musica

La Bibbia. Simon Reynolds, Post Punk 1978-1984

In principio Dio creò il rock, pensò di riposarsi col progressive ma mentre dormicchiava sereno, in un angolo del pianeta qualcuno si prese le mele più marce cadute dall’albero e diede origine al punk. Mettiamola escatologicamente così e non per scherzo, perché per noi adolescenti del 1978 senza Internet e senza Ryan Air era difficile capire cosa stesse succedendo in un luogo lontano lontano che immaginavamo abitato da musicisti in divisa da college concentrati per 15 minuti circa su mellotron, dodici corde e flanger e da dove invece improvvisamente cominciavano ad arrivare scariche elettriche e cortocircuiti di basso inferiori ai 4 minuti. Come era possibile tutto ciò? Ricordo qualcosa di quei giorni confusi: i servizi di Michael Pergolani corrispondente londinese per l’Altra Domenica, gli articoli di Popster (il suddetto Dio protegga nei secoli a venire Carlo Massarini), le trasmissioni di Radio Montevecchia quando la meteorologia lo permetteva e le gite alla fiera di Sinigaglia alla caccia dell’ultimo bootleg. I nomi ce li giocavamo poi tra di noi. Le gite di classe dove nel solare Re-La-Sol di “le bionde trecce gli occhi azzurri e poi…” si cercava la dissolvenza al drammatico Mi minore di “Three imaginary boys” (e anche in questo caso resterà nella memoria il compagno che portò quella cassetta c90). Ma le nostre conoscenze erano frammentarie, legate a rare trasmissioni radiofoniche e televisive o agli articoli che comparivano sul Mucchio Selvaggio e Rockerilla. Conoscevamo i nomi dei gruppi, spesso introvabili e ci affidavamo più al gossip che a una conoscenza del fenomeno. Sì, certo sapevamo che tra il Pop Group e le Slits c’era qualche legame affettivo, (qualcuno ci vedeva anche un’emulazione negli italici Kaos Rock e Kandeggina gang), tutti sapevamo che Robert Smith era stato il chitarrista di Siouxsie, ma oltre questo non si andava. Era difficile vedere un legame antropologico, culturale, progettuale tra i vari gruppi; qualcosa magari lo si intuiva dai cambi di formazione, dalle note di copertine, ma molto molto poco. Abbiamo avuto pazienza però e 40 anni dopo ecco la rivelazione. Simon Reynolds per mano di Minimum Fax ci ha consegnato la BIBBIA: 776 pagine di ricerca minuziosa sui 6 anni che hanno ribaltato la storia della musica, ma soprattutto noi. Pagine dove quei solchi e quei nastri si inseriscono in situazioni culturali ben più complesse e strutturate di quello che ai tempi ci poteva arrivare. Fanzine, case discografiche, manifesti, biglietti di concerti, performance, articoli di giornali, cassette in edizioni limitate, tutto viene scandagliato per raccontare a noi poveri umani da dove usciva e si diffondeva quel verbo. Dai P.I.L. ai Propaganda attraverso Pere Ubu, Lydia Lunch, Devo, Raincoats. (altro…)

proSabato: Giorgio Galli, da “La parte muta del canto”

Guido Cantelli

Nel Corno meraviglioso del fanciullo di Arnim e Brentano, c’è una poesia che dice:

Il cuculo è caduto stremato
ed è morto ai piedi del salice.
Morto è il cuculo! Caduto stremato!
È caduto ai piedi del salice!
Ed ora, durante l’estate,
chi ci potrà far passare il tempo?
Cucù! Cucù!
Chi ci potrà far passare il tempo?
Ma certo! Il signor usignolo,
sì, lui ci penserà!
Lo farà il signor usignolo
che siede sul suo verde ramo.
Il piccolo, dolce usignolo,
il caro, gentile usignolo!
Sempre allegro canta e salta
quando tacciono gli altri uccellini.
Aspettiamo il signor usignolo,
che sta sulla sua fratta verde,
e che quando il cuculo è stremato,
allora incomincia a cantare!*

