‘Bassa Marea’ di Sandro Frizziero e Michele Vangelista

BASSA MAREA

I.

Ricordo intrecci di rami; la linea bianca al margine della carreggiata, l’asfalto grigio, poi nero, poi ancora grigio. La tua voce che mi parlava di questo o di quello. Allora non lo immaginavi, ma avevo già imparato a non ascoltarti. A non ascoltare più niente; solo le cose importanti. Trattavo l’esistenza come se, dopotutto, fosse sempre possibile trovare una via di scampo, una soluzione. Ancora oggi mi trovo spesso a bisbigliare senza motivo un “passerà”.
Ricordo la tua mano che reggeva il volante con sicurezza; ogni tanto allargavi le gambe nell’angusto spazio dell’abitacolo. Eppure, non ti mancava il respiro, non ti sentivi soffocare dentro all’automobile che ci conduceva, centrotrenta chilometri orari, dall’Italia alle coste dalmate e poi più a sud, fino a Spalato. Anzi, sembravi esattamente a tuo agio mentre guidavi.
Forse perché, come si dice, la vita è un viaggio. Questa è una bella metafora! Come suona bene! Come sembra vero! Un viaggio involontario di certo, durante il quale non c’è nulla da scoprire, niente che possa sorprenderci davvero; neppure il mare, immenso, che s’apriva al nostro sguardo, ogni tanto, tra la vegetazione.
Ricordo la radio che trasmetteva le informazioni sul traffico, i rallentamenti, le deviazioni. Noi correvamo liberi, la nostra strada era sgombra. Contavamo di arrivare al traghetto per Vis all’ora di cena.

II.

Ti guardo mentre guidi, mentre parli, mentre ti sistemi i capelli e mi convinco che tu vivi in linea retta. Ti muovi da A a B senza deviazioni, senza lungaggini perché la strada più breve, per te, è sempre la migliore; e B è il punto che hai previsto, il risultato dei tuoi sforzi nello studio, nel lavoro, nelle relazioni. Il tuo mondo è un piano cartesiano nel quale sai sempre dove sei, nel quale hai tutto sotto controllo, anche gli assi nascosti e le scelte dubbiose.
Tu, caro e amato poligono regolare, mi odieresti, o forse compatiresti, se sapessi, invece, che io sono una linea curva, a tratti attorcigliata, a tratti impedita nel suo andare, come le alghe spinte dalla corrente e trattenute dai pali; una linea spiraliforme, che non mi permetterebbe di raggiungere il punto B anche se lo avessi già riconosciuto.
Ebbene sì, lo confesso: passo gran parte delle giornate a disbrogliare i nodi dei miei pensieri che non mi fanno mai del bene e non mi fanno mai sentire più intelligente. Pensieri da poco, con la “p” minuscola, robetta insulsa che filosofi e psicologi sdegnerebbero. Da fuori, lo so, sembro avere la potenza di un treno, la schiettezza dell’orizzonte, senza alture o doline, senza colline o torri. Ma che ci posso fare se dentro di me è tutto in disordine, se sotto il mio tappeto lo sporco si accumula? Fino a quando riuscirò a tollerare, fino a quando riuscirò a nascondere, a sotterrare e dissotterrare questo infinito cimitero di pensieri?

III.

Alta pressione sull’Adriatico, anche sopra questa striscia di sabbia dove si trascinano gli anziani mattinieri e si accumulano le alghe marcescenti. A chi guarda, il paesaggio non dice altro, per paura o per pudore.
Una coppia di giovani, che non sembra una coppia e forse non lo è, si muove a passi lenti. Lui, con la testa bassa e lo sguardo teso, forse cerca qualcosa e non sa cosa, come l’uomo che costeggia la battigia con il metal detector sognando un tesoro. E come i cercatori di vongole scavano con le mani nella sabbia, lui dà l’impressione che questo qualcosa sia sepolto e segreto, eppure vicino, palpabile. Lei, invece, come i gabbiani volteggiano alti e poi atterrano all’improvviso, alterna espressioni indecifrabili a un broncio di noia rassegnata.
L’alta pressione tiene, allontana certamente il maltempo e forse anche le lacrime, che pure potrebbero scendere all’improvviso, perché non esiste un “limite acque sicure” se non per essere superato e bere l’acqua del mare; far entrare il mare dentro di sé e pentirsene.
La coppia, che non sembra una coppia e forse non lo è, si allontana, mentre la radio di un chiosco appena aperto trasmette le previsioni del tempo. Le ore passeranno e i due non avranno capito ancora nulla l’uno dell’altra. Quanto tempo servirà loro per non capirsi del tutto?
Il tempo si manterrà stabile. Nessun rovescio. Niente di nuovo.

