recensioni

Filippo Tuena, Com’è trascorsa la notte

Filippo Tuena, Com’è trascorsa la notte, Il Saggiatore 2017, € 20,00, ebook € 8,99

*

Questo libro è una storia d’amore, e come tutte le storie d’amore viene raccontato attraverso la biografia, attraverso il sogno, attraverso quella sottile linea di confine che si muove tra sogno e realtà. Sempre di orizzonte si tratta, e lo si può raggiungere o lo si può guardare. Possiamo guardare, come abbiamo spesso fatto, il sole calare sul mare, possiamo aspettare che faccia notte e in quella notte riprendere a sognare. Tra sogno e finzione c’è differenza ma anche qui ci troviamo in presenza di un labile confine, di una posizione controversa da sostenere di fronte alla suggestione.

Ho sognato o ho visto qualcosa? La mia casa è un teatro e qualcuno è venuto a recitare per me? Ho soltanto sognato o qualcuno mi ha raccontato una storia d’amore? E i protagonisti del racconto chi sono? I personaggi, i folletti di Sogno di una notte di mezza estate oppure sono coloro ai quali la storia viene narrata?

Sono domande che forse si è posto Filippo Tuena quando ha deciso di scrivere Com’è trascorsa la notte, ma sono – senza dubbio – le domande che mi sono posto io dopo aver terminato la lettura del romanzo. Ogni volta che leggo un libro di Tuena entro in una sorta di sfasamento temporale, entro in quell’indeterminatezza di cui l’autore scrive nell’ultima parte del libro.

Perché c’è un’indeterminatezza in questa recita che fa sì che le identità si confondano, i ruoli si alternino.

L’indeterminatezza, il principio che la regola, è comune a tutte le storie che Tuena ha scritto, ed è ovviamente il punto focale di Sogno di una notte di mezza estate di Shakespeare.

La voce narrante convoca la donna amata, la convoca all’immaginazione e al sogno. La invita a immaginare dalla prima pagina, un palazzo, un giardino, un luogo altro; e la avverte che nella notte in arrivo, una notte di mezza estate, qualcuno arriverà a mettere in scena una rappresentazione privata della commedia di Shakespeare.

(altro…)

Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce. (altro…)

Recensioni ibride #1: #StelleOssee #OrazioLabbate

Recensione ibrida di Stelle ossee di Orazio Labbate (Edizioni LiberAria)

di Ilaria Grasso

Sarà forse la presenza dell’Etna (in siciliano ‘a Muntagna) ma trovo negli scrittori siciliani una follia, spesso incomprensibile al resto del mondo, che mi ha sempre incuriosito. Per questo motivo, e affascinata dal titolo, mi ritrovo in una libreria di Roma per la presentazione della raccolta di racconti dal titolo Stelle Ossee di Orazio Labbate. Arrivo tre quarti d’ora prima alla libreria Assaggi a causa di una inaspettata puntualità di un autobus. Roma talvolta ti fa dono di un po’ di tempo che questa volta decido di utilizzare acquistando il libro e iniziare a leggere. La copertina mi colpisce subito. Quel teschio disegnato da stelle sullo sfondo nero della copertina mi promette l’apocalisse e infatti il libro è composto da diciassette racconti apocalittici.

Aldilà delle tematiche e dello stile di scrittura l’inchiostro utilizzato dai siciliani si riversa sulla carta, irruento come lava che brucia, lasciando una cenere utile a rendere fertile il paesaggio archetipico e l’immaginario di chi legge. Anche con la lettura dei racconti Orazio Labbate non c’è stata smentita. L’esordio letterario di Labbate ha inizio con il romanzo Lo scuru (Tunuè) dove troviamo un vecchio siciliano alla fine dei suoi giorni in West Virginia che racconta la Sicilia da cui è partito molti anni prima. Il personaggio Razziddu Buscemi rievoca la sua infanzia utilizzando una memoria ricca di esorcismi subiti e di passi difficili da fare perché pieni di violenza e dolore ma anche utili e necessari all’evoluzione. Le visioni che appaiono, un mix potente di pensiero metafisico e immaginario gotico, sono espresse attraverso un linguaggio barocco poetico e misterioso. Labbate, durante la presentazione, attribuisce la paternità della sua scrittura a Bufalino, D’Arrigo, Faulkner e McCarthy individuando similitudini tra il paesaggio americano e quello siciliano. Porta ad esempio la città Galveston, in Texas, raccontando dell’enorme quantità di immigrati siciliani presenti lì. Scopro tra l’altro, indagando sull’autore che il suo blog personale si chiama Sicilia Texana.
Il fatto che ci sia un petrolchimico, sia a Gela che a Galveston, crea un altro forte punto in comune. Concordo appieno nella somiglianza di certe parti d’Italia all’America. Penso alle simili caratteristiche organolettiche del terreno che hanno consentito ad esempio al vitigno Syrah che è nato nel siracusano, di giungere in Puglia, mia terra d’origine arrivando fino alla California. Mi viene in mente questa qualità di vite come immagine perché è con essa che viene prodotto il Nero d’Avola. Nero come oscuro, nero come scuru. Inoltre durante la lettura della raccolta mi imbatto nell’espressione “grappoli di fumo” che mi rimanda immediata l’immagine di un vitigno (in Case incendiate). L’ho trovata così suggestiva, ispirata ed ispirante che ha dato vita ad una mia poesia “labbatiana”. (altro…)

Chris Bachelder, L’infortunio

Chris Bachelder, L’infortunio, traduzione di Damiano Abeni, Sur 2017; € 16,50, ebook € 9,99

