poesia italiana contemporanea

Federica Giordano – Inediti

Gli uomini straordinari

 

Hanno petto mancino
e per casa il mondo.
Sanno riconoscersi e si nascondono
nel pelo della terra,
dove minuscoli coltivano
enormi cose.
Credono nel suono e nel ventre.
Attorno a loro c’è profumo
e si crede alla magia dell’occhio.
Sono di oggi e di ieri.
Il passato gli è presente.
Rinascono con altri nomi

 *

Se si sta in silenzio
si può sentire il suono perenne
della carne degli uomini,
come una sirena nascosta nel contesto,
flusso continuo perché per uno che muore
un altro nasce e nulla cambia.
Lui ha sorgente che non ci guarda
e resta identico come un muto nelle orecchie.
Forse solo questo conosceremo dopo la morte:
quell’unico indecente suono.

 

 *

Il corpo squassato per farti nascere
mi ha reso ancor più mortale.
La paura ha esteso il suo dominio:
è il bosco di Friburgo, la sua cinta buia.
Oppure la montagna dove mio padre ha liberato
dall’urna le ceneri calde di suo padre.
Sono più mortale mentre ho il seno gonfio,
ma temo la grinza che non c’era e che già mi allontana da te.

 

 

 *

La parola perfetta è
il canto del gallo
a dire che il giorno
è il torso della mela che non mangiammo.
La voce lancinante che proviene dagli ovili
solo i morti la intendono.

 

 

Notizia biografica

Federica Giordano è nata a Napoli nel 1989. Si laurea con 110 e lode in Lingue e culture moderne con una tesi in traduzione letteraria dal tedesco dal titolo “Traduzione e traducibilità della poesia. Porcellana di Durs Grünbein”.
Nel 2008 pubblica la raccolta poetica Nomadismi. Nel 2009 è autrice del testo in musica Favola di Mezzanotte, musicato dal compositore G. Mancusi. Nel 2011 pubblica La parte che ti ho affidato, Boopen Led Edizioni. Sue poesie vengono pubblicate su riviste specialistiche. Partecipa a reading poetici e rassegne letterarie come Il festival della Letteratura di Narni e Una piazza per la poesia di Napoli. Si occupa di critica letteraria per varie riviste tra cui “ Nuovi Argomenti” e “Poesia” di Crocetti. Da segnalare il suo servizio sulla raccolta “Porcellana – Poema sulla distruzione della mia città” di Durs Grünbein, pubblicato nel numero di Febbraio 2013 della rivista “Poesia”. Nel 2014 partecipa come autrice e come traduttrice al progetto antologico “Ifigenia siamo noi”, edito da Scuderi Edizioni.
Cura la sottotitolazione italiana di due lungometraggi di Cynthia Baett “Cycling the frame” e “The invisible frame” presentati nell´ambito delle rassegne culturali del Goethe Institut di Napoli. Un’ampia selezione di testi inediti viene pubblicata sulla rivista Poesia, numero di novembre 2016.
Nel 2016 pubblica “Utopia Fuggiasca” con l’editore milanese Marco Saya. Il libro è stato presentato nell’ambito della Fiera del Libro di Roma “Più libri più liberi” ed è stato premiato a Mosca, vincitore della sezione “Tonino Guerra” nell’ambito del Premio italo-russo Bella Achamadulina 2017.

Notturni DiVERSI 2017. Tredicesima edizione

notturni di versi piccolo festival della poesia e delle arti notturne n.13
“COME COSTA CARO FAR POESIA!”? Dino Campana e Sibilla Aleramo

Sabato 24/06 ore 18.30
UN VIAGGIO CHIAMATO AMORE Anteprima notturni di versi 2017
con il gruppo estemporaneo di attori Rotolacampo – regia Max Bazzana
Galleria d’Arte PAB Portogruaro

Mercoledì 28/06 ore 21.00
TELEPATIA di Gianmario Villalta
presentazione libro a cura di Francesco Tomada
Giardino Palazzo Altan Venanzio Portogruaro

Venerdì 30/06 ore 21.00
BINOMI
con Veronika Dintinjana e Alessandro Pancotti a cura di Guido Cupani
Vivai Bejaflor Portogruaro

Venerdì 30/06 ore 22.00
DIGITAL BROTHERS
performance musicale con Mauro Bon e Roberto Duse
Vivai Bejaflor Portogruaro

