poesia italiana contemporanea

Giulia Rusconi, Linoleum

Giulia Rusconi, Linoleum, Amos Edizioni, A27; € 12,00

 

Accorgersi con stupore
che a impressionare non è la morte
ma il dolore, e non l’amore
a commuovere ma la vanità dolcissima
di uno specchietto tra lo smalto rosa
un pettinino tra i capelli grigi
nella luce arancione del mattino
quando crede di non essere vista
si sorride, si fa l’occhiolino.

 

*

Domando da dove viene il male
e con le dita aperte indica
l’osso occipitale. La testa
dice mi si sta aprendo di dietro,
la lava inonderà il cuscino
poi cade la parola nel fondo
scuro dei suoi occhi di china
quando la cara morfina passa
dalla mia mano al suo corpo.
Benedetto il riposo che lo stende
supino, e ad occhi aperti dorme
e i sogni li vede vicino.

 

*

C’era qualcosa, sicuro che c’era
ma che cos’era, che cos’era?
Girello alla mano percorre il reparto
ad anello, sempre la stessa figura,
gli occhi assuefatti al torpore di cura
e sempre la stessa domanda a incalzare
che cosa mai mi devo ricordare?
Trascorrono otto milioni di secoli
nei vicoli oscuri dell’assenza.
Qualcuno col camice diceva la sua:
demenza, decadimento cognitivo.
La diagnosi è giusta? O forse
è solo un rimpianto tardivo?

 

*

È un fraintendimento dell’occhio:
quella è una donna su un letto
ma a dispetto di quello che appare
non è più niente. Mentre quel corpo
disciolto, grotta da cui neri uccelli
prendono il volo. La povera figlia
si accosta a quel tenero imbroglio
piange e sorride, si inceppa, stride
un’assurda premura: fai la brava
mamma fammi fare bella figura.

 

*

Il camice mi calza bene
il mio nome appeso sul taschino
gli zoccoli appena sfornati
dal negozio di sanitari.

Si fidano di me, si fanno
toccare, mi fissa un coro di occhi
senza sospetto. Aspetto
la fine del turno, mi spoglio

mi lavo le mani. Ma sono
lì ancora quei volti quei nomi
a insegnarmi una loro premura:
Ricordati che noi
::::::::::::::::::::::::::::::siamo la cura.

 

© Giulia Rusconi

 

Andrea Bajani, Promemoria

 

Andrea Bajani, Promemoria, Einaudi 2017; € 10,00 ebook € 7,99

 

1.

È rimasto scritto sulla lavagnetta
tra le cose da non dimenticare.
Sale grosso multa carta da regalo
posta bollettino tacchi da pagare.
Dopo l’esame delle feci guarnizione
andare Verano per la cremazione.

 

6.

Imparare a parlare dai bambini.
Inventare il plurale delle cose.
Un bau due tre quattro bai.
Dimenticare le coniugazioni
far cadere in terra il tempo.
Non camminarci sopra scalzi.

 

12.

Non chiedere a un neonato
di salvare un padre una madre
altri viventi dal dolore. Non
dargli una bomba che ticchetta
per giocare a imparare qual è
il ritmo che fa il tempo.
Trattenere piuttosto il tormento
come si trattiene uno starnuto.
Voltarsi, poi lasciarlo andare.
In generale aspettare primavera.

 

17.

A tre o quattro anni caricare il cannone
di parole e poi sparare. Quindi cercare
di vedere dov’è il mondo quando cade.
Raccoglierlo e poi catalogare. Il resto
del tempo a tutti i costi volerlo salvare.

 

41.

Provare a non chiudere una frase,
lasciare uno spiraglio per chi vuole
entrare: che lo faccia senza chiave,
senza chiedere permesso, che metta
pure una parola dove crede. Stare
meglio quando s’intravede un nesso.

 

60.

Traslocare dentro un’altra
lingua. Portare soltanto
piatti e bicchieri per mangiare.
Affacciarsi alla finestra
trovarsi il mare sulla destra.

 

© Andrea Bajani

 

Gabriele Galloni, Slittamenti

Gabriele Galloni, Slittamenti, Augh edizioni, 2017

*

Ritorna il padre
a casa, morto. Il muro
è così bianco che
illumina da sé.

*

Sappiamo per esempio
senza dirlo che adesso Villa Sciarra
è di nuovo uno scatto
sovraesposto, un abbassare lo sguardo
per troppa luce, il conto
di questa estate e di quelle trascorse.

