Novità editoriali

XIII Quaderno di poesia contemporanea: un corridoio d’acqua

CopertinaQuaderno

Tredicesimo quaderno italiano, Marcos y Marcos, 2017, € 25,00

Ho scelto l’acqua per attraversare il XIII Quaderno italiano di poesia contemporanea.
L’acqua è un elemento che compare in quasi tutte le poesie di Agostino Cornali (1983); una presenza costante, persistente. Il campionario è vastissimo: si tratti di rogge, fossati, pozzanghere, sorgenti, marcite, vasche, ghiacci, torrenti, laghi, fiumi, mari, proprio attraverso l’acqua sembra dettarsi, prima di sciogliersi nel nulla, la sua (sua e potenzialmente di ognuno) “geografia dell’io”. Dirò meglio: Cornali prova a pescarsi in una toponomastica che gli serve da puntellamento esistenziale e immaginativo, e l’acqua è un contorno fondamentale. Siamo in presenza di una ricerca e di una fantasia dell’io. I luoghi e le situazioni di Camera dei confini sono dunque punti, nomi che diventano tracce di epifania, perché del suo io avvenga l’annullamento. Cornali è autore anche di prosa, ama l’invenzione e lo scavo di Mari, ama l’asciuttezza e l’essenzialità di McCarthy. Così tutto è un confine nella sua poesia, che si muove tra storia, leggenda (come quella del Lago Gerundo col Drago) e la quotidianità di tutti. Cosa resta, alla fine? Una grandezza, una vastità sognante, potremmo dire, tra antichità e futuro dell’io, in una poesia che ci fa toccare magnificamente solitudine e abbandono.

                                           Chieve

È il respiro del drago Tarantasio
che fa tremare le persiane
nelle notti di febbraio

e sulle barche che solcano il lago
i nostri antenati longobardi
si alzano in piedi, tremanti sulle prue,
le spade e gli scramasax in mano

guardano la testa crestata del mostro
che emerge lentamente dalle acque,
i suoi occhi accesi nella nebbia
le fauci spalancate

e allora divampa
il fuoco sulle torri
dei castelli di pianura
e il pianto dei bambini risuona sulle coste
da Fara Gera d’Adda ad Acquanegra.

Di quel lago maledetto
che dà il nome alla tua via
è rimasta una piccola pozza
che non riesce ad asciugare
in un campo di frumento.

Ma tu, nel sonno, continui a tossire.

 

Il nome di Franca Mancinelli (1981) è un nome già affermato, saldo nel panorama della poesia contemporanea. Tasche finte, dopo i libri Mala kruna e Pasta madre, è il contributo di novità che si offre in questo Quaderno. Ha ragione Antonella Anedda, introducendo l’opera, nell’evidenziare quanto il gerundio sia venuto in soccorso in queste ultime prose poetiche (o possiamo forse dire: “false” poesie). Interessa notare il procedimento creativo di Mancinelli, come le immagini cioè diventino incisioni, e come il gerundio, in effetti, consenta in modo efficace e affascinante un rallentamento nel farsi di queste immagini: raffinate immagini  che pian piano si disegnano, entrano in un disegno filmico, entrano nella nostra mente, depositarie di una delicatezza (ma non disgiunta dalla forza) che le distingue e le esalta. Scelgo ancora l’acqua, come dicevo, per poterci inoltrare nella sua poesia. Fin qui, dove l’approdo è appena oltre il silenzio:

Qui ciò che cade indurisce nello spazio assegnato dal caso o dal destino. Cadendo si abbandona, perde ogni appartenenza. Iniziano a crescere radici, sottili come capelli. I tuoi, sul pavimento, nella polvere. Ma oggi il tempo è entrato, risuonando sui vetri. Le pareti si sono fatte sottili. La casa di membrana. Ogni stanza entrava nell’altra, sovrapposta come in un gioco di dimensioni perfette. Ne restava una sola alla fine, profonda di tutte le altre. Vi entrava anche il giardino, con gli alberi, la strada di auto lente, il canale. Ti stava facendo questo, pazientemente, la pioggia. Aprendo una sillaba all’infinito fino all’inizio dell’articolazione di un suono. Portandoti appena dopo il silenzio. In quella durata dove potevano fare ritorno, trovare luogo le cose.