Fra il 1948 e il 1956, tutti nel mondo della musica pensavano che il cuculo era Arturo Toscanini e l’usignolo Guido Cantelli. Classe 1920, Cantelli aveva militato nella Resistenza. Classe 1867, Toscanini non aveva potuto prender parte alla Resistenza, ma l’aveva fatta a modo suo. Primo al mondo, s’era rifiutato di dirigere a Bayreuth quando la famiglia Wagner era diventata un’appendice del gabinetto di Hitler e gabellava le opere del suo antenato come un’appendice del Mein Kampf. Toscanini non voleva dirigere in un festival di Bayreuth diventato una succursale delle adunate oceaniche. E scrisse una lettera a Hitler. Fu tra i pochi al mondo a farlo. Osò scrivergli che non poteva più dirigere in Germania. Che la sua coscienza glielo impediva. Lui, figlio di un sarto di Parma, osò scrivere al Führer: «La schiena si curva quando l’anima è curvata». Sotto il dominio di Mussolini, aveva continuato a dirigere, ma rifiutandosi d’eseguire Giovinezza in apertura dei suoi concerti. Gli altri direttori eseguivano tutti Giovinezza, lui no. Fu richiamato, fu ancora richiamato, e nel 1931 schiaffeggiato. C’erano Ottorino Respighi e sua moglie quando un manipolo di squadristi aggredì il sessantasettenne Toscanini per le strade di Bologna. Respighi e sua moglie Elsa videro allibiti che il capo della squadraccia – che altri non era che Leo Longanesi – chiese a Toscanini: «Dirigerai Giovinezza?»; e, al diniego di lui, lo prese a schiaffi. Arturo Toscanini, figlio d’un sarto di Parma, non era un intellettuale. Leo Longanesi era un intellettuale. Ma chi dei due si mostrò più lucido, più serio, più colto in quella occasione? Avere coraggio o spirito di gregge, appartenere all’umanità o al fanatismo non è questione di libri letti. Quando Toscanini fu espulso dall’Italia, per prima cosa andò a dirigere nel nascente Stato d’Israele, al che i giornali fascisti lo ribattezzarono L’ebreo onorario. Dal suo esilio in America diresse il primo movimento della Quinta di Beethoven quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia; e diresse l’intera Sinfonia quando l’Italia fu liberata. Sopra i muri della Scala, nel violento aprile del ’45, mani entusiaste scrissero Viva Toscanini!Ritorni Toscanini! E Toscanini tornò, nel 1946, per dirigere il primo concerto alla Scala ricostruita dopo i bombardamenti. (altro…)

Luigi Perelli, Musica per la libertà (1975)

«Il film è stato realizzato in occasione di una grande manifestazione organizzata dalla Federazione giovanile comunista italiana nel febbraio 1975 al Palazzo dello Sport di Roma, dove sono affluiti quindicimila spettatori per seguire e partecipare all’esibizione di cantanti, di attori, di musicisti e di complessi musicali italiani e stranieri tra cui: Ivan Della Mea, Paolo Pietrangeli, Giovanna Marini, Paolo Ciarchi, Ernesto Bassignano, gli Amerikanta, Rosa Balistreri, Maria Carta, Ines Carmona, Luigi Nono, Giorgio Gaslini, Mario Schiano, Bruno Cirino, Gian Maria Volonté, Luigi Proietti, Stefano Satta Flores; e gli Inti Illimani e i Quilapayun, che hanno testimoniato con le loro canzoni e le loro musiche sulla repressione fascista in Cile e sulla lotta popolare contro la dittatura militare. Con il suo intreccio di canzoni, esecuzioni di musica contemporanea e free jazz, di interventi recitati degli attori, e con una tematica di fondo legata alle grandi battaglie democratiche di questi anni, “Musica per la libertà” si propone come uno spettacolo cinematografico musicale di tipo del tutto diverso dai musical televisivi, condizionati dall’industria culturale e connotati dalla tendenza alla pura evasione.»

