poesia italiana contemporanea

Nataša Sardžoska, Attesa

 

Nataša Sardžoska
Attesa

alla stazione Bellaterra al bar Bonaparte
ti aspetterò ogni giorno dalle 17 alle 19
dopo il nuoto
con un calice di vino
scavato dal vulcano della tua terra
e un dolce secco che nessuno ha comprato
senza tacchi senza trucco
senza ironia senza rimproveri
con i capelli ancora bagnati
sfidando il vento
sfidando il raffreddore
sfidando te

[da me ti porteranno le linee S2 e S6 che partono
dalla piazza Catalonia
collegata all’aeroporto El Prat
collegato a Fiumicino
con vari voli al giorno:
Roma e Barcellona sono davvero lontane]

in questa città ostile
non ho voglia degli ambienti letterari né di quei tangheri
né di connessioni wifi [tanto so che non ci sei]
sono una pianta e solo voglio respirare
sono un pesce in via d’estinzione
e solo voglio nuotare nell’acqua
sprofondare fino a non poter più
sopportare la pressione dell’aria:
l’aria che non respiri più tu

in questa città con i suoi turisti noiosi
che calcolano i posti ancora non visitati
le donne disperate i baci mai ricevuti
il mondo intero che non sa amare
se non solo per se stesso
solo quello che non gli appartiene
e non lo merita nemmeno
così come io non merito te
ma ti aspetto lo stesso
con la pena della cameriera

[ha capito: speravo di bere il vino con te]
che mi offre una Estrella
anche se non è più la tua
Stella
che cade nel mio lavandino
pieno di sangue e mascara e saliva: (altro…)

Mario Melis, Rendiconto di viaggi incompiuti

Mario Melis, Rendiconto di viaggi incompiuti, Edizioni Cofine 2019

L’immagine di copertina, una riproduzione di La firma in bianco di Magritte, introduce in misura efficace ai “viaggi incompiuti”, il cui compte-rendu in molteplici versioni costella questa nuova raccolta di Mario Melis. Delle sue Notizie dall’isola serbo un ricordo chiaro e caro.
Il quadro di Magritte anticipa ed evoca, a mio parere, un aspetto centrale del volumetto di poesie, un aspetto che viene coniugato dall’autore in una successione di testi che egli stesso, nella nota intitolata A mo’ di scusa, definisce “difficili”, un aspetto al quale possiamo conferire i nomi – pur sapendo del rischio di mendacità e di effimero sfioramento che già la sola pronuncia dei nomi può provocare, come Melis ci avverte in Come se pronunciare il nome fosse conoscere – di parvenza, simulacro, ombra, apparizione, fantasma.
Fin dalla prima lettura di questo libro, che esige ritorni e riflessioni anche – ma non solo! – per la fittissima rete di richiami, alcuni esplicitati, altri lasciati ‘in cifra’, il mio pensiero è andato alla seconda parte del Faust di Goethe, in particolare, al terzo atto di Faust II, all’incontro di Faust con Elena. Simulacro potentissimo, e pur sempre simulacro. Ecco, i “viaggi incompiuti” di Mario Melis sembrano provenire proprio da un lutto perpetuato, da una perdita che ha causato una cesura insormontabile, come da un Faust mai più ripresosi dalla sparizione e dalla definitiva assenza di Elena. Sappiamo che nell’opera di Goethe non è così, Faust trasforma il lutto in attività benefica per la comunità che avrà la ventura di conoscere; in Rendiconti di viaggi incompiuti, invece, il trauma diventa l’occasione, la scintilla, il terreno fertile per l’infinito poema del rimuginare, del ritornare, del ripescare, del rimestare, del riflettere.
Non a caso ho scritto “terreno fertile”, perché la trama complessa che ne risulta è ricca di spunti e ha il fascino del pungolo a ricercare. In questo pungolo perenne alla ricerca sta un altro punto di contatto tra il Faust di Goethe e Rendiconti di viaggi incompiuti di Melis. E così, proseguendo nella lettura, ritroviamo, in Il femminicidio e Il lamento di Elena, nella ripresa della leggendaria palinodia di Stesicoro – una sorta di ammenda dopo un precedente poema che accusava la donna di adulterio, poema per il quale era stato punito con la cecità – la vera Elena che vive in Egitto durante la guerra, mentre è il suo fantasma quello che gli altri vedono a Troia.
Terzo e rilevante punto di contatto è senz’altro la centralità rappresentata dalla guerra di Troia, topos formidabile e tremendamente attuale. All’inizio del testo Il lamento del guerriero, la prima parte del Dittico di un altrove, l’asserzione è inequivocabile: «La guerra di Troia non finisce mai./ Tardi il guerriero ha compreso in sé stesso il proprio nemico/ e spera di ricevere uguale comprensione.» ¿Porque piensas a la guerra de Troya?, Perché pensi ancora alla guerra di Troia?, testo già presente in Notizie dall’isola e ribadito qui in due lingue, spagnolo prima e italiano poi, sottolinea, più avanti, la valenza plurale dell’evento narrato dall’epos antico, la sua natura di catalizzatore di solitudini e di cecità permanenti, così come di confronti con la Storia.
La guerra di Troia, insieme ad alcuni personaggi (oltre a Elena già menzionata, ricorrono di frequente Ulisse e Penelope; anche Ettore e Andromaca fanno la loro apparizione), riporta a Omero, poeta, voce che non può,  che non deve essere ignorata, perenne pietra di paragone.
Insieme a Omero, altre voci poetiche sono nominate, voci maestre e anime affini, primo tra il “colonnello”, vale a dire il poeta Ferdinando Falco; poi il poeta catalano Salvador Espriu, il poeta neogreco Jorgos Seferis; poi, ancora, Thomas Stearns Eliot. (altro…)

