recensioni

Enzo Campi, Uno sguardo su “Hypnerotomachia Ulixis” di Sonia Caporossi

Enzo Campi

La coscienza e il desiderio. Ulisse e l’idea del viaggio
Uno sguardo su Hypnerotomachia Ulixis di Sonia Caporossi (Prefazione di Anna Maria Curci, Carteggi Letterari, 2019)

Hypnerotomachia Ulixis è un testo che pretende, anche e soprattutto, una lettura ad alta voce. E non solo, non basta una semplice dizione, il testo pretende un diktat a scansione veloce, quasi ribattuto in crescendo ad ogni passaggio, come per sottolineare l’idea di un accumulo progressivo di elementi a partire dal quale l’autrice costruisce la struttura del viaggio. Perché qui stiamo parlando proprio di un viaggio che rinvia palesemente alla Hypnerotomachia Poliphili attribuita a Francesco Colonna,[1] ovvero a quel “combattimento amoroso in sogno” che fu dato alle stampe da Aldo Manuzio agli albori del cinquecento. Un viaggio onirico dove Polifilo si incontra e scontra con una miriade di personaggi allegorici.
Sulla scorta di Wilhelm von Humboldt sembra che la nostra autrice sia orientata a considerare la Bildung (nell’accezione di auto-educazione al sapere) come un processo dinamico in divenire che si dà attraverso il fissaggio archetipico di figure volte a sconfiggere la chiusura del testo, ad oltrepassare quelli che Kristeva definiva “gli stati limite del linguaggio e della letteratura”.[2] Tutto si basa sull’intertestualità (una certa predisposizione alla musicalità del dettato, i continui richiami e rinvii, le citazioni-emblema o medaglie verbali, l’innesto di figure mitiche nella quotidianità, le pressoché continue digressioni sono dispositivi ricorrenti nella letteratura caporossiana), ovvero su quel procedimento che, sempre secondo Kristeva, può aiutare “la teoria letteraria a fare uscire la comprensione di un testo dalla propria chiusura, per inserirla in un quadro più ampio, che includa al contempo la storia di altri testi e ottiche diverse”. Per far sì che accada una cosa di questo tipo, niente è più adatto del viaggio o, se preferite, dell’idea del viaggio, un’idea che Caporossi sviluppa estrapolando da testi pre-esistenti quei personaggi che – innestati in un contesto altro – possano estendere e amplificare la propria esistenza letteraria.
Ma in cosa consiste questo viaggio?
L’Ulisse caporossiano, sebbene si alimenti di altre, infinite opere, non è propriamente un’opera-mondo, casomai un Theatrum Mundi di stampo prettamente delminiano[3] ove compiere una sorta di percorso a ritroso. Se il theatro delminiano (il teatro più sovraccarico di simboli che la storia ricordi) si innalzava per sette gradi, ebbene la nostra autrice parte dal grado più alto per compiere la sua contorta discesa fino al grado più basso, ovvero si cimenta nel viaggio dalla fabbrica del celeste all’inferiore. Ed è proprio quello che accade nelle sette tappe hypnerotomatiche dove, per dirlo con le stesse parole dell’autrice, il centro è dappertutto e la circonferenza è in nessun luogo. Le sette tappe dell’Ulisse caporossiano sono quindi sette prove iniziatiche in cui viene evidenziato e, per così dire, cesellato un bestiario dove è abbastanza agevole riscontrare un’innata predisposizione a delineare archetipi e figure, animalìe e enigmi in un gioco al massacro tipico di chi aspira a costruire una personale enciclopedia ove legittimare il sapere attraverso una narrazione che, per dirlo con Lyotard, “ha per soggetto l’umanità rappresentata come eroe della libertà”[4], la libertà di sfiancarsi nell’esplorazione delle proprie possibilità evolutive e involutive.
Nel corso dell’ultima edizione del Festival “Bologna in Lettere” la sezione in cui è stata inscritta o,  se preferite, innestata Sonia Caporossi col suo ultimo parto letterario, con questo puzzle linguistico in prosa che viene definito romanzo ma che in realtà è qualcosa di più e qualcosa di laterale rispetto a ciò che viene comunemente inteso in tal senso, la sezione dicevo reca la medaglia verbale di “prosa aumentata” (che ricalca e, per così dire, santifica la definizione di neo-massimalismo più volte veicolata dall’autrice). Medaglia verbale, sia come frase-emblema che riconduce immediatamente a un concetto sia perché cade pesantemente sulla carta come se fosse un pezzo di metallo. E aumentata perché eccedente, fuori misura, fuori registro. Il titolo Hypnerotomachia Ulixis è già emblematico in quanto a sovradeterminazione onirica, straniante, dilaniante di un corpo-mente perennemente impegnato, per dirlo con Foucault, a “far nascere in sé la propria immagine in un gioco di specchi il quale, a sua volta, non ha limiti”.[5]
Ma, chi era già edotto sulle produzioni letterarie dell’autrice non poteva aspettarsi qualcosa di diverso. Gli echi manganelliani, gaddiani e morselliani rinvengono a piene mani,  non solo in quel fenomeno denominato “narrazione per la narrazione” (anche a costo di rischiare un certo auto-compiacimento, che va però considerato anche nell’accezione di auto-educazione [vedi la Bildung di cui prima]), ma anche per conferire alla finzione un plusvalore semantico che, per dirlo con Jankélévitch (con le dovute approssimazioni e attraverso un processo estensivo), potremmo sistematizzare tra la menzogna e il malinteso,[6] ovvero tra la coscienza e il desiderio, tra la consapevolezza di mentire e la voglia di creare un malinteso (si consideri il malinteso come un intendimento strutturato a più livelli, e quindi kristevianamente aperto) per meglio mentire. (altro…)

Marco Onofrio, Le catene del sole

Marco Onofrio, Le catene del sole. Prefazione di Vittorio Maria De Bonis, Fusibilia libri 2019