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Trevigliopoesia, presentazione del XIII Quaderno di poesia contemporanea

TRP 2016 - Cartolina Quaderni

 

Dopo dieci anni di attività, Trevigliopoesia, festival di poesia e videopoesia, chiude i battenti. Almeno per il momento. Un’esperienza a suo modo difficilmente ripetibile. Tantissimi gli incontri con protagonisti della scena poetica nazionale e internazionale che nel tempo si sono sono succeduti.
A dire il vero, non chiude del tutto. Attualmente è in fase finale di realizzazione un documentario su Fabio Pusterla, firmato da Francesco Ferri, un film nato e coprodotto da Trevigliopoesia.
Ma intanto l’ultimo degli incontri previsti vedrà Cristiano Poletti e proprio Fabio Pusterla presentare il XIII Quaderno di poesia contemporanea edito da Marcos y Marcos. Saranno presenti quattro dei sette autori inclusi in questo Quaderno: Cornali, Mancinelli, Pini, Ramonda, per una lettura a più voci. Mai prima d’ora era stato presentato a Treviglio uno dei Quaderni curati fin dal 1991 da Franco Buffoni. Sarà dunque questa l’occasione, insieme ai saluti finali, per una riflessione comune sulla vitalità della poesia italiana contemporanea.

Il prato bianco, di Francesco Scarabicchi

Francesco Scarabicchi, Il prato bianco, Einaudi, € 12,00


La trasparenza dell’ombra

di Angelo Vannini

Si potrebbe pensare – per quanto io sia restio a un pensiero che voglia avanzare definizioni, e in ogni caso a puro titolo di ipotesi – si potrebbe pensare che il senso della vera poesia sia quello di metterci di fronte all’assoluta impossibilità di esperire il mondo attraverso la lingua, e di riuscire a farlo tuttavia – di riuscire cioè a far sì che le cose, che in vario modo sono, si aprano comunque a noi, malgrado tutto. La poesia – la vera poesia – sorgerebbe secondo questa ipotesi in una zona liminale, in quel territorio di confine tra la voce e il mondo, tra il tacere e il dire. Ci inviterebbe – permettendoci di essere con lei, come lei, ora di qua ora di là.
Oggi prendo in mano la penna per rispondere a un invito muto, da parte di un libro che mille volte mi ha parlato. Un libro con cui l’autore ha portato, venti anni fa, la lingua poetica italiana fino al suo limite interno, vale a dire alle soglie della dicibilità. L’occasione è quella, mai banale, di una ristampa: Einaudi ha deciso di offrire ai lettori della sua «Collezione di poesia» la possibilità di un nuovo incontro – o forse, dovrei dire, di un incontro nuovo. Il prato bianco di Francesco Scarabicchi è, in tutto e per tutto, un libro nuovo. Non nel senso che è stato rimaneggiato e aggiornato, perché l’autore non lo ha cambiato di una virgola. È nuovo perché non è stato ancora letto, perché ha ancora tutto da dire. E perché quello che ha da dire, oggi, nel 2017, è più necessario che mai.
Che cosa ha da dire, dunque, Il prato bianco? Non sarò certo io a dirlo, ma tu – tu che vorrai rispondere, e che ora insegui, passo a passo, il segreto. Solo un vuoto, segnali non ci sono, né suoni a definire una guida, a tracciare il passo. Mentre incedi verso ciò che non potrai mai accogliere, e che ti accoglie, ogni giorno cedi quel tanto che ti apparteneva, come se fosse altro. Il cammino indicato è semplice, così semplice da diventare straordinariamente difficile. Offre barlumi, e poi il buio. Non lasciandosi mai scalfire, non facendosi toccare, questa raccolta di poesie richiede una lunga, ostinata approssimazione, la delicatezza di un movimento amoroso. Esige solerzia dal lettore, domanda tempo. Quanto? Quando? E qual è il suo tempo?
È un libro che va letto la mattina presto. Personalmente partirei da una pagina qualunque, quando il sole non si è ancora levato. Nella penombra le parole guadagnano il loro spazio, l’una si slega dall’altra per finire, da sola, in un abisso, e quella frazione, il meno di un secondo che separa ogni parola dalla sua vicina, prende tempo, si dilata fino ad accogliere tutto, fino a portare il tutto a compimento, farlo andare per intero fino a dove più non è – una pausa, il silenzio che rimane, che regge tutto il libro come suo componimento. Oppure, si potrebbe anche fare un’ispezione singolare, partire dalla fine, vedere se a senso inverso tutto si dispiega e tiene, il tempo riguadagna il tempo che riviene – e se così facendo parla, anche, quello che non è stato detto, e se il detto misura nuovamente il perso.
Il detto e il perso. «Ogni volt / il silenzio/ attende i resti». Nato dal silenzio, è però il pensiero della storia che lo occupa, lo riguarda, come se l’uno e l’altra avessero occhi per ciò che non è stato, come se memoria non avesse ancora voce, fosforescenza, luce. Non c’è presenza che non sia decidua, senza l’arrivo della luce, senza il corpo fatto voce di quello che non sarà mai detto, che non appartiene a questa terra, perché una terra non ha tetto. In esso, tutto ciò che significa viene su dal niente: quello che lì è scritto si toglie, lascia spazio al non detto, a ciò che dietro e dentro è stato indetto, perché questo affiori in una forma pura o nel silenzio – è la possibilità dell’impossibile che a un tratto, inavvertitamente, si compie e tutto il dolore piano, calmo, della Storia arriva per bisbigli, si fa intendere dai figli come qualcosa che c’è ma che non può essere afferrato, qualcosa che è stato solo bisbigliato. (altro…)

“Le pietre” di Claudio Morandini

Oggi esce per Exorma il nuovo romanzo di Claudio Morandini, Le pietre.

