poesia italiana contemporanea

Carmelo Cutolo: quattro poesie

Suono incauto s’insinua
simile a ostili rumori d’acciaio.

Innocente si aggira
tra i timori di antichi adolescenti,
nei fumi intorno a boccali rossastri
e profumate sete
rigonfie e verdeggianti.

Un alto strepito odo
ed il frusciar di carte,
innocuo gioco di vecchi felici.

E balena rimbomba
brucia. Come una lama
trafigge e mi smarrisce.

 

Il chiostro di San Marcellino

Svettano nell’alba, ci difendono
dal tempo, le colonne, e da sguardi
indiscreti. Le celle sussurrano
ancora le mistiche preghiere,
ricordano l’ascesi. Le mani
bruciano ansano frugano senza
peccato.

Mi sfiora e come un respiro pulsa
il verde fruscio fra le fronde.

 

Il bosco di Capodimonte

Porti l’aroma lieve ed inebriante
di onde sfiorate dal sole e dal vento.
Sei l’erba soffice bagnata
dalla brina di labbra
tumide ed infuocate.
Sei il cotone che fruscia e accende gli occhi
d’inesauribile folle lussuria:
giaci riversa, su un’ara di mirto,
tra i rami consacrati
alla bella Afrodite.

Dov’è il mondo? Il sangue
è qui, nelle cortecce,
batte qui, nella carne.
E che fanno le dita
che tra le labbra indugiano?
Non bastano gli ininterrotti baci
che fanno invidia persino ad Amore?

Mi chiedo dove siano
la terra e il cielo. Ovunque sia,
piú non esiste il mondo.

 

Quasi si ode l’eclissi
che batte lieve l’antro luminoso
e sbircia ombre affettuose e curiose
verso la notte nuova e misteriosa.

Scorgo una luce che sporge e scintilla
e già si spinge nei sogni piú arditi,
e lungo affilate falci
si figge e si nasconde,
e traccia, infine, un cerchio.

 

© Carmelo Cutolo

 

Carmelo Cutolo vive a Napoli, dove è nato nel 1985. Si è addottorato in filologia classica presso l’Università di Messina e insegna discipline letterarie. La spuma del tempo (Oèdipus 2019) è la sua prima raccolta di poesie (in corso di stampa).

Guido Fauro, poesie da “è il Tramonto il mio Oriente”

Guido Fauro, da: è il Tramonto il mio Oriente (Roma, 2013)

 

è solo il cielo un fazzoletto
che azzurro dalla finestra vedo

ma lo ricama
————–– se ho fortuna –
la flessa riga nera d’un uccello

 

e un mattino
ci destammo sconosciuti
– le stanze le abitudini:
—————passeggeri

che parlano:
del tempo o nel silenzio:
—-attraversano gallerie.

Uscivo se potevo
– come per una sigaretta
che non rechi disturbo –

———-mi interrogavo:
su quando saresti scesa.

 

se finestre Primavera

(piumata da farfalle
e da ghirlande d’edera
con strascico di sole
– come fu bianco, Inverno –
con ali di fiori,
che in alto lanciano i profumi
e di cristallo ancor più in alto,
ma poi sul marmo infranti,
————vessilli, le fontane;
mentre una dama pallida
nubi frangiate, per un brivido,
a sé annoda
———-e lenta in cielo vaga)

se almeno una finestra
– a invadere il tuo silenzio:
—————————–eterno –
in questa stanza,
——————aprisse Primavera

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Maria Pia Quintavalla, Quinta vez

