Novità editoriali

Poesia contemporanea. Quattordicesimo quaderno italiano (Marcos y Marcos 2019)

 

È arrivato in redazione il Quattordicesimo quaderno italiano della serie Poesia contemporanea di Marcos y Marcos, con la regia di Franco Buffoni. Nei prossimi giorni ce ne occuperemo con la dovuta attenzione. Oggi di ognuno dei sette poeti raccolti nel Quaderno proproniamo la lettura di un componimento. Buona lettura. (La redazione)

 

Pietro Cardelli

Aprile

Ecco il ballo, la danza a me estranea
“Guardati” non hai più inibizioni, hai finito
le scorte, le paure sottili, tutti
gli accorgimenti nascosti, appostati
negli anni, e giustamente. Non devi fare altro
“Quale il prezzo?” volevo domandarmi
e il rifugio stava nelle cose, non c’era
aprendomi al quel mondo, negandolo poi
nelle coperte di lana così tardi, nel cuscino
uno sopra l’altro: il collo preme forte,
si forma un livido nerissimo.
.                               Il prezzo c’era,
questo è i punto; accettarlo era un nuovo
gesto, la sedia che si muove, il baratro.

Hai la schiena inarcata, quasi cadi
ma c’è una forza che ti sorregge,
che non ha forme: si arrende a te
come tutti, ti riconosce nei capelli
che precipitano, nello specchio
dove rifrangi. La gravità t’impone
dei doveri, tu li rispetti, sei calma
sfioro la nevrosi.

Anche perché le immagini sono
una truffa ben architettata, e lo sanno,
sono un’impudenza, un’oppressione
senza confini. “Eccomi che mi dono a te,
guardami” e non c’è salvezza
se si riproducono così velocemente,
saltano e si ripresentano, si moltiplicano
nell’ansia, negli schermi: mi guardi,
nella cornea si pare il vuoto:
bianco-e-nero, sorriso, l’ulcera
si amplia, si diffonde: è la sottotraccia,
il destino, l’incompiuta mente.

 

Andrea Donaera

Il padre. Un’ustione.

I.

Ti immagino, ormai: e basta.
Un fumetto, colori,
cartapesta, nel presepio spento,
i miei anni, che non vengono,
tutti noi. Sei la norma,
l’amico, questi mesi.
La mia pazienza di blatta sul tuo cuscino,
che così ci immagino, ormai: e basta:
nei terrori, nei colori. (altro…)

Lucia Brandoli, Una minima stupenda (Interno Poesia, 2019)

Lucia Brandoli
Una minima stupenda
Interno Poesia, 2019

dalla Prefazione di Sara Gamberini

Nelle poesie di Lucia Brandoli inquietudine e rassicurazione, un’alternanza continua, senza tensione, di questi due punti dell’universo, del corpo, della materia, di un cuore minimo, minuscolo, del sacro.
Un’onda di pensieri che si ingrandisce e accumula domande, il senso della vita, perché si dice amore, siamo davvero così soli? e poi, perdutamente, da un posto piccolo come un grissino, da una nuvola, la neve, ci raggiunge il conforto. «Per tornare indietro; / respirare l’aria di dicembre / con la bocca». […]
In Una minima stupenda qualcuno prova a non credere più all’amore, a dimostrarsi resistente, consapevole di un’illusione, veloce, capace di fare a meno di tutto, ma prevale uno slancio altissimo, come un’entità, viene a dirci che non saremo mai più soli. Il sacro tentenna nelle nostre vite, sovrastato dalle paure che affiorano di notte, quando ogni sogno significa: ecco, è un desiderio. Ma è questo il suo movimento, un baluginio e poi un bagliore, l’amore che sembra non sostare mai abbastanza vicino a noi. E poi invece arriva una bambina, una rivelazione, una sorpresa «tra le gambe», «ti vedo, / e stavolta è vero», e la luce finalmente rischiara, in una luminosità che sarà eterna, palpabile, una lucina in dono, come sempre accade da tanti di quegli anni, per imparare a tornare da dove la bambina è venuta. […]
Sotto la superficie delle parole, dei pensieri, si può scorgere il movimento preciso, etereo, della paura e dell’abbandono agitarsi e sonnecchiare nel cuore di una poetessa che impara e insieme indica la calma, in un gesto nell’aria, senza certezza, senza indulgenza. «La luna quasi piena / che mi governa le gambe, / i geki – ti amo – / e l’acqua, dentro e fuori».

