recensioni

Stefano Bortolussi, Billy & Coyote (rec. di Carlo Tosetti)

“Mi sento solo”, dice Coyote.
Corvo lo guarda dal ramo di sequoia su cui si è rifugiato dopo aver deviato il corso di un torrente che quel mattino gli dava particolarmente fastidio.
“Sei fortunato”, replica, “ad avere quattro zampe.”
Coyote inclina la testa perplesso. “Che intendi dire?”, domanda.
“Con quattro zampe hai poco da sentirti solo”, risponde Corvo.
“Pensa a me, che ne ho solo due.”
Coyote socchiude gli occhi in preda al sospetto.
Con Corvo non si può mai sapere: spesso dice cose per il puro gusto di confondere.
“Cosa c’entrano le zampe con la solitudine?”, protesta.
“Non sono le zampe”, spiega Corvo. “È la loro quantità.
Quattro zampe devono fare una bella compagnia.”
Coyote resta zitto per qualche istante, poi: “Ma sono le mie zampe. Sono parte di me. Che compagnia vuoi che mi facciano?”
“Non saprei”, risponde Corvo, “ma non è questo il punto. Il punto è che tu ne hai quattro e io solo due. Sicché sei avvantaggiato, come sempre.”

(da Billy & Coyote, pag. 18)

 

Confido che gli amanti del cinema abbiano letto avidamente il libro di Tatti Sanguineti Il cervello di Alberto Sordi-Rodolfo Sonego e il suo cinema (Adelphi, 2015, 2° edizione).
Il libro, attraverso le parole di Rodolfo Sonego e il corposo lavoro di documentazione dell’autore, ripercorre un ampio periodo di storia del cinema italiano, includendo una lunga sezione che racconta la genesi dei film ai quali, a vario grado, ha partecipato la penna di Sonego.
Come da titolo, l’autore si sofferma sul sodalizio artistico fra Sonego e Sordi, sodalizio fruttificato in indimenticabili pellicole, ma, grazie all’avventurosa vita di Sonego (partigiano, diplomato in belle arti, scrittore, sceneggiatore) ed alla sua puntuta e tagliente ironia, raccoglie una infinità di aneddoti sul cinema, sui suoi personaggi (noti e meno noti) e sull’Italia in generale.
Orbene, credo che aprire la recensione di un libro incensandone un altro può apparire insolito, nonché controproducente, ma cito il libro di Sanguineti perché colloco l’ultima opera di Stefano Bortolussi (Billy & Coyote, Effigi Edizioni, 2017) nella medesima categoria, per via di certe affinità.
Il romanzo di Bortolussi, infatti, è una divertente galoppata nel cinema hollywoodiano di Billy Wilder (Viale del tramonto, Quando la moglie è in vacanza, A qualcuno piace caldo, per citare tre titoli eternati dal successo), dagli esordi e ancora prima, quando il regista (appena giunto in America), masticando poche parole inglesi, tentava il successo scrivendo ancora in tedesco.
La trama si svolge passando nei teatri di posa, sul set di alcuni film di Wilder e, con la sapiente farcitura di una bizzarra aneddotica (in parte creazione dell’autore, in parte riprendendo fatti realmente accaduti o presunti), con il compendio di note insaporite dalla giusta presa di irriverenza e ben integrate nel testo (non ne spezzano la tensione, arricchendo la lettura, sono collocate sia a piè di pagina che in un’appendice finale), si percorrono quaranta anni di cinema americano, parlando e sparlando di personaggi noti e meno noti.
Dal punto di vista cinematografico, Bortolussi ha le idee chiare e non si sottrae dall’esprimere anche opinioni tranchant, ma di questa inclinazione avverte il lettore, tanto che il sottotitolo del libro è Una storia (im)possibile, con tanto di fazioso commentario.
Ho usato l’aggettivo “divertente”, perché il romanzo di Bortolussi lo è.
L’America di Bortolussi, o meglio, la California di Bortolussi, è sempre scoppiettante, avvincente e strampalata, in cui tutto è miscelato con tutto: umanità antica e moderna, divinità, mito, da un certo punto vista i marchi di fabbrica dell’autore (il poema I Labili confini, Interno poesia, 2016, è forse la summa di questo mondo “magico”).
A dimostrazione di quanto sopra, incontriamo un Dio condannato alla noia eterna (il Coyote del titolo), orfano del popolo nativo, che s’immischia nelle faccende umane con una certa invadenza; è agli antipodi della “divina indifferenza” di montaliana memoria.
Il Coyote è un trickster, un imbroglione, una figura ricorrente nelle tradizioni religiose politeiste.
È eccessivo, immorale, vorace, furbo.
Non potendo svelare troppo del susseguirsi degli eventi, accontentatevi del fatto che il Coyote, in quanto Dio – onnisciente e onnipotente – incontra nientepopodimeno che il talentuoso Wilder e del resto, Mefistofele non tentò di far tralignare un mugnaio, ma scelse il medico-teologo Faust.
Da notare che in Goethe la noia attanaglia l’uomo di scienza, in Billy & Coyote è la divinità ad annaspare, ad avere estremo bisogno di una scossa.
Calatosi il dio-canide nella quotidianità di Los Angeles e dell’industria del cinema,  mostrerà la sua natura ferina; non smentirà quindi la fama della sua incarnazione bestiale.
Il Coyote puzza, sbava, le sue flatulenze sono mefitiche e potrebbero ristagnare persino in una decappottabile in corsa.
Per comprendere i contorni del suo fare irrispettoso, costui arriva al punto di tentare l’accoppiamento con la gamba della soave Audrey Hepburn, la quale, senza smarrire la sua fiabesca grazia, candidamente ne propone la castrazione.
Chi può vedere questo Dio invadente? A chi si manifesta? La sua incursione nella città degli Angeli (oltre ad alleggerirlo dal peso dell’uggia eterna) quali effetti produrrà?
Da questi interrogativi vi libererà solo la lettura, lettura che – a mio avviso – raggiunge l’obbiettivo prefissato: avvicinare al cinema di Billy Wilder e, in generale, al film di Hollywood di quell’epoca, l’epoca del bianco e nero, colori ai quali (mi pare evidente) Stefano Bortolussi è molto legato: non dimentichiamo che Viale del tramonto (Sunset Boulevard), film di Wilder, del 1950, è considerato fondativo del genere noir, genere per il quale Bortolussi non ci nasconde la grande passione.