Sabato 01/07 ore 21.00
LETTERE DAL MONDO OFFESO di Christian Tito e Luigi Di Ruscio
presentazione libro a cura di Francesco Tomada
Chiesa Santa Cristina Gorgo di Fossalta di Portogruaro

Sabato 01/07 ore 21.30
Giancarlo Lombardi
performance musicale
Chiesa Santa Cristina Gorgo di Fossalta di Portogruaro

Mercoledì 05/07ore 21.00
“COME COSTA CARO FAR POESIA!”? inaugurazione esposizione di Ennio Malisan e CipArt
a cura di Renzo Cevro-Vukovic
Galleria d’Arte PAB Portogruaro (altro…)

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

opera in mostra all’Accademia delle Belle Arti di Venezia. Foto GianniMontieri

Paola Turroni, Nel volto delle bestie (poesie inedite)

O animal grazioso e benigno
che visitando vai per l’aere perso

noi che tignemmo il mondo di sanguigno
DANTE, V canto dell’inferno (Francesca da Rimini)

*

 

Hai mandato a gambe all’aria il fatto
si è aperto la strada e lo sterno
si è spaccato
in due perfette metà
in due barche di gloria
e l’urlo della bestia è salito fin sopra il monte
ha stroncato l’attesa ha rifatto la strada
ha fatto gli odori sul fuoco
ha pianto
ha insinuato
ha fatto l’eco alle stelle spente
il mio urlo tutto.

*

Stanno qui le belve, qui intorno – leccarsi la ferita
levare il sangue, leccare
nella giusta direzione
governare la formazione della crosta.
Bisogna che si sappia il male
lo si lecchi come lupi
lo si tenga a margine – come quella volta
che una benda era bastata a rimediare
cucciolo di lupo senza tana. Glielo dicevi, come sulla soglia,
mentre il pianto risaliva la corrente
che penetri in profondo – e non si veda
quell’urlo bieco che t’impala
quella bava
quel ventre aperto sulla riva.
Perché hai già saputo farlo, dopo il viaggio
dopo tutte le parole, dopo i pesci e le zanzare
morire, leccare.

*

Gli animali aspettano la sera
in compagnia del branco, stanno
coi segreti come sassi tra di loro
e alberi, i segreti che fanno
il loro fiuto. Sapersi immortali nei fatti
notti che nemmeno fumare bastava
nemmeno la voglia
quel margine in cui si metteva la schiena
si cuciva a mano la leggenda
con la spada ben puntata sulla testa
e nessuno che provasse a farla franca
insieme dritti verso il nulla.

*

La caverna delle labbra
quella volta che il sapore era di fumo
quella volta che di vino si spegneva –
erano linci alla messa della sera
zampe tese sul letto, in agguato
un pasto consumato in tutta fretta –
briciole che ancora segnano le strade
denti rosi dalla carne, crudi
eravamo ogni sera
crude braccia e poca luce
Non sappiamo più come facevamo il vento
quando c’era caldo e sete
e le linci ci battevano la vena –
il nome scarlatto inciso sulla nuca
e il destino di tutti piantato nella schiena.

*

Ci si assume il peso delle bestie
una volta fuori nella nebbia
scendere le scale della metro come un infero
saputo – quando leccavamo il pelo al riparo dei lampioni
le iene si accucciavano sfinite nei portoni.
Di quando i patti eran siglati
con il fiato, ad oggi restano bocconi
secchi e luci, sotto l’ala grande del dolore.
Ci si salva ritornando, un treno dopo l’altro
un morso al cuore e ci si fa coraggio
che tutto resta accanto e sotto –
come una traccia dello sguardo
che quando torni e accendi gli occhi
il buio è pesto, ma riconosci il salto.

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“Dal greco” di Irene Santori (di P. Cagni)

santoriSu una poesia di Hotel Dieu di Irene Santori: Dal greco

di Pietro Cagni

.

