poesia italiana contemporanea

PoEstate Silva #1: Alessandro De Francesco, da ‘La visione a distanza’

 

il mattino presto guardando la stanza che circonda il
quaderno si stupisce del movimento di rotazione del collo
della possibilità di muovere gli occhi sin dalla prima infanzia
quando c’erano bisogni che non sapevamo…. esprimere il
pianto era interrogazione del reale la testa ondeggiava
all’indietro….. le mani non sapevano afferrare
come adesso che il pensiero non ha verità da proporre la
domanda e visto dal buio molto di quanto afferma le azioni
che potremmo compiere sono una pellicola in un proiettore
spento………………………… si sono verificate situazioni non
esattamente identiche alla prima descrizione fornita prima
ci si credeva al centro

 

consiste in un insieme di cellule con funzione di filtraggio
che crescono lentamente senza una struttura predefinita
ciò permette la generazione di forme mai perfettamente
identiche le une alle altre

se allarmato da un predatore può gonfiare il proprio corpo
fino a dilatarsi in una sfera trasparente o portare testa e
braccia nella propria zona cava che riempie d’inchiostro
scomparendo nell’oscurità (altro…)

#PoEstateSilva #secondastagione

Cari lettori, anche quest’anno la redazione del blog si prende una pausa estiva. Dal 23 luglio al 19 agosto proporremo infatti la seconda stagione di «PoEstate Silva», rubrica di sola lettura, di poesia, prosa e saggistica, che vi accompagnerà due volte al giorno. Continuate a leggerci! Vi auguriamo buone vacanze.

la redazione

proSabato: Giuseppe Martella, “Il sacro e l’indicibile” (ebook). Sulla poesia di Milo De Angelis

È un proSabato atipico questo di oggi, perché non proponiamo in lettura una pagina di un racconto, di un romanzo, di una lettera di un autore più o meno classico tra i nostri preferiti. No, oggi vi invitiamo a leggere un saggio inedito: Il sacro e l’indicibile di Giuseppe Martella, un saggio sulla poesia di Milo De Angelis, un saggio che potrete scaricare semplicemente cliccando sul titolo.
Buona lettura!

Anteprima: Roberto Maggiani, Angoli interni

Il volume sarà nelle librerie il prossimo 26 luglio 2018

Roberto Maggiani, Angoli interni. Prefazione di Roberto Deidier, Passigli Editori 2018

La raccolta più recente di Roberto Maggiani, Angoli interni, parte dalla constatazione, sedimentata nel tempo e gravida di conseguenze, che a essere messa nell’angolo è la diceria circa il mandato del poeta a farsi guida.
Messa nell’angolo, la poesia non rinuncia cionondimeno a ricercare, a esplorare campi di forze e luoghi di congiungimento e intersezione di punti, a tracciare linee, a raccogliere indizi, a misurare, a rilevare, come avviene nella poesia che dà il titolo alla raccolta, che i conti non tornano. Moti e azioni in tal senso vengono dispiegate proprio risalendo dagli Angoli interni.
Che cosa occorrerà intendere, allora, per «angoli interni»? Con buona approssimazione, a me pare che il nome indichi sia l’insieme dei dati sensibili ed empirici a disposizione, sia lo spazio che l’umano – pensiero carne ossa pulsioni – dilata e condensa in dialettica perenne, non di rado ironica (Invenzione) con il divino, o meglio, con i poli di causalità e casualità, cosmo e caos.
Cardine e motore sarà dunque l’apparente dualità di scienza e poesia, sintetizzata, come rivela il titolo della terza delle dodici sezioni che compongono il libro, dalla platonica (Simposio) immagine della mela, delle sue metà divise e dell’anelito a ricongiungerle, a ricongiungersi:

«Vado da Scienza e Poesia.
con una mela tra le mani divisa a metà –
è la mia offerta alla loro unione.»