Scheda integrale: https://goo.gl/BbJK37

Regia di Luigi Perelli
Casa di produzione: Unitelefilm
Anno: 1975

© Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico

#Festlet #4: Cura

Biancamaria Frabotta

Le streghe, dice Kater̂ina Tučková, un tempo raccoglievano erbe, predicevano il tempo e il futuro, e questo infastidiva il sistema. I veri eredi delle streghe sono quelle donne e quegli uomini che conservano una forza al di fuori del sistema stesso.
Non posso evitare di pensare, allora, che la poesia, ogni volta che compare un tempo di sdoganamento del pressappochismo e cresce l’astio per il pensiero sottile, sia una forma di artigianato stregonesco. Non voglio coinvolgere con questo categorie trascendentali, come trascendentale non era usare un impacco per curare una ferita: mi limito a dire, la poesia è un mestiere che lavora da materia liminale, e dà il suo contributo in anticipo sulla richiesta.
Sarà per questo che a ogni forma di totalitarismo, sia esso intelligente e spietato o ignorante e ottuso, la poesia è invisa.
Ma lasciatemi aprire una lunga parentesi, e ripercorrere queste ultime ore di Festlet. Il fantasy, per esempio. Chi mi conosce sa cosa ne penso: un genere cosiddetto minore che lega il mito alla possibilità di denuncia dell’attuale, come il suo grande compagno di giochi, la distopia. Conferma la mia opinione Michela Murgia, che ieri sera ha ripercorso Le nebbie di Avalon di Marion Zimmer Bradley con il suo L’inferno è una buona memoria (Marsilio). Morgana: l’idea che un ciclo fondato come quello arturiano possa cambiare di significato se raccontato dal lato femminile, che i valori vengano messi a soqquadro e la realtà assuma nuovi contorni, perfino che il coraggio e la virtù possano essere un dispendio di energie guardato con amorevole condiscendenza. Che tutto l’immaginario che abitiamo, insomma, anche il mondo reale, sia pronunciato da un narratore maschile, dal quale dovremmo provare ad affrancarci. Morgana, sacerdotessa, è passata per essere una strega. Ad ogni modo, aggiunge Michela Murgia, pure in un libro che crea baruffa nella narrazione dei ruoli è ancora presente “la sindrome di Ginger Rogers, che deve fare tutto quello che fa Fred Astaire ma all’indietro e sui tacchi”; come se il prerequistito per essere uguali sia di essere ammirevoli. Ma, prosegue e chiude, nel libro leggero e “un tanto al chilo” che le ha insegnato il femminismo ci sono genealogie femminili, eredità che passano anche (in ogni senso) senza sangue, comunità di donne che si aiutano anziché essere le prime nemiche di sé stesse e delle altre. (altro…)

#Festlet 2018 #2: Il riso e la specie

Marco Malvaldi

 

Premetto che sembrerò allontanarmi per qualche rigo dalla letteratura, ma ieri sera sono andata a piazza Castello a godermi Dose e Presta de “Il ruggito del coniglio”, magistralmente accompagnati da Max Paiella e Attilio Di Giovanni. Per un’insegnante (per quanto precaria), assistere a una puntata è sempre una festa, figuriamoci se è live. E io del Festlet adoro il versante lieve: mi lascio sconvolgere la vita da letture drammatiche che scopro in qualche evento tra le navate di una chiesa, e cinque minuti dopo confesso a Lella Costa di averla adorata quando ha riassunto in nove comicissimi minuti la storia di Reva Shein in Sentieri.
Il Festlet è il luogo delle cose sottili, brillanti e profonde: e l’ironia donata lì sull’unghia, con sforzo apparentemente minimo e perfezione di tempo, è grandezza.
Ho detto che mi sarei allontanata dalla letteratura, ma è vero? Forse no, e non solo perché Presta è un narratore di razza, ma perché in questa serata leggera, come ne regala il Festlet assieme ai momenti più densi, grandi ospiti sono state le storie. (altro…)

PoEstate Silva #18: Giorgio Gaber, ‘Libero come un uomo’

Gaber Gaber – Libero come un uomo è il documentario realizzato da © Rai Teche in occasione della 69^ edizione del concorso internazionale “Prix Italia” grazie ad uno scrupoloso lavoro di ricerca negli archivi delle Teche. Il progetto, con la regia di Luca Rea, ripercorre nell’arco di 50 minuti il controverso rapporto di Giorgio Gaber con la televisione, attraverso le immagini delle sue apparizioni sui canali Rai divenute, nel tempo, sempre più episodiche, fino alla rottura avvenuta nel 1970 che sarebbe durata per i successivi 13 anni.