Attraverso

Ogni poesia ci costringe a navigare a vista. Apparentemente, senza punti di riferimento. Così impariamo che sempre dobbiamo essere contemporanei al testo – noi ad esso –. Questa chiamata non possiamo disinnescarla con nessuna pagina di critica. Se saremo fedeli a questo compito, scopriremo che le poesie sono in grado di sostenere un rapporto presente con noi, quell’affondo faticoso di senso e di bellezza che chiederemo loro.
Ogni nuova raccolta è la propria storia, vive di una forma inedita, incarna l’esito della sfida percorsa: l’attraversamento della tradizione, cioè il suo recupero e il suo superamento. A ogni passo, le poesie rivivono tutto il passato, per superarlo. È una medesima contemporaneità, plurale, contraddittoria, discorde, a legare tra loro gli occhi e le mani di chi ha scritto e di chi legge. Molte voci ignorano questa scommessa e scivolano senza troppe preoccupazioni nell’informale; altre recuperano strutture antiche, intatte, eburnee, rendendo lode al proprio sacro, terso, lavorìo poetico. Ma la poesia oggi ci chiede il lavoro del grande pittore bolognese Lorenzo Puglisi: attraverso Caravaggio, alle costole di Francis Bacon, per attaccarsi alla sua gola profumata e fare un passo in avanti, nel nitore che viene dal buio. Così, a volte, i poeti.
Si diceva di una navigazione: spegnere i motori, affidarsi al vento. Impone dei limiti: non sarà possibile illustrare “la poesia di Irene Santori, poetessa romana” e nemmeno “la poesia della sua ultima raccolta, Hotel Dieu”. Troppo vasto l’orizzonte e troppo brucianti i versi. Potremo, però, fermarci una volta, leggere e sgranare un testo, affrontando almeno una volta la sfida a cui siamo chiamati sempre.

 

Irene Santori, Dal greco. Il verso, le strofe

La poesia Dal greco si oppone con forza alla parafrasi. Questi versi disinnescano, raffreddano, anestetizzano i nostri tentativi di lettura. Il commento è respinto fortemente, e siamo immessi in una danza. Dunque qual è la misura del verso della Santori? Da cosa è governato, che cosa gli dà forma? Sembra che questa danza sia impossibile, e che l’autrice non conosca “lo fren de l’arte”. Eppure, la stessa poetessa poneva in esergo al libro una formula di Arturo Martini: «ogni frammento è scultura». Ma ogni verso qui sembra irrelato, una tessera dispersa e straniante: troviamo un verso (il più ampio, mi pare) di 17 sillabe e uno costituito da una sola sillaba. Inoltre le sette unità strofiche in cui la poesia è divisa sono assai ineguali: alcune sono molto ampie – la prima è la più lunga (di 37 versi) – mente altre sono più brevi  – la seconda strofa è di soli tre versi, e tre versi per di più molto esili -.  Ma non vige un assoluto arbitrio, il non-senso, forza disgregante e centrifuga. Perché a ben vedere le strofe (che sono, sì, di diversa lunghezza) non sono disposte casualmente e danno vita a una precisa alternanza: strofe “più pesanti” e strofe “più leggere” si alternano, e questo è certamente significativo. Si potrebbe riconoscere un suggestivo richiamo a passi di danza, larghi e stretti. Ma occorre proseguire, per mettere a fuoco la versificazione qui operante: a scandire il movimento apparentemente scomposto e arbitrario dei versi appaiono qua e là dei nitidi endecasillabi: «le ginocchia sbucciate sotto il mento», «riapro gli occhi sul palmo della mano», «bruciate vive dai fidanzatini», «piuttosto fondare le città d’arte», «bambina mia, dentino, acquasantiera», «sulla rotta dei suoni ritorno a te». Questi endecasillabi hanno, a mio avviso, due precise funzioni: una “funzione strutturante” che fornisce una misura di riferimento da cui ci si diparte per somma o sottrazione, e una “funzione distensiva” che allenta la tensione, facendo trovare un ritmo limpido, più quieto, per riprendere fiato. Sono frequentissimi, inoltre, intensi legami fonici, sia all’interno del singolo verso che tra versi contigui (non si contano le assonanze, le allitterazioni, e si trovano anche intere parole in anafora). (altro…)

Luciano Benini Sforza, La matita e il mare

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Luciano Benini Sforza, La matita e il mare, L’arcolaio, 2016; € 12,00

L’endiadi del titolo racchiude tutta la poesia di Luciano Benini Sforza: la racchiude nel gesto delicato di chi disegna a matita, e la comprende nella vastità del mare dove da sempre si rivolgono gli occhi del poeta; semplificando al massimo, potrei dire che il titolo andrebbe letto “la poesia del mio paesaggio”, dove “la matita” indica la poesia e “il mare” tutto il pae­saggio abbracciato nello sguardo di una vita dal poeta. Come un ritrattista lungo il litorale, Benini Sforza coglie i segni e li sfuma, in giochi d’ombre e chiaroscuri dovuti alla costante presenza della luce, nella vasta tela della vita che è compresa nel mare, nell’acqua, che è il corpo di ogni cosa perché ogni corpo si fa mare, o onda, o flutto, o goccia. È forse anche la dimensione liquida della società, della modernità, secondo la felice definizione di Bauman. È soprattutto un ritorno agli elementi primor­diali, originali, ancestrali, essenziali; è un ritorno alle proprie origini attraverso la poesia, una poesia delle origini (ma siamo sicuri che la poesia di Benini Sforza se ne fosse allonta­nato?):