L’umano – Homo, come recita il titolo della seconda sezione – è cacciatore e raccoglitore, la distanza con l’uomo del paleolitico sembra soltanto siderale. Il poeta misura – una manciata di minuti di una giornata di ventiquattro ore la presenza umana sul pianeta – e considera, accomuna, affianca negli affetti, come esprime limpidamente il testo, dedicato al nipote Pietro (al quale è intitolata, inoltre un’intera sezione, la settima) «e a suo nonno Nando», I tre cacciatori-raccoglitori.
Sintesi esemplare delle considerazioni circa distanze e affinità, dell’arco teso tra i segni sulle pitture rupestri e l’angolo nel quale sono stati scaraventati ragione e poesia, la scienza come la fede,  sono i versi conclusivi di Contatto a Canada Do Infierno: «A ben pensare – fuori di qui – / il delirio della modernità/ ha i tuoi geni.»
Fuori dall’illusione di essere vate, il poeta resta dentro la coscienza nell’oggi, consapevole di ieri e pensoso sul domani: «Rimango sulla roccia della storia/ esposto al vento delle possibilità/ mentre altrove si è ostaggi/ a un passo dalla morte»: le sezioni ottava e nona, Disinnesco e Fanatismo (da quest’ultima è tratta la poesia Oggi – non domani) declinano le possibilità di coscienza ed esistenza. Disinnescare bombe atomiche, anziché armarle: in questo si racchiude il senso del vivere dell’io, che proprio così si presenta.
La carrucola, titolo della decima sezione, è una sonora («cigola la carrucola») metafora dell’avvicendarsi di cicli e fasi.
Il titolo dell’undicesima, La disfatta, non lascia adito a dubbi circa l’affanno del mondo, il delirio della modernità; la disfatta, tuttavia, si evince proprio dal dato sensibile e la ricostruzione del ragionamento viene così, dalle ‘sensate esperienze’, restituita: «Dove s’addensa l’ombra/ si scolora la materia/ s’evince una disfatta.»
È proprio nella sezione conclusiva, La minestra, e nella poesia omonima, che la consapevolezza del ‘mestiere’ del poeta, a dispetto della dismissione delle illusioni o forse proprio grazie a una salutare indagine chiarificatrice, si esprime nella vivace similitudine dello chef: «Come uno chef/ raccoglie affétta e rimescola/ nature animali e vegetali/ nello spazio di una cucina/ così un poeta raccoglie/ tutto il Cosmo in un solo verso.»

© Anna Maria Curci

 

Invenzione

Oggi voglio usare l’intelligenza
per inventare qualcosa di mai visto
che lasci a bocca aperta e del quale si dica:
«Che ovvio, perché non ci ho pensato prima?»
Una favolosa idea nuova
che neppure io so da dove l’ho presa
da quale parte dell’intricata
rete di neuroni e sinapsi –
se tra i ricordi e le intuizioni. (altro…)

Eugenia Giancaspro. Per una poesia fono-gestuale (di Roberta Sireno)

PHOTO CREDITS ANDREA GAMBACORTA, FESTIVAL LA PUNTA DELLA LINGUA 2018

Porsi «fuori da ogni categoria»:1 questo è l’intento principale nella poetica della giovane Eugenia Giancaspro, nata nel 1990 a Benevento e attualmente residente nel territorio campano. Oltre a far parte del collettivo CASPAR – Campania Slam Poetry, Eugenia Giancaspro ha studiato “Linguistica per la sordità e disturbi del linguaggio” all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Questo percorso formativo ha portato alcuni sviluppi importanti nella sua ricerca poetica e performativa: gli spettacoli di Poetry Slam vedono, infatti, una voce che tra le varie possibilità può usare liberamente la lingua dei segni come principale mezzo di espressione poetica. I testi di Giancaspro, attualmente pubblicati sul sito dell’autrice, si basano infatti su una «scrittura ad alta voce»2 che usufruisce della lingua dei sordi per esprimere una gestualità sonora. Si tratta, quindi, di una poetica ossimorica, che unisce il canale fonico-acustico proprio delle lingue verbali con il canale visivo della «lingua-mano»:3

