poesia italiana contemporanea

I poeti della domenica #392: Stefano Dal Bianco, A uno dei tanti che rimarranno fermi

 

 

A uno dei tanti che rimarranno fermi

Che cosa posso dirti di me, di dove sono,
che tu potessi raccontare agli altri…

Racconta loro che non ci sono più
che sono un altro, fatto simile ad altri,
che non ho più tempo per nessuno,
che ho perso la testa e l’ho rimessa a posto,
e che mi sono convertito ad altra vita,
alle leggi di un dio che non è qui
e che perciò mi chiede conto.

Che nessuno si preoccupi per me,
che nessuno mi chieda di avere pietà,
che nessuno mi chieda di mentire più.

 

da Stefano Dal Bianco, Prove di libertà, Mondadori 2012

I poeti della domenica #391: Roberto Deidier, “Che colore parlano le tue parole”

 

 

Che colore parlano le tue parole
Oggi che il sole è un vuoto tra le nuvole
Ed è un secolo lo spazio tra i tuoi occhi:
Ci cade ogni mia nascita, ogni morte,
La mia mano che accompagna l’erba
Quando la piega il vento

 

da Roberto Deidier, Solstizio, Mondadori 2014

Carlo Di Legge, Elea (inedito)

Carlo Di Legge. Sullo sfondo: Stupa a Sarnath.

 

Elea

I.

Sulla costa, di luglio avanzato
nel tempo breve dei giorni o delle ore
le correnti iniziano senz’avviso o cessano
vicino a riva
e in quest’acqua, che diresti tranquilla,
ti sorprendono e portano via.
Oppure s’alza l’onda, e là dove inesperto di mare
ti diresti in salvo,
si frange, e toglie il ritorno.

II.

Morte e vita qui mostrano e nascondono l’immediato contatto
alla folla degli arenili, ai giovani di bronzo noncuranti,
ma le ambulanze vanno e vengono urlando.

III.

Dalla stanza aperta osservo il pomeriggio,
e si mostra la torre mezzo rovinata, costruita cinque o sei secoli fa,
per avvistamenti e segnali di cui adesso non c’è ragione.

Da questa parte, sul terrapieno da cui spuntano piante su piante,
lo spigolo verticale netto, i turni della luce e dell’ombra,
scolpiscono le fasi del giorno: lato est, ombra,
occidente, intensa luce pomeridiana,
ancora parecchio al tramonto.

Morte e vita, veglia e sonno, giorno e notte,
altri lo definì il divenire, e lo paragonò al fluire d’un fiume,
ma il sapiente della baia disse: essere è per sempre, e niente non è.

IV.

I miei occhi, la mente che osserva le ore del giorno
servendosi dei punti cardinali e della visione dei cambiamenti,
non torneranno;
eppure tutto sembra si ripeta,
molti hanno guardato la vicenda del teatro azzurro,
i sipari dell’alba e del tramonto aprirsi e chiudersi,
un mare immateriale li portò alla riva delle nascite,
poi una corrente li trascinò nelle strade senza ritorno.

Altri sono stati e saranno, un numero che non sai.
D’improvviso il niente del non ancora si fa qualcosa,
d’improvviso è il non più,
nella corrente tutto sembra per un istante. (altro…)

Su “Dire” di Fabio Michieli (di Emiliano Ventura)

DIRE di Fabio Michieli (ed. 2019)

di
Emiliano Ventura

 

Anche l’essere lettore è soggetto al karma, il mio è in uno stato di grazia, evidentemente, visto il cospicuo numero di bei libri in cui continuo a imbattermi. Una spiegazione più prosaica sarebbe ricondurre il fatto a una acquisita e raffinata capacità di selezione, ma sarebbe pur sempre una spiegazione prosaica. Così come per la scrittura, anche per la lettura è giusto parlare di uno stato di grazia, questa è infatti un’attività tutt’altro che passiva, contrariamente a quanto si crede. Dopo un’ottima lettura il pensiero tende all’astrazione e all’argomentazione, si schiarisce alquanto l’ombra dell’idea (direbbe Bruno); e la conseguente azione è diretta, pulita, raramente imprecisa. Come se lo stile poetico ‘provocasse’ un’azione dalla precisione chirurgica, da ricondurre lo stilo che incide la parola.
Questo accade dopo la lettura di Dire, la raccolta poetica di Fabio Michieli che L’arcolaio riedita in questi giorni (2019) in una nuova veste. È raro trovare una poesia che sia al contempo giusta misura e leggerezza; ciò che è troppo leggero sfugge via, così come ciò che troppo pesa cade e Michelstaedter ci ha insegnato che “il peso pende”:

seppi volare un giorno questo cielo:

distesi le ali in sogno-[1]