Maria Pia Quintavalla, Quinta vez, Edizioni Stampa 2009, 2018

La scrittura di Maria Pia Quintavalla si caratterizza per una intensa dialettica di incontro e commiato, come ebbi modo di scrivere nel 2012, allorché presentai presentai, per il «Giardino dei poeti» di Cristina Bove, due testi allora inediti di Quintavalla. È una dialettica che sa essere struggente e sorvegliata nell’espressione, temeraria e raffinata.
Quinta vez ha e offre il fascino di un confronto che si riallaccia in questa raccolta al narrare in versi della figura di China, quale i lettori conoscono almeno fin da China del 2010 (Edizioni Effigie).
Con una particolarità: questo ritorno – un vero e proprio Volver nel senso del film di Almodóvar, con l’avvicendarsi di figure femminili, madre, figlia, sorella, nipote, di ricordi, ruoli, riflessi e riflessioni – approfondisce ed estende il movimento non solo in direzione del complesso e del profondo, ma anche dell’universale, come archetipo eternamente ricorrente.
Ecco, dunque, che la dialettica si arricchisce di ulteriori nodi e snodi, di reti e di melodie, di epifanie e di passaggi, nei quali i verbi riversarsi e confluire sembrano suggerire, se non addirittura imprimere, la direzione all’incontro, al commiato, al ritorno, alle vicende individuali così come alle epoche storiche: Quinta vezvez significa “volta” in spagnolo – racchiude insieme la prima parte del cognome dell’autrice e il moto perpetuo del volgersi e del ritornare.
Lingue storiche, linguaggi e stilemi letterari, registri linguistici si riversano e confluiscono anch’essi, conferendo, nella pluralità, significati che pungolano chi legge e chi ascolta a indagare, a ritornare, a meditare sul testo, o anche, semplicemente, a farlo cantare e decantare:

Che tu emanavi musica, ricordo bene, è stata la prima
immagine di te avuta al mondo.
Di questa musica avremmo spostato insieme le altezze,
la durata, la curva della melodia, forse anche un canto
era possibile.

In una articolazione così composita occorre essere disposti a leggere non solo tra le righe, ma anche a essere continuamente spiazzati circa la dialettica, ad esempio, tra il titolo della singola sezione e il suo sviluppo.
Nella prima sezione, infatti, dal titolo Pre-natale, è contenuto il dialogo con la madre morta, o ancora meglio, con l’evocazione e la rievocazione dei suoi detti, dei suoi gesti insieme lievi e incisivi, del suo emanare musica.
Mater  e Mater II presentano la figlia della prima sezione come madre di una figlia che irrompe a sua volta con la voglia di cambiare, trasformare, capovolgere, perfino:

Lei non ascolta, se cammina non ti vede più
sei tu alle spalle, la conosci
dal silenzio dei passi, lei non corre
più accanto alla tua vita ma davanti,
la sospinge e spinge via.
Lei non sa nulla
ma se la guardi appena, dietro al viso
c’è ancora quel sorriso e gesto pieno
della mano ha il volo di un gabbiano
nato intorno al seno, ne aumenta le parole
nate dal futuro. (altro…)

Angelo Vannini. Tre inediti

 

Una volta

In fondo eravamo
fortunati, da noi si vedevano
le case sopra le colline, i fiumi
non ancora in secca. E l’acqua
che nel mare era ancora
calma, come una volta,
gradita, l’altra voce.

 

Oggi

Oggi vedo passare i pini. Sono
tanti, come una fila
sempreverde di scalzi, nudisti
magri nei giorni
dell’apocalisse. In fondo li credo
senza sonno, un po’ come me
e te, in qualche raggio di sole,
atterrati senza il mondo.

(altro…)

Ugo Magnanti, Il nome che ti manca (nota di Letizia Leone)

 