Questa poesia, sai, torna all’origine,
ai primi messaggi, alle confidenze,
alla stanza con i respiri sovrapposti.
Torna ai codici diversi di sentire dentro i giorni
il viaggio del corpo e delle mani.
La nostra poesia ha sbagliato la partenza.
L’essenziale, mi dico ora.
Il biglietto
stretto dell’appartenerci. (p. 35)

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‘Immagini pedagogiche’ nell’opera di Silvia Salvagnini e Vivian Maier

Credit Vivian Maier courtesy of the Maloof Collection

Silvia Salvagnini e Vivian Maier: ‘immagini pedagogiche’ dell’infanzia fra poesia e fotografia
© Alessandra Trevisan

Oggi desidero proporre l’inizio di un discorso-percorso critico fatto di comparazioni “coraggiose” tra due artiste molto distanti tra loro culturalmente, geograficamente, dal punto di vista generazionale e artistico proprio, entrambe in grado tuttavia d’imprimere quella che si potrebbe definire ‘una peculiare “verità” pedagogico-artistica contemporanea’. Non è la prima volta che su questo blog si tenta un raffronto tra due o più voci che apparentemente non hanno nulla in comune, non per legittimare un punto di vista ma per aprire al nuovo, spostando lo sguardo e/o la messa a fuoco. Desidero tuttavia partire da un dato: Vivian Maier è tra le fotografe che Silvia Salvagnini ama; questa realtà è un’intuizione che, nel 2014, ha dato inizio ad un percorso nelle parole dell’autrice che oggi prosegue con tenacia.
Propongo di considerare ora alcune parole-chiave da tenere a mente per leggere le rispettive opere e in particolare il tema della “pedagogia”; esse sono ‘immagine/i’ (che, etimologicamente, contiene la parola “idea”), ‘infanzia’, ‘bambine’, ‘osservazione’ e ‘conoscenza’.

Vivian Maier (1926-2009), street photographer statunitense scoperta postuma, per tutta la sua vita ha lavorato come bambinaia coltivando privatamente la propria arte, al di fuori di movimenti artistici e di circuiti commerciali. Tra le immagini del suo vasto archivio curato da John Maloof ne ho selezionate alcune che raffigurano l’infanzia e che vediamo nel video caricato all’interno di questo post; l’interesse si è rivolto alle bambine, ed è declinato come segue: si va dal ritratto singolo o collettivo, di fronte o di spalle di bambine anche colte nell’atto del gioco con coetanei. Vi sono bambine sole e accompagnate da adulti, spesso le madri o altre donne; di diversa estrazione sociale, dai quartieri alti ai sobborghi; bambine bianche e afroamericane; vi sono inoltre foto di manichini per abiti da bambine e bambole finite nella spazzatura, queste ultime “ricordo del gioco”, un “residuo o resto” – raramente Maier ha fotografato oggetti ma, talvolta, l’ha fatto, e sono vecchie reti, sedie rotte, etc. Siamo nello stesso “campo semantico”, dunque.
Nella prima fotografia siamo di fronte ad un autoritratto – caratteristica di Maier –, in un gioco di specchi e di volti, tra generazioni ma anche tra pedagogo (etimologicamente “colui che conduce” anche verso la/nella realtà) e infante, tra adulte e bambina, gioco che incide dal punto di vista dello sguardo così come della tecnica e della visione, della ‘composizione’, ossia del “fare uno” vero anche per Salvagnini (di questo ho trattato qui).

