questo è dunque Dante dentro il lager, la poesia venuta di fatto in soccorso, non inutilmente. Poi negli anni Levi replicò all’esagerazione di Adorno con l’esagerazione opposta, sostenendo che dopo Auschwitz non si potesse fare più poesia se non su Auschwitz stesso. Di certo la letteratura ha continuato a esistere, talvolta parlando di quello, ed è stato bene così. Casomai per Levi qualcos’altro doveva forse andare in crisi, ma è un’altra complicatissima storia (“Oggi io penso che, se non altro per il fatto che un Auschwitz è esistito, nessuno dovrebbe ai nostri giorni parlare di Provvidenza”, p. 155). Sul valore della parola rispetto all’orrore, invece, dice meglio di tutti Steinlauf, amico del narratore, suo compagno di prigionia, che si ostina a lavarsi in qualche modo e lo rimprovera di non fare altrettanto. Il raccontarsi e il lavarsi diventano quasi la stessa cosa, un continuo ricondurre l’uomo alla propria umanità. Potrebbe sembrare in altri contesti un paragone un po’ svilente per la scrittura, qui ne costituisce il più formidabile degli elogi: “appunto perché il Lager è una gran macchina per ridurci a bestie, noi bestie non dobbiamo diventare; che anche in questo luogo si può sopravvivere, e perciò si deve voler sopravvivere, per raccontare, per portare testimonianza […] Dobbiamo quindi, certamente, lavarci la faccia senza sapone, nell’acqua sporca, e asciugarci nella giacca” (p. 33).

© Andrea Accardi

 

 

L’Italia di Gramsci: dal Rinascimento al Cesarismo

L’Italia di Gramsci: dal Rinascimento al Cesarismo

Nel volume dei Quaderni denominato Risorgimento, in continuità col De Sanctis, Gramsci chiarisce che il Rinascimento “disfece l’Italia e la condusse serva dello straniero”.  Al suo interno vi erano spinte progressive e regressive, ma queste ultime ebbero la meglio, mentre le prime proseguirono nell’Europa degli stati nazionali.
Bisognerà attendere il corso del ‘700, l’indebolimento papale, la rivoluzione francese, per riallacciare l’Italia alla storia d’Europa. È una soluzione nobile, coraggiosa, basata sui valori di indipendenza e unità, tuttavia spesso mossa da eccessiva astrattezza e comunque basata sul volontarismo più che sulla mobilitazione nazionale-popolare. Infatti, per Gramsci l’assenza del coinvolgimento delle masse rende il volontarismo uno strumento pericoloso, dagli sbocchi incerti. Il volontarismo è un “surrogato dell’intervento popolare”, (…) ma per costruire storia duratura non bastano i migliori, occorrono le più vaste e numerose energie nazionali-popolari”.
Ciò che il sardo auspica per l’Italia è il passaggio a un cosmopolitismo di stampo moderno, dove la nazione non serva ad appropriarsi dei frutti del lavoro altrui, a dominare gli altri, bensì a “esistere e svilupparsi”. Quello che tuttavia accade dopo Cavour è che la borghesia capitalistica e i latifondisti trovano in Crispi e Giolitti degli esecutori: “il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud”, dirà Gramsci in un celebre passaggio dei Quaderni, “e il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale”.

In Note su Machiavelli poi, si fa strada la convinzione che, grazie al partito politico, le masse di contadini hanno l’occasione di entrare nella storia, è attraverso questo “moderno principe”, propugnatore della riforma intellettuale e morale, che si potrà sviluppare una forma “superiore e totale di civiltà moderna”. Questo passa per un cambiamento dei rapporti economici all’interno della società, e allo stesso tempo occorrerà acquisire quello spirito di partito in grado di ridimensionare l’individualismo in politica, affinché l’eliminazione delle classi comporti la stessa scomparsa dei partiti.
Certo, ricorda Gramsci, “in realtà è più facile formare un esercito che formare dei capitani”, e i partiti possono svolgere funzione progressiva, attraverso meccanismi democratici, ma anche arroccarsi in funzione burocraticamente centralizzata, così come la burocrazia statale può cristallizzarsi in casta e fomentare corruzione e dissoluzione morale: a quel punto però “il suo nome di partito politico è una pura metafora mitologica”. (altro…)