Riletti per voi

Riletti per voi #18: Martina Campi, Estensioni del tempo (di Giorgio Galli)

 

Martina Campi, Estensioni del tempo, Le Voci della Luna 2012

Tutti i poeti conoscono momenti grevi: cadute di gusto, lati narcisistici, meschinità, angustie. È un fatto che ha a che vedere con l’umanità dell’autore più che con la sua capacità artistica. La poesia di Martina Campi è priva di questi momenti. Può avere lati deboli sul piano artistico, ma non conosce cadute sul piano umano. È il frutto di una natura quasi innaturalmente buona e di un complesso esercizio interiore. Chi la conosce (e ho la fortuna di conoscerla) sa che Martina è un essere silenzioso, ma straordinariamente presente: parla pochissimo con la voce, e molto col suo semplice esserci. È una creatura scoperta, che tutto sente e tutto vive a un livello di empatia quasi patologico, eppure trae una sua autorità proprio da questo. E’ una donna che ascolta, ed anche la sua poesia, come quella del rimpianto Christian Tito, è una poesia in ascolto.
La sua prima raccolta pubblicata si intitola Estensioni del tempo (Le Voci della Luna, 2012). Cosa vuol dire estensioni del tempo? La memoria va ad Ungaretti e al suo modo di far esplodere la parola rendendola un intero verso; e anche al modo che aveva di leggere la propria poesia, con le vocali che non finivano mai e le consonanti come spari verso l’alto.
Martina Campi è anche una performer, e ascoltare le sue registrazioni è istruttivo. Insieme al marito Mario Sboarina e al gruppo sperimentale Memorie del Sottosuono ha trasformato le proprie poesie in eventi musicali. Su una timbrica strumentale da uovo cosmico, la sua voce dilata parole in nenie allucinate. Sarebbe un paesaggio sonoro postumano, se non fosse che la voce di Martina, timida, incrinata, mai astratta, è invece così profondamente umana.
Molti di questi versi sono finiti nelle performance di Martina. Non saprei dire se sono nati per esse, ma la loro vitalità performativa è palmare. Prendiamo una poesia come La danza: vedremo scorrere immagini magiche, mosse, sfuocate, non sempre intelligibili. È un rituale, una sacra rappresentazione, simile ai Carmina burana di Orff:

«Profondo è il respiro
e sempre
più pesante
il corpo
nello scivolare
dondolare
oltre la
sera
lieve
partecipano
gli oggetti
cari
e ogni luogo
partecipano
con una fretta
agitata
allargandosi
che poi
lieve
sfiata
lieve
d’ali
disperde
partecipano
alla veglia
smuovono
lo spazio dentro
il blu.»

L’assenza di punteggiatura, il verso che isola parole singole -enfatizzando persino le preposizioni con enjambement pieni d’attesa-, i verbi all’infinito e al gerundio: tutto crea una diga di silenzio entro cui Martina versa il suo lago sonoro. È così che si generano le estensioni del tempo. (altro…)

Riletti per voi #17: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga. (altro…)

Riletti per voi #16: Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo

Riletti per voi #16: Paolo Albani, Dizionario degli istituti anomali del mondo, Quodlibet, 2009; € 14,50

di Martino Baldi

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Per mettere a fuoco la figura di Paolo Albani bisognerebbe parlare per giorni. Già poeta visivo e sonoro, artista, performer, umorista, membro dell’OpLePo (Opificio di Letteratura Potenziale), direttore di «Tèchne» rivista di bizzarrie letterarie e non, Console Magnifico dell’Istituto Patafisico Vitellianense, docente di Linguistica fantastica presso la Facoltà di Scienze inutili di Barcellona, e mille altri titoli e cariche a cavallo tra realtà e irrealtà, Albani è soprattutto da anni il più grande coltivatore di follie letterarie e uno degli autori italiani più giocosi, surreali e imprevedibili.

