poesia italiana contemporanea

«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta (rec. di G. Ghiotti)

frabotta«Tutte le poesie 1971-2017» di Biancamaria Frabotta

di Giorgio Ghiotti

 

Le raccolte complete di poesie di un autore hanno, di male, il rischio di far perdere una certa scansione temporale, una distanza “naturale” all’interno del percorso poetico tra una fase (una raccolta) e l’altra; hanno di bene, invece, molto di più, riuscendo a restituire in maniera unitaria il senso di una “storia lirica”.
Tutte le poesie 1971-2017 di Biancamaria Frabotta (Mondadori, 2018) raccoglie quasi cinquant’anni di attività di una poetessa che, fin dagli esordi, si è distinta per la sua lucidissima capacità di osservazione dei fenomeni tutti del mondo – umani, animali, celesti, terrestri, persino “ultraterrestri”. Lo sguardo è stato per Frabotta il primo senso attivo, prima ancora dell’ascolto o del tatto. Nella poesia dell’85, Miopia, leggiamo «Mi presti i tuoi occhi per guardarti?» e a distanza di più di quarant’anni, nella Materia prima, nell’occhio ancora – più che mai – «vi entrava la vita, vi s’addentrava.» Quando non è un occhio a vegliare, è un senso più antico, risalente, e quasi connaturato al poeta, che vigila anche nel sonno per sé e per l’altro, come nel caso delle poesie coniugali della Pianta del pane. Non credo sia un caso che il lavoro d’apertura all’esperienza di scrittura di questa poetessa sia stato un libro intitolato Donne in poesia, vero e proprio osservatorio della poesia femminile italiana che si spingeva già allora, grazie alle sensibili antenne di una studiosa-poeta, a considerare (e “storicizzare” in un’antologia) poetesse al loro esordio quali Cavalli e Lamarque. Se questo è stato possibile – così come è stato possibile per Frabotta assegnare tesi di laurea su poeti viventi in piena attività – è perché, come ha osservato Alessandro Giammei in un luminoso articolo, ci troviamo di fronte a una poetessa che tratta il contemporaneo come qualcosa di molto serio e riesce ad essere a sua volta contemporanea «senza banalmente rispondere alle contingenze» (“il Manifesto”, 6 aprile 2018). È quel che fa Frabotta, poeta che intrattiene una singolare relazione col proprio tempo, che, come scrive Giorgio Agamben, «aderisce a esso e, insieme, ne prende le distanze.» In questa leggera discronia fra il tempo e il soggetto (quello che Barthes ha chiamato l’«intempestivo», mutuandolo dall’«inattuale» nietzschiano) si pone l’occhio del poeta, Per questa sua natura, la poesia di Biancamaria Frabotta non è estranea a un carattere che definirei civile, e che, dialogando col suo tempo, ne scorge insieme alle luci le ombre. In questo senso, il volume di recente uscita per “Lo Specchio” Mondadori è testimonianza di una voce che, dagli esordi poetici, ha fissato negli occhi il suo secolo come nella poesia di Mandel’štam, vek, il cui doppio significato (secolo, appunto, ed epoca) rivela la presenza attiva, ma quasi mai risolutiva, del poeta dentro la storia, pagando la sua contemporaneità con la vita – e il Novecento è il secolo che lo testimonia, tragicamente, meglio. (altro…)

Intervista ibrida a Gabriele Galloni (di I. Grasso)

IN CHE LUCE CADRANNO
Intervista ibrida a Gabriele Galloni

di Ilaria Grasso

 

Per la raccolta di Gabriele Galloni, In che luce cadranno, ho realizzato qualcosa di diverso dal solito perché ero incuriosita dal fatto che un poeta così giovane si interessasse alla morte tanto da scriverne un’intera raccolta per cui ho contattato Gabriele Galloni per incontrarlo e scrivere questo pezzo che sarà un po’ una recensione, un po’ un’intervista.

I.: Bene Gabriele, da dove nasce l’idea di scrivere una raccolta sui morti?