Si noti la doppia leggerezza, e la maestria, del verso “distesi le ali in sogno”. Per Dire di Michieli sarebbe meglio parlare di leggiadria, di sottile eleganza del verso, più distici che terzine o quartine, un dire che vuole farsi aforisma; ci sono filtri alla voce poetica e sono dettati dal corsivo alternato, dalla pagina bianca e da Euridice stessa. Siamo abituati a ‘sentire la voce’ di Orfeo mentre Michieli lascia dire alla seconda voce del mito. Non si può evocare Orfeo senza ritrovarsi in compagnia di Édouard Schuré, Angelo Poliziano e Dino Campana, eppure le atmosfere di Michieli non sono infere ma acquoree, la presenza di Venezia si attesta nell’idea di maschera e di carnevale, appaiono anche le gondole.
È leggiadro questo Dire perché tanto ricorda quel dantesco “Poscia che amor m’ha lasciato”, anche per il pathos, dall’amore al lutto, è necessario sia anche ethos. A un corretto sentire corrisponde un corretto agire, ecco la leggiadria dantesca; solo così amore che mi ha lasciato potrà tornare da me, ora che ne sono degno.
Ci si aspetterebbe, da un poeta contemporaneo, un agone in atto con il mondo, mentre Michieli trova la misura in sé, e se agone c’è stato è più interiore che esteriore. (altro…)

La collaborazione, di Fabrizio Bajec

La-collaborazione

Fabrizio Bajec, La collaborazione, Marcos y Marcos, 2018 – € 20

 