*

Scendendo da via Longomerio
possiamo vedere lo scheletro
in certe giornate di sole
dei vecchi edifici al di sotto
di stucchi vernici facciate –
non è qualcosa per cui essere
allarmati; i Misteri è inutile
citarli a caso. Il passo
ritorna indietro, incredulo.

*
In principio è una sala ristorante
affacciata sul mare. Undici tavoli
vuoti, un formicolare di ombre appena

visibile vicino la toilette.
Ci siamo entrambi, fuori fuoco, e tante
altre cose a riempire questi spazi:

ne traccio spesso un inventario inutile.

(altro…)

Riassunto di Ottobre (seconda edizione)

Bologna, sabato 21 ottobre 2017
seconda edizione di
RIASSUNTO DI OTTOBRE
(a cura di Sergio Rotino, da
un’idea di Marco Giovenale)

@ CostArena, via Azzo Gardino 48
dalle 11:00 alle 21:00
testi editi e inediti di
12 autori contemporanei

(Leonardo ​​Canella, Anna ​​Franceschini,
Marco ​​Giovenale, Alessandra ​​Greco,
Luciano ​​Mazziotta, Simona ​​Menicocci,
Renata ​​Morresi, Lidia ​​Riviello,
Giorgia ​​Romagnoli, Claudio ​​Salvi,
Michele ​​Zaffarano, Luca ​​Zanini)

*

PROGRAMMA

Apertura (salone primo piano): ore 10:30

Letture testi INEDITI: ore 11:00

Pausa: 13:30-15.30 ca.

Letture testi EDITI: ore 16:00-20:30

Conclusione: 20:30 – 21:00

Luca Barachetti, Fuoco prendi tutto (inedito)

Lido di Venezia, foto di Gianni Montieri

Luca Barachetti, Fuoco prendi tutto (inedito)

*

 

c’è stato a un certo punto nel lavoro
di smistamento siderale che disperde
e poi raduna (e si avvicina e si allontana)
un certo collo sterminato: un certo sforzo:
un fuoco muscolare nel freddo magazzino
deverbato dove ogni punto è un centro:

c’è stato un tac di cosmo vertebrale:
una lombare stilettata originaria: un’ernia
al disco protoplanetario da spasmo
e macrotrauma per usura di materia
e materia planetaria indolenzita
traboccata e congregata in vita:

e qui c’è stato il noi: ingenerato
come polpa verterbrale fuoriuscita
da una lesione d’analus stellare: da una fitta
nebulare che da allora i nostri nervi: gli stessi
eternamente indolenziti (di noi sforzati
e fuoriusciti: di noi stellari addolorati): tocca:

*

il fuoco sempre vivente
che con misura divampa
e con misura si spegne:
e d’interstizio misura
e d’interstizio scintilla:

è il senso dentro le cose
e lento le forma e le brucia
e avvampa in un microsegno
e ci colonizza la vita:

*

ma di questo fuoco il crepitio
è uno solo: granulo di suono
fra niente e niente: glitch
nel giganulla densamente
silenzioso: picco di materia
consonante e dissonante
nell’intero: convergente
e divergente: frammentati
in un errore – siamo:

ed è tutto quel che abbiamo:
il nostro vero nome:

ed errandovi vi erriamo
e trascendiamo
il quale il quanto il come:

(altro…)

Capire di cosa viviamo: Suite Etnapolis

..

Il poema Suite Etnapolis di Antonio Lanza si autopresenta nelle sue ultimissime battute come “un esteso epos di racconti”, dove le storie dei personaggi si combinano fra loro nell’arco dei sette giorni della settimana, intervallate dalla voce di un io lirico sopraelevato, lo stesso che prende la parola per chiudere l’opera. Se Vincenzo Frungillo dovesse immaginare una prosecuzione ideale del suo nuovo saggio sulla scrittura poematica degli ultimi anni (Il luogo delle forze, Carteggi letterari, 2017) non potrebbe ignorare questo impressionante esperimento riuscito, ancora largamente inedito, apparso in quattro sezioni (Domenica, Lunedì, Martedì, Mercoledì) nel Tredicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea (Marcos y Marcos, 2017, qui d’ora in poi Tqi) e in precedenza nel primo Quadernetto di poesia contemporanea 4×10 (Algra Editore, 2015).Cos’è Etnapolis? Un grande centro commerciale, realmente esistente, alle porte di Catania e a trenta chilometri dal vulcano: già l’individuazione del referente come materia di poesia preannuncia lapilli di frizione stilistica, residui di lirismo antico dentro un pathos da marketing. All’interno di Etnapolis seguiamo le vicende di alcuni suoi impiegati, persone normali con problemi e incombenze normali, amori infelici, licenziamenti, figli in arrivo, al limite lutti. Il tutto puntualmente esasperato da una focalizzazione che passa da Laura di Lovable, “serena dopo un fidanzamento rotto” (Tqi, p. 111) ma presto vittima di stalking, a Nuccio, malinconica guardia giurata; da Vanessa di Father & Son, giovane mamma ingrassata e depressa, ad Alfredo, barista che invece sta per diventare ansiosamente padre; e altri ancora. La lingua di Lanza procede così per strappi, interferenze, improvvisi cambi di voce, pluristilistica e politonale, e pure unificata dalla struttura, resa ipermercato di sé stessa. (altro…)

