Novità editoriali

CapoVersi, nuova avventura Bompiani, per la poesia

capoversi

Già in ristampa a soli due mesi dall’uscita, l’inizio di “CapoVersi“, nuova collana di poesia Bompiani, si afferma con tre libri di successo. Sotto la direzione di Beatrice Masini, l’editore ha avuto il merito di rinnovarsi in quest’avventura tenendo sì fede a una proposta alta, con tre importanti autori del Novecento, ma guardando anche alla possibilità di una larga diffusione del libro, in un’edizione bella e attraente. Molto merito va riconosciuto all’intraprendenza e all’intelligenza di Gerardo Masuccio, che ha curato i libri con Paolo Bonora.

Con John Ashbery, davanti al suo magistrale Autoritratto entro (così traduce in modo filologico Damiano Abeni) uno specchio convesso, siamo di fronte a una grandezza impossibile da non avvertire. Grandezza suggellata peraltro da Harold Bloom (l’autorevolezza del suo scritto in apertura arricchisce di molto l’edizione) e dalla traduzione come già detto rigorosa di Abeni. L’opera di Ashbery è da leggersi d’un fiato; solo così, seguendo il flusso dei versi, come accade leggendo l’Harmonium di Stevens, è possibile amare la complessità del dettato, la polisemia offerta in tanti nervi e nodi di questo capolavoro della poesia americana e universale datato 1975.
Partendo dai segreti sottesi all’autoritratto del Parmigianino, ci si porta via via leggendo in territori linguistici e mentali vastissimi, stranianti, e proprio per questo attraenti. L’io lirico annega, c’è qualcosa che sentiamo in noi e intorno a noi, qualcosa che ci anticipa, ci precede, una forza antenata pronta a conquistarci tramite la poesia. E c’è tutta l’intelligenza di Ashbery nel dirlo: «Il domani è semplice, ma l’oggi non è cartografato, / desolato, restio come qualsiasi altro paesaggio / a cedere alle leggi della prospettiva». L’uomo vive la propria vita sempre come fosse in un teatro, su un palco, persino in punto di morte, affermava Gilles Deleuze. È proprio così: così Ashbery dipinge la nostra prigionia, la forma che noi stessi ci diamo, consegnando alla nostra anima (parola sempre difficilissima) l’immobilità. Lì, in un posto, in un posto solo:

L’anima deve restare dov’è,
per quanto inquieta, a sentire la pioggia sul vetro,
il sospiro delle foglie autunnali sferzate dal vento,
e bramare d’essere libera, all’aperto, ma deve restare
in posa, in questo posto. Deve muoversi
il meno possibile. Questo dice il ritratto.

E troviamo l’angelo, figura così preziosa eppure oggi così trascurata, che ci viene in soccorso: «Forse un angelo ha le sembianze di tutto/ ciò che abbiamo dimenticato». (altro…)

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine – nota di lettura

Ginevra Lamberti, Perché comincio dalla fine, Marsilio 2019, 16 euro

Sta di fatto che Sacca, per tutta risposta, ha chiesto a Giulia di bussare sul muro di camera sua, e a me di andare a bussare su quello della camera per pellegrini globali, entrambi confinanti con la parete che stava auscultando da chissà quanto.
Così Sacca, con la faccia di chi si è appena svegliato dopo un turno di notte, ha fumato sei sigarette e si è messo ad abbracciare pareti, ci dice ma voi vi siete mai accorte che avete un gradino sotto il termosifone? E noi: ma non è un blocco di cemento?
Sì, ma è un gradino, e questa parete dietro è vuota. Non lo vedete che le due stanze sono distanti tra di esse il doppio rispetto alle altre?
Hai veramente usato “tra di esse” nel parlato?
Sì, che problema c’è?
Nessuno, sono solo molto ammirata.

Questo è il punto della narrazione in cui dovrei spiegare, in modo abbastanza misterioso, ma non pedante, di come Giulia e io abbiamo in più di un’occasione sognato questa casa con una diversa planimetria, che lì dove c’è il gradino comprendeva una stanza in più, oppure un passaggio che portava al piano di sotto. Dovrei dunque arrivare sino a Sacca che conclude che, dato il diametro, lì è per forza stata murata una porta di accesso a una scala che saliva o scendeva verso qualcosa (un sottotetto? un’altana? l’appartamento dei vicini?). Se fossi proprio bravissima arriverei a metterci delle picconate, e un cadavere mummificato sui gradini nascosti, un’urna, lettere segrete, un tesoro, avendo così buone possibilità di essere a posto con il reddito dell’anno fiscale successivo alla pubblicazione.