di Vincenzo Bagnoli

Opera molto particolare, per come si presenta, per le ragioni formali che la sostengono, per la sua genesi e il taglio, La collaborazione di Fabrizio Bajec è sicuramente una delle novità più significative nel panorama poetico italiano dell’ultimo anno; ma a guardare bene, di là dalle polemiche e prese di posizione contingenti, si potrebbe anzi considerarla uno dei momenti più significativi di una tendenza che comincia a delinearsi.
La sua particolarità principale, almeno la più immediatamente evidente, è l’avere al suo centro, non come argomento esclusivo ma come uno degli aspetti di ciò che viene visto e descritto, quello che è diventato un vero tabù della poesia italiana: la politica. Preciso subito, a scanso di equivoci, che non si tratta di poesia militante come la si intendeva negli anni Settanta: è molto diversa dalla poesia operaia tanto di un Brugnaro quanto di un Di Ruscio; anche se per certi versi potrebbe esserne considerata un equivalente nelle mutate condizioni del contesto odierno. Ma soprattutto non è accostabile a quella poesia che reclama per sé un ruolo “politico” compiendo una scelta tematica e di registro. Siamo lontanissimi dalla poesia slogan o “di denuncia”, che eredita tic linguistici e limiti stilistici di fasi storiche passate: quella poesia che, detto francamente, era divenuta di maniera, risultando una piatta oleografia stucchevole, dal sapore fortemente retorico e alla fine si è ridotta a niente più che una delle etichette merceologiche che infestano i generi della contemporaneità. Qui abbiamo invece una scrittura nettamente più complessa, articolata e ricca, capace di includere il discorso sulla sfera politica dell’agire umano in una rappresentazione più ampia e sfaccettata, di servirsene come una delle chiavi di lettura della realtà, delle ragioni del disagio: non è quindi un timbro predominante, un a priori programmatico, ma una serie di armoniche fatte risuonare dentro registri sinfonici che coinvolgono l’esperienza dell’umanità contemporanea, non è un obiettivo fine a sé stesso, ma ambisce a dare un’immagine e una interpretazione della complessità dell’oggi.
La realtà che viviamo contiene, nella fluidità dell’anything goes, nella ciclicità scorrevole di produzione e consumo incessante, anche attriti, sempre più evidenti, o per lo meno sempre più stridenti: sono elementi graffianti, schegge di vetro dentro il pastoso amalgama del “massaggio” mediale, della retorica dello spettacolo, ciò che resta di un discorso sociale andato in frantumi, ma che continua pure a riguardare nella sua concretezza dura, aspramente materica, le vite di tutti noi. La retorica capitalista della competizione e i suoi correlati, la retorica dell’homo homini lupus, e anche la retorica della fine, coprono ma svelano la ruvida scabrosità di un potere che si esercita – con violenza – su tutti noi; e insieme a questo la dimensione materiale di una precarietà che riguarda nei risvolti quotidiani e concreti – duramente concreti – strati sempre più vasti della popolazione quanto più si abbassa la classe di età.
Questa è la dimensione della collaborazione, parola chiave degli ultimi decenni, che ha sostituito impiego, lavoro: e che contiene in sé gli echi sinistri della collaborazione con il potere più abietto, quello che in Italia si chiama collaborazionismo. L’equivalenza dei due termini è più immediata in francese, e infatti la raccolta nasce in quella lingua. Questa è un’altra peculiarità: l’autore è bilingue,  è nato e cresciuto in Francia, esordisce nei Quaderni di poesia contemporanea di Franco Buffoni nel 2004, poi pubblica altri libri in Italia (con Transeuropa e Fermenti, per esempio), ma parallelamente fa uscire anche raccolte in francese in Francia, Svizzera e Belgio. È un autore che, oltre a coniugare nella prassi due lingue, si occupa anche di traduzione e traduttologia, ma che è versato in altri linguaggi (il teatro, nello specifico, con opere portate in scena in Italia e Belgio). Nella sua dimensione che qui ci interessa, quella del linguaggio, dimostra quindi una vocazione alla dialogicità, al confronto, alla creolizzazione: nella raccolta ci sono le due lingue italiana e francese in dialogo, così come entra in gioco la prassi di traduttore (per esempio in alcune scelte metriche), ma anche di autore di teatro. E a interagire, soprattutto, sono il linguaggio della quotidianità e la rappresentazione mediale di questa, la sua dimensione anche ideologica, calate in un confronto serrato. La stessa struttura, dicevo all’inizio, è esemplificativa di questa peculiarità: la raccolta è composta di quattro parti molto diverse fra loro, che mettono in campo registri e risorse stilistiche le più varie (metrica liberata, endecasillabi, versi lunghi, narrativi, ai confini della prosa ritmata, poemetto) e tecniche di montaggio altrettanto composite, imperniate tutte sul dialogo fra diversi registri, diversi discorsi, diversi linguaggi: Il mondo come impresa e sublimazione, Noi, Il quadro e e Felicità familiare. Sono titoli che già dicono molto di ciò che ci si può aspettare: le falle del sistema, gli attriti in cui siamo immersi, le vite degli altri, la continuità biologica. (altro…)

Testi da “Omonimia” di Jacopo Ramonda (con nota di lettura)

Omologazione o universalità?