© Carlo Tosetti

 

Stefano Bortolussi è traduttore, romanziere e poeta.
I suoi precedenti lavori: Head Above Water, traduzione di Anne Milano Appel, (City Lights, 2001, pubblicato prima negli Stati Uniti), Fuor d’acqua (peQuod, 2004), Fuoritempo (peQuod, 2007), Verso dove si va per questa strada (Fanucci, 2013).
Fra le sue raccolte di poesia: Ipotesi di caldo (Book Editore, 2001), Califia (Jaca Book, 2014) e I labili confini (Interno Poesia 2016). Ha tradotto e traduce importanti autori anglo-americani.
«L’autore a pezzi» (autoreapezzi.wordpress.com) è il suo blog.

Maria Borio, L’altro limite

Maria Borio, L’altro limite, Milano, Lietocolle, 2017, pp. 76, € 13,00

La poesia di Mario Borio, dell’ultima raccolta edita da Lietocolle di cui ci occupiamo oggi, è una poesia che resta dentro la dimensione della densità, ossia della pregnanza di significati, in grado anche di addensare o ‘rendere fitta’ la trama che lega tra loro gli stessi. Programmaticamente l’autrice stabilisce una struttura non flessibile, anzi: ne riconosciamo l’impalcatura e, in seguito, la forma finita mano a mano che leggiamo; tentiamo, da lettori, di entrare in questa casa-poesia, di osservarne le fondamenta, lo scheletro e solo infine vediamo la casa stessa. L’invito è della poeta (p. 18):

Osservate, chiedete non alla forma
ma fuori a tutto il resto cosa sia,
questa scrittura o le unghie esili,
le biografie anonime o le parole anonime.
Mi dicono che può essere forma questo libro a schermo
dove vedi vite in frammento o luce stupita.

La forma è lo schermo come una casa azzurra,
statistica e figure, un ritmo che lega gli uomini
nella mia mente. La forma è, non è ciò che volete
io dia. È, non è il divenire. È disfarsi, a volte.

L’addensamento procede proprio tra parola, corpo e luogo; e prosegue così:

L’altro limite, solo l’immagine, mi hai detto, ma lo cancello
e lo riscrivo: lettere, vi dico, pensatele, in ogni lettera
guardate una parola come un piede di bambino
appoggiato alla mano della madre, quella mano
alla pancia e la pancia a un pensiero.

A volte seguo questo percorso perché una scena accada
e non sia forma sola, ma pancia, mano, piede
che non vedete, anche nelle immagini
disordinate nell’etere sempre vi seguo,
un aereo silenzioso che rientra nell’hangar
o il cieco che arriva all’ultimo segno del braille.

Mi hanno detto di nuovo di fermarmi sulla forma,
la forma che se scrivi o vivi non è mai lo stesso.
Con i pensieri come unghie lego vite
disunite a schermo.

«L’altro limite» non è «solo l’immagine» suggerita dal tu ma sarebbe anche l’immagine dell’immagine dell’altro. La persuasione (del tu) di avere controllo sulle proiezioni che si hanno dell’altro; la necessità (dell’io) di un rovesciamento, di una cancellazione per ‘fare’ dello scrivere il nuovo centro focale da cui osservare la nascita della poesia. Questa nascita avviene, secondo la poeta, nel corpo; non nella forma-corpo ma nel corpo come (sempre) impalcatura da cui tutto nasce.
Diversa la sintassi, diverso è anche l’esito poetico per autori che utilizzano non la metafora della casa-spazio quanto lo spazio della casa come luogo poetico, con le appendici che diventano integralmente struttura; urbanesimo, paesaggio naturale e città, radunati insieme diventano testo. Questo è segno che alcune voci contemporanee si leggono e si influenzano a vicenda. Parlo, in relazione a Borio − come mi è già capitato di affermare per gli stessi che vado a citare − della poesia di Davide Valecchi, di Simone di Biasio e soprattutto di Carmen Gallo. In quest’ultima mi pare che il procedere (e la misura) siano diverse dalla forma del verso lunga che notiamo in Borio, ma che tematicamente vi siano forti affinità, a segnalare una congiunzione. (altro…)

Donatella Nardin, Terre d’acqua

Donatella Nardin
Terra d’acque
FaraEditore, 2017

 

Nessun senso di spaesamento assalirà mai chi si accingerà a leggere queste poesie di Donatella Nardin: le parole disegnano i contorni dei luoghi e del paesaggio che si apre innanzi a chiunque abbia, anche solo per pochi istanti nella propria vita, avuto il dono di osservare la laguna veneziana verso nord, ossia la parte dove più ampio è il dedalo di canali tra isole, isolotti, secche, barene e ghebi. Luoghi, colori e anche odori qui conducono alla calma, se solo ci si potesse ogni tanto lasciare alle spalle la frenesia di questi tempi, e ci si abbandonasse al ritmo delle maree, ritmo che tutto domina nella striscia di terra sorta dall’ac­que come un Venere melmosa dove vive la poeta.
Donatella Nardin non è nuova a chi frequenta la poesia: il suo nome si è affacciato più volte in varie edizioni del Segreto delle fragole di LietoColle, come in altre pubblicazioni collettive; si è vista assegnare negli anni un numero non indifferente di premi e attestati in vari concorsi, ma non si è mai fatta preda all’ur­genza di pubblicare raccolte dopo raccolte. Anzi, la prova del libro è arrivata non molti anni fa, nel 2014, con In attesa di cielo, seguita l’anno seguente da Le ragioni dell’oro, sillogi pubblicate coi tipi delle Edizioni Il Fiorino.
Ma è con questo nuovo libro, Terre d’acqua (FaraEditore, 2017), che si rafforza la vocazione elegiaca di Donatella Nardin. È un’unica elegia Terre d’acqua, malgrado siano quattro le sezioni chiamate a scandire il ritmo interno della raccolta; sezioni che seguono forse una sorta di stagionalità, o rincorrono gli elementi, o semplicemente assecondano il bisogno di ordinare una materia vasta che abbraccia la vita e il suo dive­nire (Radici, Cieli di voli e di assenze, Nutrimenti, Le parole per dirsi).
I colori e gli orizzonti che si aprono davanti al lettore di questi versi sono quelli a me familiari e cari: quelli di casa. Donatella come me vive nel piccolo comune di Cavallino-Treporti: una striscia di terra schiacciata tra l’Adriatico e la Laguna nord-veneziana. Un luogo tanto immerso nella silenziosa natura lagunare, quanto ricco di contraddizioni e para­dossi, non ultimo quello di passare da rifugio di poche migliaia di anime per buona parte dell’anno ad affollata meta estiva per centinaia di migliaia di turisti.
Una sorta di “specola” geograficamente privilegiata che permette al poeta l’auscultare la vita propria e quella altrui. E con la sua penna, la poeta attraversa fisicamente i simboli di questo territorio e li canta: canta i suoi due fari, le fortificazioni militari, la sua pineta, e così via. E attraversati questi si salpa per Venezia, si solcano i suoi canali, si calpestano le sue calli, si soffrono le sue violenze subite (il Mo.Se.), per ritornare, per via d’acqua, al territorio natio nel punto in cui più si immerge nella Laguna: quel piccolo borgo che tutti dovrebbero poter vedere un giorno, Lio Piccolo.
E in quest’immensa tela, in quest’unica elegia, ogni tanto a spezzare il ritmo, a ridare il fiato, entra un haiku, frutto esotico, a ricordarci come la poesia sia anche il luogo delle appropriazioni e delle contami­nazioni. Contaminazioni che toccano pure la sintassi lirica, che non è mai monocorde e che non fa segreto di un debito con l’alta tradizione novecentesca. Sono sicuramente riconducibili alla koiné novecentesca – per altro dichiarata in apertura dalla citazione montaliana – gli attacchi con il presente indicativo singolare, spesso di terza persona, al quale fa da variazione un imperativo vagamente parenetico che apostrofa forse il lettore o un destinatario delle liriche: «Considera di questo luogo isolato/ la macchia viva del cielo…»; «Fa l’anima il mare…»; «Guarda laggiù…»; «Acceca le rive una fascio giallo di luce…»; «Galleggia nella bellezza…»; e così a seguire, mantenendosi fedele a un tono confidenziale, che non rifiuta certo esiti alti, ma non tenta nemmeno funamboliche arrampicate che poco avrebbero da spartire con il paesaggio pressoché piano cantato da questi versi. Quando la lingua di Donatella Nardin si innalza è per cantare il cielo, ciò che sta oltre esso, e ciò che immensamente di bello risiede sotto.

