L’ultima nuvola di Beppe Costa. Una proposta di lettura

Beppe Costa, L’ultima nuvola. Poesie d’amore, Roma, Associazione Culturale Pellicano, 2015, pp. 102, euro 10,00

al dolore concedete metà del tempo
ma l’altra metà, vi prego,
consegnatela all’amore

Nel 2015, Beppe Costa ha pubblicato per l’Associazione Culturale Pellicano da lui stesso fondata, L’ultima nuvola. Poesie d’amore, una raccolta che attraversa letteralmente la vita e le sue contraddizioni con grande ‘costanza’, anche secondo quello che è il racconto del poeta stesso nella sua quotidianità. Non sarà scontato ricordare per un momento che il titolo pare strizzare l’occhio al tema portante di un famoso brano di De Andrè del 1990, Le nuvole (anche titolo di un suo celebre album). Noi ricordiamo con necessità, prima di immergerci nei versi di Costa, che il testo recita così: «Vengono vanno ritornano/ e magari si fermano tanti giorni/ che non vedi più il sole e le stelle/ e ti sembra di non conoscere più/ il posto dove stai// Vanno vengono/ per una vera mille sono finte/ e si mettono lì tra noi e il cielo/ per lasciarci soltanto una voglia di pioggia.//»
Possiamo prestare attenzione alla metafora che il cantautore genovese e il poeta catanese condividono (entrambi nati in una città di mare con non poche affinità): pare proprio trattarsi dell’abbaglio, della finzione, dell’andirivieni, che le nuvole portano con sé. Ma L’ultima nuvola apre anche a un ‘amore’ lirico − sempre questo lo stile del nostro autore − che rappresenta due poli dell’essere, non in contrapposizione ma in compresenza: l’essere ultimi e ‘outsider’, e il conoscere la rarefazione vitale di cui la nuvola si fa portatrice.

Si può affermare che la ‘resistenza’ e la ‘delicatezza’ attraversino interamente i versi, così come avviene anche nella raccolta del 1986 Canto d’amore, da cui traggo questi versi: «Avrei voglia di sentirlo battere il cuore/ amplificarsi fino a scoppiare/ Avrei voglia di pensare ai miei anni tutt’insieme/ esser sconfitto e riprender daccapo/ Avrei voglia di bere tanto vino/ impazzire ubriaco senza più occhi per raccontare// Avrei voglia di correre all’infinito/ e vedermi arrivare sempre prima di me».
Lo sguardo del poeta non è edulcorato, tuttavia, nella raccolta del 2015, e non si abbandona a facili rifrazioni dell’io; fa i conti, invece, con un sentire fragile, abbracciando la vita anche alle estremità:

mi fermo a pensare
questa via sconosciuta
piena di metallo e sacchi vuoti
dove anch’io ho fatto la mia parte

una vita di resti dove non c’è
neanche l’ascensore per salire
anche poco e ritrovare
il perduto tempo delle cose

Anche nella crudezza di certi versi, non noteremo mai del cinismo né la fine di un reagire solitario e molto attento, che cerca la ‘pace’ per sé dopo la battaglia della vita sempre in atto:

dalla poca luce
scorro qualche immagine
ancora più buia finché la pace
anziché conquistare il mondo
conquisti me

nient’altro si può chiedere
per tanta infamia protetta
da santoni e agenti maledetti
fingendosi nemici non fanno
che allearsi per quel nero liquido

contribuendo a oscurare
i cieli dove cercano di far credere
ci siano santi e santoni:
predicatori utili solo e sempre
ai fabbricanti di morte

E quegli «occhi per raccontare» di poco fa ci sono ancora: brillano limpidi nello ‘slancio verso il bene’, non smettono mai la tenerezza:

dividendoci le fusa dei gatti
e il tepore dell’abbraccio dei cani

magicamente amore mio
non so oggi come ieri
non so più raccontare di me
senza immaginarmi con te

E ancora, rapportandosi al tema della morte, la ‘felicità’ resta l’unica via:

felice, se dovesse finire

la paura del cuore che sbatte e ribatte
che ha sbalzi per buche profonde
mentre il sangue rallenta a ogni emozione
come un boomerang lo scagli
e non fa che tornare

è questa la vita per chi tesse ogni tela
per chi vive i minuti scrivendo la trama
d’una vita corretta per come s’è nati
sbattuto e risorto non senza pudori
felice anche adesso se dovesse finire

Ne L’ultima nuvola la poesia si fa ‘del consistere’ del tempo e del consistere del sentimento d’amore. Così l’essere, il calarsi dentro, all’interno dell’esistenza, il viverla sino in fondo, è un tratto che ‘risiede’ nel momento di questa poesia, dove anche il comporsi poetico è unito, sta tutto insieme.

© Alessandra Trevisan

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