Rosanna Gambarara, Inediti

***

La Verità vorrei…

La Verità
vorrei fosse diritta
come la linea più breve tra due punti
perfetta
come nove diviso tre
liscia come la formula dell’area del triangolo
netta come quella del teorema di Euclide
bella come la progressione di Fibonacci
senza sfilacci colaticci di dubbio.
Invece è inclemente labirinto scarmigliato
che smarrisce il pensiero
screziato numero trascendente
p greco e di Eulero
E uguale a m per c al quadrato.

*

Sala d’attesa

Il magro sospiro agro
della donna
dal perso volto sghembo
che mi siede accanto
silenzioso vento
muove appena.
Solo nelle mani
intrecciate sul grembo
sento
nascosta pena.

* (altro…)

A Luigi Bernardi, tutte insieme

Amazzonia, 2013, foto Gianni Montieri

Negli anni mi è capitato di scrivere alcune poesie per Luigi Bernardi, un paio ha fatto in tempo a leggerle; oggi, nel quarto anniversario della sua morte le metto qui tutte insieme. La fotografia l’ho scattata in Amazzonia nel settembre 2013, gliela mandai pensando a una delle ultime storie che aveva scritto, fece in tempo a vederla. (gm)

*

Le cinque del mattino, l’ombra
dai tetti dalla tua finestra si dirada
Bologna dormirà per poco ancora
tu intanto hai già scritto, bevuto
forse un caffè o non ancora,
non importa. Contano le lotte
tra le parole e la storia a venire
l’ordine consentito e il necessario.
Uno dei tuoi Mac accesi, l’ovvio
da tenere distante dai margini
ogni frase riuscita è un finale
fuori intanto si fa più chiaro
non si inventa nulla, non è vero?
Anche il giornale lo prendi prima
so che non è per essere diverso
è soltanto per essere te stesso.

(2012)

*

I

Così come sempre dovrebbe essere.
Frase che ci ripetevamo all’infinito
cos’erano quei messaggi, quegli scambi
di battute tra due che sembrano
saltati fuori da un libro di McCarthy
te lo dico io cos’erano, vecchio mio
erano cosa preziosa che adesso è mancanza.

II

Anche su questo avremmo detto poco
il Napoli che le ha prese dalla Roma,
la Juve dalla Fiorentina. Uno o due
commenti e ce la saremmo messa via
le partite, si sa, chiudono al novantesimo
come tutto dovrebbe essere.

III

A ottobre esce Eggers, ti ho scritto
non mi fa impazzire, hai risposto
a me piace, bella conversazione
ho aggiunto, e poi una faccina,
come sempre dovrebbe essere,
hai chiuso. Ma eravamo scemi?
Non lo so, non credo, ma ci capivamo
al volo. Alla fine Eggers non è un granché
e ti sei risparmiato il nuovo di Scurati
come per tutti dovrebbe essere.

IV

Il mio treno si è fermato a destinazione
come sempre dovrebbe essere
in fondo ai binari c’era ad aspettarmi
chi per me significa casa, vita
dovrebbero pulirli i vetri dei treni
per quella faccenda della luce che sai
qui sull’acqua la luce abbonda.
Ti mando pensieri liquidi, stupidi,
terribili e veloci. E un’altra carezza.

(2013)

*

La volta dei piccioni la ricordo
più di tutte, la poca confidenza
che avevamo allora, l’incrocio
degli sguardi in Piazza Duomo
due mezzi sorrisi, il tuo prima
del mio, poi la stretta di mano
e tu cospiratore a dire: “Noi
non ci siamo visti”. Sembravi
più piccolo in tutto lo spazio
di Milano. Non so più
chi mi domandò di te
dribblammo poi  i piccioni
in direzioni opposte
“Il più bravo di tutti” risposi
facendo il bullo in Galleria.

