Festival

#Festlet #5: Dettagli

Per il suo Prima persona, Richard Flanagan ha usato un episodio realmente accaduto nella sua vita: il suo esordio in narrativa con una biografia scritta in tre settimane di un individuo estremamente reticente a parlare di sé. A Richard Flanagan piace raccontare episodi della propria vita. Se vi capiterà di ascoltarlo, potrebbe raccontarvi questo:

“Una volta avevo un’intervista. Io parlavo, parlavo, ma l’uomo non mi guardava. Dopo un po’ vedo un tizio in fondo che fa: cinque… quattro… tre… e ho capito che non avevamo ancora incominciato. L’intervista è stata così: le domande in italiano, le risposte in inglese. Abbiamo parlato, parlato, non ci siamo mai guardati e non ci siamo mai capiti. Alla fine l’intervistatore mi ha abbracciato e ha detto: è stata l’intervista più bella della mia vita. Ho capito che a volte l’importante è saper tenere bene il palco.”

Anche quest’anno, Mantova ha tenuto il palco da leone. Nel momento in cui scrivo, è quasi impossibile per la mia bici Ariadne districarsi in una folla mai chiassosa. Il grande tendone della libreria è stipato, ci sono più persone che libri, il che dovrebbe essere il sogno di ogni libreria ben fornita, e questa lo è. I volontari fanno capannello a piazza Leon Battista Alberti, qualche curioso chiede ai volontari agli ingressi degli eventi se c’è ancora un biglietto per entrare. Mantova ha tenuto il palco da leone, e così il Festlet.
Ma a differenza di Flanagan e del suo intervistatore, noi e il Festlet ci siamo capiti. (altro…)

#Festlet #4: Cura

Biancamaria Frabotta

Le streghe, dice Kater̂ina Tučková, un tempo raccoglievano erbe, predicevano il tempo e il futuro, e questo infastidiva il sistema. I veri eredi delle streghe sono quelle donne e quegli uomini che conservano una forza al di fuori del sistema stesso.
Non posso evitare di pensare, allora, che la poesia, ogni volta che compare un tempo di sdoganamento del pressappochismo e cresce l’astio per il pensiero sottile, sia una forma di artigianato stregonesco. Non voglio coinvolgere con questo categorie trascendentali, come trascendentale non era usare un impacco per curare una ferita: mi limito a dire, la poesia è un mestiere che lavora da materia liminale, e dà il suo contributo in anticipo sulla richiesta.
Sarà per questo che a ogni forma di totalitarismo, sia esso intelligente e spietato o ignorante e ottuso, la poesia è invisa.
Ma lasciatemi aprire una lunga parentesi, e ripercorrere queste ultime ore di Festlet. Il fantasy, per esempio. Chi mi conosce sa cosa ne penso: un genere cosiddetto minore che lega il mito alla possibilità di denuncia dell’attuale, come il suo grande compagno di giochi, la distopia. Conferma la mia opinione Michela Murgia, che ieri sera ha ripercorso Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley con il suo L’inferno è una buona memoria (Marsilio). Morgana: l’idea che un ciclo fondato come quello arturiano possa cambiare di significato se raccontato dal lato femminile, che i valori vengano messi a soqquadro e la realtà assuma nuovi contorni, perfino che il coraggio e la virtù possano essere un dispendio di energie guardato con amorevole condiscendenza. Che tutto l’immaginario che abitiamo, insomma, anche il mondo reale, sia pronunciato da un narratore maschile, dal quale dovremmo provare ad affrancarci. Morgana, sacerdotessa, è passata per essere una strega. Ad ogni modo, aggiunge Michela Murgia, pure in un libro che crea baruffa nella narrazione dei ruoli è ancora presente “la sindrome di Ginger Rogers, che deve fare tutto quello che fa Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi”; come se il prerequistito per essere uguali sia di essere ammirevoli. Ma, prosegue e chiude, nel libro leggero e “un tanto al chilo” che le ha insegnato il femminismo ci sono genealogie femminili, eredità che passano anche (in ogni senso) senza sangue, comunità di donne che si aiutano anziché essere le prime nemiche di sé stesse e delle altre. (altro…)

#Festlet 2018 #3: Un libro, l’universo e tutto quanto

 

Francesco Abate e Michela Murgia

 