Il documentario si può vedere qui: https://goo.gl/cWh9ca

PoEstate Silva #14: Licia Maglietta in “Ballata-Omaggio a Wisława Szymborska”

Wislawa Szymborska è stata una delle più importanti e significative voci del Novecento in poesia; premio Nobel nel 1996, è scomparsa a febbraio 2012. Il suo forse più grande merito in questo secolo breve è stato quello d’esser capace di trafiggere su carta il quotidiano vivere sfocandolo in versi, rendendolo evocativo dunque e fermandolo nel tempo; nelle sue parole rivive la storia ma soprattutto la vita di tutti, che riacquista in versi un significato altro e universale allo stesso tempo. È un’autrice di tale calibro che Licia Maglietta porta in scena in questi anni, affiancata spesso dal pianoforte di Angela Annese in un reading elegante, un lavoro che intreccia voce, poesia e musica classica toccando con i suoi toni tutte le sfumature dell’autrice polacca. Afferma l’attrice napoletana: «È da tempo che ogni tanto torno a leggere Wisława Szymborska. Avevo raccolto parte del suo lavoro e lo avevo anche letto in pubblico. Ora torno a lei con un’ispirazione diversa, più chiara, e con un desiderio più profondo (“ogni sapere da cui non scaturiscono nuove domande/ diventa in breve morto, perde la temperatura che favorisce la vita”). Ho scritto dunque un unico lungo respiro poetico, cantato all’orecchio di ogni spettatore. Le singole poesie legate insieme dalla mia memoria attraverso i suoi giochi verbali, assonanze e ritmi hanno trovato il loro nuovo spazio in questa Ballata, un lungo canto in prima persona come in prima persona è il canto di Fryderyk Chopin e Zbigniev Preisner al pianoforte, che alle parole fanno spesso da contrappunto.»

Su Wisława Szymborska, sul nostro blog:

https://poetarumsilva.com/2014/06/14/il-sorriso-di-wislawa-szymborska/

https://poetarumsilva.com/2016/03/13/wislawa-szymborska-lacrobata-akrobata/

https://poetarumsilva.com/2010/03/03/utopia-wislawa-szymborska/

PoEstate Silva #12: Max De Aloe, “Sandro Penna secondo me”

SANDRO PENNA
SECONDO ME

Musica, follie, racconti e bugie
intorno a uno dei più grandi poeti
del Novecento di e con Max De Aloe