Sono molte le sue opere stravaganti. Un ruolo centrale nella sua produzione lo hanno i preziosissimi dizionari Zanichelli: “Forse Queneau: enciclopedia delle scienze anomale”, “Mirabiblia: catalogo ragionato dei libri introvabili” e “Aga magéra difúra: dizionario delle lingue immaginarie”. In tutti questi casi si danza in maniera ilare sul sottile confine tra realtà e immaginazione, tra verosimile e inverosimile. Gli ingredienti sono l’amore per i libri e per le parole, una instancabile e divertita curiosità, nonché la tendenza naturale molto toscana allo sberleffo e all’ironia. Sulla stessa linea si possono collocare “Il sosia laterale”, in cui Albani raccoglie ventuno recensioni a libri mai scritti da lui inventati e collocati in contesti assolutamente credibili, e “I mattoidi italiani”, repertorio senza precedenti di personaggi “esistiti o esistenti fautori di teorie singolari, a volte deliranti, elaborate in vari campi del sapere: linguisti e ideatori di lingue universali, astronomi e fisici, trasmettitori del pensiero, architetti, quadratori del cerchio, poeti, inventori, profeti, visionari, politici eccetera”.

C’è in tutti questi libri non solo una grande passione per lo studio ma anche una tensione alla immaginazione e alla edificazione di una sorta di società forse non sovvertita ma sicuramente alternativa, una società di matti che inseguono sogni e allucinazioni, imprese stravaganti, geniali ma inutili, quasi a voler sottolineare che il mondo è una inesauribile sorgente di indefessi donchisciotte. Ma c’è qualcosa di più. C’è che tra le righe Albani ci dice che donchisciotte siamo veramente tutti noi che ci almanacchiamo ogni giorno per trovare il bandolo di una matassa senza senso, in un mondo che a vederlo bene sembra una di quelle illusorie e insensate macchine di M.C. Escher e che se qualcosa ci può salvare, o almeno rendere sopportabile il nostro transito terrestre, quel qualcosa è proprio una sommessa risata di complicità rivolta da ognuno a se stesso e, subito dopo, agli altri.

In questa direzione sembra guidarci anche il “Dizionario degli istituti anomali del mondo”. Sono oltre 250 pagine in cui vengono elencate e commentate circa centocinquanta tra accademie, agenzie, associazioni, club, collegi, fondazioni, partiti, scuole, società, università e quant’altro concorre a delineare il profilo di aggregazioni umane insensate e “stupide oltre ogni dire, che però insegnano qualcosa sulla specie umana, e la sua indefessa agitazione mentale”. Anche in questo caso realtà, letteratura, fantasia e sarcasmo vanno a nozze e istituti e teorie secolari si mescolano con fantomatiche società create da amici personali di Albani.

L’Associazione Scrittori, Attori, Artisti e Musicisti irlandesi (ASSAAMI), fra i tanti servizi per i suoi soci, offre quello di sgualcire i libri per far credere che qualcuno li abbia letti, affidando il compito a sgualcitori esperti e principianti (tra cui lo scimpanzé Charlie), e quello di mettere a disposizione un ventriloquo per far fare bella figura in società a coloro che non hanno mai letto un libro ma vogliono passare per colti.
Nel Collegio Americano della Salute (COAS) si insegna il “vitapatismo”, metodo di cure ideato nel corso dell’Ottocento da John Bunyan Campbell, secondo cui sembra che il principale agente che fa restare in vita sia la Vita. Si sostiene inoltre che la causa della malattia non sia altro che l’inclinazione di alcune persone ad ammalarsi da un momento all’altro. L’unica cura utilizzata, valida universalmente per ogni tipo di disturbo, ma anche per chi non ne ha, è l’applicazione di piastre di rame al collo e ai piedi dei pazienti per estrarre il veleno dai loro corpi.
La Società per la Difesa del Pedone (SODP) conduce attività per sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dei pedoni, con appelli al senso civico degli automobilisti e alle autorità, promozione di stili di vita sostenibili, ecc. Nel frattempo, in segreto, prepara i quadri di futuri commandos per dare il via alla distruzione delle automobili e allo sterminio degli automobilisti. Per esempio, “di notte squadre di pittori, appartenenti alla Sezione Artistica della SODP, agiranno sulle strade di maggior traffico, alle curve, cancellando la linea bianca di mezzeria e dipingendo al suo posto una linea bianca dritta che induca l’automobilista verso il precipizio o, in mancanza di precipizio, fuori strada”.

Leggendo il libro, o anche solo sfogliandolo guidati dalla curiosità, è difficile, se non impossibile, resistere all’umorismo di queste sgangherate invenzioni del genio umano, parodia di tutte quelle che vorrebbero essere sensate e che, in fondo in fondo, non ci riescono mai.