Preso il microfono, Michela Murgia racconta l’inizio di un’amicizia che ha saltato tutti i convenevoli; perplessa dall’interesse di Francesco Abate nei suoi confronti, ne ha chiesto ragione davanti a una pizza, e lui ha risposto: ho avuto un trapianto, ho imparato a non avere tempo, ti voglio bene adesso.
Abate racconta: “tutto quello che ci avevano detto sul trapianto e la rianimazione non corrispondeva alla realtà, quindi abbiamo deciso di creare un’associazione per chi aveva vissuto lo stesso linguaggio della malattia. Un’associazione che prevedesse gite, perché chi si sradica per curarsi spesso perde il contatto con i suoi luoghi”.
È da questo sfondo che nasce Torpedone trapiantati (Einaudi), un intreccio di storie tra persone legate dalla notizia della malattia cronica, della possibile fine. Forse nient’altro le lega, oltre a questo on the road che dà sollievo al perenne rattoppo, tra karaoke e attacchi di fame da cortisone. Michela Murgia ne chiarisce lo stile: «Abate ha un registro che riesce a far contemporaneamente piangere e ridere, nella stessa frase; a me la gente che piange non ride mai». Molto di quello che Abate dice ci turba, per quanto affermi: «il mio scopo è di farvi ridere altri dieci anni». Racconta che con Severino Cesari, l’uomo che l’ha voluto in Einaudi e che era in dialisi, hanno fatto editing con i cellulari riservati all’ospedale accanto ai fogli. Immagino quella scrivania, il cortocircuito di vita, speranza, paura e narrazione. Racconta le richieste di liberatoria ai parenti della donna che gli ha donato il fegato, tentennante all’idea di invadere un dolore ma bisognoso di inserire il nome di Cinzia nel romanzo. Penso al cortocircuito ancora più vasto di chi, morendo, sopravvive in un libro e in un corpo altrui. (altro…)

#Festlet 2018 #2: Il riso e la specie

Marco Malvaldi

 

Premetto che sembrerò allontanarmi per qualche rigo dalla letteratura, ma ieri sera sono andata a piazza Castello a godermi Dose e Presta de “Il ruggito del coniglio”, magistralmente accompagnati da Max Paiella e Attilio Di Giovanni. Per un’insegnante (per quanto precaria), assistere a una puntata è sempre una festa, figuriamoci se è live. E io del Festlet adoro il versante lieve: mi lascio sconvolgere la vita da letture drammatiche che scopro in qualche evento tra le navate di una chiesa, e cinque minuti dopo confesso a Lella Costa di averla adorata quando ha riassunto in nove comicissimi minuti la storia di Reva Shein in Sentieri.
Il Festlet è il luogo delle cose sottili, brillanti e profonde: e l’ironia donata lì sull’unghia, con sforzo apparentemente minimo e perfezione di tempo, è grandezza.
Ho detto che mi sarei allontanata dalla letteratura, ma è vero? Forse no, e non solo perché Presta è un narratore di razza, ma perché in questa serata leggera, come ne regala il Festlet assieme ai momenti più densi, grandi ospiti sono state le storie. (altro…)

#Festlet 2018 #1: Cavatina

 

Per voi che leggete, il Festival sta iniziando. Per me che scrivo c’è da attendere ancora un po’.
Ma chi segue queste cronache da qualche anno sa che non aspetto l’inizio del Festival per cominciare a raccontarlo, perché Mantova lo amplifica e lo racchiude, il tessuto di Mantova in qualche modo lo rintocca, e Mantova è qui, sotto il predellino di questo treno che mi porta a destinazione.
Potrebbe fare fresco, quest’anno, e forse (ora gli organizzatori mi odieranno) piovere, ma io ho dalla mia di non essere idrosolubile, e di essere entusiasta come una bambina, e ho una sciarpa nuova, un po’ più scura del bronzo, che ha tutta l’aria di essere uno scudo.
Stringo il borsone alle spalle, ho dimenticato l’ennesima bottiglia d’acqua sul treno, e mi avvio.  (altro…)

POETARUM SILVA A FESTIVALETTERATURA DI MANTOVA

Anche quest’anno Poetarum Silva sarà presente al Festivaletteratura di Mantova, che raggiunge nel 2018 la ventiduesima edizione e si svolgerà, tra il centro della città e il magnifico Palazzo Te, tra mercoledì 5 settembre e domenica 9 settembre.
Giovanna Amato gironzolerà per voi tra il magnifico programma, consultabile qui, con un entusiasmo che rasenterà l’ubiquità. Ogni giorno, un post riassuntivo racconterà le esperienze e le atmosfere, e una copertura twitter vi terrà aggiornati in diretta sugli eventi letterari e musicali offerti dal Festival.
Nell’attesa, non dimenticate di rispolverare i post delle passate edizioni; ci vediamo tra una settimana con il #Festlet!