Max De Aloe
voce narrante/armonica cromatica
e fisarmonica

Personaggio istrionico e carismatico, Max De Aloe ha saputo ritagliarsi un ruolo a sé stante all’interno della scena jazz contemporanea italiana grazie a progetti musicali sempre coinvolgenti in una commistione di arti e generi.
In Sandro Penna secondo me ci dà una sua visione fascinosa e umana del grande poeta umbro dove racconti, musica e poesia si miscelano fino a creare uno vero e proprio spettacolo nel quale fanno la loro comparsa, tra i tanti, Elsa Morante, Pierpaolo Pasolini, Umberto Saba e Eugenio Montale.
Max De Aloe è inoltre è considerato dalla stampa specializzata tra i più significativi armonicisti jazz in Europa con circa cinquanta CD al suo attivo, di cui 13 come leader, e prestigiose collaborazione con musicisti internazionali del calibro di Kurt Rosenwinkel, Adam Nussbaum, Paul Wertico, Bill Carrothers, John Helliwell dei Supertramp, Eliot Zigmund, Paolo Fresu, Michel Godard, Jesper Bodilsen, NIklas Winter, Mike Melillo, Don Friedman, Garrison Fewell, Dudu Manhenga, Franco Cerri, Renato Sellani, Gianni Coscia, Gianni Basso, Dado Moroni e molti altri.
Si è esibito in festival e prestigiose rassegne in diversi Paesi tra cui Germania, Francia, Danimarca, Sud Africa, Zimbabwe, Mozambico, Madagascar, Brasile, Cina ecc. In ambito televisivo è stato ospite nel 2014 nel live show del sabato sera di Rai Uno al fianco di Massimo Ranieri e nello stesso anno è stato l’alter ego musicale di Federico Buffa nelle dieci puntate di Federico Buffa racconta storie mondiali per Sky Sport e Sky Arte. Max De Aloe ha anche realizzato diversi spettacoli in solo come “Un controcanto in tasca” da cui è nato il documentario omonimo per la regia di Francesco Vincenzi ma anche colonne sonore per il teatro e documentari, oltre a collaborazioni con poeti, scrittori e registi. Tra i tanti da annoverare Lella Costa, Marco Baliani, Oliviero Beha, Paolo Nori, Giuseppe Conte, ecc. In ambito pop ha collaborato con Mauro Pagani e Massimo Ranieri. Ha vinto negli ultimi tre anni il “Jazz It Awards” indetto dalla rivista Jazzit come migliore musicista italiano del 2014, 2015 e 2016 nella categoria riservata agli strumenti vari (viola, violoncello, armonica, banjo, arpa, mandolino. ecc.). È vincitore del premio “Orpheus Awards 2015” con il CD Borderline per la sezione jazz.

L’importanza di essere piccoli 2018 (comunicato stampa)

 

Comunicato stampa

 

L’importanza di essere piccoli

poesia e musica nei borghi dell’Appennino

VIII edizione 2-5 agosto 2018

 

un progetto dell’Associazione Arci SassiScritti

con il sostegno di

Regione Emilia-Romagna, Arci Bologna – Polimero, enERgie diffuse

e dei comuni di Alto Reno Terme, Castiglione dei Pepoli, Grizzana Morandi,

Sambuca Pistoiese, Unione dei comuni dell’Appennino bolognese,

BCC Alto Reno e  COOP Reno

 

L’importanza di essere piccoli fa parte di Bologna Estate 2018, il cartellone di attività promosso e coordinato dal Comune di Bologna con

MONICA DEMURU, NATALIO MANGALAVITE, MARIAGRAZIA CALANDRONE, BIANCO, SILVIA VECCHINI, ANTONIO DI MARTINO, FABRIZIO CAMMARATA, LUIGI SOCCI, SIMONE MARZOCCHI, LA STANZA DI GRETA, FILIPPO GATTI, FRANCESCO DI BELLA, IDA TRAVI e molti altri

 

qui, lontani dal mondo
al centro delle cose,
nel punto più profondo.

P. Cappello

ABITARE I MARGINI

STABILIRE UN NUOVO CENTRO

 

L’ottava edizione del festival L’importanza di essere piccoli, dal 2 al 5 agosto nell‘Appennino tosco-emiliano, è dedicata alla memoria di Pierluigi Cappello, poeta che abitando un margine ha stabilito un nuovo centro. Pierluigi ha vissuto appartato, confinato nel suo Friuli, una condizione a volte dolorosa che però non gli ha mai fatto abbandonare la genuina passione civile che ha praticato attraverso la poesia.  Poesia come lingua alternativa a quella violenta del potere e occasione di comprensione e vera compassione. In questo senso la marginalità diventa una distanza che permette una prospettiva alternativa, grazie alla quale è ancora possibile cogliere il senso più profondo delle cose.