*

I rituali, le abitudini, ripetere alcuni gesti all’infinito, sono modi per sopravvivere? È forse per questo che le tradizioni sono così dure a morire? E non è per questi motivi che le religioni sopravvivono più di ogni altra cosa? Il conforto che la gente trova nella preghiera, o nell’andare a una funzione religiosa, si compie già nella ripetizione. Non è il testo del rosario che salva ma il fatto di poter ripetere quei misteri tutte le sere di maggio alla stessa ora con persone che condividono la stessa fede. Non si spiega altrimenti perché ripeteremmo il Natale come se fosse una rappresentazione: stessi cibi, stessi invitati, stesso albero e, molto spesso, gli stessi regali. Potrei fare decine di esempi in cui la ripetizione di un’azione viene vista come l’unico rimedio al disagio o alla solitudine, allo sprofondare nei guai. Rifaccio questa cosa e per un’ora mi scordo del mio divorzio, dei problemi al lavoro, dei guai di mio figlio. Per molti di noi anche rimettere a posto una tazza sempre sullo stesso scaffale significa ripristinare un ordine e a quell’ordine aggrapparsi.

Erano testimonianze di desiderio. La gente tocca le finestre, pensò, in cerca di rassicurazione. A controbilanciare la narrativa dell’espansione c’era una altrettanto importante narrativa del contenimento.

Chris Bachelder ne L’infortunio (tradotto dal sempre ottimo Damiano Abeni) ci racconta una tradizione alla quale forse nessuno di noi avrebbe mai pensato: 22 uomini ogni anno si ritrovano in un Hotel a due stelle da qualche parte negli Stati Uniti per ripetere una partita di football americano, non una partita che hanno giocato da ragazzi ma una partita storica, che tutti conoscono o ricordano, quella in cui il fantastico quarterback dei Redkins subì un gravissimo infortunio che mise fine alla sua carriera. Per cui i 22 si ritrovano soprattutto per ripetere quell’azione specifica. Chi sono i 22?

Intanto non sembrano neppure così amici, o forse qualcuno tra di loro lo è stato; più che altro sono persone che si sono incontrate per via di una passione e per una serie di altri motivi ripetono – come su un palcoscenico – la stessa scena da parecchi anni.

(altro…)

Nel ‘miele’ bruciante di Sandro Campani. Di Paolo Steffan

Nel «miele» bruciante di Sandro Campani
di © Paolo Steffan

Mi trovo qui a scrivere di uno dei più bei romanzi contemporanei che mi sia capitato di leggere in questi anni: è Il giro del miele di Sandro Campani (emiliano, classe 1974), una lettura estremamente facile, se pure questo sia anche un romanzo difficile. Vi è infatti, nella scrittura di Campani una capacità comunicativa che sa trasmettere il piacere e la leggibilità, l’ascoltabilità di qualcosa di lieve, semplice come una chiacchierata in dialetto davanti al camino, di notte, con una bottiglia di grappa sul tavolo. La sua prosa è familiare, pulita, sonora e per questo ascoltabile: perché vi è una encomiabile attenzione all’oralità, ma nella scrittura. E questo è un fattore di stile alto, di cui il tecnico si accorge, mentre il lettore appassionato può godere con l’innocenza che il critico ha perduto. Come quando si legge la grande poesia, Il giro del miele consente in numerose sue pieghe di considerare diversi piani di lettura, senza che questa sia preclusa al semplice fruitore di narrativa. Non occorre cercare a fondo, per spiegare cosa sto cercando di dire basta prendere lo splendido incipit:

«Stavo sognando il fuoco. Davanti ai miei occhi chiusi le fiamme s’erano trasformate in costruzioni dalla sagoma incostante, capanne dalle cui pareti vive si staccavano ogni tanto croste nere, poi bocche d’animali luminosi che mangiavano e scappavano nell’ombra.»¹

A chi di noi non è mai capitato di sognare il fuoco? O perlomeno queste impressioni chiaroscurali, magari influenzate semplicemente dai fosfeni, i puntini luminosi che sotto le palpebre si creano quando la sera spegniamo la luce? Questo è l’effetto che fa, credo, un primo livello di lettura dell’incipit. Poi sottentra la magia, che mescola realtà e finzione quando il dormiveglia fa diventare la luce realistica del camino, presso cui sediamo assieme al narratore interno, immagini realistiche nel sogno. Eppure, questo attacco lascia aperti anche altri livelli di lettura e, senz’altro, la chiave stilistica aiuta: infatti quel settenario, laconico e indelebile, che sancisce «Stavo sognando il fuoco» può lavorare fino a penetrare la natura originaria del Verbo, coinvolgendo un portato mistico che è alla radice dell’umano. E allora sovviene un altro settenario (certo, tale in traduzione), da porre all’inizio di ogni testo, sia esso letteratura o vita: «In principio era il Verbo» (Giovanni 1, 1). Ci accorgiamo così che fuoco e verbo possono essere la stessa cosa, se li intendiamo come lógos, come ragione e principio primo di ogni cosa, e dunque della narrazione, come per l’incipit per un romanzo, punto di incommensurabile peso specifico, che su tutto fa luce, se pure in modo ancora ombroso: «bocche di animali luminosi» ma «nell’ombra», così come in Giovanni 1, 4-5: «Egli era vita e la vita era luce per gli uomini. Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta».