Ugo Magnanti, Il nome che ti manca, peQuod, Ancona, 2019

Nota di lettura di Letizia Leone

I testi selezionati da Ugo Magnanti dal «corpus virtuosamente esiguo» del proprio repertorio poetico, strutturano questo recentissimo libro uscito per i tipi della peQuod e coprono un arco di tempo che va dal 2005 al 2015. Eppure, a parte l’inserimento di poche poesie inedite, ci troviamo di fronte ad un progetto innovativo là dove i testi, ricollocati in altre potenzialità di senso e narrazione, spezzano la rigidità semantica di scritture già edite e aprono alla metodologia del work in progress. Magnanti da autore/artista contemporaneo vede nel tracciato della propria scrittura una «grande riserva di virtualità» e riafferma l’importanza della testualità quale sistema fluttuante. La struttura di un libro esige la consapevolezza della partizione dell’insieme e dunque anche la sua composizione architettonica gode di certe possibilità ignorate. Scrive Guy Scarpetta: «la struttura gioca su forme e funzioni, la composizione può giocare perfettamente (come accadeva in Joyce) su microsignificazioni: ritmi, accenti, timbri, tonalità, condensazioni, allusioni. Si può anche immaginare una struttura apparente (formale o «tematica») doppiata da una composizione segreta, ramificata, microscopica.»
Condensazioni, allusioni: sarà interessante allora studiare i nuovi interscambi, le nuove rimodulazioni formali o la porosità semantica di questa progettualità aperta e in divenire.
In occasione della pubblicazione de L’edificio fermo nel 2015, ora incluso nelle sette sezioni del libro Il nome che ti manca, sottolineavo il grande equilibrio formale e stilistico rivelativo di un lavoro di scavo sulla parola. Peculiarità questa che informa l’intera silloge: dal nitore delle quartine di 20 risacche, ai distici in rime concatenate dei Cantati distici, fino alle stanze di venticinque versi de L’edificio fermo.
Riproponendo qui alcune notazioni critiche relative alla silloge de L’edificio fermo (scritte in occasione dell’uscita del libro) si evidenziano certe specificità della scrittura di Magnanti.
Cos’è questo straniante edificio fermo, iperbole che crea una ridondanza e invita a riflettere sulla valenza allegorica della visione? palazzo fra tanti,/ un prodigio sollevato dal/ deserto… annunciano i primi versi della protasi Entrata che introducono alla galleria delle stanze viventi di questo strano palazzo.
Epifania di un Edificio-Io, disfunzionale e eccedente: È affiorato col vento, come/ un nervo smisurato…, costruzione in fieri che sembra crescere stanza su stanza nell’incedere. E questo incedere è una deriva in una realtà che si dà per apparizioni. Le strofe sono esposte all’apogeo della luce, luce da «glorioso mezzogiorno» montaliano, luce metafisica della rivelazione.
Inevitabilmente mura e ambienti sono affollati di lemuri e di ombre che portano sulle spalle il carico di questa feroce luminosità.
Si sa, la poesia vive di più livelli interpretativi e qui il verso calibrato assolve magistralmente questa funzione: siamo dentro un ariostesco Palazzo di Atlante dove ogni passo destabilizza il soggetto slitta nell’allucinazione di vane apparenze e simulacri che già una volta hanno disorientato Orlando.
Il dettato infittito di richiami svela come l’impianto di questo libro-organismo affondi le radici nei giacimenti letterari della nostra tradizione; già il termine-chiave «stanza» risuona nella doppia accezione di camera, cella privata e coblas, strofa della canzone antica.
Per Dante la stanza è sì camera capace di contenere tutta la tecnica, ma anche secretissima camera de lo cuore dove dimora lo spirito della vita.
E queste sono camere che si aprono su paesaggi e stagioni della vita, su un sentire privatissimo e labile dove l’interrogazione di senso corre allusivamente sottotraccia insieme al male di vivere.
Il poeta diventa un antico padre del deserto orfano ormai di ogni divinità, e il suo peregrinare si snoda per quaranta stazioni meditative, se come afferma Tranströmer, ogni poesia è una «meditazione attiva». Qui ogni stanza o strofa rappresenta la tappa di un’ascesi umana, troppo umana…
«Trascendere, ma verso dove?», «Ascendere, ma a che altitudine?» aleggiano nel vuoto le domande di Nietzsche nella «svalutazione dei valori supremi» del suo nichilismo.
I richiami biblici rilevati da Cristina Annino nella postfazione, dal digiuno di quaranta giorni al diluvio universale, ai quali possiamo aggiungere i ritiri mistici della tradizione islamica, ci fanno capire come questa indigenza dell’io sia una sorta di veglia di espiazione-purificazione. Il numero quaranta è legato al periodo della purificazione, la quarantena.
Opachi riflessi, parvenze, fantasmi, demitizzazione del soggetto, caducità e impermanenza… tema rilkiano per eccellenza.
Allora L’edificio fermo, in questa doppia affermazione di immobilità, è un ancoraggio che dovrebbe resistere alla furia entropica degli eventi:

Come possa ogni
mattone anche oggi
stare in piedi è il solito
prodigio che si logora
addosso a un edificio fermo.

(…)

…oggi
tremano le crepe del muretto
e le erbacce saziano l’aria… (altro…)

I poeti della domenica #348: Roberto Lamantea, I quaderni sono in riga

 

I quaderni sono in riga
come soldati.
A leggerli spalancano
i mille cieli e dove non c’è il cielo
bevono le nuvole
a sorsate golose
ma lì, sul piano odoroso
d’acero e mughetto,
sono silenziosi,
la carta è rugosa
come un paesaggio.
La slitta della lettura
si è fermata sui ciòttoli,
c’è già l’erba sulle pagine.
Il dito di una foglia
si sbriciola sul legno.
Io conosco la loro musica.
Tornerò, dico,
prima ascolto la notte.

