musica

La poesia di Shane MacGowan (di R. Canaletti)

La poesia di Shane MacGowan

di Riccardo Canaletti

«He said one thing yesterday; he said “I just want to be a singer. I don’t want to be an actor, I don’t want to be a poet, I don’t want to be a writer, I just want to be a singer.” But of course he is an actor, he is a poet and he is a comedian and he is a writer; he is all of those things.»
(Christy Moore su Shane MacGowan)

Un irlandese passeggia dondolando per le strade luride della città, ubriaco fradicio, ha le spalle basse e un po’ di gobba come se esistesse solo il cappotto appeso ad una gruccia. Si slaccia i pantaloni e va in un angolo, inciampa e si rompe i pochi denti buoni che ha (ne ha davvero pochi perché non li lava, per non parlare della carenza di Vitamina C). Questo è Shane MacGowan, la voce lirica dei The Pogues e successivamente dei The Popes. Un poeta, sì, un poeta suo malgrado. L’antieroe, il “balordo” che scriveva canzoni d’amore, roba da far impallidire Bukowski.
Parla d’amore, sì:

Now the song is nearly over
We may never find out what it means
Still there’s a light I hold before me
You’re the measure of my dreams

E la tenerezza prevale su tutto, sulla violenza del suo sguardo, da vecchio clown. Forse lo è, un pagliaccio, il “pagliaccio” di Böll, che si siede e pensa e denuncia. E MacGowan non si censura, lui vive, e la vita – come la poesia, come la musica – è un atto politico prima di tutto, nel senso più profondo e autentico del termine: È resistenza. La lotta alimenta molti dei suoi testi, una lotta che tradisce una certa malinconia di fondo, quasi tentasse di descrivere un mondo dietro l’ombra della sua giacca, dietro il vetro verde della sua bottiglia. Tutto è ovattato e allo stesso tempo sofferto, graffiato, punito. Shane MacGowan si sente condannato e questo lo rende poeta; la consapevolezza delle sue colpe lo rendono onesto, vero, pieno. La sua vita è un romanzo, dalle tante figure sul palco (vomitò persino una volta), fino ai problemi con la droga per cui finì in carcere e la sua amicizia con un’altra grandissima cantante, Sinéad O’Connor.  La misura dei suoi sogni, quella donna, quegli occhi, quella canzone che avrebbe voluto dedicarle, sono la proporzione del suo cosmo, un universo affollato, disordinato, come le tipiche stanze delle rockstar nei film. Il suo è un grande palazzo mentale che si modella, poco alla volta, su un linguaggio specifico, quello che in letteratura è proprio del Realismo sporco. Ma c’è di più, non comunica solo il “vero”, egli comunica la malattia. La sua malattia prima di tutto, la dipendenza, il nichilismo che lotta con lo spirito di critica della società («People are talking about immigration, emigration and the rest of the fucking things. It’s all fucking crap. We’re all human beings, we’re all mammals, we’re all rocks, plants, rivers. Fucking borders are just such a pain in the fucking arse»). Ma anche la malattia del mondo, non più capace di vivere le cose con romanticismo. Lui è, in fondo, un eroe romantico; ricorda l’Adam di Only lovers left after life, quello che lo stesso regista Jim Jarmusch definì «Hamlet as played by Syd Barrett». Lui è un poeta del delirio, del viaggio, un poeta enorme, il poeta della vertigine. Nella sua musica, il folk-punk anglo-irlandese, gli strumenti si intrecciano a formare una tessitura anch’essa sovraccarica. Sembra tutto un continuo accenno, come se volessero ancora aggiungere e aggiungere. Anche la sua musica, seppur apparentemente gioiosa e ballabile (il folk ha una certa “passione” per il modo maggiore) è una malattia. Egli usa un linguaggio claudicante e la sua poesia zoppica e si trascina come se balenasse sul ponte da sottocoperta e fosse presa a strattoni dalla corrente.
E il suo sguardo, abbiamo già detto violento, è netto, non lascia spazio all’interpretazione. MacGowan “dice cose”, non costruisce grandi castelli di parole. Egli sa cosa vede e lo dice e non teme la miseria di linguaggio, o la rima facile; egli prende tutto quello che può e non scarta mai, che sia una metrica “comoda”, o una baciata facile. Non si preoccupa e questo lo rende spensierato e greve allo stesso tempo, perché solo chi è libero può sentire addosso tutto il peso dell’esistenza.

We watched our friends grow up together
And we saw them as they fell
Some of them fell into Heaven
Some of them fell into Hell

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© Riccardo Canaletti

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L’importanza di essere piccoli 2017 (comunicato stampa)

… Con una coda ma senza la testa
solo per finta, solo per festa
solo per fiamma che brucia per fuoco
fammi giocare per gioco

B.Tognolini, Rime Raminghe, Salani

 

 

Comunicato stampa

 

L’importanza di essere piccoli – VII edizione

poesia e musica nei borghi dell’Appennino

VII edizione 1-6 agosto 2017

 

un progetto dell’Associazione Arci SassiScritti

con il contributo di

Regione Emilia-Romagna, Arci Bologna progetto Polimero

 e dei comuni di Alto Reno Terme, Castiglione dei Pepoli, Grizzana Morandi,

Pistoia, Sambuca Pistoiese

BCC Alto Reno e COOP Reno

LA POESIA COME FUOCO, LA VITA COME GIOCO

con

PAOLO BENVEGNÙ, MURUBUTU, LUCIO CORSI, IVAN TALARICO, GABRIELLA LUCIA GRASSO, SAVERIO LANZA, BRUNO TOGNOLINI, GIULIANO SCABIA, CARLO BORDINI, ALESSANDRO RICCIONI, ANDREA DE ALBERTI, FRANCESCA GENTI, MANUELA DAGO