Omonimia, l’ultimo libro di Jacopo Ramonda (Interlinea 2019), si presenta (e possiamo intendere il verbo proprio alla sua forma riflessiva, visto che mi riferisco alla quarta di copertina e alla nota al testo) come una raccolta di prose poetiche che affrontano “il tema dell’identità e dell’omologazione nella società contemporanea”. In due sezioni, Nomi e Omonimia, la silloge, leggiamo sempre nella nota, “propone quindi una sorta di piccolo viaggio”, “dal tentativo, talvolta disperato, di difendere un’identità o ciò che resta di essa, alla resa, alla sconfitta, alla totale omologazione, rappresentata dall’immagine dell’omonimia, che significativamente dà titolo all’intero libro”. Perché ho iniziato a parlare di quest’opera citandone il paratesto piuttosto che il testo vero e proprio? Direi per manifestare un piccolo disagio rispetto a quando, come in questo caso, la sovrastruttura (e in parte la struttura stessa) e poi i discorsi che si fanno intorno a un libro finiscono per fargli torto, semplificandolo, appiattendolo, inchiodandolo a un messaggio in fondo moralistico. Il fatto è che la prosa di Ramonda ha una potenza rara, capace di creare frammenti che in poche righe condensano il senso di esistenze intere, e non solo quindi quella di un singolo personaggio, ma l’esistenza di tutti noi (un “de te fabula narratur” in frantumi, che si ripete di prosa in prosa per spiragli e accensioni). E non c’è nulla di moralistico nella resa dei testi, tranne forse, non per caso, nei frammenti che accennano ai social network (#80, p. 109; #494, p. 95). Altrove, Ramonda riesce invece a dare a quelle individualità forza e valore veritativo, in una maniera dimessa e fredda, che fa però risaltare per contrasto l’intelligenza che illumina aspetti di singole vite, se pure prese in una rete apparente di omonimia/anonimato. Al posto di omologazione, parlerei allora del suo contrario positivo, e cioè universalità, proprio per questo rischiaramento continuo che ci fa dire: ma sì, anche io mi impressiono quando cammino sopra le grate! (#1321, p. 121), ma sì, anche io soffro spesso, o mi rifugio, in una nostalgia senza un perché (#594, p. 69), e così via. In direzione quindi opposta a un messaggio pessimista sui tempi, che non rende onore alla complessità di questa scrittura nel suo svolgersi. Una scrittura che ci parla forse più della nostra possibilità di riconoscerci nell’altro piuttosto che del rischio di perderci nell’uniforme, perfino dentro i frangenti virtuali di Facebook. Volevo insomma segnalare questa frequente contraddizione, che non riguarda solo il libro di Ramonda, tra ideologia e poesia, per dire che la scrittura di valore scalpita e va da un’altra parte rispetto a ogni spinta didascalica, come i testi qui proposti dovrebbero bastare a dimostrare.

@Andrea Accardi

 

Dalla sezione Nomi

Nicolò (#1)

Nicolò si è finalmente deciso a cambiare la disposizione dei mobili in salotto, immutata dai tempi in cui sua madre era ancora viva e autosufficiente. Con la nuova sistemazione, la stanza gli sembra più grande e addirittura più luminosa. A un primo sguardo non sembra trattarsi semplicemente di una versione rimaneggiata della quotidianità, ma – come per effetto di un’illusione ottica – di un’altra stanza, del tutto nuova. Inoltre la novità non gli procura quello spiacevole effetto di disorientamento provato pochi giorni fa, svegliandosi nel letto di sempre; ma che aveva spostato da un lato all’altro della sua camera prima di andare a dormire, per poi riportarlo nella posizione originaria già la sera dopo, appena rientrato dall’ufficio.
Nicolò osserva il salotto, godendosi il senso di rinnovamento; fino a quando nota i segni dei piedini dei mobili rimasti sulla moquette e i leggeri aloni lasciati dai quadri sulla carta da parati. Coordinate del passato, probabilmente indelebili; una mappa sbiadita che documenta la geografia originaria del salotto, prima della deriva dei suoi continenti. (altro…)

“Un cervo! Ma dove? Ma che!” da “Suite Etnapolis” di Antonio Lanza (con nota di lettura)