Claudio Morandini, Le pietre, Roma, Exorma editore, pp. 192, € 14,50

Noi le pietre ce le troviamo dappertutto, negli orti, nei prati, dentro alle scarpe, anche in casa. Abbiamo smesso di chiederci da dove vengono perché non c’è nessun mistero, basta uscire o affacciarsi alla finestra per capire che siamo circondati dalle pietre, vengono su come fungaie, il fiume, o torrente, le porta a valle dalle pietraie sotto le montagne, e lassù continuano a generarsi dal perenne sbriciolarsi delle rocce di queste Alpi da quattro soldi che si disfano appena le tocchi, si aprono come mele, se le guardi storto quelle pisciano sabbia.
Lo hanno confermato anche i geologi che sui nostri problemi si sono laureati e hanno costruito intere carriere: questa è montagna debole, anche se all’apparenza imponente, dentro queste rocce tutte scaglie si nasconde una tremenda fragilità, che ogni anno abbassa le cime e sposta i rilievi e nel giro di un milioncino di anni appiattirà tutto, ed è già tanto se rimarrà qualche collina sabbiosa. Sono stati loro a usare da subito paroloni che poi ci sono diventati familiari: parlavano di rocce sedimentarie, di rocce de⁠tritiche o clastiche, di puddinghe, di arenarie, e arricciavano il naso e scuotevano la testa. Cioè, fosse stato per loro si sarebbero divertiti un mondo a trovarsi in una zona così particolare: ma pensavano a noi, alla fatica e ai pericoli di chi vive tra Testagno e Sostigno e si sente sbriciolare la roccia sotto i piedi a ogni starnuto, per così dire.
Erano parole che colpivano noi ragazzi, al punto che le adottammo nel nostro particolare vocabolario di insulti: –⁠ ⁠Sei proprio un clastico! – ci dicevamo, oppure: – Figlio di una puddinga, faccia da conglomerato! – Sentivamo che indicavano qualcosa di sgradito e preoccupante, e alle nostre orecchie suonavano offensive, brucianti.
A proposito, guai a sbagliare le parole, con gli scienziati! Se noi, preoccupati per quello che sarebbe accaduto con il caldo, parlavamo di nevai che si sciolgono, li vedevi sobbalzare come se avessimo bestemmiato.
– La neve non si scioglie, si fonde! – dicevano. – È un passare dallo stato solido allo stato liquido.
– Ma noialtri ci siamo sempre espressi così…
– Sbagliando!
– Va bene – dicevamo.
– Ripetete con me: la neve si fonde.
– La neve si fonde.
– Scusi, e il ghiaccio? – chiedeva uno di noi con la manina alzata.
– Si fonde anche il ghiaccio, naturalmente. Dunque, che cosa volevate sapere?
– Dunque, che succederà a tutte quelle pietre lassù quando la neve si scioglierà?
– Si fonderà! – urlavano loro.
– Orca madosca, si fonderà! – urlavamo anche noi.
Tentammo di usare propriamente quei termini, tra noi, per farci l’abitudine, ma ci sentivamo strani, ci sembrava di parlare in falsetto. E smettemmo quasi subito. Con loro, con gli scienziati, non parlammo più di quel tipo di argomenti, per evitare il problema.

