poesia italiana contemporanea

#PoEstateSilva #34: Katia Olivieri, poesie da Piove col sole

Questione di tempo

Non dire mai
a nessuno
quanto tu
ti senta sola
e vecchia.
Né quanto tu
sia stata
coraggiosa,
giovane e bella.
Non ti daranno
un giorno in più
per ringiovanire
né un giorno in meno
per ricordare.
Puoi dirlo ai pochi
che non hanno
tempo da sputare.
Ma non ai tanti
che si trastullano
tutto il tempo
con il tuo tempo
ancora
più prezioso.

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#PoEstateSilva #32: Emilio Pagano, Inediti

OUTIS

Ceduto per sempre hai le certezze
all’ombra. All’umbratile attrazione
per una morte oltre Ade.
L’accarezzi come fosse parte
– timida – di una perdita più grande.
Errante, di braccia intatte
inconsunte delle cautele di padre.
Dei cupi dubbi pubescenti altri,
che non fossero propri, per arsura.
Per strategia d’anonimato.
Allora, ti basti la vasca! Tasca
placentare, liquida tana. Thalassa
a domicilio dove indugiare,
col guadagno di una natura accecata.

*

SPECIE

Così pietose, le cose. Tenaci
nel rimpianto e lungimiranti
come gli atlanti. In attesa protese,
croniche. Pure nel disuso.
E io breve. Quasi immobile,
impareggiabile tra la polvere,
che poi s’alza. Lieve,
sul vuoto scapolare del posacenere.
È un moto a perdere, inscatolare.
Una semina adiaforica
che produce il pegno di occupare:
apoplessia del bisogno.
Come il russare del valore, sul refrain
di una canzone demodé.

*

DI STANZA

L’infanzia è un lascito. Un testamento
inverso. Lo afferma lo specchio,
anche stamattina. Senza prospettiva

con lo sfondo al passato per sempre,
che è già il giorno dopo. E tu un pressapoco,
ingerente provvisorio
di un zelante scenario.

Così il sudario sta al verso
e come il riflesso, è vero
se non lascia speranza.
Dove l’impossesso ha il senso

di un non ritorno. Dichiari il volto
opposto, credendo il verso giusto
e sublimi il gesto di una cronaca banale.

#PoEstateSilva #30: Massimo Parolini, poesie da La via cava

tu ridammi soltanto
il momento presente
la nuvola d’oro
che piove l’istante

*


e rimane
in un groviglio di fatti
quotidiani, dentro i lacerti delle
miserie mondane
sulla materia che fascia la mano
l’eco della stanza cava
che oval_mente accoglie
(inanellando l’ora)
)os_curando la tenebra(
circonferenze morbide

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I poeti della domenica #190: Giuliano Mesa, Di una vita…

*

Giuliano Mesa, Da I quattro quaderni, Zona, 2000 (ora in Poesie 1973/2008, La camera verde, 2010)

*

(di una vita non rimane quasi niente
e quello che rimane, spesso, non è vero)
(prendi a misura, adesso, com’è il rumore,
fuori, della notte)

(di più falso non c’è nulla
che il voler dire il vero)
(è vero questo approssimarsi.
è vero che a qualcosa, sempre,
noi ci approssimiamo
– anzi, ci avviciniamo,
che suona meglio,
ed è meglio di niente)

#PoEstateSilva #28: Nicola Dimitri, inediti

Olim

In questa operosa tentazione di essere
Mi sono sentito spesso svestito
E ancor più spesso
Fragile.

Ma quell’autunno era invaso
Tutto da una fresca estate ardente
e la tua solita guancia aperta
pronta allo sbadiglio
mi ricordava non la noia
ma un’occasione per ridere di gusto.

Quell’autunno
Eravamo in montagna ed io pensavo al mare.
Tra la neve e i ricordi e gli alberi così alti.
Quell’autunno anticipai le forme.
E non mi stupii se guardando la verde foresta,
osservai una barca.

Che con quegli alberi, non c’avevano fatto dei remi e degli scafi?
Che con quegli alberi, non avevano solcato il mare?
Il salpare per la neve pareva uno scalare un’onda assurda.

Quell’autunno anticipai le forme:
E affacciato sul crinale dei miei monti sparsi
Avvertì come fresco
Il bisogno del deserto.

Per desiderarci ancora, per perderci di nuovo,
per incontrarci almeno,
abbiamo bisogno della neve e del mare.
Ma anche della sabbia e del deserto.

Per desiderarci dobbiamo anticipare le forme
E poi le dobbiamo disertare.

*

Chi me le acconcia queste conchiglie sparse
Tra il mare
E i miei piedi ardenti.

