Novità editoriali

Le parti del grido, di Lorenzo Chiuchiù

parti

Lorenzo Chiuchiù, Le parti del grido, Effigie 2018 – 10 €

Dopo aver letto questo libro, ho voluto sceglierne alcune parti: istanti, nei quali sentirsi chiamati a vivere. È l’autore che ci fa sentire questo. Essere lì dentro, come una necessità e come un desiderio.
Riportare qui i frammenti di un testo così importante assume dunque il significato, da una parte, di porne in evidenza la bellezza; dall’altra è il segno della gratitudine che all’autore va espressa.
De Angelis, nel suo scritto di postfazione, sottolinea quanto Chiuchiù «ci interpella con quel “tu” ossessivo che percorre tutto il libro e che di volta in volta è il lettore o l’autore, sono io o il primo venuto». Ha pienamente ragione nell’affermarlo.
Eccoci: l’invito è a entrare.

Sei tu, o sono io:
«Ma l’azzurro è in vena, la riva nascerà con te»;
«scegli una tempesta a caso, sono io».

Tu:
«tu fondi temporali/ e vorresti la grafia dei lampi».

Tu che con me senti:
«nelle meningi terra nera come dopo un temporale».

Io e te, insieme:
«Come se la vita fosse intera/ illuminata, ferita e per te»;
«lo sai: la ferita come la benedizione/ vuole solo l’altra parte».

Quindi noi:
«la storia è la sezione/ e noi, cuore siderale, la verticale»;
«Eravamo incomprensibili e feriti, eravamo feriti e volevamo il vino nero e le stelle a sorte. Così siamo diventati segreti».

Noi, nella verticale della scrittura:
«La sillaba scava come il bisturi/ non illuderti che questa musica/ ti assolva: hai il quaderno/ che lentamente affonda nel petto».

Di nuovo tu, o io:
«hai perso/ un orologio amato/ o perché hai mancato la terra»;
«sottrarti: ma tu credevi, avevi te stesso/ colpa e notturno cardiaco».

Così siamo stati, tramite l’elogio del frammento, dentro un libro che è esaltazione dell’ascesi e della “caduta”, un libro carico di stelle e di distanze. Dal cielo, da ogni presunta idea di perfezione e di stabilità. Sono tensioni che Chiuchiù ha avuto modo di portare in un vasto campo di meditazione, in Atleti del fuoco (“undici studi tra arte, tragedia e rivolta”), edito da Mimesis. Da Celan a Camus, tra arte e destino, rivolta e Cristianesimo.
Nuovamente grazie all’autore, dunque, per tutto questo lavoro.

Cristiano Poletti

 

Fioriture capovolte, di Giovanna Rosadini

gio.ros.


Giovanna Rosadini, Fioriture capovolte, Einaudi 2018, € 11,00

“È autunno, tempo di fioriture capovolte”: un’immagine affascinante e misteriosa, che le è stata riportata una volta da un amico, così, casualmente. Rosadini l’ha conservata a lungo nella mente, fino a farla diventare il titolo di quest’opera in cui ovunque troviamo delicatezza e tensione, e ovunque forza, fermezza soprattutto. Come se una mano fosse protesa a toccarci.
L’autrice crede fermamente nelle affinità elettive, tanto che il libro è disseminato da una “fraternità in versi”; versi cioè di altri, di amici fraterni appunto, chiamati a testimoniare la necessità costante di uno scambio per il comune traguardo della poesia.
L’incontro, per lei, viene prima di tutto.
E si sente la compiutezza di quest’opera, se ne avverte la maturità, senz’altro, ma anche la profonda continuità col lavoro precedente dell’autrice.
Molto importanti sono la dedica del libro alla madre, alla sua forza, e la citazione di Amichai in apertura: «Vedi, abbiam vissuto più di una vita…». Da qui, dall’assunzione di un’idea vasta e preziosa, il riprodursi continuo della vita, inizia il tesoro della sua scrittura di oggi.
«Tenebre è una parola che risolve», scrive Rosadini; o ancora, con particolare forza in questo frammento riportato in copertina: «quando il fuoco avrà ingoiato tutto». È come se facesse di continuo una promessa nello scrivere, a se stessa e al mondo: la combustione del dolore avverrà. È un auspicio e un proposito, nella fiducia e con la convinzione che questo – davvero – è accaduto, accade, accadrà: «come un errore finalmente rimediato/ come un dolore finalmente riassorbito», aggiunge a pagina 27.
I luoghi centrali, vissuti, del libro sono la Liguria, sua terra d’origine, Milano e soprattutto Venezia, riemersa dal fondo di un ricordo nostalgico e felice degli anni universitari.
Il mare di Levante è un mare vissuto “fuori stagione”, un paesaggio mentale, dove è il cielo a dominare: si tratta di «un cielo alla prova», un «campo azzurro» steso sull’ingombro della mente. L’inquietudine è proprietà dal vento, è sonno disertato dai sogni, è «anima slogata e sofferente».
Lo spazio bianco della seconda sezione invece è nebbia, metafora di una pagina nuova, dell’inizio di sempre. Ed è silenzio, che in queste poesie significa soprattutto attraversamento e necessario abbandono («fa’ di me ciò che vuoi», scrive l’autrice). Mentre tutto è in battaglia e s’incarna ancora una volta nel fuoco: («Mi hai attraversata/ come un fuoco che consuma»), occorre scivolare, non opporre resistenza. Occorre per rinascere, dopo un doloroso personale riepilogo di dieci anni da un terribile incidente, «al ritmo lento delle parole». Ecco allora, il dolore sembra essersi consumato, la casa ormai riconquistata. Il nero del resto già ha vinto sul bianco, ed è scrittura, quell’inizio di sempre al quale ogni volta siamo attesi e che “ci salva”, ci cura.
Le dimensioni della mente e di questa speciale dimora che è la scrittura sono indagate e approfondite nella terza sezione, Fioriture capovolte. Dopo Africa, una poesia dedicata alla sua famiglia, nell’arco di due sottosezioni, Infanzia e Adolescenza, il “racconto” di Giovanna Rosadini si fa particolarmente pacato, misurato, attento. Mentre la ferita continua a lavorare, l’animo è in ascolto, in equilibrio tra confessione e circospezione: in cerca degli «strumenti per poter/ affrontare/ il residuo immedicabile del mondo» eppure libero di «sollevarsi agli azzurrati cieli».
L’ultima sezione del libro, intitolata Un ritorno, è anche in questo caso un riepilogo di anni, ma mediante un salto che porta a Venezia, agli «anni belli dell’università» che ha avuto modo di vivere. Assistiamo a uno speciale viaggio a ritroso e allo stesso tempo a un continuum di vita che trattiene il lettore nella laguna come fuori dal tempo. Così a Venezia arriviamo anche noi «in cerca di un perché/ di un esilio salvifico/ un approdo». Fino a sentirci noi stessi dentro una splendida poesia, S. Giorgio e il drago, che conclude meravigliosamente così: «non più fuoco/ uscirà dalle fauci piegate in un ghigno/ di resa, e l’arma spezzata/ non avrà più nemici».

