Tommaso Di Dio, Alla fine delle favole

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Tommaso Di Dio, Alla fine delle favole, Origini edizioni 2016
con Fotografie di Valentino Barachini

per info si rimanda al sito di Origini Edizioni

*

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*

 

Ci siamo svegliati; e poi
abbiamo pulito casa. Abbiamo litigato
e io sono stato solo per un’ora, al bar
pensando alla poesia e alla vita ladra che non ha
parsimonia né pazienza. Siamo usciti
e la città era brutta di pioggia e faceva freddo
non c’era niente nulla nessuna vita
per la strada affollata e superba. Abbiamo
comprato dei vestiti, inutilmente, abbiamo
speso il frutto del nostro lavoro. A casa, infine
infreddoliti, stanchi, sazi, abbiamo guardato
nel centro del cielo, a dismisura la notte
ingigantiva. E lì piegava, stordiva; e premeva
l’enorme e vana necessità
che ci dice adesso, per quanto potete
e come potete; in questo
stupido giorno uguale a tanti e a tanti altri
dissimile; apprendete
il farsi complesso di ciò che è
semplice, oscuro, silenzioso. E poi abbiamo dormito.
Come tutti dormono. Alla fine delle favole.

*

Seduti sulle sedie; o in piedi
dietro il banco. Avevano sonno. Avevano
memoria e disastri. L’uomo al bar
voleva togliere
la corona metallica con i denti; mentre una donna
con lo sguardo nel vetro, luminoso
precipitava
dentro una forma di mani rapprese, dentro un
non amore. Fra le cosce. Oppure dentro il bicchiere.
Oppure fuori, sotto il tendone, sotto
il primo sole inerte e cieco di gennaio
quanta sparita vita
attraverso molecole diademi spazi
recingenti gas, calcificazioni, crolli e spasmi
per la materia va, con le braccia tese
come un cieco a toccare.

Nessuno qui
si toglie il cappotto; hanno
freddo questi umani.

*

Il giorno si spegne, la luce cala.
L’uomo esce dalla metropolitana
e cerca una pietra, una spalla
un gomito di luce piena; qualcosa che scaldi
e invece parla
con il palo della luce e con le fredde sbarre.
Dall’altra parte della geografia terrestre
c’è qualcuno rinchiuso, albero
sbattuto cacciato ritorto; ricaduto
nella propria corteccia come fa buio
corpo spastico dentro crollo
di roccia e rocce in una caverna. Avamposto
di sangue e brecciolina. Come ciò che non dura.
Così, cerchiamoci. Ognuno
dentro l’altro vasto umano mondo, ami
il labirinto.

*

© Tommaso Di Dio

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