IV

«Eppure ci dev’essere un modo»
«Un modo per cosa?»
«Un modo per non soccombere al turbine della vita che non si ferma, all’incessante movimento delle maree, alla molteplicità disperante del mondo, a quest’aria così viva eppure così fredda»
«Tu non stai bene»
«Ascoltami. Di fronte a noi abbiamo due strade. Potremmo diventare leggeri come piume e farci trascinare dal vento qua e là, andare a sbattere delicatamente su rami di alberi o carrozzerie d’auto e non opporre più altra resistenza. Così, forse, ci perderemmo, ma poi ci scopriremmo vicini, ancora insieme al lato di una strada, tra le foglie secche, sussultanti al passaggio d’un motorino. Oppure potremmo renderci pensanti, farci statue, pietre angolari di cattedrali maestose, immote nei secoli, menhir di volontà, continuamente sferzati da ogni tipo d’ingiuria atmosferica. Fermi, vedremmo le stagioni passare, i governi cadere, tutti i progressi e i regressi dell’umanità e, forse, la dissoluzione del mondo stesso».
«Già. Ma, in un caso o nell’altro, anche se avessimo il dono di vedere e ascoltare tutto il circostante, avremmo solo un sacco di storie che nessuno ascolterebbe, diventeremmo appoggi per pisciate di cane o recinti per discariche abusive di pneumatici. Il tuo sogno diventerebbe la tua condanna».
«Non c’è altra via, temo. È questo il prezzo dell’immortalità, la ricetta infallibile per sopravvivere, a cosa, poi, non saprei dirtelo».

V.

Lo so bene che il posto non ti piace. Avrei potuto scegliere mille altre mete, ma alla fine ho fatto in modo che tu mi seguissi fin qui, in un luogo come tanti, un luogo di tutti i giorni. Perché? Mi pare logico: volevi forse un posto speciale? Un belvedere da cui fotografare un tramonto mozzafiato? Un borgo pittoresco affacciato sul mare pieno di ristorantini dove ordinare fritturine decongelate? O forse un colle solitario e silenzioso dove fingere di emozionarti per un cielo stellato? Possibile che tu non ti renda conto della falsità dei tuoi desideri?
Non ti ho portata in un posto speciale perché tu non sei speciale. Nessuno è speciale.
Tu guardi il mondo solo con i tuoi occhi, ti senti al centro d’ogni cosa, ti aspetti il meglio dalla vita, ma per me l’unico modo per essere sincero è offrirti questo paesaggio del tutto ordinario, fatto di muri scrostati, di antenne storte, di comignoli anneriti, di biciclette legate a cartelli stradali sbilenchi. Non ci saranno sconti e il nostro viaggio avrà per noi tutti gli imprevisti d’ogni viaggio: le coincidenze perse, la calca nell’autobus, i ritardi, le incomprensioni, il maltempo.
Lo so, ti ho deluso. Ma che posso farci io? Posso essere responsabile, tu puoi plausibilmente additarmi come responsabile di tutto lo sfacelo che ci circonda? Non saremmo potuti essere altrove, credimi. Ora dobbiamo solo sforzarci di danzare con le cose in un girotondo allegro. Lottare di continuo per l’inconsapevolezza, mano nella mano, come due fidanzatini il cui amore eterno si spegne in un’ora.

VI.

Mi accompagni al molo galleggiante. La tua gonna bianca e blu si scuote ad ogni alito di vento. Mi tieni la mano finché non salgo in barca; me la lasci dolcemente e poi mi dici addio.
Corri verso la strada in lacrime, ma il mio cuore non si altera, non sente nulla, tanto meno dolore. Anzi, improvvisamente mi sento sollevato. Te ne sei andata, meglio così. Devo confessarti che per te non ho mai provato nulla di simile all’amore. Certo, abbiamo passato cinque anni insieme, ci siamo sussurrati spesso “ti amo” tra le coperte. Ma non mi sono mai innamorato di te. I tuoi capelli, poi, sono spenti come la stoppa, i tuoi occhi troppo grandi e distanti l’uno dall’altro, i tuoi discorsi insignificanti. Sono certo che mentre corri via, anche tu pensi di me le stesse cose. Ora, dobbiamo solo dimenticaci, diventare estranei, di nuovo.
Sciolgo gli ormeggi e la barca scivola nell’acqua torbida del canale. Eppure, penso, i tuoi occhi troppo grandi sono profondi e, appena lavati, i tuoi capelli sono bellissimi. I tuoi discorsi d’amore, certo, sono falsi, come i miei, ma falsi d’autore. A chi mentirò al mio ritorno? Di chi ascolterò le parole con fastidio?
Vedo sul molo la tua figura che si avvicina all’acqua quasi per venirmi incontro. Inverto il timone, do gas. Una volta a terra ci sussurriamo le solite parole d’amore. Mentre ti stringo ancora una volta tra le braccia, realizzo che ciò che mi rende vivo è il bisogno continuo di volerti dimenticare e che il dimenticarti mi ucciderebbe.

Ogni dodici ore noi ci sediamo sulla riva ad aspettare che scenda la marea e che la laguna riveli le sua falsa profondità; speriamo sempre di trovare sul fondo qualche verità o almeno qualcosa di intelligente da dire per far colpo sulle ragazze, ma ciò che peschiamo è soltanto la banalità di un quotidiano che comunque non riusciamo a capire.

Da qui nasce l’impegno di pubblicare almeno un post a settimana, cronache dal fondo per sfuggire alla sensazione di essere completamente inutili.

Se anche a voi piace sedervi in riva alla realtà e non vi dà fastidio l’olezzo delle alghe marce che la bassa marea porta con sé, fissate la superficie dell’acqua: non succederà nulla ma in fondo è tutto lì.

https://bassamareablog.tumblr.com

© Testi: Sandro Frizziero
© Fotografie: Michele Vangelista

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