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© Martino Baldi

Riletti per voi #15: Dorothy Allison, Trash

Dorothy Allison, Trash, traduzione di Margherita Giacobino, Il Dito e la Luna, 2006, € 16,00

di Renzo Favaron 

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Leggere Dorothy Allison è toccare con mano il fatto, se così si può dire, che l’America ha un nucleo di popolazione non “colored” aborrita e discriminata, il che fornisce una prova tangibile della profonda lontananza e divergenza dalla favola che essa sia la patria del sogno a cui normalmente e superficialmente è stata ed è associata. Trash (Il dito e la luna, 2006) di Dorothy  Allison è una raccolta di racconti che aggiunge un tassello interessante e arricchisce la percezione di un paese a cui non poca letteratura e cinematografia è sembrata cieca o comunque ha lasciato più intuire che mettere a fuoco. In particolare, ciò che colpisce è l’accento, il tono, il punto di vista di un’autrice e insieme di una donna che si è sentita appiccicata l’etichetta di “bianca spazzatura”, un’etichetta che ha quasi lo stesso significato di “colored” e quindi di una macchia non meno carica di conseguenze. Forse non è casuale il fatto che Dorothy Allison sia originaria del South Carolina, ovvero di uno di quegli stati dell’America che hanno dato (sì) i natali a William Faulkner e Flannery O’Connor, ma rispetto ai quali è piuttosto diffuso lo stereotipo che siano abitati da persone (stupide, cerebrolese, moralmente carenti), che sono l’esatto contrario dello stereotipo Yankee.

Come che sia, centrale nella raccolta di racconti è la figura della madre, una donna dalla scorza dura e che a poco a poco, anche se non è più di tanto istruita né colta, si rileva essere ricolma di scienza infusa. Infatti, alla figlia Dorothy, consiglia: «Non dire a nessuno quello che succede veramente. Non siamo al sicuro, l’ho imparato da mia madre. C’è gente al mondo che è al sicuro, ma noi no. Non far sapere a nessuno i fatti tuoi». Oltre a ciò, orgogliosamente conscia della propria condizione, aggiunge: «Non volere quello che non puoi avere». La madre di Dorothy sa di essere una bianca trash, ma ha una qualità rara non meno che cristallina: la “grinta”, e grazie a questa contrasta e sopporta gli urti della “storia” personale e familiare. Del resto,  non solo la madre si staglia e spicca, ma altre figure dell’universo parentale, come la nonna e la zia Alma. Quest’ultima, in uno dei racconti più più toccanti della raccolta, un giorno si sposta da Greenville e inopinatamente compare davanti alla nipote, che ormai da alcuni mesi si è stabilita altrove. E’ stata la madre a mandarla in avanscoperta e la casa in cui vive Dorothy è una topaia; non ci sono sedie, ma banchi di chiesa, e la nipote ricorda che la zia si rifiutava di andare in chiesa perché non c’erano le sedie a dondolo. Però, quasi fosse una cosa normale, all’interno c’è un tavolo da biliardo, e a un certo punto zia Alma rastrella le biglie e le sistema “in un triangolo perfetto”. Mentre la zia si piega sul tavolo verde, Dorothy si volge indietro e la ritrae come una donna generosa e sui generis. Già, la sorella della madre gestiva una trattoria e le piaceva giocare, tanto che non andava mai a casa senza farsi “prima tre o quattro partite, da sola”. Facendo una digressione, appare chiaro che l’avere messo al centro del racconto il tavolo da biliardo è qualcosa che va al di là della mera trovata narrativa, nel senso che zia Alma si può a tutti gli effetti considerare il prototipo della donna in grado di competere in un campo tradizionalmente appannaggio o, se così si può dire, culturalmente fatto su misura per l’universo maschile. Tuttavia, è una donna “vecchio stampo” e il cruccio che l’ha portata a far visita alla nipote è racchiuso nella domanda: «Hai pensato ai figli?». Nel leggere il racconto, tanto per cambiare, ci sono venute subito in soccorso le raccomandazioni della madre già esposte e trascritte da Dorothy, ovvero: «Non dire a nessuno che il patrigno ti picchia. Succederebbero cose terribili che non si possono neanche dire». Come la stessa autrice ha ammesso, però, lei non è come la madre, non ha la sua stessa forza e ora non sveleremo la storia che racconta a zia Alma. Pensando al lettore, ci limiteremo ad aggiungere che l’autrice contravverrà alla regola materna di mantenere il massimo riserbo in merito a ciò “che succede veramente”.