Foto di Antonio Lanza

Per il modo di costruire la successione delle immagini, di spostare da una parte all’altra un ipotetico sguardo sul mondo, nel grande libro di Antonio Lanza Suite Etnapolis (Interlinea 2019, su Poetarum Silva qui) è possibile ravvisare qualcosa di simile a una logica, a una sintassi cinematografiche. Quando la variazione della luce ci dà il senso del trascorrere del tempo (“cucine/ domenicali in cui il cielo/ entra a allungarsi sul tavolo”, p. 10; “raggela in risposta la luce/ sui palazzi di via Etnea”, p. 14); o le descrizioni si agganciano a ricordi di pittura (“e il sole adopera il rosso/ delle divise per farne ondeggianti/ papaveri in una quadro impressionista”, p. 89); o ancora certe immagini si presentano alla stregua di piccoli inganni ottici (“per un diffuso/ black-out i negozi/ si oscurano come lastre”, p. 12; “coppie che passeggiano capovolte/ dentro i laghetti artificiali”, p. 16). C’è poi la visione dall’alto di un io lirico sopraelevato che intervalla e chiude ogni sezione, come qui: “Dalla terrazza da cui solo mi sporgo,/ il paesaggio sembra quasi bucolico:/ bimbi sull’altalena; altri con le manine/ sulle sponde di protezione/ che vengono giù dagli scivoli/ disponibili ai ricordi che di qui/ forse a struggerli/ per sempre torneranno” (p. 16), dove l’istante presente sembra già sfumare nella dissolvenza di un flashback. Nel finale dell’opera si fa poi cinema letteralmente, quando all’apparire di un cervo che sconvolge la vita dell’ipermercato, un videomaker prova a documentare l’evento straordinario, non senza qualche comprensibile svarione: “Al diciottesimo secondo qualcosa/ va storto, l’inquadratura salta, va/ per cieli, poi si ferma sul niente/ dell’erba, voci concitate, bestemmie:/ è fuggito di là, è scappato via,/ dice l’operatore prima/ che il video si chiuda” (p. 87). Questo cervo letterale e allegorico è la potentissima trovata con cui Lanza chiude o quasi il suo poema, dopo averne intelligentemente suggerito l’imminenza per via di indizi testuali più o meno secondari: in un logo commerciale (“Tanti hanno/ buste con la scritta HEVEL/ e vi campeggia fiero un cervo/ ferito”, p. 15), in una metafora (“Tornano forti le zampe cerbiatte che prima cedevano/ e sdrucciolavano”, p. 24), in un manifesto pubblicitario (“e un cervo dalle sei punte/ l’occhio pieno e selvaggio/ fiereggia più avanti/ dal cartellone di un circo”, p. 55). La scelta antologica che segue è tutta sul cervo, sullo stupore dei clienti e dipendenti di Etnapolis, sul non trovare le parole pur dicendone tantissime di fronte alla visione incongrua e selvatica. Se infatti fino a quel momento Etnapolis ci sembrava un universo chiuso di ritmi e costrizioni, ecco che il cervo capovolge la prospettiva, apre possibilità di senso inedite e vertiginose, ci dice insomma che nulla è dato una volta e per tutte. Sbaglieremmo a inchiodarlo a un solo significato precostituito, a una speranza univoca: ognuno in quel cervo può metterci ciò che vuole, macchina polisemica e inesauribile. Vale piuttosto la pena di chiedersi in che rapporto stiano l’imprigionamento e la libertà dentro e fuori questo poema, se può esserci cervo senza una qualche Etnapolis, se si dà Etnapolis senza un cervo che ce la renda vivibile, umana, perfino bella.

@andreaaccardi

 

DALLA SEZIONE “VENERDI’”

………………………………………….Ma nell’ultima
luce s’invola fra tutte una voce:
si aggira un cervo nei giardini!
Un cervo! Ma dove? Ma che! Un… cosa?
Ma, signori, scherziamo? Ma dove,
che dici? Sicuro, l’ho visto: di là
dal laghetto, dietro il cipresso:
brucava. Aveva una leggera
maculatura bianca sulle cosce…
… ma ti pare che uno può avere
allucinazioni così nitide?
… ma, io dico, se a quella distanza non…
Aveste visto come ha corso poi,
ma furbo, dietro la linea degli alberi,
in direzione del cinema, mobile,
caldo, muscoli, occhi. Altri hanno
visto, qualcuno col cellulare… L’ultima luce,
ve lo dico io, genera vapori,
incontrollabili visioni
collettive: a uno pare
di vedere, un altro supinamente
conferma, ed è fatta. Io non so
cosa c’entra un cervo a Etnapolis,
ma un cervo, giuro, è quello che ho visto.