© Fabio Michieli

Tutta luce

Considera di questo luogo isolato
la macchia viva del cielo:
un talento mite ma autorevole
inonda i campi e le case
di cose buone, lucenti.
Nel liquido riflesso raggiunge
il suo limite il fiore – si modella
la grazia sulle imperfezioni –.
Considera l’esemplarità della storia:
qui, vicino all’amore,
anche prima di essere pensato
è tutta luce il respiro desiderante
della mia terra
creatura.

 

E poi il mare

E poi il mare.
Così silenzioso, così contrito
nel calice muto del petto
come se al mondo più nulla
esistesse.
E poi l’onda notturna, così stretta,
vibrata, come un lampo
d’imbiancate memorie sul piazzale
assonnato.
Accoglie la notte e le sue moltitudini
grate lo smeraldo splendente,
indistinto qua e là fino a graffiare
la bocca, ogni volta di più
esposti noi nell’urgenza dell’essere
o nel mancarsi pacato
noi figli di un acquoreo disegno
all’infinito.

 

Il cielo sopra Venezia

Oh sì, ogni giorno di più c’invera
il cielo sopra Venezia e c’è sempre
una parte di noi che nell’ineluttabile
suo s’immerge per farsi vertigine
vasta e silente.
Come l’amore paziente, confidente
cerca per lui un fuoco di primavera
una qualsiasi forma, fosse pure
la ventosa malinconia di un dolce
tracollo nel diventare a sera
un tutt’uno con il mare, fosse pure
il desiderio profondo di stelle
o di noi la nostalgia che nell’universo
delle umane cose lo renda possibile
e ne alimenti l’impenetrabilità.

Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

fabbri_01Lirismo e realtà in Stato di Vigilanza di Gianfranco Fabbri

di Luca Cenacchi

 

In questo articolo mi propongo di analizzare Stato di Vigilanza (Manni, 2007) di Gianfranco Fabbri al fine di delineare un rapporto tra lirismo e rappresentazione della realtà che non ponga unicamente l’enfasi sulla modalità diaristica e autobiografica, sempre aperta ai pericoli della mitizzazione privata, ormai invalsa in molti autori del panorama contemporaneo.
In questo libro Fabbri riprende il lirismo proprio dei maestri (per lui Saba e Caproni sopra a tutti, ma anche Sereni), e pone l’accento sulla descrizione-rappresentazione che finisce per trasfondere l’esperienza personale nella realtà stessa. L’autobiografismo, se è lecito parlare in questi termini – in realtà pare di essere più davanti a un diario di un osservatore scrupoloso, dunque diario-mappa –, è utilizzato da Fabbri come strumento in grado di stabilire un rapporto di continuità con il reale e la propria intimità.

Prima di passare al cuore del libro, con la sezione gli oggetti i sogni e l’altra vita, la parte prima del radio­dramma merita una menzione non solo per competenza stilistica, ma anche perché è in questa sede che vi è la riappropriazione del femminile, che permette l’autocoscienza e dunque consente di mettere in moto la macchina della nominazione centrale nelle fasi successive del libro.
In questa sezione il femminile sembra sottrarsi continuamente. Sin dalla prima poesia Fabbri rimarca la distanza tra l’io e la figura femminile, ma nonostante il continuo sottrarsi questa si dimostra necessaria, come se desse la possibilità all’io lirico di riconoscersi: «come se la coscienza/ potesse no­minarsi senza di te». Anche quando si pensa di averla scovata essa si disfa palesando la propria sfuggenza: «assalti nel cono/ d’ombra ricoprono l’amore a fior di pelle». Per questo si può in fondo dire che il libro si apra con l’enunciazione di un’assenza. Dimensione idilliaca, che collima sempre con la sofferenza e l’infezione del giorno. È in questo frangente che Fabbri torna nel tessuto della tradizione e dimostra di saperla variare tra Saba e Palazzeschi: l’assenza diviene un fantasma fra gli echi di un rubinetto gocciante.