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Intervista a Cesare Ronconi e ‘Semplice e immenso’ a Mestre

foto di Maurizio Bertoni

Intervista a Cesare Ronconi
di © Chiara Tripaldi
Semplice e immenso – esito del seminario di Teatro Valdoca a Forte Marghera, Mestre (VE), domenica 16 luglio alle ore 20.00

Il workshop in corso in questi giorni a C32, Mappe per l’Invisibile, continua il lavoro iniziato con Comizi D’Amore, che si è svolto nel luglio del 2016. Nel mezzo, c’è stata una residenza di tre mesi fra i boschi della Romagna, dove i 15 attori e performer selezionati hanno vissuto condividendo l’abitudine quotidiana e la ricerca poetica. Qual è stato il risultato di questa commistione? Lei pensa che parola e azione siano inscindibili, che l’una viva grazie all’altra?

Negli ultimi due anni abbiamo ripreso una delle modalità di lavoro congeniali alla Compagnia, la produzione di uno spettacolo – Giuramenti, attraverso una serie di laboratori selettivi ed esiti performativi aperti al pubblico. Fino ai tre mesi di lavoro e vita in comune, da gennaio a marzo di quest’anno, a L’arboreto – Teatro dimora di Mondaino. Teatro e bosco sono stati i due luoghi che abbiamo abitato ogni giorno, l’avventura comune. Il bosco ci ha lavorato in profondità facendo di noi una comunità teatrale animale. In teatro la danza, il canto, i versi che Mariangela ha scritto e dato in consegna a ognuno degli attori ci hanno lavorato, anche. La parola, che per il nostro teatro è sempre parola di poesia, e l’azione sono più che inscindibili: la parola verticale della poesia va tenuta alta e leggera dal movimento, dal canto, dall’andamento ritmico dell’insieme dei corpi in scena, per un teatro al presente, “semplice e immenso”. Di cui il pubblico è chiamato a fare esperienza, prendendo parte ad un rito capace di attivare i simboli di cui si serve.

In Giuramenti l’aspetto performativo del movimento e della parola sono centrali, ma in Mappe per l’Invisibile lei, Mariangela Gualtieri, Lucia Palladino ed Elena Griggio avete chiamato a raccolta anche musicisti e sound designer. Qual è la differenza di approccio al verso poetico di un artista del suono rispetto a un artista “fisico”?

La poesia è musica, la musica non è così lontana dal verso poetico: è un allargamento. Nel nostro teatro non c’è separazione tra le arti: si approfondisce una ritmica, una melodia generale che riguarda tutto il lavoro. Verso un grande concerto in cui il gesto, l’aspetto visivo, la parola, tutto fa armonia – e disarmonia, anche, ugualmente importante. (altro…)

La punta della lingua, XII edizione

Programma
La Punta della Lingua Poesia Festival, 12^ edizione
Ancona e Parco del Conero
2-9 luglio 2017
anteprime: 8 e 27 giugno

domenica 2 luglio
Bologna (e ovunque)
ore 16.00 Facebook Poetry 9^ edizione
Sfida di poesia online aperta a tutti
a cura di ZooPalco
Gioco dadaista con versi estratti a caso, happening con oltre cento poeti in collegamento da tutto il mondo e certamen elettronico, la Facebook Poetry è il primo e unico concorso italiano di poesia pensato direttamente per la rete e condotto online. Dopo Roma e Firenze, quest’anno sarà condotto da Bologna. Le regole sono le solite: dati il primo e l’ultimo verso e una lunghezza massima di 10, produrre in massimo 40 minuti un testo per l’occasione e scegliere, tutti insieme, quello più riuscito. La Punta della Lingua è suFacebook e aspetta i vostri like.

Lunedì 3 luglio
Portonovo| Chiesa S. Maria

ore 18.00 Inaugurazione del Festival
Saluti dell’Organizzazione e delle Autorità

ore 18.30 Poeti in viaggio ​(con Roma Marche Linee)
Presentazione del progetto di collaborazione tra La Punta della Lingua, con le suggestioni e le sintesi linguistiche messe a disposizione da alcuni degli ospiti del Festival, e Roma Marche Linee, un’azienda che investe in versi. Con letture dei testi commissionati per l’occasione.

ore 18.45 Poeti da antologia
Letture di Antonella Anedda​ e Giampiero Neri
Interventi musicali di Marta Collica ​(voce e chitarra) e Rachel Maio ​(violoncello)
In collaborazione con Italia Nostra e Hotel La Fonte
Duo d’eccezione, Antonella Anedda e Giampiero Neri sono fra i maestri più riconosciuti della poesia italiana contemporanea.
Poetessa, saggista e studiosa di letteratura, Anedda incunea la verticalità della lirica nel passo disteso della prosa. I suoi libri sono tradotti in varie lingue e hanno ottenuto molti riconoscimenti, fra cui il Premio Viareggio per Salva con nome.
I ricordi del naturalista francese Jean-Henri Fabre, trovati da giovane nella biblioteca paterna, hanno segnato il destino di Giampiero Neri, poeta capace di osservare con lo stesso sguardo da entomologo la natura e l’uomo, ovvero il Teatro naturale che dà il titolo a uno dei suoi libri più amati. Fedele alla sua poetica di essenzialità e rigore e a quella, paradossale, di oggettività e straniamento, anche l’ultima recentissima fatica Via provinciale, che riconferma la centralità dell’esperienza di Neri nella poesia italiana del secondo Novecento e oltre.
Con interventi musicali sospesi tra blues e soundscapes di Marta Collica, catanese di Berlino, già collaboratrice di Hugo Race e John Parish, accompagnata dalla violoncellista australiana Rachel Maio