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Riletti per voi #14: Peter Pan

Cattura

Carlos Schwabe, Il Fauno (1923)

(Si fa riferimento, per i brani citati, all’edizione Fanucci 2013 a cura di Beatrice Masini con traduzione dall’inglese di Milly Dandolo)

La signora Darling, madre di Wendy, Gianni e Michele, ha un bacio all’angolo sinistro della bocca che nessuno dei suoi familiari può prendere, benché sia perfettamente visibile. Un bacio che lo stesso Napoleone, secondo il narratore, sarebbe costretto a lasciare lì dove si trova sbattendo la porta dopo il tentativo. Con questo bacio, o quasi, si chiuderà il libro, quando Peter riuscirà a coglierlo senza sforzo alcuno. E questo bacio inespugnabile, la profonda natura di una persona che non è permessa neanche ai suoi cari ma che non ha segreti di fronte all’irruente divinità panica di Peter, è il primo motivo di turbamento in un libro quasi insostenibile per un lettore adulto, nella sua capacità di toccare corde inquietanti e critiche come lo scorrere del tempo, la simulazione dell’età adulta, l’ignoranza della sessualità e la sua sostituzione con la messa in scena, la gelosia e l’assassinio, la rappresentazione esatta della strafottenza e del capriccio propri dell’età dell’infanzia, vista non come innocenza ma come infinita possibilità di dominio su tutto quello che è desiderato. (altro…)

Riletti per voi #13: Amos Oz, Tra amici

oz

 

Riletti per voi #13

Amos Oz, Tra amici, Feltrinelli, (2014 e precedenti edizioni), € 8,00, ebook € 5,99, trad. di Elena Loewenthal

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di Francesca Piovesan

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Mosche Yashar sognava di tanto in tanto il sorriso timido della sua compagna Carmela e le sue mani che suonavano al flauto canzoni tristi e strappacuore, ma non aveva mai avuto il coraggio di avvicinarsi a lei, nemmeno con le parole e neanche quasi con lo sguardo. Lei sedeva due banchi davanti a lui, così lui poteva vedere di lontano il suo collo sottile quando si chinava sui quaderni e la morbida peluria sulla nuca. Una volta che Carmela stava fra la lampada e il muro e parlava con delle compagne, lui passando le aveva accarezzato l’ombra. Dopo questo fatto era rimasto sveglio per metà notte, senza riuscire a prendere sonno.

Tra amici, di Amos Oz. La vita in un kibbutz. Le regole da rispettare, il desiderio di alcuni di trasgredirle. La vita in comunità, il modello socialista da perseguire, il bene della collettività al di sopra del bene individuale.
Oz è una penna talmente delicata e raffinata che, in poche parole ben accostate fra loro, riesce a dare una panoramica generale della vita di una comunità israeliana in un kibbutz degli anni ’60. Otto racconti che raccontano la vita di un gruppo di persone. Le loro abitudini, sofferenze, i loro desideri taciuti o portati alle labbra di tutti.
Un giardiniere avvezzo alle brutte notizie, che si è disabituato al contatto umano. Due donne che riescono a trovare una complicità basata sul rispetto reciproco. Un padre che vede sfumare la giovinezza spensierata di una figlia. Un bambino sbeffeggiato dal gruppo, alla ricerca di un porto sicuro. L’amore di una vita che si arrende di fronte ad una notte di pioggia. Il mito del ricercare la fortuna altrove. Un padre lontano dagli occhi, ma mai dimenticato. Il progetto universale, qualcosa che unisca tutto il mondo. (altro…)

Riletti per voi #12: Josephine Hart, Il danno

il danno

 

Riletti per voi #12: Josephine Hart, Il danno, Feltrinelli, 2008 (edizione più recente), trad. it. di Vincenzo Mantovani; € 7,00

 

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[…] è in questo sostanziale malinteso che inciampano molte esistenze. Nell’idea completamente sbagliata che tutto sia sotto controllo. Che si possa scegliere di andare o stare, senza soffrire. Dopo tutto, avevo solo perso la mia anima privatamente, a un party, dove gli altri non potevano vedere.