L’importanza di essere piccoli 2018 (comunicato stampa)

 

Comunicato stampa

 

L’importanza di essere piccoli

poesia e musica nei borghi dell’Appennino

VIII edizione 2-5 agosto 2018

 

un progetto dell’Associazione Arci SassiScritti

con il sostegno di

Regione Emilia-Romagna, Arci Bologna – Polimero, enERgie diffuse

e dei comuni di Alto Reno Terme, Castiglione dei Pepoli, Grizzana Morandi,

Sambuca Pistoiese, Unione dei comuni dell’Appennino bolognese,

BCC Alto Reno e  COOP Reno

 

L’importanza di essere piccoli fa parte di Bologna Estate 2018, il cartellone di attività promosso e coordinato dal Comune di Bologna con

MONICA DEMURU, NATALIO MANGALAVITE, MARIAGRAZIA CALANDRONE, BIANCO, SILVIA VECCHINI, ANTONIO DI MARTINO, FABRIZIO CAMMARATA, LUIGI SOCCI, SIMONE MARZOCCHI, LA STANZA DI GRETA, FILIPPO GATTI, FRANCESCO DI BELLA, IDA TRAVI e molti altri

 

qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.

P. Cappello

ABITARE I MARGINI

STABILIRE UN NUOVO CENTRO

 

L’ottava edizione del festival L’importanza di essere piccoli, dal 2 al 5 agosto nell‘Appennino tosco-emiliano, è dedicata alla memoria di Pierluigi Cappello, poeta che abitando un margine ha stabilito un nuovo centro. Pierluigi ha vissuto appartato, confinato nel suo Friuli, una condizione a volte dolorosa che però non gli ha mai fatto abbandonare la genuina passione civile che ha praticato attraverso la poesia.  Poesia come lingua alternativa a quella violenta del potere e occasione di comprensione e vera compassione. In questo senso la marginalità diventa una distanza che permette una prospettiva alternativa, grazie alla quale è ancora possibile cogliere il senso più profondo delle cose.

La dedica a Pierluigi Cappello e la misteriosa immagine di Guido Mencari raccontano lo spirito e la natura di un festival fragile e tenace, che si radica ai confini, dentro piccole comunità. Spazi umani in cui è ancora possibile farsi ambasciatori di una nuova vita e di un nuovo linguaggio, linfa che cresce in borghi abbandonati e si propaga attraverso le valli e i boschi di un paesaggio aspro e familiare. Proprio dal desiderio di ritagliarsi uno spazio e un tempo lontani dal rumore quotidiano, l’artista Lucia Mazzoncini ha ideato e ricamato un mantello trapuntato di stelle, installazione poetico-sonora che si sposterà insieme al festival. Una tenda indiana in cui le persone potranno accamparsi per restare in ascolto dei versi detti dalla voce registrata di Pierluigi Cappello. (altro…)

Like/Not Like

 