 

A Clizia, quella sbagliata

a Federica

I selfie coi caloriferi bianchi
nuovi, orizzontali, verticali,
poco in bolla, dietro –
le seste negli occhi –
averceli i compassi,
che misurano il mondo: le gambe
delle donne –
rewind / play / rewind
play / rewind,
avanti e indietro –
dandogli
il suo equilibrio e la sua armonia.
Al mondo
c’è solo una cosa che tutti vogliono:
ed è l’amore. (altro…)

Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010

LDR_cop

Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2019; 20 €

La voce è tutto, è un intero destino. Massimo Cacciari, in una conferenza svoltasi a Vignola per Poesia Festival nel 2017, affermava che la poesia, se è tale, mostra l’abisso di ogni parola ed è per questo che spesso appare oscura la poesia, perché lo è necessariamente, avendo a che fare con la radice ultima della parola, che appunto è abisso. In fondo, secondo il filosofo, nessuna parola indica per davvero la cosa; la poesia mostra se stessa quindi attraverso l’enigma che il linguaggio incarna nel miracolo della voce. La voce di un poeta come Luigi Di Ruscio, nato in povertà a Fermo nel 1930, emigrato a 27 anni in Norvegia per lavorare una vita in fabbrica a Oslo, è «frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza». Così scrive Massimo Raffaeli nell’introduzione.
È un libro importante, questo, prezioso. Un libro che fa dire: finalmente. L’edizione per la collana Le Ali di Marcos y Marcos, curata benissimo da Massimo Gezzi, vede la copertina di Luca Mengoni, splendida nel restituire il ritratto del poeta.
La voce, dunque. Dunque il corpo, e il lavoro: per Luigi Di Ruscio il lavoro è stato essere operaio. E con questo, dentro la sua speciale parabola esistenziale, diventare, essere poeta.
Franco Fortini, in “Verifica dei poteri” (esattamente in “Astuti come le colombe”) scriveva: «m’è sempre parso che la contemplazione affascinata d’una condizione operaia vista tutta nel rapporto fra uomo e macchina, e l’altra dilettazione incantata, del calarsi nella “oggettività”, fossero due tipici errori, o uno solo, del materialismo non dialettico». Nel caso di Di Ruscio, lo scrittore è l’operaio – mentre Fortini vedeva lo scrittore come l’intellettuale artefice di una praxis rivoluzionaria intesa come automutamento coincidente con il cambiamento ambientale. Operaio-scrittore, ecco: tutta la soggettività dell’autore è dentro questa relazione e nel rapporto uomo-macchina.
Dice bene Gezzi, dopo aver illustrato al meglio le modalità con cui Di Ruscio è intervenuto (riscrittura, taglio, spezzatura e asciugatura dei versi) nell’arco di più di cinquant’anni (dal 1953 fino alle ultime modificazioni intervenute nel 2010): «queste Poesie scelte sono sì un’autoantologia ma, in buona misura, sono anche un altro libro». E fa capire che si tratta qui di affrontare un viaggio. Lo dice con parole perfette: «i lettori (…) attraverseranno la rabbia, la fatica, la protesta e la fiducia testarda nella scrittura che promanano da questi versi». Quindi, se il lavoro operaio ha rappresentato la condizione fissa e immutata, l’automutamento per lui è avvenuto necessariamente con il lavoro di poeta dentro quella condizione.
È tutto un atto di esistenza-resistenza, titanico, quello che Di Ruscio ha testimoniato con la scrittura, con la sua voce.
La forza è tutta nel dato materiale. Stupisce – veramente – come sia stato questo a nutrire per intero la sua poesia, istruendone i contenuti e dettandone il ritmo. Come indica giustamente Raffaeli: è una poesia (fortunatamente, aggiungo io) in controtempo.
Ecco un testo del 1966, eccezionale per intensità di ritmo, stile, visione. Ricorda il grande Pavese. Sono versi che sentiamo ancora vicini e attuali, proprio perché in controtempo, così arcaici, archetipici, primari:

Mangia in estate pomidori in inverno patate
conosce la carne alle feste comandate
o quando mietono o battono
i porci li para tirando pietre precise sulle groppe
correndo sul campo dei foraggi
scopre i nidi degli uccelli e delle serpi
mette i lacci sui fossi per gli uccelli assetati
alla sera sta silenzioso con gli occhi pieni di sonno
sente i discorsi dei grandi
e certi pensieri li fissa nel cervello
l’ulivo è come l’uomo
soffre il caldo in estate e in inverno la tramontana
e pensa metà nel sonno all’uomo e all’ulivo
all’olio che sta tra le parti del pomodoro
in cui inzuppa la mollica del pane
scacciando le mosche stancamente perché è l’ora del sonno
appoggia sulla coscia della madre la testa
dove ora le mosche possono fermarsi
non hanno più la mano veloce che le prende a volo
e gli stacca le ali per farle continuare a vivere
come un verme che la gallina becca. (altro…)