 

3 luglio 2007 ore 12.50

.

 

© Roberto Lamantea, in Dalle vocali l’azzurrità, Manni, 2013.

I poeti della domenica #347: Sarah Stefanutti

 

Nelle città domestiche (Berlino)

Le cime son state tagliate
è giunto
il grande freddo
s’acquatta l’uomo nella tana
come neve sull’erba

E il lavorio dei muscoli
si esercita in circuiti brevi,
nelle cave domestiche,
scatole elettriche sempre accese

S’abbrevia la luce,
guizza e s’estingue
col serrarsi del cielo,
e il silenzio trattiene la steppa
in una bolla di vetro.

 

Orizzonte

Scala
ferraglia
che scomponi il nostro spazio
aperto

Mi vesto
dal verde della fila di cipressi
all’orizzonte

Di nuvole basse
mi si rigano gli occhi,
in lontananza.

 

In Confini, Giuliano Ladolfi editore, 2017

 

 

 

Sottendendo un noi: Giorgio Ghiotti, Costellazioni

Giorgio Ghiotti, Costellazioni, Empirìa 2019

 

Con una scrittura di grazia dalle maglie allargate e tanto lontana dalle fastidiose involuzioni che a volte si incontrano leggendo (di) poesia, Giorgio Ghiotti ragiona – verrebbe da dire, chiacchiera – della generazione di poeti degli anni’90 e dei contemporanei che rischiano un’attenzione poco proporzionata al loro valore. Il libro è uscito da poco, Costellazioni, per i tipi di Empirìa, e non è canone, non è strettamente saggio: è creativa presa d’atto di una costellazione di punti all’interno di una generazione che è disposta “a tutto per scovare sugli scaffali più nascosti di qualche libreria indipendente un libro di poesia ormai introvabile, ritrovandosi con la testa piena di versi, la [sua] camera – spesso di fuorisede – zeppa di libri e poco o niente antologie, le tasche leggere”.
Una costellazione che si impunta su un cielo diverso, dove Specchi e Bianche e Poesie garzantiane “perdono l’aura” e spazi fisici e online crescono come luoghi di ragionamento. Una rete che al “silenzio” oppone non il rumore ma il “dialogo”, e pronunci il pronome noi senza alcuna contrapposizione ma solo mutuo, intellettuale ed emotivo, riconoscimento.
Ghiotti scrive per rovistare in un presente oberato di stimoli, insomma, cercando di separare il grano dalla pula, non dall’alto di una voce onnipotente ma come esercizio di ricerca di bellezza. E scrive per ribadire la voce di chi, in un presente appena un po’ passato, non ha ricevuto sufficiente attenzione “per difetto di critica, pigrizia dei lettori e una certa dose di caso”; è il caso di Attanasio, Bultrini, Caporali, De Santis, Paola Febbraro, Scartaghiande, Sicari, Toni, Zanghì, di cui vengono antologizzati dei brani sotto il bellissimo titolo di sezione I sommersi salvati. Il libro è poi arricchito da saggi brevi, su Frabotta, Ortese e la possibile specificità della voce femminile in poesia.
E davvero il breve, denso libro funziona come bussola. L’ideale della critica poetica è un paragone di omerica lunghezza con un bambino che si arrampica a cercare un oggetto che gli hanno detto di non toccare. Mettendo in chiaro che “il fine di ogni lettore non è salire sulla sedia, ma riconoscere l’oggetto misterioso”. C’è una monade importante in questo passo: il riconoscimento, per Ghiotti, è chiamare, comprendere il funzionamento dell’oggetto, ma non accedere al suo cuore profondo, “mitologico”. Nella critica, nella storia, nella politica, nella capacità di fare (Benjamin) costellazione di ciò che deve restare, il critico sa che della materia della poesia resta inconoscibile la scintilla, come per la creatura di Frankestein, dice ancora Ghiotti, resta inconoscibile la vita che va oltre la somma degli arti rappezzati.