Già l’anno scorso vi avevo caldamente invitato a fare una visita al festival di fotografia Cortona on the move. Quest’anno invece, che vi piaccia o no, l’invito cortese si trasforma quasi in una necessaria coercizione. La proposta culturale offerta con l’edizione 2018 grazie all’ampia e lungimirante proposta di Arianna Rinaldo direttrice artistica del festival non solo esplora per scelta la fotografia al femminile ma affronta tematiche inedite e complesse che in uno sguardo globale (sono 24 le mostre proposte) si presentano come una lettura della contemporaneità che apre una riflessione secondo me fondamentale: non è più necessario scegliere da che parte stare se si sente a prescindere il bisogno di non stare sempre nello stesso punto. Cortona on the Move, non è un festival sulla fotografia di viaggio, ma ogni anno propone uno sguardo a 360° su quanto succede in ogni angolo del pianeta e le tematiche offerte fanno parte di una complessità informativa, culturale e educativa che manca ai mezzi di Informazione, soprattutto la Cronaca cristallizzata in una narrazione ripetitiva a-cronica di fatti astratti da un presente ben più complesso e divulgati al fine di disporsi come recettori di “like/not like”. Risulta allora superficiale esprimere pareri su migrazioni e sbarchi (anche solo un si o no) senza guardare il lavoro narrativo e intimo di Tanya Habjouga sulle donne siriane rifugiate in Giordania o Marylise Vigneau che ritrae chi in Pakistan è costretto a nascondere o mimetizzare sessualità, opinioni, passioni o i ritratti anonimi di persone vittime di tratta fatti ad Amsterdam (Europa!) da Ernst Coppejans. Ma se questi lavori, come quello di Debi Cornwall su Guantanamo Bay o la brava Carlotta Cardana sulle giovani generazioni degli indiani di America toccano corde già usate (ma mai abbastanza), le sorprese arrivano con il lavoro di Allison Stewart che racconta gli Stati Uniti di chi si prepara alla sopravvivenza con i propri “Bug out bag”, zaini o borse che contengono ciò che si reputa fondamentale per la sopravvivenza dopo catastrofi naturali o belliche. Una vera e propria ossessione svelata non solo attraverso le molteplici differenze dei contenuti che rispecchiano le ansie del proprietario, ma anche mostrandoci l’esistenza di centri commerciali e fiere dedicate ai “preppers“. Un impietoso sguardo sulla sfiducia e il senso di precarietà se non terrore verso il futuro e che sembra essere un modo di pensare e vivere sempre più radicato. Ossessione anche quella del nucleare presente nel lavoro di Sim Chi Yin che “sfiora” i territori degli USA e della Corea del Nord destinati alla ricerca e alla produzione di ordigni nucleari. Un’altra forma di paura la racconta con toni diversi Michele Spatari con il suo lavoro sui bagni pubblici di Torino che diventano specchio delle precarietà abitativa presente nelle nostre città. Un’altra sorpresa per la novità della ricerca è il lavoro di Claudia Gori su chi tenta di difendersi o isolarsi dalla prolungata esposizione ai campi elettromagnetici, causa di vere e proprie disfunzioni e malattie invalidanti e discriminanti che non sono che le avvisaglie di un qualcosa che può diventare sempre più grande e diffuso. Sempre a proposito di malattie, la foto simbolo del festival 2018 è tratta dal lavoro di Sanne de Wilde (esposto per le strade del centro storico) che affronta l’acromatopsia: la cecità ai colori diffusa in un’isola della Micronesia.
Come ho scritto, sono 24 le mostre diffuse in tutto il territorio cortonese e mai come quest’anno viene approfondita una ricerca sull’intimo e sul personale femminile come per esempio nella ricerca “antropologica” di Pouloumi Basu sull’esilio temporaneo delle donne mestruate in Nepal, inteso come radice della violenza di genere. Questa ricerca si sviluppa nelle varie autrici attraverso tecniche diverse come il recupero dell’autoritratto che riprende la sua dignità dall’abuso del “selfie”. Mi riferisco per esempio al lavoro di Elinor Carucci, la dove la narrazione visiva della propria maternità diventa il recupero e la memoria di gesti, sguardi, interazioni. Interessante anche il rapporto tra la necessità di una presenza della fotografa come protagonista delle foto vernacolari di Jennifer Greenburg e  la presenza/assenza che emerge invece nel lavoro di Bieke Depoorter. Più complessi sicuramente i ritratti di Guia Besana e Alena Zandharova, ma anche il lavoro sul desiderio di Loulou d’Aki. Un lavoro interessante sulla pratica del Selfie è quello proposto da Pierfrancesco Celada con il suo progetto Instagram Pier.
Per la prima volta viene proposta una sezione video “Arena” dove sono presentati video sperimentali e installazioni realizzate da fotografi che propongono opere transmediali. Tra queste, per chiudere il cerchio iniziato nella mia premessa, devo assolutamente citare “The March of the Great White Bear” di Sheng Wen-Lo, una serie di riprese contrapposte di orsi tenuti in cattività all’interno di alcuni zoo dove il comportamento delle bestie si adatta fino a trasformarsi in una serie di ripetizioni che nelle riprese accelerate appaiono come loop realizzati artificialmente e a cui il pubblico risponde con entusiasmo e stupore in maniera meccanica (quasi pavloviana). metafora esemplare del Like/not like indifferenziato davanti alla realtà immediata superficiale del fatto.