Historiae, di Antonella Anedda

Antonella Anedda, Historiae, Einaudi, 2018; 11 €

“Polvere” è forse la parola-chiave di quest’opera, la pelle di questo libro. Polvere: povria nella lingua utilizzata da Anedda, di origine sarda. È una pelle, un rivestimento anche l’uso che di questa lingua lei fa, in entrata e in uscita di libro: è il necessario sostegno, per lei, per arrivare a dire qualcosa, per poterci dire qualcosa.
C’è una nota costante che lega tutto, una verità ricorrente: la morte, che è pronta per noi fin dalla nascita; presente da sempre, dicono i fisici, in uno spazio esatto. C’è lo sfiorarsi o l’intrecciarsi di mani dentro questa consapevolezza; c’è la figura della madre, soprattutto, che scompare, ritorna, e vaga: è una presenza, dentro la polvere del tempo («Lo sai la polvere non cade, ma si alza»). Particolarmente alta è qui l’attenzione della poesia, alto il grado di coscienza che scorre e si fa sentire tra le pagine.
Nel computo dei giorni, delle ore, troviamo di continuo il motivo tacitiano che rimanda al titolo: da notare è la ripetuta presenza del televisore, dello schermo, con l’incursione delle notizie nelle stanze della mente («La storia moltiplica i suoi spettri, li affolla»); notizie che entrano in casa, ci affiancano. E così, nel quotidiano si tengono storia personale e storia collettiva (con il patrocinio di Dante – altro elemento da notare – richiamato più volte in epigrafe).
Anedda risolve rapidamente, in poesia, l’annosa questione dell’io. Con un guizzo: «Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome […] Io con l’io mi nascondo / chiamando a raccolta quel che sappiamo:».
E cosa sappiamo? Che tutto ciò che è antenato c’insegue, da sempre, e ha la stessa essenza di ciò che oltre noi, marcati dalla finitudine, proseguirà. Eppure, ecco, ciascuno di noi, singolarmente, è chiamato a indicare di questo sapere la pronuncia esatta, secondo il filtro personale.
Mirabili sono, quindi nella sua scrittura, le vaste forze del sempre: la “geometria” («l’ala dei numeri che svetta su ciò che è smisurato») e la “letizia” («una pace inspiegabile»… «distante dalle stelle»… «che non chiede niente»). Forze che sono già qui attorno o sono solo intanto auspicate, ma in ogni caso presenti, sempre.
Letizia, in fondo – ci dice Anedda – è la forza della rinuncia. Restano all’orizzonte una calma livida, la fisica, l’osservazione, la contemplazione. Entro un’aria di vastità, come detto («L’incontro dei vivi con i morti è il nostro affresco. / Serve a rinunciare»: così in Contrasto, poesia della sezione finale, significativamente intitolata Futuro anteriore).
È una vastità, va detto, che si nutre felicemente della plasticità di molti suoi versi. Tanto che mi sembra in certi casi avvicinarsi alla poesia di Mario Benedetti. Leggiamo ad esempio Perlustrazione I, a pagina 43 (che fa il paio con l’altra, bellissima, Perlustrazione II). Lo splendore si concentra negli ultimi due versi, e l’ultimo in particolare, così forte, così perfetto:

Entro con mia madre nella morte. Lei ha paura.
Cerco nella mia filosofia qualcosa che ci aiuti,
parlo della cicuta e degli stoici,
dico la solita frase che quando noi ci siamo, lei,
la morte, scompare, ma non funziona
anzi cresce dentro di me il terrore.
Aspetta, le dico mentre dorme ora vado a guardare.
Perlustro la zona (sarà quella?)
solo per constatare che non c’è difesa,
che il suo spazio, quello che la fisica dice
sia presente fin da quando nasciamo,
è sguarnito di ogni compassione
e il tempo è davvero il buco che divora.
Allora mi stendo contro di lei dentro il suo letto.
Aspetto come smette il suo odore mentre muore.

Ricorda Amour, il film magistrale di Haneke, del 2012. Come ci si può stupire ancora della bellezza, di una poesia.

Cristiano Poletti

Il commissario Magrelli

Il commissario Magrelli

 

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018; 15 €

«Tutto funziona, solo l’uomo no» è la secca affermazione che troviamo in apertura di libro, in esergo. Una frase intrigante di Hugo Ball, poeta e regista tedesco (1886-1927); intrigante perché dà giustamente adito a un dubbio interpretativo, secondo la sfumatura che si sceglie nella lettura: funziona l’uomo, ma non da solo, oppure proprio soltanto l’uomo non funziona.
E se partiamo dal bivio offerto da questo dubbio sottile, è nel gioco del commissario/poeta che il doppio si esprime maggiormente. Nella quarta di copertina Valerio Magrelli scrive: «Quando ho incontrato il commissario mio omonimo, confesso di essere rimasto sorpreso… mi ha stupito la caparbietà, l’ostinazione con cui l’ho visto viaggiare… la sua specialità sembra consistere nella difesa della vittima…». E subito il doppio prova a spiegarsi, nella prima poesia riportata anche in copertina, il poeta dichiara: «… mi faccio commissario/ della poesia/ e parto sulle tracce dei misfatti/ che restano impuniti a questo mondo». Lo fa con la sua riconoscibile, caratteristica intelligenza.
È sempre un ragionamento il suo. A volte è un “gioco” di parole (a pagina 15, a pagina 21 e a pagina 43 troviamo tre esempi particolarmente efficaci, brillanti), altre volte si tratta di qualcosa di più: Magrelli, da poeta, la rivoluzione la fa rivoluzionando la frase, mutandone i termini e quindi il senso tramite un rivolgimento del pensiero. Così certe frasi di uso comune diventano: «Qualcuno tocchi Caino» (a pagina 29) e «condannato a amore» anziché «condannato a morte» (a pagina 33).
Dentro una rassegna di orrori, questa «piccola ma nutrita enciclopedia del reato» – come lo stesso commissario indica – Magrelli sa scegliere: sceglie, veramente, di prendere le difese della vittima e offre indicazioni precise: «Donne, paesaggio e infanzia,/ tutto ciò che è indifeso, vulnerabile,/ deve restare intatto,/ tabù,/ SACRO». Colpisce questa parola scolpita, “urlata” e inamovibile: stupro, incendio doloso, pedofilia sono dunque ai suoi occhi i mali più sconcertanti, i peggiori reati, intollerabili. (altro…)