Passò un giorno, ne passò un altro. Ogni tanto, per periodi sempre più lunghi, la stanza chiusa a chiave riprendeva a fermentare e a produrre rimbombi sinistri e scariche di tonfi.
Ma non solo le pietre nel soggiorno turbavano le ore che i poveri Saponara trascorrevano a casa. Cominciarono i compaesani più in confidenza a bussare per piccole cose, un po’ di zucchero, il dono di un sacchetto di cicorie di prato, due chiacchiere; ma in realtà per soddisfare le proprie curiosità, e ficcare il naso in quella che era diventata “la villa degli spiriti”, “l’antro delle anime dannate”, e sentirne i clamori, i lamenti magari, e vederli addirittura questi spiriti, chi lo sa, con un po’ di fortuna… E si piazzavano in cucina, a conversare del più e del meno, pronti a zittirsi a ogni minimo rumore dal soggiorno, avidi di quello che Fornacchio definirebbe “lo strano”. Sedevano in bilico sulla sedia, con l’orecchio teso e il capo inclinato, pronti a scattare in piedi, percorsi da brividi di inquietudine.
I Saponara, che da un pezzo avevano rinunciato alle lezioni private del pomeriggio, accoglievano i sostignesi perfino con sollievo, contenti di non essere più soli, loro e le pietre, e cercavano, per lo meno i primi tempi, di intrattenerli con ogni onore, tra caffè, gianduiotti, biscottini, amari, e chiacchiere che non furono mai così distratte e oziose sul tempo e sull’estate che si avvicinava, o chissà su cos’altro, mentre di là, prigioniere e ribelli, le pietre cozzavano, sprigionando spruzzi di scintille.
All’inizio, i visitatori, imbarazzati e timorosi, non osavano affrontare l’argomento. Ma un po’ alla volta, con il passare dei pomeriggi, qualcuno prese a farsi insistente, e a sfiorare la vera questione: e il mondo è ben strano, e non tutto, nel corso della vita di un essere umano, può essere spiegato “con la sola ragione”, e quanti misteri circondano “noi poveri mortali”, pensate alle apparizioni della Madonna o dei Santi, che capitano sempre a pastorelli o ragazzini, chi sa come mai, oppure oppure pensate a… ai fantasmi ecco appunto i fantasmi a proposito… ma che cos’è questo rumore? Avete degli operai in casa?
– No – rispondeva allora docile la maestra Agnese, che prima o poi doveva anche lei confidarsi con qualcuno, – sono le pietre.
– Le pietre? – chiedevano allora, fingendo ignoranza, gli ospiti.
– Abbiamo delle pietre in soggiorno. Vengono giù dal soffitto. Svolazzano per aria come foglie, prima di posarsi. E poi, giunte a terra, strisciano e si infilano dappertutto – aggiungeva Ettore, studiando le parole e il tono.
– Pensa te – facevano i più, ricoprendosi di altri brividi irresistibili. – Ma allora quella di don Danilo non era una parabola!
Seguiva un lungo silenzio. E finivano per sentirle davvero, le pietre, di là, trascinarsi, soffregarsi le une con le altre, appiccicarsi alle pareti e salire fin sul soffitto, e da lì cadere le une sulle altre, abitare le carcasse sfiancate dei mobili, e magari rosicchiarsi a vicenda, o ingropparsi, chissà, e dopo deporre migliaia di sassolini molli…
– Ma non c’è pericolo che escano di lì? – chiedeva sottovoce l’ospite, che già immaginava di vedersene passare una sui piedi.
– E non capita mai che queste pietre piovano anche in altre stanze? Qui in cucina, per esempio? – aggiungeva un altro visitatore, sollevando lo sguardo per verificare se gli pendeva sul capo qualche minaccia.
– No, no, solo in soggiorno – dicevano in coro i Saponara, con l’espressione straziante di chi ha un morto in casa, – e di là non escono.
– Sicuri?
– Non vogliono uscire.
– Non vogliono?
– Eh, se volessero…

“Salgo sul palco che un giorno ho contemplato”. Hohenstaufen, di Andrea Leone

hohenstaufen

 