Nella sua “opera mondo” Ulisse, nel capitolo Le mandrie del sole, James Joyce racconta del difficile parto della signora Purefoy, ovviamente il 16 giugno a Dublino, in ospedale, nel reparto di ostetricia. Lo fa, di volta di volta, ricorrendo alle grandi voci della letteratura inglese (per citarne alcuni: Chaucer, Defoe, Dickens) e ripercorrendone i tratti stilistici in una perfetta e arguta imitazione.
Non nascondo di aver pensato spesso alle joyciane Mandrie del sole leggendo l’opera più recente di Marco Onofrio, Le catene del sole, volume di poesia che affonda le mani – e gli strumenti del dire – nel tesoro dei molteplici toni, registri, stili costituito dai ricchissimi ‘repertori’ dell’autore.
Sono mani che affondano e che tuttavia sanno bene che cosa far emergere di testo in testo, esattamente come avviene, nel capitolo menzionato, per la scrittura dell’autore irlandese che Italo Svevo conobbe come “mercante di gerundi”.
È così che in componimenti multiformi e non di rado perfino ‘sovrabbondanti con gusto’ per commistioni linguistiche e per creazioni lessicali, Marco Onofrio dispiega ritratti appassionati e ironici, commossi e ferocemente sarcastici.
Fa bene Vittorio Maria De Bonis nella prefazione a far tintinnare, pertanto, la moneta sonante dei riferimenti a grandi nomi della letteratura italiana – da Folengo a Buzzati, da Campana a Montale, soffermandosi in particolar modo su Gadda e Pasolini, soprattutto in virtù del loro plurilinguismo – e a sollecitare il palato del lettore esigente con il goloso accumulo “à la Rabelais”. Ma ancora altri ponti vanno gettati, altre allusioni vanno identificate e ripescate. L’arco teso verso le suggestioni provenienti da altri autori deve necessariamente spaziare in epoche e luoghi. Sì, perché anche qui, come già per Joyce, il bersaglio – i vizi capitali nelle loro innumerevoli manifestazioni – è mobile, ampio e astuto nel mimetizzarsi.
Gioco, pastiche, acrobazie dei suoni e dei lemmi sono amplificati, senza alcun timore dinanzi al trionfo dell’iperbole, e resi più incalzanti dallo slancio etico, dalla “civile indignazione” che, fin dal 2008, Marco Onofrio ci ha fatto conoscere con il suo Emporium.
Proprio di Emporium. Poemetto di civile indignazione, questa raccolta, Le catene del sole, contiene un significativo estratto, qui intitolato Perdone, my Tycoon nella traduzione in spagnolo di Bernando Santos e Soledad Soler.
Per questo motivo, vale a dire per la tensione etica fortissima,  la rigogliosa e ingegnosa comicità di Al privé (Roma anni ’80) che spalanca il sipario con lo «Strompegone bullo e barracano», l’irresistibile “contrasto”  in salsa erotica di Piccolo naufragio sentimentale – versione contemporanea dell’antico contrasto, con  l’amante pirotecnico a parole e la sua ‘compagna di convegno amoroso’ che si avvia a cocente delusione – sono intimamente uniti ai versi indimenticabili rivolti a lei, la grande esclusa, la Memoria, così come alla ballata dolente Disperatamente Italia, che si apre con la citazione dalla Canzone all’Italia di Petrarca e che chiude la raccolta. (altro…)

Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre (rec. di Roberto Marconi)

Donne che criticano gli uomini

(sul libro di poesia di Maria Lenti, Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago itaca, Osimo 2019)

si ripete che penelope fosse solo un sogno
di omero, che fosse solo sua sorella, ma la
realtà ci guarda bene, perché lei aveva da
tempo lasciato ulisse, farsi i proci comodi
suoi, s’era emancipata ma non vendicata
e poi aveva fondato una scuola di cucito
con allievi maschi; ora compone poesie
R. Marconi

1.

Molte sono le letture, come occorre, che si possono affrontare con un libro. Ad esempio nell’autrice in merito: riconoscere i legami tra le interpreti (protagoniste) e i loro compagni/antagonisti, oppure sfidare direttamente la sua scrittura (sovente essenza di parole significanti) o, andando in media res, far fronte a una importante questione femminile che perdura da una vita e che potrebbe risolvere tante vicissitudini.
Quest’ultima opera poetica di Maria Lenti (Elena, Ecuba e le altre, Prefazione di Alessandra Pigliaru, Arcipelago Itaca, Osimo 2019) è un libro di persone, personaggi, donne in evidenza, scritto spesso come se ogni composizione fosse quasi una sentenza che potrebbe esser fondativa di una resa al merito della convivenza civile, come fosse una specie di lezione sul rispetto dell’altra.
Nel viaggio tra le pagine c’è questo metter in discussione l’idea del Mito, che ci siamo fatti. Autrice che rivede Autori per eccellenza e da una conclusione diversa, femminile, alle leggendarie storie che ci hanno accompagnato negli anni di scuola o nei racconti degli sceneggiati per chi non leggeva o studiava, come a dare voce a chi altri hanno scelto per loro. Chi riscrive più che dare un’ultima parola (almeno stampata) preferisce portare un’altra versione (un’altra chance), quindi rifare, come qualcosa che non è andato a buon fine, una sorta di rivincita, senza fare giustizia, sul percorso storico della vita.
Le vendette sono terribili quanto le colpe (e chi ricoprendo un ruolo importante fomenta paure fa lo stesso gioco).
I versi di Maria sono centellinati (è spesso il timbro di tutta la sua poesia, di questa raccolta come delle precedenti), perentori, quasi aforistici. Qui vuole restituire il verso a tante figure mitologiche, rivedute oggi, dopo il ’68, dopo tanti diritti conquistati e non regalati. Un riscatto dall’essere viste soltanto come incubatrici, all’essere etichettate come scandalose.
Oggi qualcosa è cambiato ma non possiamo fermarci.
In conclusione del libro mi sembra di aver avuto sotto mano un ripasso, veloce, dell’Eneide, dell’Iliade, dell’Odissea, delle Tragedie di Euripide, di Ovidio. Storie scritte all’origine con la voce di questi autori, maschili, ora rivivono con la voce anche femminista di Maria Lenti. Nei termini che caratterizzano appunto la storia dei comportamenti umani. Ribadirlo non fa mai male.
Si taglia il filo per inaugurare questa raccolta con Arianna che s’innamorerà di Teseo, lo aiuterà a uscire dal labirinto e lui come ringraziamento la pianterà in Nasso. L’autrice però riscatta la figlia di Minosse perché, se Teseo se n’è andato, lei in fin dei conti è più “leggera e liberata”; così per la donna più bella, famosa e amata del mondo antico, Elena, che preferisce restare con la sua “ombra”, Paride, e non tornare a Sparta con Menelao.
Opera nella sostanza, questa raccolta, in cui le parole sono dosate proprio per non lasciare forse nessuna rivalsa.