© Iacopo Ninni

Le immagini sono  di © Allison Stewart e © Sanne de Wilde

Premio Cetonaverde Poesia: 13 e 14 luglio 2018

COMUNICATO STAMPA

Cetona, 13 e 14 luglio: Vivian Lamarque si aggiudica il Premio Cetonaverde Poesia.
Il vincitore della sezione Poesia Giovani sarà scelto dal pubblico nel corso della manifestazione

Milano, 25/06/2018 – Vivian Lamarque, con Madre d’inverno (Mondadori, Milano 2016), vince Il Premio Internazionale della VII edizione del Premio Cetonaverde Poesia, uno tra i massimi appuntamenti della cultura in Italia, che si celebrerà a Cetona venerdì 13 e sabato 14 luglio.
Il Premio ha le sue radici nella volontà filantropica della fondatrice Mariella Cerutti Marocco e di suo marito Antonio Maria Marocco per dare ai giovani poeti spazio e notorietà nell’espressione artistica. L’iniziativa è sostenuta dalla “Fondazione Antonio Maria e Mariella Marocco per la tutela del libro manoscritto e stampato” nata a Torino nel 1998. All’organizzazione del Premio, sponsorizzato dal Gruppo Atlantia, aderiscono personalità del mondo della cultura, dell’economia e del giornalismo.
Il Premio Cetonaverde Poesia, del quale è presidente d’onore Guido Ceronetti, si articola in due sezioni: il Premio Internazionale e il Premio Poesia Giovani. (altro…)

Elba Book, La quarta edizione

Elba Book, la quarta edizione

Dal 17 al 20 luglio, nel Comune di Rio torna il festival isolano dedicato all’editoria indipendente con l’intento di rigenerare le prospettive dei lettori e superare i limiti della carta stampata.

Una piccola isola in mezzo al Tirreno può essere un porto sicuro per la letteratura italiana? La risposta è diventata un’affermazione. Elba Book, l’unico festival isolano dedicato all’editoria indipendente, annuncia la quarta edizione, da martedì 17 a venerdì 20 giugno. Non a caso, la manifestazione è cresciuta in un luogo geografico che vive di porti, che per tutto l’anno trae la sua linfa vitale dall’accoglienza e dall’apertura al resto del mondo. Elba Book è nato per includere e aiutare a comprendere la realtà grazie alla cultura, che connetterà ogni appuntamento in programma al tema del rinnovamento. Urbano, umano e sociale, la possibilità di interpretare ciò che è dato in maniera alternativa parte dalle risorse disponibili per ricollegarsi allo scorrere del tempo attraverso il coinvolgimento personale. Un percorso che comprenderà circa 30 editori distribuiti in tutto il centro storico di Rio nell’Elba, fra cui Sem, Neo, Exòrma, Edicola, Gallucci, L’orma e Odoya, e che non sarebbe stato possibile senza la lungimiranza del Consorzio Comieco. A corredo, una ricca proposta di iniziative collaterali: dalla mattina alla sera si susseguiranno laboratori di riciclo per i più piccoli, degustazioni dei prodotti locali, performance, installazioni artistiche, spettacoli teatrali, escursioni, reading e concerti all’aperto. (altro…)

Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

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Langue, il Festival romano che studia la poesia nel quartiere degli studenti

di Daniele Campanari

Nel quartiere di San Lorenzo, a Roma, lo studente non aveva l’odore della sigaretta accesa o le gambe corte; tratteneva un libro con la mano destra. Sulla spalla sinistra portava una borsa – conteneva forse altri libri? -, schivava una bottiglia di birra vuota, seguiva voci possedute tra gli scaffali. Entrava alla libreria Assaggi: è qui la festa. Usciva, tratteneva ancora quel libro con la mano destra che era pagina pure lei, su quella mano si poteva andare a capo tracciando le righe di una prossima poesia. Procedeva dritto, affiancava il Verano, osservava la cinta del monumento, la stringeva arrivando in piazza dell’Immacolata. È anche qui la festa.
A San Lorenzo è nato un Festival di poesia che ha saputo camminare, farà i primi passi sabato 26 maggio. Non si tratta di un movimento divenuto consuetudine in molte parti d’Italia, collezione (“Il termine sinteticamente riassume alcuni degli aspetti di Langue, lascia di proposito alcuni contorni sfumati. È un invito a chiedersi cosa sia la poesia”) di poeti vivi, ma parola respirata: respirare parola camminando.
Si chiama Langue il primo Festival di poesia a San Lorenzo, Festival curioso per tanti motivi. (altro…)

NapoliCittàLibro. Salone del libro e dell’editoria

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Dal 24 al 27 maggio il complesso Monumentale di San Domenico maggiore ospita “Napoli città libro”, salone del libro con 300 eventi tra presentazioni, reading e letture teatralizzate. Il biglietto di ingresso costerà 4 euro, presenti oltre 100 stand di editori provenienti da tutta Italia. Ecco il programma.