Sento il richiamo delle membra di famiglia
o meglio di ciò che resta
ossa sublimate in cenere
è una tenaglia
in cui la carne viva
s’incaglia come un’alga
slancio d’animo arenato
getta l’ancora
sotto al porto
che ricordo
perché tanto è abisso
manco profondo /
è mare mio e tuo
che è mare nero
e lutto sporco
di benzina
e piombo
sul fondo
e da lì ti parlo
come un sordo
[…]

(da Tamburi di settembre, 2018)

È una poesia che sperimenta diverse tecniche, dal lavoro metrico-retorico sul testo alla vocalità inscritta nei versi fino all’esternalizzazione performativa di tipo visivo-sonora. I testi dell’autrice indagano, inoltre, il significato del corpo, considerandolo sia nel suo valore tematico di oggetto poetico ironico e provocatorio sia come soggetto ispiratore di modalità percettive e linguistiche inedite. (altro…)

Fabrizio Buratto, Parliamone (di C. Tosetti)

Fabrizio Buratto
Parliamone
LietoColle 2017

Recensione di Carlo Tosetti

 

 

Il titolo del libro di Fabrizio Buratto, Parliamone (LietoColle, 2017) potrebbe ingannare il lettore, bonariamente.
Certo è assente ogni intento di raggiro; lungi da me farvi pensare di trovarci di fronte ad un libro “truffa”, che – per essere esplicito – deluda le aspettative: no. Niente di tutto ciò.
Si è affacciata in me la sensazione che questo “parliamone” non sia un invito al confronto, alla tenzone dialettica, ma sia più vicino alla nota espressione infarinata di sarcasmo, diffusa nel comune linguaggio, con la quale – implicitamente – si esprime il disaccordo nei confronti delle idee dell’interlocutore, il tutto espresso in un linguaggio diretto, tagliente e soprattutto ironico.
Il mio incerto pensiero trova una stampella nel titolo della sua tesi di laurea in Storia (Università di Genova): Fantozzi, maschera dell’Italia contemporanea, tesi poi pubblicata da Lindau nel 2003.
Per onestà: io non ho letto la tesi, benché, ora, l’avere notizia della sua pubblicazione mi incuriosisce non poco; domando: cosa ha realizzato il compianto Paolo Villaggio attraverso il suo correlato cinematografico?
La tesi di Buratto, naturalmente, credo voli alta rispetto alla mia striminzita riflessione, tuttavia ritengo si sia tutti consapevoli del fatto che Fantozzi ci abbia efficacemente mostrato, in modo eccessivo, caricaturale, l’ignobiltà del nostro paese, le nostre bassezze, la nostra volgarità, inscenate nell’ambiente del terziario, ambiente il quale – allora – rappresentava un punto d’arrivo per i lavoratori, un’occupazione privilegiata rispetto alla dura esistenza della catena di montaggio o dell’aratura delle campagne.
Quindi, per tornare alla raccolta poetica, Buratto, con un’impostazione logica, potrei dire sillogistica, delle poesie e dalla presenza “verticistica” di una filosofia, impasto di ragione e scienza, ci consegna un esplicito invito a ragionare sulle contraddizioni minori e maggiori della nostra società, con un taglio molto ironico, sarcastico e molto personale. Non nasconde le sue idee.
Ne deriva una lettura divertente: non posso negare che questo libro mi abbia strappato dei sani e sinceri sorrisi, anche in alcuni componimenti che mi trovano distante dal pensiero dell’autore, nelle sue graziose dissacrazioni.
La poesia d’introduzione, senza titolo ed extra-raccolta, ci introduce senza tentennamenti nel Buratto-pensiero.
Vi faccio notare che la poesia, nel suo taglio ironico, incapsula diverse citazioni filosofiche, letterarie, storiche e cinematografiche; ciò non è secondario nello stile dell’autore, in quanto una lettura responsabile del libro obbligherebbe (sanamente, aggiungo) a sfogliare dizionari ed enciclopedie e sarebbe un grave errore immaginare che l’ironia, la giocosità di questo libro non abbiano quale substrato un’ampia cultura da cui attingere.