Venti poesie, un distillato. Una fermezza speciale nel testo, una forza che deriva, io credo, da un tremore a lungo appartenuto all’autore. Una poesia “grossa”, vasta, alta e solenne, quella di Hohenstaufen, larga, capiente: un dettato che possiede senz’altro molta grandezza, e molta vertigine. La scrittura di Leone ha in questo un fascino terribile, e invita continuamente, profondamente, all’analisi del testo, quasi richiamasse il lettore in un vortice analitico, piena di festa e di sacrificio com’è, capace come in pochi casi di una voce che non si risparmia: «Invado i documenti e i demoni, il metro e l’esito, il sepolcro e l’esordio».
L’oggi del mondo si fissa nel presente delle epoche passate: lo spirito moderno (l’eco di Hölderlin); l’età medievale (gli Hohenstaufen appunto, i duchi di Svevia imperatori e re di Sicilia tra XII e XIII secolo); l’antichità soprattutto, la sua prospettiva che in noi continua a riformarsi, quella luce nella quale ci troviamo costantemente risospinti: «Non so chi tu sia,/ mia età nuovissima./ Non so quale Dea/ stia preparando la mia età antica». L’intendimento dell’autore è questo: legare anni, età, epoche, ere.
Un’opera d’arte ci fa pensare, sempre. Ci sono immagini e termini in questo libro che sono categorie della mente, che “spietatamente”, vorrei direi, fanno da collante poematico: Dèi, teatri, matematica e musica (la musica, assolutamente, i suoni che emergono ad esempio in questo passaggio: «Sto per essere/ abbandonato al sacro/ massacro del calendario e del miracolo»). E poi nascite e dinastie, sentenze, mattatoi, mentre s’inscena di continuo la rincorsa tra esordio ed estinzione.
Già, s’inscena: è una messa in scena infatti, quest’io. In teatro, sul palco, la pronuncia dell’io è l’unica via per poter rappresentare il mondo, sembra volerci dire Leone, l’unico sguardo che può mettere a fuoco il noi e il voi del mondo. Un io-linguaggio, la costruzione del linguaggio che è la casa dell’essere.
Ci sono due luoghi indicati con precisione, Martina Franca, Pizzo del Vento, Viale Jenner, Via del Duomo. Ma c’è di più, di più ampio e di difficile definizione: c’è l’Europa, c’è l’Occidente dietro e dentro quest’io, un io alato che si muove nel tempo e nello spazio, un io sovrano che incorona. Non a caso in copertina campeggia la Siegessäule di Berlino, la Colonna della Vittoria che svetta nel Tiergarten.
È una voce che non si risparmia, dicevo, quella di Leone. Si nota un uso ripetuto del vocativo, quei «vocativi incantati e terribili», come giustamente evidenziato dalla preziosa prefazione di Lorenzo Chiuchiù, e con il vocativo vediamo l’iterazione, l’anafora e la costruzione progressiva del verso, i motori di questa poesia. Un esempio: «Questo è l’innamoramento./ Questo è il monumento del momento./ Questo è l’immens / segreto che recito». O ancora, più chiaramente: «O storie/ o storie delle colpe/ o storie delle colpe io vissi/ o storie delle colpe io vissi per estinguervi». Un nascere e un rinascere ininterrotti, meccanismo all’interno del quale troviamo non nascosta la lezione di un maestro come Milo De Angelis, del quale a tratti assume il medesimo respiro. In versi come: «L’adolescente, immortale/ nelle frane della frase» o in una formulazione come: «corte marziale dell’istante», lo sentiamo quel respiro, lo riconosciamo bene, insieme ad altre lezioni, antiche e sempre nuove e mai scontate, che l’autore ha imparato e porta in sé. Per nascere nuovamente, certo: «esaltato dal sacro// spettacolo in cui nasco», scrive. E rinascere, in un passato pronto a iniziare, in un presente che è sempre stato, ed è «il miracolo contemporaneo».

Cristiano Poletti

Elena Mearini, Strategia dell’addio

Elena Mearini, Strategia dell’addio, LiberAria 2017, € 10,00

*
Tu conosci gli inizi,
il prima del respiro e dei passi,
l’indietro delle mani e degli occhi,
sei la misura piccola
che mi ha fatta grande,
la mia tacca d’esordio
sopra il metro del mondo.
Io parto da te
per tenere il conto di me.

*
Una volta eravamo piccoli,
non importavano i numeri.
Lasciavamo i conti alla mamma,
le misure al papà,
peso e altezza alla vita.
Una volta eravamo piccoli,
non importava lo zero.
Valeva già mille il respiro.

*
Sei il binario che m’incastra il tacco,
in te io resto sperando
che non passi il tram.

*
Io non voglio
essere sbrigata come una faccenda piccola,
un affare da chiudere veloce,
nel poco tempo già finito.
Io non voglio essere svolta e tolta
con la crocetta rossa sull’agenda,
compiuta e cancellata
con la mano sotto l’acqua.
Sono la cosa che va seguita,
il progetto grande
della tua vita.

*
Abbiamo maniere diverse,
di registrare l’identità della vita.
Tu resti fermo a dati e generalità,
io proseguo
fino ai segni particolari.

*
Ci riconosciamo dai crolli,
la stessa parte che manca,
lo stesso muro che cede,
quella polvere che s’alza a prendere te
e prende anche me.
Sono le comuni demolizioni,
a renderci affini.

*

Si vede che non sei abituato a leggere
e nemmeno sai come si fa.
Tu vorresti subito il finale,
il punto che libera e risolleva gli occhi.
Ma io non sono diversa da una storia scritta,
devi prima cominciarmi
se vuoi concludermi.