Chi la mette in fila questa natura umanissima
Che non sono ancora in grado
di interpretare.

Come le stringo a me
Queste onde perse, che anche ora,
vanno a perdersi. Lontane. Laddove.

Come lo afferro questo orizzonte
Che fugge sotto la sua sabbia, questa criniera bianca
D’onda, che emerge nell’acqua incerta
e che mi fa perdere puntualmente il filo del discorso.

Cosa c’è in questa natura così umana, in queste onde fosche
E nei miei piedi ardenti,
In questo rumore sottile, in questo bagnarci d’acqua;
Dentro queste lettere ondivaghe
Prima bianche, poi, forse, blu.

Cosa c’è in questi cenni d’acqua d’un onda che viene o d’un’altra che va.
C’è un vago ricordo di pancia e di madre;
c’è un vocabolario che non sospettavo o
non avevo scoperto.

Tutto, qui.

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#PoEstateSilva #27: Fabiano Spessi, Inediti

CORPO INTERMEDIO

Il silenzio assoluto
interrotto solo da un grido,
l’Italia ha segnato contro la Germania.
Rubinetti chiusi, l’acqua immobile nei tubi
mentre cerchi in un cassetto documenti che
certifichino la tua identità. Siamo al 3 a 1 o forse
al 2 a 0, goal di Tardelli o Altobelli o Balotelli
o forse l’avversario è la Spagna o la persona
che non risponde al telefono. Mi ami ancora?
Una voce sfiora le vetrate, quest’anno sono
previste le solite code in autostrada e muri
sulle rotte dei migranti. Si confondono arrivi
e partenze, esodi e vacanze. È ora: le valigie
sono già davanti all’ascensore, tempo di gettare
il cuore oltre l’ostacolo. La porterai altrove
la tua anima celeste, lo troverai un rimedio
chilometrico all’agitarsi schizofrenico del tuo
corpo intermedio.

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#PoEstateSilva #26: Gianluca Rizzo, Il lavoro meccanico

PoEstate Silva #26: Gianluca Rizzo, Il Lavoro meccanico, Oèdipus edizioni, 2016

*

Le tre carte

Maggio porterà la pioggia,
per ragioni metriche e di consonanza.
Il papa, a passeggio nei giardini vaticani,
ne sarà dispiaciuto, per ragioni metriche.

Vulcanizzare la guttaperca, bisogna,
elettrizzare l’idrolitina, piuttosto,
darsi a passatempi proficui.

Ci penserà la locusta a trarci d’impaccio,
mandibole e mascelle mentolate,
sette teste, dieci corna, occhi innumeri,
stagliata contro le fiamme dei granai.

Sfuggono agli elenchi,
con indolenza regolare,
granatieri sardi e vedette lombarde:
aspettando che la geografia faccia il suo corso
sfogliamo, svogliati, acini ribelli.

*

Caudato

Stringeremo duraturi legami
coi piccioni della piazza, la loro razza
risparmierà i ponti e gli alti monumenti,
le statue, invece, ne soffriranno.

Dedicheremo il meriggio ai sacri
uffizi fino all’arrivo della catastrofe
ci perderemo in prebende.

Lasceremo cadere sugli spondei
ogni accusa d’isolazionismo,
e le lamentele.

Dovendo arrossire, lo faremo a comando.

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#PoEstateSilva #25: Lorenzo Fava, cinque inediti

Menzogne

…sciolta l’incognita rimasta sola
al centro,
prezzata la caratura di ombre alfanumeriche
assemblate a fare
della nebbia scatti alti di poesia,
premuto l’indice alla tempia in cerca di un’idea
mentre all’orecchio mi sussurri l’ultima menzogna,
nel tempo che segue il tempo,
nella luce eiaculata dalle acque,
nell’attimo poco dopo la bugia e appena prima del rimorso

solo allora stacca la lingua dal taglio
e vola

*

Io che ho visto controluce le gengive della belva
altro non faccio che dipingere quel muso schizofrenico
che a volte al tramonto vedo riflesso nel cielo
mentre perde sangue dal naso
come avesse tirato l’orizzonte intero.

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#PoEstateSilva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi

PoEstate Silva #23: Daria De Pellegrini, Spigoli vivi – InternoPoesia, 2017

*

ai mulini, l’un dopo l’altro, il torrente
ha scavato crateri da sotto, alla balera,
la cui terrazza si piega sul fango che
era stato giardino, il vento ha staccato
l’insegna, e a ogni passaggio di nuvole
fosche la pioggia scioglie strade
e scarpate come biscotti nel latte.
In compenso, accanto a un bar
di nuova gestione, stende luccicanti
le foglie una gran palma di plastica.