                    Finalmente la risposta:
                                            Google
                            motore immobile
                         che pensa se stesso
                                        pensante.
                            Dimmi, o Google
         l’indiriss di dove devo andare
          cosa danno al cinema Gloria
          quando è morto il tal dei tali
      a chi ha dato i natali Pastrengo
            da dove vado e dove vengo.
                                      Ah, saperlo
         l’algoritmo che può prevedere
                           i miei spostamenti
                             i miei sentimenti
                                le mie ricerche
                          del tempo perduto.
                 Parola chiave: “ti prego”
                                         o Google
                  dimmi che farò domani
                                 così che possa
                         lavarmene le mani. (altro…)

Tiziana Marini, Inediti

La penombra è viva

Sediamoci davanti ai pini.
c’è la brezza che riluce
e di resina ogni ago veste
il tramonto
com’era un tempo
come sarà fra vent’anni.
Eppure
pesa  una rondine il cielo
cambia in notte presto
e non c’è tempo d’imparare
che più degli uomini durano
le cose.
Solo la penombra è viva
quel lento diventare luce del buio
quando il sole torna
nel vuoto spazio tra due parole.

 

Il flauto-vento

Tornare indietro
cercare una nuvola
sul ciglio del cuore
e l’impronta del cielo.
Le carezze rimaste a metà
o solo pensate
la lieve allegria
troppo a lungo invisibile.
Cercare nell’erba
il brillare del sole
lo specchietto smarrito.

Prendersi cura di sé
quel tempo, tanto o poco
che basta
che non sia troppo
che non si resti
a lungo soli.
E infine tornare
flauto-vento sul mare
a resettarlo.
Finalmente. (altro…)

Raffaelo Utzeri, Crisi e Parola

Raffaello Utzeri, Crisi e Parola. Composizioni metroritmiche. Postfazione e intervista all’Autore di Marco Onofrio, EdiLet 2018