G.: Chissà. Non so spiegartelo. Forse per scrivere l’ultimo-libro-di-poesie-possibile-sulla-Morte. La parola definitiva sull’oltretomba. Ride. Che poi ci sia riuscito o no è un altro paio di maniche. Non sta a me dirlo – anche se non ho dubbi sull’originalità e il valore della mia opera, sia chiaro. Ho pensato tantissimo alla pittura di Paul Delvaux, scrivendo le poesie di In che luce cadranno. Forse è lui il riferimento più prossimo al mio libro.

In che luce cadranno è senz’altro un titolo enigmatico e straniante per una raccolta che parla di morti. In genere sull’argomento viene in mente solo il nero buio e mesto come colore, invece Galloni ha scritto una raccolta che non perde mai di vista la luce. Durante la lettura delle prime poesie mi sono interrogata a lungo sulla natura della parola “luce” del titolo.
Solitamente si utilizza come sinonimo della parola “nascere”, l’espressione “venire alla luce” e questa è una raccolta che parla della vita oltre la vita terrena. Gli uomini dunque se dalla luce vengono in una luce prima o poi “cadranno”. Ecco svelato l’arcano! La mia tesi sembra ampiamente confermata dai versi della poesia che incontro quasi a metà libro:

I morti continuano a porsi
le stesse domande dei vivi:
rimangono i corsi e i ricorsi
del vivere identici sulle
due rive. In che luce cadranno
tornati alle cellule.

Le parole di Galloni sono misurate, limate, scarnificate fino al sangue essenziale di quel vero che inseguiamo per tutta la vita e che probabilmente troveremo solo quando abbandoneremo i nostri corpi e andremo chissà dove e come a proseguire la nostra esistenza, probabilmente in altra forma, a seconda del credo religioso d’appartenenza (per chi lo ha). Il vero della raccolta è dunque un concetto che rassomiglia molto all’osceno, a qualcosa da nascondere, come in questa: (altro…)

Valentina Colonna, l’inesprimibile sguardo (di R. Canaletti)

(foto di R. Canaletti)

Nella Gymnopedie n. 1 di Satie, Aldo Ciccolini vede un vuoto irrecuperabile. Quello proprio delle note che si posano, quella cadenza docile delle cose che non dovrebbero essere dette e che invece, attraverso l’arte, riescono ad assumere una forma. La cadenza sospesa (2015) recupera Satie in qualche modo, da una certa angolatura si può notare come Valentina Colonna appunti dei passaggi, delle vere e proprie note, sulla pagina. Valentina Colonna non scrive e basta, compone.

[…] Il tempo non va
che dove non sono.

Bisogna pensare a qualcosa di estremamente delicato ma anche profondo, ponderato, lasciato a fiorire tra la neve, nella docile prestazione degli oggetti e degli uomini su questa terra. Perché la poesia di Valentina Colonna è fisica e raccoglie con sé la luce dell’andare e del tornare, del muoversi. “La cadenza sospesa” sembra quasi impercettibile. Eppure prende corpo nei versi e cerca qualcosa di puntuale e specifico: la gioia. Perché la solitudine, che colora l’intera raccolta, non esita un istante: la gioia. Presa in contrapposizione magari, nel cloisonnisme che specifica i profili.

Ora che sono tornata
sono vuote le strade.
È finito anche il mercato
qui alla Crocetta.

Il lampione rovescia accanto,
appisola, poi passeggia
i muri fischiando.

Un tram è appena passato
e appesa ha lasciato la scritta “affittasi”.

Un tram la vedeva ogni sera.
chissà chi era ieri.

Quel tram che «è appena passato« è una possibilità. Ma non il ridondante e retorico «i treni passano una sola volta nella vita». La possibilità è esistenziale, è prima di tutto proprio la possibilità in sé, non un semplice percorso. La scrittura di Valentina Colonna è costellata di queste aperture, seppur sintetiche, di aria. Un’aria misurata, quella del respiro. E solo quella! Non c’è orpello che regga nel versificare: c’è una scelta attenta e cauta, fatta di immagini brevissime, che coinvolgono tutto ciò che è sufficiente (appunto l’aria per un respiro). Oltre quello lo spazio bianco, il punto a ricordare una certa “cadenza”. Mario Luzi diceva: «L’eccesso di parole significa scarsità di parole». Valentina Colonna sa prendere quest’insegnamento e sa farlo suo, lasciando aperto un non detto («[…] In fondo sai/ che i miei silenzi da sempre/ arieggiano tra le foglie armoniche/ per la nostra casa sollevata»). (altro…)

Luigia Rizzo Pagnin, Chi ti scolpì sapeva…

La partigiana (foto di Riccado De Cal)

Augusto Murer, Monumento alla partigiana, Venezia (foto di Riccardo De Cal)

Chi ti scolpì sapeva
la forma che può prendere
straziata
la materia di un bronzo.