 

2.

Una brevissima rassegna,
————————————————dal ragionar col membro

 

Erifile ad Anfiarao

Per una collana e lenzuola candide
ti avrei indotto a marcire contro Tebe.
Sei così sciocco da scambiare orgasmi
con l’esistenza intera?

———————————————–alla tenerezza dell’Amore

 

Bauci a Filemone

Una carezza il vento tra le fronde
antica fedeltà reciproca,
—————-Filemone,
ininterrotta.

———————————————-dal non annullarsi per un uomo

(altro…)

Maria Benedetta Cerro, La soglia e l’incontro

Maria Benedetta Cerro, La soglia e l’incontro. Poesie, Edizioni Eva 2018

Leggere la plaquette La soglia e l’incontro che Maria Benedetta Cerro ha pubblicato nell’aprile 2018 con i tipi delle Edizioni Eva ha significato per me imbarcarmi in un viaggio pieno di bellezza e di pensiero.
C’è la musica della vita e della parola che ha attraversato il fuoco come la salamandra e, insieme, la prova del ritmo, della misura esatta (che tale rimane anche quando, per accentuare l’animata dialettica di movimento e di pausa, novenari, decasillabi, endecasillabi vengono divisi con una cesura all’interno del verso), c’è il canto del dolore e dello stupore, ci sono ascesa e meditazione, ci sono, ancora, la traduzione e la riscrittura come esercizio spirituale quotidiano.
Movimenti in battere e in levare si alternano in una partitura dal respiro ampio: precipitare o calarsi nelle pieghe profonde del sé e sollevare l’occhio, per esempio, al profilo dei monti Lepini nel rosso sangue della sera.
E allora soglia e incontro sono essenziali al dire poetico, ché sulla soglia sta chi non può far altro che consacrarsi al poiein e fare da passatore – passeur – mediatore – costruttore di ponti e scrutatore di abissi e di orizzonti –, e l’incontro con l’altro da sé è molla di quello slancio oltre il narcisismo, il fecondo superamento dell’autoreferenzialità e, perfino, un arretrare dell’io fino alla sua ‘sparizione’, con una sfida che rasenta lo sberleffo e balza poi a divenire serissima riflessione sullo spazio di espressione dello «scrivente» e sull’atto di lettura come aggiunta e sottrazione: «Nella vacanza delle righe/ nel bianco/ è ciò che voglio dire./ In quello leggete». E se, nella poesia Andenken, Friedrich Hölderlin scriveva «Ma ciò che resta lo fondano i poeti», Maria Benedetta Cerro sembra replicare, rivolgendosi direttamente a chi legge: «Ciò che resta è il nulla/ che pensate di me./ Quel nulla sono/ uno scrivente nulla.»

© Anna Maria Curci

 

Dalla sezione Sette poesie manoscritte

Fu la mia morte a margine del sogno.
——Per amore
fui poeta senza corpo.
Fui lingua di seta
——-e una segreta lingua
——-forse non scrissi.
Fui sale nell’acqua
ortica e polvere di gesso.
Scrissi il futuro
come fosse adesso.

 

Tutte le mie labbra
——cantano sottovoce.
Dicono all’abisso:
colma le tue profondità
all’insonnia:
vigila finché il tempo ti è nemico
perché tutto questo finirà.
Allora andrò a prendere la parola
——– per mano la prenderò –
la chiamerò con i sinonimi
——dei miei tre nomi
con i miei occhi dispari
in ogni sillaba la troverò perfetta.
La canteranno in altezza
tutte le mie labbra

 

Ben disegnato
tagliato nel rosso
——-il profilo dei Lepini.
E un cristallo
una coppa svuotata
che quella perfezione sigilla.
——-È sera d’inventario
di parole inerpicate a qualche senso
——-un testo atmosferico
a completare un quadro di apparenze
un azzurro male interpretato
perché è quasi notte
——-anche nell’anima.

(altro…)

Leopoldo Attolico, Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016

Leopoldo Attolico, Si fa per dire. Tutte le poesie 1964-2016, Marco Saya Edizioni 2018