Francesca Del Moro, Due poesie per Isabella Viola (e per un film di Daniele Vicari)

Acquerello di Francesco Barnabei

 

Due poesie per Isabella Viola

 

Canzone per Isabella

Passa puntuale
la metro di Roma
ma la giovane donna
non sale.

Si accosta una signora
le chiede che cos’ha
e poi se ne va
senza avere risposta.

Spalle al muro, seduta,
con in grembo la borsa
la giovane donna
neppure si volta.

Stamani la serranda
del bar si alzerà tardi,
non ci saranno dolci
fragranti sul bancone.

“L’ho chiarito al colloquio”
le ha detto il padrone
“Sette giorni su sette,
non uno di riposo.
Mi spiace se stai male,
prendi una decisione.”

E intanto passa ancora
la metro di Roma
sotto lo sguardo assente
della giovane donna.

Non tornerà stasera
a casa a Torvaianica,
non mangerà da sola
la pasta riscaldata
non metterà a dormire
i suoi quattro bambini
non fumerà in balcone
insieme a suo marito.

Non sentirà la sveglia
alle quattro del mattino
non guarderà più l’alba
da dietro il finestrino.

Il suo cuore ha deciso
e, seduta, occhi chiusi,
nascosta tra la folla
che marcia al suo lavoro*
la giovane donna
finalmente riposa
mentre passa e ripassa
la metro di Roma.

* verso tratto da La ragazza Carla, di Elio Pagliarani

 

 

Isabella ha il viso fragile
di mattina
e un cappotto rosso.
Prima dell’alba cammina
con gli altri pendolari
sul ciglio della strada.
L’autobus si è rotto
ne aspetteranno un altro
faranno tardi al lavoro
sono già stanchi.
Spalla contro spalla,
ciascuno è solo
cammina a testa bassa,
si chiude nelle braccia
per proteggersi dal freddo.
Se solo alzassero gli occhi
per un momento
e si riconoscessero
le loro mute bestemmie
diventerebbero rivolta.

Potrebbero
cambiare il mondo
col loro odio.

Queste poesie nascono da due scene di un film, Sole cuore amore per la regia di Daniele Vicari, uscito nel 2016 e recentemente riproposto in televisione. Il film è a sua volta ispirato a una vicenda salita brevemente agli onori della cronaca nel 2012: la morte di Isabella Viola, stroncata da un infarto a 34 anni proprio la mattina del 18 novembre, sulla banchina della metro A di Roma. (altro…)