«Trasportare senso, liberarlo da una cattività babilonese che appare permanente, trasbordarlo oltre le cortine del fumo soporifero e mendace, spacciato, quest’ultimo, per “sentimento popolare”, è attività che pone chi la esercita in una condizione di passeur,  di chi organizza trasporti di clandestini oltre confine.»: ciò che ho affermato in riferimento al mio intendere l’esercizio della scrittura può, anzi dovrebbe essere esteso al libro intorno al quale mi accingo a esporre considerazioni e impressioni di lettura.
In Crisi e Parola il passatore, Raffaello Utzeri, si avvale di una forma di sapienza ricca di predicati, a cominciare da quello legato al significato originario del verbo latino sapio. La Parola che ricerca e che trova, che coniuga per rispondere alla Crisi, è innanzitutto parola che va percepita, gustata nella sua corporeità, nei suoi patimenti (Le nostre algie), nelle sue molteplici dimensioni sensoriali. Bene fa Marco Onofrio, nell’intervista, a parlare di “sapori-saperi” della lingua.
La sapienza della parola di Raffaello Utzeri è anche spiccata sapienza compositiva. Il poeta si presenta come “compositore verbale” e introduce i propri testi come “composizioni metroritmiche”. La composizione riguarda sia la costruzione di un continuum, l’evidenziazione di un filo conduttore in testi raggruppati a mo’ di poemetto – Parodia della crisi, Cantata popolare per i 50 anni di Carbonia, Per Elettra, Ave Agave sono solo alcuni titoli – sia la tecnica della “eco a capo”, vale a dire della rima che ‘aggetta’ sull’inizio del verso successivo: «Speculatori dello yen/ iene tra dollari e sterline,/ le linee della vostra crescita/ mescita tra profitti e tassi/ bassi dell’interesse in calo/ colano alla virtuale poppa,/ coppa di economie travolte/ tre volte in morte a tante vite.» (Il gran coniglio).
La sapienza della parola si presenta, inoltre, come sapienza del gioco, cosicché la poesia si intende come creazione di un homo sapiens che è anche homo ludens, come sottolinea l’autore nell’ampia, illuminante intervista a Marco Onofrio.
Passeur, passatore nell’accezione sopra indicata del termine, Raffaele Utzeri si conferma anche nella versione, altissima per resa, impeccabile nella metrica in endecasillabi, di dodici sonetti di Shakespeare tratti dal volume dei Sonetti pubblicati, sempre nella sua traduzione e sempre per i tipi della casa editrice EdiLet, nel 2009. Un intermezzo, questo Incontro con William Shakespeare, che restituisce sonora la stupefacente attualità dei sonetti shakespeariani.
La raffinatezza e il divertissement elevato a potenza che vengono sprigionati dai componimenti nulla tolgono al vigore della resistenza a brutture e storture, alla vibrante restituzione storica, all’equilibrio tra lirismo e drammaticità raggiunto nel “teatro interiore” (formula coniata dall’autore) al carattere creativamente sovversivo di una parola poetica tra le più lucide e più compiute di questi tempi.

© Anna Maria Curci

 

 

In limine

Con chi sa opporre insieme a noi
contro lo scatto del fucile
lo scatto della penna a sfera.

CIMENTI VANI

Esco, e m’inurbo
curvo qui tra i cementi,
cimenti vani o grattacieli,
e c’è lì la savana
vana delle baracche;
accolte da bitumi
tumidi sull’asfalto
si esaltano vetture bracche
che agitando nel folto
code di fiumi
vanno all’assalto
di metalliche vacche
neri branchi delle utilitarie:
arie in liuti di motori
monotonali, un’ode
lode a meccanici odii amori,
orifici a sussulti
di pompe di alimentazione
tantazione a risucchi
succhi di chimica minzione
da iniettori congiunti,
unti da muchi
buchi e snodi di giunti,
sunti di sintomi
intimi da silenziatori
o ritardi da turbo
rubati ad accelerazioni.

(altro…)

I poeti della domenica #278: Dario Villa, “tra la veglia del mondo…”

villa_insolubili

tra la veglia del mondo
e il sonno della luna
pulsa un arto staccato
un polso di natura sconosciuta

è alta l’urna notturna
è strappata l’atavica livrea
del buio che ci serviva è sepolta
viva la dubbia fedeltà dell’ombra

l’occhio che qui covava un sogno basso
di mondo è schiuso adesso a un’altra sete
sugge lacrime agli incubi
beve spilli puntati nella rètina

sputa l’estraneità delle pupille
incuba sogni d’uova
e concubine i cubi che scovava
non consentono nuove costruzioni

la notte mura visioni e cubicoli
favolosi cavilli
stroncati in boccio simboli abortiti
in grembo al limbo embrioni d’alcova

Dario Vlla, Abili insolubili, Marsilio 1995

I poeti della domenica #277: Dario Villa, “o ci eravamo forse…”

villa_insolubili

o ci eravamo forse
conosciuti sull’istmo, sulla
lingua terrestre che parla
e pronuncia due mari: zone
di tutti i giorni, costola
di significati sassosi, passaggio
frustato dalle correnti:
ma certo in mare aperto
tutto sarebbe parso più sicuro,
meno complesso, ma intricato e oscuro:
qui però mi sentivi inammissibile,
risfolgoravo a tratti nelle tenebre,
ero il vecchio lampione che delucida
sintassi impenetrabili, ombrosissime,
di viali e deviazioni, vuoti e incroci
improvvisi: e che io ti cercassi
non era cosa che si concernesse
più del sale bruciante nell’aria
marina popolata di carcasse
non impreviste ma significative