L’acqua si riaggiusta,
gocciando lenta dal rubinetto
come il tocco e il controcanto
di un coro a cappella.
.                   Sei tu che gemi
.                   Nelle ossa di una
.                   morte apparente?
Tu che ritorni
ad ogni vagito di luna
-ad ogni allarme
sull’alba, ancora lontana?-

Come si evince da questo testo la figura femminile è rappresentata come entità sfuggente; tuttavia si rivela centrale poiché, come espresso nella lirica ti so frangente, è solo attraverso il ricongiungimento con quest’ultima che l’io poetante potrà chiamare «le cose col nome delle cose». Fabbri, poi, procede a delineare con chiarezza i momenti fondamentali in cui il poeta opera. Il primo di questi è una dimensione di sospensione e potenza rituale: l’alba. Un secondo è la notte nella quale si dispiega l’intimità dell’io «un porta-gioie dove conservi l’oro di famiglia». In ultimo abbiamo il giorno leopardianamente inteso come infettato anzitutto «dell’abominevole colpa del vissuto». La tripartizione in questi tre periodi intende fungere da spazio in cui il poeta si muove e osserva la vita, le cui parti ed elementi potranno essere ‘detti’ attraverso una riduzione oggettuale. (altro…)

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare

Gianmaria Testa, Da questa parte del mare, Einaudi 2016; € 12,00, ebook € 6,99

 

Il motivo per cui ho molto amato Da questa parte del mare, libro postumo di Gianmaria Testa, curato dalla moglie Paola, innanzitutto sta nei suoi presunti “difetti”. È come se fosse sopraffatto dalla sincerità e dall’urgenza, ed è come se la sua intimità, la delicatezza, ci rendessero intrusi in un mondo nobile, ma nobile perché spurio e mescolato, semplice e umanissimo, che è il contrario della purezza sofisticata a cui vorrebbero anelare certe idee di libri e cose perfette.
Da questa parte del mare possiede una lingua altrettanto semplice e autentica. Testa mette gli occhi sulle ginocchia e guarda il mondo. Da lì vede lo spaesamento, lo smarrimento di un’epoca, percepisce la perdita dei nomi e dell’identità del prossimo, lo sradicamento di Babasunde per esempio, rassegnato a farsi chiamare in altro modo: un uomo che ha perso tutto, anche il nome.
Quello che mi sono chiesto, però, è la provenienza della pietas di Testa? È lui stesso a lasciarlo intendere in un racconto autobiografico del 1965 o ne La Nostra città, nei rimandi all’odore del ferro di Torino, alle strade di campagna senza nomi, oppure ne I seminatori di grano, per esempio. Sono brani che dicono molto delle origini della sensibilità dell’autore. Dicono come mai Gianmaria abbia una tale riconoscenza per le radici, da comprendere e voler testimoniare il dolore di chi le ha perdute.
La sua pietas viene da quel mondo contadino in grado di ridurre tutto all’Uno, in quella prossimità fatta di necessità che è la campagna, dove vi è la consapevolezza, a volte tragica, del destino comune. Provenire dal mondo degli ultimi, della semplicità rurale, aiuta a guardare i “nuovi ultimi moderni” con questa consapevolezza innata. Non c’è nulla da spiegare o giustificare oltre. Non servono tante parole, direbbe Testa, ma “porte aperte”.
Ecco, penso che Gianmaria venga da lì e sappia cosa vuol dire vedere le comunità, la lingua, i gesti svanire, e assistere alla perdita di senso e significato, dei valori, di una vita precedente. Per questo a lui basta posare lo sguardo su queste storie semplici e quotidiane di sradicati, perché sa decifrarne ogni gesto, ogni postura, ne intuisce naturalmente la portata e gli esiti.
Credo sia questo il mondo di Gianmaria, un luogo in cui naturalmente alberga un forte senso dell’amicizia. Ne danno prova i brani su Jean-Claude Izzo, Erri De Luca. Rital, spiega Testa, è il nomignolo dispregiativo per gli italiani in Francia: rital è il terrone o l’extracomunitario odierno. Izzo, come Testa, ma per altra via, perché figlio di Gennaro da Castel San Giorgio, lo sa bene cosa si prova a essere Rital, così come Testa conosce il disprezzo dei ragazzi di città per quelli di campagna, il senso di inferiorità che andando avanti diventa ricchezza.

Da questa parte del mare, grazie a Paola Farinetti e Giuseppe Cederna oggi è diventato uno spettacolo teatrale. Uno spettacolo che riporta sul palcoscenico le parole, lo sguardo e la musica di Gianmaria, le quali si fondono con la recitazione e la presenza scenica dell’attore romano. È solo un altro tassello, un’altra storia di amicizia, quella con Giuseppe Cederna, che si somma al resto e porta nuovo affetto, nuovi viaggi e altri racconti intorno a una persona di cui si sente la forte mancanza e di cui quest’epoca aveva ancora bisogno.

© Sandro Abruzzese

Ottavio Olita, L’oltraggio della sposa

Ottavio Olita, L’oltraggio della sposa, Città del Sole Edizioni 2016

Nel narrare con maestria e in maniera avvincente una vicenda realmente accaduta, un fatto di sangue e un processo che all’epoca fece tanto scalpore, da suscitare anche i versi di Giosuè Carducci (A proposito del processo Fadda, nel II Libro del volume Giambi ed epodi), Ottavio Olita tende sapientemente l’arco dei fatti, degli incontri, delle scoperte e delle percezioni attraverso i tempi e i luoghi e, allo stesso tempo, mostra fedeltà a una passione che nutre con la ricerca e lo studio dei documenti. Fedeltà e coerenza che possiamo seguire attraverso i suoi romanzi più recenti – Il faro degli inganni, Codice libellula e Anime rubate – e che in L’oltraggio della sposa si fa concreta dimostrazione della stoffa di narratore di colui che per molti anni ha esercitato con pazienza e rispetto per i fatti e le persone la professione di giornalista.
È possibile individuare tre sentieri seguiti con fedeltà e coerenza da Ottavio Olita nei suoi romanzi: la struttura a cornice, rappresentata spesso dalle indagini dei suoi ‘moschettieri’, qui il giornalista Nicola Auletta, alter ego dell’autore, e l’avvocato Giuliano Deffenu; la volontà di far luce, al di là di vulgate e di meri richiami scandalistici, su alcuni episodi che sono parte fondamentale della nostra storia, anche se proprio nei manuali di storia vengono raramente menzionati; una attenzione desta, che si esprime con sensibilità e profondità nel tocco narrativo, alla evoluzione psicologica – con tratti quasi da romanzo di formazione – di figure femminili.
In questo terzo sentiero sta un tratto peculiare del romanzo L’oltraggio della sposa. È infatti molto significativo il legame reale e quello spirituale tra le donne che appaiono ovvero che sono menzionate, tanto da indurre chi legge a pensare che ci sia una linea che leghi nei secoli Eleonora d’Arborea, Eleonora de Fonseca Pimentel, donna Maddalena Serra di Cassano (che nel romanzo è presentata come discendente di Gennaro dei duchi di Cassano, anch’egli, come Eleonora de Fonseca Pimentel, figura di primo piano  e ‘martire’ – entrambi salirono al patibolo il 20 agosto 1799 – della Repubblica Napoletana), Adele Mori (Raffaella Saraceni) e Simona Cerri, la ricercatrice. (altro…)