La lettura dell’incipit di Campani, la sua figurazione e interpretazione-base, come si diceva, sono facili, meglio ancora nel prosieguo del libro, quando la trama si chiarisce e quel fuoco si fa concreta azione cui il ricordo dei personaggi allude di continuo, fino al disvelamento. Ma un romanzo non può (sempre) essere solo trama; anzi, se la qualità dell’opera è consolidata, gli abissi possibili che si riparano sotto la pelle sottile del dire familiare stanno alla complessità di ciascun lettore, meglio se questi è un critico, ovvero colui che si pone in dialogo con un gruppo di lettori quale garante. (Proprio il critico, dunque, deve proporre motivati aspetti di precipuo valore, e lo deve fare con una scrittura che abbia a propria volta la bellezza di un’opera cui vale prestare attenzione: poiché, se manca il lavoro su una raffinata ‒ che non vuol assolutamente dire difficile ‒ prosa critica, allora è inutile riporre la propria fiducia in quel recensore.) Per tornare a noi, il testo di Campani è esemplare nel proporre una letteratura che, senza impoverirsi, si mostri elevata ma per sue doti intrinseche, senza pavoneggiamenti: collocata nella sincerità quotidiana del dire. È qualcosa che mi riavvicina ancora una volta alla poesia, in particolare a quella di Emilio Rentocchini, poeta di Sassuolo, località vicinissima all’Appennino del nostro narratore e citata come ambientazione, nei suoi dintorni più periferici, dentro Il giro del miele. Rentocchini ha scritto soprattutto in dialetto, in una di quelle infinite varietà locali che nella nostra penisola hanno rappresentato il dominio dell’oralità nei secoli. Eppure, nel dar forma scritta a questa oralità, egli si è dotato della misura dell’ottava, metro canonico, classicissimo e anche abusato della tradizione in lingua. Sicuramente l’ottava si presta alla cantabilità, alla trasmissione di storie, d’altronde è la misura eletta dell’epica nazionale. Ma forse anche per questo, si rischia di averne repulsione, di sentirla retorica, come lo sarebbe l’edificazione di un edificio in stile romanico-gotico negli anni Duemila: anche i massimi cultori di quelle forme ne capirebbero il cattivo gusto. La scelta del dialetto sposata all’ottava in Rentocchini ha invece qualcosa di cristallino e sublime: è l’incanto della scarpetta da principessa sul piede dell’umile sguattera Cenerentola! Qualcosa di affine succede alla prosa di Campani, quando davanti alla candida copertina einaudiana ci attendiamo un romanzo tutto tecnica, bello ma per palati fini, e invece troviamo la nostra giovinezza periferica, raccontata in una fredda notte appenninica, con coloriture regionali ‒ sempre lievi eppure così calde e onnipresenti, così cantabili ‒ in un intreccio di storie e di piani, complice l’astuto e difficilissimo (da rendere e mantenere, per lo scrittore) punto di vista, che non fa mancare la certezza di avere in mano la storia di un artista della narrazione. Dopotutto, in Europa, da quasi tremila anni, è sempre Odisseo che racconta ai Feaci le solite peripezie, con o senza l’ausilio della grappa, per cui la differenza la fa l’artista.

(altro…)

La vita (ora) sconosciuta di Dentello

dentello-la-vita-sconosciuta

La vita (ora) sconosciuta di Dentello (La Nave di Teseo)

di Daniele Campanari

Crocifisso Dentello rappresenta il presente letterario per almeno due motivi: il primo arriva da una specie di lamento sul web, lamento che è poi diventato “caso” con Finché dura la colpa (Gaffi) e in seguito “conferma” per La vita sconosciuta (La nave di Teseo). Il secondo è che Dentello ci ha lasciati. Una scelta probabilmente ponderata che fa dell’autore forse l’unico caso di “Suicidio mediale”, che in termini meno scabrosi traduciamo come “abbandono di Facebook”.
Ma come, Dentello volta le spalle agli internauti? Non proprio. Lo ha raccontato lui stesso con un post ricordando che non è un uomo con una parrucca in testa e il naso rosso, ma uno scrittore che ha bisogno del rumore della vita vera per produrre verità su carta. Ecco dunque che la sua esistenza diventa (ora) sconosciuta, così come sarebbe giusto che fosse la vita di ognuno prima di arrivare alla stretta di mano.

La vita sconosciuta è un romanzo che si colloca nell’immaginario mondo del “magicismo”: condizione di mezzo che compatta la magia col misticismo. Leggendolo sembra di sentire la voce di Crocifisso – il suo autore – la voce ponderata di un tuttologo (essere tuttologi non è un difetto, anzi, nel caso specifico si tratta di un invidioso pregio). Io che la voce di Dentello l’ho sentita riprodotta soltanto dalle casse del Pc non ho faticato ad accostare il linguaggio proprio de La vita sconosciuta al suo utilizzo pubblico, un linguaggio riconducibile esclusivamente a chi se l’è costruito; ed è questa la sua più grande forza.
La vita sconosciuta sta dalla parte di Ernesto: un tipo che prenderesti a sberle per il suo parevole vittimismo decretato dall’attaccamento verso Agata. Un attaccamento talvolta ridicolo. Secondo programma sintattico, l’uomo è il protagonista della storia. Ma per essere tale necessita di Agata, la donna – colonna portante della vita – vestita a festa affianco alla bara dove ha lasciato – senza saperlo – un grande segreto. È una presenza-assenza quella di Agata, vista la condizione da defunta che fa del suo abbraccio soltanto un ricordo. Un abbraccio che Ernesto non ha intenzione di dimenticare costringendosi al piacere sessuale. Si tratta di un piacere clandestino, il segreto che rende sconosciuta l’esistenza più evidente.