Esiste questo libro flâneur, capitolato come un’esperienza dickensiana e vivace come Tre uomini a zonzo (non in barca, perché manca di una sua volontà propriamente comica). Si chiama Perché comincio dalla fine, è di Ginevra Lamberti ed è uscito, da poco appena, per Marsilio. Ginevra Lamberti comincia dalla fine, dalla morte di tutti noi e specialmente quella altrui, su questioni che a nominarle possono apparire macabre e invece sono gustose come le olive con lo stuzzicadenti, una collezione di racconti sul passaggio, una sequela di incontri, tutto un dedalo di riflessioni e nulla che non sia leggero, dagli episodi più frizzanti a una rispettosa (mi si passi la parola) quiete. (altro…)

“Temporali” di Cristiano Poletti (Marcos y Marcos, 2019)

Sette anni separano Porta a ognuno (L’arcolaio 2012) da questo nuovo capitolo della poesia di Cristiano Poletti: Temporali (Marcos y Marcos 2019; collana “Le Ali” diretta da Fabio Pusterla). E in questi anni la poesia è stata centellinata, quasi custodita e protetta; rare e contate apparizioni di qualche componimento ci sono state, vero, e ci raccontavano di una fase meditata, silenziosa della poesia di Poletti. Ci raccontavano, quelle poesie, di un uomo condotto dalle vicissitudini a un completo ripensamento di sé come individuo e come poeta. I viaggi verso i luoghi del pensiero ci avevano avvisati che gli orizzonti si erano spostati, che il silenzio si era in realtà trasformato in tempeste di domande. E la poesia, questa poesia, ne è la risposta possibile.
Queste poesie sono il rombo che squassa l’animo e ne testimonia ogni tormento, l’agitazione dell’essere che agita pure le parole fino a ricomporle in versi e poesie; e nulla sa di calcolo, di mestiere. Sette anni sono serviti (non so se sono pure bastati) a dare a Cristiano Poletti la materia per ricostruire l’esistenza dalle basi; magari partendo dalle persone care, poche e fidate, gli amici che contano; magari soffrendo per quelle che sono venute a mancare e che ora si rievocano in folgoranti passaggi. Passando pure attraverso la storia; la storia che ha segnato chiunque sia nato negli anni Settanta del secolo scorso, con le sue tensioni politiche, i suoi morti, le molte contraddizioni che ancora paghiamo, e che ancora chiedono di essere chiarite. Tutto questo è qui dentro, in queste poesie, scandito per passi, passaggi delicati ma non scontati di lunghe ore di riflessioni rischiarate da una luce (magari quella «bassa, d’inverno […] dove la luce ha il suo piccolo fuoco»), dalle sue improvvise accensioni che paiono lampi.
Gli stessi lampi che chiariscono le pagine del libro di prose critiche, dei poeti (Carteggi Letterari Le Edizioni 2019), uscito lo scorso mese di marzo e che si palesa, inconsciamente certo, come immenso paratesto di questa raccolta nuova. Tutto ciò che ha portato a questo nuovo libro sta in quell’altrove, in quel limbo dove Cristiano ha condotto le sue letture e le sue riflessioni, ha meditato sull’altrui parola per ritrovare la propria, perché un poeta che parli di altri poeti sarà sempre un poeta che parla di sé; ora qui in Temporali c’è posto solo per la poesia senza la necessità di inventarsi un romanzo, senza rincorrere disperatamente il lettore da imboccare. Qui c’è solo la poesia a parlare, a farsi leggere, a stagliarsi netta sulla pagina e a consegnarci l’opera di chi ne ha cura.

Temporali è in tutte le librerie da oggi e attende solo il lettore che ha cura della Poesia.

(fm)

***

Fuga, o ritorno

Tu torni dove tornano al vento
di tutti i nostri amori le figure
e i fiori. O tu non torni,
sapranno riferire. In quale luce

tu, voce, stai avvicinandoti muta
alla fonte del fiato? Lì sei nata,
formi da poco parole e in natura
di buio cresci, e non muori o divieni,
tu taci sulla strada.

La sfiori non il vento
al limite del fiato
la voce dei tuoi giorni,
la ferma solitudine dei giorni.