Dario Villa, Abiti insolubili, Marsilio 1995

“La perfetta veglia” happening conclusivo del Teatro Valdoca, domenica 15 luglio a Forte Marghera, Venezia-Mestre

 

Il Teatro Valdoca di Cesare Ronconi torna a Forte Marghera domenica 15 luglio per La perfetta veglia, apertura al pubblico conclusiva del laboratorio che, per il quinto anno consecutivo, si è svolto negli spazi di C32, sede dell’associazione Live Arts Cultures. Un percorso per 15 giovani attori, performer e musicisti guidato da Cesare Ronconi, insieme alle sue collaboratrici: Lucia Palladino per la drammaturgia del corpo ed Elena Griggio per la guida al canto.

La perfetta veglia sarà un happening, accadere al presente delle forze che hanno dato vita alla Trilogia dei Giuramenti, ultima produzione di Teatro Valdoca: la parola poetica di Mariangela Gualtieri, la danza, il canto, l’unisono del Coro, che la tengono alta e leggera.

Una chiamata a un tempo festivo, a un’allerta attorno al fuoco. In resistente attesa.

Questo lavoro ha visto come centrali i versi di Mariangela Gualtieri:

Ogni forma porta in sé scritta, segnata
la strategia d’amore che conduce
il desiderio suo, la storia sua dentro tutta la storia.
Ciò che abbiamo amato, ciò che amiamo
fa di noi quello che siamo. Forse.

Ciò che tu sai amare rimane. Non sarà strappato da te.
Ciò che tu sai amare è la tua eredità. Il resto è scoria.

L’ha già scritto qualcuno nel poema. Tu lo sai
Angelo. Io adesso per davvero lo so.

(da Il seme della tempesta. Trilogia dei Giuramenti)

Il pubblico è chiamato a partecipare dalle 20.00. Ingresso libero e gratuito.

 

regia Cesare Ronconi
testo Mariangela Gualtieri
drammaturgia del corpo Lucia Palladino
guida al canto Elena Griggio

con Davide Arena, Daniele Cannella, Emilia Cantieri, Giuditta Di Meo, Margherita Fantini, Margherita Fioravanti, Jasmin Karam, Aniello Maffettone, Marica Mastromarino, Stefania Fusaroli, Daniela Parisi, Alessandro Parlato, Alessio Maria Romagnino, Giulia Rossoni, Ivano Salipante.

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1104054983066182/

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato

 