Marco Aragno, Cancellare la città

Uscito sul finire dello scorso mese di settembre, Cancellare la città è il nuovo romanzo di Marco Aragno. Vi proponiamo in lettura il primo capitolo.

La solita truffa dello specchietto

 

.  Qualcosa si era guastato nella notte.
.  Tra i caseggiati illuminati l’aria si fece densa; il buio all’orizzonte si gonfiò, come se una materia oscura premesse dall’interno, finché non esplose pulsando un bagliore rossastro.
.  Amanda vide sorgere la macchia vermiglia dell’incendio dai finestroni del bar. L’aureola di fuoco si specchiò nella sua iride azzurra, crebbe nella pupilla divorandone il colore.
.  Lo avevano fatto. Questo fu il primo pensiero che le venne in quell’istante, mentre era in piedi, schiena dritta, con gli occhi accesi dal bagliore delle fiamme. La Resit stava bruciando.
.  Sbatté le palpebre, in un gesto infantile, come a cacciare via quella visione; poi si voltò. La macchia rossa rimase impressa nella retina, naufragò sulla parete bianca della stanza, prima di sparire dal campo visivo non appena gli occhi si ricacciarono nella penombra dell’armadietto aperto.
.  In un attimo, ricordò quanto stava per fare prima che la sua attenzione venisse rapita dal bagliore alla finestra. E lo fece: si slacciò il grembiule nero con le tasche verdi, lo stirò, lo piegò in quattro e lo sistemò sullo scaffale in alto.
.  Poi affondò la mano sull’interno della mensola di mezzo e tirò fuori una Sim. La guardò come si guarda una scelta. Piccola, minuscola, apparentemente insignificante, i circuiti gialli che si intersecavano geometricamente sul riquadro di plastica. Quanto valeva? Nel locale, in quel posto anonimo, era più al sicuro che a casa. Ancora più al sicuro dopo l’ultima notte, quando qualcuno era entrato nell’appartamento mettendo tutto in subbuglio: armadi, cassetti, materasso, scrivania. Forse per recuperare quanto aveva preso. E per darle un avvertimento, certamente.
.  Si guardò intorno, rigirò quella micro-card tra l’indice e il pollice immaginando un nuovo nascondiglio. Infine aprì l’armadietto di Francesca, la collega, e occultò la Sim nell’intercapedine d’acciaio che separava i vani dell’armadio; un nascondiglio provvisorio, un posto sicuro prima di allertare i carabinieri.
.  Poi tornò al suo armadietto. Restò ferma per alcuni istanti e prese a mangiarsi l’unghia del pollice. Staccò il dito dalla bocca ed estrasse il cellulare, tolse la mascherina della batteria e tirò fuori la sua Sim. La guardò e la buttò nel taschino laterale della borsetta; quindi girò l’anta in metallo e la chiuse con un schiocco di chiave.
.  La strada era quella, ormai. Tracciata. Poteva riprendere ossigeno nei polmoni. Si voltò di nuovo alla finestra, d’istinto, per accertarsi che la realtà fosse lì nella sua evidenza: la semisfera del rogo adesso pulsava più forte di prima, aveva conquistato metà della vetrata ingoiando pezzi di buio.
.  Amanda restò con gli occhi sbarrati. Questa volta non socchiuse le palpebre e fissò l’incendio come una presenza inevitabile, uno stato di cose a cui abituarsi. Infine tirò la lampo della felpa, indossò il cappotto di panno blu e uscì dallo stanzino. (altro…)

Giovanna Amato, Poesie da “L’inizio della scrittura”

È appena uscito L’inizio della scrittura, silloge di poesie d’amore di Giovanna Amato edita da FusibiliaLibri, ed ecco per voi tre poesie in anteprima. Per tutte le altre informazioni, visitare qui. Buona lettura intanto da Poetarum Silva!