Portonovo| Ristorante
Da Giacchettiore 20.00 Cena a buffet

Portonovo| Chiesa S. Maria
ore 21.30 My Name is Swan
Performance audiovisiva di Jan Noble
Poeta inglese, Noble gira l’Europa con i suoi reading ed è stato registrato dal leggendario produttore Craig Leon negli studi di Abbey Road. Il film tratto da My Name is Swan sarà presentato all’East End Film Festival di Londra quest’estate.

ore 22.00 Poesie che si capisce cosa dicono
Recital di Tiziano Scarpa
Oltre che saggista e narratore Premio Strega per il romanzo Stabat mater nel 2009, Tiziano Scarpa è anche poeta-performer. Fra i suoi libri di poesie ricordiamo Covers nelle galassie oggi come oggi e Groppi d’amore nella scuraglia, pubblicati da Einaudi, e, per Amos edizioni, Discorso di una guida turistica di fronte al tramonto.

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Anita Pallenberg, mille vite in una sola

Anita Pallenberg selezione foto su Pinterest

È una storia fatta di canzoni, di roulette russe, in cui Marlon Brando viene respinto e dove si accende la scintilla per la factory di Warhol e della Swinging London. È la storia di una candela che ha bruciato ardentemente per molti anni, molti di più di quanto molti suoi detrattori ne avrebbero predetti, è una storia imperfetta ma onesta, è la storia di Anita Pallenberg.

Era marzo. E in Spagna era l’inizio della primavera. In Inghilterra e in Francia faceva piuttosto freddo, era inverno. Valicati i Pirenei, nel giro di mezz’ora sbocciò la primavera, e quando arrivammo a Valencia Era estate. Ricordo ancora l’odore degli aranci, a Valencia. Quando vai a letto con Anita Pallenberg per la prima volta, certe cose le ricordi. (K.R.)

Roma a metà degli anni ’40 era una città che voleva rimettersi in piedi, il mondo attorno a lei stava facendo lo stesso. Erano anni fertili, tutto era nuovo e tutto era vecchio allo stesso tempo. Anita aveva un padre italiano e una madre tedesca, senza saperlo era al centro del mondo, prima che il centro del mondo diventasse lei.

Mario Schifano è stato il mio primo ragazzo, frequentavo artisti, intellettuali e il mondo del cinema. Ci vedevamo al Caffe Rosati: c’erano Furio Colombo, Giorgio Franchetti, Cy Twombly, Giulio Turcato. Ero* molto amica della cantante Gabriella Ferri, che mi ha insegnato il romanesco.

Vivere il proprio tempo non significa sempre subirlo, ma nel caso di Anita è stato come modellarlo. Cosmopolita ante litteram, oltre la diatriba tra politicamente corretto e non, oltre le dogane che insieme a lei sono scomparse e poi gradualmente riapparse. Anche oggi in cui pensiamo di essere in un mondo integrato e molto più piccolo una donna come Anita Pallenberg rappresenta un’idea di futuro remoto.

Donne che vanno dove vogliono, donne che sbagliano, senza dar peso a ciò che secondo tutti tranne che per gli interessati una donna dovrebbe fare. Anita Pallenberg ha vissuto la sua vita senza stare troppo a pensare a queste sovrastrutture, perché la vita è una e forse lei ne ha vissute molte di più di quelle che tutti noi ne vivremo mai. Ce ne rendiamo conto da come la descrive uno che di vite ne ha vissute parecchie e che di certo non è conosciuto per essere un perbenista, Keith Richards, suo compagno di vita per oltre 15 anni:

Anita proveniva da un mondo di artisti, e lei stessa aveva un discreto talento – era una appassionata d’arte, molto amica dei suoi interpreti contemporanei e invischiata nel giro della pop art. Il nonno e il bisnonno erano pittori, e la sua famiglia, a quanto pareva, era colata a picco in una vampata di sifilide e follia. Anita sapeva disegnare. Era cresciuta nella grande villa romana del nonno, ma gli anni dell’adolescenza li aveva passati a Monaco, in un decadente liceo frequentato dai rampolli dell’aristocrazia tedesca, dal quale era stata cacciata per aver fumato, bevuto e – peggio ancora – fatto l’autostop. A sedici anni, aveva ottenuto la borsa di studio messa in palio da una scuola di disegno di Roma, vicino a piazza del Popolo, dove, a quella tenera età, aveva cominciato a bazzicare nei caffè della intellighenzia romana – “Fellini e i suoi amici,” come diceva lei. Aveva stile da vendere, Anita. E la sorprendente capacità di unire le cose, di legare con le persone. Quella era la stagione della Dolce vita, a Roma. I registi li conosceva tutti – Fellini, Visconti, Pasolini; a New York era entrata nell’entourage di Warhol, nel mondo della pop art e dei poeti beat. Grazie, per lo più, alle proprie doti, aveva stretto intensi rapporti con molti mondi e persone diverse. Era la forza catalizzatrice all’origine di tantissimi avvenimenti di quegli anni…

Roma ma non solo, perché già a vent’anni il mondo era un posto tutto alla sua portata, i poli di attrazione erano Roma, New York, dove oltre a Warhol era stata con Mario Schifano, e Londra, vero centro pulsante negli anni sessanta:

Se ci fosse un albero genealogico, un grafico relativo alla genesi della scena londinese di quel periodo – il movimento d’avanguardia per cui Londra era nota –, Anita e Robert Fraser, il mercante d’arte e proprietario di gallerie, sarebbero lassù in cima, accanto a Christopher Gibbs, antiquario e bibliofilo, e pochi altri cortigiani di prima grandezza. Anita aveva incontrato Robert Fraser parecchio tempo addietro, nel 1961, quando ancora era in contatto con gli ambienti della prima pop art tramite il suo compagno, Mario Schifano. Grazie a Fraser, aveva conosciuto Sir Mark Palmer, il magnate stravagante e girovago, Julian e JaneOrmbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles), perciò una base era già stata gettata per l’incontro tra la musica e l’aristocrazia, benché quelli non fossero i soliti aristocratici. Ormbsy-Gore, e Tara Browne (il soggetto di A Day in the Life dei Beatles).

 

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Il video di ‘Il regno’ dei Kleinkief con un’intervista a LeStraniere

È uscito da circa un mese il videoclip de Il regno, brano tratto dall’ultimo disco della band veneta Kleinkief (già recensito qui). Dopo un’anteprima su «SentireAscoltare» la videomaker Camilla Martini-LeStraniere racconta il suo lavoro e si racconta sul nostro blog.

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“Il regno” è un lavoro che apre almeno a due considerazioni: la prima è la collaborazione con una band che fa parte del panorama italiano da molti anni: i Kleinkief; la seconda è la tua “prima volta” nel mondo del videoclip. Ti chiederei di raccontarci com’è avvenuta questa reciproca scelta nonché quella del brano su cui hai lavorato.

Per amicizie comuni e prossimità geografica ho incrociato i Kleinkief più e più volte nel corso degli anni. La prima cosa che ho pensato, vedendoli sul palco, è che Thomas, il cantante, fosse un attore e performer eccezionale e la seconda è che doveva essere il MIO attore assolutamente. Ho iniziato a pensare a un cortometraggio con lui come protagonista. Nel frattempo la band stava lavorando all’album Fukushima. In quegli stessi mesi mia sorella, dottoranda in geografia culturale all’Università di Groningen, mi proponeva di lavorare insieme a un documentario sul Giappone post-tsunami, nello specifico sulla regione del Tohoku, dove si trova Fukushima e dove il disastro ha colpito nel 2011. Ne ho parlato con Thomas e da questa coincidenza di immagini e suggestioni è nata la decisione di lavorare insieme per un videoclip che fosse anche un cortometraggio con una sua storia. Ascoltando una prima versione dell’album, subito mi sono sentita attratta dal brano “Il regno” per la sua capacità di raccontare con le parole e col ritmo. Vedevo già una storia delinearsi.

Da dove nasce l’ispirazione per questo videoclip? Mi riferisco sia ai tuoi modelli “dichiarati” sia alle possibili suggestioni presenti in esso, ma anche a ciò che tu credi faccia “il tuo stile”. E come si articolano i vari livelli di “significato”, filmici e non solo, nel videoclip in questione, ossia: come hai lavorato?

Ho pensato subito a “Riget/ Il regno” di Lars Von Trier, alle sue atmosfere cupe, a una bambina fantasma. Ho pensato a chi potesse essere quest’anima intrappolata e perché. Il mio riferimento estetico e registico è da sempre David Lynch, e apprezzo più di tutto le sue interazioni con il mondo della musica, come compositore e come regista di, pur rari, videoclip. Non c’è un riferimento esplicito a qualcosa di suo, almeno non nelle mie intenzioni né nella fase di scrittura, ma sicuramente emerge a livello fotografico un amore per il suo modo di raccontare, per i suoi accostamenti visivi e narrativi irrazionali e perciò potentissimi, per la sua capacità di parlare con i colori e aprire un canale con l’inconscio. Ho comunque scritto una sceneggiatura con un inizio e una fine, ma l’ho rivista fino a snaturarla quasi del tutto, per adattare l’idea alle contingenze produttive. Anche in fase di montaggio mi sono affidata quasi unicamente all’estetica, lasciando da parte la necessità di fare un racconto con un inizio e una fine. La storia c’è, ma non era una mia priorità essere letterale. (altro…)

Tra Retromania e Future sex, un racconto dal Salone di Torino

Tra Retromania e Future sex, un racconto dal Salone di Torino

di Chiara Tripaldi

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Libri:

Emily Witt: Future sex, minimum fax 2017, trad. Claudia Durastanti; € 19,00, ebook 10,99

Simon Reynolds, Retromania, minimum fax, 2017, trad. di Michele Piumini; € 20,00, ebook € 11,99

Valerio Mattioli, SuperondaBaldini&Castoldi, 2016; € 16,00, ebook € 7,99

Concita De Gregorio, Cosa pensano le ragazze, Einaudi 2016; € 16,00, ebook € 9,99

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I trenta sono un anno particolare. Finisce il decennio della prolungata adolescenza e si entra nell’età della responsabilità. Quella degli obiettivi da raggiungere – ai trenta, ci arriviamo con l’acqua alla gola di “qualche cosa“ che doveva essere fatta – quella della stabilità, dei passi importanti.
Se consideriamo i trenta come un’età-cardine universale non solo per l’essere umano, il Salone Del Libro di Torino, la fiera editoriale principale d’Italia, può considerarsi un trentenne soddisfatto.