Chandra Livia Candiani, Fatti vivo (di Sara Vergari)

fatti_vivoIstruzioni per tornare vivi qualunque tempo faccia
Fatti vivo di Chandra Livia Candiani

 

Chandra Livia Candiani ha esordito nella prestigiosa collana Collezione di poesia Einaudi nel 2014 con La bambina pugile e oggi ritorna con un’altra raccolta di poesie intimamente connessa, Fatti vivo (2017). L’abbiamo conosciuta e riconosciuta per quella voce piccola piccola di bambina capace di stare lì «nel tuo pugno/ a prendere il sole/ pianissimo, per non svegliarti» e allo stesso tempo per la caparbie­tà di scolpire il mondo con parole «assenti dal vocabolario», ed è un miracolo, un balzo dei sensi e della ragione. Nella poesia di Candiani c’è sopra a tutto la richiesta forte e irremovibile, rivolta a un tu senza un unico invariabile destinatario, di imparare il mondo sbucciandosi, scucendosi dal tempo e disper­dendosi come le foglie. Difatti abbiamo lasciato la bambina pugile nello spazio dei suoi tanti io, «mesco­lati come farina e acqua/ nel gesto caldo/ che fa il pane:/ io è un abbraccio».
Con Fatti vivo Candiani non ha perso la sua voce e ci piace, a distanza di anni, ritrovare proprio lei, ancora bambina, ancora pugile, ancora mistica. La raccolta si segue nelle varie sezioni come un per­corso che muove dall’interno verso l’esterno, ossia quello di un’intimità che, raccolte tutte le fragilità e le paure, si affaccia all’infinito per lasciarsi andare. Sarebbe però sbagliato cercare di schematizzare la silloge, di cui bisogna rispettare la religiosa fluidità delle parole e delle tematiche.

La casa è il primo luogo più intimo all’esterno di noi dove, scrive Candiani, «quelli che entrano/ non usciranno uguali». Qui la voce bambina che si aggira di notte è un’«insonne sognatrice», un’«equilibrista sonnambula», ma non si tratta di una persona-corpo bensì di ciò che potremmo meglio definire come spirito, presenza viva e immateriale. Il suo io parla attraverso gli oggetti della casa, diffuso dentro sedia, libreria, armadio, tappeto, in un’apparente e armoniosa polifonia. La bambina inscindibile dalla sua infanzia vaga in uno stato di perenne insonnia, disturbata da assenze e paure da cui gli oggetti non sanno proteggerla ma solo accoglierla. La notte viene infatti definita come «viva comunità/di as­senti, indirizzi/ stracciati, angeli/ in fiamme che indicano/ il vento» e non c’è possibilità per il sonno, che «vuole cauti/ gesti di sottomissione/ che la bambina fiera/ gli rifiuta».

L’armadio

[…]
È questa insonne sognatrice
che mi è capitata in sorte
con la valigia vuota accanto al letto
e i pugni sugli occhi
contro la luce più forte della luce,
la nera battaglia
di infinitesime frecce,
che è la notte.
Questa equilibrista sonnambula
che non sa lanciare
nel sonno il corpo.
[…]

(altro…)

Su “Cosedicasa”

Iacopo Ninni, Cosedicasa, Dot.com press, 2017

 

Cosedicasa è un libro, una parola, un letto. Un’anta socchiusa, una finestra aperta, una scala che scende e che sale. Cosedicasa è un posto in un bosco ma sa di mare. È inevitabilmente un ritorno. Una tegola, un muro da tirare su, un ingranaggio da sistemare, un tavolo da apparecchiare, un altro per lavorare. Cosedicasa è una storia, è un giardino, è un architetto a cuore aperto. È la Toscana nascosta tra gli alberi, è Milano, è una fotografia, è qualcuno che ti dice di non andare via. Mi pare sia un incontro, un’altra fotografia. E poi è un’attesa, qualcuno che sa guardare, che sa attendere, perché poi  qualcuno arriva. Cosedicasa, vi dico, è una partenza, è un poeta che ci dice ciò che è stato, che ci mostra che sarà. La casa è una figlia, è una donna, la casa è un ciliegio, è un inferno ma solo per un momento. È davvero un focolare? Forse per Ninni è un focolaio, una fucina, un’idea che salta fuori in cucina; ecco, la casa è un disegno, è una poesia, è un impegno. È un amore da tenere in piedi senza ritegno, senza paura.

Cosedicasa è una pianura, è la maremma, è un cane che corre su un’altura, è un mandarino profumato, un amico ospitato. La casa è un racconto, un rimpianto e un collante che tiene insieme le mattonelle e il pianto. È un progetto, è una vita in costruzione, è una mostra con qualcosa da mostrare, è qualcosa che ha a che fare con lo spazio e di nuovo con l’architettura. Lo spazio è la cosa da considerare per un architetto, è faccenda da tenere in mente per un poeta. Quanto in là potrò guardare da questa finestra? Quanto spazio lascio tra il settimo e l’ottavo verso? Che rumore fa il vento che soffia sopra il tetto? Che suono fa la parola che chiude una poesia? Che rumore fanno i figli quando vanno via e quale suono fa un padre che rientra? Quante cose fa una casa, quante un libro riuscito, quante dentro Cosedicasa.

Balconate

Da qui invece
servono lenti diverse
per inquadrare le isometrie
del verde lungo il muro davanti
e concentrarsi sulla conferma
dei gesti per interrogare un orario,
una mancanza
o solo il nome della nuova amica
della vicina
Ci sono fiori qui, erbe aromatiche
e un merlo che reclama briciole,
quanto basterebbe per attirare
un’attenzione.
Di là, dove si appoggiano
soprattutto le attese
la focale si apre
su una visuale più ampia che
concilia la litania del viale
con la metrica dei davanzali
e le piante qui sono stranamente più verdi.

(altro…)

Lettera all’autore #1: Andrea Raos, Le avventure dell’allegro leprotto e altre storie inospitali.

