Alcune poesie di Simone Di Biasio, edite ed inedite

Amerigo Conte, L'Evoluzione

“Evoluzione”, Americo Conte, tecnica mista con legno d’ulivo, 165 x 145 cm, 2011

,

da Assenti ingiustificati (Edilet, 2013)

La traduttrice

Korinne
è traduttrice dal Parkinson
in rumeno e poi italiano,
tutte lingue del suo sacco.

Nonna Francesca
invece è tutto un terremoto,
fa tremare i piatti, le voci,
il borgo arroccato di Sperlonga
che le assomiglia, sempre in equilibrio
tra un vociare e il divano.
Ha avuto un ictus che poteva uccidere
ma lei non lo ha detto a nessuno
– non ha potuto –
in silenzio gli ha aperto la porta
e il postino dovrà ritornare.

Nonna Francesca
è una conchiglia a pancia in giù,
tutti la accostano all’orecchio
per sentire il fragore di una vita
e se la vedi da un altro angolo
è pure a righe e colorata
come la vestaglia da notte.
Anche lei ha un contratto a tempo,
sarà licenziata molleggiando
e farfugliando i migliori giorni di sole.

Korinne
è la sua traduttrice dal Parkinson
in rumeno e poi italiano
e ha imparato due nuove lingue:
il dialetto e il sottovoce,
impronte foniche della nostra sorte.

.

*

La ricompensa dell’armadio

Appare una perfetta ricompensa
il lavoro speso assieme:
un intero pomeriggio con mio padre
a montare l’armadio grande,
quello della stanza del sonno.

Appare una perfetta ricompensa
la gioia di puntellare assieme
i chiodi come idee,
di martellare forte a fissare i concetti;
dentro l’armadio ci appenderemo i ricordi,
vestiremo a festa
durante le lunghissime memorie familiari.

Intanto appare una perfetta ricompensa
aver imparato come far scorrere le ante:
vanno fissate salde come l’amore,
larghe abbastanza per respirare,
ma prima a cercare le viti
perché si avvita – a vita
come a cercare ognuno il proprio corridoio
penetrando i trucioli del tempo.
L’armadio è pronto,
va sollevato, messo in piedi:
ci vuole forza,
non basta un padre
né un figlio,
va alzato insieme
quasi accarezzandolo.

.

*

Assenti ingiustificati

Adesso sono tutti bravi,
sono bravi tutti
con la bacchetta
a spiegare i condizionali
i periodi ipotetici di morte
le teorie, che sono regola.

Ma gli uomini non sono bravi,
non sono affatto bravi,
sono eterni ripetenti.
Bisognerebbe bocciarli tutti alle elementari,
bocciarli tutti nelle cose elementari
le medie le potranno pure passare,
per non parlare delle superiori
delle cose superiori,
nessuno dovrebbe essere laureato
neppure gli dei lo erano
(non ricordo che Zeus
avesse discusso una tesi in cosmologia)
qua l’unica pluridecorata è la natura
che impartisce lezioni
a scolari distratti
e assenti ingiustificati.

 

*

estratto da Partita
testo poetico inedito per voce sola

 

Lascio la terra dell’ulivo,
la grande casa che accolse le mie pene
lo spazio che mi fu uomo, compagno e destino:
ho combattuto anch’io la mia guerra
e senza inganni ho trionfato sul campo
che fa più schiavi della morte
ed è più nero delle notti in cui mi lasciasti sola – sola.
Mi riprendo il mare e il tempo,
la vastità m’attende oltre la gabbia.

*

A quale fine ti condannano?
Quale spettacolo indegno di nota
per cui inventare ancora una tessitura?
Almeno in questo intervallo minimo
sàlvati da tanta ignominia
sugli spalti del grande stadio del mondo
dove i figli dei figli dei Proci
stanno formando una squadra imbattibile
con i ruoli tutti definiti
e tu a fare e disfare la rete
nella infinita partita del tempo
nella infinita partita del tuo eroe
ma non c’è connessione senza fili
e me lo indicasti lanciando ogni giorno
un grido un filo la voce come tela
io tuo burattino aprivo golfi come le tue cosce
ammaravo nelle insenature del tuo petto
col ventre a favore approdavo dentro le case
ho sfondato porte che credevo tue
entravo sempre in parti annunciati da acque rotte
non sapevo quali figli stessi mettendo al mondo