© Giovanna Amato

“Caratteri” di Annelisa Alleva

alleva caratteri

Caratteri, edito da Passigli (2018), l’ultimo libro di poesie di Annelisa Alleva – poeta, traduttrice, in particolare dal russo, e saggista – si presenta come una raccolta composita e articolata. Articolata in diverse sezioni, composita perché è attraversata da momenti diversi, sia dal punto di vista della forma poetica, sia dalla forma che questa di volta in volta assume. Le sezioni che compongono il libro sono: Bogliasco, Madre, Sogni, Caratteri, Magneti cinesi, Epigrammi, Haiku, Georgia. Tutte, pur nella loro apparente diversità, mantengono una continuità di temi, di dettato e di visione che le attraversa e le rende unitarie. In questo contesto il titolo Caratteri assume un significato ambivalente, il significato manifesto può rimandare ai caratteri grafici che stanno alla base e diversificano le scritture, ma questa è solo la porta d’ingresso. Attraverso le lettere, le sillabe, le parole e i versi si giunge, come emerge chiaramente dalla sezione che dà il titolo al libro, al significato più profondo del termine i caratteri intesi come i tratti profondi della vita e della personalità di un individuo. Lo stesso titolo del libro rimanda a un trattato famoso di Teofrasto in cui l’autore, con intento però caricaturale, descriveva i caratteri tipici degli ateniesi del IV secolo a.c. I testi che compongono la sezione che dà il titolo al libro, se è vera l’affermazione attribuita ad Eraclito che il carattere è il destino di un uomo, si confrontano, invece, con il fondo destinale dell’esistenza. Ne sono indizi tra gli altri le citazioni del Dostoevskij dei Fratelli Karamazov e di Bergman, due autori che, nelle rispettive forme artistiche, si sono confrontati in un drammatico corpo a corpo con la dimensione tragica dell’esistenza umana. Questo confronto avviene in maniera plurima, in quanto l’io lirico si rifrange in molteplici forme, figure e persone, basti pensare, tra gli altri, alla voce di Sof’ja Andreevna, moglie di Tolstoj. Diversi personaggi, infatti, presentano, parlando in prima persona, i tratti fondamentali della loro esistenza attraverso un episodio, un momento paradigmatico della loro vita, racchiuso in pochi versi che incorniciano pochi istanti sottratti allo scorrere implacabile del tempo.

Io, Sof’ja Andreevna, correvo tutto il giorno
in giro per la casa e copiavo i suoi manoscritti.
Poi, a un certo punto, ne fui esaurita.
Vennero meno quelle descrizioni di calate lattee,
pizzi, tappezzerie, abiti da ricevimento.
Fuggivo a fare il bagno nello stagno di mezzo,
mi calavo giù per la scaletta di quella palafitta,
in mezzo alle vibranti libellule blu e argento.
Lui, privo della linfa dei miei ritocchi di donna,
pervenne al saggio sulla sua grande Remington.

L’autrice, nelle diverse sezioni del libro, utilizza le varie forme espressive in maniera consapevole e cristallina. Variando dal poemetto nella prima sezione Bogliasco al frammento lirico, passando a dei veri e propri quadri poetici, come nella sezione Caratteri, arrivando all’epigramma e l’haiku, ma anche attraverso una prosa poetica che assume la forma di un taccuino di viaggio come accade nella sezione Magneti cinesi, appunti di viaggio che si trasformano, nella sezione Georgia, in una trasposizione poetica, piena di un sommesso stupore, degli incontri e delle persone. (altro…)

Poesie da “In giardino” di Viviana Fiorentino

Viviana Fiorentino, In giardino, Controluna edizioni, pp. 72, euro 9,90

 

Inverno

Zähle die Mandeln,
zähle
Mohn und Gedächtnis, Paul Celan

E forse questo è inverno,
il giardino straniero
annaffiato di pianto e sangue.

O forse terra di destini
tra le macerie del secolo,
o le mandorle e il tempo,
che ora sguscia
ancora fuori
e lo sforzo di rifare e tornare
del ramo di susino.

Tu mi dici che la corona
è rosa, è tempo che riarde
nella catasta di legnetti.

E io ti credo, ancora
e aspetto il tempo
che torni dentro il guscio.

Di nuovo io ti credo,
anche se poi esco e vado
a cercare se il cielo
è integro tra i rami del susino.

E tu mi dici e io ti credo
che la pietra diventa fiore.

Allora io conservo quel fossile,
l’ammonite muta,
la voce fedele ed esile,
di un mare come in tasca.