Senza pronunciare una sola parola – imparai presto che parlare significa ridare al corpo un’identità e dunque disinnescare la libido – mi inginocchia e succhiai con voracità a me sconosciuta. Sentivo le mandibole gemere, la lingua diventare ruvida. Il tunisino mi afferrò la testa per guidare il ritmo della mia fellatio. La pressione del suo palmo sui capelli fu al pari di una carezza, un tepore che mi scivolò come un balsamo su tutto il corpo.

Per descrivere le avventure nei parchi Dentello utilizza una parola colta che richiede una custodia importante. Questo utilizzo evidenzia capacità limpide dello scrittore già note ai più, ma si arrischia a diventare materiale di distanza per chi sperava di portare a termine la lettura entro ventiquattro ore. Non solo, quanto viene raccontato risulterebbe scandaloso per chi tende a mettere due mani davanti agli occhi della realtà, eludendo ciò che c’è di più vero nelle società dei secoli. Siamo ai limiti dello scandalo quando Ernesto si fa penetrare da un pene lubrificato dalle sue stesse lacrime, un pene appartenuto a uno straniero pagato con un pacchetto di sigarette; siamo ai limiti dello scandalo quando il solito Ernesto masturba l’amico al quale avrà tirato, in seguito, una trappola mortale. La trappola, appunto, che esiste nella storia laddove compaiono le lotte di classe, della politica, le battaglie guidate dal suono delle bombe artigianali, per un materiale a stretta portata mnemonica dell’autore. Comunque lo scandalo non si raggiunge mai. È una letteratura nel senso più accurato del termine, senza sbavature e senza segnali di noia, una letteratura che fa di Dentello un personaggio da tenere d’occhio all’interno del complesso e variegato sistema della narrativa italiana.
A questo punto azzardo un all-in letterario proponendo all’autore la riproduzione di Ernesto che non sia fatto della stessa sostanza dell’essere sfigato davanti al lavoro, ma un uomo nuovo capace di ristrutturare la parte fiabesca di un’Italia difficile. Sarebbe una storia a lieto fine come forse non se ne vedono più, certo, ma anche una sempre possibile riconversione della natura.

Anna Pavone, Vento traverso

Anna Pavone, Vento traverso, Le farfalle, 2017, €  12,00

*

Ci sono libri che vengono da posti diversi e che pare abbiano fatto un lungo viaggio prima di giungere a destinazione. Libri destinati a brillare come fanno le persone certe volte che dall’ordinario tirano fuori un minuto di luce, un momento rapido come un lampo, che però giustifica tutto il resto. Libri che giocano di sponda, che lasciano che le parole rimbalzino libere, che suonano se necessario. Libri che non hanno un ordine di parole stabilito ma che ne seguono se è il caso. Libri che nascono dall’ascolto, che le parole raccolgono, che le parole assecondano. Libri piccoli che contengono un grande segreto, mai del tutto rivelato ma condiviso; un segreto che il lettore raccoglie riconoscendosi. Libri che sono fatti di pronunciamenti, di vaga speranza, di pioggia e sole. Libri che parlano di matti, come Vento traverso di Anna Pavone.

Anna Pavone scrive, dunque, un libro sui pazzi; non sulla pazzia. Non su una situazione ma sulle persone. Costruisce un libro composto da piccole prose che funzionano in maniera polifonica più che corale. Ogni voce raccolta è unica, se vogliamo distorta, se crediamo leggera, se preferiamo confusa, o dura, o debole, o sussurrata, o gridata; ma tutte suonano nella forma in cui Pavone costruisce la storia che andrà a raccontare. Vento traverso è un lasciapassare, è un libero transito alla frontiera della normalità. Confine che di volta in volta si sposta, ricordiamolo, quello che oggi è normalità venti o trent’anni fa sarebbe stato definito follia. Quello che oggi è considerato disagio vent’anni fa sarebbe stato definito psicosi, e così via.

(altro…)

Sororità – Claudia Iandolo (Nota di Monia Gaita)

di che luce si veste il tuo respiro

mentre fluttua lo spazio di energia

mentre corri l’infanzia delle stelle

 

di che respiro è fatta la tua luce

ora che spenta è questa luce poca

in cui ci dibattiamo come pesci di tonnara

 

di che luce sei ora che l’occhio non ti coglie

se non al ciglio di un sogno appena fatto al mattino

mentre un mondo nasce ed uno muore

 

*

al check-in eri senza bagaglio

scanzonata e scalza per un altro viaggio

 

ora che sei onda e corpo

aspettaci agli arrivi

 

manda al solito indirizzo

tempo che non ci affanni

 

ora che ti affacci su scale sospese

mandaci lune come perle da infilare

e sogni che non franino al mattino

 

nunc et in hora che verrà comunque

aspettaci agli arrivi e alle partenze

tu in mulieribus splendida e lunare

 

*

eppure gli uomini ti guardarono

amazzone lunare

 

in questo settembre

in mancata epifania

 

levis sit tibi pulvis

 

levis

sul tuo seno feroce

sui tuoi fianchi

di vergine boschiva

su questa terra

 

di madri esitanti

e padri zoppi

di noi mentre aspettiamo

sciolte irrisolte

maschi

che ci lasciano al mattino

tra Venere e Sole in congiuntura estrema

 

ma gli uomini ti guardavano

Anadiomene

in passo guascone

viaggiatrice inattesa

d’aeroporti e stazioni

 

sorella d’altro amore

che è quest’amore

che ogni volta ferisce

che muore ogni volta

di parole uguali

 

