Davide Valecchi, Nei resti del fuoco

Davide Valecchi, Nei resti del fuoco, Osimo, Arcipelago itaca, 2017, pp. 61, € 11,50

Scrivevo, nel 2016, che «Per leggere i testi [allora] inediti di Davide Valecchi, proposti qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio del breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.»

Ho scelto di ricalcare per intero il commento critico del 2016, perché aderisce alla forma e alla sostanza della poesia di Davide Valecchi per come poi si è sviluppata nella raccolta Nei resti del fuoco, edita nel 2017 da Arcipelago itaca, raccolta altresì vincitrice della 2a edizione Premio “Arcipelago itaca” per una raccolta inedita di versi. Ritengo i riferimenti intertestuali citati possano ritenersi gli stessi, amplificati dall’esperienza di Carmen Gallo che prosegue in Appartamenti o stanze (ne abbiamo parlato qui e qui) e anche da certi echi tematici di Tommaso Di Dio (qui); la sua Fine delle favole condivide una forza dei «resti» che ben accorda la contemporaneità alla quotidianità. Forse, andando ancora più indietro, riconosciamo anche la poesia di Marco Scarpa (qui).

Tutto ciò porta il discorso su un binario ben preciso, tematicamente; a partire dalla quarta di copertina, che ricorda nelle parole critiche di Renata Morresi, Manuel Cohen, Martina Daraio, Danilo Mandolini e Mauro Barbetti, che uno tra i codici linguistici frequentati d Valecchi è quello della “fisica”. Certamente vero, questo codice si completa con la necessità di dare architettura alla poesia e di architettare il verso nello spazio, dentro esso, quasi come se gli elementi del paesaggio industriale e urbano − senza alcun dubbio − in cui siamo immersi fossero un continuum visivo che si trasferisce di testo in testo. Un elegante gioco di costruzione, visibile nelle parole che compongono i testi precedenti (2016) e che andiamo poi a leggere oggi; una costruzione, questa, che si fa di elementi architettonici e urbani, simbolici del discorso tematico dall’inizio alla fine. Essi aggiungono alla fisica un tassello materiale, quasi a dirci che la poesia è materica soprattutto nella parola comunicabile. C’è dunque l’elemento della vista, che non chiamerei “sguardo” proprio per l’accezione che maggiormente si lega alla “fisica” e agli elementi atti a restituire gli stimoli luminosi di uno dei cinque sensi; il percorso delle quattro sezioni della raccolta attraversa le Sostituzioni (in un gioco della visione), procede Alla fine della vista − appunto −, percorre i Resti del fuoco e raggiunge la Casa non finita, in un momento di abbandono che termina, conclude l’inoltrarsi nel ‘dove’ poetico, laddove c’è una coerenza salda e di percezione del reale che acuisce la dimensione della lettura:

È stato ieri, quando ero un altro,
che lo spazio bianco in mezzo ai rami
valeva come un trionfo del vuoto:

il cambiamento odierno invece
riempie le mani di un velo minerale,
una nebulosa di nomi da soffiare via
e dimenticare, in quest’ordine.

*

Alla fine della vista
resta un materiale
in ricombinazione
dove una struttura
inizia nuovamente.

*

Ho seguito il solco nel terreno
dove lo sguardo convergeva:
il tentativo di assegnare confini
e movimenti a questo luogo
si rivela imperfetto
mentre resta un alone
di voci sedimentate
ovunque.

*

L’edilizia ferroviaria
ha sparso per chilometri
ringhiere di cemento armato.

Nella zona invalicabile
la nostra eredità
cresce coprendosi di ruggine.

*

L’ipotesi di una ricostruzione
fallisce all’affollarsi dei corpi
sulla parete bianca.

Ogni ricompensa d’acqua
ha il seme dell’inesistenza
piantato nel ricordo
come il desiderio:
tutto solamente immaginato,
tutto sovrapposto.

La coesione di ciascun testo al precedente − nella raccolta intera, e non in questi testi ma anche in questi testi − ci indica quale possa essere l’inclinazione della lettura, per una compattezza di intenti che l’autore trasmette. Aggiungerei una piccola nota non poco significativa: da anni Davide Valecchi porta avanti una ricerca sonora nell’ambito della musica elettronica, ambient e drone, con un progetto dal nome aal almost automatic landscapes, in cui il “paesaggio” sonoro e musicale è connotato e tessuto in una trama che, con la poesia odierna, completa il senso di un lavoro più aperto di quello poetico, che forse inizia appunto nella riflessione musicale e si trasferisce, o meglio ‘si sedimenta’ in quella poetica.

© Alessandra Trevisan

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