(altro…)

La collaborazione, di Fabrizio Bajec

La-collaborazione

Fabrizio Bajec, La collaborazione, Marcos y Marcos, 2018 – € 20

 

di Vincenzo Bagnoli

Opera molto particolare, per come si presenta, per le ragioni formali che la sostengono, per la sua genesi e il taglio, La collaborazione di Fabrizio Bajec è sicuramente una delle novità più significative nel panorama poetico italiano dell’ultimo anno; ma a guardare bene, di là dalle polemiche e prese di posizione contingenti, si potrebbe anzi considerarla uno dei momenti più significativi di una tendenza che comincia a delinearsi.
La sua particolarità principale, almeno la più immediatamente evidente, è l’avere al suo centro, non come argomento esclusivo ma come uno degli aspetti di ciò che viene visto e descritto, quello che è diventato un vero tabù della poesia italiana: la politica. Preciso subito, a scanso di equivoci, che non si tratta di poesia militante come la si intendeva negli anni Settanta: è molto diversa dalla poesia operaia tanto di un Brugnaro quanto di un Di Ruscio; anche se per certi versi potrebbe esserne considerata un equivalente nelle mutate condizioni del contesto odierno. Ma soprattutto non è accostabile a quella poesia che reclama per sé un ruolo “politico” compiendo una scelta tematica e di registro. Siamo lontanissimi dalla poesia slogan o “di denuncia”, che eredita tic linguistici e limiti stilistici di fasi storiche passate: quella poesia che, detto francamente, era divenuta di maniera, risultando una piatta oleografia stucchevole, dal sapore fortemente retorico e alla fine si è ridotta a niente più che una delle etichette merceologiche che infestano i generi della contemporaneità. Qui abbiamo invece una scrittura nettamente più complessa, articolata e ricca, capace di includere il discorso sulla sfera politica dell’agire umano in una rappresentazione più ampia e sfaccettata, di servirsene come una delle chiavi di lettura della realtà, delle ragioni del disagio: non è quindi un timbro predominante, un a priori programmatico, ma una serie di armoniche fatte risuonare dentro registri sinfonici che coinvolgono l’esperienza dell’umanità contemporanea, non è un obiettivo fine a sé stesso, ma ambisce a dare un’immagine e una interpretazione della complessità dell’oggi.
La realtà che viviamo contiene, nella fluidità dell’anything goes, nella ciclicità scorrevole di produzione e consumo incessante, anche attriti, sempre più evidenti, o per lo meno sempre più stridenti: sono elementi graffianti, schegge di vetro dentro il pastoso amalgama del “massaggio” mediale, della retorica dello spettacolo, ciò che resta di un discorso sociale andato in frantumi, ma che continua pure a riguardare nella sua concretezza dura, aspramente materica, le vite di tutti noi. La retorica capitalista della competizione e i suoi correlati, la retorica dell’homo homini lupus, e anche la retorica della fine, coprono ma svelano la ruvida scabrosità di un potere che si esercita – con violenza – su tutti noi; e insieme a questo la dimensione materiale di una precarietà che riguarda nei risvolti quotidiani e concreti – duramente concreti – strati sempre più vasti della popolazione quanto più si abbassa la classe di età.
Questa è la dimensione della collaborazione, parola chiave degli ultimi decenni, che ha sostituito impiego, lavoro: e che contiene in sé gli echi sinistri della collaborazione con il potere più abietto, quello che in Italia si chiama collaborazionismo. L’equivalenza dei due termini è più immediata in francese, e infatti la raccolta nasce in quella lingua. Questa è un’altra peculiarità: l’autore è bilingue,  è nato e cresciuto in Francia, esordisce nei Quaderni di poesia contemporanea di Franco Buffoni nel 2004, poi pubblica altri libri in Italia (con Transeuropa e Fermenti, per esempio), ma parallelamente fa uscire anche raccolte in francese in Francia, Svizzera e Belgio. È un autore che, oltre a coniugare nella prassi due lingue, si occupa anche di traduzione e traduttologia, ma che è versato in altri linguaggi (il teatro, nello specifico, con opere portate in scena in Italia e Belgio). Nella sua dimensione che qui ci interessa, quella del linguaggio, dimostra quindi una vocazione alla dialogicità, al confronto, alla creolizzazione: nella raccolta ci sono le due lingue italiana e francese in dialogo, così come entra in gioco la prassi di traduttore (per esempio in alcune scelte metriche), ma anche di autore di teatro. E a interagire, soprattutto, sono il linguaggio della quotidianità e la rappresentazione mediale di questa, la sua dimensione anche ideologica, calate in un confronto serrato. La stessa struttura, dicevo all’inizio, è esemplificativa di questa peculiarità: la raccolta è composta di quattro parti molto diverse fra loro, che mettono in campo registri e risorse stilistiche le più varie (metrica liberata, endecasillabi, versi lunghi, narrativi, ai confini della prosa ritmata, poemetto) e tecniche di montaggio altrettanto composite, imperniate tutte sul dialogo fra diversi registri, diversi discorsi, diversi linguaggi: Il mondo come impresa e sublimazione, Noi, Il quadro e e Felicità familiare. Sono titoli che già dicono molto di ciò che ci si può aspettare: le falle del sistema, gli attriti in cui siamo immersi, le vite degli altri, la continuità biologica. (altro…)

Festivaletteratura2019 #3: live!