Cristiano Poletti

 

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno

Milena Jesenská, Qui non può trovarmi nessuno,  Giometti&Antonello editore 2018, trad. Donatella Frediani, euro 24

 

 

Perché si tolga immediatamente la necessità di parlare di Milena Jesenská in relazione a Franz Kafka, si vada subito a quello che forse è il centro del rapporto tra i due intellettuali, la frase che Kafka scrisse a Milena nel dicembre del 1920: «ma adesso è meglio che tu non venga perché dovresti ripartire» (da Lettere a Milena, Mondadori 1988, traduzione Ervino Pocar e Enrico Ganni). Non è certo una novità che gli amori non realizzati possano essere roventi, duraturi e forse, per chiunque scriva, i più artisticamente produttivi. Come non è una novità, per chiunque abbia letto le lettere di Kafka alla sua traduttrice, la stima profonda dello scrittore nei confronti della scrittura di lei. La gioia costante che aveva nel ricevere suoi articoli, nel correre, come riporta Max Brod, all’edicola, «per vedere se il nuovo numero reca qualcosa di Milena».
Qui non può trovarmi nessuno, Giometti&Antonello editore 2018, offre al pubblico italiano quarantuno di questi articoli, scelti da Dorothea Rein e tradotti da Donatella Frediani, con otto lettere di Milena Jesenská su Kafka proposte e commentate da Max Brod (da Nuovi tratti della figura di Kafka, in Kafka, Mondadori 1978). Oltre a una nutrita nota biografica che ci consente di guardare la grande intellettuale ceca nell’indipendenza della sua figura.
Milena Jesenská cresce libera e sfacciata a Praga. Figlia di benestanti, di madre cagionevole e padre contraddittorio – sarà lui a iscriverla al primo liceo femminile di Praga, ma sempre lui a rinchiuderla in manicomio per nove mesi quando vorrà sposare Ernst Pollak, ebreo tedesco, e a costringerla a spostarsi a Vienna a matrimonio avvenuto. Nella capitale austriaca comincia la sua carriera di giornalista e di traduttrice di Kafka. Per anni, sarà “la Jesenská”, con i suoi articoli di politica e di costume. Fino al 1928, anno di un parto problematico, di dipendenza da morfina, di fallimento del matrimonio. Si avvicina al partito comunista, la sua scrittura si assottiglia, la sua vita privata vacilla ma il suo impegno civile cresce. È circa dieci anni dopo che vince la sua battaglia contro la morfina, e della sua fede nel partito è rimasta solo una vigile attenzione verso la politica e la situazione delle masse, dei più deboli, degli esclusi, e quindi, con l’inasprirsi delle politiche reazionarie, dei perseguitati. Con l’occupazione da parte della Germania nazista scrive, riporta, aderisce a giornali clandestini, aiuta a fuggire, fino alla deportazione nel campo di concentramento di Ravensbrück, dove morirà all’età di quarantotto anni. (altro…)

Alessandro Fo, Tre poesie per Edda Laghi Corrieri

esseriumani

Tre poesie per Edda Laghi Corrieri

 

1. Casa di riposo «Il Balcone»

«È questa solitudine» (piangendo)
«… Non la si vince, professosre… Non..
Non la si vince…»

(Più tardi invece) «E questa solitudine
si vince anche… Che vuole, si prende
quello che viene…
E anche la si vince…
Ma è
(piangendo)
che non ho notizie…
ormai non so più niente di nessuno…
Cosa sarà di loro?
Ormai i miei genitori sono anziani…
Io ho già compiuto e passato i novanta»…

Un’altra novantenne in corridoio
si culla stretto al petto
il bambolotto in cui vede un neonato.