Sapeva
come aggricciare nella figura
le pieghe e le piaghe
della tua resistenza.

Partigiana, portata poi
sulla riva dell’acqua
perché venisse la continua onda
a lambirti e
a rifarti viva.

Quale ragazza a Venezia sa
dove ora tu giaci?
Quale scuola le insegna
il tuo viatico?

Tu giaci eterna
nella città che fu
dei Sette Martiri

Eterna
e – forse – dimenticata.

© Luigia Rizzo Pagnin

Lucia Guidorizzi, Icelandia (inedito)

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(foto di Lucia Guidorizzi)

ICELANDIA

Ti devi rallegrare di questa conoscenza pesante raggiunta fra banchi di ghiaccio
                                                              Harry Martinson, Le erbe nella Thule

Da fuoco e gelo contrapposti
Scaturiscono contrastate armonie

Alla fine dell’aurora
Inizia una nuova notte
Tra lembi di luce sottile

“Quale occhio umano
potrebbe guardare attraverso
il suo velo intessuto di nero?”

Percorriamo vie luminose e buie
Per estreme regioni ulteriori
Ascoltando il sillabare dei venti

Profezie di sibille marine
Evocano velieri naufragati
Tra icebergs biancoazzurri

Neve e lava si contendono gelide rive
Mentre i fiori artici (non esistono)
Si aprono sulla terra nera e dura
Frangendosi in ghiacciati frammenti

Parola cianotica
Rotola nel giorno
E cade improvvisa
Come passero morto
Dal ramo

***

Prendendo in consegna la notte
Navigare per i fiordi interiori
Estendendo il dominio dei giorni
Fino all’ultimo estraneo confine
Dove si scontrano silenzio e cecità

Noi siamo un’isola
Avvolta da vapori
E tempeste di vento artico

Vulcani incrostati di ghiaccio
Emersi da acque di tenebra
Spettrali nella luce livida
Di crepuscolari mattini

Accerchiati dal gelo
Eruttiamo fiamme
Dai nostri abissi

Circondando ogni cosa
Che ci è prossima
Con un’aura mefitica
Di veleni e cenere

 

Qualora la potenza del gelo
Si miscelasse con questi fuochi sottili
Dovremmo enumerare altre notti
In cui solo fragore di cadute
Perimetri vertiginosamente le altezze

Naufraghiamo in livide onde silenziose
Dialogando continuamente col buio
Pronunciando parole notturne
Mentre la Luna sbilenca si avvicina
Fin quasi a toccare la Terra

Astri e strade ghiacciate
Topografie dimenticate
Ci conducono all’ultima Thule
Remoto luogo dove deponiamo
Ogni frastuono diventando
Custodi silenziosi della Notte

© Lucia Guidorizzi

 

Alberto Marchetti, Inediti

 

L’ONDA E IL VENTO

È il vento che rincorre l’onda
o insieme s’inseguono invano?
Si tengono stretti per mano
o bramano prima la sponda?

Lo scoglio frantuma ogni assalto
ma leviga il mare il suo aspetto,
consuma il granito ogni getto
e sabbia produce ogni salto,
lavora incessante e quel moto
che varia ma non ha mai fine
trasforma le coste e il confine
tra quello che è certo e l’ignoto.

E l’onda ora spuma di vento,
fa gorghi e mulini, e veloce
nel cielo in un ballo feroce,
contorta in volute d’argento,
s’innalza, coll’urlo dei cento
titani che assaltano Giove,
impazza l’inferno lì dove
si fanno, acqua e aria, tormento.

Poi corre una brezza leggera,
il vento abbandona, riposa,
e immemore l’acqua, sua sposa,
ritorna tranquilla, com’era.