Margaret Atwood a Piazza Castello

Cominciamo dagli errori.
Alla tenda Sordello, durante uno degli Accenti, abbiamo scoperto grazie a Massimiano Bucchi con errori di quale portata a volte si è costretti a convivere, e quanto epocali possano essere dei fallimenti. Ora guardo indietro alla mia vita e sostituisco talune tentazioni a prendermi a schiaffi con le seguenti consapevolezze:
1) Il segway non ha mai preso piede anche perché Bush vi cadde, Hussain Bolt venne investito da uno di quegli affari in mondovisione e lo stesso inventore morì cadendo da una scogliera (con annesso il segway);
2) Il Muro di Berlino è caduto anche per un errore di comunicazione da parte della Sala stampa del Comitato centrale del Partito di unità socialista in Germania;
3) La Kodak è fallita per via dell’arrivo della fotografia digitale, nonostante avesse inventato la fotografia digitale nel ’75 ma commettendo l’errore di valutazione di costringere comunque le persone a stampare;
4) Un produttore musicale non ha voluto scritturare i Beatles (ma qualche tempo dopo, andando sconsolatamente a bere, incontrò i Rolling Stones).
Quanto a me, ieri è successa una cosa giustissima. Ho conosciuto Margaret Atwood. Leggetelo con il tono che più vi aggrada, attribuitemi una compostezza che non ho, perché la verità è che io ho avuto la conferma di un autore capace di coniugare la più sottile analisi politica con il più rocambolesco talento narrativo. E assemblare intelligenza e intrattenimento è la via magna per conquistarmi. (altro…)

Festivaletteratura2019 #2: On Stage

Michela Murgia, Elif Shafak e Marina Astrologo a Piazza Castello

C’è che quando arrivo in redazione, ogni anno, arriva quel bel momento della consegna del pass, oggetto quasi transizionale che andrà a raggiungere i suoi fratelli, a fine Festival, appeso come una ghirlanda di Natale alla maniglia di camera mia, in bella vista. In genere è anche il momento di altre belle sorprese (su tutte, matite fantastiche), e quest’anno il Festival si è superato regalandomi un libro di un tale arancione da trasparire attraverso la tela della borsetta. Non ho resistito e l’ho subito frugato. Si tratta di Anthology!, una raccolta di sedici racconti di cui imparo, prima dell’ultimo foglio di guardia, la storia: scritti di Calvino, Chambers, Levi, Mari, Joyce, Adiche, Woolf e altri sono stati selezionati da lettori tra i 14 e i 19 anni, che all’interno del progetto Read On del 2018 hanno ridotto una list di 60 racconti in quei sedici che ora sono sul mio comodino Festlet (non immaginatelo come un mobile, più come la zip esterna di un borsone, ma immaginatelo felice).
Il progetto Read On prosegue anche quest’anno, e io sono andata a dare un’occhiata. La stazione ha ospitato Chiara Valerio (che da ragazzina appuntava opinioni sui libri letti scrivendo a matita sui fogli di guardia) per un brainstorming sulle recensioni: quali elementi assolutamente inserire, quali assolutamente evitare? E come cambiano i contenuti in base al mezzo? Si possono raccontare la trama, e addirittura il finale? Ed è possibile, e giusta, una recensione che abbatta il punto di vista del recensore, o si può e si deve recensire con una tale soggettività da rendere scrittura e scrivente soggetti al tempo? Ricordando, come dice Valerio, che «le recensioni sono attestazioni di lettura e di responsabilità: ciò che hai scritto fa parte della storia di quel libro ed è tassello della storia culturale».
E comincia un altro tipo di lettura, la staffetta che nell’attimo in cui scrivo si dà il cambio su una panchina dei giardini di Palazzo Castiglione per leggere il magnifico carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West, da poco uscito per Donzelli (Scrivi sempre a mezzanotte, a cura di Elena Munafò, traduzioni di Nadia Fusini e Sara De Simone). Sono lame di scrittura al calor bianco, ma di una specie di grazia sorvegliata, come un bisturi che apre e cauterizza: Ho appena smesso di parlare con te. Sembra tanto strano. C’è una pace perfetta qui – fuori giocano a bocce – ho appena messo i fiori nella tua stanza. E attorno a te invece cadono le bombe. Che dire – se non che ti amo e vivrò questa strana calma serata pensando a te che sei lì da sola. (altro…)

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste

La vendetta di Oreste (Fazi Editore), nona indagine del commissario Ponzetti, nato dalla penna di Giovanni Ricciardi, è da oggi, 11 luglio 2019, nelle librerie.