 

Sororità edito da Lietocolle, 2014, è un libro di poesie che Claudia Iandolo ha scritto per l’amica morta, Lina. Il rischio, per ogni autore, nel trattare un evento così sofferto, consiste nell’imprimere ai versi un’enfasi scontata, un manierismo lezioso all’insegna del turgore commemorativo. Rischio, questo, del tutto scongiurato, dall’evidente disinteresse di Claudia Iandolo sia per la poesia facile e accessibile sia per il culto encomiastico-memoriale. Nessuna opaca diluizione dell’essenzialità lirica va ad offuscare il primato accordato allo scavo della parola, al respiro teso e nitido, all’irruzione della visione, resa con un linguaggio icastico e oracolare insieme. La poetessa non inaugura il regno della morte, ma il regno della luce, e fa di ogni verso un organismo biologico munito di vita propria. La morte non si annida negli affetti, non ne appassisce i fiori, non ne annichila i campi. La parola traduce questa legge interiore in legge naturale fornendole sacralità e arte, persegue un progetto di emancipazione dal dolore, investe nell’asse espressivo delle mete assolute. Lina sta su una duna oltre la gora. La gora è l’assenza che propaga il dolore senza farne, però, un precipizio. Per Claudia la morte ha passaggi nascosti: se ne rovisti gli spazi, una lanterna magica proietta la figura dell’amica restituendone il volto, la voce, o come scrive a pag.42 “i fianchi di vergine boschiva”. E’ una poesia camaleontica, debitrice di una quantità di influenze, provocatoria, antiromantica e classica, secondo la lezione del poeta e scrittore francese Jules Theophile Gautier. L’ottica metastorica supera la fruizione del tempo come moto continuo e rettilineo sublimando Lina a entità mitopoietica, a elemento panico e cosmico del reale, imperitura traccia che sbaraglia il buio. La morte non smarrisce la rotta alla speranza, non sfregia l’aria fresca, la voglia di dire, la rinascita. La nostra autrice sa restaurare la complicità e la grazia degli istanti vissuti con l’amica. Quando la nostalgia dei vivi è così intensa, si disvela in orme archetipiche e in cristalline epifanie, riporta a galla gli annegati, li risarcisce dell’oblio. E io dico semplicemente: non c’è secessione, non c’è morte che tenga. Lina vive, cammina nelle pagine con un carisma che la parola genera ed accresce.

© Monia Gaita

Il prato bianco, di Francesco Scarabicchi

Francesco Scarabicchi, Il prato bianco, Einaudi, € 12,00


La trasparenza dell’ombra

di Angelo Vannini

Si potrebbe pensare – per quanto io sia restio a un pensiero che voglia avanzare definizioni, e in ogni caso a puro titolo di ipotesi – si potrebbe pensare che il senso della vera poesia sia quello di metterci di fronte all’assoluta impossibilità di esperire il mondo attraverso la lingua, e di riuscire a farlo tuttavia – di riuscire cioè a far sì che le cose, che in vario modo sono, si aprano comunque a noi, malgrado tutto. La poesia – la vera poesia – sorgerebbe secondo questa ipotesi in una zona liminale, in quel territorio di confine tra la voce e il mondo, tra il tacere e il dire. Ci inviterebbe – permettendoci di essere con lei, come lei, ora di qua ora di là.
Oggi prendo in mano la penna per rispondere a un invito muto, da parte di un libro che mille volte mi ha parlato. Un libro con cui l’autore ha portato, venti anni fa, la lingua poetica italiana fino al suo limite interno, vale a dire alle soglie della dicibilità. L’occasione è quella, mai banale, di una ristampa: Einaudi ha deciso di offrire ai lettori della sua «Collezione di poesia» la possibilità di un nuovo incontro – o forse, dovrei dire, di un incontro nuovo. Il prato bianco di Francesco Scarabicchi è, in tutto e per tutto, un libro nuovo. Non nel senso che è stato rimaneggiato e aggiornato, perché l’autore non lo ha cambiato di una virgola. È nuovo perché non è stato ancora letto, perché ha ancora tutto da dire. E perché quello che ha da dire, oggi, nel 2017, è più necessario che mai.
Che cosa ha da dire, dunque, Il prato bianco? Non sarò certo io a dirlo, ma tu – tu che vorrai rispondere, e che ora insegui, passo a passo, il segreto. Solo un vuoto, segnali non ci sono, né suoni a definire una guida, a tracciare il passo. Mentre incedi verso ciò che non potrai mai accogliere, e che ti accoglie, ogni giorno cedi quel tanto che ti apparteneva, come se fosse altro. Il cammino indicato è semplice, così semplice da diventare straordinariamente difficile. Offre barlumi, e poi il buio. Non lasciandosi mai scalfire, non facendosi toccare, questa raccolta di poesie richiede una lunga, ostinata approssimazione, la delicatezza di un movimento amoroso. Esige solerzia dal lettore, domanda tempo. Quanto? Quando? E qual è il suo tempo?
È un libro che va letto la mattina presto. Personalmente partirei da una pagina qualunque, quando il sole non si è ancora levato. Nella penombra le parole guadagnano il loro spazio, l’una si slega dall’altra per finire, da sola, in un abisso, e quella frazione, il meno di un secondo che separa ogni parola dalla sua vicina, prende tempo, si dilata fino ad accogliere tutto, fino a portare il tutto a compimento, farlo andare per intero fino a dove più non è – una pausa, il silenzio che rimane, che regge tutto il libro come suo componimento. Oppure, si potrebbe anche fare un’ispezione singolare, partire dalla fine, vedere se a senso inverso tutto si dispiega e tiene, il tempo riguadagna il tempo che riviene – e se così facendo parla, anche, quello che non è stato detto, e se il detto misura nuovamente il perso.
Il detto e il perso. «Ogni volt / il silenzio/ attende i resti». Nato dal silenzio, è però il pensiero della storia che lo occupa, lo riguarda, come se l’uno e l’altra avessero occhi per ciò che non è stato, come se memoria non avesse ancora voce, fosforescenza, luce. Non c’è presenza che non sia decidua, senza l’arrivo della luce, senza il corpo fatto voce di quello che non sarà mai detto, che non appartiene a questa terra, perché una terra non ha tetto. In esso, tutto ciò che significa viene su dal niente: quello che lì è scritto si toglie, lascia spazio al non detto, a ciò che dietro e dentro è stato indetto, perché questo affiori in una forma pura o nel silenzio – è la possibilità dell’impossibile che a un tratto, inavvertitamente, si compie e tutto il dolore piano, calmo, della Storia arriva per bisbigli, si fa intendere dai figli come qualcosa che c’è ma che non può essere afferrato, qualcosa che è stato solo bisbigliato. (altro…)