Caro Andrea, 

mi sono preso un po’ di tempo per leggere il tuo libro e quindi per scriverti. È stata una lettura affascinante e impegnativa. Ti confesso che dopo le prime pagine mi sono chiesto cosa stessi leggendo, se un libro di prosa, un libro di traduzioni, un saggio, un libro di poesie, una favola, un racconto, un diario di viaggio, un manga. Poi, quando ho compreso che il tuo libro è tutte queste cose insieme, mi sono rilassato e mi sono goduto la lettura fino in fondo. L’Allegro leprotto mi è  sembrato un esperimento riuscito, perché riesce a sintetizzare tutti i generi attraverso un’unità superiore. È come se nel percorso labirintico del testo vi fossero dei fili che si dipanano lungo i vari capitoli che non fanno smarrire mai del tutto il lettore nella vertigine della lettura, insomma mi sembra che dietro l’apparente prevalere di forze centrifughe ve ne siano altre altrettanto forti che hanno un ruolo centripeto, in particolare dei temi che sono presenti come delle ossessioni che circolano in tutti i capitoli: la rievocazione di un passato che assume i tratti di una vera e propria anamnesi personale, dissimulata e moltiplicata nei tanti mascheramenti che la voce narrante e poetante assume; l’uso di parole che assumono un valore simbolico e allusivo, sia in tono ironico, prevalente, sia in tono rivelativo; la forza sperimentale del testo; il rapporto polemico con le forme della tradizione poetica, vedi le sestine implose o le ottave di L’anno scorso pervinca; il confronto con la cultura e con la lingua giapponese; gli animali fantastici che circolano e imperversano tra le pagine, buoni compagni de Le api;  un sottofondo, una nota cupa e costante che si presenta come sottotesto di ogni pagina e che è, a ben vedere, segnalato e suggerito dall’aggettivo del sottotitolo – ‘inospitali’ -, un confrontarsi con l’enigma dell’esistenza, con l’orrore di fondo del mondo, senza neanche bisogno di esplicitarlo. In ultimo mi sembra che rispetto ai tuoi lavori precedenti, forse con la sola eccezione di le Lettere nere che mi paiono riecheggiare in alcuni passaggi, vi sia un coinvolgimento più sofferto dell’io lirico che emerge tra le varie immagini del testo, un’urgenza di raccontarsi, sempre nelle forme che ti sono proprie, che rende la lettura in molti tratti commovente. A queste che ti ho appena elencante, aggiungo altre considerazioni sparse, così come mi vengono in mente; l’aggettivo ‘allegro’ mi sembra che si debba riferire prevalentemente al lessico musicale, alla velocità di esecuzione, a un tempo veloce (come il leprotto mi verrebbe da dire), all’incalzare della scrittura e dell’atto della scrittura, che muove sia tu che scrivi sia noi che leggiamo e credo di poter aggiungere che il tuo stile in questo libro è quello non solo di un allegro, ma di uno scherzo che diventa, in alcuni passaggi, un vero e proprio allegro feroce. Altro punto centrale è l’uso radicale dell’ironia, la volontà riuscita di una totale dissimulazione e spiazzamento del testo stesso, oltre che del lettore, l’utilizzo ironico della favola, che già ti caratterizzava, qui addirittura diventa ancora più sofisticato, trasformandosi in una cornice in cui si inseriscono altre tipologie di testi; un’altra cosa che mi ha profondamente colpito è la struttura stereoscopica del libro, a cui accenni anche tu quando parli di libro pop-up, preciso meglio questa mia sensazione, è come se nella tua scrittura si passasse dalla similitudine alla metafora, e qui niente di nuovo mi dirai, ma la metafora si stacca completamente da ciò a cui si riferisce per diventare altro, per assumere vita propria e a sua volta generare altre metafore che diventano altri personaggi e storie, il color pervinca che diventa protagonista incontrastato di un’intera sezione. E da questa forza metaforica e allegorica non sono escluse neanche le sezioni in cui, apparentemente, riferisci di episodi della tua vita o ricorri esplicitamente alla memoria. Il tuo libro è un libro tridimensionale, per tornare all’immagine stereoscopica, è un libro che nella suo polimorfismo assume una vita propria, inquietante e sempre nuova ogni volta che si rilegge.

Forse ti starai chiedendo perché ti scrivo una lettera anziché fare una recensione seria come Dio comanda? Un po’ per motivi miei, un po’ perché il tuo libro eccede qualsiasi forma chiusa, anche quella di una recensione che lo voglia contenere e definire e quindi dirti le mie impressioni provvisorie, e tali mi sembrano dover rimanere, mi è sembrato l’unico modo onesto per essere all’altezza del tuo testo e poi, lo confesso, ti ho usato come cavia, per vedere se la forma epistolare possa essere adatta a parlare in maniera, non dico esaustiva, ma almeno opportuna di un libro. In ultimo, a proposito di cavie, ecco cosa mi frullava in testa sin dall’inizio della lettura e anche dalla lettura de Le api e degli altri tuoi libri, che non riuscivo a mettere a fuoco, le vere cavie della tua scrittura sono i lettori, oserei dire che c’è quasi un elemento sadico nella tua scrittura, non sei tu che vai incontro al lettore, ma è il lettore che deve spasmodicamente seguirti, anzi inseguirti, braccarti nei tuoi continui depistaggi e, quando ha la sensazione di averti raggiunto, tu, come scrittore, sei già altrove, sei già in un altro luogo poetico ed è forse proprio in questo continuo spostamento, in questo essere sempre oltre che cogli la dimensione più propria della tua poesia e della poesia nella sua essenza. Ti saluto con profonda stima e con affetto e spero che prima o poi avremo l’occasione di incontrarci di persona. A presto, dunque.