Addentrarsi nell’opera poetica di Leopoldo Attolico, raccolta nel volume Si fa per dire (Marco Saya Edizioni 2018) permette di comprendere come la sua scrittura sia piena di vita, di arguzia e del senso più pieno dell’ironia, che è quello di cercare sempre un’altra angolatura, altre prospettive, altri punti di vista rispetto a ciò che viene fatto passare per l’unico punto di partenza possibile, sia questo spacciato per spontaneo sgorgare, sia esso, invece, solennemente iscritto in un canone che non ammette dissonanze.
Ciò che qualche anno fa definii come «sorriso pungente dell’ironia» attraversa tutta  la poesia di Leopoldo Attolico, da Ancora bilanci apparsa in Piccolo spacciatore (pubblicato la prima volta nel 1987, il volume raccoglieva poesie scritte tra il 1964 e il 1967) a Storni su Piazza dei Cinquecento, che figura tra gli Inediti 1986-2016. Sì, perché l’ironia di Attolico, che dissente e capovolge i rapporti di forza e le gerarchie, si oppone anche a brame di dissolvimento e a furie distruttrici. La lieve e sorridente ironia dei testi qui raccolti si fa allora testimone di una formula, dalla misura precisa e sapientemente calibrata, per dire la complessità del vivere, il groviglio delle relazioni umane, gli splendori e le miserie delle esistenze.
Dire ironia non significa relegare nell’ambito del giocoso divertissement – anch’esso, comunque, di raffinata fattura, frutto di studio e labor limae – un’opera, non significa etichettare una forma di poesia per renderla, di fatto, innocua. La vera ironia conosce e rivela il dolore, non lo liquida con scariche di lamenti. La vera ironia pratica i sentieri della compassione, come dimostrano, per tornare a menzionare fasi cronologicamente lontane della produzione poetica di Leopoldo Attolico, Ritorno ad una casa da Piccolo spacciatore a Travet  di Intermezzo (sezione di Piccola preistoria) a Io e loro, in Inediti 1986-2016.
Poi c’è l’arte al quadrato, anch’essa manifestazione di vera ironia, della poesia sulla poesia, nutrita dalla robusta e attenta lettura quotidiana, corroborata dalla riflessione su rime, ritmi e strumenti, messa alla prova ogni giorno nell’officina poetica. I duetti a distanza con Ungaretti, Montale, Penna, Caproni, Lunetta, Riviello e Zanzotto, le dediche a Maria Luisa Spaziani e ad Achille Serrao ne sono un vivido esempio, che diventa a sua volta fonte di riflessione e di confronto per chi questi ‘duetti’ e i loro copiosi rimandi legge, ascolta, percorre esplorando.

© Anna Maria Curci

 

da Piccolo spacciatore, 1964-1967

Ancora bilanci

Più si parla d’amore
e più si fa del male .
Ma il male è necessario…
Nel mio breviario
metterò dello zucchero
condito con il sale,
inciamperò felice
contento di cadere.
Ai potenti del mondo
manderò il conto.
Eviterò le scale?

 

Notte sul fiume
(a Sandro Penna)

Patimmo l’epigramma
come fatica elaborata e nutrita,
suo malgrado, per somma di gelide paure:
paura di non saperlo riconoscere,
paura di non amarlo abbastanza.
Poi Sandro Penna disfò il suo male
di giocattolo rotto a celebrare una morte
– ben vivo, sulla riva di un fiume:
quattro parole in fila
per un bengòdi di luce ad incendiare il buio.
La riva nera si rimangiava il suo colore.

 

Toccata e fuga

Nella pietra serena scaldata dal sole,
nel pianissimo andante del vento
a capofitto le mie parole.

Basta una fredda scintilla alla memoria,
che come ape infreddolita si posa per terra,
per riscaldarsi tutta.

Ma l’ape beve la sua pace e non si pente.
Le parole sono solo una folla curiosa e satolla,
toccata e fuga nell’oro del presente. (altro…)

Ri(e)mozioni novecentesche, Edoardo Sant’Elia

 

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Il libro di saggi di Edoardo Sant’Elia – saggista, poeta – Ri(e)mozioni novecentesche. Dieci saggi narrativi su dieci idee, edito da Studium edizioni (2019) – raccoglie, in una versione rivisitata dall’autore, dieci saggi apparsi negli anni Novanta su “Il rosso e il nero”, rivista fondata e diretta da Sant’Elia. Come fa intuire il sottotitolo, esso si presenta con una struttura architettonicamente concepita, i dieci saggi a loro volta sono raggruppati in cinque sezioni in cui i due saggi presenti sono collegati in un dialogo sotterraneo, per dar vita ulteriormente ad un unico filo, ad un possibile telos che raccoglie in una narrazione unitaria tutti i momenti del libro. Le dieci idee intorno a cui ruotano i saggi sono: il tempo, il sacro, la menzogna, l’idiozia, il viaggio, la paura, l’ombra, lo sguardo, il sogno, la città. Si può dire che alla base della struttura del libro vi sia quasi un’ossessione di ordine matematico di ascendenza pitagorica, ma anche la volontà di dare un ordine alla magmaticità imprevedibile con cui si presenta la realtà. Uno sguardo, al tempo stesso, sereno, ironico e distaccato, che dalla giusta distanza, una distanza d’impronta apollinea, riesce a mettere a fuoco alcune questioni che hanno attraversato il secolo scorso e che ancora ci interpellano. Potremmo dire che la cifra che caratterizza l’intero libro è l’ironia, nel senso etimologico di dissimulazione finalizzata ad una precisa strategia comunicativa, lo sguardo di Sant’Elia sui temi, sulle idee oggetto della sua riflessione è uno sguardo netto ma laterale, eccentrico; coglie il centro della questione da un punto di vista, apparentemente, marginale, facendo interagire tra loro, quasi come se fossero elementi di una reazione chimica, idee, autori, narrazioni, forme espressive, per dar vita a un composto del tutto nuovo e inaspettato. È proprio l’esplorazione delle varie forme espressive che hanno caratterizzato il Novecento – poesia, teatro, cinema, fotografia, pittura, fumetto, letteratura per ragazzi , letteratura di genere – senza alcuna distinzione valoriale tra cultura alta e bassa, l’elemento di profonda originalità del libro, non tanto nell’analisi delle singole forme, ma nel farle interagire tra loro o, meglio, nel farle ruotare intorno al perno di un’idea che le illumina e che da esse a sua volta viene illuminata. Si veda, a tal proposito, il bellissimo saggio sulla paura, in cui sono accostati Lovecraft e Kubrick o il secondo saggio, sul Sacro, dove l’autore, con sagacia interpretativa e sapienza narrativa, mette a confronto le tele di Francis Bacon Studio per un papa – una rivisitazione multipla del ritratto ad Innocenzo X di Velasquez – e l’Aspettando Godot di Samuel Beckett e dalla loro interazione coglie un aspetto fondamentale e tragico della nostra epoca: il sottrarsi del sacro nell’esperienza dell’uomo contemporaneo. (altro…)

