Davide Valecchi, Inediti 2011-2016

lost_words foto di Davide Valecchi

lost_words foto di Davide Valecchi

Non erano in piedi neanche le pareti
quando sono finiti i soldi
e nel giro di qualche anno
tutti i discorsi sulla solidità del cemento armato
si sono sciolti come l’anima cattiva del ferro
venuta fuori in macchie rossastre
fin dalla prima pioggia.

Qualcuno è riuscito comunque a finirla
ma credo sia superfluo dire
che non siamo stati noi
anche se passandoci accanto
ogni volta abbiamo guardato
attraverso i rettangoli di vuoto
tra le colonne portanti.

*

Il ronzio della cabina elettrica
ai piedi dello sterrato
arriva come un presagio del freddo
quando le macchine non ce la fanno
e bisogna lasciarle in fondo
per risalire a piedi.

Di solito siamo alla fine dell’estate
e accolgo il contrattempo
per fissare lo sguardo sulla ghiaia,
dove si trovano a volte
monete incrostate di terra,
pezzi di filo bicolore
o certi piccoli dischi di plastica rossa
che se lanciati in aria seguono il vento:
a monte alcune case non sono ancora finite.

*

Ce ne vorrebbe di tempo
per tirare fuori i nomi
dal mucchio di oggetti da macero
cresciuto dietro la casa.

Anche il periodo dell’anno finisce per contare
insieme all’ora del giorno,
alla lunghezza delle ombre,
ai piani di esistenza
e ai tappini di latta dei succhi di frutta
ritrovati nell’erba.

Ma è il nome del riflesso
che cambia di continuo
e sotto tutto il resto a ruota.

*

Era già tardi quando sono entrato
nella stanza rimasta aperta, vuota
da giorni ad esclusione delle fibre
accumulate sopra i pavimenti
pieni di tagli longitudinali.

L’ho attraversata come si attraversa
il luogo del naufragio, immaginando
un tempo di pienezza, soppesando
la legittimità dei miei ricordi.

L’orientamento dei vetri, ad esempio,
fu calcolato per dare alla casa
il massimo di luce ad ogni ora,
in maniera da offrire un cono d’ombra
a tutto ciò che si trovava dentro.

*

La comparsa della frana
scopre nomi non previsti
dentro cavità di marna.

Al di sopra l’edificio rischia il cedimento
minato alla radice
da generazioni di memorie
illuminate a giorno.

L’allineamento con il nostro tempo
sciolto da ogni esperimento di corporeità
è comunque destinato a non durare
e la schiera di entità immaginate
si ritira dove poco altro arriva
ma rimane.

*

Per il finale ho pensato di bruciare
tutte le persone che siamo stati:
il fuoco ha residui leggeri
che tendono a salire rimanendo
nelle vicinanze.

Non è difficile trovarne traccia
negli interni, dove dal soffitto
ogni tanto cadono sulla tavola
ombre minuscole di cui cibarsi
nei casi di necessità.

*

Poi tutto era fermo
come quando ti rappresentano
immagini senza persone
e ti accontenti del tono della luce sulle ringhiere
o di una veduta che include gli alberi.

Osservando meglio sei così in fondo
che quasi non ti si vede
e vorresti stabilire che tieni in poco conto
la tua presenza,
il nome con cui ti chiami in segreto,
il calore che le tue mani lasciano sul ferro
nell’istante di immobilità
prima di ricominciare a scorrere.

*

L’ultimo nostro coincidere
riposa fuori dalle traiettorie,
tra i nomi rimasti a sbiancare
sul cemento infiltrato dalle acque.

La rovina sul ciglio del burrone
è il primo muro di un’idea mai nata:
accoglie i segni di cosmologie accennate,
coperti di fioriture semplici
e piccolissime esistenze.

Da qui si può osservare
il fondo della valle
ed essere osservati da lontano
come puntini neri in controluce
mentre in basso scorrono i convogli
insieme a tutto il resto.

*

La parte principale del ferro
resta sulla terra in preda all’atmosfera
e il lavoro di approssimazione
finisce con la resa.

Noi ci trasformeremo
secondo percorsi analoghi
lasciando tracce sempre più deboli
dentro stagioni semplificate
dove il bisogno di nominare qualcosa
che ci assomigli alla fine cadrà
e con gli spazi rimasti
non avremo più nulla a che fare.

© Davide Valecchi

*

Per leggere i testi inediti di Davide Valecchi, proposti oggi qui, si può osare coraggiosamente citando, all’inizio di questo breve commento, il nome di un gruppo industrial e noise molto famoso: gli Einstürzende Neubauten. Perché farlo? Non esiste un equivalente italiano in due termini per definire “nuovi edifici che crollano”, dove la parola “edificio” − che nei versi pure compare − è anche iperonimo che accompagna la lettura e la comprensibilità degli stessi. Proviamo a isolare il significato di quel nome proprio e ad applicarlo a questi testi, legati fra loro sin dall’inizio: essi ci portano all’interno di un percorso in cui incontrare “casa”, “spazio”, “soffitto” ma anche “cemento”, “ferro”, “fuoco”, elementi industriali contemporanei e atavici insieme; pare − anzi − che ciascun sostantivo in grado di rimandare a ‘una presenza’ visiva, spaziale e ‘di masse’ (possono essere anche gli stessi corpi dei soggetti che vedono, vivono e guardano) si presenti nei versi per marcare (forse dimostrare) una ‘mancanza-pregnanza’, che trova nel verbo “crollare” un senso. Se la “casa” è già − ad esempio − al centro della poesia di Simone Di Biasio e lo “spazio” in quello di un’altra voce, quella di Carmen Gallo, è forse il “crollo” il fulcro di queste poesie di Valecchi o, per meglio dire, sono i crolli, mutuando il titolo da un saggio di Marco Belpoliti del 2005 edito da Einaudi. Belpoliti conosce approfonditamente i termini entro cui muoversi analogicamente, con la «brevità e la necessaria icasticità di un punto di vista che muta, di giorno in giorno, per adattarsi alla lettura e all’interpretazione del mondo contemporaneo.» Belpoliti sceglie di non attraversare, di non affrontare, tuttavia, la poesia. C’è un po’ del suo saggio nei versi che proponiamo oggi; c’è quella direzione e quello sguardo, così come ci sono sia il limite del “muro” (di Berlino, storicamente, nel saggio einaudiano e simbolico qui di un confine più quotidiano, che rivela un portato più ampio), sia il confine della “banalità” della nostra epoca, cui questi testi resistono grazie alla parola, “anima” della poesia.

© Alessandra Trevisan

¹ Il verso è di Remo Pagnanelli (in Poesie, Il Lavoro Editoriale, Ancona, 2000, p. 28)

Questi testi inediti di © Davide Valecchi sono stati composti tra il 2011 e il 2016. Abbiamo già ospitato l’autore negli scorsi anni, qui e qui.

La foto originale è già apparsa qui.

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