Francesco Filia

Andrea Raos, Le avventure dell’Allegro Leprotto e altre storie inospitali, Arcipelago Itaca, pp. 156, Brossura, EAN: 9788899429225
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Un giorno l’Allegro Leprotto decise di andare a vedere com’è fatto il cielo e, raccontata una bugia ai genitori per potersi allontanare da casa, si mise in cammino.
—Camminò per quasi una settimana scalando, un saltello dopo l’altro, la montagna più alta che c’è. Poco a poco sparirono gli alberi e i fiori, gli animali e i prati, e si trovò a scorticarsi i polpastrelli contro gli stuoli di rocce taglienti e fredde verso la cima.
—Finalmente giunto sul cocuzzolo stette da lì proteso verso il cielo, ormai vicinissimo, per diversi giorni e notti finché, stiracchiandosi e allungandosi più che poteva, non riuscì ad afferrare con gli zampini il bordo della volta celeste. Per qualche istante riprese fiato con la testa mezza dentro, issato in un buio che non capiva, e il sedere mezzo fuori, nel mondo normale fatto di luce e muoni; poi, con un ultimo sforzo, si slanciò ancora un po’ più su e capitombolò dentro a dietro il cielo. Fu come trarre un sospiro, gettare uno sguardo in tralice, e alla fine un piccolo “clac”.
—Seduto sul didietro, ancora intontito dalla rotolata che aveva fatto cadendo, si guardò intorno. Vide che dietro al cielo tutto è buio. C’erano solo il freddo e il niente.
—L’Allegro Leprotto capì che i pianeti e le stelle che vedeva brillare dal basso, quando nelle sere d’estate andava a rincorrere le lucciole nei prati invasi dal profumo del fieno appena tagliato, sono pietre che sprizzano luce verso la terra rotolando e stridendo in assoluto silenzio, come calcoli neri e pulsanti di cui traspare il ghigno se premuti contro la membrana che li chiude.
—Io spero che ti scardini la vita.
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Penso il pensiero
altrui formarsi e farsi fiato e vedo
che le cose
accadono e non sono mai le stesse:
tutte cambiano,
le buone ingrigendo con il giorno, le cattive
fisse in uno sguardo pronto a spegnersi.
Così sono guardato
mai guarito dalle cose.

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta

Donatella Di Pietrantonio, L’arminuta, Einaudi 2017; € 17,50, ebook € 8,99

L’Arminuta è la storia di una ragazzina senza nome. Il giorno dell’abbandono si ritrova sull’asfalto, la sagoma riflessa sulla carrozzeria e una violenta portiera chiusa in faccia. Lunghe lacrime le accarezzano il viso, le sole rimaste a consolarla.
C’è qualcuno che la guarda dall’alto di una finestra, di una casa che non è la sua. Sale a fatica le scale con una valigia piena di cose confuse. Bussa alla porta e, dopo un’attesa, le apre una bambina trasandata poco più piccola di lei. È sua sorella Adriana, ha gli occhi grandi e pungenti, lo sguardo curioso privo di timore. Essa si presenta nel suo essere senza vergogna, Adriana è sicura delle sue origini.
In fondo un po’ si somigliano, nonostante siano state separate ancora prima della nascita di Adriana e siano cresciute in famiglie diverse. Vivono grazie allo stesso sangue ma, al contrario di sua sorella, l’Arminuta non sa chi sia sua madre, non ha un nome nemmeno lei. Sono tanti in questa famiglia, tanti fratelli e una sola sorella. Lei e Adriana dividono quasi tutto fin da subito, un piccolo letto maleodorante che le contiene appena. Uno tutto per lei non era previsto.

Per dormire almeno un po’, ricordavo il mare. Il mare a poche decine di metri dalla casa che avevo creduto mia e abitato da quando ero piccola a qualche giorno prima. Solo la strada separava il giardino dalla spiaggia, nei giorni di libeccio mia madre chiudeva le finestre e abbassava le tapparelle fino in fondo per impedire alla sabbia di entrare nelle stanze. Ma il fragore delle onde si sentiva, appena attutito, e di notte conciliava il sonno.

L’Arminuta osserva ogni cosa nuova che la circonda, ascolta il suono delle voci di quelli che sono i suoi veri genitori, respira piano in quella casa quasi per non far rumore, quasi per non esserci davvero. La donna che ora le cammina attorno non riesce a chiamarla mamma, invece, l’altra sua mamma un nome ce l’ha: Adalgisa. È una ragazzina che adora la danza, i vestiti puliti, ha la media dell’otto alla scuola nuova e un’amica del cuore di nome Patrizia.

Patrizia ha pensato a uno scherzo quando le ho detto che ero costretta ad andare via. All’inizio non comprendeva la storia di una famiglia vera che mi reclamava, e io nemmeno di lei, a risentirla dalla mia voce così come l’avevo appresa. Ho dovuto spiegarla daccapo e a Pat sono saliti di colpo certi singhiozzi che la scuotevano tutta. Allora mi sono spaventata davvero, ho capito dalla sua reazione che stava per accadermi qualcosa di grave, lei non piangeva mai.

Tutto ciò che di certo c’è nella vita dell’Arminuta ha un nome.

Non l’ho mai chiamata, per anni. Da quando le sono stata restituita, la parola mamma si è annidata nella mia gola come un rospo che non è più saltato fuori.

Essere madre, desiderarlo e pretendere di esserlo, sono tre vite diverse. Essere madre si può quasi considerare come un fatto puramente biologico, il corpo femminile è fatto anche per quello. Ciò non implica un’altrettanta biologica propensione alla cura e all’amore verso la creatura generata e che di fatto rende madre. Desiderare essere madre ha in sé un desiderio, appunto, di condivisione, di donare, di dare attenzione, di conferire calore, di dare senza avere, di esserci sempre, di dare rispetto e considerazione a quel figlio dato in dono al mondo. Pretendere di essere madre riguarda, forse, la maggior parte delle madri che popolano questa terra. Fare un figlio, crescendolo a propria immagine e somiglianza, programmandogli la vita, scegliendo per lui e, soprattutto, non considerandolo mai pronto a lasciare l’utero, ha alla base il germe dell’egoismo. Mamma non è colei che ti mette al mondo in mezzo alla miseria e mamma non è nemmeno colei che un giorno, dopo averti cresciuta, ti riconsegna come un pacco postale. L’Arminuta lo sa bene cosa non è una mamma, quello che non sa è cos’è una mamma desiderosa di esserlo.

Dall’angolo più nascosto del piazzale vedevo le finestre illuminarsi e, dietro, l’andirivieni delle sagome femminili affaccendate. Erano ai miei occhi le mamme normali, quelle che avevano partorito i figli e li avevano tenuti con sé. Alle cinque del pomeriggio erano già intente ai preparativi per la cena, cotture lunghe, elaborate, così richiedeva la stagione. Nel tempo ho perso anche quell’idea confusa di normalità e oggi davvero ignoro che luogo sia una madre. Ti manca come può mancare la salute, un riparo, una certezza. È un vuoto persistente, che conosco ma non supero. Gira la testa a guardarci dentro. Un paesaggio desolato che di notte toglie il sonno e fabbrica incubi nel poco che lascia. La sola madre che non ho mai perduto è quella delle mie paure.