Giovanni Ricciardi, La vendetta di Oreste, Fazi Editore 2019

Quando, esattamente otto anni fa, nel luglio 2011, conobbi Giovanni Ricciardi, in occasione della presentazione, avvenuta proprio nel quartiere Giuliano-Dalmata, della terza indagine del commissario Ponzetti, Il silenzio degli occhi, ebbi modo di individuare, in quel primo libro che lessi avidamente e, in seguito, in tutti i volumi precedenti e successivi, alcune caratteristiche che rendono prezioso e di portata rilevante il progetto che Giovanni Ricciardi va svolgendo, collocando gli scenari delle vicende da lui narrate, di volta in volta, tra luoghi del mondo e quartieri di Roma: tra queste, la capacità di coniugare la cronaca contemporanea alla memoria individuale e collettiva e la volontà di sottrarre all’oblio storie travolte e sommerse.
La vendetta di Oreste, la nona indagine del commissario Ottavio Ponzetti, creatura di Giovanni Ricciardi, ha tra gli scenari il quartiere di Roma che si chiamava “Villaggio Giuliano” – ora quartiere Giuliano-Dalmata – e che accolse gli esuli dell’Istria e della Dalmazia (i primi sfollati non avevano ancora lo status di profughi) dopo il 10 febbraio 1947, a partire dalle prime famiglie che furono ospitate nei padiglioni dell’ex Villaggio Operario dell’E42, lungo la strada che oggi ha il nome di viale Oscar Sinigaglia e che occupa un posto importante nelle vicende narrate.
Oreste, il personaggio che appare già nel titolo del romanzo, è giunto a Roma nel 1954, mentre la moglie, Nina, è arrivata al Villaggio da bambina. Storie simili le loro? Se il sipario si apre sulla rottura del femore ‘quasi gemellare’ di moglie e marito, su infanzie e giovinezze segnate dal trauma della perdita e della fuga, Nina e soprattutto Oreste hanno parlato ben poco con il figlio Marco. Anche su questi silenzi, di drammatico realismo, si costruiscono le storie narrate che, di capitolo in capitolo, tra viaggi, incursioni e agnizioni – non solo i nomi di molti personaggi, ma anche cornici e cadenze hanno sovente la solennità del mito e della tragedia greca – si chiariscono progressivamente grazie alle indagini condotte da Ponzetti, che ha conosciuto e apprezzato Oreste come geometra. Ponzetti è coadiuvato non solo dal fido Iannotta, ma anche, in questo caso, dalla figlia minore Maria e gli itinerari di ricerca portano dalle vie, dalle case e dalla biblioteca di San Marco Evangelista al Giuliano-Dalmata e dai corridoi dell’ospedale Sant’Eugenio, per altri punti ‘nodali’ di Roma – l’Esquilino tutto, con citazioni importanti del Museo di Palazzo Merulana e della Biblioteca Nelson Mandela – a Trieste, in un Istituto Tecnico, e oltre confine, nei territori una volta italiani.
La materia trattata è incandescente, come già quel nome, “vendetta”, fa intuire. C’è un mistero da risolvere – e forse più di uno – dopo il ritrovamento di una pistola e di una lettera, ci sono colpi di scena e rivelazioni, ma sarebbe riduttivo ingabbiare in un genere questo libro, che entra a pieno titolo in quel progetto al quale ho fatto riferimento in apertura. Tanto maggiormente, allora, colpisce la scelta di Giovanni Ricciardi di affrontare una questione delicata e attualissima come quella degli incontri-scontri nelle zone di confine.
In un romanzo nel quale appaiono personaggi storici, alcuni protagonisti di vicende singolari e tragiche, altri  testimoni di umanità viva e della ricerca operosa di verità e pace, in un romanzo in cui si portano a conoscenza ulteriori realtà occorse e tuttora sconosciute ai più, mi preme sottolineare come la visione storica di Giovanni Ricciardi sia frutto di una volontà di grande valore etico, quella di dare voce a chi voce non l’ha avuta, restituire la memoria dei doppiamente schiacciati e deprivati della dignità, ancor prima che della vita.

