#Festlet #4: Cura

Biancamaria Frabotta

Le streghe, dice Kater̂ina Tučková, un tempo raccoglievano erbe, predicevano il tempo e il futuro, e questo infastidiva il sistema. I veri eredi delle streghe sono quelle donne e quegli uomini che conservano una forza al di fuori del sistema stesso.
Non posso evitare di pensare, allora, che la poesia, ogni volta che compare un tempo di sdoganamento del pressappochismo e cresce l’astio per il pensiero sottile, sia una forma di artigianato stregonesco. Non voglio coinvolgere con questo categorie trascendentali, come trascendentale non era usare un impacco per curare una ferita: mi limito a dire, la poesia è un mestiere che lavora da materia liminale, e dà il suo contributo in anticipo sulla richiesta.
Sarà per questo che a ogni forma di totalitarismo, sia esso intelligente e spietato o ignorante e ottuso, la poesia è invisa.
Ma lasciatemi aprire una lunga parentesi, e ripercorrere queste ultime ore di Festlet. Il fantasy, per esempio. Chi mi conosce sa cosa ne penso: un genere cosiddetto minore che lega il mito alla possibilità di denuncia dell’attuale, come il suo grande compagno di giochi, la distopia. Conferma la mia opinione Michela Murgia, che ieri sera ha ripercorso Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley con il suo L’inferno è una buona memoria (Marsilio). Morgana: l’idea che un ciclo fondato come quello arturiano possa cambiare di significato se raccontato dal lato femminile, che i valori vengano messi a soqquadro e la realtà assuma nuovi contorni, perfino che il coraggio e la virtù possano essere un dispendio di energie guardato con amorevole condiscendenza. Che tutto l’immaginario che abitiamo, insomma, anche il mondo reale, sia pronunciato da un narratore maschile, dal quale dovremmo provare ad affrancarci. Morgana, sacerdotessa, è passata per essere una strega. Ad ogni modo, aggiunge Michela Murgia, pure in un libro che crea baruffa nella narrazione dei ruoli è ancora presente “la sindrome di Ginger Rogers, che deve fare tutto quello che fa Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi”; come se il prerequistito per essere uguali sia di essere ammirevoli. Ma, prosegue e chiude, nel libro leggero e “un tanto al chilo” che le ha insegnato il femminismo ci sono genealogie femminili, eredità che passano anche (in ogni senso) senza sangue, comunità di donne che si aiutano anziché essere le prime nemiche di sé stesse e delle altre.
Poi c’è la musica, per esempio. Giovanni Bietti, nella seconda puntata del suo ciclo di lavagne sulla musica e la multiculturalità, ha raccontato di Bela Bartók e del suo sogno di lavorare sulla scrittura musicale – a partire dalla registrazione sul campo di canti di contadini – dimostrando che si tratta del linguaggio che può realmente affratellare i popoli, “a dispetto di tutti i confini, gli scontri e le guerre”. Come era stato per Beethoven, che nel triennio successivo al congresso di Vienna, periodo di silenzio delle sue “opere monumentali”, riprese il progetto inizialmente su commissione dell’arrangiamento di melodie nazionali, strutturando più di cento tra canti popolari, mazurche, bolero e altre forme che per la prima volta uscivano dal loro Paese d’origine per entrare in comunicazione con gli altri, lasciando che l’Europa conoscesse il proprio patrimonio e contemporaneamente iniziando quel percorso di ragionamento sull’armonia che lo avrebbe portato, con i Quartetti, a sconvolgere le stesse regole che aveva contribuito a creare. “Quando una tradizione resta nei suoi confini, si spegne”, conclude Bietti riflettendo su questi percorsi.
Poi è arrivata la poesia. Biancamaria Frabotta, poetessa, saggista, docente universitaria, e il critico Roberto Galaverni hanno tenuto un incontro dal bellissimo titolo “Quando veniva la poesia, si fermava tutto”. Biancamaria Frabotta, di cui recentemente è tornata disponibile l’intera opera poetica in Tutte le poesie 1971-2017 (Mondadori, Lo Specchio, recensione qui e qui), è poeta dallo sguardo attento e obliquo, ricettivo alla vita sia essa l’andatura dell’ordine naturale, nel suo mistero, sia essa gli spuntoni e le bufere della storia umana, politica, sociale. Galaverni sostiene: “non ci sono motivo o veste tematica dominante nella sua poesia”, che viene da “una musa che ha bussato alla sua stanza molto presto e non ne è più uscita”. Una poesia accogliente, mai impermeabile. Galaverni riflette su una poesia “che è cantiere aperto, scorreria”, e muta mentre la vita cambia. Ripercorriamo gli anni dell’impegno civile, attraverso l’esperienza e la percezione di sé, lo scivolamento tra personale e politico. Le letture di Biancamaria Frabotta attraversano il pensiero calibrato dal punto di vista femminile, «il disagio di leggere in autobus / fra due riunioni», l’osservazione dei ritmi del cosmo e della natura. Si percorrono i grani delle sue raccolte, con l’impressione di una portata di idee, esperienza, riflessione, che anche dove si fa insofferenza puntuta non scantona mai nella parola d’ordine. Si arriva a La pianta del pane, a Da mani mortali, libri popolati dal chiaro amore coniugale, dal mistero della Natura, da poeti «acquattati nel pelo del mondo». In questo acquattarsi, nel migliore dei casi atto consapevole e non passivo, luogo di mirino e di presenza, c’è la voce del poeta e della donna. Che offrono la loro forma di cura, frenando come con la pianta «ogni desiderio / di spronarla, questa ottusa pazienza / di durare, per ora, senza dare ombra».
“All’interno del femminismo non possono essere dimenticati secoli e secoli di cura”, dice Frabotta. “È un fenomeno di civiltà portato dalle donne. Alcune sono finite sul rogo, per questo”.
Mi rileggo al volo, prima di premere il pulsante “salva” su questa schermata. Credo che questo post abbia parlato di musica, letteratura e poesia, e di una certa forma di resistenza stregonesca. Credo vada bene così.

© Giovanna Amato

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