Donatella Di Pietrantonio scrive una storia dolorosa ma allo stesso tempo di speranza. Rappresenta l’emotività dell’Arminuta con una scrittura essenziale e profonda. Un libro intenso e coinvolgente dove niente è come sembra.

© Irene Fontolan

 

La polvere è ovunque

Esce oggi per Exòrma editore, Neghentopia il nuovo libro di Matteo Meschiari,  scrittore e docente di antropologia e geografia che dopo Artico Nero  (Exòrma, 2016), continua il suo viaggio narrativo attraverso paesaggi prossimi e futuribili. Benvenuti quindi in questo mondo dove la Repubblica democratica del nord e la Federazione popolare del sud si fronteggiano in un conflitto indefinito attraverso un mondo devastato e depauperato e dove esseri vari vagano come in un deserto. Un’altra distopia, sì, ma ricreata quasi scientificamente e estremamente possibile, almeno nell’ottica di una crescita che si propone esclusivamente per sottrazione di risorse, di spazio, di relazioni e che non può che portare allo svuotamento e alla erosione: una definitiva “polverizzazione” della realtà e della sua narrazione che come la neve di Marcovaldo copre e modifica le forme del passato, la storia. Benvenuti quindi in questo deserto i cui contorni si adattano alle forme delle rovine di una “civiltà” che si decompone e agonizza sotto strati di polvere, come oggetti dimenticati. La memoria è l’unica certezza, e quindi di un paesaggio stravolto restano vivi i nomi, le sue caratterizzazioni geografiche che continuano a ergersi come sicurezze archetipiche, sopravvissute coordinate vitali: il Fosso, il Labirinto, la Fortezza. l’Atollo. luoghi collegati da un Decumano, storicizzazione quindi di un orientamento e antica definizione urbanistica del territorio. Ma ovunque regna l’oblio come in Lucius, il protagonista il cui vero dramma è il dimenticare ciò che ha fatto. Polvere quindi ovunque, come è polverosa la memoria ma anche il dialogo tra i protagonisti, particellare, ridotto a enunciati minimi. Il romanzo si presenta volutamente come la sceneggiatura di un film. Primi piani, dissolvenze, piani sequenza e soprattutto colonna sonora (da applicare rigorosamente durante la lettura del testo) sono tutti ben definiti, segnalati e come le immagini che accompagnano il testo e realizzate dell’illustratore Rocco Lombardi, vogliono costringere il lettore a una visione forzata e lontana da ogni possibile deviazione salvifica da un paesaggio distopico standard già ben consolidato nella mente (Blade runner, Mad Max, La strada…) e che tale deve rimanere per evitare ogni possibile assoluzione. Un discorso a parte andrebbe fatto sulla colonna sonora che sembra estraniante nel suo proporsi (Il libro andrebbe letto veramente ascoltando proprio la sequenza di brani proposti, da B. Bulat a E. Reijseger), ma è solo un lucido tranello che amplifica la percezione di una carenza di coordinate. I percorsi tracciati da Lucius e il suo passero possono essere fuga, ricerca, involuzione ma sono soprattutto la realizzazione di una necessità; l’orientamento, sia esso geografico, mnemonico, fisico, percettivo, emotivo. E così come una mappa è tracciabile sia con lo sguardo tridimensionale e panottico del volo, che col progressivo avanzare “misurante” del cammino, la geografia ci insegna che un modo completa e arricchisce l’altro e supera quelle carenze dovute a una “denominazione” oramai obsoleta e fuori sincrono. Così è il cammino di Lucius, accompagnato dal volo del passero, attraverso un paesaggio definito con estrema cura dalla penna di Meschiari, che volutamente si definisce tramite archetipi che mantengono una coerenza con la “storia”, che è poi quanto necessita a un uomo per poter continuare a camminare perché  «la gente ha bisogno di storie», anche se da cercare sepolte sotto la polvere.

 

Matteo Meschiari, Neghentopia, Exorma editore, 2017

© Iacopo Ninni

Simone Pieranni, Genova Macaia

Simone Pieranni, Genova Macaia, Laterza, 2017; € 14,00, ebook € 9,99

 

Genova per noi che (non) siamo nati a Genova. Genova per chi c’è vissuto, per chi no, per chi c’è stato di passaggio e per chi ne è scappato. Genova Macaia, come quello stato d’animo che prende le mosse dal vento di scirocco per diventare metafora di una condizione dell’essere e del sentire, melanconia, mancanza.

Il secondo libro di Simone Pieranni è un viaggio, anzi più viaggi tutti insieme anche se in direzioni e luoghi diversi, ma con un solo punto cardinale: Genova. Pagina dopo pagina si cerca inutilmente una risposta alla domanda se i luoghi formino le persone o se siano le persone con le loro storie a dar forma e sostanza a certi luoghi. Genova è così, almeno in queste pagine, un continuo riaffiorare di storie e ricordi, non tutti positivi: come il male alle ossa, un male simile alla storia, vicende terminate da secoli che continuano a fare capolino, sotto forma di dolore. Genova è così, ed assomiglia alla città che ognuno di noi si porta dentro, quella dove si è nati o dove si è vissuti, ognuno ha la sua Genova.

Il libro è l’occasione per ritornare sui passi di una famiglia, quella dell’autore, e delle persone che le sono ruotate attorno nel corso degli anni. È un racconto ibrido che mescola storia ufficiale a storie private, descrizioni ai ricordi, impressioni a eventi storici. Ogni riga è una pennellata alle mura ora del centro ora della periferia di Genova, un continuo girare per le strade e per i vicoli solo per poter ritornare in certe stanze e in certi vicoli del proprio vissuto, del proprio animo, della propria storia.

Lontano anni luce da Genova una volta chiesi ad un musicista siciliano, nato e cresciuto vicino al mare, perché avesse scritto un disco così triste venendo lui da un luogo così solare e ameno. Dalla sua risposta capii che proprio chi nasce vicino al mare è più esposto a quello stato d’animo che a Genova chiamano macaia. È stato un modo di capire questo libro prima ancora di leggerlo, perché anche per chi come me non è mai stato a Zena un libro del genere è importante, è come uno specchio. Non importa, credo, o almeno fondamentale conoscere Via Tolemaide o Piazza de Ferrari per immedesimarsi a pieno in queste pagine perché ognuno ha la sua sopraelevata o la sua Nervi.

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