*

Nelle tue storie il cielo
era grigio, di metalllo
una lega necessaria
al racconto, ai tempi,
ma se ti penso vedo
solo cose luminose
cose che sapevi fare
come farmi ridere.

*

A Bologna se ne vanno in troppi
sotto un cielo che sta a metà
com’è e come potrebbe essere

a Bologna se ne vanno in tanti
dalle tegole dei tetti, dalle scosse,
dai portici che non reggono più

niente e niente è come dovrebbe
essere a Bologna strada Maggiore
o alla Certosa. Non sono un duro

diceva la canzone, allora piango
il fatto è che non ho mai fumato
avessi imparato due tiri li farei.

(2014/2015)

 

*

Ricordo la voce di Rachele:
“Gianni, sono Rachele…”
non so più cosa disse dopo
sapevamo entrambi che nulla
più ci sarebbe stato da dire
eppure molto abbiamo detto
maledicendoti quando è stato
il momento. Bologna, Milano,

Sarzana, non sono soltanto posti,
sono i luoghi dove siamo passati
insieme, è un ottobre freddo,
il secondo o il terzo, dipende,
ma poco conta tutto questo:
ho ancora il numero in memoria,
e qualcos’altro di tuo che non uscirà.

“LuigiUltimo” salvato con nome,
al sicuro nell’hard disk esterno,
come le care cose o le poesie.

(2015/2016)

 

*

 

 

© Gianni Montieri (2012 – 2016)

Andrea Leone, Ricongiungimento (inedito)

berlin6

Recente vincitore del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como per la poesia edita, Andrea Leone ci regala questo inedito. La ragione del Premio è contenuta nella seguente dichiarazione ufficiale: «In una lingua fatta di ripetizioni e liturgie, l’autore alza il suo canto folle, la sua invocazione perché un altro mondo abbia luogo, perché risplenda un’altra verità, la terribile verità della condizione umana, l’orgoglio coraggioso della nostra solitudine e del nostro essere creature».
Con questo inedito, Ricongiungimento, Leone procede da Hohenstaufen (L’arcolaio, 2016), proseguendone la traiettoria disegnata, che in lui continua a disegnarsi. Una congiunzione e una conferma di orizzonte e di visione, «dove è iniziato/ l’intero entusiasmo». (CP)

Ricongiugimento

Dico il Dio giovanissimo.
Dico il nuovissimo
spettacolo, calcolo,
il beato massacro,
il miracolo spietato,
il mio esercito esatto.

Canto in alto il calendario,
la prima data di tutto,
fondo l’anno,
chiamo i nuovi
convivi invisibili,
contemplo il compleanno
del giovane contagio,
ritorno al fuoco
dove conosco,
oso il corpo luminoso.

Inizio la scienza,
invito la prima
vita definitiva
alla frana divina.

Invento l’incendio,
esalto il racconto e il metronomo,
formo il nuovo crollo.
Evento perfetto
stermino.
Figlio dell’anno d’acciaio
avanzo in un altro
attacco matematico.

Salvo il diario,
le sue infinite
lingue antiche,
ferite dove sto per fiorire.

Metallo ed attimo appaio
compleanno del secolo,
anniversario del genio,
splendore crudele,
creature e distruzione.

Eseguo il mio infinito spavento.
Creo il mio sterminio simultaneo.
Divento il palco dove è iniziato
l’intero entusiasmo.

Sto spaventando
le carneficine eccelse,
le cronache elettriche dell’essere.
Sto diventando
un altro teatro.

Raccontato dal compito esatto
sto ricordando
ciò che accadrà in questo attimo.

Vita
finalmente spietata,
stai per diventare la data massacrata
da un’ algebra esatta,
l’allarme dell’arte,
l’allarme dell’istante,
le beate età della strage,
le pagine della mia immagine,
le algebre salve,
gli spaventati
istanti ritrovati,
il nuovo
corpo del capolavoro.

Adesso, nel martello, io sono
gli animali degli annali,
i diari drammatici,
gli infiniti felici,
i palcoscenici dei secoli,
una febbre di feste concrete,
una febbre di regole perfette,
una febbre nel celebre
cielo di idee dell’essere,
le mie scene segrete,
le mie prime
enciclopedie degli incendi,
l’estasi di esempi,
tutti gli spaventi adolescenti,
e gli Dèi
che hanno amato ancora una volta.

.