© Anna Maria Curci

 

1.

Nina non torna a cena

Il vecchio Oreste era diventato abitudinario. Non si era più allontanato dal suo quartiere dopo l’età della pensione. Aveva anche smesso di guidare la macchina per via della vista troppo fioca, che lo spingeva a stringere progressivamente il cerchio delle sue frequentazioni. Del resto, aveva viaggiato anche troppo da quando era approdato a Roma negli anni Cinquanta, ma sempre e solo per lavoro e, a sentir lui, malvolentieri.
Ogni viaggio è dolore e fatica, amava ripetere: lo sanno bene gli inglesi, e per questo dicono travel, quello che in italiano è travaglio, il dolore del parto. O del partire? E i francesi? Per loro travail è la dura legge del lavoro. Ma gli inglesi lo sanno più di tutti, e lo condensano in quel termine perché per loro il viaggio è sempre attraversare un mare e non sapere se ci sarà ritorno.
Così diceva Oreste per giustificare la pigrizia della sua vecchiaia. Poi, una sera di marzo, sua moglie non tornò a casa per la cena: la prima volta dopo tanti anni di matrimonio.
A lungo Oreste rimase alla finestra a osservare un’avanguardia di primavera tra i rami del pruno rosso che spiccava nel giardino di fronte, fantasticando un non so che, fin quando il sole non fu tramontato e più in là si accesero i lampioni della sua piccola via. Allora si accorse che era trascorso troppo tempo e si destò dal torpore, imbambolato.
Cominciò a chiamarla ad alta voce, come se il suo nome gridato alla finestra avesse il potere di farla spuntare improvvisamente all’angolo della strada. Ma la via era vuota.
Oreste sentì nel profondo di sé che Nina non gli era mai parsa indispensabile: era sempre stata lì, tutta la vita, come l’orizzonte sulla linea del mare o la risacca che d’inverno sfianca gli scogli
.
Oreste pensò che c’erano state poche parole in quel lungo amore. Ma adesso che provava – troppo tardi – che cosa significasse la sua assenza, avrebbe voluto dirle l’unica parola che gli saliva alle labbra, e se fosse arrivata a consolare quel vuoto improvviso, gliel’avrebbe senz’altro detta, per la prima volta nella vita: «Mi sei mancata». (altro…)

Libellula gentile. Fabio Pusterla il lavoro del poeta

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È uscito ieri per Marcos y Marcos Libellula gentile, libro+film a cura di Cristiano Poletti.

Dal volo della libellula in chiusura di Argéman (2014) alla Preghiera della rondine che apre Cenere, o terra (2018): nel libro si racconta il lungo rapporto di Fabio Pusterla con Marcos y Marcos e, dentro questo arco di tempo, il lavoro del poeta in un periodo particolare, lo spazio di passaggio tra due libri. Tre anni di lavorazione (2015-2017) per il documentario che Francesco Ferri ha dedicato al lavoro, alla vita, alla poetica non solo di Pusterla: è un film sul mestiere di scrivere, un processo così difficile da restituire, sulla poesia.

“Ho deciso di puntare sulla vicinanza e sull’empatia… quello che rimarrà è la testimonianza di una relazione, di un corpo a corpo”, ha raccontato Ferri.

Il film inizia con le acque dell’Adda e termina con il ghiacciaio del Morteratsch, in Svizzera. Dentro, gli incontri, la scuola, la casa e i taccuini, lo studio di Pusterla. E ancora, l’emozionante incontro con Philippe Jaccottet, e la visita alla casa che fu di Maria Corti.

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La gentilezza, e l’amicizia.
Il film è anche la storia di un’amicizia, di come due sguardi, quello del regista e quello del poeta, si sono avvicinati.

Racconta Ferri: “intraprendendo questo viaggio nella poesia scopro che bisogna abituarsi all’idea di non sapere, e che ammettere di essere ignoranti è la condizione essenziale di partenza: la parola poetica ha in qualche modo il potere di riappacificarci con questa desolante condizione e di estendere questo “non so” in territori di noi stessi che prima ignoravamo. Ho scoperto che leggere la poesia mi dà gioia, non un semplice piacere, ma una sorta di riconciliazione con gli altri. Dire con il creato sarebbe troppo? Sembrerà esagerata come affermazione, ma da quando leggo poesia sento di essere in qualche modo una persona migliore, più gentile con gli altri. Perché forse è proprio la gentilezza, sottolineata anche nel titolo, la misura di un atteggiamento empatico con l’altro verso cui la poesia tende. Il picco più alto che l’essere umano possa raggiungere”.