Hanno banchettato, offerto numeri da giocolieri
e dovunque noi, io e te, affaticati dall’allenamento
ma nemmeno poi così lontani
come due ginocchia, che sciogliemmo
come le nostre ginocchia, che scegliemmo:
se questo mare è uno spazio d’amore
io stavolta vorrei narrarti dello spettacolo fuori
fuori le mura dell’umore umano
dirti che nostro figlio è qui,
dove il fato non sussiste eppure c’è
perciò ho chiesto a Telemaco di non andare
in questi non-luoghi dove restare
restare soli, solo un po’
con l’ulivo che ha dato il suo frutto più agro
pur nell’aridità dei suoli sabbiosi

mi giungeva l’eco della tua gratitudine
“è stata grata” e io non capivo accostando

er molto troppo tempo, grata di un muro
grata su una stanza sempre umida
grata su un buco in cui restare di notte affossata
e scusa, scusa ma non potevo sapere che
tessere non era atto, ma elenco di cocci
chiamata a raccolta delle sparizioni
non potevo sapere dei danni degli anni
non potevo dirigere da qui l’ulivo – c’è ancora!
non avrei potuto essere il guerriero più immortale
soltanto l’uomo più immorale della guerra
senza viaggiare dentro lo sconosciuto ardore
lasciando a casa – da te – le parti – di me – inamovibili:
il talamo figlio di quell’ulivo
il cane a penare di tachicardie
l’amore che ho appreso…
l’amore che ho appeso a quell’ulivo
perché divenisse – lui almeno – immortale
strenuamente àncora, fissato alla terra
con la colla del tempo nostro
visibile nei cicli vitali del ceppo
affinché da quell’ulivo si generasse un bosco
un bosco fitto dentro il nostro letto, Penelope,
un bosco in cui dirsi parole di linfa
un bosco in cui coltivare le nostre ombre
un accenno finalmente d’immobilismo.
(…)

 

*

da Ritratti (inediti)

*

ripara ancora le suole delle scarpe
con le mani drogate come piante dei piedi
mi disse di averlo imparato in Australia
molto prima di una lingua ricordata a tratti
di quell’idioma inventato dei migranti
finalmente tornò col curriculum in formato persona,
un master in gestione delle camminate

non mi ha mai insegnato a farlo
però osservavo quella precisione dei chiodi
respiravo lo stordente odore di colla
l’accensione di quella macchina scimmia
capivo che l’arte è raschiare i fondi
perché il suolo riconosce i graffi e
solo così non fa scivolare
solo così non fa scivolare vite appena calzate

.

*

il dolore dei cancelli alle aperture della sera
con l’attesa sagomata nelle serrature
che parlano quando si assentano le chiavi
che si svegliano di colpo allo scatto elettrico

il dolore dei cancelli alle aperture della sera
non si lenisce mai durante il giorno
nelle ore dell’arsura ad aspettare la mano dei padri

e il dolore delle sere all’apertura dei cancelli
come i due gatti che fanno l’amore in bilico urlando
come l’accoglienza offerta esatta dalle raccolte differenziate
come le ultime biciclette stanche che rincasano
assieme a tutta la luce che abbiamo spento

.

*

da Poesie dal 3000 (inediti)

*

Venite a vedere dove riluceva il Colosseo
da quassù ammirate le rovine ibernate
di quello che fu il grandissimo impero
di quello che furono i grandissimi uomini
alla vostra destra il traffico del grande rapporto oculare
a sinistra gli uomini uccello camminano in aria

sapete, un tempo quell’arena ospitava sanguinolenti
scontri tra fiere e fieri combattenti
oggi fieramente ci pisciano sopra
e i cani si spulciano strusciando alle colonne
mentre i volatili non volano più
twittano: «@dio, è #inutile, gli uomini ci superano»
gli uomini cadono e ci riprovano
e i volatili zampettano a terra stando bene attenti
ad evitare escrementi come proiettili dall’alto

osservate per l’ultima volta la volta
la copertura celeste abusiva,
adesso scendiamo su questo pianeta serra:
amatevi come fareste in un’apocalisse.

.