Lorenzo Mandalis, Sei poesie

lorenzo mandalis

È un piccolo ciclo compiuto questo racchiuso in sei componimenti da Lorenzo Mandalis; poesie dirette, secche, anche quando si dilatano nel narrare, o disegnare, un’immagine. Un piccolo ciclo capace di dare voce al senso di inappartenenza di un’intera generazione, che è cresciuta nell’idea labile (liquida?) dei confini geografici e politici e che invece ora si ritrova a dover fare i conti prima di tutto con questa stessa idea. Un poetare asciutto, quindi, disadorno, come lo è il maestro sempre in controluce di questa poesia, quel Giorgio Caproni che è impossibile non vedere al solo leggere il verso «Livorno è così intima e musicale». Ma i maestri son tali se insegnano, e Lorenzo dimostra di avere appresa la lezione, e di avere voltato verso una sua strada, con una buona dose di ironia (tutta toscana). (fm)

I
Livorno è così intima e musicale
a settembre. Non posso resisterle.
Non posso resistere alle ingenuità
alle voci naives. Mi dico,
non è poesia questo abbraccio
al concludersi dell’estate
ai Pancaldi, al limite ultimo
della terra, dove si inginocchiano
promontori e il vento torna
disturbatore di forme.
I bagnini incappucciati chiudono
le cabine verdi, sigillano
un grigio inquieto di mare
tappano con i teli scoloriti
gli scogli, i granchi, i pescatori.
Non è poesia dirsi qualcosa di tenero
dover sparire anche noi, ripartire
sgombrare questo poco di spazio
occupato. Ancora una volta
doversi arrendere al tempo
coi nostri sbuffi
e le mani in tasca
come sommozzatori d’aria.

II
Verso diStansted Airport

Si arriva ad un’altra riva.
La fatica è poca. Nessuna
divinità ci è stata avversa.
O almeno così credo.
Di ciclopi, non se n’è visti.
Di cariddi, neppure l’ombra.
Una fascetta sì, l’abbiamo ricevuta al check-in,
ma non nel bel mezzo di una tempesta
e soprattutto non da uno smergo.
Insomma, il parallelo con l’Odissea non regge.
Uno poi s’immagina l’isola dei Feaci
con alte scogliere insormontabili…
qui c’è un lucido pavimento grigio
innocuo, facilmente percorribile,
interminabili tapis roulant.
Segnali divini del tutto assenti.
L’unica indicazione taciuta
è che ogni cosa anonima
di questi lunghi corridoi
ti spinge all’uscita
ti dice che non puoi non essere
troppo a lungo.
Tutti abbiamo una gran fretta
d’arrivare per primi alle dogane.
Una gran fretta d’identificarci
di avere direzioni da prendere.
Nessuno dirà Nessuno, nasconderà
il proprio nome dopo le avversità
e i dolori. Ecco il passaporto.
Sono io quello.
Le porte si aprono.
C’è una gran nebbia
sulla riva di corvi e brina.
Già non si vede dove si va,
già è l’ora d’accendere le lanterne.

III
Generazione Erasmus

Il navigatore mi indica
questa nuova via tra i paesi
del Veneto. Fedele alleato
della mia perdizione.
Carpenedo, Favaro, Meolo
fino al Piave – che non fa più guerra.
Penso a Londra. Poi a Dublino.
Mi chiedo quali stampe stiano esponendo
alla Ulysses vicino Grafton Street –
ricordo d’averne viste un paio l’inverno scorso.
Mi piacevano, ma alla fine
non avevo gli schei per comprarle.
C’era già un buio pesto alle diciassette
e avevo le mani calde di caffè.
Dovevo affrettarmi a tornare a casa,
superare tutti quei volti d’acqua.
Lei mi aspettava per cena,
con l’uruguayano e l’egiziano.

Alla radio parlano di Nizza,
d’un colpo di stato fallito in Turchia.
Tra un paese e l’altro,
c’è un’alba dorata di campi,
un’estate elusiva fino alle Dolomiti azzurre.
Semaforo rosso. Il paese è anonimo.
Guardo il piede consunto e giallo
d’un uomo davanti alla sua bottega;
i ragazzi sereni alla fermata del tram;
sui balconi i vecchi seduti in canotta.
Penso di non essere mai stato
così straniero alla vita. (altro…)

Mario Benedetti, Tutte le poesie

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Mario Benedetti, Tutte le poesie, Garzanti, € 16,00

