Riletti per voi #22: Fabio Michieli, Dire

 

Fabio MichieliDire
Editrice l’arcolaio 2019

 

Per quanto sia chiara la scrittura (volevo un libro chiaro per noi due:/ una pagina bianca – quasi pura) a volte è arduo sgranare una sorta di cantico composto da intermittenze di nostalgia e immagini forti come impronte. Lo è per la densità dell’immagine che non si fa narrazione, per la musica che a volte regna sovrana sulla disposizione delle parole (costringe a camminare su roventi/ in equilibrio lamine). Quelle di Dire, edizione arricchita del testo di Fabio Michieli per i tipi de L’arcolaio, sono poesie-calco, poesie-impronta, non nel senso di quadro d’esposizione ma esattamente di quelle orme d’orso o di faina che capita di incontrare in una passeggiata solitaria nel bosco. Come quelle impronte, attestano presenza e preghiera di dialogo, il più delle volte con qualcosa (qualcuno) di perduto, più raramente di ritrovato, e spesso in questo caso la tela che si compone è quella del possesso di un ricordo lasciato scintillare perché diventi comune:

La giostra

la Torre che dilata la sua luce
mentre brilla la snella silhouette…

«Parigi!» e il nome basta a riportare
gli occhi tuoi accesi sul ponte, la Senna
d’oro, Trocadero alle spalle e un ratto
che rapido guizza sotto la giostra

Come già notato da Augusto De Molo nella prefazione alla prima edizione, il nucleo che forse fa più monade è la preghiera di Euridice a Orfeo che le cammina davanti, poesia che vale la pena riportare per intero:

(Euridice a Orfeo)

 voltati e guardami! sei tu, sono io

mi interroga il silenzio disceso come nube
a cingermi e salvarmi dall’intorno vociante –

sì, voltati e guardami! io ti supplico:

spegni il tuo amore incauto! eternami nel canto!
annientami, dissolvimi – esaudiscimi, annullami

Delle razionali spiegazioni all’enigma di Orfeo (e io diffido di chi dice che i miti non debbano avere scioglimento, convinta che solo un irreparabile cambiamento di sensibilità ce ne lasci alcuni ancora oscuri) delle razionali spiegazioni, dicevo, questa è senza dubbio la mia preferita. Ai miei alunni perplessi (“aveva paura?”, “si era dimenticato?”, “era troppo curioso?”) in genere racconto il bisogno di Orfeo di superare ogni limite, strabordare nel Regno dei Morti, ottenere l’impossibile di un’anima da risorgere e poi scientemente darla via, nella giusta convinzione che l’arte è più solida se si fonda sull’insoddisfazione e la mancanza. Ma questo spostamento di prospettiva, il faretto puntato alla schiena di Euridice che a sua volta e per prima domanda di essere oggetto di eterna nostalgia e non la comune moglie di un poeta, è senza dubbio la più detonante, e i versi di Michieli, legati a una limpidezza quasi d’epica antica come del resto il libro intero, lo dicono con quattro ultimi verbi di cui l’intruso (esaudiscimi) rende chiaro chi ha in mano il bandolo della discussione. Meglio lasciare il suo uomo in un produttivo rimpianto che vivere una vita di sterile realizzazione. E Michieli conosce bene le dolorose potenzialità dell’assenza, della perdita, che nelle sue poesie riesce a realizzarsi anche nel senso altro della linea temporale delineando un’assenza che è già futuro: a volte penso di essere un involucro/ cavo dove trova rifugio l’uomo/ che non sarò ancora.
Nella sua nota di chiusura, Michieli spiega come abbia recuperato per questa edizione poesie inizialmente espunte e che «ora hanno quel senso che prima non ritrovavo», e una seconda parte di dialogo, con il padre, inevitabilmente diventato «in mortem». Ma, aggiunge, all’amore perduto ha fatto da controcanto l’amore ritrovato. Come se il dialogo, che sia elegia o nekyia, non possa che essere la chiave fondante dell’esperienza umana, pur nella declinazione di molti attimi passati a osservare, a tradurre in poesia la gittata franca dell’occhio. Il canzoniere si agita di assenze, dediche e presenze, e nulla nel perimetro del conosciuto sembra risparmiato a uno sguardo che ferma, a un orecchio che si tende e, sopra ogni cosa, a un labbro che parla.

quale fuoco non scalda
se simile ad altri non brucia ma vive?

quale voce non grida
se quella che qui passa sordamente non senti?

ma è un riso di sole ciò che accende
il mio volto trasognato in un volo
di sguardi rubati a quest’oscurità

e non so mai quand’è giusto finire

 

© Giovanna Amato

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