Renato Fiorito, Andante con pioggia

Quale può essere la cadenza di un canzoniere, Andante con pioggia, che attraversa più epoche di composizione nel percorso poetico di un amato amante della poesia come Renato Fiorito?
Non può essere, quella cadenza, che mutevole, e non per volubilità dell’autore, quanto piuttosto per un armonico voler assecondare le diverse fasi, le variate condizioni, i paesaggi in movimento così come i paesaggi dell’animo differenti.
Le variazioni della cadenza – nel suo duplice movimento del risuonare e del trafiggere, così come si manifesta compiutamente in Cadono le parole – si accordano, inoltre, al variare di interlocutori e destinatari in questo canzoniere che, per essere precisi, è ‘canzoniere all’amore’ ancor più che ‘canzoniere d’amore’.
Se infatti sono in gran numero i componimenti rivolti a un’amata, non mancano, tuttavia, canti d’amore a paesaggi (Squarcio, Azzurrità, Le nuvole), a scorci urbani (Inverno leccese, Caruggi, Lungotevere, Vicoli), a epifanie che si addensano attorno a visioni (Una donna-cigno) oppure a incontri fortuiti (Treni).
Cadenza varia, dunque, alternarsi di accelerazioni e rallentamenti, cambio di tempi, dal moderatamente lento dell’andante del componimento – Andante con pioggia, appunto – che dà il titolo alla raccolta, al moderatamente veloce di un ‘allegretto’, alla rapidità di un Vivace con brio, come recita il titolo di una delle sezioni che compongono la raccolta.
Così come cambiano i tempi, cambiano anche le tipologie dei singoli brani, nei quali l’aspirazione a fondere musica e poesia – «De la musique avant toute chose»! – si incontra con un lavoro rigoroso sulla nitidezza del dettato, che si distende tra la profusione delle immagini e il coraggio della sottrazione. Così, tra sezioni e composizioni singole, troviamo Notturni, Rapsodie, pastorali, ballate, romanze, Chiaro di luna.
È qui, nel variare le tipologie così come nella ricerca attenta e appassionata della perfetta esecuzione, che l’amato amante della poesia dispiega la sua fidata e fedele consuetudine all’ascolto delle voci altre.
Se dunque, e non soltanto per le origini partenopee dell’autore, più di una volta risuonano echi della poesia di Salvatore Di Giacomo, non di rado ci imbattiamo in suggestioni provenienti da altre lingue, da altre culture: Paul Verlaine poc’anzi menzionato, Wilhelm Müller di Fiori secchi da La bella mugnaia e Heinrich Heine di Quieta è la notte dal Libro dei canti (entrambi i componimenti furono musicati da Franz Schubert). Inatteso e tanto più sorprendente è, rivelato già dal titolo di un componimento, vale a dire Azzurrità, il risuonare di passaggi e paesaggi della poesia di Georg Trakl. Di un testo di Trakl, in particolare, il suono affine giunge con particolare intensità. Quel testo è Canto della sera e i due versi conclusivi, che riporto nella mia traduzione, sembrano essere stati interiorizzati e messi a frutto da Renato Fiorito: «Eppure quando scura melodia l’anima affligge,/ Bianca tu appari nel paesaggio autunnale dell’amico.»
Appaiono degne di nota, accanto alle scelte su cadenza, timbro, velocità e coloritura della parola, quelle su linee prospettiche, inclinazioni dei raggi, moti complementari nel velare e nel disvelare la luce.
Si tratta di scelte oltremodo efficaci nel rendere sia i rari trionfi, sia le frequenti sconfitte d’amore, nella tensione e nella tenzone dell’incontro e dello scontro, nel travaglio dell’abbandono come distacco, separazione, e nell’appagamento donato da un altro tipo di abbandono, quello fiducioso a un’entità che si riconosce come oltreumana, oppure al cosmo, dove  immergersi, smarrirsi felicemente, è motivo di gioia (e se non di gioia, almeno di acquietamento del dolore, come in Più nulla ci serve), o, ancora, alla meta, al bersaglio, all’approdo del sentimento amoroso.
La poesia passa, e non può fare altrimenti, per la cognizione del dolore: di questa universale constatazione l’opera tutta di Renato Fiorito ha fatto tesoro di espressione. Sotto questo aspetto Andante con pioggia è nel segno della continuità, non della rottura.
Nonostante la consuetudine con lo scomodo, aspro, cocente compagno inseparabile, il dolore, la poesia non si insabbia, non si disperde. Così, dal parco a Piedigrotta, dove riposano Virgilio e Leopardi, la poesia riparte, consapevole del mutare delle sue vesti, delle sue visioni e delle sue cadenze, con uno slancio considerevole. Essa si nutre e si fa grande, non uguale nel tempo eppure fedele alla sua forza di testimonianza: «Per questo la poesia, se si fa grande/  non resta uguale nel corso dei decenni/  ma si riempie del dolore altrui,/  di quelli che leggendola hanno pianto./ Allora è la poesia che si rigonfia/ come un fiume che cresce con la pioggia,/ diventa forte e tumultuosa e bella/ si fa parola in bocca della gente» (Piedigrotta).