La dedica a Pierluigi Cappello e la misteriosa immagine di Guido Mencari raccontano lo spirito e la natura di un festival fragile e tenace, che si radica ai confini, dentro piccole comunità. Spazi umani in cui è ancora possibile farsi ambasciatori di una nuova vita e di un nuovo linguaggio, linfa che cresce in borghi abbandonati e si propaga attraverso le valli e i boschi di un paesaggio aspro e familiare. Proprio dal desiderio di ritagliarsi uno spazio e un tempo lontani dal rumore quotidiano, l’artista Lucia Mazzoncini ha ideato e ricamato un mantello trapuntato di stelle, installazione poetico-sonora che si sposterà insieme al festival. Una tenda indiana in cui le persone potranno accamparsi per restare in ascolto dei versi detti dalla voce registrata di Pierluigi Cappello. (altro…)

“La perfetta veglia” happening conclusivo del Teatro Valdoca, domenica 15 luglio a Forte Marghera, Venezia-Mestre

 

Il Teatro Valdoca di Cesare Ronconi torna a Forte Marghera domenica 15 luglio per La perfetta veglia, apertura al pubblico conclusiva del laboratorio che, per il quinto anno consecutivo, si è svolto negli spazi di C32, sede dell’associazione Live Arts Cultures. Un percorso per 15 giovani attori, performer e musicisti guidato da Cesare Ronconi, insieme alle sue collaboratrici: Lucia Palladino per la drammaturgia del corpo ed Elena Griggio per la guida al canto.

La perfetta veglia sarà un happening, accadere al presente delle forze che hanno dato vita alla Trilogia dei Giuramenti, ultima produzione di Teatro Valdoca: la parola poetica di Mariangela Gualtieri, la danza, il canto, l’unisono del Coro, che la tengono alta e leggera.

Una chiamata a un tempo festivo, a un’allerta attorno al fuoco. In resistente attesa.

Questo lavoro ha visto come centrali i versi di Mariangela Gualtieri:

Ogni forma porta in sé scritta, segnata
la strategia d’amore che conduce
il desiderio suo, la storia sua dentro tutta la storia.
Ciò che abbiamo amato, ciò che amiamo
fa di noi quello che siamo. Forse.

Ciò che tu sai amare rimane. Non sarà strappato da te.
Ciò che tu sai amare è la tua eredità. Il resto è scoria.

L’ha già scritto qualcuno nel poema. Tu lo sai
Angelo. Io adesso per davvero lo so.

(da Il seme della tempesta. Trilogia dei Giuramenti)

Il pubblico è chiamato a partecipare dalle 20.00. Ingresso libero e gratuito.

 

regia Cesare Ronconi
testo Mariangela Gualtieri
drammaturgia del corpo Lucia Palladino
guida al canto Elena Griggio

con Davide Arena, Daniele Cannella, Emilia Cantieri, Giuditta Di Meo, Margherita Fantini, Margherita Fioravanti, Jasmin Karam, Aniello Maffettone, Marica Mastromarino, Stefania Fusaroli, Daniela Parisi, Alessandro Parlato, Alessio Maria Romagnino, Giulia Rossoni, Ivano Salipante.

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/1104054983066182/

Intervista ai Superportua su “Resterai sempre uno”

Il vostro primo disco Resterai sempre uno (Sisma mvmnt, Dischi Soviet Studio e Shyrec) è stato atteso a lungo, dopo due EP che hanno segnato la vostra storia dal 2013 a oggi. Inizierei dal com’è nato il progetto di un album, dal “cantiere” a come siete arrivati a definirvi nell’attuale formazione.

Il disco si colloca alla fine della strada che abbiamo percorso durante gli ultimi sei anni. Una via in salita, a momenti il vento ci soffiava contro, in altri ci sollevava e ci faceva scorgere l’orizzonte. È stato un percorso creativo fortemente condiviso e per questo complesso. Ci siamo confrontati, scontrati, allontanati e ritrovati. In alcuni momenti questo disco pareva schiantarci, però siamo partiti in cinque e siamo arrivati in sei e questo ci sembra un buon segno.

Sento molte eco diverse nel disco, dal rock contemporaneo anche locale (ad esempio i Kleinkief) al cantautorato di un tempo, più antico. Non azzardo comparazioni in questa sede ma penso che, forse, un residuo della nostra tradizione resti nell’orecchio di chi ascolta prima che in quello di chi compone. Volete dirci voi quali siano le vostre maggiori influenze – anche dal punto di vista non strettamente musicale – e perché scegliete questi artisti.