 

È come possedere una città. Poi una legione
divampa. Fa il suo ingresso. Ad uno ad uno
soldati disarcionano le torri
annientano difese sbigottite
si estendono alle porte delle case,
pulsanti; fino all’ultimo, il tedoforo,
che silenzioso avanza dalla breccia.
Non reputo rovina
il cremisi che si agita tra i sassi
mentre i granai stipati vanno al rogo
e l’invasore svetta a colpi d’ascia
la testa dei feticci sull’altare.

L’amore è una battaglia non campale,
come un assedio visto alla finestra.
Ed è la quiete, come il sacerdote
che spazza il tempio; quiete come il vinto
che lustra lo schiniere al vincitore.

 

Roma, marzo, Chiesa del Gesù

Alziamo gli occhi per festeggiare un trionfo
alla volta affrescata di un trigramma.
Ma per chi di noi sa vedere, la gloria è un angelo di stucco,
tortile e sporgente dal soffitto.
Possiamo interrogarci su chissà quale impalcatura
(l’opera umana che assidera la gravità)
alzata in tempi remoti, quando bambina, mia bambina,
c’era chi provava per quel cristogramma
e per quel marmo da curvare con le mani
la bruciatura dei primi martiri che io
provo per te.
Ho una voce d’organo nel petto.
Le ali di stucco dell’angelo non possono vibrare
ma il brusio degli altari mi parla, mi parla,
stordisce ogni pensiero che non ti riguarda
mio agnello mia colomba.
Usciamo all’aria.
La guida alza la voce per coprire
la sirena di un’ambulanza di passaggio,
vita che prosegue
anche se io sono innamorata di te.

 

Rispondo con una domanda al merlo
che mi interpella dal suo davanzale.
Rinunceresti forse alla fiammata
del sole quando plani in un mattino
freddissimo e invernale, per restare
sicuro che la bora non ti spiumi
non ti disperi e abbatta e squassi e mieta?
Lui mi risponde con un cenno muto.
Lascia che accada, lasciami l’ustione
come lo sfregio resta sulle mani
di chi ha cavato da qualche miniera
Dio con le dita.

 

Giovanna Amato, L’inizio della scrittura, FusibiliaLibri, 2018

 

 

 

#Festlet 2018 #3: Un libro, l’universo e tutto quanto

 

Francesco Abate e Michela Murgia

 

Preso il microfono, Michela Murgia racconta l’inizio di un’amicizia che ha saltato tutti i convenevoli; perplessa dall’interesse di Francesco Abate nei suoi confronti, ne ha chiesto ragione davanti a una pizza, e lui ha risposto: ho avuto un trapianto, ho imparato a non avere tempo, ti voglio bene adesso.
Abate racconta: “tutto quello che ci avevano detto sul trapianto e la rianimazione non corrispondeva alla realtà, quindi abbiamo deciso di creare un’associazione per chi aveva vissuto lo stesso linguaggio della malattia. Un’associazione che prevedesse gite, perché chi si sradica per curarsi spesso perde il contatto con i suoi luoghi”.
È da questo sfondo che nasce Torpedone trapiantati (Einaudi), un intreccio di storie tra persone legate dalla notizia della malattia cronica, della possibile fine. Forse nient’altro le lega, oltre a questo on the road che dà sollievo al perenne rattoppo, tra karaoke e attacchi di fame da cortisone. Michela Murgia ne chiarisce lo stile: «Abate ha un registro che riesce a far contemporaneamente piangere e ridere, nella stessa frase; a me la gente che piange non ride mai». Molto di quello che Abate dice ci turba, per quanto affermi: «il mio scopo è di farvi ridere altri dieci anni». Racconta che con Severino Cesari, l’uomo che l’ha voluto in Einaudi e che era in dialisi, hanno fatto editing con i cellulari riservati all’ospedale accanto ai fogli. Immagino quella scrivania, il cortocircuito di vita, speranza, paura e narrazione. Racconta le richieste di liberatoria ai parenti della donna che gli ha donato il fegato, tentennante all’idea di invadere un dolore ma bisognoso di inserire il nome di Cinzia nel romanzo. Penso al cortocircuito ancora più vasto di chi, morendo, sopravvive in un libro e in un corpo altrui. (altro…)

“Cenere, o terra” di Fabio Pusterla

Cenere-o-terra

Fabio Pusterla, Cenere, o terra, Marcos y Marcos 2018, € 20

Come la libellula domina la copertina di Argéman, la precedente raccolta di Fabio Pusterla uscita nel 2014, così la rondine domina quella di Cenere, o terra. È una rondine che punta verso il basso (nella bellissima copertina) e ci si chiede se per schiantarsi o per risalire. Sarà per risalire, e per pensarlo al poeta è necessario qualcosa di più di un’invocazione (com’era stato con la libellula, in Congedo, la poesia conclusiva di Argéman).
È una preghiera esplicita stavolta, una richiesta d’aiuto. Ecco il primo testo di questo nuovo libro:

Verso la chiazza di luce sul fondo
verso il riflesso del sole
con la memoria dell’ombra
con la speranza del mare.