© Anna Maria Curci

 

Lungotevere

Tra il fiume e la gente
passa senza rumore
la vita sotto i platani.
Risuonano segrete le parole
che un tempo mi dicevi.
Ci ritroveremo una sera
a raccontarci con gli occhi
il dolore di questa vita
passata senza cercarci.
Un fanale si accende contro la notte
e questo ci basta o ci uccide.

 

Andante con pioggia

Cade in baci
la piccola pioggia di marzo,
ha bocche di gelo
che inzuppano il cuore.
Alza le mani la sera
e le passa tra i capelli.
Tira fuori i remi la luna
per attraversare il cielo.
Accartoccio il mio amore
e ne faccio una bolla
per conservarne la luce.
I miei piedi
incontrano i tuoi
e se ne vanno via
senza voltarsi. (altro…)

Giovanna Cristina Vivinetto, Tre poesie inedite da “Dove non siamo stati”

Tre poesie tratte dalle tre sezioni del nuovo libro in uscita la prossima primavera per l’editore BUR Rizzoli, Dove non siamo stati (BUR, 2020) di Giovanna Cristina Vivinetto.

 

In fondo cosa siamo se non creature
elementari, sostrati animali
sedimentati nelle ossa come pigmenti
minerali nelle rocce. Conosciamo il dolore,
lo sappiamo a menadito sin da bambini.
Le mani che proteggono il capo
è un giro di gesti appresi chissà quando,
chissà dove. Eppure quando il rischio
si avvicina, eccoci pronti a gonfiarci
e balzare al collo per difendere la specie.

Questo tratteniamo nel sangue:
un codice indecifrabile, conchiuso
in se stesso, estraneo alla significazione.
Nella speranza che chi verrà dopo di noi,
divinità inferiore col camice bianco,
saprà sbrogliarlo, dissezionarlo,
condurlo alla ragione. Dirci con la calma
logica della scienza perché si soffre,
perché si ama. La sostanza profonda
che ci tiene obbligati al suolo
in posizione ben eretta. Verticale.

(altro…)