Helene Paraskeva, Storie sogni e segreti (lettura di Plinio Perilli)

STORIE, SOGNI E SEGRETI

i miti classici trasgrediti e rimodernati dalla poesia di Helene Paraskeva

Borges, sempre misterioso e alchemico, lucido ma visionario per partito preso, redenzione doverosa, forse, della Realtà nuda e cruda, ha giocato in lungo e in largo coi miti, astraendone o riscrivendoli, variandoli ad libitum, con una grazia visionaria ma ingegneristica, candida e famelica insieme… Apriamo a caso un suo Meridiano, ed ecco un’Altra versione di Pròteo; o il bizzarro sfogo ultra-classicista Parla un busto di Giano; ma soprattutto, la sua magica, eterna dichiarazione di poetica, che è obnubilata e futuribile all’unìsono: Nostalgia del presente
In quel preciso momento l’uomo si disse…
   Nella poesia moderna e gustosamente anti-classicista di Helene Paraskeva, la nostalgia appunto non è dell’antico, andato e consunto, ma semmai d’un presente anticato, sempiterno e casual, e cioè dei nostri cari ed evocanti miti, che andrebbero appunto utilizzati, scomodati, solo quali risorse ribaltate e catartiche del nostro esoso, estroso attimo fuggente… Un hic et nunc, diciamo, che non sta più solo “qui”, e non avviene solo “ora”, ma di certo è già accaduto, ogni volta uguale e diverso, metamorfico eppure fedele, radicato e variato, metà inconscio collettivo – direbbe Jung – metà archetipo perfettamente individuale, in un’altalena divertente e per paradosso drammatica (ma recitata, of course, scenica) di bel Teatro dell’Anima (od operetta di Psiche: prima ancora che “morale”)…
Così era stato coi più intriganti dei suoi libri precedenti: Meltèmi, Lucciole imperatrici, L’odor del gelsomino egeo… Ora con questa sua ultima, preziosa raccolta bilingue, Storie Sogni e Segreti, con l’adorabile testo a fronte in neogreco, Helene ci conduce in un antro platonico primigenio (o è uno studio televisivo – quello presso la via Tiburtina della Gold TV – One TV – da cui ogni settimana trasmettiamo una puntata conversevole di “Arte e Poesia”?), dove come in una riffa da Parnaso più scanzonato, Storie, sogni e segreti coincidono, e non perché i sogni restino segreti, o i segreti implodano sognati, o soprattutto le storie smettano di essere secretate, obliate, censurate (le storie del mondo tutto, dell’intero diorama dell’Immaginario), e tornino o restino patrimonio lirico, ridda ancestrale, gran rimescolìo d’un Inconscio che è – sulla pagina – perfettamente consapevole della maschera comica o tragica con cui a volte recitiamo, camminando alti sui coturni…
Dunque se torniamo a vivere, usciamo e scendiamo via dalla scena, è solo – squisito paradosso – per scappar via col deus (o la dea) ex machina, e avventurarci magari tra le pagine di carne d’un Sogno chiamato vita, sempre molto più lungo del solo, pur interminabile Giorno del famoso film di Coppola con Nastassja Kinski…
Intanto Helene Paraskeva dà il meglio di sé, parodiando il mito eppure adempiendo il realismo: “Afrodite sulla sabbia”; l’appello dei serpentelli che scappano dalla testa recisa di Medusa; il cranio di Yorick che forse esce ed entra da un videogioco: “Prima che l’identità di plastica / nella tomba ritrovi”. “Sublime Icaro”, poi, è addirittura strepitosa. Con questo eroe luminoso e balzano, monomaniaco come un attor giovane americano in un road movie (che decollando lui trasforma in un fervido, cinetico skyline): “Trasgredisci la Legge Naturale. / Non puoi giocare / su questo tavolo per sempre. / Ma neanche smettere. / Trasgredisci.” (altro…)

Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia

Doris Emilia Bragagnini, Claustrofonia. sfarfallii – armati – sottoluce. Prefazione di Plinio Perilli. Postfazione di Laura Caccia, Giuliano Ladolfi editore 2018

In Claustrofonia, la raccolta più recente di Doris Emilia Bragagnini, colpisce, fin dal primo percorso di lettura e di ascolto, il situarsi dei testi e, nei testi, dei singoli versi, sulla terra smossa di confini e avamposti, di stazioni e di sentieri al bivio.
È una terra smossa che accoglie e addensa, accostandole e facendone non di rado stridere i contrasti e brillare gli urti, percezioni provenienti da fonti e canali sensoriali diversi. Il componimento che dà il titolo alla raccolta e che la apre può essere considerato a tal proposito un prologo programmatico: «ogni tanto un urto di temperatura/ differente, a porte chiuse ] tolte le dita/ da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali […] la risalita dei ricordi sfida il cemento/ dell’anima in guardiola, divelta e sugosa/  chiaroscuro del Merisi».
In Settima pagina, che, come Claustrofonia, è un testo collocato nella prima sezione della raccolta, sfarfallii – armati – sottoluce, leggiamo: «Si procede con i sandali di gomma». Le suole aderiscono al terreno impervio, la tomaia ci lascia scoperti, la precarietà dell’appoggio fa esplodere l’insofferenza nei confronti di «metafore seriali», dinanzi a snocciolamenti di associazioni prese in prestito e mai realmente attraversate. Restano allora, quelle «– catenazioni –» (tale appellativo accompagna in Settima pagina le «metafore seriali») una tanto chiassosa quanto vana mercanzia, perché, avverte Bragagnini con un «ne ho abbastanza», si è voluta escludere la via dell’attraversamento, del dolore così come dello stupore, della rivelazione così come del  mistero inesausto, del pieno così come del vuoto: «il vuoto manca almeno quanto il pieno».
Aneliamo, scrive Doris Emilia Bragagnini (e riporta chi legge a Freies Geleit di Ingeborg Bachmann) a un lasciapassare, a un Salvacondotto – «come si ottiene una tregua un lasciapassare uno scatto al traguardo» –, ma già sappiamo, anche per ostinata fissazione su un solo punto di vista, quello suggerito dall’autocompiacimento («come si altera un presidio dell’io così non disposto a recedere/ ad ammettersi altro che non identico a sé»), di non avere scampo da tranelli e cadute o, semplicemente, da una agghiacciante stagnazione.
Che cosa resta, allora? Resta L’offerta – così il titolo di una poesia che conclude la penultima sezione, Ricreazione – di rimandi a «visioni di voce notturna/ sedata solo dal tempo distante». La sfida che viene lanciata con Claustrofonia è quella di una scrittura poetica che fa della divagazione un’arma del dissenso e che volge lo sguardo al tratto amatoriale, da alcuni negato, da altri rinfacciato, come si guarda al nutrimento che nasce dalla gratuità, in piena consapevolezza dei muri moltiplicati e degli usci chiusi.