Luca Pizzolitto, Dove non sono mai stato, Campanotto Editore 2018

Una fune che muta d’aspetto e di natura – elastica e tesa fino all’insopportabile, sottilissima e irta di nodi complessi – si aggira tra i poli dell’alba e dell’imbrunire, delle partenze e dei ritorni, dei distacchi laceranti e degli approdi lucenti di gratuità: questa l’immagine d’insieme che mi restituisce la lettura di Dove non sono mai stato, la raccolta di Luca Pizzolitto pubblicata in questo anno 2018 con i tipi della casa editrice Campanotto, il cui titolo, come precisa l’autore in apertura, è una libera interpretazione dei versi di Giorgio Caproni «il mio viaggiare/ è stato tutto un restare/ qua, dove non fui mai».
L’andirivieni tra poli e caratteristiche non solo è indizio di un andamento non rettilineo, ma si configura anche come movimento consapevolmente incurante di ogni linearità e, ancor più precisamente, non diretto a un punto d’arrivo. Non c’è un ‘punto e basta’, per dirla in parole semplici, bensì una prospettiva al di là di tutte le più oscure parvenze, come esplicitano i versi di Heinz Czechowski, riportati a mo’ di accesso alla prima sezione, intitolata Da qui dove non c’è vento: «Senza meta,/ Ma non senza speranza» (nell’originale: «Ziellos,/ Doch nicht ohne Hoffnung»; la traduzione riportata da Pizzolitto è di Paola Del Zoppo).
In tale prospettiva, varco di luce e rete e disegno pur nel vuoto incombente, ricorrono immagini, oggetti, concetti, atmosfere ‘familiari’ all’autore, presenze già rivelate e rilevate nella precedente raccolta, Il silenzio necessario, a iniziare dai «fiori secchi di nostalgia», che facevano già allora pensare a Wilhelm Müller di romantica memoria, per approdare ai «rami secchi/ delle tue assenze», passando per i corpi-terra straniera, dei quali si narra qui: «siamo diventati stranieri/ tra le macerie dei nostri corpi».
Se le tematiche delle quattro sezioni – della prima abbiamo già scritto, la II si intitola Il volto nudo, la III Le cose ci guardano, la IV Nel luogo sacro dell’attesa – sono introdotte da citazioni di versi in esergo, la I da versi di Heinz Czechowski, la II da versi di Milo De Angelis, la III da versi di Umberto Fiori, la IV da versi di Chandra Livia Candiani, i richiami alle letture poetiche amate sono percepibili sia in singoli passaggi e in singoli titoli, sia in una perseguita e riuscita musicalità. Tanta poesia italiana del Novecento, sempre a partire da Caproni, che torna anche nel corpo del testo (i miei amori in salita), insieme a un orecchio attento alla poesia in altre lingue, da altre culture, ivi compresa la poesia di Poco prima del temporale di Michael Krüger.
La predilezione per il componimento breve, talvolta un vero e proprio “idillio”, che sia quadro d’interno o particolare di un paesaggio esterno, si associa a una varietà di misure nella lunghezza del verso: senari, settenari, ottonari, novenari, decasillabi, endecasillabi, dodecasillabi, con rari sconfinamenti (quinari o versi di tredici sillabe) oltre queste forme metriche.
I versi finali di ogni componimento si congedano da chi legge con una riflessione, una constatazione, una massima. Proprio in alcuni di essi – «il livido candore dell’assenza», «L’incanto, la vertigine del vuoto», «di porgere carità alla bellezza» – la poesia giunge a un grado di compiuta universalità, testimonianza di una ragguardevole prosecuzione del cammino dell’espressione poetica di Luca Pizzolitto.

© Anna Maria Curci

 

Echi nella notte, spari.
Ti sposti poco più in là,
abbracci il cuscino sudato.
Sono pestato a sangue
da quest’afa che toglie il respiro.
Ci crolla addosso il tempo.
Un gesto crudele canta l’assenza,
il giorno precipita arreso,
non ricordo il tuo nome.

E tu rechi in dono al mio niente
fiori secchi di nostalgia.

 

INCONTRARSI

La mia città non ha nome;
al centro, vicino alla chiesa,
un unico dolore.

Ti ritroverò domani
nell’assedio di un tramonto,
nell’indugio della sera,
nel vino che rinfranca.

 

POCO PRIMA DELLA PIOGGIA

Brilla ovunque l’infinito.
La morte respira sull’erba
nuda del mattino.

Voglio solo cose immense,
sogni disperati.

 

Notte di veglia di fianco al mare.
Qui si confonde la disperazione
con le grida dei pescatori e
venti luci che segnano l’orizzonte.

La pioggia ti avvicina al sonno
nell’ossessione di un silenzio
che non sai sopportare.
L’incanto, la vertigine del vuoto.

 

La nebbia si posa sull’alba
e appiccica il viso, rallenta
lo sguardo. Una donna
in pigiama passeggia col cane,
tace il cuore e quel che ne avanza,
i miei amori in salita,
naufragio nel nulla.