 

2. Nuovamente al «Balcone» (di vedetta)

«… Sì, è un po’ noioso… Ma lei qui ha il suo angolo,
questa bella finestra col giardino»…
«… Che vuole… Osservo
quel che fanno gli uccelli
dal primo filo con cui formano il nido…

Lo scorso anno un giorno dei ragazzi
che si arrampicavano sugli alberi,
hanno finito per romperne i rami…

Sto di guardia quasi tutto il giorno.
Ora, da quando ci sono qui io
non è successo più.

Non restano che minime mansioni»…

 

3. Di ritorno al «Balcone»

«Come, non è domenica?
E che mese sarà?…
Forse qualcosa…
come dicembre?…»

(ma oggi è martedì 21 aprile).

«Faccia la brava, allora, e non si scordi
di me»… «Ma noo, che cosa va a pensare?
Lei è troppo lungo per dimenticarla».

da Esseri umani, L’arcolaio, 2018

Natascia Tonelli, “Premessa” da “Sulla famiglia Bertolucci” (Ensemble)

Siena ospitò un anno fa, nei giorni 3 e 10 maggio 2017, nell’ambito di #Ciclomaggio, un breve ma importante ciclo di incontri dedicati ai tre illustri Bertolucci: Attilio, Bernardo e Giuseppe. Ora, a un anno di distanza, quell’esperienza ha dato vita a un volume pubblicato lo scorso 18 maggio: Sulla famiglia Bertolucci. Scritti per Attilio, Bernardo e Giuseppe (Ensemble 2018), un volume collettivo, curato da Giada Coccia, Mariantonietta Confuorto, Fabiana Di Mattia, Irene Martano, Francesca Santucci, che intende non solo fissare un punto sull’arte dei Bertolucci, ma pure indicare le nuove e possibili direzioni di lettura delle rispettive produzioni. La Premessa firmata da Natascia Tonelli, pubblicata qui di seguito per concessione dell’editore, risalta immediatamente per il suo valore di necessario viatico alle pagine dei critici coinvolti, dieci figure di tutto rilievo, che si spartiscono le tre parti del libro: Paolo Lagazzi, Fabio Magro, Giacomo Morbiato, Gabriella Palli Barone (per Attilio); Francesco Ceraolo, Tarcisio Lancioni (per Bernardo); Gabriele Biotti, Andrea Martini, Arianna Salatino, Giacomo Tagliani (per Giuseppe).
Come scrive Natascia Tonelli, nelle prime battute della sua Premessa, dalla lettura di questi interventi «ricaviamo un senso netto di consonanza serrata» che si fa «eredità di codici espressivi» passati dal padre ai figli semplicemente mutando di segno. Perciò non deve assolutamente lasciare perplesso il lettore l’assenza di una conclusione che unisca i tre Bertolucci sotto un’unica lente e penna, in un tentativo di analisi che tutto inglobi: non è necessaria dal momento che tutti i dieci contributi dialogano tra di loro creando un ipertesto capace di fornire e restituire al lettore le fitte connessioni tra le tre distinte parabole artistiche. (fm)