Maier sta conoscendo una fortuna critica notevole e un richiamo mediatico internazionale anche grazie all’uscita, nel 2014, del documentario Finding Vivian Maier. È comunque importante evidenziare aspetti plurimi di lettura della sua opera che riguardino i materiali che vi sto proponendo e il tema della “pedagogia”. Per ciò che concerne i soggetti – che ho parzialmente descritto – è Jeremy Biles nel catalogo Vivian Maier, Photographer a fornire puntuali indicazioni già nel 2011, parlando di «remarkable feel for composition». Inez de Coo in un saggio del 2016 dal titolo The Myth of Vivian Maier si pone il problema della selezione dei soggetti fotografici indicando la ‘disponibilità dei bambini’ legata esclusivamente alla professione di ogni giorno della fotografa. Ritengo però vi sia di più di questo; nel volume per Contrasto del 2015 Vivian Maier. Una fotografa ritrovata saggisti diversi indicano tre aspetti cruciali utili al nostro discorso: Marvin Heiferman parla di «desiderio di assorbire tutto ciò che c’è da vedere nel mondo» attraverso la sua macchina Rolleiflex; John Szarkowski parla di una fotografia che necessita di «non riformare la vita ma conoscerla» dal punto di vista sociale; dal contatto con il mondo, attraverso video e audio (facenti parte dell’archivio) sempre Heiferman suggerisce − citando Kazin − che Maier stava «cercando la sua voce».

Secondo una mia lettura personale dell’opera questi aspetti si direbbero “estensibili” e procederebbero verso diverse direzioni. Nelle fotografie legate al mondo dell’infanzia compaiono parimenti bambini e bambine ma, essendo lei una fotografa donna, si ha come l’impressione che prediliga il mondo femminile catturato nei dettagli e in quelli che sono i «condizionamenti culturali» di un’epoca, come li ha definiti Elena Gianini Belotti nel suo celebre saggio Dalla parte delle bambine, la cui prima edizione esce nel 1973 per Feltrinelli in Italia (nel 1975 nel Regno Unito): dall’abbigliamento alle costrizioni sociali, anche nell’atto del gioco, con ruoli definiti, tipici, che la pellicola imprime, testimonia.

Più complessivamente e complicando i rimandi, è John Berger a fornirci il “motivo pedagogico” che la fotografia di Maier porta ‘in sé’: da Ways of seeing del 1972 «Seeing comes before words. The child looks and recognizes before it can speak.» Maier è consapevole del fatto che la scelta dei suoi soggetti non possa essere né ovvia né scontata, perché durante l’infanzia ‘guardare o meglio “osservare” è conoscere’.

Tenendo a mente queste caratteristiche peculiari volgerei lo sguardo verso Silvia Salvagnini, al suo mondo di immagini e disegni, trame e molteplici messaggi pedagogici, che spinge oltre la definizione di Berger. Il parallelo condiviso con la stessa autrice considera determinanti alcuni testi che tracciano un itinerario significante dal punto di vista dello stile, del linguaggio e dei temi: L’orlo del vestito. Storie di bambine contro le chiacchiere cittadine (Sartoria Utopia 2016, già citato) è un libro in cui visivo e poetico sono speculari come in molti testi dell’autrice: da un lato i collage dei vestiti fatti da brandelli di spartiti di musica classica ritagliati, spezzettati, piegati a fisarmonica, integrati al tratteggio complessivo del disegno; dall’altro le storie delle bambine protagoniste, narrate in pochi versi. Forte è l’utilizzo della rima cantilenante un po’ fiabesca e dell’anafora; i verbi (come la Neoavanguardia suggeriva) sono significanti poiché in movimento: mutano l’esito linguistico della poesia. I corpi delle bambine sono al centro del discorso e del disegno. Dal punto di vista della composizione sono la derivazione e l’anastrofe le figure retoriche più utilizzate capaci di incidere sul piano semantico e sintattico, tipiche del linguaggio tutto di Salvagnini. Scrivevo nel 2014 sempre sul nostro blog che: «Le bambine che si ribellano alle chiacchiere cittadine (agli stereotipi anche) lo fanno con tutto ciò che hanno a disposizione, anche la scomparsa del corpo e lo strumento-parola. Salvagnini, attraverso l’incrocio di linguaggi artistici diversi coniugati tra loro alla perfezione, concorre alla restituzione di un significato: la sua è una ribellione di forma e sostanza assieme che fa stile.» Eccone un estratto:

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Recensioni ibride #2: #LaStanzaProfonda di #VanniSantoni