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Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Esce oggi In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta) di Alessandro Brusa, la nuova raccolta di poesie del poeta bolognese. Propongo le prime tre poesie della raccolta (tratte dalla prima sessione, Il vento che insegue veloce) e alcuni passaggi dalla prefazione, che ho avuto il piacere di scrivere.
Ma prima di lasciarvi alla lettura mi preme fare due ulteriori considerazioni che non hanno trovato luogo nella prefazione. La prima considerazione è semplice: questa nuova raccolta chiude un ciclo, come dice Brusa stesso, e lascia già intravedere una nuova fase, diversa, della sua scrittura. Lo scarto con Il cobra e la farfalla prima, e con La raccolta del sale poi, è evidente poiché è chiaro che si è chiusa la fase di formazione della scrittura, mentre si è trovato il proprio segno. La seconda considerazione invece è di Marco Simonelli, che firma la postfazione, e per questo non poteva figurare nella mia prefazione. Simonelli fa subito notare che chi decide di abitare un corpo «accetta di viverlo anche in punta, vale a dire nei suoi aspetti più aguzzi e pungenti», e molto probabilmente questa poesia «nasce da un graffio, una puntura della realtà che scalfisce l’epidermide e provoca una ferita». E a dircelo, fa notare sempre Simonelli, è la poesia stessa («più Nemesi che Musa») che si pronuncia nel primo componimento. Come un poeta classico, Brusa cerca un «contatto diretto con il lettore» attraverso la poesia e il suo codice, che è codice del corpo. (fm)

Alessandro Brusa, In tagli ripidi

Alessandro Brusa, In tagli ripidi (nel corpo che abitiamo in punta). Prefazione di Fabio Michieli. Postfazione di Marco Simonelli, Giulio Perrone Editore, 2017

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D’uso io annuso l’aria che tira

: perché ho memoria

perché ricordo ogni emozione
.    che porti

perché scandaglio la storia
.    ed ogni tua percezione
e scatto come grilletto
.    cercando lo scontro
o cercando la fuga

.

non sono nata
.    per le cose del mondo
ma per giudicare l’ingiusto
ed il peso con cui ti stira le membra

perché sono l’emozione grezza
.    che non capirai mai
ed è per me che avrai
.    salva la vita.

.

*

Del corpo non
.    ho ragione
e del fiato corto o
.    del pelo
che cresce a dispetto

ho cercato il mio viso
per nominare la curva
.    delle spalle
e una scusa per
.    l’inclinazione del naso
o l’arco che tiene
.    l’occhio sinistro come
.    quello di mio padre

ho consumato il tempo
nella distanza di un corpo
.    che chiedeva compassione

perché appartengo alle ossa
che conoscono parola. (altro…)

Domenico Brancale, Per diverse ragioni

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Domenico Brancale, Per diverse ragioni, Passigli 2017, € 12,50

*

dalla sezione: DA OGNI SOTTO RESPIRO

*

nei muri il respiro dei malati apre le crepe
tutto, prima o poi, si dischiude
fuoriesce dentro il sempre
incatena ognuno alla propria voce

qualcuno lo teme
un altro lo invoca
nessuno ci tiene

dice il vero chi dice oramai
dice tutto chi morde il silenzio

*

aspettano il proprio turno, il cambio del lenzuolo,
la trasfusione, l’anestesia totale sull’esistenza
aspettano e riaspettano
nel letto di una stanza che è solo un numero

ci si spoglia di tutto
dell’ombra
del nome

vi è un’ora che predilige il respiro
ciò che va sfamando dolore e conoscenza

*

quanti di noi sanno di essere orfani
quanti fino alla fine nascosti dietro il vuoto
vivono malgrado tutto
come se dovessero riconciliarsi col tempo passato
ciò che circonda tutto
l’orizzonte

quanti cercano un’aiuola
la misura dell’appartenenza
la mano invisibile del vento che depone il seme
una domanda senza risposta

in che parola si sono incontrati

quale solitudine li separa

*

(altro…)

Una frase lunga un libro #89: Anna Salvini, Calma apparente

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Una frase lunga un libro #89: Anna Salvini, Calma apparente, Internopoesia 2017, € 10,00

(libro disponibile da lunedì 13 febbraio)

Quella che leggerete di seguito è la prefazione che ho scritto per il libro di Anna Salvini, entra di diritto in questa rubrica perché quando la scrissi lo feci pensando a una recensione e di questo si tratta, buona lettura.

*

la mia città è unificata, senza vie
senza palazzi e chiese
un unico dolore, al centro.

*

Per scrivere poesia, ma per scrivere in generale, bisogna saper andare dentro le cose, sotto le cose, saper guardare il tappeto, il retro del tappeto e quello che c’è sotto il tappeto. Quello che ci abbiamo nascosto noi e quello che altri hanno lasciato. L’azione che mi viene in mente è quella di scavare la terra a mani nude, per sporcarsele, naturalmente, ma anche per portare in superficie. Anna Salvini con Calma apparente fa innanzitutto questo: scava. Salvini, però, ed è per questo che scrive poesie, restituisce al lettore l’idea di aver scavato, mostra la profondità dell’aver toccato la terra ma non ha bisogno di indicare dove, come e perché lo abbia fatto. Salvini lascia spazio alle nostre sensazioni: leggiamo lei e troviamo qualcosa di quello che è capitato a noi.