Ho letto di “Italia che può farcela”, di entusiasmo della sindaca Appendino, di legame piuttosto contorto fra il successo di Torino e una sicura resurrezione dell’edizione due di Tempo di Libri a Milano, ho letto l’invito a unirsi del direttore Lagioia agli “amici della Mondadori”, grandi assenti di quest’anno, ho letto un gran bailamme di retorica giornalistica che sembrava descrivere il cammino sulle acque di un Cristo redivivo – a proposito, sembra che quest’anno ci sia stato un boom di vendite di libri sui santi – più che una manifestazione culturale.

Alla polemica Milano versus Torino, di cui si è già ampiamente dibattuto, non farò ulteriori cenni: preferisco parlare di quello che ho visto.

Gli incontri, fra conferenze, workshop e reading, sono stati 1200: alcuni blindati da file che attraversavano padiglioni interi, spesso coincidenti con i nomi di richiamo per il grande pubblico (una in particolare, mi ha impressionato, quella che portava all’incontro con Giancarlo Carofiglio); altri più in sordina, in certi casi delle vere e proprie gemme nascoste.

Il mio racconto sarà quello di due incontri, dai titoli – presi dai libri proposti – curiosamente complementari, Retromania e Future sex: da una parte il feticismo per il passato, dall’altra, il futuro delle relazioni, del sesso, della coppia.

Simon Reynolds è considerato uno dei critici musicali viventi più influenti: aria mite, occhiali nerd, a lui si deve l’invenzione del termine “post-rock”, l’analisi di fenomeni musicali recenti come il post punk e un masterpiece sulla rave culture (Energy Flash, che lessi d’un fiato un anno fa), ma soprattutto a lui dobbiamo l’aver applicato stilemi filosofico – sociologici all’analisi musicale – come la teoria critica della Scuola di Francoforte – che considera l’influenza di sesso, razza, condizione economico e socio – culturale sulla produzione e l’ascolto della musica.

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Massimo Palma, Happy Diaz (un’intervista)

Massimo Palma, Happy Diaz, Arcana editore 2017; € 14,00, ebook € 6,99

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intervista a cura di Raffaele Calvanese

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Il sottotitolo del libro recita testualmente “la formazione musicale di una generazione che a Genova è stata ammazzata di botte”. Parte tutto da lì, dalla Manchester che in molti, musicalmente, adorano. I Joy Division, gli Smiths, i New Order, passando per gli Stone Roses fino ad arrivare agli Happy Mondays. Un po’ 24 Hour party e un po’ Control di Corbijn, nel libro Happy Diaz Massimo Palma prova a leggere su vari livelli eventi della nostra storia recente sia politica che musicale. Abbiamo fatto due chiacchiere per provare a capirne di più.

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RC – Nel 2001 Giorgio Gaber pubblica un disco in studio dopo 14 anni, il titolo è tutto un programma, La mia generazione ha perso. La generazione di cui parla Gaber è quella del ’68, quella dei nostri genitori, il caso vuole che quel disco venisse pubblicato proprio nell’anno del G8 di Genova, quando la nostra generazione affrontava la sua personale sconfitta. In quel disco c’è una canzone che si intitola L’appartenenza, nel testo Gaber descrive secondo me alla perfezione l’essenza delle persone accorse a Genova: “L’appartenenza non è un insieme casuale di persone, non è il consenso a un’apparente aggregazione, l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé….”

MP – La frase di Gaber calza perfettamente se si vuole rappresentare un’idea di partecipazione che oggi è molto più difficile reperire. Perlomeno a livelli di massa è difficile trovarla, è arduo scovare quell’adesione sincera che un tempo era di casa nei posti più diversi dell’impegno politico a sinistra. Forse a Genova, nel 2001, si respirò l’aria di uno scambio di testimoni tra generazioni, dove una sinistra che negli anni Settanta era stata protagonista, in vari modi, si preparò – dopo una lunga, esagerata pausa, tra gli Ottanta e i Novanta – a cedere il passo (avendo, anche qui in vari modi, “perso”) a una nuova generazione, pronta a coltivare una nuova idea di appartenenza. Solo che accadde qualcosa a impedire il passaggio di testimone, come sappiamo.

RC- Il tuo primo libro Berlino Zoo Station affrontava in modo simile l’accostamento tra una città e la sua mappatura musicale, anche lì, una città attraversata da dinamiche politiche e musicali per raccontarne e definirne lo spazio. È stato il punto di partenza e la premessa necessaria alla scrittura di Happy Diaz?

MP – In un certo senso sì – c’è sempre l’idea che uno spazio fisico come quello cittadino sia uno spazio di per sé politico, che mettere tanti individui insieme significhi metterli a una prova politica. E che ci sia una musicalità di quest’esperienza, che si presta a esser ascoltata e poi ricostruita. Poi, certo, in Berlino Zoo Station la politica era più sullo sfondo della narrazione, anche se in realtà ben presente nella trama di quei ‘sotterranei’ di Berlino che ho voluto raccontare.

RC  In questo libro c’è un disco dei Joy Division in copertina, il loro nome e la loro influenza aleggia in tutte le pagine ma in nessuna delle playlist dei giorni della settimana figura una loro canzone, è stata una scelta voluta?

MP – Certamente è una scelta non casuale. Diciamo che tutto il libro tratta dell’economia di un lutto – di come si gestisce una perdita, di come la si affronta. Se avessi messo un pezzo dei Joy Division li avrei resi ‘presenti’ in qualche modo. Mentre tutto sta nel modo in cui un gruppo, una città e una generazione ha reagito, ha amministrato la scomparsa di Ian Curtis, e quindi del suo gruppo.