Premessa

A leggere di seguito i dieci interventi che compongono questo volume – i primi quattro dedicati al poeta, gli altri sei relativi all’attività filmica di Bernardo e di Giuseppe –, ne ricaviamo un senso netto di consonanza serrata. Potremmo pensare che il comune denominatore, l’appartenenza a una medesima famiglia, consanguineità che si estrinseca in un’eredità di codici espressivi – costituiti dalla poesia e dalla critica d’arte per Attilio, fattisi terzo idioma, quello del cinema, nei figli –, ne sia il presupposto esclusivo.
Certo, la ‘comunione dei beni familiare’ è anche questo: un retaggio di conoscenze letterarie e di perizie tecniche che si trasfonde e dirama dalla prima alla seconda generazione, come si tocca con mano in molti degli articoli, che evidenziano come tale patrimonio sia trasmesso dal genitore e ricevuto, nonché declinato dai due fratelli, ciascuno secondo un suo proprio linguaggio.
Si prenda per esempio lo studio di Francesco Ceraolo, dedicato al rapporto tra spazio interno e spazio esterno nella filmografia di Bernardo. Rilevandone il critico il duplice nesso coi due contrapposti sistemi diegetici della tradizione operistica – la macchina verdiana che mette in scena una vicenda individuale, la quale si confronta inevitabilmente con l’esterno della Storia (modello su cui procede per esempio Novecento), e l’opposta concezione wagneriana di una asfittica e intima avventura antropica, che alla Storia si sottrae (falsariga su cui sono concepiti Ultimo tango a Parigi, o L’ultimo imperatore) –, comprendiamo distintamente quanto anche il regista si sia formato nel solco di quella «iniziazione a Verdi fra i sette e gli otto anni» (ma anche a tutto il melodramma romantico e decadentistico) che se è fase propedeutica per Attilio, espressamente rievocata dal poeta nel Capriccio verdiano di Aritimie, capitolo esistenziale che si ripropone anche nel curriculum vitae del figlio. Si tratta di uno specifico bagaglio di conoscenze che viene a essere di nuovo investigato nel saggio di Tarcisio lancioni su Strategia del ragno, film letto con lucida intelligenza in chiave strutturalista (poiché pellicola che si confronta con lo scibile strutturalista del proprio tempo), dove l’uso della musica verdiana (Rigoletto e Attila) si concretizza in una funzionalità da Leitmotive wagneriani, a segnalare a uno spettatore di buona cultura operistica che assista al percorso agnitivo di Athos Magnani figlio, messosi sulle tracce del passato del genitore omonimo, il ‘tema del teatro’ o il ‘tema del padre’.
Sempre di eredità concreta, fatta di un immaginario condiviso, poiché identico è l’Heimat che fa da sfondo ai casi vissuti e narrati, ma anche consistente propriamente in una profonda padronanza degli scritti paterni da parte dei due cineasti, possiamo parlare a proposito di Novecento (opera di Bernardo, a cui collabora anche il fratello minore). Come non raffrontare, dopo aver letto l’intervento di Ceraolo di seguito al saggio che Fabio Magro rivolge alla Capanna indiana (da intendersi, precisa lo studioso, come il singolo poemetto composto tra il 1948 e il 1950, ma anche come il libro che dal poemetto eponimo trarrà il titolo, tanto nella sua prima redazione del 1951, quanto in quella ampliata e ristrutturata del 1955), il microcosmo della fattoria Berlinghieri – luogo chiuso ove si compie il Bildungsroman di olmo e Alfredo fanciulli, poi apertisi alla Storia nel loro crescere – col fondale del poemetto? Compiere il passo successivo, ossia ipotizzare riguardo ai due misteriosi protagonisti della Capanna – spesso, come nota Magro, semplicisticamente identificati con Attilio ed il fratello ugo, o con la susseguente replicata coppia dei figli del poeta –, che si tratti di compagni di giochi, appartenenti ai due milieu diversi di cui si compone una cascina padana («rustico» e «civile»), nonché di fanciulli vissuti in un indefinito tempo anteriore (interrogato al riguardo, Attilio parlava di «ragazzi già morti»), diviene possibile, allora, proprio in grazia di questo comune retroterra, fatto di memorie familiari: ricordi che agiscono in tutti e tre i Bertolucci, le cui individuali rivisitazioni del medesimo ‘capitale collettivo’ possono dunque aiutare a intendere anche le fabulae altrui. (altro…)

Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

v-s-c

Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento. (altro…)

Nel tempo e nell’urto, di Alessandro Bellasio

a.bellasio

Alessandro Bellasio, Nel tempo e nell’urto,
LietoColle, Como 2017, pp. 68, € 13

 

La tragica sorte della parola nella poesia di Alessandrio Bellasio

di Lorenzo Babini

 