#Capogatto di Emilia Barbato (di C. Tosetti)

Con Capogatto (puntoacapo Editrice, 2016; prefazione di Elio Grasso) Emilia Barbato è alla sua terza fatica, dopo Geografie di un Orlo (CSA Editrice, 2011) e Memoriali Bianchi (Edizioni Smasher, 2014). È inoltre presente in diverse antologie (Fusibilialibri, Ursini, Aletti, Fondazione Mario Luzi Editore).
La silloge in esame si apre con una poesia (Quel modo di essere luoghi, pag. 11), che cita il romanzo di Christina Stead (L’uomo che amava i bambini, Adelphi, 2004, o – nella prima edizione italiana – Sabba familiare, Garzanti, 1978). La composizione è un sussurrato sprone ad imitare la capacità del luogo di resistere, accogliere, di fare da sostrato passivo e cautamente compassionevole allo svolgersi di eventi, sia umani che legati al divenire delle cose, inevitabili; il romanzo citato ne evocherebbe anche di dolorosi, violenti, ma i versi di Emilia Barbato sono quanto di più lontano possa esistere dalla violenza, e la poesia sopra citata ne è l’emblema, in quanto vi è un palpitare sommesso, una tensione delicata, un pioppino tremore, descrivendo l’ineluttabile sfacelo della materia trascurata ed il tedio della vita nell’abitudine; gli attori sono pervasi e pervadono di malinconia, ma le parole vengono filtrate dalle maglie della levità, caratteristica della poetica dell’autrice, maglie la cui lega – all’interno della raccolta – contiene metafora e allegoria e, per l’appunto, luoghi.
Ecco un altro tratto distintivo: il luogo, che, nella poetica dell’autrice, appare un elemento fondamentale, anche quando un preciso luogo è assente. Funzionalmente alle poesie di Emilia Barbato, il luogo (in un senso molto ampio: luogo è la vigna, ma anche il cuore) è però da intendere nell’analitica accezione aristotelica, non quindi ecosistema, o piazza o città (benché, nella raccolta, vesta di volta in volta gli abiti del mare, della foresta, della città, di una stagione) ma in quanto limite immobile, contenente degli eventi o dei contenenti nei quali i fatti si svolgono, dove “gli enti si muovono”; anche una riflessione in versi, avulsa da una collocazione spaziale precisa, ha in questa assenza di luogo uno degli strumenti mediatori della Barbato. Non vi sono incantate descrizioni di paesaggi e fiori; questi due elementi, che assumo ad esempio, appaiono come strumenti retorici. In questo senso, i luoghi sono “contenenti i fatti” e permettono la descrizione indiretta degli stessi.
Non mi pare casualità, allora, che il vocabolo “contenere” compaia nella poesia sopra nominata:

Quel modo di essere luoghi

Quello che dovremmo recuperare con cautela
è il nostro modo di essere luoghi,
di raccoglierci e languire riflettendo l’aggressiva
decadenza delle cose, delle case, dei muri,
il progressivo franare dei margini delle strade,
dovremmo ammettere di contenere
la popolazione stanca di una baia
e il fastidio della sua aria salmastra, la noia
dei rami, capire di essere la riva dove si ripetono
le acque tristi e la terra, la solitudine
del bastione di Spa House che resta nell’incuria
e nel romanzo di quell’uomo che amava soltanto i bambini.

Emilia Barbato sceglie il verso libero e, nella prima sezione del libro (BASTÌA), compaiono anche due brevi prose e delle composizioni che sconfinano nella prosa poetica. Ciò, al lettore, potrebbe suggerire eterogeneità, ma la visione d’insieme del libro pare tratteggiare un percorso preciso: il “resistere accogliendo” della prima lirica pare un desiderio, una speranza, che si densifica avanzando fra le pagine, si intravede nella seconda sezione, sezione di riflessione e bilancio (CAPOGATTO), fruttifica nell’ultima (VIA DEI TRANSITI), in cui il fremito muliebre (sempre percepibile) lascia trasparire una scrittura più distesa, la visione di una certa serenità, o il superamento di un periodo di difficoltà. (altro…)

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale (La Vita Felice 2016)

Della monografia su Goliarda Sapienza di Alessandra Trevisan va sottolineata l’illustrazione degli strumenti dell’indagine, già dall’apertura che ne dichiara il taglio, con un’importante precisazione anche riguardo ai temi che non saranno trattati e alle linee che non saranno seguite. Esporre, per così dire, la cassetta degli attrezzi di chi ricerca rappresenta ai miei occhi un merito importante e contribuisce a evidenziare ciò che con questa pubblicazione si è realmente verificato, vale a dire  un passaggio molto lucido dai miti alla coscienza, per ricorrere al titolo di un famoso testo critico di Carlo Salinari degli anni Settanta.