© Anna Maria Curci

 

Claustrofonia

il muro tace, non risponde più
si lascia guardare angolandosi
in riproduzioni lessicali nei passi
o sfarfallii – armati – sottoluce

ogni tanto un urto di temperatura
differente, a porte chiuse ] tolte le dita
da maniglie ingoiate a sorsi uscite laterali
agglomerate al bolo circolante, contropelle

la risalita dei ricordi sfida il cemento
dell’anima in guardiola, divelta e sugosa
chiaroscuro del Merisi

stretto chicco d’uva fragola come fosse un uragano
moltiplicato a schizzi su pareti in guanti bianchi
divaricate  a terra  ora

“… tu aprimi al tuo fiato singultato, viola di Tchaikovsky

 

Settima pagina

si procede con i sandali di gomma
occhi alle chele del passato
passi indietro del continuo pungolare

ne ho abbastanza di metafore seriali
– catenazioni – degli oggetti presi in prestito
il vuoto manca almeno quanto il pieno
di contrappeso vedo le gambe /tagliate/ nella foto

[un quadrettino] unico tassello
di una vita respingente nei polpacci grossi
i figli come spere         smessi               ai lati

ma quella con la bocca chiusa già lo grida
di quante amputazioni parallele mantenga la soffitta
dei cipressi – fuori l’estate sigillava i contorni  (altro…)

A. (tre recensioni senza recensione)

da “Quel che resta del giorno”, Einaudi 1989, traduzione di Maria Antonietta Saracino

Un quarto d’ora dopo il suo arrivo nella cittadina di A., la cittadina di A. è finita.
Le è bastato il tragitto dalla stazione al bed&breakfast. La cittadina è di quelle che stanno alle loro piazzette principali come un acino d’uva sta ai suoi semi, e poco più. Cittadine così si possono distinguere dalle cartoline esposte nelle tabaccherie, che riguardano più che altro le bellezze dei dintorni, per l’impossibilità a riprendere più di due scorci della cittadina in questione.
Dunque, in un quarto d’ora A. è finita, ma è molto bella, e la proprietaria del b&b molto ospitale. Le ha chiesto se per caso gestisce un blog di turismo o ristorazione, e per un attimo lei si è spaventata, temendo che la sua risposta sarebbe stata il discrimine tra il bagno in camera e la pipì notturna in corridoio, ma non è così, anzi, la sua stanza prevede un disimpegno tra la camera e il bagno e una seconda cameretta con un lettino. Sua sorella, raggiunta poco più tardi al telefono, le consiglierà di puntare la sveglia di notte per provare pure quello.
«Ma il tempo non reggerà», prevede la signora ospitale cerchiandole con una penna i luoghi di interesse su una mappa, tutti a portata di una mano stesa.
«Per sicurezza, allora, mi indichi anche una libreria», risponde. Non si è portata dietro nulla perché aveva in mente di cambiare scenografia ai pensieri, non c’è storia che avrebbe voluto continuare né lasciare in sospeso in un’ambientazione diversa, ma alle brutte non avrà problemi a chiudersi in una stanza d’albergo con un libro per rifugiarsi dalla pioggia. (altro…)

Gianni Ruscio, Interioranna

 

Gianni Ruscio, Interioranna, prefazione di Gabriella Montanari, Algra Editore 2017

L’attesa di una vita che si va formando sembra rinvigorire ogni volta la promessa di “fare nuove tutte le cose”. In Interioranna di Gianni Ruscio questo “tempo propizio dell’attesa” diventa viaggio nel grembo di Anna, compagna musa e madre.
Il corpo si rivela come antenna, allora: «Orientiamo l’antenna./ Il nostro corpo, l’antenna». Come già anticipato dal titolo della prima delle cinque sezioni che compongono Interioranna, Verso noi come corpo, il viaggio all’interno di un corpo che accoglie, che trasforma e si trasforma (Viaggio al termine della donna,  lo definisce Gabriella Montanari nella prefazione), è occasione comune, multipla e moltiplicata, per “riscoprire radici”, ridefinire i confini, riaprire a nuove possibilità il canto dell’amore e dello stupore, il concerto di logos e physis.
L’esplorazione si unisce così all’estasi e da questa unione, che passa, come per la nascita, per contrazioni e travaglio – i titoli delle sezioni, Verso noi come corpo, Crisalide di un uomo, Prima del nulla, la musica, Si dia inizio alla dolcissima detonazione, Logos siamo a te,  anime nude, lo dimostrano – si sprigionano nuovi quesiti («Chissà/ se ci mostrerai l’alchimia»), nuovo slancio («per rinvigorire/ i naviganti»), nuovi vertiginosi e fecondi ossimori: «Profondità della luce/ incommensurabile buio totale». (Anna Maria Curci)

 

Se respirate, da questi
polmoni, uscirà
neve e sogno.
Rumore
miserabile e solenne, permea
e devasta, ricostruiscici sublimi.