Venezia Novecento: per un resoconto critico

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani

Per un resoconto critico

Occasioni come quelle del Convegno Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani (Università Ca’ Foscari Venezia, 17-18 ottobre 2019) si rivelano propizie per ricostruire due profili di autrici, analizzate secondo diversi approcci scientifici. La giornata di studi, infatti, ha contribuito a porre in luce molteplici e sottesi punti di contatto tra le letterate in questione, sia dal punto di vista biografico che da quello della poetica: entrambe espressioni di un’immagine femminile indipendente, votata all’utilizzo della scrittura come mezzo per delineare un ritratto di donna – e, più in generale, della società secondo un’ottica estranea a ogni luogo comune o conformismo –, vivranno un rapporto profondo con Venezia, città d’arte e di incontro con letterati e intellettuali, e spunto per diverse pagine di scrittura anche privata.
Nel caso specifico di Paola Masino (1908-1989), voce letteraria soggetta a una notorietà non sempre lineare nel tempo, gli interventi ne hanno esplorato la produzione e il rapporto con il capoluogo lagunare, spesso complesso e colmo di tensione: nonostante una relazione non idilliaca con l’ambiente – sede di un esilio dorato per lei e il compagno Massimo Bontempelli – e gli abitanti, gli anni veneziani (1938-1950) si rivelarono prolifici da un punto di vista letterario. Risale a quel periodo, infatti, la stesura del più noto romanzo masiniano – Nascita e morte della massaia – edito da Bompiani nel 1945, ora riproposto in una nuova edizione da Feltrinelli. Senza contare i vari scritti della pubblicistica, contraddistinta da un nutrito numero di contributi indirizzati ai periodici locali secondo alcune ricerche condotte da Arianna Ceschin, la quale ha ricostruito il disarmonico legame vissuto dall’autrice con uno scenario sentito come estraneo, criticabile e poco accogliente. Significativi, a tal proposito, sono parsi alcuni passi delle missive indirizzate alla madre Luisa, colmi di singolari aneddoti dedicati specialmente alle veneziane, velatamente accusate da Paola Masino di scarsa consapevolezza e indipendenza emotiva.
Un viaggio, quello nell’universo masiniano, proseguito poi nell’esperienza al Festival del Cinema di Venezia, con pezzi di critica cinematografica che svelano il piglio ironico e l’abilità scrittoria dell’autrice – come emerge dagli esempi riproposti da Cecilia Bello – nonostante la letterata stessa lamentasse sia ai propri cari, che a se stessa in varie occasioni, la seria preoccupazione di non riuscire a mantenere viva la vena creativa e il timore di non essere in grado di ricoprire perfettamente il ruolo di padrona di casa tra le mura dello splendido palazzo Contarini, di cui Marinella Mascia Galateria ha fornito una suggestiva testimonianza fotografica degli interni.
Preoccupazioni del tutto infondate, a giudicare dalla qualità delle opere e degli scritti di quegli anni, densi di abilità stilistica ed esempi di una qualità di scrittura tuttora attuale e dallo stile divenuto il tratto distintivo di una voce letteraria non sempre valorizzata dalla critica e dal canone. Fortunatamente, le pagine di Paola Masino hanno saputo scrollarsi di dosso la polvere del tempo e dell’oblìo di alcuni periodi, giungendo intatte sino ai giorni nostri e conservando vivo lo spirito di un’autrice in grado di esprimere se stessa e la propria poetica, nonostante tutto. (altro…)

Nota di lettura: Anna Maria Curci, Nei giorni per versi

Per le ciliegie c’è un proverbio apposito – che una tira l’altra. È molto più facile finire un pacco di cioccolatini che non una tavoletta di cioccolato intera. A un aperitivo è semplice spazzolare una ciotola di tarallini anche se si ha sì e no la fame per un morso a un tramezzino. Si possono leggere quattro, cinque racconti, la sera prima di dormire, quando con un romanzo non si sarebbero superate le tre pagine.
La forma delle poesie di Anna Maria Curci inviterebbe appunto a piluccarle una dopo l’altra, ma ci si rende immediatamente conto davanti alla prima che ognuna di loro è talmente densa di significato, così densa, che bisogna procedere con calma. Non hanno bisogno di una chiave, ma di capacità tutta oculare di strecciarle e di distenderne le pieghe.
La perizia chiama il verso ben cesellato, il rimbombo delle assonanze, e capire diventa un’arte orientale assai vicina alla meditazione. Ma cosa comunicano, una volta dispiegate, queste poesie?
Anna Maria Curci vive nella vita e da essa, come i guerrieri più pronti alla combattimento, si lascia scoraggiare, così che lo scoraggiamento sia inizio della battaglia. Si lascia ferire dalle brutture nella volontà di propagare la bellezza, che divulga anche, per chi conosce la sua attività di traduttrice, prediligendo testi ancorati a una ferma volontà civile.
E di volontà civile sono colorati anche i più intimi componimenti, fino alla raffinata pasquinata, se mi si passa la rima, dei sentimenti scambiati per altro, dell’approssimazione etica ed emotiva, del non immaginare di essere “pesci rossi” in una boccia e non orgoglioso centro dell’universo tra le glaciazioni. Sono sferzate di umiltà, di presa di coscienza del proprio sentire. A volte e volutamente l’endecasillabo inciampa, a un anfibraco si fa spuntare un dattilo. Ed è come una protesta, contro il fraintendimento del mondo, un’accusa verso la poca cura, la scarsa attenzione, il vero delitto secondo queste poesie che narrano e chiedono un sentimento di fratellanza, un occhio aperto verso il bene e il bello del mondo.

© Giovanna Amato

 

XVIII

Se le frontiere diventano ponti,
scorre limpida l’acqua a dissetare,
la fionda e cerbottana sono un gioco,
David smette di imitare Golia.

 

LI

Devozionale è la tua traduzione
che vai limando con le guance accese.
Lo so: cerchi rifugio dall’orrore,
ma l’imboscata, quella, sa aspettare.