Ammettendo il criterio tematico, questa monografia intende proseguire il percorso qui riassunto, approfondendo alcune peculiarità dell’autrice, ma anche ponendo in evidenza numerose novità che concernono la sua opera. Il campo di lettura proposto dai Gender Studies, inoltre, – sebbene di riferimento – è risultato essere troppo circoscritto quando si parla di Sapienza […] Non si potrà fare a meno di parlare di sessualità, genere, maternità, etc., ma sarà più corretto tentare di fare esplodere questi temi andando oltre. Si sono infatti manifestate altre possibilità di indagine che esplorano, ad esempio, la plurivocità della scrittura dell’autrice in relazione ad altri temi e scritture coeve (e non solo) ma anche l’evidenziazione dello sconfinamento extra-genere presente nei suoi testi; si è resa specialmente possibile un’analisi nei confronti della “voce” come mezzo peculiare per esprimere una personalità letterariamente disgiunta e labile, ripetitiva, dedica all’ascolto e in particolare all’”autoascolto”; (p. 16).

Strettamente collegata alla questione – sulla quale si fa subito chiarezza, ed è questione di fondamentale importanza dinanzi al ‘tema’ Goliarda Sapienza, non di rado oggetto di squilibrate trasfigurazioni e altrettanto squilibrate minimizzazioni – del passaggio dai miti alla coscienza, è la storia della ricezione dell’opera tutta, o di parte dell’opera, di Goliarda Sapienza. Ebbene, come illustra Alessandra Trevisan, entrando nel dettaglio e non facendo mai mancare una corretta collocazione storica, si tratta di una ricezione spezzettata e discontinua,  che procede per apprezzamenti entusiastici, per silenzi, per clamorosi rifiuti, per lunghe fasi di oblio, per riscoperte postume e, come ben messo in evidenza nelle prime pagine del volume, per strumentalizzazioni. Vero è che «Goliarda Sapienza non è mai stata allineata alla cultura del suo tempo» (p. 17), ma quello che avvenne con le poesie di Ancestrale è paradigma – come sottolinea Alessandra Trevisan richiamandosi a quanto dichiarato in precedenza al proposito da Fabio Michieli – di troppo frequenti chiusure, incomprensioni e sostanziale immaturità dinanzi a manifestazioni di poesia, come quella di Goliarda Sapienza, che ritengo, come ebbi a scrivere qualche anno fa, vera nella storia, arma di difesa e sensibilissima intercettatrice, accecante e rivelatrice quando sceglie di essere lapidaria, con richiami nitidi a tutti i sensi, sempre, sia quando percorre con coraggio e strazio le macerie, sia quando disegna il futuro partendo dal passato fissato in una foto antica, sia, infine quando si distende, sconfinando per passione,  verso la narrativa. Alessandra Trevisan racconta al proposito:

[…] le poesie circolarono in un ambiente ristretto e a leggerle oltre alla Banti e a Longhi (su invito del critico Niccolò Gallo), furono il giovane Cesare Garboli e Attilio Bertolucci che le apprezzarono, mentre Mario Alicata, all’opposto, le rifiutò, decretandone una stroncatura definitiva dell’opera. Ancora una volta Sapienza non fu accettata dall’entourage di Maselli a causa del mancato impegno politico e di un ripiegamento in un privato-pubblico borghese; (p. 134).

Amaro dover constatare che a Goliarda Sapienza è mancato in Italia quello che in Austria ebbe Christine Lavant: un Thomas Bernhard che, probabilmente proprio dal suo vigoroso “non allineamento” con conterranei e coevi, seppe apprezzare, scegliere e far conoscere una voce poetica così vicina a quella di Goliarda, anche per ciò che riguarda l’aver esperito le dimensioni dell’esclusione e della reclusione (qui mi riferisco ai soggiorni in manicomio, anche se a Goliarda Sapienza toccò anche l’esperienza della reclusione in carcere).

In Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale, Alessandra Trevisan individua proprio nella voce, un filo conduttore e “la” direttrice principale per una analisi approfondita dei testi nell’opera di Goliarda. Una voce che ha avuto uno sviluppo e un allenamento straordinari sul palcoscenico, a partire dagli «sforzi per abbandonare la cadenza sicula» (p. 118) fino alla elaborazione di una tecnica personale. Suonare la voce, scrivere la voce: Goliarda Sapienza si è messa alla prova anche come insegnante. Mi affascina pensare a Goliarda Sapienza come insegnante di recitazione. Ricordo un film del 1986 di Citto Maselli, Storia d’amore, che mi colpì molto quando lo vidi per la prima volta, con una giovanissima Valeria Golino nella parte della protagonista femminile, Bruna, una ragazza del sottoproletariato romano che ha la forza straordinaria, centrifuga e centripeta, di Goliarda Sapienza. Valeria Golino racconta in un’intervista di aver conosciuto Goliarda Sapienza proprio durante le riprese del film. Dell’attività di Goliarda Sapienza come insegnante rende conto Alessandra Trevisan:

Alcune informazioni riguardanti l’esperienza di docente – anche con riferimento alle lezioni private date a Valeria Golino nel 1986 per Storia d’amore e nel 1990 a Nastassja Kinski per L’Alba (entrambi di Maselli) – si hanno nei saggi editi a cura di Giuliana Ortu, Lucia Cardone e Emma Gobbato. […] Sapienza rielabora una tecnica personale servendosi della letteratura di Yukio Mishima e della poesia di Mario Luzi, autori indicativi per lo studio delle pause e della lettura in metrica, quindi utili per allenare l’orecchio, organo dell’udito e dell’equilibrio; (pp. 117-118).