Nel tempo e nell’urto rappresenta l’esordio poetico di Alessandro Bellasio, una voce di rara forza espressiva che sembra scaturita dalle braci delle più estreme, forti e radicali esperienze post-simboliste europee (Celan, Benn, Esenin).
L’evidente frammentazione del verso mediante il ricorso a misure minime, disposizioni a scaletta, frequenti separazioni strofiche, corsivi e spaziature interne realizza e incarna sulla pagina quello che può essere considerato come uno dei temi centrali della raccolta, cioè quello di una parola ferita e incrinata, tragicamente consegnata al dominio della morte e del nulla: «scheggia di purezza/ senza protezione,/ giunta da un altrove/ invocante luce –/ ultima, assiderata dea/ dei tuoi inchiodati:// notturna, polverizzata/ parola
A partire dal titolo della prima delle tre sezioni che compongono la raccolta, Alfabeto del nulla, Bellasio riconosce come unica possibilità di espressione quella che sappia portare in sé la cifra del proprio fallimento e della propria impossibilità, rimanendo esposta alla pervasiva minaccia di una totale disintegrazione: «Canto/ che non è canto/ ma vento venuto via dal petto// atomo di freddo, graffio nella pietra/ patria congelata// rovo/ della mente// spina,/ sterpo,/ quasi/ niente.»
Il motivo, mutuato da Heidegger, dell’uomo come essere-per-la-morte viene tradotto sulla pagina in versi lucidi e struggenti che, posti in posizione terminale, assumono la funzione di sentenza ultima e definitiva: «il buio, il nulla/ incide/ in noi la sua testimonianza»; oppure: «è questa la morte/ questo il regno cui dobbiamo ubbidire.» Anche la parola è irreparabilmente danneggiata, consegnata a questo implacabile destino, ma, prima di rassegnarsi e tacere, nell’attimo prima di precipitare, sa farsi incandescente e raggiunge gli esiti più alti di tutta la raccolta: «e tu/ prendi fuoco, tu/ sei il fuoco divampi/ alla tua coscienza d’incendiato.»
Mentre la figura del poeta si eclissa, identificandosi sempre più come colui che scompare dentro il suo silenzio per non ritornare, la parola continua a scavare e a lanciare scintille, a trovare forse, per sottrazione e negazioni successive, in un contesto in cui è abolito persino il principio di non contraddizione («Non è/ tempo il tempo,/ non/ pensiero il pensiero»), una feroce e disperata affermazione dell’esistenza; parola-chiave, questa, dell’ultima sezione della raccolta, intitolata Il sangue delle date. La non rassegnazione ad essere un puro nome che scompare nella morte e la timida, eppure forte e significativa, affermazione di un’evidenza dell’esistere si esprimono in versi di grande originalità e forza espressiva: «Qui ci accadde, addosso,/ l’esistere come in mezzo a una slavina»; «Non vi sarà parola, nome, data/ vita che non sarà scontata –/ tutto è scritto, per sempre, su questo/ referto senza verità.» La lotta incessante e senza tregua tra l’esistere e la sua fine conduce ad un inquietante e pacato finale in cui, forse sotto il segno di Pascoli (Nebbia) o di Montale (Forse un mattino andando…), la vita appare in termini di illusione e ignoranza e questo traguardo rappresenta una sosta fragile e provvisoria, in attesa che si riapra la partita, oppure l’ultimo, soffuso, silenzioso movimento di una caduta a precipizio nel buio.

Lorenzo Babini

Lettera a Corrado. Per “Tempo riflesso”, di C. Benigni

 

Corrado Benigni, Tempo riflesso, Interlinea, 2018 – € 12

Carissimo Corrado,

vedo un tuo maggiore abbandono (parola bellissima, e difficile) in questo nuovo libro. Un abbandono, dico, che in primis mostri te a a te stesso, e di riflesso a chi legge.
Ecco, tempo riflesso. Mi convince, mi piace questa traccia di ambiguità nel titolo, intorno al riflettere. Corre in tutta l’opera. Dunque, abbiamo a che fare con un tempo specchiato e pensato, un tempo che sei tu stesso (o io, o un altro, un singolo, un individuo) e di cui – mi sembra – occorre farsi filtro. Questo vuoi dirci. È un tempo, questo che viviamo (e poi tu alludi certamente al Tempo, in generale) del quale vuoi dare indizio. Sì, direi che in questo libro metti alla prova essenzialmente l’indizio, detto con un voluto gioco di parole.
Come lo fai? Come lo fornisci l’indizio? Presentando il piccolo, il piccolissimo anche, riflesso nel grande (o viceversa, non cambia). Così che tutto possa vivere nel più vasto possibile. Lo fai sentire mediante la costante “esaltazione” dell’infinitesimo nell’infinito. È una grande aspirazione questa, del vedere e del sentire. E perché no, io credo, del pensare.
Dicevo, l’abbandono. Ma appunto, oltre al pensiero (che ti è proprio), è un abbandono il tuo al sentimento. Perlomeno parzialmente. Colpiscono in questo senso le dediche, in particolare Solstizio, dedicata a Chiara; colpisce il riferimento a tuo padre, così toccante in Superfici e così significativo in Pixel; colpisce per intero una poesia come Vita mia, non mia, dove non a caso sono i bambini (i piccoli) a sorprenderti perché sanno offrire indizi di verità.
Ma vado per ordine dentro le tre sezioni.
In Pietre vive sono tanto presenti la pietra, la corteccia e le radici quanto lo sono gli interrogativi. Il che non è nuovo in te, ma qui mi pare si fletta in nuove formulazioni, nello spirito diverso, direi più aperto, del libro, come ho avuto modo di sottolineare prima. Per propria natura direi, più aperto rispetto a Tribunale della mente, eppure con esso in continuità, di pronuncia, di voce. Quattro endecasillabi rapiscono il fuoco dell’attenzione, per la loro bellezza: «Ma la strada è una lingua che ci vede»; «istanti nell’enigma dello spazio»; «alla legge non scritta del ritorno»; «Il movimento fisso delle stelle». Dobbiamo imparare, è vero, «il linguaggio delle pietre, / non abbiamo che parole e una conta di sassi, qui». O imparare la resistenza muta degli alberi.
Dobbiamo imparare a imparare, mi vien da dire. Anche, anzi soprattutto, Dall’invisibile, o meglio: si tratta di quello che spesso non sappiamo più vedere, comprendere. Siano alberi, insetti, impronte, segni, rumori, tutto ciò che è minuscolo e apparentemente insignificante (e invece significa) indica una strada a noi «pellegrini della materia», noi stessi «verbi che si coniugano all’infinito», noi orbitanti nel tutto orbitante (“orbita” è tra le parole-chiave del libro). Si sente netta una vocazione alta e antica tra le prose di questa seconda sezione: la poesia come domanda, come appello. Prose di invidiabile misura, compatte, “precise”, per quanto possa essere questo un termine valido (e lo è, chissà, io penso di sì) in poesia. Indizi su indizi, ed esperienze, che nutrono la scrittura: avverto come i viaggi a Gerusalemme e in Islanda siano stati per te importantissimi.
Sono dunque indizi di/per una verità, per giungere alla prova (cioè all’evidenza) di ciò che siamo. Non manca certo, in questo divenire, il “gioco” delle Apparenze (ancora, giustamente, una parola che dà luogo ad ambiguità. Apparire: svelamento; apparire: falsificazione). Il saluto di Benjamin all’inizio della terza e ultima sezione è illuminante. Di nuovo, qui nella figura dell’osservatore, c’è «il bisogno di cercare il luogo invisibile». Eccoci così subito proiettati verso un primo titolo che già tutto contiene: Immagini di immagini. Meccanismo affascinante, e a pensarci anche terribile. La strada maestra è quella della fotografia, una strada tracciatasi con forza nella tua esperienza. Il suo insegnamento porta a evidenziare, con percepibile stupore, il piccolo nel grande, come nella prima sezione: «C’è una trascendenza tangibile / nell’infinita interiorità di un filo d’erba».
Tempo rappreso quindi, «il tempo ci riflette come uno specchio concavo»; tempo che ci chiede la parola, che pretende da noi l’indicazione di un nome (indizio e indicazione); che ci vuole, vuole noi in quanto noi stessi nome. Siamo qui, in vita, col nostro segreto, fissi nel corpo e fissati in una fotografia. Istanti universali ed enormi, mentre tutto il visibile e l’invisibile (tra realtà e rappresentazione, tra aldiquà e aldilà, tra l’uno e il doppio) passa per i dettagli. Fai necessariamente il nome degli artisti, li indichi: anche questa è una forma di abbandono, una dichiarazione.
E chiudi con un interrogativo accanto alla parola “destino”. Ribadisco: c’è una vocazione alta e antica in te, domandare alla poesia che sia la verità a rispondere. È un luminoso destino quello che ti fa compagnia, e corre nel libro.