Gli artisti sui quali ci soffermiamo sono quelli che ci ci fanno dire “bellissimo, noi questo non saremmo neanche riusciti a pensarlo”. Crediamo che ci spingano più in là di dove siamo o di dove potremmo arrivare da soli. D’altra parte, già tremila anni fa si vociferava che non c’è nulla di nuovo e quel che lo sembra è tale solo perché non ricordiamo di averlo dimenticato. Questo ci umilia, in senso buono: ci protegge da sei ego un po’ rumorosi e ci aiuta a “restare uno”, magari per sempre. (altro…)

proSabato: Raffaele Calvanese, Can’t find a better man

foto di ©Emanuela Vh. Bonetti

Can’t find a better man

Avete mai fatto caso a quante persone prima, durante e dopo un concerto passano il tempo cercando di incontrarsi?
Probabilmente perché è questo che fa la musica, fa incontrare persone. L’estate del 2018 era il momento per incontrarsi, con Eddie, con Stone, Mike, Jeff e con tante altre persone che vedevo molto meno di quanto avrei voluto.
Luca, per esempio, doveva vederli già qualche anno fa, all’epoca frequentava una ragazza per cui moriva. Comprò i biglietto per andare a Venezia e pochi giorni dopo lei lo lasciò, lui la prese così male che non ebbe il coraggio di andarci per conto suo. Tra l’altro la stronza si è sposata pochi giorni prima del concerto di Roma, Luca aveva già il biglietto ed ora ben altri problemi. La sua compagna attuale era stata licenziata qualche settimana prima per essere riassunta con un nuovo contratto, perdendo così tutte le ferie maturate. Volevano esserci a tutti i costi, e per farlo toccava fare una vera e propria traversata in auto. Io avevo il biglietto di curva, da solo, mentre Sergio quello del prato. La missione, impossibile, di Sergio era stringere la mano ad Eddie. Era il suo Dio, lo adorava e non perdeva nessun concerto dei Pearl Jam quando erano da queste parti. Era già stato a  Milano ed a Padova e voleva chiudere il cerchio a Roma insieme a noi.  Diceva che era per via della scommessa di stringere la mano a Vedder. Inutile provare a distoglierlo da quell’idea malsana.
Io, dal canto mio, avevo già perso il biglietto una volta, comprarlo con larghissimo anticipo non era stata una grande idea. Poi dopo aver messo casa sottosopra l’avevo ritrovato tra due bottiglie di vino rosso tenute da parte per le occasioni speciali. I Pearl Jam me li aveva fatti scoprire Lorenzo, giocava a calcetto con una maglietta con su scritto “Eddie” invece che il suo nome. La cosa mi incuriosì e così gli chiesi la spiegazione. La risposta furono Ten, Vs., Vitalogy fino ad arrivare a Yeld, il disco che ho amato di più per questioni di età. Lo ascoltavo in continuazione. All’inizio su una cassetta che mi aveva registrato lo stesso Lorenzo, poi sul cd che comprai poco dopo, oggi col vinile che ho preso appena ho avuto un giradischi decente per farlo suonare a dovere.
Con Luca e Sergio alle superiori avevamo provato a mettere su una piccola band, una delle cose più banali per gli adolescenti della nostra età, una storia come se ne ascoltano a migliaia. Poi, proprio come dice la canzone di quell’altro che si fa i selfie su facebook, “Uno su mille ce la fa” e quell’uno non eravamo noi tre, che tenemmo in piedi la band più come passatempo che per andare da qualche parte nella nostra vita. Passavamo i pomeriggi nel garage di Sergio a suonare, fumare e a chiacchierare. Di tanto in tanto veniva ad ascoltarci qualche amico. Avevamo molte canzoni dei Pearl Jam tra le nostre cover, Elderly Woman, Daughter, Nothingman, Better Man. Ero poco esperto con gli assoli e quindi cercavamo di fare quelle più semplici. Negli anni novanta la musica era una questione più personale, da vivere da soli o se andava bene con qualche amico, ascoltando i dischi insieme. Lorenzo