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Rovigoracconta la nuova poesia femminile italiana nell’edizione 2017

Nell’ambito del festival Rovigoracconta 2017, che vedrà moltissimi scrittori, musicisti, saggisti in una quattro giorni di eventi gratuiti da giovedì 4 a domenica 7 maggio a Rovigo (tutto il programma dettagliato si trova qui e un breve riepilogo in coda a questo post) a presentare e raccontare – appunto – il loro lavoro, saranno cinque le voci poetiche ospiti: Francesca Genti, Silvia Salvagnini, Alessandra Racca, Manuela Dago e Francesca Gironi. La loro partecipazione mette al centro di uno tra gli eventi-festival più attesi della primavera, creato dallo scrittore Mattia Signorini con la curatela di Sara Bacchiega, alcuni appuntamenti che intrecciano poesia ‘performativa’, musica, canzone e sperimentazione visiva (e non solo) in un nuovo e inedito percorso tutto da scoprire, atto a trasportare lo spettatore ‘dentro’ il linguaggio della poesia contemporanea più sperimentale scritta dalle donne in Italia oggi. Con Rovigoracconta la nuova poesia femminile italiana, progetto pensato e voluto in esclusiva per il festival, le cinque poete ospiti dichiarano quello che è il loro personale tracciato poetico sino a qui e d’ora in avanti, fatto di forti tratti comuni, soprattutto per ciò che riguarda la volontà profonda negli intenti di ciascuna e la pluridisciplinarietà. Lo fanno esponendosi anche con un ‘manifesto‘ scritto a dieci mani, un ‘coro di voci’ sonanti che rivela una responsabilità linguistica fuori da scuole e movimenti precostituiti ma anche da rigide etichette: quella che potrebbe dirsi una rinnovata attenzione al presente poetico e all’umano non lirici, laddove il ‘fare’ della parola è anche il fare con il corpo che performa, un corpo-parola in movimento in momenti diversi eppure affini: nei reading, in concerto, in piazza; dentro una casetta di cioccolato e sopra un palco; tra strumenti musicali e altri. Il pubblico scoprirà così direzioni differenti di cui è fatta la ‘poesia contemporanea live’ scritta da autrici, vera novità per una manifestazione di forte richiamo nazionale che festeggia, nel 2017, quattro compleanni con un titolo immaginifico: Cerca la meraviglia. Buon ascolto!

Alessandra Trevisan

Il programma poetico

Venerdì 5 Maggio 2017, ore 18.00-21.00
Sabato 6 maggio 2017, ore 11.00-13.00 e ore 15.00-18.30
Domenica 7 maggio, ore 11.00-13.00
Piazzetta Annonaria, Rovigo
LA CASETTA DI CIOCCOLATO
Performance per uno spettatore
con FRANCESCA GENTI e SILVIA SALVAGNINI

Che tu sia un adulto o un bambino entra nella casetta di cioccolato e mettiti comodo in questo piccolo mondo creato apposta per te. Non sarai tu a scegliere una poesia, ma sarà la poesia a scegliere te. Ti arriverà leggera, sussurrata, e poi si trasformerà in cioccolato che ti verrà regalato e ti indicherà la strada per cercare la meraviglia.

Con questo incontro inizia un viaggio nella nuova poesia femminile italiana di letture, performance e meraviglie che continuerà per tutto il festival nell’Area Poesia in piazza Annonaria. Un vero e proprio manifesto. Un progetto inedito di Rovigoracconta. 

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Venerdì 5 Maggio 2017, ore 21.30, Piazzetta Annonaria
CONSIGLI DI VOLO ROCK
Reading-concerto con ALESSANDRA RACCA

Ci sono ali, barattoli, chitarre, dadi giganti, voli e molto rock ‘n’roll. Poesie che hanno la forza di un’esortazione e sono agili come canzoni. Un invito a liberarsi dei troppi pesi che ci mettiamo addosso e a poggiarci sopra l’essenziale.

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Sabato 6 Maggio 2017, ore 18.30, Piazzetta Annonaria
LE POESIE NON STANNO DA NESSUNA PARTE
Performance con MANUELA DAGO

Manuela Dago prende le sue poesie e le fa a pezzettini: i testi vengono decomposti, smembrati, le parole ritagliate. E finiscono letteralmente dentro a dei vasi di vetro da cui nasceranno nuove poesie assemblate in presa diretta. Le poesie non stanno da nessuna parte, o forse sono da sempre dentro di noi, e aspettano solo di uscire e andare in giro per il mondo.

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Sabato 6 Maggio 2017, ore 21.00, Piazzetta Annonaria
LE PAROLE CAMBIANO IL PAESAGGIO
Performance di e con SILVIA SALVAGNINI
e con ALESSANDRA TREVISAN, Marco Maschietto ai visuals
la musica di NICOLÒ DE GIOSA e le scenografie di CRUNCHLAB

Una performance-concerto per musica, voce e leggerissime sfere bianche. Le parole generano un nuovo paesaggio, la realtà frantumata e ridisegnata si perde in un live che suggerisce nuove costellazioni e potenzialità immaginifiche dello spaesamento. Le poesie di Silvia Salvagnini diventano canzoni, si sdoppiano e si moltiplicano in altre lingue e si trasformano in proiezioni che arrivano fino al cielo.