Per l’acqua e per i prati
per la mano del vento il mio volo gaudioso
per tutte le cose precarie che splendono miti
per tutte le cose del mondo. So solo
volare impazzita rischiare
un viaggio.

E tu aiutami aria
sostienimi vento dell’Ovest
aspettami mare.

La rondine prega l’aria, la prega di aiutarla a risalire, invoca il suo sostegno per un’avventura che avverte rischiosa. Solo grazie al vento, il vento di questo nostro Occidente quindi, potrà farlo. E il mare (cioè l’estensione della nostra vita, di tutte le esistenze, “tutto il possibile” come scrisse Vittorio Sereni) è lì in attesa, potrà e dovrà aspettarla, perché anche in questo approdo si affermi l’accento della verità. Dunque accade qui quello è accaduto in Congedo, negli ultimi tre versi («Dopo, tocca ogni cosa/ sillaba bene il suo nome/ e falla vera»), ma detto ora con un grado più alto di consapevolezza. L’affermazione infatti sembra scintillare, come portasse in sé, del volo, il passaggio da ipotesi a tesi, da invocazione a preghiera, passasse davvero da qualcosa di ancora incerto alla certezza, come tra poco vedremo.
E se la libellula in Cenere, o terra ricompare in una delle prime poesie, Verso lo Zebio, e in una delle ultime, Al vento di Focara, la preghiera della rondine riemerge nel libro in modo singolare, spinta dentro la materia dei ghiacciai: riappare nel colore del ghiaccio accanto all’Ela-Loch, il foro che caratterizza il Piz Ela, nei Grigioni («e se c’è vento sembra pulsare/ di una luce sua misteriosa/ forse memoria del mare/ o illusione») e si ripete – si direbbe in forma di canto – sul bordo di un altro ghiacciaio (Am Gletscherrand, ripreso da un verso del poeta e bracconiere svizzero Felix Kamil).
Tornando al testo di questa poesia iniziale, vien difficile non pensare ancora a Sereni, adesso in modo più compiuto: pensare di rimando a quelle «toppe solari» protagoniste de La spiaggia, il testo che chiude Gli strumenti umani. Desiderosa di arrivare su quel tratto di spiaggia prima sconosciuto, per vedere «quelle/ toppe d’inesistenza, calce o cenere/ pronte a farsi movimento e luce», sembra proprio la rondine “liberata” dal poeta. A differenza di Sereni, tuttavia, Pusterla non associa quelle macchie luminose, quei riflessi, ai morti. E se Sereni poi è investito dalla forza del mare, al mare Pusterla chiede pazienza; dal mare la sua rondine è attesa, con la sua vivacità, nella sua vita viaggiante. (altro…)

“Infanzia resa” di Sebastiano Aglieco (lettura di Alessandro Bellasio)

 

infanzia-resa-cop-fronte

Sebastiano Aglieco, Infanzia resa, Il Leggio, 2018, 15 €

 