abitava nel mio palazzo un paio di piani più su, era di qualche anno più grande di me e ogni giorno aveva un progetto nuovo per svoltare. Quando scoprì che avevo comprato uno dei primi masterizzatori mise in piedi nella mia stanza una centrale operativa per smistare compilation personalizzate a mezza città. Mi portava i suoi dischi, ne aveva centinaia, li comprava senza badare a spese, alcuni li sceglieva per la copertina altri per amore. Quelli dei Pearl jam li aveva tutti, come anche quello dei Mad Season, degli Alice In Chains e dei Guns n Roses. Il rock degli anni 90 per lui non aveva segreti, anche se i Pearl Jam erano qualcosa di diverso, qualcosa di personale. Quel masterizzatore, a ripensarci ora, fu l’inizio del cambiamento del modo di ascoltare musica.
A Roma ci volevo essere per incontrare principalmente Lorenzo. Mi sarei incontrato anche con Luca e Sergio, e con chi sa quante altre persone di certo. Luca aveva un tragitto abbastanza tortuoso davanti a sé. Traversata Caserta Benevento, Benevento Roma e stesso giro al ritorno per andare a prendere Eleonora che usciva dal lavoro un po’ prima per poter esserci anche lei.
Io ero già sul posto, a Roma, lavorando in un Albergo alla reception, il meglio che avevo potuto trovare in città dopo la chiusura della società dove avevo cominciato a lavorare qualche anno prima. Passavo le giornate tra un check-in e un check-out fantasticando di pubblicare il mio libro. Unica magra consolazione dal resto delle schifezze che affrontavo da mattina a sera. Appuntamento sotto l’obelisco intorno alle cinque, così ci eravamo detti con Sergio e Luca.
La giornata comincia presto, panini, birre in fresco, borsa termica, sigarette. Luca in macchina aveva un best of dei Paearl Jam preparato per l’occasione, la sua guida a scatti lasciava presagire un bel viaggio della speranza. L’ansia di non trovare parcheggio e di restare imbottigliati nel traffico del ritorno poi non erano di grande aiuto. Sergio invece sarebbe sceso in treno, avrebbe dormito da me e poi sarebbe tornato a Milano. Appuntamento sotto l’obelisco fuori lo stadio.  Così ci eravamo detti.
C’è stato questo tempo in cui le chitarre elettriche contavano più delle prese per ricaricare i cellulari, anni che sembrano dietro l’angolo e che invece scivolano sempre più giù, sempre più lontani che pensavi di poterli afferrare in qualsiasi momento e invece diventano sempre più sfumati sullo sfondo. Sergio aveva trovato lavoro in un’azienda pubblicitaria, cosa strana a Milano, Luca faceva l’avvocato. I nostri compagni di scuola avevano tutti dei lavori più o meno decenti, erano tutti sposati o con figli, solo noi tre eravamo rimasti ancora a briglia sciolta. Luca avrebbe anche voluto sposarsi ma Eleonora lavorava troppo lontano, poi riusciva a stento a far quadrare i loro impegni per andare a vedere un concerto, figuriamoci progettare seriamente una vita insieme.
Alle cinque sotto l’obelisco c’ero solo io, la solita inutile puntualità. Dopo una ventina di minuti mi squilla il cellulare, era Luca, stava passando fuori lo stadio in cerca di parcheggio.-Salta su al volo che mi accompagni.
Ci spingiamo fino a Ponte Milvio, lo superiamo, ci buttiamo in una traversa secondaria, vediamo delle strisce bianche in mezzo alla carreggiata con alcune auto parcheggiate.
– Lasciala qui.
– Sicuro che non mi fanno la multa?
– Sicura è solo la morte qui a Roma.
Luca si lascia convincere, lasciamo la macchina a dieci minuti di cammino dallo Stadio. Saluto Eleonora che vedo con uno sguardo assente. La sua espressione mi spiazza, Luca mi spiega che a lavoro ha avuto la solita giornata schifosa. Intanto squilla di nuovo il telefono, è Sergio:
– Dove siete?
– Arriviamo, abbiamo appena parcheggiato. (altro…)