 

 

Corpo s’è fatto coperta
tanto non cresciamo più.
Corpo s’è fatto
vestito
per il corpo
fragile dell’altro.
Siamo cresciuti
dentro lo spirito,
corpi insieme, corpi di fiaba.

 

 

Il nostro fiato in questo verbo?
Infiniti mondi,
insenature da scolpire.

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Marco Onofrio, Nuvole strane (lettura di Maria Serena Felici)

Un viaggio a bordo della letteratura. Nuvole strane di Marco Onofrio

Aforismi e pensieri sono letture straordinarie, che ci aiutano a dipanare matasse apparentemente inestricabili come le varie difficoltà che il quotidiano ci prospetta; quella aforistica è una letteratura tutta da riscoprire e di questo vorrei ringraziare di cuore Marco Onofrio, che ci dona un nuovo volume di grande valore, com’è ormai sua consuetudine: Nuvole strane. Pensieri e aforismi, edito da Ensemble (2018, pp. 104, Euro 12).
Quelli che viviamo sono i tempi delle frasi con sfondo colorato su Facebook, che non hanno altro effetto che quello di sdoganare le vere massime perché privi di elaborazione; sono i tempi di Wikiquote, a cui chi soffre di egocentrismo acuto può ricorrere quando viene a mancare qualche personaggio famoso per copiare e incollare sul proprio profilo social una frase attribuita al defunto per rendergli un omaggio (non richiesto); una frase, spesso, sradicata dal suo contesto e per questo interpretabile in mille modi diversi, spesso mancando di rispetto all’autore.
Sarebbe molto importante, quindi, che, fra le nostre letture, i volumi di pensieri e aforismi comparissero con molta frequenza, poiché il rischio, che io e molti come me e più quotati di me avvertono ai nostri giorni, è che si stia perdendo il valore delle parole. Non è il topico compianto della contemporaneità, di cui a volte si abusa; gli odierni mezzi di comunicazione hanno molti aspetti positivi, ma uno di quelli negativi, e grave, è che l’estemporaneità dell’espressione, la sintesi estrema che alcune piazze richiedono, il poco tempo che si dedica alla lettura, partoriscano un gusto per l’espressione di impatto, concisa e inevitabilmente superficiale.
E dire che l’aforisma vero, di cui Marco Onofrio ci presenta oggi dei magnifici esempi, è l’esatto opposto di tutto questo: è frutto di osservazione, riflessione, indagine, studio.
Come genere letterario, nasce alle origini dell’umanità e le sue espressioni più celebri sono quelle di Ippocrate (460-377 a. C.), che raccolse nei suoi Aforismi le più importanti scoperte in campo medico; l’imperatore Marco Aurelio (121-180) ci ha lasciato i suoi splendidi Colloqui con sé stesso (ca. 168-179 d. C.), ove possiamo trovare i dubbi, le debolezze, le angosce della vita interiore di un uomo dall’apparenza impassibile; non si può non ricordare Confucio (551-479 a. C.), citato anche da chi poco conosce della cultura cinese. Nell’epoca moderna, Nietzsche (1844-1900) si è servito del genere per elaborare un’intera dottrina filosofica, (“L’aforisma” scrisse ne Il crepuscolo degli idoli (1888) “la sentenza, […] sono le forme dell’“eternità”; la mia ambizione è dire in dieci frasi quello che chiunque altro dice in un libro, – quello che chiunque altro non dice in un libro…”).
Gli Aforismi di Zürau (scritti tra il 1917 e il 1918 e pubblicati postumi nel 1946) di Franz Kafka (1883-1924), Strada a senso unico (1926-1927) di Walter Benjamin (1892-1940), L’ombra e la grazia (scritto tra il 1940 e il 1942 e pubblicato postumo nel 1947) di Simone Weil, Minima moralia (1951) di Theodor Adorno (1903-1969), sono certamente letture che, chi apprezzerà il volume di Marco Onofrio, potrà certamente riservarsi per proseguire questa fortunata scelta letteraria.
Io, come lusitanista – studiosa di culture e letterature di lingua portoghese – non posso non fare riferimento a un grande libro di pensieri che trovano una certa eco in Nuvole strane: il Libro dell’Inquietudine di Fernando Pessoa.
Il Libro dell’Inquietudine, attribuito dal grande poeta portoghese al suo semieteronimo Bernardo Soares,[1] consiste in una successione priva di filo conduttore di pensieri e, per l’appunto, aforismi. Alcuni, per la verità, eccedono la lunghezza degli aforismi, ma mantengono la natura del pensiero fluttuante. Rispetto alla scelta di scrivere un volume di aforismi, c’è da dire che essa appartiene maggiormente alla volontà degli amici di Pessoa e, in particolare, ad Adolfo Casais Monteiro: gli appunti che compongono il Libro dell’Inquietudine sono stati trovati, come tutte le poesie eteronime, in un baule nella casa dello scrittore dopo la sua morte, non erano pubblicati ma neanche riuniti in vita; alcuni sono datati, altri no, ma si capisce che la loro composizione ricopre un lasso di tempo lunghissimo. Rispetto al libro di Marco Onofrio, bisogna dire anche che i pensieri di Pessoa-Soares hanno un tenore decisamente meno ottimistico; eppure, la continuità c’è e risiede, tra gli altri aspetti, in un elemento che Marco ha considerato così importante da farne il titolo della sua opera: sono nuvole.