 

CXLIV

Sfonda la mano la cortina torva
si aggrappa a quel prodigio inconsistente
la forma fragilissima e tenace
di arrendersi ed esistere. Disfatta.

 

CLXX

Resistere ogni giorno, vita attiva
soccorre la memoria bersagliata.
In questa città aperta, piaga e porta,
si leva il canto di liberazione.

Lucio Toma, Strada di Damocle

 

Lucio di Toma, Strada di Damocle. Prefazione di Anna Maria Curci, Arcipelago itaca 2019

 

Nota introduttiva 

Se il libro è un viaggio che si fa sosta, arrivo o meta, la nascita di libro è un viaggio epocale. L’epoca di cui parlo ovviamente è quella del mio orizzonte. Accade spesso che i viaggi nascano da lontano e da chissà dove e hanno bisogno di tempo per trovare il modo di essere raccontati, di raccontare il sentimento della vita.
Per questo, dopo il precedente del 2006, ho impiegato tredici anni per terminare la mia Strada di Damocle, questo mio pellegrinaggio, anima e corpo, carico di quel mondo osservato con gli occhi di una fede che vuole farsi, meravigliarsi e interrogarsi di fronte alle incongruenze, alle contraddizioni e alla precarietà dell’esistenza.
Qui la leggenda della spada sospesa introduce a una condizione esistenziale, che, da una prospettiva d’indagine personale e periferica, diventa chiave di accesso alla pluralità di esperienze comuni.
A chi avrà la forza o la voglia di leggere il mio orizzonte, incamminandosi lungo questa mia Strada, la segreta speranza, come un augurio, è di ritrovarsi e riconoscersi anche solo in parte fino a diventare, perché no, viandanti lungo lo stesso cammino.

Lucio Toma

Sono un uomo spericolato, tanto
da essere ancora in vena di rischi:
non me lo dice l’ennesima multa
per eccesso di velocità, piuttosto questo
stare tra il presente a una clessidra:
tra questa penna e un altro giorno
da esistere.

(In vena di rischi)

 


ancora un giorno perso
dietro al mio corpo
che stringe una flebo
paziente nell’attesa
del dottore mentre l’anima
incallita già si fa
elettrocardiogramma
di Gutenberg.

(L’anima incallita)

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Emilia Barbato, “Nature reversibili”. Nota di Michele Paoletti

«Per raccontare il percorso di stesura dell’ultimo libro userò l’immagine di un sentiero che fin dal primo sguardo chiarisce al pellegrino la sua natura di foresta divina, l’amore. Ho riportato lo stupore di addentrarsi seriamente nella creatura corpo bosco, nel microcosmo di emozioni e bagliori e miracoli inauditi e nelle piccole insidie del cammino.» raccontava Emilia Barbato quando la intervistai a proposito del suo ultimo lavoro poetico.
Il percorso attraverso Nature reversibili (pubblicato da Lietocolle nella collana “I giardini della Minerva”, curata da Maurizio Cucchi) chiede di essere compiuto con i piedi ben piantati sul terreno, in una condizione di scambio reciproco tra corpo bosco e corpo del bosco, della terra. La parola di Barbato è esatta, piena nella sua misura, mai eccessiva: parola che chiede ascolto. All’interno del libro si intravede una vicenda, un percorso amoroso, ma non è questo l’obiettivo di Barbato: i testi ci avvicinano al mondo piccolo, alle cose minute, intrise di divino – un dio delle piccole cose permeato d’amore. E questo stare “bassi, vicini al senso delle cose, /corolle aperte / a un palmo da terra” – come scrive Maria Grazia Calandone – arricchisce il nostro sentire, radicandolo nel senso profondo dello stare tra le cose del mondo. Il corpo bosco dunque si estende e si ramifica in orizzontale, si libera e muove / con movimenti vivi, di radici, si nutre di attimi irreparabili di bellezza, si riempie di vento, si disperde. Il corpo bosco esige poi un percorso di pazienza, un seme impossibile conficcato nel buio della terra, qualcosa che si agita in fondo chiedendo amore, una piccola cosa appunto, piena di senso del divino. Avere la pazienza della pietra è forse la chiave di accesso a questo mondo misterioso e sottile evocato da Nature reversibili: un libro magico che suggerisce un segreto tracciando un ponte tra due soglie, chiedendoci un atto di amore e di fiducia. Una raccolta poetica estremamente consapevole del nostro essere di polvere eppure reversibili, parti di un processo infinito, un susseguirsi di piccoli vuoti e attimi di meraviglia.