 

(altro…)

Inediti di Adriano Padua

© René Magritte, La Reproduction Interdite, 1937, Museum Boijmans Van Beuningen, Rotterdam

*Consigliamo di usare la modalità “Rotazione schermo”
per una lettura più agevole di testi*

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.

la somma delle voci sovrapposte, pensiero dominante omologato, appresso un senso
.                                                         [di sopraffazione, familiare, con la ferma certezza
di non poter sparire un’altra volta, nessuna redenzione né speranza, la realtà una possibilità,
.                                                         [di scelte obbligatorie,
i fatti si dimenticano, svaniscono graduali, rimangono parole, nient’altro per adesso,
.                                                         [ed è paradossale tutto questo, ma succede
dipinto nello spazio di una tela, nel vincolo di un tempo travisato,
.                                                         [che ci cancella rigido e uniforme, inosservabile,
quest’aria è velenosa, guastata, sa di plastica, ma serve ancora ossigeno, anche contaminato,
.                                                         [dobbiamo respirare e su di noi
si sente il peso addosso della polvere, la strada si allontana, è un viaggio all’incontrario,
.                                                         [nessuno da incontrare, ci sono solo nomi

 

In preda ad insignificanti sogni, osservano precise imposizioni, con uno specchio in tasca,
.                                                         [luminoso, la faccia replicata in ogni schermo,
arresi nei sorrisi, volti modificati, si inventano valori inesistenti, per puro istinto di sopravvivenza,
.                                                         [nell’influenza propria del potere
di cui sono soldati, ne sposano la causa, inconsapevolmente, e grazie al cielo stanno tutti bene,
.                                                         [ritorneranno a casa sani e salvi, come sempre
mentre fa buio fuori, gli spettri riconquistano le strade, dispersi tra edifici di parole, in zone
.                                                         [temporaneamente autonome, a celebrare il suono,
le finestre nascondono letti bruciati, e le fabbriche brillano spargono morte, agisce per oracoli
.                                                         [il pensiero magico, li rassicura, rinchiusi tra le loro
quattro mura, coi quadri appesi e il vuoto accumulato, i chiodi l’odio e i cristi crocifissi, pareti
.                                                         [screpolate, abissi che s’elevano, tra spazi circoscritti

 

disegnato, un paesaggio mancante, che nasconde la pioggia alla stanza, non si può dare un volto
.                                                         [alle ombre, non un nome al silenzio incombente,
scena senza memoria, irrisolta, ambientata in un luogo a cornice del niente, che si svolge per
.                                                    [fasi, quasi statiche, con variazioni prive di rilievo, nei dettagli,
i giorni come un marchio, tatuato, rimangono indelebili, abitano la pelle, non li estrai,
.                                          [si insinuano tra i pori dove ora, l’odore di quest’acqua è una ferita,
non sanata, e le parole sono interferenze, sonora anestesia, attenuano il reale, la sua violenza
.                                                         [nell’assuefazione, mentre ogni cosa resta al proprio posto,
condannata, a compimento intorno del disordine, in apparenza privo di dinamica, elementare,
.                                                         [nella sua assenza di rigore e regole, nell’incodificabile
linguaggio dato dalla posizione, si anima lo schermo, è vuoto il muro, e intanto si confondono tra
.                                                         [loro, la fine con la rappresentazione, le profezie e il futuro

 

la notte respirata dall’esterno, il buio speculare delle case, che scompaiono, comprando con
.                                                         [il tempo la realtà, ma senza possederla,
da consumarsi preferibilmente, mai e poi mai per sempre, adagio transitando, tra volti che non
.                                                         [hanno connotati, nomi ignoti.
questa città che non finisce più, incubatrice d’odio, divora l’aria e il suolo, cratere rovesciato
.                                                         [verso il cielo, all’incontrario,
si osserva con lo sguardo spiritato, è un’allucinazione, molesta, nella testa, contrasto di tensioni
.                                                         [bipolari, pulsanti nello stomaco
in subbuglio, laboratorio in cui si riproduce il male, labirinto, enorme ed anormale, d’asfalto
.                                                         [logorato, irregolare, senza uscita
segnato dalla pioggia e dal passaggio, percorso con un’andatura incerta, trascinata, e il cielo non
.                                                         [si placa, è una ferita aperta sulla strada.