E io ti prego e vado fuori,
nel giardino straniero,
e per la rosa
quest’inverno
e pianto pietre
che si faranno fiori.

E forse sarà ancora l’inverno
il battito sepolto
che odora eterno
sotto
di noi
ingenui tra mura di gelo.

 

Venezia

Tra queste pietre che affondano in acqua,
cianofite e patine algali,
in un buio di madre e strade
camminiamo tra budella di pietra
arcane come il cuore umano.

E questo è il sogno tu mi dici
e la pietra che vedi
che dall’acqua ora emerge
sfinita.

E quel che senti non sai
se da verdi escrescenze
marine
o da labbra d’oro e d’oblio
proviene.

O forse è acqua lo specchio in te,
dilaga e inonda,
occulta cupa l’onda immemore
del tuo niente.

 

Neve

Poi arrivò la neve, portai in stanza
la lettera, chiamai la gatta in casa,
ogni parola misi
al riparo,
la coltivai nel cavo della gola.

Chiuse dentro le sillabe trattenni
come semi che aspettano di aprirsi,
per un colpo di vento,
per un raggio di sole,
una domanda.

 

Ogni cosa

Ho scoperto che
i fiocchi di neve e poi i loro nomi
nella lingua straniera
sono le paillettes nei tuoi occhi.

Sono anche, per esattezza di tempo,
un nome scritto nell’aria di marzo.

Comunque sono gli anni
fra me e te, i gesti che più non ritornano,
ormai disfatti in una luce nuova.

E questa poi forse è la misura,
gli anni lasciati indietro nella neve
e questi fiocchi che io adesso inghiotto.

L’andare oltre il pianto,
giungere a questa gioia,
unica o muta,
che tenace rimane
e nasce nel colore di ogni cosa.

 

Damasco II

In una sera di giugno tu e io
in piazza guardammo il sole al tramonto,
la torre in alto bucava l’azzurro.

Con la tua voce di rosso che brucia
nella città della seta, dicesti,
ci saremmo un giorno, tu e io, incontrate.

*
Poi gli anni trascorsero silenziosi,
attendeva la città delle spezie
quel nostro viaggio per vecchie strade.

E noi non ci accorgemmo,
tra mie indecisioni
Meridiani erano rete del tempo.

*
Vedemmo il sole tramontare ancora,
portò tutto dietro l’orizzonte.

La tua voce di rosso,
le mie mani incerte,
i Seri che cardavano
con un piccolo pettine
sottili fili, sete,
Palmira e Petra
ignoti occhi, Oriente
dedali,
e luci e spezie e cose
tra i templi nei mercati
e falò di profumi
labirinti di stoffe,
bambini, braccia, gambe e mani e secoli.

Gli enigmi di sorrisi sugli scisti
e sepolture antiche
negli orizzonti obliqui dei deserti.

*
Trema la terra, dicono
colonne in fumo,
ci manca il pane, dicono
sono informazioni di sicurezza
ma non è gente, dicono,
che guardi l’orologio.

*
Hanno lasciato chiusi
padre e figlio nell’auto,
per tre giorni nell’auto
morti, i cecchini.

*
Sulla strada
verso quel paese che guarda Cipro,
siamo noi adesso ferme.

*
Rimaniamo in silenzio,
oltre le acque del mare,
montagne, oltre i deserti.

*
Mi sentivi mentre io camminavo?
In città noi ci saremmo incontrate.
Ma io non c’ero più
né tu e la città che
non aveva più nome.
Uscii per raggiungerla
ma le case non c’erano,
né strade che portassero
in qualche luogo o parte.

Era tramontato il sole a quell’ora,
e altre cose aveva portate giù,
perché la notte inghiotte.

Bambini, uomini, donne.

C’eri anche tu tra loro?
Sotto calce e mattoni,
sotto il fragore delle esplosioni?

Tu mi senti mentre io ti raggiungo
sulla strada dove si carda seta
e dove si pettinano le foglie?

Mi senti, noi camminiamo all’indietro,
mentre il sole più veloce tramonta.

*
Non hanno occhi tra le macerie più
per vedere, non hanno
occhi più.

*
Aspettiamo, siamo da qualche parte,
unpronunced come sillabe
non dette.