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“Stento a chiamare lavoro vero e proprio quella serie di operazioni microscopiche e silenziose che uno compie dialogando con se stesso, in ciò favorito dal caso, stimolato da un incontro fortuito, da un volto, da un gesto, da un suono, da una rivelazione improvvisa che muova da un oggetto magari passato inosservato in precedenza, e perché no? da una lettura (di una riga piuttosto che di un capitolo, di una pagina aperta a caso piuttosto che di un libro intero)”
Vittorio Sereni

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“Parlare dunque è difficile. / Se è cercare… cercare che cosa? / Una fedeltà a quei soli momenti, alle sole cose / che scendono in fondo a noi stessi, che ci sfuggono… ”
Philippe Jaccottet

 

Per i testi estratti e in foto © Marcos y Marcos

Andrea Longega, “Atene (venìndo zo dal Licabéto)”. Tre poesie

 

Te fa strada i cardelini
venìndo zo dal Licabéto…

Atene che da in alto ti vedevi
bianca e sterminada
desso da novo se te mostra
grigia, e sui muri tuta scrita

oh, i mii amati marciapìe, róti
da la forsa granda de le raìse!

i treni sferaglianti
che passa – meravégia!
propio dentro l’agorà.

Ti fanno strada i cardellini / scendendo dal Licabetto… // Atene che dall’alto vedevi / bianca e sterminata / adesso di nuovo ti si mostra / grigia, e sui muri tutta scritta // oh, i miei amati marciapiedi, rotti / dalla forza grande delle radici! // i treni sferraglianti / che passano – meraviglia! / proprio dentro l’agorà.

 

Sterminata Atene sì
ma basta improvisa a na girada
qualche tòla messa un poco
in salita, sóto un rampicante
e tre vèci sentài a parlar forte
che xe subito paese, isola,
piasséta co in mezo un platano
(la so ombra larga che te salva)

e butando svelto ’l ocio tra casa
e casa, ti te stupissi anca de no véder
stréto tra i do muri e belissimo
el mar.

Sterminata Atene sì / ma basta improvviso ad una svolta / qualche tavolo messo un po’ / in salita, sotto un rampicante / e tre vecchi seduti a parlare forte / che è subito paese, isola, / piazzetta con al centro un platano / (la sua ombra larga che ti salva) // e sbirciando veloce tra casa / e casa, ti stupisci anche di non vedere / stretto tra i due muri e bellissimo / il mare.

 

Vorìa anca dir de nòte
el Partenon illuminà

ma no riesso
a dirlo –

proprio come
in sìma de la riva

le luci e l’aqua
a Ponte de la Dogana.

Vorrei anche dire, di notte / il Partenone illuminato // ma non riesco / a dirlo – // proprio come / dal bordo della fondamenta // le luci e l’acqua / a Punta della Dogana.

 

Andrea Longega, Atene (venìndo zo dal Licabéto), n. 9, «Qui e altrove. Manifesti di poesia contemporanea», Ronzani Editore 2019

Patrizia Sardisco, Autism Spectrum

 

Patrizia Sardisco, Autism Spectrum. Postfazione di Anna Maria Curci, Arcipelago itaca 2019

 

#0

lo spettro non traccia nei normografi
senza riga e compasso
china a mano libera
la testa
disdegna
di segnalare non insegna
riconsegna
un lato umano asintotico
a ogni punto

 

#3

hai percorso volando
l’enclave breve
di un acceleratore del pensiero
i piedi alati divine particelle
in moto sghembo in ascesa poi
la planata
e sei atterrata estranea esausta
straniati gli arti
crudi arrochiti alberi le mani
le disprassie fanno il vento contrario
nelle mani ammainate issate
contrariate contratte aperte e chiuse
gli occhi di più
cloro in un loro cielo

 

#5

l’insufficienza dei filosofi guardiani
la rotta frenesia e gli argini argillosi
il soliloquio perenne l’ecolalia disforica
lo strabismo sorpreso e l’attenzione artiglio
la tenaglia la faglia il maglio il deraglio
il groviglio
l’imbroglio ferino del passaggio all’atto
la liquida incoerenza oculomanuale
cardiomanuale
l’anima animale accumulo sul gesto
il transito veloce di una refe
nel lago pensiero
lo sbrego il gorgo l’ardua gora del giorno
la parola

(altro…)