(altro…)

‘Letizia di Cagno nel corpo della poesia’ di Roberto Lamantea

C’è uno sguardo alla Dickinson in questo libro di Letizia di Cagno – la sua prima silloge – dall’ossimorico titolo Urla la fine che pianta germogli (Marco Saya Edizioni, 68 pagine, collana “Sottotraccia” diretta da Antonio Bux). 21 anni, nata a Bari, Letizia di Cagno vive a San Martino Buonalbergo (Verona) e studia Filosofia. È un’altra di quelle voci, solo anagraficamente molto giovani, che fanno pensare a una nuova stagione della poesia in Italia: un innamorato rifiorire.
La dama bianca di Amherst guardava il mondo dalla finestra sul giardino e da questo limite Emily capiva l’universo. Letizia guarda il mondo – gli altri, l’amore di cui è, più che un’attrice, una “cavia” – in un continuo scambio tra sé e l’altro. È un trapassare dai fantasmi dell’io (l’invocazione, la disillusione, il ricordo) al mondo esterno, dalla metafora alla cosa: «La mia lontananza intenerisce / un muretto sul mare… senza mai sfilare i nastri / delle tue corde vocali – / ma ogni cosa è davvero in me?» (pag. 9); «Tappata di un pensiero a rose / e volendo appassire» (10); «Le stelle numerate / se ci crollano addosso / e sbriciolano il vino, le strade, / i fiori sul tuo volto»; «lo spicchio di luna / che ho aperto con l’apriscatole. / Avevo perso la follia / del rivederti» (12). Nella lezione dell’espressionismo, è un continuo trasmigrare tra corpo e natura, tra l’io e l’altro: le cose – anche i suoni, compreso il silenzio – sono il proprio corpo: «Io non conosco acqua / più limpida delle mie braccia» (37); «Tirai fuori una casa dal frigo / e loro chiedevano semplici fiori di campo» (42). È poesia della vertigine, musicata da un’autrice che, giovanissima, è attenta lettrice dei grandi poeti francesi e ha già letto Celan. Letizia ama il cinema, e a volte lo sguardo di queste poesie ricorda arditi movimenti della macchina da presa sui dettagli e raffinate alchimie del montaggio. È una fusione dell’io nel mondo, teatro della natura è il proprio corpo, ma nei versi di Letizia di Cagno non c’è nulla di panico o dannunziano: questo essere nel (il) corpo delle cose è un’invocazione disperata di appartenenza: «Quanto mi tocca da vicino / la scoperta del mondo! […] Sopravvivo a sorsi / alla carezza» (13); «verso la fine / la vita genera inspiegabili campi / di quadrifogli» (15).
Ma Urla la fine che pianta germogli è prima di tutto un canzoniere. Scrive Antonio Bux nella quarta di copertina: «Amore, per tutti, è stare da soli in due; amore ovvero sedimento, di una radice che alimenta due alberi. Questa è l’inversione dell’amore, la propria ri-conoscenza: un esistere attraverso l’altro e per l’altro, che siamo noi». «Posso paragonarti perfettamente / al mio unico atto di coraggio: / quello che ho salutando un cuore / slittamenti di me / che cammino amando» (14). Stupendo «Di quante persone sei / gli occhi» (23).
Nel suo canzoniere, Letizia lascia lo sguardo alla Dickinson e si fa corpo. Il corpo di Letizia è il corpo del mondo, è il paesaggio (o la città) ed è, lei, il corpo del suo amore; il corpo dell’amato è un albero, è una strada, ma è un corpo sfuggente perché l’amore è sempre altrove, forse l’amore non ha pienezza se non – come nella grande letteratura francese – nella coscienza della perdita. Fulminanti i versi di pag. 43: «Vorrei starmene attaccata / al fieno delle parole, da qui / per spaventosamente / ancora – te». E Lettera alla bambina, quasi una confessione: «Eppure mi resta un odore / che ancora non è mio» (57).
È il canzoniere di un amore sempre a lato, fisico e lontano come un ologramma, tangibile e assente: «Parli una storia / che ha cambiato radici» (25); «Amore mio, / cammina dentro al sogno. / Almeno qui non ci temiamo» (29); «Ci partoriamo estranei negli occhi. / Uomini pieni di altri uomini. / L’atto di riconsegnare senso / all’impressione sfocata degli altri» (53).
Fino alla poesia che suggella questo libro bellissimo, l’invocazione ironica e disperata di chi cerca di appartenere al mondo e forse, nell’assenza, ci riesce (60): «È un grande amore / la mancanza di amore. Adesso lo so. / Smetto di bruciarmi le dita / con tutto questo avere. / Poi rassereno voi tutti. Che amate. / E vi saluto».