Cristiano Poletti

Fernando Della Posta, Cronache dall’armistizio

Fernando Della Posta, Cronache dall’armistizio, Onirica edizioni 2017. Prefazione di Anna Maria Curci

“Vano è gioire per l’ultima tregua”. Cronache dall’armistizio di Fernando Della Posta

Ingenuo è illudersi di vivere in una pingue e placida pax, se non più augustea, comunque infarcita da bollettini mediatici edulcorati. È tregua armata, questa lunga teoria di dismissioni che viviamo. Il poeta, occhi aperti e sensi tesi, scruta le orme, le rischiara, getta luce cruda sugli interstizi.
Le diverse sezioni che compongono Cronache dall’armistizio di Fernando Della Posta (I diritti di tutti e fatti di cronaca, Metagrafie, Secondo Cuore, Ai margini, Sogni, Jazzin’ City dawn) mantengono la promessa del filo conduttore annunciato dal titolo e introdotto con passo sicuro, efficace e allitterante dal testo che dà il titolo alla raccolta, Cronache dall’armistizio, appunto: «– pensa per esempio agli inservienti – dicevi –/ essi, incuranti/ staranno già miscelando conforti e caffè/ su vassoi comuni, da qualche parte là fuori/nella grande cucina da campo.»
Occorre intendere “cronache” in senso ampio: esse includono, è vero, in questa raccolta, anche il contatto quotidiano con quelli che vengono comunemente intesi come ‘fatti di cronaca’, ma vanno ben oltre, sia per natura e realizzazione dei testi raggruppati con il nome di Cronache, sia per ciò che riguarda l’oggetto dell’attenzione del poeta, il quale, dell’era dell’armistizio, cattura istantanee – di disagio, disarmo, distorsione, violenza, sopruso, smantellamento e, nonostante tutto, meraviglia – e individua collegamenti più profondi, tra premonizioni, trascurate nel passato così come nell’oggi, e fenomenologie tanto evidenti al suo sentire quanto calpestate dagli altri,  come «viola sanguigna non colta dai più».
Essere e tempo ricevono dal poeta parole, combinazioni e ritmi volti a rendere il loro scontro e il loro intreccio, il loro cozzare e il loro collegarsi. Il contesto d’uso delle parole, le loro connotazioni nel farsi delle epoche, il loro potere evocativo sono ben chiari a Fernando Della Posta, che tuttavia fa più di un passo avanti rispetto a ciò che aveva annunciato come semplice ‘rapporto’, ‘bollettino’, coniugando consapevolezza comunicativa e lucidità creativa.
Ciò che giunge a chi legge questo ‘canzoniere dell’armistizio’ è un’alternanza fruttuosa di ballate, ironiche o dolenti («dissero al mare/ che sarebbero arrivati in tanti/ ed egli preparò una spiaggia lunghissima/ come una grande tavola imbandita di ogni bene, e il vestito migliore/ azzurro di sole»), e di forme brevi, quasi illuminazioni (è il caso di Poesia infantile della pioggia e di Poesia matura della pioggia), di memoria (di storia e di poesia, di arte, vissuta, meditata e attraversata in maniera implicita o esplicita, come avviene nelle Metagrafie) e proiezione a lungo termine così come di epifania dalla sorprendente sapidità. Il riferimento esplicito ad alcuni generi musicali, blues (Blues delle rapine in villa) e jazz (Jazzin’ City dawn) innanzitutto, è intenzionale e ben motivato dall’esito poetico. Questi componimenti poetici vanno ascoltati, oltre che letti.
La varietà riguarda anche la scelta delle forme metriche; settenari si affiancano a endecasillabi: «ricordare le ceneri/ sparse sui fondali dei robivecchi/ cercando gli operai che non sono»; oltre che in dodecasillabi o in versi ancora più lunghi («Se non ti fossi arreso a una premura distorta») ci si imbatte, per esempio,  in quinari («e non lo soffri») o perfino in chiuse di tre sillabe («che salva»).
Concorrono alla ricchezza di scelte anche gli scenari, ben definiti e identificabili – la «Roma enorme» di Mister Ok, la Milano nella quale «si sente il dialetto solo dietro i banchi delle mense» di Blues delle rapine in villa – oppure volutamente dilatati fino a diventare luoghi di un’anima universale, nei quali può avvenire il prodigio che rovescia il gioire «invano, dell’ultima tregua» del Secondo cuore – un io lirico, questo, più che sdoppiato, scaraventato sul palcoscenico del vivere sociale, farsa e ludibrio, tragedia e rito sacrificale – nella fiducia nel potere salvifico dell’ultima pioggia: «C’è una pioggia battente/ che inzuppa fino alle ossa,/ che reca in dono l’ultima goccia/ che salva.».