Nell’introduzione di Dal Bianco, intitolata L’idiota che ci rappresenta, troviamo due punti essenziali per capire la poesia di Mario Benedetti: il primo è il cielo, parola per la quale si tenta una via etimologica particolare, che l’associa al celato, al nascosto, a ciò che resta sempre da mostrare. L’altro punto è la lingua, quella specialissima grammatica raggiunta dal poeta sgrammaticandosi, vorrei dire, forzando cioè e rompendo ogni presunta regola.
C’è tutta un’aria che attraversa questa grande poesia, cielo, aria, vento, soprattutto in Umana gloria (2004). È qualcosa di sorprendente e fortissimo, nel leggerlo, nel rileggerlo.
Tanto che Benedetti sembra addirittura uscire dalla poesia attraverso la poesia. Tocca e ci fa toccare l’emozione delle piccole cose, così sempre pronte a parlarci, le dipinge, dipinge l’aria “in fondo al tempo” (è il titolo di una sezione). Un uomo è un mondo. Benedetti è un mondo di poche parole e di fortissimo sguardo, un mondo visivo, pieno di materia da dipingere. Rappresenta una «terra rimasta in aria, interi campi». Il guardare è, deve avvenire, “da lontano” (altro titolo di un’altra sezione), e dovrebbe avvenire dentro il pensare che si guarda. Rivedendoci da distante, e pensando questo rivederci, «eravamo solo (…) con il vento aria». Ed ecco che il vedere e l’aria si richiamano, negandosi: «Siamo scappati dagli occhi, il vento nella testa», scrive; e ancora: «il vento negli occhi chiusi per pensarlo»; le «povere cose messe nell’aria prima di dormire». Oppure ancora, ad esempio, questo meraviglioso passaggio: «E nell’aria rimasta da sola la tua figura era il giro del vento». O questo verso: «tra gli occhi e non vedere più».
Mi fermo.
Dicevo: la lingua, il linguaggio. Dal Bianco scrive, giustamente: «E restano, fino alla fine, le meravigliose incongruenze della lingua di Mario, le sue metonimie spiazzanti, la temerarietà delle sue tautologie. Resta (…) certo lessico terra terra, quasi bambino (…) È l’apoteosi dell’impaccio linguistico, è un disarmo unilaterale, è un fare appello alla tenerezza di fronte alla precarietà umana». Viene in mente Ermanno Krumm, che ricordava «quel puer antichissimo senza il quale non c’è poesia». Eccolo, Benedetti, sempre a chiedersi: dove sono, e non so cosa dire, o come dirlo, come spiegarmi.
A questo proposito, riporto parte di una poesia, eccezionale nella lingua e splendida, per tutto quanto detto:

Luna, corridoio bianco, come ho corso!,
e nel vento sono ancora che mi porti, braccio, ramo
nel buio che si muove.
Come corro, come ride l’acqua
e tu mi guardi come qualcuno, perché sono qualcuno?
Corro nell’acqua increspata, cosa c’è
in questa musica visi, fisarmoniche e il volere andare,
e dopo il pianto grande la voce così bella
sai, dice, vieni, sono tutta nel sogno e tu?
Io, le mie scarpe le risa le travi dove?
sono qui i morti? sono qui?

Villalta nel suo, di saggio introduttivo, dal titolo Una ferita coralità perduta, insiste sul territorio, quello di Nimis, in provincia di Udine, e su una geografia percorsa da Benedetti, da Nimis a Padova (dove si laurea con Ramat) e poi a Milano. Nel film-intervista L’abécédaire (1988-89), il filosofo Gilles Deleuze affermava: «Costituire un territorio è per me quasi la nascita dell’arte».
Anche qui, il poeta entra ed esce dalla geografia, dal suo territorio. Rappresenta i luoghi, ma soprattutto li vive mentalmente. Penso in particolare all’amata Bretagna, dove va a collocare la sua mente, il suo spirito. O penso alla rastremazione linguistica purissima che compie in Pitture nere su carta (2008) e che lo porta nel reliquiario del mondo, in lacrime, figure, colori, smalti, sfarzi, stelle. E c’è una poesia, quella conclusiva, magica e meravigliosa:

Erano le fiabe, l’esterno.
Bisbigli, fasce, dissolvenze.

L’esterno dell’esterno
qualcosa ascolta.

Qui.
Oh.