Calma apparente è il primo libro di Anna Salvini, ma faccio fatica a considerarla un’opera prima, queste poesie vengono da molto lontano. E da molto lontano scrive Salvini, da Vigevano dove è nata e vive, e poi da un tempo molto lungo e distante che è quello da cui si formano i testi che compongono le tre sezioni della raccolta: Visioni, Casa e Le sette meraviglie. Non sono disinvolta comincia così una delle poesie più significative, e quel non essere disinvolta è forse anche il motivo per cui Salvini non abbia mai fin qui pubblicato un libro ed è giusto così. Ogni cosa a suo tempo, si dice, e questo è il tempo adatto, questa è la stagione.

Portarsi via
:::::::::::::::::c’é qualcosa per il cuore
:::::::::::::::::::::::::::Giovanni Raboni

Non sono disinvolta, cado
negli spazi stretti con tutto il peso
cado, con le mie parole invisibili
e il magma che ingrassa
il ventre e fa girare il mondo
resto nel solco, non mi scanso, tendo
a restare se passi, se torni
con il tremore della voce che viene
per portarsi via.

(altro…)

Andrea de Alberti, Dall’interno della specie

andrea

Andrea de Alberti, Dall’interno della specie, Einaudi 2017, € 10,00, ebook €6,99

*

Esce oggi Dall’interno della specie di Andrea de Alberti, libro del quale ci occuperemo nelle prossime settimane; proponiamo stamattina tre poesie in lettura.

*

Prima del nuovo mondo

Ci penso spesso che stavamo lí un po’
a rigirare un senso in una camomilla,
a un certo punto dire una frase,
non aggiungere altro, è successo anche
questo ma poteva andare peggio,
certe riflessioni che non escono,
abbracciarsi come stringersi in un’idea del dopo
in una lunga notte di rappresaglia,
dove i tedeschi erano in agguato,
oppure qualcuno che ci era alleato
non lo sapeva ancora e ci bombardava la testa
mentre nostro figlio stava per nascere
in un suo tempo.

*

Il dolore ai tempi dell’Aulin

Il dolore è a basso consumo energetico,
ha certo per noi un’aria familiare piú o meno consolante,
ha un livello di attenzione fuori dal comune,
lo vedi come si attacca a tutto,
ai piccoli nei, alle macchie sul corpo,
non ha un interesse classificatorio,
non fa distinzioni di razza,
il dolore è un tipo di cottura: se non lo controlli,
se non lo giri ogni momento si attacca come il risotto.
Il dolore si produce sia per il freddo sia per il caldo,
dal di fuori e dal di dentro,
si prepara in panchina con un dovuto riscaldamento,
si allena ogni minuto per entrare in campo,
il dolore dorme poco di giorno e niente di notte,
quando ha il raffreddore gli sembra di morire,
quando sta bene è scaramantico e non lo vuole dire,
il dolore ha una parola buona per tutti.
Il dolore è come quando uno non sente al telegiornale
ma capisce da strani segni che qualcosa sta andando male.

*

Bisognerebbe elaborare tutto

Bisognerebbe elaborare tutto,
ci vuole tempo, energia, memoria,
un po’ di persone che pensano a te
come da milioni di anni, farebbe bene,
rivedere chi ci ha lasciato
e lasciare un regalo a ogni persona
in un movimento della memoria,
penso a un pendolo, con un bel suono.
Bisognerebbe elaborare tutto,
le voci dei bambini, gli incubi della notte,
la prodigiosa realtà del mezzogiorno,
la percezione dell’antro,
quando ti allontani dal mondo
la buonanotte… staremo a vedere.

*

© Andrea de Alberti

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi

arminio

Franco Arminio, Cedi la strada agli alberi, Chiarelettere 2017, € 13,00

*

Pensa che si muore
e che prima di morire tutti hanno diritto
a un attimo di bene.
Ascolta con clemenza.
Guarda con ammirazione le volpi,
le poiane, il vento, il grano.
Impara a chinarti su un mendicante,
coltiva il tuo rigore e lotta
fino a rimanere senza fiato.
Non limitarti a galleggiare,
scendi verso il fondo
anche a rischio di annegare.
Sorridi di questa umanità
che si aggroviglia su se stessa.
Cedi la strada agli alberi.

*

Bellissima l’Italia
annidata sull’Appennino.
È la mia Italia,
è l’Italia che trema,
in cui mi inginocchio
ogni giorno
davanti alle porte chiuse,
ai muri squarciati.
Bisogna ripartire da qui,
qui c’è il sacro che ci rimane:
può essere una chiesa, una capra,
un soffio di vento,
qualcosa
che non sa di questo mondo
né di questo tempo.