 © Anna Maria Curci

 

***

Cronache dall’armistizio

Di quando si viaggiava
ai luoghi dell’armistizio
e lungo il tragitto discorrevamo sapienti.
M’insegnavi che la più astuta delle strategie
per i vinti, sarebbe stata credere fermamente
che tutti avrebbero seduto alla pari:
pensa per esempio agli inservienti – dicevi –
essi, incuranti
staranno già miscelando conforti e caffè
su vassoi comuni, da qualche parte là fuori
nella grande cucina da campo. (altro…)

Coriandoli a Natale #13: Tomas Bassini, estratti da Quando eravamo portieri di notte

volume edito nel 2017

Me la prendo comoda, per quanto possibile. Cerco di rintracciare ogni prova tangibile che testimoni quello che c’è stato fra me e Lei. Sono diventato quello che si potrebbe chiamare un “topo da biblioteca”, mi sono messo a studiare come non ho mai studiato in vita mia: con diligenza, con regolarità, pure con una certa pignoleria da primo della classe. Voglio recuperare ogni materiale disponibile, dagli scontrini dei negozi dove siamo stati ai conti dei ristoranti, dai biglietti del cinema alle lettere d’amore; voglio avere tutto sopra al tavolo senza saltare i capitoli e senza dare per scontato anche il più limitato particolare, voglio fare il bravo studente, per una volta, e non puntare solamente sulla faccia tosta. Me la prendo comoda nel senso che ci metto tanto; è da non credere quanto materiale probatorio si possa accumulare in soli tre anni di relazione, quanto ne venga fuori anche all’ultimo momento quando si pensava il lavoro oramai finito. Ecco appena rintracciato, in questo preciso istante (ore 5.18) un documento scritto di mio pugno di cui mi ero completamente dimenticato: (altro…)

Anticipazioni: Simone Consorti, Le ore del terrore

È in uscita per la casa editrice L’arcolaio la raccolta di Simone Consorti Le ore del terrore. Pubblichiamo qui in anteprima la prefazione e una scelta di poesie. Buona lettura!