.

© Roberto Lamantea

I poeti della domenica #390: David Maria Turoldo, Vedrai

 

Vedrai

Anima mia, non pensare
male di Lui: gli è impossibile
fare altro.

.               E – vedrai! –
il Male non vincerà.

 

da © David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti 1991

I poeti della domenica #389: David Maria Turoldo, Epilogo provvisorio

 

Epilogo provvisorio

Gloria alla tua fatica di essere,
di essere sempre, di continuare ad essere!

Ma è per il Nulla che sei te stesso,
senza il Nulla Tu saresti ogni cosa
e tutto sarebbe indistinto e immobile.

.                    * * *

Vera tua onnipotenza
è che il Nulla non vinca
e l’universo non abbia mai fine.

 

da © David Maria Turoldo, Canti ultimi, Garzanti 1991

PoEstate Silva: Federico Corrado Camporeale, poesie da “Dimenticanze”

 

Omaggio a Emilio Praga

Forse in qualche osteria ti troverò,
nel volto barbuto di un avventore
dall’occhio perduto dietro chimere
che crederò di sogno, ed il bicchiere
ti riempirò, felice per averti
finalmente ritrovato. E noi
non avremmo da dirci che silenzi,
tu in zimarra gualcita e panciotto
e io con un maglione rimboccato
nelle maniche, e il tuo cappello
buttato su una sedia ti farà
scoprire fuori moda bohémien
del secolo passato. Cosa potremo
dirci tu e io compagni di due mondi
così diversi? Ma lei ancora
sarà la stessa, dopo questi anni
veloci come istanti che nulla
hanno cambiato nell’intimo dei cuori!
Lei sarà la stessa. E insieme
brinderemo all’ideale da riconquistare,
al nuovo trionfo della futura arte;
muti passeggeremo per la campagna
nell’oro dei tramonti, mirando
le nere punte dei tetti all’orizzonte
o campanili sperduti di chiesuole
nella pianura, felici ragionando…
ma chi li capirà i nostri
pettegolezzi di poeti?
Ci prenderanno per degli ubriachi,
e tu ritornerai spettro alla tomba
ed io al mio delirio.

 

Memorie provinciali

La notte li ritrova addormentati
i giovani arlecchini che la sera
hanno ballato e cantato
per le vie
del paese festeggiato.

La luna bianca li veglia
con il suo manto di quiete
che rischiara
viottoli perduti
verso il nero del bosco

ma già il cupo sferragliare dei carri
se li porta lontano. (altro…)

PoEstate Silva: Poesie inedite di Alessandro Canzian

 

da Olga

Di domenica mattina Olga
ascolta musica anni ottanta,
credo di quand’era una bambina.
La sento ballare coi piedi scalzi,
lo smalto rosso e un’unghia rotta.
La vita ritirata come un ragno.

 

 

Olga la sera investe
tutta se stessa in un divano,
una telefonata a sua madre,
uno schianto. La distanza
degli anni è come ortica.
È tutto ciò che resta.

 

 

da Carlo

Carlo è il ragazzo della porta
accanto. Vive solo. Grida
qualche volta di notte perché
tutto ciò che è trattenuto
alla fine esplode, butta
le immondizie la sera, come
la vita, una volta alla settimana.

 

 

da © Alessandro Canzian, Condominio S.I.M. (raccolta inedita)

 

Sono brevi componimenti questi di Alessandro Canzian, dal sapore epigrammatico; quasi istantanee dell’ascolto e dell’auscultazione dei tempi, dell’oggi. Condominio S.I.M., raccolta inedita e sulla quale ancora verte il lavoro di lima (come attestano le note sulla copia che ho ricevuto in lettura), non vuole essere una Spoon River della verticalità condominiale perché qui si ritraggono vite in corso, per quanto siano condensate e racchiuse nei loro tic meccanici. Vite che appaiono anonime malgrado le sezioni portino il nome del condomino della porta accanto, perché le nostre vite sono così oggi: sconosciute nel rapporto diretto e note nell’osservazione e nella ricostruzione dall’altra parte della parete, del corridoio. (fm)