Verso il grande abbandono, di Alessandro Bellasio

Giunto alla nona raccolta, con il recente Infanzia resa Sebastiano Aglieco redige l’accorato memoriale di chi, a un tempo poeta e maestro nella scuola primaria, si è trovato negli anni di fronte all’arduo compito di traghettare i bambini fuori dall’infanzia, conscio di tutto ciò che tale gesto comporta in termini etici, prima ancora che pedagogici. Un memoriale sui generis, tuttavia, al riparo da qualsivoglia deriva diaristica, da qualunque tentazione sentimentale o compiacenza autobiografica, e redatto invece con sapienza amara, con sguardo asciutto e sofferto. E l’infanzia, luogo germinale della parola, diventa per il poeta il terreno fertile su cui innestare una combattuta, lacerata riflessione sulla natura del linguaggio e sul rapporto coessenziale che ci lega a esso, in quanto esseri umani, cioè essenzialmente parlanti.
Posti dinanzi al compito educativo, si tratta proprio di portare i bambini nella storia e nel discorso, «alle soglie del mondo e della sua tragedia», di trascinarli gradualmente nella parola, strappandoli a quello statuto di infanti che, etimologicamente, allude proprio al silenzio al quale l’uomo originariamente appartiene e corrisponde, in quanto essere non-parlante, in-fans. E Aglieco, con umiltà e riserbo, è ben conscio di essere doppiamente responsabile di fronte a questo compito: come educatore, da un lato, ma soprattutto come poeta, cioè custode di un linguaggio che intende la parola proprio a partire dal suo potenziale di alterità e al limite di squalifica rispetto al linguaggio comune, ufficiale, istituzionale – quello la cui trasmissione è appunto demandata all’insegnante. Ma se la poesia punta a dire e a nominare le cose esattamente, a conferire loro il «vero nome», il poeta-maestro ha allora il compito di traghettare i bambini non solo verso la parola media, generica e mondana, ma anzitutto verso una parola esatta e veritiera. Il punto è che i due modi di intendere il linguaggio (e quindi il mondo), vale a dire quello istituzionale e quello poetico, non sono conciliabili; da qui deriva il nucleo tragico, la lacerazione al cuore di questo libro, il suo potente dilemma etico, irrisolto e irrisolvibile – che rivela inoltre il dissidio che si cela nel cuore stesso del linguaggio.
E uno dei meriti maggiori di Aglieco è proprio quello di costringerci a fare i conti, di riflesso, con il significato del nostro linguaggio quotidiano di adulti, abituati a considerare con noncuranza e alla stregua di semplici strumenti le parole. Il terribile paradosso di cui l’autore è consapevole è quello per cui la parola adulta, istituzionalizzata, è in realtà proprio quella deputata ad “aprire gli occhi”, a mostrare ai bambini il mondo a cui sono e saranno, crescendo, sempre più chiamati ad appartenere, il mondo della storia e del divenire: «quando voi scrivete, e vedete, non più ciechi | io abbasso lo sguardo perché | vi ho portati sull’altare regale della Storia». «Mi chiedono di farvi entrare nella Storia | di farvi sentire uomini arroccati a | questa violenza | a questa miseria di cose dette | solo per essere tradite». La parola che immette nel divenire e sottrae gradualmente all’infanzia è la parola adulta (ma, per non casuali parentele etimologiche, anche “adultera” e “adulterata”) che contiene in nuce gli artifici, gli stratagemmi e le menzogne che portano nel mondo “dei grandi”; ed è una parola alla quale nessuno può sottrarsi.
Così – con una scelta non priva di rischi ma sapientemente distillata tra le pagine del libro – Aglieco decide di includere nella raccolta versi o interi componimenti scritti dai bambini stessi. E l’obiettivo di questo procedimento è da cercarsi, ci sembra, non nell’ingenuo tentativo di ripristinare una parola innocente da opporre pateticamente alla parola adulta/adulterata, quanto piuttosto nel tentativo di imbastire un dialogo totalmente ed esclusivamente poetico – ossia posto al riparo entro le mura amiche della parola della poesia e da essa solo alimentato – tra il poeta-maestro e i poeti-bambini; il solo modo, evidentemente, per incontrarsi e confrontarsi al puro livello dell’intelligenza analogica e creatrice,[1] quella che più che con le parole e con il discorso ha a che fare con la nominazione delle cose e degli eventi. (altro…)

Le parti del grido, di Lorenzo Chiuchiù

parti

Lorenzo Chiuchiù, Le parti del grido, Effigie 2018 – 10 €

Dopo aver letto questo libro, ho voluto sceglierne alcune parti: istanti, nei quali sentirsi chiamati a vivere. È l’autore che ci fa sentire questo. Essere lì dentro, come una necessità e come un desiderio.
Riportare qui i frammenti di un testo così importante assume dunque il significato, da una parte, di porne in evidenza la bellezza; dall’altra è il segno della gratitudine che all’autore va espressa.
De Angelis, nel suo scritto di postfazione, sottolinea quanto Chiuchiù «ci interpella con quel “tu” ossessivo che percorre tutto il libro e che di volta in volta è il lettore o l’autore, sono io o il primo venuto». Ha pienamente ragione nell’affermarlo.
Eccoci: l’invito è a entrare.

Sei tu, o sono io:
«Ma l’azzurro è in vena, la riva nascerà con te»;
«scegli una tempesta a caso, sono io».

Tu:
«tu fondi temporali/ e vorresti la grafia dei lampi».

Tu che con me senti:
«nelle meningi terra nera come dopo un temporale».

Io e te, insieme:
«Come se la vita fosse intera/ illuminata, ferita e per te»;
«lo sai: la ferita come la benedizione/ vuole solo l’altra parte».

Quindi noi:
«la storia è la sezione/ e noi, cuore siderale, la verticale»;
«Eravamo incomprensibili e feriti, eravamo feriti e volevamo il vino nero e le stelle a sorte. Così siamo diventati segreti».

Noi, nella verticale della scrittura:
«La sillaba scava come il bisturi/ non illuderti che questa musica/ ti assolva: hai il quaderno/ che lentamente affonda nel petto».

Di nuovo tu, o io:
«hai perso/ un orologio amato/ o perché hai mancato la terra»;
«sottrarti: ma tu credevi, avevi te stesso/ colpa e notturno cardiaco».