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Recensione ibrida a La stanza profonda di Vanni Santoni (Laterza)

di Ilaria Grasso

Molti hanno scritto de La stanza profonda di Vanni Santoni con le più varie chiavi di lettura e interpretazioni. Chi mi ha preceduto ha parlato dei giochi di ruolo, di controculture, della forma ibrida del romanzo ma nessuno ancora ha parlato della copertina del libro e del personaggio di Leia.
L’artista che ha illustrato la copertina si chiama Luca Maleonte. Il writer romano, classe ’83, adotta, per sua stessa ammissione, come simbolo, l’icosaedro che è anche la forma del dado di Dungeons and Dragons, un gioco di ruolo, oggetto dell’indagine del libro. L’originalità delle opere di Luca Maleonte sta nel fatto di riuscire a far coesistere moderno e antico. Troviamo infatti, nei suoi murales, richiami ai disegni medioevali, tratti dalla catalogazione di piante o animali, o rimandi alla scultura classica, statue ad esempio.
Pure nella copertina troviamo modernità (la t-shirt con lo smile e la camicia nerd a quadri rossi e neri) ed evocazioni medioevali (lo sfondo) e ovviamente richiami ai giochi di ruolo (parti di armatura e il noto icosaedro).

Chiacchierando con Angelantonio, caro amico e decennale giocatore di ruolo, ho scoperto di alcune sue opere a Roma. Nella stazione metro di Piazza di Spagna ad esempio c’è un murales di Luca Maleonte che rappresenta una dea con due leoni. Al posto del volto, un icosaedro, il noto icosaedro. Chissà se il personaggio di Leia, a cui Santoni dedica una parte sostanziale del libro, sia nato proprio da lì, dalla visione di quella dea?
Già nel suo precedente libro avevo avuto modo di apprezzare il linguaggio lirico e ispirato e mi erano piaciute molto alcune sue espressioni. Indimenticabile l’espressione “i lampi della genesi e dell’apocalisse” in Muro di Casse. Anche questa volta Vanni Santoni non si è risparmiato. Prima di Santoni molti hanno descritto, in prosa o versi il panorama del centro Italia. Penso ad esempio ad Attilio Bertolucci in questa poesia:

Io sono solo
il fiume è grande e canta
Chi c’è di là?
Pesto gramigne bruciacchiate.
Tutte le ore sono uguali
per chi cammina
senza perché
presso l’acqua che canta.
Non una barca
solca i flutti grigi
che come giganti placati
passano davanti ai miei occhi
cantando.
Nessuno.

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Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

Giovanni Fierro, Gorizia on/off (parte terza)

*

(#21)

Oggi la primavera è il giallo acceso del semaforo in via
Duca d’Aosta, esce dalla mappa della città e dai sogni.
“Bisogna credere alle parole pronunciate, quando
incontrano il silenzio, lo riconoscono e sanno chiudere
gli occhi”, si è così. Anche per te. Anche quando è finita.
Sonia Devetak ha lentiggini che volano con il pudore
del polline, dice spesso “si, va bene”, pensa a sua sorella
come si pensa ad una speranza, le piace il girovita che ha
e il profumo della sua pelle prima del sonno.
Sa bene che vorrebbe dire a Marco: “Assomigli al cielo,
che non è fatto per essere raggiunto, ma solo per
essere guardato”. Fa un passo, due, si ferma di fronte
a ‘Sellingmylife’, e nella vetrina vede riflesse le sue parole
dette all’amica Barbara, la notte della festa di matura:
“Lo sai, io ho tre cuori. Uno è per mia mamma, uno ha
una piega dietro le scapole, e il terzo lo butto via,
prima che qualcuno me lo rovini”.

*

(#22)

La luce si spinge dal sole che arriva da
Šempeter, l’aria è prima fresca poi si scalda
e poi sta in via Vittorio Veneto sulla pelle
delle mani e del viso di Giacomo Sputnik,
che cammina lento. Le finestre si aprono,
la signora Irma attraversa la strada, il vigile
si mette il dito nel naso. “Cosa sono di me”
e tiene stretta la borsa di nylon con le
le sei birre da mezzo. Le conta a mente.
Si guarda il braccio fasciato, gli occhiali sono
da cambiare, la barba è rasata e pulita.
“Vivere è innescare scintille, con l’attrito fra
il proprio corpo e ogni senso di colpa”, lui giura.
E sa bene la sua verità, “ogni mattina il giorno
inizia con una perdita, è il calore che rimane
nel calco del mio corpo, quello che lascio sulle
lenzuola, nel letto sfatto e nascosto dietro la
porta chiusa della mia camera”.