Nuvole… Oggi sono consapevole del cielo, poiché ci sono giorni in cui non lo guardo ma solo lo sento […] Nuvole… Sono loro oggi la principale realtà e mi preoccupano come se il velarsi del cielo fosse uno dei grandi pericoli del mio destino. […] Nuvole… Esisto senza che io lo sappia e morirò senza che io lo voglia. Sono l’intervallo fra ciò che sono e ciò che non sono, fra quanto sogno di essere e quanto la vita mia ha fatto essere, la media astratta e carnale fra cose che non sono niente più il niente di me stesso. Nuvole… che inquietudine se sento, che disagio se penso, che inutilità se voglio! Nuvole… Continuano a passare, alcune così enormi (poiché le case non lasciano misurare la loro esatta dimensione) che paiono occupare il cielo intero; altre di incerte dimensioni, come se fossero due che si sono accoppiate o una sola che si sta rompendo in due, a casaccio, nell’aria alta contro il cielo stanco; altre ancora piccolissime, simili a giocattoli di forme poderose, palle irregolari di un gioco assurdo, separate dalle altre, in un grande isolamento, fredde.

Nuvole… mi interrogo e mi disconosco. […] Nuvole… Continuano a passare, continuano ancora a passare, passeranno sempre continuamente, in una sfilza discontinua di matasse opache, come il prolungamento diffuso di un falso cielo disfatto.[2]

Non sfuggiranno le attinenze con l’aforisma 44 di Marco Onofrio, che dice: “Il cuore non smette di battere, anche se gli ordino di farlo. Continua, va per conto suo. Ma quando sarà sua l’iniziativa, allo stesso modo, non potrò impedire che si fermi”.[3] Oltre, naturalmente, ai pensieri che aprono il libro, dove le nuvole passano nel cielo della mente. “Guardare le nuvole per ore” scrive Marco “spiarle, studiarle – non certo per capire che tempo farà. Lasciare invece che l’anima, allentate le catene della materia, si lasci cadere nell’abisso del cielo, immemore patria, e obbedisca tutta al suo richiamo, al naturale impulso dell’etereo informe mutamento. Fissare il cielo oltre lo sguardo, uscire senza tempo […]. Ecco le nuvole che inerti vagano, si fanno e si disfanno senza posa, ignare che quaggiù c’è chi le osserva. Gonfie, barocche, ricciute… cicciose, morbide, turrite… sfrangiate, splendide, fumanti… nel soffio dell’azzurro che le porta. E all’improvviso capisci che le nuvole cono i tuoi pensieri, e in quei bordi luminosi leggi tutta la storia della tua vita e la vita misteriosa dei giorni che devi ancora attraversare […]”.[4]
Il topos della nuvole percorre la letteratura mondiale attraverso i secoli e la sua simbologia è sempre legata al campo del pensiero, della filosofia, del tempo umano della riflessione. (altro…)

Angelo Pellegrino, Ritratto di Goliarda Sapienza

Angelo Pellegrino, Ritratto di Goliarda Sapienza, Milano, La Vita Felice, 2019, pp. 97,€ 12

Chi abbia amato o ami l’opera di Goliarda Sapienza non può rinunciare alla lettura del Ritratto che Angelo Pellegrino pubblica in questi mesi per La Vita Felice, casa editrice presso la quale sono già uscite le poesie, il teatro e alcuni altri testi che riguardano la scrittrice siciliana. La “soggettiva” in un «omaggio per quanto possibile obbiettivo», come lo descrive l’autore, è un segno del racconto a memoria e, insieme, degli anni trascorsi insieme, intersecati in una narrazione esplorativa che segue la cronologia della vita di Sapienza (1924-1996). Chi è studioso della sua opera, allora, non può che restare in silenzio ed ascoltare: apprendere dalla testimonianza, cioè, quello che nutre la letteratura ma – come indica anche Pellegrino – cercare tra le pieghe di entrambe quella ‘giusta distanza’ interpretativa che occorre a mettere l’una (la vita) e l’altra (l’opera) in relazione. Fare ciò non significa mediare ma tentare, di volta in volta, di comprendere la dimensione autoriale staccandosi dalla propria, di lettori-critici osservanti il mondo con parametri soggettivi. L’intenzione non è affatto facile ma è ciò che emerge dall’invito di Angelo Pellegrino di accogliere la parola restando in un territorio in cui si rovesci una certa ‘immagine ferma’ di Sapienza e si apra il dialogo ad altre verità.
Il pubblico appassionato, così come chi è andato più in profondità negli anni, potrà ricavarne una fotografia lineare, nitida, atta a rovesciare anche quelli che sono – per chi scrive – i ‘luoghi comuni d’autore’, ossia la ripetizione dei tratti che paiono più peculiari secondo la biografia di Giovanna Providenti La porta è aperta (Villaggio Maori 2010) e, in generale, le narrazioni standardizzate su Sapienza. Per quanto il sopraccitato possa essere considerato un libro prezioso per la scoperta dell’autrice, andrà completato in una visione d’insieme che, a distanza di quasi dieci anni, porti all’attenzione altri materiali e altri punti di vista, anche più interni-esterni. Una visione incoraggiata in numerose occasioni da chi scrive. Uno tra quei movimenti da affrontare è la sfida alla comprensione delle peculiarità di Goliarda Sapienza, molte volte tratteggiata soltanto attraverso le sue depressioni, gli elettroshock che subì negli anni sessanta, i momenti più difficili – anche quello del carcere.
Lo spaccato che emerge dal Ritratto è l’adesione a un (anti-)sistema di intendimento, che attraversa gli anni catanesi, dell’apprendistato letterario-politico familiare, e romani, della Resistenza e gli anni cinquanta e sessanta – quelli della recitazione e della distanza dal PCI – con acutezza. Lì c’è la memoria viva del racconto che Goliarda fece all’autore, retrospettivo dunque; è una doppia memoria che riporta alle parole di lei attraverso lui, in un corpo unico narrativo.
Il legame di vita tra i due è consolidato letterariamente dal comune lavoro sul manoscritto del romanzo oramai famoso in tutto il mondo, L’arte della gioia; ecco che tra 1976 (data in cui poteva considerarsi concluso) e 1978 (momento in cui la versione per gli editori era pronta) fu Pellegrino ad occuparsi da vicino del libro che gli fu «affidato» da Goliarda stessa, come già si conosce dalla Cronistoria di alcuni rifiuti editoriali dell’arte della gioia (Edizioni Croce 2016). (altro…)