Mauro Barbetti, ‘Versi laici’

Mauro Barbetti, Versi laici (2010-2016), postfazione di Alessio Alessandrini, Osimo, Arcipelago itaca, 2016, euro 12,00

È senza dubbio ‘non confessionale’, come afferma nella postfazione Alessio Alessandrini, la poesia di Mario Barbetti in Versi laici (una selezione qui), volume uscito da qualche mese per i tipi di Arcipelago itaca. Una raccolta, questa, che muove attentamente nel quotidiano non per fotografarlo – come molta poesia lirica di oggi fa – ma per raccogliere e restituire al lettore ciò che c’è di ‘pubblico’ nel privato. Un moto poetico aperto che, appunto, vede in seno il “popolo” oltre che il “pubblico”, entrambe voci presenti nell’etimologia di ‘laico’ (b. lat. Làicus dal gr. Laikòs aggettivo formato da làos popolo, onde anche làïtos, lïetos pubblico).

Il libro comprende versi scritti nell’arco di sei anni, organizzati secondo una formula fissa: una lirica apre ciascuna delle sei sezioni, sezioni che si presentano per lo più come testi lunghi di più strofe. In prima battuta c’è un’ispirazione, un muovere nell’oggi che si lega anche a due fatti importanti per la storia italiana: la perdita della scienziata Margherita Hack (1922-2013), cui è dedicata la prima sezione-canzoniere Post-dialogo, e la morte di Piergiorgio Welby (avvenuta nel 2006) che porta a comporre al poeta D’amore, ideale e vita. Non volendo scadere nella definizione di “poesia civile” si potrebbe dire che Barbetti qui trova una giusta dimensione per far entrare la scienza nella poesia e per fare poesia di fatti di scienza, soprattutto per imperniare argomenti etici nel dire poetico, che in questo modo diventa etico due volte. Un esempio (da pp. 15-16):

Alla mia mente
sembra ormai bastare
una singola sollecitazione
che a troppe ci si perde
una minimale oscillzione
legata al proprio asse
come se lieve indugiasse
in una fase rallentata
in un raggio a curva breve
anticipando l’ultima fermata.
Poiché conosco bene
le leggi dell’attrito
e so che il moto
infinito
non sarà.
Improvvisa
cadrà la verticale
a piombo
precipite
come in Pisa
dentro un’immensa cattedrale.

La modalità di costruzione è quella che prosegue nei diversi testi: soprattutto nella presenza dell’allitterazione e della paronomasia come figure di suono preponderanti. Non manca anche l’utilizzo della rima baciata. Un altro esempio:

Di fenomeni luminosi in una chiesa

Intessuta trama traluce in tralice
trattenuta troppo tra dice e non dice
si fa tramite in tenue trasparenza
traduce un tratto non scritto
traccia un tetto tra indice e terra
poi trova un transito ne segue la voce
si trasforma ancora avvampa riluce
induce in transetto una croce greca
trascinando trombe a troni celesti
quindi trema la luce torna candela
infine pace di morti ammazzati
tra un qui e il campanile a vela.

L’intero libro tiene uniti elementi architettonici e dello spazio, in un andirivieni che procede con echi; alcune parole-chiave, in questo senso, sono: «vuoto», «muro/i», «cornice», «quartiere», «finestra/e», «stanze»; molte le leggiamo nei testi oggi citati. Viene da chiedersi, perciò, cosa rappresenti questa specifica dimensione lessicale che, a mio avviso, a differenza di altre voci contemporanee quali quelle di Carmen Gallo (qui a cura di G. A. Liberti) e Davide Valecchi (altro poeta pubblicato di recente da Arcipelago itaca) ad esempio, non pare imperniare la costruzione del verso sullo spazio né fare dello stesso l’elemento cardine del poetico, da cui tutto nasce. Al contrario saremmo di fronte al punto di approdo, laddove il senso trova un senso ultimo; l’architettura e lo spazio sopraggiungono come dimensione fisica di quella «poetica dichiarativa» di cui parla Alessandrini. Una poetica in cui l’esperienza appartiene all’evidente che non si può non dire; un evidente non impresso, non fotografato appunto e non descritto, ma un manifesto che vive e resiste nel movimento – nelle altezze, della «chiesa», della «cattedrale» – che il fare poetico permette di tracciare..

© Alessandra Trevisan

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