Le dimensioni di Goliarda, Goliarda insegnante, Goliarda scrittrice, Goliarda-personaggia e Goliarda-cinematografara, vengono prese in esame e collegate tra di loro attraverso la disamina dell’opera della scrittrice. È una disamina che individua percorsi di lettura, ad esempio, tra le poesie e i Taccuini, tra i quattro romanzi pubblicati in vita e le opere postume. Mi piace sottolineare qui il collegamento individuato tra il romanzo Il filo di mezzogiorno (1969) e il romanzo, apparso postumo, Io, Jean Gabin (2009). Un passo sostanzioso del volume di Alessandra Trevisan riguarda infatti il rapporto tra Sapienza e il personaggio Wozzeck nell’opera lirica di Alban Berg (Woyzeck nel dramma omonimo di Georg Büchner, scritto tra il 1836 e il 1837, con tre finali diversi e un impianto che anticipa in maniera sorprendente l’espressionismo). Alessandra Trevisan scrive, a ragione, che nel romanzo “psicanalitico” Il filo di mezzogiorno:

Wozzeck è la prima delle immedesimazioni maschili di Goliarda-personaggia in un soggetto maschile, cui seguirà – cronologicamente – quella con Gabin-padre»; (p. 132).

Mi sono chiesta, che cosa abbia significato per Goliarda Sapienza vestire i panni di Wozzeck, dare la sua voce, nella scrittura, alla voce di Wozzeck? Da questa domanda è scaturita l’intenzione di indagare ulteriormente i legami tra l’outsider Sapienza e l’outsider Büchner (attraverso la mediazione di Alban Berg). Questo è sicuramente uno degli ulteriori meriti della monografia di Alessandra Trevisan: individuare altre possibili piste di ricerca, istigare, per così dire, ad altre ricerche.

© Anna Maria Curci

 

Francesco D’Isa, La stanza di Therese

Francesco D’Isa, La stanza di Therese, Tunué 2017, € 12,00

*

di Martina Mantovan

*

Motore immobile del nuovo romanzo di Francesco D’Isa, La stanza di Therese, è la personalissima e universale ricerca del trascendente e del rapporto intimo e quotidiano che intratteniamo con esso. La stanza d’albergo in cui si ritira la protagonista racchiude una cosmologia complessa e dilatata: ella si muove in uno spazio fisico limitato, tra quattro mura spoglie alla ricerca dell’infinito. Therese è una giovane donna colma di domande e contraddizioni che sceglie l’isolamento per indagare i limiti del mondo e travalicarli: non si spinge ai quattro angoli del globo per capire la sua finitezza, ma comprime il suo universo all’interno di uno spazio chiuso e definito. La camera di Therese è un rettangolo dagli angoli retti e rassicuranti: è il frutto di un orizzonte teoretico saldamente non contraddittorio, l’espressione di un pensiero razionale fattosi logistica. Il desiderio di distacco che la porta a chiudere all’esterno il mondo ontico e relazionale deriva da un’esigenza profonda, da un’indagine che ha come scopo l’interrogativo per eccellenza.

Ho provato spesso a sfuggire dalla domanda, ripetendomi che non è un serpente che striscia nella vita di chiunque, che non ha importanza né risposta, è una distrazione che mi sono imposta per scappare dal dolore e dalla responsabilità. Dietro alla porta della mia stanza ci sono i tormenti del mondo ed è più facile fuggire nel trascendete, soprattutto se funziona.

Therese vive per giorni in un limbo popolato da grandi interrogativi passati al vaglio della speculazione filosofica attraverso un dialogo silente, continuo e puntale, intrattenuto attraverso il rapporto epistolare con la sorella. Specchio e voce fuori campo, la sorella fa da contraltare al quadro biografico e intellettuale di Therese, mettendo in discussione e ribattendo puntualmente alla confessione fiume di cui siamo spettatori. Non un semplice contradditorio, ma commento strutturato e sentito: la sorella di Therese risponde con annotazioni cariche di tensione alle sue parole. La narrazione delle vicende della vita di Therese diviene il terreno su cui costruire un castello teoretico coerente e frammentario, che capitalizza il sapere filosofico e lo rende necessità esistenziale. Il ragionamento ostensivo procede dal racconto autobiografico alla questione metafisica in un crescendo sempre più pregnante di significato.

Ma soprattutto, che me ne importa dell’esistenza di dio? Che cosa mi cambia? Mi passerebbe la fame, la sete, il dolore, il piacere, il desiderio? Avevi ragione quando dicevi che sono piena di ʻstupide fisseʼ, dai collage coi libri al tagliarmi i capelli da sola, ho cucito le mie idiosincrasie su misura dei miei difetti. Smetto di studiare perché odio la competizione, non mi butto in amore, o finisce male perché ʻlui non mi capisceʼ… per giustificarmi costruisco teorie sul mondo utili finché non passa abbastanza tempo da considerare le mie scelte parte di un passato che non mi riguarda più.

(altro…)