Il danno di Josephine Hart è la storia di una passione, e come tutte le passioni conserva in sé il germe della tragedia. Un politico inglese, Stephen Irving, ben inserito nella società con una famiglia “comune” alle spalle, incontra la donna che sconvolgerà la sua intera esistenza, Anna.
Anna è la donna che ama anche suo figlio Martyn, la donna che Martyn è deciso a sposare, lasciandole i suoi spazi, dove poter vivere il mistero e la sofferenza. La relazione che nascerà fra Stephen ed Anna sarà immediata. Non ci saranno spiegazioni, prime emozioni, solo un riconoscersi a vicenda, un bisogno estremo dell’uno verso l’altra, una sorta di dominio controllato e letale. Anna è una donna dal passato oscuro, sconvolto dall’essere sopravvissuta ad una ferita che ha squarciato l’intera famiglia.

Ecco la mia storia, in parole semplici. Ti prego di non chiedermela più. Te l’ho detta per darti un avvertimento. Ho subito un danno. Le persone danneggiate sono pericolose. Sanno di poter sopravvivere.

Con questo poche parole Anna avverte Stephen del suo essere pericolosa, di come possa andare in direzione opposta al destino, di come possa uscirne integra, senza alcuna ferita visibile. I personaggi del romanzo sono delineati in maniera precisa. Oltre ai due protagonisti principali incontriamo Ingrid, la moglie di Stephen, un esempio di perfezione e bellezza, che non ha mai ascoltato i suoi istinti più profondi; Martyn, l’innamorato disposto a tutto pur di tenere un’ombra al suo fianco; Sally, una giovane figlia in carriera, che sembra temere di scoprire i lati più oscuri della sua famiglia; la variegata componente famigliare di Anna, custodi e carcerieri di molti incubi. Anna sembra essere un “veicolo del dolore”, messa sulla strada di persone più o meno innocenti, per mostrare a loro come a volte la vita possa essere ingiusta, inaspettata. Come ogni programma stilato già da decenni possa saltare in aria per dei capelli troppo scuri, o un vestito troppo chiaro.

Bevvi il mio whisky, e vidi come lo champagne raddoppiava l’allegria mentre la festa proseguiva. Il whisky è una bevanda che dà forza. Nessuno ha mai bevuto champagne dopo una sconfitta.

Il danno è quello che Anna sente di avere dentro di sé, quello che sa di poter causare agli altri. Stephen ne rimarrà cieco, fino all’irreparabile, ed anche oltre, sentendosi sopraffatto solo nel finale, quando tutto gli sembrerà definitivamente perduto ed aspetterà solo la vera sconfitta definitiva.

Mentre muoio, forse anni prima che l’idiota meccanismo del mio corpo finalmente si arrenda, mormoro a me stesso e a quelle facce mute in corridoio: “Almeno adesso sono certo della verità”.
Per quelli di voi che ne dubitano: questa è una storia d’amore, è finita.
Altri saranno più fortunati.
Auguro loro ogni bene.

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© Francesca Piovesan

Riletti per voi #11: Ennio Flaiano, Tempo di uccidere

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Riletti per voi #11 Ennio Flaiano, Tempo di uccidere, Longanesi, 1947 (ultima edizione BUR, 2008; € 10,50)

di Francesca Piovesan

Ero meravigliato di essere vivo, ma stanco di aspettare soccorsi. Stanco soprattutto degli alberi che crescevano lungo il burrone, dovunque ci fosse un posto per un seme che capitasse a finirvi i suoi giorni. Il caldo, quell’atmosfera morbida, che nemmeno la brezza del mattino riusciva a temperare, dava alle piante l’aspetto di animali impagliati.