*

Nella poesia di Simone di Biasio ‘si entra’; il verbo ‘entrare’ è il percorso di approdo ai suoi versi. Non il solo ma forse, si potrebbe dire, il primo. Dove si entra, dove si arriva? Nelle vite degli altri, nell’uso dei loro oggetti, nelle loro abitudini, nelle loro azioni, nella loro lingua; si accede ad una quotidianità che non manca di guardare al passato più recente (Assenti ingiustificati tratta del terremoto avvenuto a L’Aquila) ma anche ad un passato ancestrale e apparentemente impenetrabile, che si concilia con il presente (la classicità tematica di riferimento in Partita). La ‘porta’ (o soglia) può essere, ad esempio, un emblematico ‘cancello’ – come nel secondo testo di Ritratti – che è insieme varco e strumento, per riconoscersi nelle storie degli altri, per riconoscerci «assieme a tutta la luce che abbiamo spento». Si entra nelle storie di qualcun altro per riconoscere la propria, perché questa poesia invita al dialogo con il lettore, è dialogica; in questa poesia ci sono un ‘io’ e un ‘tu’, ci sono un tempo e un luogo, sempre definiti. Ma ci sono soprattutto un ‘noi’ e un ‘voi’, a cui il poeta tiene particolarmente perché la ‘responsabilità’ della vita, delle azioni, delle reazioni, è di tutti.
L’autore si serve di ‘parole da abitare’ e, in questo, sembra aver appreso la lezione di Silvia Bre nella lettura critica di Anna Toscano (di cui abbiamo già trattato qui); di Biasio fa soprattutto vivere al lettore la poesia “come una casa da attraversare per uscirne mutati”. Come? Con un uso attentissimo della parola stessa che oltrepassa il limite della poetica di riferimento per diventare, infine, altro o meglio novità, invenzione di un proprio stile. La parola manifesta e ‘dice’, con gioco sagace; in primo luogo un uso della lingua che è anaforico, tipico del parlato, e l’utilizzo di inversioni. In secondo luogo, la lingua stessa è tema di alcuni testi, con rimandi di gioco più stratificati. Soprattutto però, la parola intende spostarci linguisticamente perché, anche all’interno di uno stesso verso, muta di significato come in La ricompensa dell’armadio «perché si avvita – a vita», verso che potrebbe riassumere il senso del tentare, dello sforzo sotteso ai testi che di Biasio compie per comunicare e comunicarsi con voce propria.
Questi versi prendono per mano e conducono non in un altrove ma nel presente più presente, nel qui, adesso e ora anche quando il tempo è ‘passato’; il poeta è guida, è il “visitato”, colui il quale apre la propria casa all’uomo, al lettore che esplora leggendo per uscire dai versi cambiato, ed è ciò che si deve tenere a mente per godere di questa poesia. Non pare azzardato proporre di Biasio come un autore che ha recepito, dunque, anche la lezione poetica tracciata da Giovanni Raboni, quella che Alfonso Berardinelli riassume nella formula «teatro dell’autocoscienza dove l’aneddoto smozzicato diventa allegoria, premonizione dell’intera vita, favola morale.» (in G. Raboni, Tutte le poesie, Milano, Garzanti, 1997). L’autore presumibilmente guarda a questa linea poetica: i suoi versi preparano infatti ad una ‘accoglienza’ che è sempre nel finale, un’accoglienza talvolta dolorosa, e avvicinano chi legge alla comprensione di sé e così del mondo, o per meglio dire ‘del mondo attraverso il sé’.

©Alessandra Trevisan

Foto di Davide Naldi

Foto di Davide Naldi

Simone Di Biasio è nato a Fondi, in provincia di Latina, nel 1988. È giornalista pubblicista e laureato in Comunicazione a “La Sapienza” di Roma.
Ha esordito con la pubblicazione di Assenti ingiustificati (Edilet, 2013; prefazione di Claudio Damiani), insignito del Premio “I Tredici” del Centro di Poesia di Roma e del XXX Premio Alfonso Gatto per l’opera prima.
Si occupa dell’ufficio stampa della rivista di poesia online Atelier.
È socio fondatore e Presidente dell’associazione culturale Libero de Libero che ha ideato il Festival di poesia contemporanea verso Libero.