Biancamaria Frabotta e la “trilogia della quarta stagione”

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Biancamaria Frabotta, foto di Dino Ignani

 

È da poco uscito per “Lo specchio” Mondadori il volume che ripercorre la produzione poetica di Biancamaria Frabotta, Tutte le poesie 1971-2017. Il libro, bellissimo anche nella fattura e dal permanente profumo di ottima carta, è un oggetto prezioso anche per chi della mia generazione abbia la fortuna di possedere tutte le singole raccolte. Si apre con Il rumore bianco (1982), «un libro stipato e compresso, simile al clima sovraeccitato di cui in qualche modo dava un suo stravolto resoconto»,¹ e si chiude con una silloge inedita, La materia prima, dal timbro completamente diverso e che compone con le due precedenti, La pianta del pane (2003) e Da mani mortali (2012), quella che l’autrice stessa chiama «trilogia della mia quarta stagione».²
Basterebbe far brillare le parole dei titoli, a partire da quello di cattaneiana memoria, per intuire la monade di questa “stagione” tutta dedita alla testimonianza di un ritmo più vasto rispetto al “clima storico sovraeccitato” con cui il tomo si apre. E comprendere fino in fondo la necessità di una virata di stile in cui il verso si addolcisce e si appiana e l’occhio, con una giravolta del cristallino, allunga la propria gittata proprio posandosi su quanto è paradossalmente più accanto. «Insomma non da ogni seme nasce una pianta, ma se accade, non c’è altro da sperare, malinconicamente, che essa ci sopravviva. Capivo ormai che la poesia è tale quando, anche nel sottostante disegno allegorico, si sottopone docilmente alla verifica della parafrasi».³ La raccolta si apre con una poesia programmatica, parte di una breve serie che celebra il fraterno e innamorato amore coniugale, che riesce a coniugare dimestichezza e febbre di contatto in un continuo processo di conoscenza di sé e dell’altro. Mio marito ha un cuore generoso/ come quel dio che dona il primo verso, e al termine, dopo aver dichiarato l’imbarazzo per le ore scure di cui lui diffida, così, per amor suo, io cambierò stile/ e per lui terrò in serbo cose chiare.
La campagna, l’amore coniugale, l’osservazione di questioni telluriche come la mortalità e la guerra della natura, sono portate così con grazia, con un’incrollabile necessità di quiete all’interno dell’inquietudine. Ne viene una poesia di madreperla, dallo sguardo sbieco e il dettato liscio. Alle volgari, vergognose questioni politiche si contrappongono umili avventurieri della pace (Vattene, Presidente); alla pianta che cresce si riconosce la sua libertà di vivente che forse è anche umano, con l’eleganza di chi impara a comprendere le leggi testarde della natura: La pianta è un cantiere sempre aperto/ a chi vi torna senza averne memoria./ Sappi che frenerò ogni desiderio/ di spronarla, questa ottusa pazienza/ di durare, per ora, senza dare ombra.
La figura del marito, con il suo carico di chiarezza, torna in una poesia fondamentale ad apertura di La materia prima:

Parlò per bocca tua e disse.
Non stai morendo Bianca.
E fu vero il mio nome.
E fu pace dalla prima linea
ai miei mozzati respiri
fu silenziato il silenzio.
Senza il tuo amore
il suo pensare secondo
l’agire, mio teste
di chiara visione
m’avrebbe rapito, quella
druda, col passo pesante
del suo fiato. Eccomi. Eccoti.
Chiama me, smunta e di poco
sangue. Non posso fermarmi.
Devo andare al confronto
al conforto sicuro
abbandonare la guida del giudizio.
Ma tu insistetti,  mio maratoneta
sgomitando, maleducatamente.
Imparate maldestri innamorati.
Non ci si può limitare
a guardare quello che succede.

In una trilogia in cui morte e mortalità compaiono come un filo rosso in quanto necessità feroce della natura, Frabotta non si lascia irretire neanche per scherzo estetico dalla fascinazione delle cose oscure. Della morte si riporta il passo pesante/ del suo fiato. È nella siccità come nella caduta di un nido, come nel fuoco che all’improvviso distrugge anni di intenzione umana e naturale. Contro di essa ci si industria, con una sapienza inscritta nel corpo. Fuori dal tempo “storico sovraeccitato”, la trilogia narra una convivenza con un tempo perenne e di gesti di chi comprende che la propria presenza è fatta di atti continui, ostinati e pieni di grazia, in una dimensione in cui la bellezza sa stilettare con istanti di crudeltà, riuscendo a commuovere come a stringere il cuore.

Talvolta, se uno dorme
l’altra, in semiveglia vigila.
Fedele al turno e stremata
all’ignoto sacrario non cede.
Come un portiere di notte
come una sentinella chinata
sull’ostaggio, ad ogni suo
respiro sussulta, badando
sul filo della spada
che non gli rechi oltraggio
tanto trascinarsi
nel precario splendore
dell’erba tranquillante.

Di me non mi curo, ma di te
soltanto, giorno e notte
come una madre apprensiva
come la più noiosa delle spose
e tu mio caro prezioso rivestimento
giustamente ribelle a ogni emolliente
iniquamente mi bistratti. E invecchi
ogni giorno, a poco a poco punisci
la mia presunzione che obliquamente
vorrebbe troncare la corsa del tempo.
Vorrei, oh sì, lodare in te l’ideale
il sommo pregio cantato dai poeti
e invece, al lume della coscienza
ti intravedo avvinto al giogo
che ci sottomette e ti scompone
in falangi, membrane, nervi
persi all’armonia, ridotto alle
regole che mutilano le remote utopie
di un’intima convivenza fra la mente
e il corpo, di una consolante sostanza
comune, estranea alla morsa dell’artrosi
che intirizzisce le dita già leggiadre.
In diversi modi si gonfiano i vasi
sanguigni occulti, dalla grana sepolta
della pelle affiorano alla superficie.
E parlano una lingua universale
scavata dalla vita sul palmo
della mano e sul dorso il ricamo
di esperienza e dimenticanza.

L’estate senza acqua, la passata estate
ricordi – facesti cadere il nido
dei tortorini non ancora rifiniti.
Con la morte nell’anima lo
rimettemmo dov’era, ma nulla
fu più come prima, dopo lo stacco.
Tu provasti ad alzarli da terra
a improvvisare un giaciglio
in un paniere di paglia fangoso.
Il più fragile, tremando, si serrava
dentro una notte ininterrotta, l’altro,
stupefatti tra i rami acuiva
gli aghi degli occhi tra le fronde
mai viste, miracolosamente
snidato dai riflessi di una
luce immensa. Dov’era
la madre nel trionfo di brezze
la gioia di non aspettarla godeva.
Come poteva sapere il suo vispo
occhieggiare che l’avrebbe sdegnato
che il suo destino era ormai segnato?
Senza sollevare sul nido crollato
il velame di spine così pazientemente
intrecciato, nauseata, annusò il tanfo
umano delle nostre dita, le tracce
delle nostre carezze. In un volo
senza ritorno s’allontanò la madre
resa da Natura, snaturata, di colpo
materia inorganica, cieco corpo
del suo corpo. O forse l’ultima
incarnazione della filosofica
creatura, ammaliata dal sospetto
platonico verso ogni materia.

© Giovanna Amato

¹ Da Ultime dalla terra di nessuno, riflessioni di Biancamaria Frabotta in calce alla raccolta, p. 390.
² Dalle Note ai testi, p. 371.
³ Cfr. nota n. 1, p. 397.

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