*

(#23)

Gorizia non finisce mai, si inciampa,
va a sbattere contro i muri, il silenzio che
produce fa il suo giro, anche dentro il cortile
della mia infanzia, nel dialetto in cui sto.
Conosco bene Ilaria Kustrin, con le sue mani
e le sue dita è capace solo di farsi il segno
della croce e pulire il piatto quando ha finito
la jota. Adesso è qui con me, a lei posso dire
che ad amarti sono capace solo se ti dico
“te voio ben”, e che aver “sbigula” è sempre
un qualcosa in più di avere “paura”. Lei mi
guarda e sa che faccio fatica a tenere assieme
tutti i piccoli pezzi che io sono; forse è per questo
che oggi per me la parola più bella del mondo
è “molletta”, ma solo come la dico quando la
pronuncio in dialetto, “s’cipauca”.

*

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Giovanni Ibello – Turbative siderali

La prima raccolta di Giovanni Ibello – Turbative siderali, Terra d’ulivi 2017, con postfazione di Francesco Tomada – è un testo di grande impatto e di potente dettato, non usuale in un libro d’esordio. I versi di Ibello, che procedono spesso per illuminazione e accensioni visionarie, sembrano un giovanile testamento e, come tutti i testamenti precoci, ha momenti di abbandono ma anche punte acute di dramma e disastro, con gli occhi sbarrati nel tuorlo magmatico dell’alba e le spalle al muro in una tensione tragica e irredenta che attraversa la scena disegnata dai versi, mentre si sente il rombo assordante del silenzio che copre ogni cosa, l’agitarsi della vita colta nella sua dimensione di gettatezza, perché mai nessuno ci ha chiesto di essere vivi, e disperazione. In molte poesie è presente, però, anche la tensione spasmodica dell’amore che si manifesta attraverso la spietatezza della mente e dello sguardo che scorgono il reale e la pietà della parola che lo dice, ma soprattutto attraverso il dimenarsi dei corpi, il loro essere corruttibili, la parabola inesorabile che li attraversa, che li fa ritornare all’inorganico, allo stato previtale da cui ogni cosa proviene. I corpi ritornano cellule, ossa, polvere, l’esistenza ritorna da dove è venuta, i cadaveri ritornano feti in un gesto di ancestrale inermità e nudità. Tutto sembra essere sotto lo sguardo di divinità pagane che osservano implacabili l’eterno ripetersi del divenire nel suo ciclo di creazione e distruzione – simboleggiato dalle acque, presenti nei versi non nella loro dimensione sorgiva ma nel loro scorrere, nel loro scolare verso gli abissi – con uno sguardo che illumina tagliente la vita e la eleva a un attimo di attonita bellezza, ma che non la redime. La colpa di esser nati è irredimibile. Un sole mediterraneo accende ogni cosa e acceca i viventi e, dallo sfondo della scena, nell’ultima sezione del libro, emerge Napoli, città natale dell’autore, emblema ancestrale e perenne della condizione irredenta dei mortali.

Francesco Filia

***

Hai sognato lo scisma dei santi
il mistero della cernia ermafrodita.
Hai sognato
la vergine delle dune
e aceto per le antilopi erranti.
Quando ti vedo dormire
la notte profuma di arance.

(…)

È questo il destino dei corpi:
le amnesie lunari
la lesione tellurica del buio.
Mai nessuno
ci ha chiesto di essere vivi.

 

 

Di quello che sognavi veramente
non resta che un silenzio siderale
una lenta recessione delle stelle
in pozzanghere e filamenti d’oro,
il riverbero delle sirene accese
sui muri crepati delle case.
Così dormi, non vedi e manchi
il teatro spaziale delle ombre.
Il desiderio è l’ultimo discanto.
Ma quanti gatti si amano di notte
mentre l’acqua scanala nelle fogne.

 

 

Nei quartieri residenziali
i colombi sbucano dalle fogne
dalle cavità del tufo
dai tramezzi in cemento.
E mi piace pensare
al respiro dei cardini,
ai palpiti dei basamenti
ai rituali d’amore inascoltati
nell’endometrio delle case.

 

Quando tutto sarà finito
sarà il sonno a irrigidire gli occhi
ma prima della fine
c’è una retrospettiva lenta dell’infanzia
una campionatura degli amori.
Poi il respiro si risolve
in un orgasmo neuronale,
è come un’implosione
di pianeti nella mente
una turbativa siderale
del corpo che ritorna seme.