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© Adriano Padua

Inediti di Gianmarco Busetto

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aggiusto la camicia, mastico una voglia
il pomeriggio, lo schiaccio tra le dita
queste mura di cinzano e rosette, troppe volte
mi hanno visto pregare: l’amore di pulire
il fegato di resistere, la gola di smettere
Piero dice − mia madre era strana:
leggeva Schopenhauer e portava tacchi alti

sapesse Piero quante volte ho immaginato
sua madre stesa a gambe aperte
ora non sarebbe così mieloso
− da queste parti lo strano era mio padre − dico io
− mi picchiava con la cinghia e portava le bretelle
sotto al cavalcavia oggi, hanno
gettato due cessi nuovi di zecca
domani saranno delle ortiche
oggi della stupidità

 

*
da qualche parte sarà domenica e azzurro
preghiere che partoriscono inguini, sandali
e altri splendori da leccare

il parco è una lingua amara e il cielo
lo straccio di dio

steso sull’erba nera scippo bocconi ai topi e
penso che, in fondo, il credersi indispensabili
sia solo un peccato minore, che cosa più
grave sia perseguire la bellezza
crederla saldo, pensarla salvezza

altalene e scivoli sono coperti d’ortica

i bimbi dell’ultimo nascondino non sono mai stati trovati

oggi il parco è una marcetta da camposanto
una lingua amara che accompagna a gole straniere

solo gli occhi del mio cane mi chiedono
corsa in direzione contraria

 

*
e ci sono sbagli che vorresti riempire di fiori
qualche cadavere di ricordo da seppellire nel miele
un belato di niente al quale trapiantare un fegato
c’è una rabbia, di notte, che alla luce tradisce sorrisi
e ci sono danze, scherzi e carnevali muti
come vedove, come qualcosa che tace più per decenza che
per dolore, come me che ti chiedo – Come ti chiami? –
e tu che mi rispondi – Neanche una goccia, nemmeno una – (altro…)

Franca Mancinelli, da ‘Libretto di transito’ (Amos edizioni)

 

Franca Mancinelli
da Libretto di transito (Amos edizioni, 2018).

Collana A27 a cura di Igor De Marchi, Sebastiano Gatto e Giovanni Turra
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Non è solo preparare una valigia. È confezionarsi, vestirsi bene. Entrare nella taglia esatta della pena. Gesti a una destinazione sola. Calzando scarpe che non hanno mai premuto la terra, dormiremo nel centro dello sguardo, come neonati.

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A volte un breve annuncio ricorda la linea gialla, a volte è soltanto un rumore che si avvicina. La fenditura che si apre dev’essere arginata subito con le mani che si aggrappano a qualcosa, gli occhi chiusi. Ci si stringe alla panca, agli oggetti che si hanno con sé, fino a che il treno trascorre al nostro fianco. Con il tremore di qualcosa di enorme, per cui dobbiamo ancora aspettare.

 

*
Viaggio senza sapere cosa mi porta a te. So che stai andando oltre i confini del foglio, dei campi coltivati. È il tuo modo di venirmi incontro: come un’acqua in cammino, diramando. Guardando dal finestrino, ti ho letto nel viso finché c’era luce.

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foto di Sara Santana

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Libretto di transito è la storia dell’attraversamento di una faglia interiore. Seguendo il filo sussultorio di un viaggio in treno, per fotogrammi e sequenze sospese tra prosa e poesia, affiora la trama di un vissuto che si disfa e rientra nella natura. Come in un rito di passaggio, lasciandosi visitare dalle ombre, Franca Mancinelli ricompone i frammenti di un’identità aperta, che non ha mai abbandonato l’origine.

Franca Mancinelli (Fano, 1981), è autrice di due libri di poesie, Mala kruna (Manni, 2007) e Pasta madre (con una nota di Milo De Angelis, Nino Aragno, 2013), uscito in anticipazione in Nuovi poeti italiani 6, a cura di Giovanna Rosadini (Einaudi, 2012). Una sua silloge è compresa, con introduzione di Antonella Anedda, nel XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, 2017). Le sue brevi prose sono raccolte in Libretto di transito (Amos edizioni, 2018).