«Alla fine, mi domando, come poter dire: alla fine», scrive Benedetti. È la tersità della morte, siamo noi e il corpo deposto, corpo umano e corpo delle parole. Fino a scrivere: «Morire e non c’è nulla vivere e non c’è nulla, mi toglie le parole»; quelle parole che sono «nelle storie che mi hai fatto vedere» (in Tersa morte, 2013).
Sempre Deleuze, nell’abécédaire, diceva: «Lo scrittore scrive per dei lettori, ma cosa vuol dire “per”, vuol dire “in favore di” (…) Ma bisogna dire anche che uno scrittore scrive per dei non lettori, cioè non “in favore di” ma “al posto di”. (…) Perché si osa dire una cosa del genere, scrivo al posto degli analfabeti, degli idioti, delle bestie? Quando si scrive si fa questo. (…) Scrivere non è una questione privata, è veramente lanciarsi in una questione universale».
È quello che Mario Benedetti ha fatto.

Cristiano Poletti

 

Giancarlo Pontiggia – Il moto delle cose

il moto delle coseI poeti che hanno la capacità di centellinare la pubblicazione delle proprie opere poetiche, facendo loro oltrepassare un lungo periodo di silenzio, riescono, a mio avviso, a rendere la parola poetica sapiente e attraversata da una pienezza evocativa che rende ogni pagina, ogni parola, necessaria. È il caso di Giancarlo Pontiggia; poeta, critico, traduttore dal francese e dalle lingue classiche, è una figura schiva, appartata, ma che sin dagli anni Settanta ha dato un contributo determinante alla poesia italiana, sia come poeta – parsimonioso ma essenziale (Con parole remote, 1998 e Bosco del tempo, 2005) − sia come osservatore attento e critico (Contro il Romanticismo. Esercizi di resistenza e di passione, 2002 e Selve letterarie, 2006) delle esperienze più interessanti del nostro panorama poetico. Tra i primi, insieme a Paolo Lagazzi, a interessarsi in maniera critica e approfondita alla poesia di Attilio Bertolucci, redattore con Milo De Angelis della rivista «Niebo», curatore, tra le altre, dell’antologia La parola innamorata (1978), che ha rivelato molte delle voci di maggior rilievo della poesia italiana degli ultimi decenni), con il suo terzo libro di inediti – Il moto delle coseLo specchio, Mondadori, 2017 – in ormai quarant’anni di attività ci mostra cosa significhi confrontarsi in maniera essenziale con la parola poetica e con la sua potenza, al tempo stesso, evocativa e disvelativa.

Il titolo del libro mostra l’oggetto, al tempo stesso meraviglioso e terribile, della riflessione e della visione poetica, il divenire che travolge ogni cosa, il suo incessante e ineluttabile fluire che rende ogni cosa al tempo stesso unica e finita. La riflessione poetica parte da questa visione, da questa meraviglia originaria, da questo thauma – per rifarci al termine greco, che per Aristotele era all’origine sia del pensiero filosofico sia della parola del mito e quindi della poesia – verso l’enigma del mondo. Ciò che rende necessario questo libro è la tensione partecipe dell’io lirico verso l’enigma che attraversa il nostro stare al mondo, in quanto del moto delle cose ognuno di noi è partecipe drammaticamente e quel moto siamo anche noi, nel nostro spirito e nella nostra carne, presi nella nostra irripetibile e mortale individualità. Potremmo dire che l’ispirazione originaria del libro è il sentimento del tempo, del suo mistero, quasi un sentimento agostiniano, in cui l’io lirico si rende conto, per accensioni e balzi di senso, che è impossibile parlarne esplicitamente, ma se ne può accennare solo raccogliendosi in un’attenzione profonda verso se stesso e verso le cose. La resa linguistica, ed è qui che il libro mostra la sua originalità più profonda, è data da un equilibrio tra dettato classico e dettato incalzante, a tratti ossessivo e martellante, in cui brevità e concentrazione dei testi si confrontano con testi di più ampio respiro, ma in entrambe le tipologie la tensione originaria dell’ispirazione poetica non viene mai meno, si dilata a volte in una più pacata riflessione che diventa meditazione sofferta sulle questioni ultime dell’esistenza, altre volte si concentra in una visione e in un verso che dice drammaticamente l’«artiglio del tempo». In ogni caso resta preponderante un dialogo costante e vigile dell’io lirico con se stesso e con il mondo, che a tratti si fa plasticamente teatrale, la voce o le voci si fanno persone e carne, punti di vista, spauriti e indagatori, in cui il dramma si presenta sia del pensiero, che si arrovella senza sosta sull’enigma del mondo, sia del corpo, dolore opaco e senza nome. Non è un caso che Il moto delle cose sia stato preceduto di qualche mese dalla pubblicazione di Ades. Tetralogia del sottosuolo – Neos Edizioni, 2017 – opera composta da quattro pièces teatrali, che sono delle vere e proprie catabasi nella condizione dell’animo umano, colto nella sua disperata solitudine e nel buio della coscienza e dell’epoca che viviamo. La stessa tensione è presente in molti versi di questo libro, ma a fianco al movimento verticale di Ades, lo sprofondare infero e la remota e forse impossibile speranza in una redenzione verso l’alto, qui i movimenti sono anche orizzontali, la linea del tempo attraversa la nostra esistenza, la trafigge, l’accelera, la rallenta, la ferma in una stasi paralizzante o la piega, la incurva in una spirale che si avvolge su se stessa, in un vortice senza tregua che si arresta solo con la fine. L’esistenza, i suoi moti incessanti, i suoi rovelli insolubili e ineludibili, sono la condizione intrascendibile della riflessione poetica, il suo alfa e omega.