*

Lettera a Rocco Scotellaro

Caro Rocco,
io sono nato quando il tuo mondo
stava finendo.
si è più soli nel mondo che è venuto,
ma per fortuna ogni tanto
c’è qualche giorno di bella luce.
ora la tua Lucania è un altare
per i devoti della terra,
è la pietra che fiorisce nell’aria.

*

La sera che fece il terremoto io stavo bene.
Mi piaceva tutta quella gente per strada,
tutti che si guardavano come se ognuno
fosse una cosa preziosa.
Quando si sono messi a dormire
nelle macchine
mi sono fatto un giro,
li ho benedetti uno per uno.

*

Sono il guardiano
della mia malattia.
L’ho raccontata
alle donne che ho visto passare.
Adesso, se vuoi,
muto ti faccio entrare.

(altro…)

I Vangeli nel commento di Gianfranco Ravasi

ravasi

Gianfranco Ravasi, I Vangeli, Bologna, EDB, € 44,50

L’ultima fatica editoriale del Cardinal Gianfranco Ravasi, I Vangeli, nella bellissima edizione EDB, prende avvio dal primo Credo cristiano, scritto da Paolo nella lettera ai Corinzi. Credere nel Gesù che nasce e muore, da una parte; dall’altra, credere nel Cristo che risorge glorificato. Morte e resurrezione, tutt’e due suffragate da fatti, da accadimenti e testimonianze in qualche modo incontrovertibilmente certificati dalla storia.
Non c’è per Ravasi il Gesù della storia e il Cristo della fede, alla Bultmann, l’uno diverso dall’altro, ma c’è il Gesù di carne, che mangia, soffre, dubita, gioisce, urla e piange, e che trova la sua continuità nel Cristo che sta nella storia e nella luce della resurrezione. È sempre lo stesso, uno e uno solo, Gesù Cristo.
I Vangeli, tutti e quattro, s’inscrivono in questo spazio di tempo, in questo cammino dell’Uomo-Dio, da una vita puramente umana a una vita “altra”, attraverso, pure lui come noi, il faticoso valico della morte vera. E s’inscrivono, ciascuno, con un personale messaggio proveniente da gesti, fatti e parole di Gesù custodite per anni nel cuore e nella mente, ma attualizzate e rapportate alle contingenti esigenze della propria comunità di riferimento.
I temi sono molti: Cristo perno della storia; teologia della libertà dell’amore; universalità della Chiesa; teologia del bene/male, della luce/tenebra. Messaggi di difficile esegesi perché, dice Ravasi, i Vangeli sono il frutto terminale di un percorso che conosce tappe complesse, momenti e situazioni differenti e difficili da ricostruire. Anche perché, afferma parafrasando Eraclito, tutti i testi religiosi, quali essi siano, non spiegano tutto, perché il mistero di Dio è imprendibile, ineffabile e infinito. Poiché però questi testi hanno pure la funzione di svelamento, di rivelazione, allora ammiccano e rimandano a significati allusivi, che si celano sotto simboli e segni intrappolati in ciò che Gesù dice e fa. È il Segreto Messianico. Gesù non vuole che si vada in giro a parlare dei suoi miracoli. Più tardi sì, ma non adesso. Non è il momento giusto.
Scrive Ravasi che la sua è una lettura “essenziale”, perché non vuole fermarsi alla prima comprensione o intuizione che i Vangeli possono immediatamente suggerire, ma intende carpire il significato ultimo che sottostà a quei simboli e a quei segni, ricorrendo magari a passi corrispettivi dell’Antico Testamento e anche a quelli che antecedono la Sacra Scrittura, oltre a vivisezionare parole e verbi ebraici e greci.
Il verbo greco enghýzein, ad esempio, riferito al regno di Dio, significa sì che è vicino, ma è vicino già presente, qui e adesso.
Le interpretazioni del Cardinale, mai in verità accomodanti e conformiste, sono a volte sorprendenti.
Gesù è scandalo, ma non per la sua grandezza; scandalizza perché è un essere modesto e vive in mezzo a gente come noi; i bambini sono modelli non tanto perché sono innocenti, ma perché Gesù li considera come immagine della libertà, della vera fede; l’incontro di Emmaus vuol dirci che Cristo è l’ora, l’oggi, che non è sepolto in un passato remoto e non è neppure colui che è lontano. Certo, nel libro ci sono affermazioni non sempre condivisibili. Una su tutte, che noi cristiani siamo ora il vero Israele, che siamo noi ora i chiamati.
Alla fine, Ravasi si fa una domanda: se Cristo è risorto e glorificato dovrebbe essere ancora possibile incontrarlo. Il problema è sempre lo stesso, da secoli: la nostra difficoltà, o la poca voglia, a riconoscerlo.


Cristiano Poletti