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Domenica 7 Maggio 2017, ore 18.30, Piazzetta Annonaria
ABBATTERE I COSTI
Performance con FRANCESCA GIRONI e la musica di LUCA LOSACCO. Prima data in Veneto

Performance poetica a base di corpo, testo, megafono, hula hoop e polaroid, caldamente consigliata per chi soffre di mal d’amore e capitalismo. Francesca Gironi scrive poesie dedicate all’Enel e all’amministratore di condominio. Confonde la polizza dell’assicurazione con un’invocazione, trasforma gli annunci di Trenitalia in un discorso amoroso. La danza crea ulteriore ambiguità, espande e distorce il senso del testo. I gesti provengono dai segnali subacquei, dalle istruzioni degli assistenti di volo, dalla lingua dei segni e da quella dei gesti. Perché le poesie si dicono con tutto il corpo.

La nuova poesia femminile italiana è un progetto inedito di © Rovigoracconta. Salvo dove indicato, ciascun evento ha una durata di 30 minuti. Questi eventi sono realizzati in collaborazione con © Baratti & Milano

Il programma del festival, con oltre 100 ospiti, vedrà salire sul palco NICCOLÒ FABI, STEFANO BARTEZZAGHI, DIMARTINO & FABRIZIO CAMMARATA, GIULIO CASALE & NORMAN, MASSIMO ZAMBONI, LIDIA RAVERA, VALERIA PARRELLA, CLAUDIO MORANDINI, CARMEN PELLEGRINO, MASSIMILIANO SANTAROSSA e moltissimi altri autori. 

Evento Facebook: https://www.facebook.com/events/325526497850231/

Vengo da dove veniva Fausto

 

fausto mesolella foto di fiorella passante

Vengo da dove veniva Fausto

di Raffaele Calvanese

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Una volta ho comprato una rivista con Lemmy dei Motorhead in copertina. Il titolo recitava testuale “mi sono salvato perché sono brutto”. Ironia della sorte: ho trovato un concetto simile nella biografia di Keith Richards. Se mi fermo a pensarci è così, è questa l’essenza del rock, della musica in generale, alcuni riescono ad affrontarla di petto, senza orpelli, ci sbattono la faccia e non nascondono le cicatrici, quelli sono i veri immortali. Sono musicisti, troppo impegnati ad inseguire un accordo, un giro di basso, una melodia, troppo lontani dalla realtà che siamo abituati a popolare noi che raramente riusciamo a sollevarci da terra come fa un chitarrista, come fa un musicista nell’atto di fare l’amore con il proprio strumento, nell’atto di creare qualcosa di nuovo, nell’atto di fare musica, che poi è come viaggiare. L’ironia della sorte ha poi voluto che la band di Fausto Mesolella prendesse il nome da un’agenzia di viaggi della sua città.

Mia madre mi diceva sempre che mio nonno quello lì in casa non ce lo voleva. Era un tipo strano, coi capelli troppo lunghi e la barba incolta, e poi era brutto, faceva spavento. Mia madre e le sue amiche gli passavano i compiti, Fausto passava a prenderli la sera tardi o la mattina presto lungo la strada per il magistrale. A Caserta lo conoscevano in molti, perché un tipo così non passa inosservato, e poi il tempo per studiare era poco, sempre in giro a suonare ai concertini della zona, sempre a provare, sempre con la chitarra in spalla. I racconti di mia madre li avrò ascoltati un miliardo di volte ed ogni volta che li riascoltavo era come vedere delle fotografie di un tempo che fugge dalle mani, e che forse ogni tanto grazie ad una canzone riusciamo a trattenere qualche secondo in più, qualche momento ancora.

E a quei racconti spesso mi ci aggrappavo, come ci si aggrappava lei, come tutti ci aggrappiamo alle persone che reputiamo migliori di noi o semplicemente in grado di farci stare meglio. Succede a tutti, succede specialmente a chi giorno dopo giorno è abituato a sentir parlare della propria terra come di un posto da cui scappare e da cui effettivamente in tantissimi scappano. E alla fine un po’ cominci a credere anche tu che forse è meglio scappare, abbandonare la nave, ricominciare da zero, darsi una ripulita, mettere il vestito migliore e sfoggiare un sorriso da fotografia. Perché fuori c’è chi grida, chi alza il volume, chi scrive di più, chi suona di più, chi costruisce di più, insomma lì fuori c’è sempre qualcuno in qualche altro posto che è qualcosa di più.

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Oppure no. Di Sanremo e del significato delle canzoni.

fonte alessandrobono.com

fonte alessandrobono.com

Oppure no. Di Sanremo e del significato delle canzoni.

(racconto ispirato a “OGNI GIORNO CHE VA VIA È UN QUADRO CHE APPENDO” di Mauro Covacich, In “La sposa“, Bompiani, 2014)

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di Raffaele Calvanese

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Mi piace vivere, mi piace scrivere, mi piace ascoltare canzoni, mi piace parlare di canzoni.

Sono un fan delle canzoni.

Ma di che cosa parla veramente una canzone?

Se lo chiedevano anche i Tre Allegri Ragazzi Morti in coda al disco Nel giardino dei fantasmi. Una canzone parla di mille cose e di niente. Spessissimo parla di cose infinitamente lontane dal pensiero di chi l’ha scritta. Perché ci sono strade che arrivano da lontano per incrociarsi inaspettatamente in un punto e non c’è mai un momento giusto ed uno sbagliato per arrivare a quegli incroci, ci si arriva e basta.