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Per informazioni sulla collana A27:
http://www.amosedizioni.it/Sito/collana_A27_poesia.html

Beppe Costa, ‘Per chi fa turni di notte’. Nota di lettura

Beppe Costa, Per chi fa turni di notte. Poesie 1967-2017, Associazione culturale Pellicano, 2017, pp. 110, € 10,00

Che la poesia civile sia, per Beppe Costa, una missione − colma di laicità − lo si conosce da tempo. Ne è conferma anche l’ultima raccolta, che raccoglie in un’apposita sezione testi editi  e inediti degli ultimi cinquant’anni di scrittura. Un volume dedicato a “chi fa turni di notte”, a chi «conosce la notte e il dolore» ma anche la «solarità e l’amore» che, sempre, nella poesia di Costa, vive. Ripensando al titolo ci si chiede se non sia possibile una eco di Izet Sarajlić − se non per lo stile almeno per l’intenzione che attraversa entrambi i poeti.

La potenza lirica di Beppe Costa contiene in sé la forza irrinunciabile della vita secondo un’etica, lo stimolo alla continua ricerca di un senso, la lotta per una dignità del vivere − che contagia il lettore−, lo slancio alla puntualità dell’esprimere ciò che si è, cosa si fa, dove si sta andando. La cautela (qui) è qualcosa che attraversa tutta la sua poesia − per lo meno quella che ci è dato conoscere grazie alle precedenti raccolte −, così come la sensibilità della sua voce persiste, nella forma di una resistenza decennale, in un presente svuotato di appelli sinceri, sempre più povero di verità che invece, il nostro, coglie e tiene salde nei suoi versi.

© Alessandra Trevisan

*

 

questa non è una poesia d’amore
perché non ha fine né principio
sbanda a ogni curva s’infila
in ogni volto che passa vicino

questa è soltanto una vita inquieta
che non smette di penare e si offre
a ogni passante che afferra come può
sugli occhi nella bocca fra i capelli

la notte resta sveglia in poca luce
s’abbandona a ricordi non completi
finché ogni alba riporta la certezza
di non saper co’è la poesia e l’amore

 

(altro…)

Alfredo De Palchi: Ipotesi, Venerdì 13 e Regolare 13 (inedito)

Alfredo de Palchi, 1957 On the road Mississipi River (da http://www.alfredodepalchi.com)

IPOTESI, VENERDÌ 13 E REGOLARE 13
22- 31 agosto 2016

1
L’antropoide massa varia di razze, manie, sacrifici, capri espiatori e di altre norme disoneste immorali e illegali… si veste di nefande religioni colorate e culti per dare importanza al fondo inventivo da cui le azioni criminali si scambiano per giustizia divina… sacrificio che appare a pezzi nel tegame… perché non accadano disgrazie e sfortune… mania di sangue di capra sgozzata gettato contro i muri dell’ovile… animali vivi d’ogni categoria domestica spinti dentro vulcani… perché non l’antropoide che gode del malefico?… I luoghi diffusi di lordura… di colpevolezza religiosa… di torture… luoghi dove specularmente il venerdì 13 significa disgrazia sfortuna e maleficio… altrove il numero 13 non esiste per non influire una forza immaginata a scadere di venerdì 13… portatore di disastri, miserie e gravi sfortune…

2
con variazioni astrologiche fuori corso si spiega che mia madre futura che nasce il 13 dicembre era già stata scelta scellerata nella pancia di sua madre… si spiega che conoscendo a 13 anni il coetaneo di 13 anni mio futuro padre percorre la strada contraria… si spiega che io per nascere di venerdì 13 dicembre da una ventitreenne sagittario sono il singolare esempio di sagittario dell’infelicità… non si spiega che io sagittario con mia mami ritenga una fortuna che il padre si nasconda nelle mutande della propria madre… non si spiega che io illegittimo non grida e non pianga alla luce… per scaramanzia contraria mia madre mai tocca il ferro del letto o il tavolo di legno…