*

il prato dietro casa, per quanto l’erba stenti
tra il muschio secco a farsi viva, e le violette
pallide fioriscano di lutto, continua a credere
con ostinazione cieca a un miracolo d’aprile.

È tanta la mia pena che vorrei spianargli
in ghiaia l’agonia. Ma tornerebbe in sogno
con gli occhi offesi ancora, e increduli
di mio padre cui è toccata sorte analoga.

*

aprendo la mia insonnia
al cielo delle cinque di mattina
che chiaro ancora illude di sereno
il giorno, io già li sento nell’odore
come di piscio e spazzatura
lasciata a segnare il territorio
gli acquazzoni che verranno
a far poltiglia di rose e d’insalata.

*
neve, non molta. Quel tanto che basta
per non uscire a spalare. Aspettare qualcuno
che non verrà. O altra neve, sicura prima
di sera. Il pettirosso vola nervoso dove
erano torsoli sul mucchio dell’umido.
Lui sa allontanare anche i corvi.
Alla finestra io fantastico
che finiscano presto
cibo legna e gasolio.

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#PoEstateSilva #22: Giulio Antonio Crivelli, Zodiaco

PoEstate Silva #22: Giulio Antonio Crivelli, Zodiaco – Raccolta inedita

*

Viti, sono
incubazioni corse da guazza e
minuti, fuori dalle
finestre calpestate sugli occhi, intorno
alla pazzia dell’anno
mentre ghiaccia.

*

Porta alla vista
scabra delle zoospore, per il
tramite domandato,
traliccio a traliccio, luce. E si snoda
un muschio
glaciale, un filo
d’argento nel palmo dell’erba
mietuto a inverno,
dai camini.

*

Ecco un fiore che
mi fa terreno e
inzuppato. Lo
vedi cavo, nei passi continuati
della stagione incresparsi
alla luce. Ha cadenze
dalle colline
in tonfi di verde e aria molli, esatti al
colore diffuso
che portano le impavide
formiche in cerchio, e
la pullulante dottrina
terra
è piantata

*

E macchiata cadde in frammenti,
dalle mani divisa
preghiera al pianeta:
infiniti ogni cosmo
dice questa notte gemelli, da tutte
le slanciate braccia
nel dipinto gesticolare una goccia
ritorna, degli uomini avvolti
a traforo di stella.

*

Grano primitivo riunisci
continuamente riunisci ciottoli
dalle rovine alla strada. E lentamente
è straziato un cielo
da palmi protratti e costretti
Nella cantilena
dei prati riuniti in morte,
fervida morte in cui nottambulo sale
da un braccio all’altro futuro.

*

@ Giulio Antonio Crivelli

 

#PoEstateSilva #21: Alessandra Versienti, quattro inediti

Scrivo poesie di resilienza
fuga all’inconsistenza
di parole usurate,
dall’insussistenza
di mood, job, web
and professional idea.
E tendo la rete – revolutionary
di significati
vivificanti
nella lunga apnea
di tempi liquidi e smossi – shaky – ,
consussistenza
della mia e nostra – mine and ours
vaga
fragile esistenza
(life che – a tratti, sometimes
si veste d’acquiescenza).

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#PoEstateSilva #20: Vanna Carlucci, Involucri

PoEstate Silva #20: Vanna Carlucci, Involucri, Lietocolle.

*

Il silenzio è intorno
si fa rosso nello spazio molesto
dentro le palpebre

è un’immagine capovolta
una forma che sanguina
una ferita, un punto preciso di auscultazione
che mi fa eco sul cuscino per diventare cielo
o ammasso stellare ricucito sulla trapunta

io resto attenta, vigile nella vertigine bianca
nella caduta di tutti i corpi celesti
sul labbro che li conterrà

la gravità non conta – dico –
eppure la bocca cede e tutto l’ azzurro
è ora sangue per corpi che sognano ancora
e la parola scompare.

È fame, è notte che punge i polsi
spinge in avanti, sprofonda e ramifica il buio
tra la pelle, le ossa e questo inganno senza guida
dilatato nello stomaco

*

Pensare alla purezza e cadere
pensare alla caduta e riaversi
indietro o più in là, fuori, da tutto
dalla crosta.

Questo è un doppio che si sfila dai corpi
dalla truffa dei volti e dei gesti, dei moti
controllati del tempo (ed è muto) e
parlami della materia
della pelle morta che cade
della resurrezione del corpo che ha divelto i muri
dell’ombra che arde sopra tutte le superfici

e che è senza infissi,
questa emanazione che passa
da luogo a luogo
così brutale perché così vivo
questo risorgimento del latte versato
il sacrificio del bambino
tutto l’universo che luccica
senza scampo

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