Così siamo stati, tramite l’elogio del frammento, dentro un libro che è esaltazione dell’ascesi e della “caduta”, un libro carico di stelle e di distanze. Dal cielo, da ogni presunta idea di perfezione e di stabilità. Sono tensioni che Chiuchiù ha avuto modo di portare in un vasto campo di meditazione, in Atleti del fuoco (“undici studi tra arte, tragedia e rivolta”), edito da Mimesis. Da Celan a Camus, tra arte e destino, rivolta e Cristianesimo.
Nuovamente grazie all’autore, dunque, per tutto questo lavoro.

Cristiano Poletti

 

Fioriture capovolte, di Giovanna Rosadini

gio.ros.


Giovanna Rosadini, Fioriture capovolte, Einaudi 2018, € 11,00

“È autunno, tempo di fioriture capovolte”: un’immagine affascinante e misteriosa, che le è stata riportata una volta da un amico, così, casualmente. Rosadini l’ha conservata a lungo nella mente, fino a farla diventare il titolo di quest’opera in cui ovunque troviamo delicatezza e tensione, e ovunque forza, fermezza soprattutto. Come se una mano fosse protesa a toccarci.
L’autrice crede fermamente nelle affinità elettive, tanto che il libro è disseminato da una “fraternità in versi”; versi cioè di altri, di amici fraterni appunto, chiamati a testimoniare la necessità costante di uno scambio per il comune traguardo della poesia.
L’incontro, per lei, viene prima di tutto.
E si sente la compiutezza di quest’opera, se ne avverte la maturità, senz’altro, ma anche la profonda continuità col lavoro precedente dell’autrice.
Molto importanti sono la dedica del libro alla madre, alla sua forza, e la citazione di Amichai in apertura: «Vedi, abbiam vissuto più di una vita…». Da qui, dall’assunzione di un’idea vasta e preziosa, il riprodursi continuo della vita, inizia il tesoro della sua scrittura di oggi.
«Tenebre è una parola che risolve», scrive Rosadini; o ancora, con particolare forza in questo frammento riportato in copertina: «quando il fuoco avrà ingoiato tutto». È come se facesse di continuo una promessa nello scrivere, a se stessa e al mondo: la combustione del dolore avverrà. È un auspicio e un proposito, nella fiducia e con la convinzione che questo – davvero – è accaduto, accade, accadrà: «come un errore finalmente rimediato/ come un dolore finalmente riassorbito», aggiunge a pagina 27.
I luoghi centrali, vissuti, del libro sono la Liguria, sua terra d’origine, Milano e soprattutto Venezia, riemersa dal fondo di un ricordo nostalgico e felice degli anni universitari.
Il mare di Levante è un mare vissuto “fuori stagione”, un paesaggio mentale, dove è il cielo a dominare: si tratta di «un cielo alla prova», un «campo azzurro» steso sull’ingombro della mente. L’inquietudine è proprietà dal vento, è sonno disertato dai sogni, è «anima slogata e sofferente».
Lo spazio bianco della seconda sezione invece è nebbia, metafora di una pagina nuova, dell’inizio di sempre. Ed è silenzio, che in queste poesie significa soprattutto attraversamento e necessario abbandono («fa’ di me ciò che vuoi», scrive l’autrice). Mentre tutto è in battaglia e s’incarna ancora una volta nel fuoco: («Mi hai attraversata/ come un fuoco che consuma»), occorre scivolare, non opporre resistenza. Occorre per rinascere, dopo un doloroso personale riepilogo di dieci anni da un terribile incidente, «al ritmo lento delle parole». Ecco allora, il dolore sembra essersi consumato, la casa ormai riconquistata. Il nero del resto già ha vinto sul bianco, ed è scrittura, quell’inizio di sempre al quale ogni volta siamo attesi e che “ci salva”, ci cura.
Le dimensioni della mente e di questa speciale dimora che è la scrittura sono indagate e approfondite nella terza sezione, Fioriture capovolte. Dopo Africa, una poesia dedicata alla sua famiglia, nell’arco di due sottosezioni, Infanzia e Adolescenza, il “racconto” di Giovanna Rosadini si fa particolarmente pacato, misurato, attento. Mentre la ferita continua a lavorare, l’animo è in ascolto, in equilibrio tra confessione e circospezione: in cerca degli «strumenti per poter/ affrontare/ il residuo immedicabile del mondo» eppure libero di «sollevarsi agli azzurrati cieli».
L’ultima sezione del libro, intitolata Un ritorno, è anche in questo caso un riepilogo di anni, ma mediante un salto che porta a Venezia, agli «anni belli dell’università» che ha avuto modo di vivere. Assistiamo a uno speciale viaggio a ritroso e allo stesso tempo a un continuum di vita che trattiene il lettore nella laguna come fuori dal tempo. Così a Venezia arriviamo anche noi «in cerca di un perché/ di un esilio salvifico/ un approdo». Fino a sentirci noi stessi dentro una splendida poesia, S. Giorgio e il drago, che conclude meravigliosamente così: «non più fuoco/ uscirà dalle fauci piegate in un ghigno/ di resa, e l’arma spezzata/ non avrà più nemici».

Cristiano Poletti