Inizia così Tempo di uccidere di Ennio Flaiano, Premio Strega del 1947.
Ho iniziato questo tour fra i vari premi letterari mondiali, per scoprire letture che sicuramente non riuscirei ad affrontare nella mia routine di lettrice.
L’incontro con Flaiano è stato fondamentale. Mi ha riportato a un potere immaginifico che avevo un po’ perso nell’ultimo periodo. Le descrizioni che l’autore affronta in queste pagine non possono che ricondurmi all’Africa che ho sempre idealizzato: un paese senza tempo, avvolto in una foschia calda che confonde i contorni netti con le ombre.
Un continente dalla natura indomita che preserva degli animi umani puri, incorrotti. Voi mi direte che oggi la realtà è ben diversa, ma io ho bisogno di immaginare questo, di trovare quelle piccole grandi virtù che nel nostro progresso scarseggiano.
Flaiano al centro del suo romanzo mette proprio questo: l’Africa, e il suo essere oltre il tempo. L’incontro con il “conquistatore bianco”, in questo caso il soldato italiano del periodo coloniale, genera diffidenza, sospetto, ma anche curiosità, sentimento di rivincita.
Tempo di uccidere è la storia di un tenente che, a causa di un mal di denti, ottiene una licenza speciale di tre giorni per raggiungere un dentista in un centro urbanizzato. Un camion rovesciato e una scorciatoia segnata da carcasse di muli lo porteranno all’incontro con Mariam, giovane etiope che si presenta nuda in una pozza d’acqua.

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Mi accorsi che era bella, anzi mi parve troppo bella, o forse la solitudine mi imponeva questo giudizio senza scelta. No, era davvero una di quelle bellezze che si accettano con timore e riportano a tempi lontani, non del tutto sommersi nella memoria.

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Riletti per voi #10: Virginia Woolf, Mrs. Dalloway

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Riletti per voi #10: Virginia Woolf, Mrs. Dalloway, trad. di Pier Francesco Paolini, ed. integrale, Newton Compton (classici moderni), 2004 (e successive edizioni); € 5,90

Che sciocchi che siamo, pensò attraversando Victoria Street. Lo sa il cielo soltanto difatti perché la si ama sì tanto, ciascuno a suo modo, la vita, inventandosela magari, costruendola ciascuno intorno a sé, disfacendola e creandola daccapo ogni momento; anche le persone sciatte e insulse, persino i più miseri degli sventurati che siedono là sulle soglie (e devono alla loro perdizione) si comportano allo stesso modo; non si può porre rimedio – Clarissa ne era certa – mediante Leggi dello Stato, per questa semplicissima ragione: tutti amano la vita. Negli occhi della gente, nel ciondolare, nell’andar vagabondando, nell’andare a fatica; nel frastuono e nel fragore; tra carrozze e automobili e omnibus e furgoni e uomini-sandwich dal passo strascicato e dondolante; bande musicali; organetti di Barberia; nel trionfale metallico ronzio e nella strana alta canorità di un aeroplano, lassù, era ciò che’essa amava: la vita; Londra; quel momento del mese di giugno. (p. 24).

Se Leopold Bloom è la proiezione maschile del tanto decantato flusso di coscienza, punto di forza della scrittura sperimentale del Primo Novecento, Mrs Dalloway ne è senza dubbio il corrispondente femminile. Non certo solo Joyce e la Woolf usarono lo stream of consciousness, ma ben pochi scrittori lo fecero in modo così estremo e totalizzante, la Woolf ancora più dolorosamente di Joyce, se vogliamo. Come la Mansfield, grande amica della Woolf, ho molto amato Joyce e non vi ho mai riscontrato le accuse di oscenità che la Woolf vi imputava, ciò nonostante è indubbio che abbiamo davanti due geni e sensibilità differenti, a prescindere dal genere (maschile e femminile) a cui appartenevano. E non mi riferisco neanche solo ai disturbi mentali di cui la Woolf soffrì tra allucinazioni, crisi depressive e impulsi suicidi. [È cosa nota che la Woolf finì i suoi giorni affogandosi nel fiume Ouse, nel 1941, all’età di 59 anni (relativamente ancora giovane), non sopportando più la perdita della lucidità]. È difficile non amare incondizionatamente Virginia Woolf, il suo spirito arguto, il suo femminismo fuori tempo, il suo antifascismo ostinato, il suo essere madre e spirito guida di generazioni di scrittrici incuranti di mode e pregiudizi. Se Mrs Dalloway non è giudicato dalla critica il suo capolavoro, parole ben più calorose sono tributate per il suo To the Lighthouse (Gita al faro); è difficile non ravvisarne l’unicità, la grazia, l’ eleganza, la bellezza, tutte doti che la Woolf aveva in grande quantità, quasi a riequilibrare i debiti di sofferenza che aveva col destino. Mrs Dalloway è un canto in cui la Woolf celebra il suo amore per la vita e lo fa in modo assoluto e del tutto personale, nonostante gli impulsi di morte che non riesce a sopprimere del tutto e circoscrive in un solo personaggio, per giunta maschile, sono gli uomini del suo tempo che governano il mondo, che causano e decidono le guerre, sarà il giovane Septimus Warren Smith, veterano della Prima Guerra Mondiale a morire suicida, lanciandosi da un balcone sotto gli occhi della moglie italiana. Mrs Dalloway sopravvive (a sé stessa, alla società, alla vita stessa), organizza il suo sontuoso ricevimento (ci sarà come ospite un Primo Ministro), celebra la felicità (forse futile e inconsistente) da aristocratica gran dama dell’alta borghesia di Londra di inizio Novecento. Quello che Joyce ideò per Dublino (il labirinto), lei lo fece con voluttuoso sfarzo per Londra (l’ostrica). Tutto in un giorno (di giugno). Un’altra corrispondenza.