3
con la madre il 13 luglio 1936 visito Venezia che rimane la mia amata città in festa di bandiere banderuole canali vaporetti gondole gatti stupendi e gabbiani… il 13 dicembre 1939 a 13 anni abbandono lo studio della musica classica… il 13 dicembre 1944 vedo a terra il corpo di una spia triplogiochista sommariamente fucilata nell’oscurità a pochi passi dal fornaio che fuma alla porta… il 13 giugno 1945 la Corte d’Assise di Verona mi condanna all’ergastolo per aver accidentalmente visto la spia morta dopo l’esecuzione sommaria… il 13 settembre 1945 il mio sbarco è benvenuto dai prigionieri politici nel penitenziario di Procida… il 13 maggio 1946 incontro con amicizia il nuovo arrivato giovane ufficiale dell’esercito Ennio Contini poeta e mio maestro futuro… il 13 novembre 1946 la Corte d’Assise di Vicenza mi diminuisce la condanna a trent’anni… il 13 dicembre 1946 a Poggioreale di Napoli con un mozzicone di matita graffio sull’intonaco delle pareti della cella i miei primi versi… il 13 febbraio 1947 inizio a scrivere poesia su quaderni a righe… anni dopo la scarcerazione da Procida del Maresciallo Graziani, Junio Valerio Borghese, generali e gerarchi, il 13 giugno 1951 la legge mi mette in mezzo la strada… (altro…)

Un inedito, di Agostino Cornali

 

La poesia è dedicata al nonno Nunzio, amatissimo dal poeta. «A Milano, da piccolo – mi racconta Agostino – prima di dormire facevamo un gioco infantile: la lotta. Avevo 4-5 anni».
Abbiamo di fronte a noi uno spartito, che viene cantato. Un canto antico e presente, originario e in tensione: l’arena degli spettacoli, dei leoni, dei gladiatori. Vita o morte, come una stessa cosa.
Cornali però, «incubo dopo incubo», a un certo punto ci sorprende. Sceglie un’immagine religiosa a tutela del corpo della poesia scagliandola nel cuore del testo: la lotta di Giacobbe con Dio, dal Libro della Genesi, ovvero la lotta con l’angelo di Dio, come nel dipinto di Delacroix. Braccia, vene, polsi incarnano un’implorazione pronta a sprigionarsi: non cedere, non cadere, non crollare.
Rappresenta l’interlocuzione profonda che il cristiano autentico, così come l’ebreo, ha con il proprio Dio. Di fronte al Padre non ci si presenta come servi, ma come figli, quindi con Lui in aperta discussione, anche in lotta giustamente, perché il figlio prima di tutto è interprete di sé e per questo (naturalmente) ribelle. Si tratta di una ribellione amorosa, è chiaro. Il padre, in questo caso il nonno, implora il figlio di non smettere mai una contesa che – lo si sente bene – è qui più una forma (con apparente paradosso) di “protezione”, di cura. Protezione, quindi proiezione, che di uomo in uomo possa propagarsi. Proiezione e dunque: prolungamento. Così si spiegano le ombre tentacolari dell’inizio, sul soffitto.
Ora, stiamo parlando di stile, cioè di visione. Poi certo, c’è la tecnica che permette tutto questo. Sentiamo assonanze e consonanze rincorrersi, fluire: proietta che si lega a soffitto; letti – affiancati; forti – polsi. Una rima, una sola in tutta la poesia, importantissima, è incastrata a cavallo delle tue terzine iniziali: arena-scena. Avvertiamo come tutto il ritmo e il senso provengano da lì e poco oltre nel testo dalla centralità di significato dell’aggettivo «interminabile», attribuito alla lotta.
Tecnica è misura, sì, e conoscenza. Una successione di coppie di versi in ciascuna delle tre “stanze” rivela la specialissima cura del componimento, ne mostra la grammatica, lo spartito come si diceva: due splendidi endecasillabi, uno a maiore e il successivo a minore, dattilico, nella prima terzina; un settenario seguito da un novenario, entrambi significativamente sdruccioli nella seconda; e i due novenari che preparano il meraviglioso enjambement finale, imperativo e forte.
Questo è il canto. E al suo cantore va la nostra, profonda, gratitudine. (Cristiano Poletti)

Il lampadario di cristallo che proietta
ombre tentacolari sul soffitto
sopra l’arena dei letti affiancati…

in questa camera va in scena
incubo dopo incubo
la nostra lotta interminabile

come l’angelo di Giacobbe
hai le braccia ancora forti
con le vene azzurre in rilievo
e mi afferri i polsi, mi implori
di non cedere.