La poesia di Simone Consorti è poesia dotata di grammatica e di struttura rigorose nel gioco serissimo di rime e sberleffi, di citazioni e di osservazioni lasciate e lanciate, sassi nello stagno e sassi a memoria, con apparente noncuranza. È un tratto che unisce sapienza (e se non certo la sapienza dei libri sapienziali, senz’altro quella delle scritture smascherate e spogliate di intenti manipolatori e di controllo) e creatività.  Sapienza e creatività duettano anche in questa raccolta, spogliate, non francescanamente, ma con un understatement intenzionale e irridente, di qualsiasi retorica, e per questo ancora più incisive.
Sono testi nei quali Consorti fa conversare la “grammatica della fantasia” di Rodari con lo spiazzamento elevato a metodo di conoscenza, lo spiazzamento perseguito e realizzato magistralmente da autori svizzeri di lingua tedesca, Friedrich Dürrenmatt in primis, con il suo rovesciamento di miti, eroi e credenze – La morte della Pizia, Il Minotauro –, e, accanto a Dürrenmatt, Peter Bichsel e Hugo Loetscher, narratori sublimi di aneliti e piccoli tragicomici fraintendimenti quotidiani l’uno, esploratori dell’ignobile e ineludibile sostrato dell’esistenza –  si pensi a L’ispettore delle fogne – l’altro). Di Dürrenmatt e Loetscher, poi, va menzionata in questa cornice di familiarità anche la produzione in versi: penso, in particolare, a passaggi di Salmo svizzero dell’uno e alla poesia Abbraccio dell’altro, testi che possono essere letti in traduzione italiana nell’antologia pubblicata da Crocetti nel 2013 e curata da Annarosa Zweifel Azzone Cento anni di poesia nella Svizzera tedesca.
Simone Consorti opta per un dettato comprensibile, smussa le punte, o meglio cela asperità e rudezze di storie e luoghi dietro un fluire piano, senza tumulti, con la grazia immediata di un nursery rhyme. Solo che il suo rovesciamento in “Nursery Cryme”, per dirla con il titolo di un celebre album dei Genesis, attende al varco, dopo essersi appostato tra le pieghe dei singoli versi, per manifestarsi apertamente nella chiusa. Questa, a sua volta, invita a ripercorrere l’intero testo di ogni componimento, perché fa luce su ulteriori possibili sentieri interpretativi. È il caso, per fornire un esempio concreto, proprio della prima poesia della raccolta, Alla frontiera, che accoglie termini ricorrenti, lo specchio, il volto, lo schermo, la curiosità tanto morbosa quanto volatile e volubile degli altri, l’estraneità: «La guardia di frontiera/ ha detto che non sono io/ e che nemmeno mi assomiglio/ tanto meno mi potrei spacciare/ per mio padre o per mio figlio/ Mi intima di restare fermo/ e per convincermi/ mi mostra uno schermo/ che qui chiamano specchio/ Gli altri passano e mi guardano/ facendo di no con la testa/ Devo essere una brutta persona/ se sono l’unico che resta/ Mi studio di nuovo sul mio documento/ ma la guardia mi spiega che è vecchio/ e lo straccia/ fissandomi con la mia faccia».
Le tre sezioni che compongono la raccolta, la prima, Le ore del terrore, che dà il nome a tutto il volume, la seconda, Preghiere e bestemmie sincere, la terza, Spoon River Italia, sviluppano in continuità stile e struttura dei testi poetici di Consorti, ampliando lo spettro di temi e di punti di vista dai quali catturare un’immagine, un evento, un incontro. Catturare, cogliere un istante e da quello ricostituire significato: se il gesto iniziale può essere affiancato alla pratica fotografica, nella quale Consorti si distingue – basti pensare all’e-book Finestra d’Italia pubblicato sul sito LaRecherche.it -, quello successivo, ma non certo subordinato al primo, si volge alla costruzione del ‘sense’ anche attraverso l’apparente ‘nonsense’.  La pregnanza, non di rado l’originalità delle immagini è inserita all’interno di una costruzione che cresce e sposta man mano i suoi confini su più livelli, a partire dai piani fonologico e metrico; è una costruzione, altresì, che rinuncia a qualsiasi gruccia data dalla punteggiatura: in mancanza di segni di interpunzione, sono le maiuscole a evidenziare le pause del respiro. (altro…)

Claudio Pozzani, Spalancati spazi

Claudio Pozzani, Spalancati spazi. Poesie 1995-2016, Passigli 2017; € 12,50

(in uscita il 9 novembre)

 

AI MIEI GENITORI

E quando, vecchio, i miei occhi
saranno cisposi come asterischi
e la mia schiena
s’inarcherà in punto di domanda
mi sembrerà di diventare
una frase stupida
una di quelle
che si dicono in fretta alla stazione
poco prima di restare nuovamente soli

Quando le mie gambe
dure e rigide come punti esclamativi
si faranno più pesanti
sulla cresta di stegosauro
dei caruggi sconnessi
sarà allora
che mi mancheranno ancor di più
le vostre mani grandi e sapute
che apparecchiavano lo spazio
davanti ai miei passi incerti
e le vostre parole
che appoggiavano paracarri e segnaletiche
lungo la mia via

Quando i miei discorsi
s’aggroviglieranno in punti di sospensione
buoni solo per farmi ridere dietro
da ragazzi foruncolosi
e le mie mani
ospiteranno rughe intersecate
in simboli di diesis
sarà allora
che mi mancheranno ancor di più
quelle locomotive di roccia
intorno al lago delle vacanze estive
e quel segno di matita sul muro
che anno dopo anno
scivolava giù lungo il mio corpo che cresceva

Quando il mio movimento
diventerà statico e definitivo come un punto
e i miei baci
rari come un punto e virgola
sarà allora
che mi mancheranno ancor di più
le vostre monumentali presenze
che riempivano ogni armadio, ogni pentola, ogni barattolo
e le vostre teste reclinate nel sonno giusto
sopra pagine sportive e parole crociate

E sarà forse per tentare di riavervi
che mi fermerò per strada
appoggerò per terra i sacchetti della spesa
e allargherò le braccia
come una parentesi che si chiude
ma che non riesce più
a contenere il mondo. (altro…)