*
Dico, vicino all’Eufrate e il Mar Morto,
poi la città dov’era?
Le montagne si sono ripiegate,
La Turchia, la Giordania,
i confini del mondo,
il tempo accartocciato,
tra te tra me macerie,
tempo,
sulla carta della vita, cos’era?

*
Il silenzio ha poi un’eco.
Dai confini di sabbia,
dove le linee non esistono,
e la memoria di me che non è me
si perde, dal deserto,
sulla via sopra il livello del mare,
dove il sole e il cielo non tramontano,
siamo rosa e spezia e sale e bambino,
siamo cosa come terra inghiottita,
millenaria anche in cielo.

 

© Viviana Fiorentino

Poesie da “Corpo a corpo” (Ladolfi Editore 2019), di Fabrizio Ferreri

Ma “il corpo a corpo” di Fabrizio Ferreri qual è? Qual è la sua sfida, la sua ricerca, il suo “stanare”, “frugare”, “snidare”? Nella sua ansia dell’oltre vibra un’irrequietezza messa duramente a tacere, in cui trapelano l’angoscia d’impronta siciliana e le interrogazioni sul divino ormai classiche di Caproni. Forse è un corpo a corpo che sembrerebbe poco corporeo, al limite dell’invisibile, quando il corpo dell’altro, in quanto appunto altro, diventa un fantasma, di natura divina o umana. L’altro ha sempre un corpo sfuggente che scivola dalle nostre braccia verso l’assenza. Che sia Dio o la persona amata. E il faccia a faccia inseguito è sempre procrastinato.

(dall’Introduzione Fabrizio Ferreri poeta in lotta di Gabriella Sica)

 

Quando mi ascolti è come
se da me svolgessi
il vischio della materia
e intorno il sapore acre
e forte spandesse
di vittoria – su cosa
contro chi se al più
è una larva tinta di rosa
per darne cupida illusione
che di fronte a me si posa?

***

Filigrana intravista
in contro-luce appena,
falsariga, cecità
e vista, silenzioso solista
in un coro di sbandate voci, dimmi
sei demiurgo dalle mani invisibili
o semplice cronista? (altro…)

Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos 2019)

 

È arrivato in redazione il Quattordicesimo quaderno italiano della serie Poesia contemporanea di Marcos y Marcos, con la regia di Franco Buffoni. Nei prossimi giorni ce ne occuperemo con la dovuta attenzione. Oggi di ognuno dei sette poeti raccolti nel Quaderno proproniamo la lettura di un componimento. Buona lettura. (La redazione)

 

Pietro Cardelli

Aprile

Ecco il ballo, la danza a me estranea
“Guardati” non hai più inibizioni, hai finito
le scorte, le paure sottili, tutti
gli accorgimenti nascosti, appostati
negli anni, e giustamente. Non devi fare altro
“Quale il prezzo?” volevo domandarmi
e il rifugio stava nelle cose, non c’era
aprendomi al quel mondo, negandolo poi
nelle coperte di lana così tardi, nel cuscino
uno sopra l’altro: il collo preme forte,
si forma un livido nerissimo.
.                               Il prezzo c’era,
questo è i punto; accettarlo era un nuovo
gesto, la sedia che si muove, il baratro.

Hai la schiena inarcata, quasi cadi
ma c’è una forza che ti sorregge,
che non ha forme: si arrende a te
come tutti, ti riconosce nei capelli
che precipitano, nello specchio
dove rifrangi. La gravità t’impone
dei doveri, tu li rispetti, sei calma
sfioro la nevrosi.

Anche perché le immagini sono
una truffa ben architettata, e lo sanno,
sono un’impudenza, un’oppressione
senza confini. “Eccomi che mi dono a te,
guardami” e non c’è salvezza
se si riproducono così velocemente,
saltano e si ripresentano, si moltiplicano
nell’ansia, negli schermi: mi guardi,
nella cornea si pare il vuoto:
bianco-e-nero, sorriso, l’ulcera
si amplia, si diffonde: è la sottotraccia,
il destino, l’incompiuta mente.

 

Andrea Donaera

Il padre. Un’ustione.

I.

Ti immagino, ormai: e basta.
Un fumetto, colori,
cartapesta, nel presepio spento,
i miei anni, che non vengono,
tutti noi. Sei la norma,
l’amico, questi mesi.
La mia pazienza di blatta sul tuo cuscino,
che così ci immagino, ormai: e basta:
nei terrori, nei colori. (altro…)