Quattordicesimo quaderno italiano di poesia contemporanea

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Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano
Marcos y Marcos, 2019; 25 €

È l’occasione per salutare e subito amare un poeta, Paolo Steffan. I suoi “frantumi”, che io sento come frammenti, indicano «gente senza più fame», enormemente impastata di una povertà perduta che ha fatto perdere l’anima dell’origine. L’ha fatta perdere alla sua terra, e alla sua gente ha fatto perdere l’origine della sua terra. Terra-elemento, così forte nel Veneto. È un concorso di anni, certo. Il sentire lì era un altro, era il parlare ed essere (o per essere) terra.
Frammenti-frantumi, ecco. E vedo poi brillare un “posterno”, che Andrea Zanzotto aveva utilizzato in chiusura di Filò, e tutto torna.
Umberto Fiori nell’introdurlo ci dice: posizioniamoci nel ritmo che questa poesia produce, che il parlato rende possibile («un insieme vivo di parlanti» scrive Fiori, e io direi un coro di voci-frammenti-dentro il pantano); sentiamo, come il dialetto anima, sfalsa le percezioni per farle brillare appunto, come tutto muove il dialetto e disincrosta ogni forma tradizionale, pur presente, con riferimenti alti peraltro, altissimi. Già si è detto: Zanzotto, ma direi anche su tutti Eliot e il profeta Isaia.
Steffan abita molto vicino al Molinetto della Croda, a Pieve di Soligo, al Montello. Sentiamo da lì venire gli «ùltimi bòt de campane/ rento paeśi che no se cognose// pi, l’è rumegar scoazhe de na lengua/ incantada che la è drio far fanzhun (ultimi rintocchi di campane/ dentro paesi irri-// conoscibili, è rimasticare scarti di una lingua/ inceppata che si sta frantumando)».
Campane e campanili: echi ve ne sono in Steffan come in Cardelli: «là, sfrontato sicuro sull’ultima altura, ci guarda/ ma forse si cura, persiste, riposa/ il campanile appena fraterno/ quanto basta/ rivolto alla neve, forse/ ci salva».
Quanto basta. La poesia di Cardelli vuole/vorrebbe liberare, liberarlo anche e dirci: liberatevi. Al fondo della sua poesia ho sentito, o meglio è come avessi risentito da una parte Bird On The Wire di Cohen, dall’altra La libertà di Gaber. Non so, non credo possano essere questi – per lontananza generazionale – i riferimenti musicali di Cardelli; ma tant’è, sarà forse solo un mio modo di leggere.
Si sente comunque, con forza, la sua voglia di partecipare, la voglia di parlare e parlarci (anche) mediante la poesia; partecipazione, associazione, comunicazione. Stringersi intorno a idee in comune, direi; agire, “combattere” anche, per non disperdersi nel dimenticatoio che a noi sembra imporsi. Ci si ribella per vivere, sì. La “giusta posizione” allora è etica, anche nel dire quante facoltà abbia perduto la poesia stessa, dispersa la sua (perduta, appunto) funzione sociale. Etica e resurrezione è il titolo di una sezione e di una poesia. Ci sono versi qui che splendono: «Sei troppo viva, troppo vera/ eppure fantasma […] Vivo e sono pubblico: la macchina/ costruisce archi di meridiano, i corpi/ angoli sempre nuovi. Attendo/ le sterzate più brusche per voltarmi/ e riflettere, guardare/ la nuova posizione che assumi».
Trovo quindi che una forma “di preghiera”, perlomeno di invocazione, in un’accezione ampia, sia la vena più in vista in questo Quaderno. Anche per Donaera difatti, con Una Madonna che mai appare, pare corretta l’interpretazione offerta sul web da Rondoni, a proposito di un elemento “creaturale” che sostiene la sua poesia. Con forza, urto, soprattutto nella sezione Il padre. Un’ustione. (altro…)

Antonella Taravella, Cinque poesie da “Il silenzio onesto delle cose” (Carteggi Letterari 2019)

Antonella Taravella, Il silenzio onesto delle cose, Carteggi Letterari Le Edizioni 2019

 

raccontare del taglio fresco delle impronte
nel suono aperto delle finestre
sbadigliando contromare – per farsi raccolto
affondando le mani in tasche bucate dal sale
(non ci sono altri rumori
solo silenzio che scroscia forte come pioggia)

 

 

c’è dell’ombra dentro ogni parola
e nel suono rovescio del freddo
a battere denti
nei tronchi nudi degli alberi
mentre la luce
invade la gola come un taglio

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