Il moto delle cose è un’opera, quindi, che procede per stratificazioni di senso e linguistiche. I versi, tra le altre soluzioni stilistiche, mostrano  la loro natura drammatica nell’uso incalzante dei verbi riflessivi che sembrano nascere da una tensione interna delle cose, sempre sul punto di deflagrare, che le porta a mostrarsi, a trasformarsi quasi per intima e ineludibile necessità. Le parole si fanno dense, precise, serrate nel loro significato fino a tracimare l’utilizzo ordinario, sia grazie a una particolare posizione nel verso e nella frase o sia grazie ad una torsione del significato comune, in tal modo esse rivelano un senso inaudito, le parole assumono al tempo stesso una dimensione nuova, aurorale e originaria. Vi è, dunque, una tensione spasmodica della lingua di questo libro, come nell’opera tutta di Pontiggia, nell’aderire quanto più possibile alla cosa da dire, all’oggetto della visione e del discorso, la parola quindi ha come sua necessità interna la precisione estrema; una fatica di Sisifo forse, ma non per questo  meno impellente e necessaria, solo così si si può dire quel che c’è da dire senza sbavature o cedimenti. La classicità del dettato di Pontiggia risiede proprio nella risoluzione di questa tensione linguistica in un punto di equilibrio in cui le forze contrapposte della parola e della cosa trovano una sintesi estetica e veritativa, sintesi provvisoria ma che si fa punto significativo  e paradigmatico nell’infinita linea del tempo, il punto di osservazione che separa l’indistinto del flusso del divenire, un approdo momentaneo ma necessario nell’implacabile moto delle cose.

© Francesco Filia

***

Pochi versi, ma veri.

Valgano per te, come per me.
Che siano limpidi – per guardare il cielo
alto –

e severi, se così è il tuo animo.

*

Rovine, trombe, quando
chi siede, in un giardino
di pensieri e di aranci, sente
all’improvviso un urto, scricchia
il terso dei cieli, s’incavedia
il lume della vita – arco, stame

sfinge

*

E in un vimine, in un filaccio
di stoppia, nel viticcio
che si avviluppa – sovrano, irripetibile –
alle correnti, ondose, dell’aria, è

cielo
e fuoco,
terra che smotta, acque
che sprofondano in altre

acque

*

Nell’ordine uncinato delle cose,
nel suo fulgore di fuoco e di vento
in ciò che è
e non è

impazzano

gli atomi della mente, nomi
infrazionabili

*

Una linea infinita di tempo
ci precede; un’altra
ci segue: attoniti le contempliamo,
sospesi fra due mondi
indifferenti, lontani. Eppure, niente li separa

se non te, che guardi.

*

Tutto è natura, anche la fine
– la fine, soprattutto, il soffio

che da noi evade,
scatta, sale,
sormonta
il giogo immenso del tempo, poi
sbatte, precipita,
s’infima
nella corteccia delle cose,

fumo, fuga,
impronta di ciò che fu, ultima

ruga

Da Le muraglie del mondo

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E t’immoti, nel tuo ultimo qui
come nel primo, ti incateni
agli stupefacenti velami del mondo
– ori che razzano, ombre, lumi
di poco, nomi
che s’inabissano in altri nomi, sensi
petrosi, sepolti

in una voragine di fuoco

6
E in un vimine, in un filaccio
di stoppia, nel viticcio
che si avviluppa – sovrano, irripetibile –
alle correnti, ondose, dell’aria, è

cielo
e fuoco,
terra che smotta, acque
che sprofondano in altre

acque

7
Guardi, e temi
nello stridìo rigoglioso delle cose
che scrollano
da sé ogni nome

vibrano

s’impollinano, tumultuano
all’appello

di un ordine incessante