 

 

Perché dopo la morte
resta solo il nome
e un silenzio irrisolto
uno sfrigolio di corpo
che si decompone.
Ma le unghie sono spade lucenti
ancora troppo legate alla vita
brandite dalla mano che cede
all’ombra adunca dei tulipani.
Il prete si guadagna da vivere,
ma la bocca che pregava
non era pronta a baciare le tempie
e le mani strette sul petto
sono quelle del feto
che per istinto
si difende.

 

 

Giovanni Ibello è nato a Napoli l’8 febbraio 1989. Laureato in giurisprudenza alla Federico II, lavora presso uno studio legale che si occupa di diritto civile. Da gennaio 2012 è iscritto all’ordine dei giornalisti della Campania (categoria pubblicisti). In tale veste, scrive regolarmente di calcio. Segue come inviato e “match analyst” le vicende sportive della SSC Napoli. Ha pubblicato sul web poesie e approfondimenti critici sulla poesia contemporanea, facilmente reperibili sui principali lit-blog italiani. Turbative siderali è la sua opera prima.

I poeti della domenica #170: Giulio Casale, Ho imparato una cosa

Giulio Casale, foto di Monica Conserotti al Festival dei Matti 2017

HO IMPARATO UNA COSA

Io vengo dal Veneto
e ho imparato che nella vita
come nel radicchio
solo il cuore va mangiato.

Il resto è schermo
in balia del tempo che darà l’inverno.

Questa storia è un cuore ritrovato.

*

© Giulio Casale, Ho imparato una cosa da Sullo zero, Papergraf edizioni (ultima ed. in ebook 2014)

I poeti della domenica #169: Giovanni Raboni, Guerra

raboni – credits Getty Images

Guerra

Ho gli anni di mio padre – ho le sue mani,
quasi: le dita specialmente, le unghie,
curve e un po’ spesse, lunate (ma le mie
senza il marrone della nicotina)
quando, gualcito e impeccabile, viaggiava
su mitragliati treni e corriere
portando a noi tranquilli villeggianti
fuori tiro e stagione
nella sua bella borsa leggera
le strane provviste di quegli anni, formaggio fuso,
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::marmellata
senza zucchero, pane senza lievito,
immagini della città oscura, della città sbranata
così dolci, ricordo, al nostro cuore.
Guardavamo ai suoi anni con spavento.
Dal sotto in su, dal basso della mia
secondogenitura, per le sue coronarie
mormoravo ogni tanto una preghiera.
Adesso, dopo tanto
che lui è entrato nel niente e gli divento
giorno dopo giorno fratello, fra non molto
fratello più grande, più sapiente, vorrei tanto sapere
se anche i miei figli, qualche volta, pregano per me.
Ma subito, contraddicendomi, mi dico
che no, che ci mancherebbe altro, che nessuno
meno di me ha viaggiato tra me e loro,
che quello che gli ho dato, che mangiare
era? Non c’era cibo nel mio andarmene
come un ladro e tornare a mani vuote…
Una povera guerra, piana e vile,
mi dico, la mia, così povera
d’ostinazione, d’obbedienza. E prego
che lascino perdere, che non per me
gli venga voglia di pregare.

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© Giovanni Raboni, Guerra, da A tanto caro sangue (Mondadori, 1988), ora in Tutte le poesie, Einaudi 2014

Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte

Manuela Dago, Poesie che non mi stavano da nessuna parte, Sartoria Utopia 2017, € 20,00

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oggi ho voglia di niente
fregare il presente
ritrarre le foglie

usare i colori in modo incosciente
aprirmi le mani
toccarmi la vita in modo indecente

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Ossibuchi

chi conosce il mio corpo
sa cose che io non so

di dove vanno i miei umori
di come fanno le lentiggini
a guardare fuori

di cerchi che stringono
al centro di un imbuto
bassoventre
scodella
ossobuco

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Quando la pelle pensa

Si fuma penombra fra le dita
i nostri confini sfumano
nei bassi del cuore
di cinque sensi
non uno
rimane al suo posto
radunati in superficie
chiedono alla pelle
di poterla toccare
quella infine pensa
e impara a godere
nell’essere l’organo più sociale
prima di tornare
ad estinguersi nel rituale
di quattro vestiti
che la sprofondano
celebrando un funerale
la pelle impara ora il dolore
dell’essere cerebrale

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Il cuore è un osso duro

non può un muscolo
tenero e indifeso
creare tutti questi problemi:
ne deduco che il cuore
è un osso duro
al pari di un femore
o di una costola
si rompe il cuore
come tutto il resto

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