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Riletti per voi #9: Paul Auster, Trilogia di New York

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Riletti per voi #9: Paul Auster, Trilogia di New York, Einaudi, 2014 (edizione più recente), pag. 320,  trad di Massimo Bocchiola, € 12,50; ebook 6,99

di Giulietta Iannone

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Inizio col dire, senza falsa modestia, più che altro con rammarico, che recensire Paul Auster non è affatto facile. Non lo è per molti testi e molti autori, ancor più non lo è quando si affronta un testo quasi cardine, e se vogliamo iconico, della letteratura contemporanea. Ciò dovrebbe permettermi di mettere le mani avanti e nell’eventualità (neanche tanto remota) che scrivessi sciocchezze, di considerarle se non inevitabili quanto meno giustificabili. Ci sono limiti negli autori, ma anche molto spesso nei recensori, specie quando vogliono superare un mero giudizio estetico e scavare più in profondità. Paul Auster è un autore che non conosco, negli anni non ho mai letto niente di suo, ma non potevo evitare ancora (per chi ama la letteratura nordamericana è poco meno di un crimine) la sua Trilogia di New York, a detta di molti la sua opera più misteriosa e riuscita o per lo meno la prima opera che gli portò negli anni Ottanta il reale successo e l’attenzione di pubblico e critica che ormai è consuetudine riservargli. La cosa più onesta da fare a questo punto è non ostentare autorevolezza o conoscenze che non si possiedono e limitarsi a leggere il testo registrando le vibrazioni che esso riserva. Paul Auster non piace a tutti, e in questi tutti evito di prendere in considerazione coloro che pensano che se un testo è famoso voglia dire per forza che sia commerciale, dozzinale, scadente. Anche a critici affermati, persone sensibili, colte e per nulla superficiali, Paul Auster non piace. È il lato kafkiano e oscuro di Don DeLillo, l’anima più “fantastica” del postmodernismo, le definizioni si sprecano, ma quasi mai le generalizzazioni hanno un reale fondo di verità, per cui tendo a evitarle e mi limito a registrare cosa oggettivamente il suo scritto trasmette e se vogliamo amplifica. Ho letto critiche molto più dettagliate e profonde di quanto forse sarà mai la mia e a lungo mi sono interrogata se un mio scritto avrebbe davvero apportato un valore aggiunto al dibattito letterario, o si sarebbe perso nello sfondo come inutile rumore. Poi mi sono detta: la sfida è affascinante, i lettori perdoneranno le mie eventuali lacune, (per comprendere in profondità questo testo – questi tre testi slegati e nello stesso tempo labirinticamente connessi – bisognerebbe conoscere tali e tante altre opere, non solo letterarie, in un gioco di specchi ricurvi e vasi comunicanti che in effetti rende le mie titubanze tutt’altro che artificiose) e si costruiranno una personale visione della Trilogia, quindi poco danno posso arrecare. Tutt’al più posso avvicinare a questo libro, per molti versi davvero ostico, coloro che come me fino a ora se ne erano tenuti, più o meno consapevolmente, lontani.

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