Dopo la pubblicità appare il segnale dell’Eurovisione e subito di nuovo lo studio. Milioni di persone in tutta Europa, affondate nei loro divani, stanno osservando la panoramica a volo d’uccello sulla platea, l’orchestra, il palcoscenico, poi l’inquadratura in piano americano che trova il presentatore e la sua valletta…

Sanremo invece arriva sempre puntuale, più o meno a metà Febbraio, come una settimana sabbatica in un anno di frenesie, uno dei pochi momenti in cui che ne parli bene o male, comunque se ne parla. Quando ero molto piccolo lo guardavo senza pormi nessun problema, lo guardavo con mia madre, lei nemmeno si poneva alcun problema. Mio padre invece era iscritto alla scuola di pensiero di quelli che lo reputano il fondo del barile musicale, di quelli della contestazione, di quelli che la musica è altrove e per questo non lo ha mai amato. Ha sempre tenuto quella posizione più o meno in modo intransigente. Anche io ho attraversato quella fase, in cui mi credevo al di sopra delle parti, in cui vedevo musica solo altrove. Inevitabilmente però ho una serie di ricordi personali legati alle canzoni del festival, come la prima volta che ho suonato una batteria durante l’ora di musica e ho sprecato questo momento storico per la mia vita in un accompagnamento di “Strani amori” di Laura Pausini.

Poi dopo un po’ di anni che bazzicavo il mondo della musica, un anno sul quel palco è arrivato un ragazzo che avevo avuto la fortuna di conoscere prima di arrivare al grande pubblico e questa cosa ha cominciato a farmi vedere il Festival con occhi diversi. Si incrinava quella posizione di superiorità che tutti nel mio giro avevano nei confronti di Sanremo. Perché quando c’è Sanremo tutti credono di sapere tutto di quello che succede, ognuno ha in tasca la sua verità. Quando ho incominciato a scrivere di musica l’ho fatto per piacere, prima di tutto il mio, e solo dopo per il piacere di quelli di cui scrivevo. Non l’ho fatto per soldi, e per questo ho quasi sempre scritto di cose che mi piacevano e persone a cui volevo bene, perché credevo nel loro lavoro, conoscevo i sacrifici che c’erano dietro. Col passare del tempo mi sono sentito ripetere sempre la stessa cosa “ci vuole più cattiveria, più cinismo”. E quindi anche io ho pensato che dovesse essere così, ho cominciato a scrivere anche di Sanremo e dei suoi protagonisti con cinismo, con cattiveria, aspettandomi sempre di più, sempre qualcosa che non sapevo spiegare ma che non vedevo arrivare. Ne ho scritto ai limiti dell’acidità. Non so bene chi mi abbia convinto di essere su un piedistallo per poter guardare e commentare quelle esibizioni, forse i social network, che danno questo senso di ebbrezza, forse la frenesia generale che porta con sé Sanremo.

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Martingala #2: Album

Almeno credo che sia lei; ma mi sembrerebbe strana la coincidenza, e ancora più strano averne un ricordo così vivido dopo più di vent’anni. Quindi mi siedo sul divano, alzo il volume del televisore e la osservo mentre prende posto sullo sgabello del pianoforte.
L’ho incontrata la prima volta quando avevo otto anni, e lei immagino la mia età. Eravamo a un concorso nazionale di pianoforte, settore pulcini, quella cosa, per intenderci, che può essere tanto la rivelazione di nuove promesse quanto il saggio di fine anno degli stonati. Ricordo data e luogo perché ho ancora conservato il diploma che attesta il mio secondo posto. Il primo posto lo prese lei. I sottotitoli in televisione dicono che si chiama Maddalena, questo non riesco a ricordarlo ma perché dubitare. In questo momento sta suonando Debussy (detesto Debussy) ma non ho idea di cosa lei o io avessimo portato al concorso.
L’ho incontrata la seconda volta l’anno dopo, allo stesso concorso. Andai a salutarla e abbracciarla, anche se avevo nove anni non mi facevano schifo le femmine, e mi ricordavo benissimo di lei perché avevo pensato, l’anno precedente, che se i suoi genitori non l’avessero messa al mondo avrei vinto il primo premio. Ma l’avevo pensato con affetto. Quindi ero corso ad abbracciarla e le avevo detto, ricordo anche questo, che ero spacciato se anche lei gareggiava e che sarei arrivato di nuovo secondo. Invece arrivai primo, ma solo perché per lei coniarono la dicitura “Primo Premio Assoluto”.
Quello che ricordo con più precisione (sì, è davvero lei, ha gli stessi riccioli stretti stretti e le stesse ossa lunghe del viso) è il momento in cui le chiesi cosa le avrebbero regalato i genitori se fosse andato bene il suo concerto. Io mi ero fatto promettere l’album del film di Aladdin con almeno due pacchetti di figurine. E invece: Niente!, aveva esclamato lei, come se fosse stata la cosa più ovvia al mondo. Come se in qualche modo, per le mie pretese, mi sarei dovuto vergognare.
I miei mi regalarono l’album con molti pacchetti di figurine. Io ho smesso di suonare verso i quindici anni, anche se uno dei maestri disse un giorno (lui che non si sbilanciava in nessun complimento) che avrebbe tanto voluto suonare come me alla mia età. Forse lo disse perché era la nostra ultima lezione prima che lui traslocasse.
Qualcuno dice che ho smesso di suonare perché lui è andato via. Mi viene da rispondere che ho smesso di suonare perché quando mia madre mi ha chiesto cosa volevo in cambio di un concerto perfetto i miei occhi non hanno brillato, non mi sono drizzato in piedi, non ho urlato: Niente!
A quanto pare non ho la stoffa adatta per fare il pianista. E, ringraziando il cielo, neanche quella per fare il soccombente.

© Giovanna Amato