© Michele Paoletti

Hai ricondotto altre volte
un filo scuro di ferro
alla forma di una casa,
hai stretto nodi sul tetto,
e posizionato una sedia
di carta per farlo restare,
ma il vento passa veloce
nelle stanze dimenticandole.
Come un titolo parla
di libertà e oblio dalle pagine
ingiallite di un giornale.

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proSabato: Cristiano Poletti, Jähn

 

NOTA AL TESTO:

Sigmund Jähn è stato il primo tedesco nello spazio. Con la missione denominata Sojuz 31 raggiunse la stazione speciale Saljut 6, il 26 agosto 1978. Divenne per questo eroe della DDR ed eroe sovietico.

Uno dei fondamenti necessari alla costruzione ideologica della Repubblica Democratica fu il riferimento allo spirito comunitario espresso durante la Guerra dei contadini (1524-26), rivolta popolare scoppiata in seno al Sacro Romano Impero.

In tedesco, «in den Köpfen steht die Mauer noch» significa: «il muro è ancora nelle nostre teste».

La prosa è tratta da “Temporali” (Marcos y Marcos, 2019).

Emanuele Andrea Spano, “La casa bianca”. Nota di Carlo Tosetti

Capita di incontrare libri come quello d’esordio di Emanuele Andrea Spano, La casa bianca (Puntoacapo Editrice, 2018), un libro che dona una boccata di poetico ossigeno, perché è “semplicemente” poesia. L’avverbio è virgolettato, in quanto non si riferisce alla qualità dello scritto (la poesia è di pregevole fattura, intima e intimista), ma allude al fatto che sia lontana dalle velleità che infettano la poesia contemporanea e che, sempre più spesso, ingenerano una inversione di fine e mezzo. Il fine di questo libro è il risultato, il verso. Il fine compare perché il libro è decisamente riuscito, il mezzo, ovviamente, è la scrittura. L’unica critica che mi permetto di rivolgere all’autore è relativa alla truffa dell’esordio.
Anche il termine “esordio”, infatti, va virgolettato. È un esordio dal punto di vista commerciale e non poetico; alla lettura della silloge, risulta evidente la lunga masticazione alla quale sono stati sottoposti questi versi – ciò per la loro compiutezza stilistica e solidità – tanto che si desta in me il sospetto che fossero relegati in un cassetto da tempo, un tempo imprecisato e destinato a infinite limature.

Il libro è diviso in due sezioni (Il bianco dei muri e Altrove) e all’inizio contiene due citazioni, le quali ci forniscono una chiave di lettura e amplificano il senso dei versi: ci sono Vittorio Sereni da Autostrada della Cisa («Ancora non lo sai […] non lo sospetti ancora/ che di tutti i colori il più forte/ il più indelebile/ è il colore del vuoto?») e Mario Luzi da Il gorgo di salute e malattia («Lei scesa dieci anni fa nel gorgo/ che all’aspetto poco mutato dei figli/ non coglie il vuoto d’anima,/ non sa della tempesta/ d’aridità venuta più tardi/ e ancora con sfocata dolcezza ci sorride»). Questi due stralci, di diversi autori, evidenziano il tema del vuoto, substrato nel quale hanno proliferato i versi della raccolta.
Il vuoto ha qui il significato di assenza e lo stesso termine compare varie volte fra le poesie: «la soglia tra il legno e il vuoto» a pag. 17, «nell’azzurro vuoto dell’inverno» a pag. 18, «Essere lì senza più memoria,/ vuoti, e non sapere il gelo/ dei lampioni all’alba» a pag. 19, «Sapessi la disciplina della pietra/ lo spazio certo fra vuoto e vuoto» a pag. 23.
L’assenza è delle persone, dei cari ormai scomparsi e l’assenza si ripercuote (e si manifesta) contro le cose e nelle cose, perché queste ultime resistono maggiormente, prima di venire anch’esse polverizzate, e testimoniano; da Il bianco dei muri, pag. 25:

Per rifare l’intonaco dentro
si aspetta che qualcuno muoia
per lavare la malattia dai muri,
rinfrescare le pareti, stanare
la muffa che sale dal pozzo chiuso,
quello murato sotto la camera,
che ho scoperto troppo tardi. (altro…)

Cieli clinici, di Alessandro Bellasio

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Delle undici poesie che compongono Cieli clinici, poemetto inedito di Alessandro Bellasio, si riportano qui le prime cinque. Anche una sola metà del testo (che tuttavia rappresenta di per sé un corpus organico) mostra, dimostra come sia stato questo lavoro, un flusso divorante. Traspaiono, alimentate da un fiato a lungo sospeso, le forze che l’hanno originato: tremore, angoscia.
Il verso di Bellasio si dà con forza, fortunatamente, grazie anche e soprattutto alla pulizia tecnica di molti momenti, a partire dal bellissimo (talmente è netto) incipit: «Non ricordo. C’è stato / …». Frattura e sospensione sono decisive qui a fine verso; perché il ritmo si detta proprio a partire da questa frattura e poi accelera in tante parti del poemetto grazie all’uso quasi frenetico della virgola (un esempio: «Sono stata, da lungo tempo, / trasportata, lungo una città / ravvicinata, in alto, tra i suoi cieli…»; o ancora: «Io pendevo, nascosta fra i capelli, / ho, da lontanissimo, / …»).
Così si annuncia, incentrato sull’esperienza della malattia come sorgente di conoscenza, il nuovo lavoro poetico di Bellasio dopo Nel tempo e nell’urto, libro del 2017. Scrive in esergo: «…al tuo confine». “Horos”, confine, soglia: l’autore ci porta là dove un colpo secco è esploso, o è pronto a farlo. Ha riguardato lui, altri, non è dato sapere; ciò che importa è invece come la prima persona s’impone e si espone in momenti di verticalità assoluta: «…Vedo / il mio respiro; / non lo inseguo. / Capisco». E ancora, in modo marcato, nel quinto “movimento”: «Non avrà mai fine. Io so /…»; «…io, di me che sono / metà spezzata / …».
Si riconosce volentieri, certo, l’ascendenza in particolare di De Angelis. In alcuni termini, penso a “pattugliamento”, “grido”, e nella formulazione del dettato: «di me. Ne riconosco il niente, il profondo / livido, l’odore». D’altronde l’autore sa restituirci il punto esatto tra l’eterno e il temporale dove restare, dove scrivere evitando “la slavina del parlare”. Sapendo che il tremore è tutto tra le mani e nella mente di un poeta. In attesa di “un salto”, sempre nell’angoscia, dove la poesia nasce, e si compie. (Cristiano Poletti)

 

A Ro… a Carlo, a Silvia, ad Angelo
“ma se ti capita di sentire anche tu
il colpo secco al tuo confine”

I

Non ricordo. C’è stato
lo svenire di una fronte, un impazzare
di voci, un grande andirivieni… misurini, contagocce
analisi… La vena, abrasa,
di una morte che fermenta
in accelerazione verso il cristo.
Non ricordo.
Sono stata, da lungo tempo,
trasportata, lungo una città
ravvicinata, in alto, tra i suoi cieli di ambulanze.
Ho varcato
di me qualcosa, sì, una voce
ignota, una
cosa
irrespirabile
sprofondata dentro me, da molto, da
prima – ma
piantata in alto, fra le sirene…
Sono stata
asciugata, da qualche parte, nei
secoli, un pomeriggio di novembre – è
semplice, vedete, mi hanno messo un camice,
ecco, mi hanno
mandata a chiamare.

 

II

Mi hanno appoggiata su una garza.
Io pendevo, nascosta fra i capelli,
ho, da lontanissimo,
chiamato un fazzoletto. È
questo
il reparto, la voragine
da dove decantare tramortiti. Ho
invocato
il sonno, la puntura
che contiene il buio, un grammo
di notte, la cattura.
Sto distesa… Sento
la mia carne, il lungo
muggito che mi serra – la mia vita
inchiodata in me, gli aghi.
Non mi muovo.
Respiro, qui, da qualche parte
al di sopra o
al di sotto (non so più)
di me. Vedo
il mio respiro;
non lo inseguo.
Capisco.

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