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Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani. Convegno Internazionale a Ca’ Foscari

Convegno Internazionale di Studi
Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani
Università Ca’ Foscari di Venezia
17 e 18 ottobre 2019

Venezia e due autrici al centro di un Convegno Internazionale di Studi che si terrà il prossimo 17 e 18 ottobre all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Protagoniste Paola Masino e Milena Milani, la loro comune esperienza d’esilio imposto dal fascismo ma anche gli inediti legami all’interno di un’ampia comunità artistica isolana vissuti tra primo e secondo Novecento; questi sono solo alcuni dei temi che emergeranno da “Venezia Novecento”, organizzato dalla Professoressa Ilaria Crotti, docente ordinario di Letteratura Italiana Contemporanea all’Università Ca’ Foscari e dalla Professoressa Monica Giachino, ricercatrice in Letteratura Italiana presso l’Ateneo.
Paola Masino (1908-1989) visse un periodo di confino decennale nella città lagunare a fianco del compagno, lo scrittore Massimo Bontempelli. Qui trovarono inizio le sue riflessioni sulla relazione donna-società e fu concepito il romanzo “Nascita e morte della massaia“, a oggi la sua opera più celebre. Proprio a Venezia, inoltre, la scrittrice ebbe l’opportunità di incontrare e conoscere numerosi intellettuali, tra cui Anna Maria Ortese, misurando in pochi anni il proprio difficile senso d’appartenenza all’isola, frequentando alcune tra le manifestazioni artistiche più importanti che vi trovano ancora oggi spazio, tra cui La Biennale Cinema. Proprio nel 2019 ricorre il trentennale della sua scomparsa.
Anche per Milena Milani (1917-2013) Venezia fu un luogo di scambio con figure del panorama dell’arte, uno spazio di costruzione della propria poetica ma anche la sede privilegiata del mestiere di traduttrice per il Cavallino di Carlo Cardazzo. In città pubblicò le prime raccolte di poesia, tra cui “Ignoti furono i cieli” (1944), ambientò “La ragazza di nome Giulio” (1964) – romanzo che le costò la censura e un processo, in cui fu coinvolto anche Longanesi, il suo editore. In laguna la Milani fu operatrice culturale e costruì una rete di rapporti importanti, che valicavano i confini dell’acqua per arrivare in terraferma, soprattutto a Cortina e nel trevigiano. Un soggetto “geniale”, come l’ha definita Silvio Riolfo Marengo, che fece di Venezia, dopo Albisola, la propria casa.

Durante la due giorni saranno proiettate alcune immagini delle autrici provenienti dall’Archivio Paola Masino di Roma, dalla Fondazione Milani in memoria di Carlo Cardazzo di Savona grazie al Presidente Silvio Riolfo Marengo e dall’Archivio privato di Maria Ester Nichele, fotografa ed amica dell’autrice.

Il Convegno si terrà presso l’Aula Magna S. Trentin della sede di Ca’ Dolfin (17 ottobre, dalle 15.00) e presso l’Aula Morelli del Dipartimento di Studi Umanistici, a Malcanton Marcorà (18 ottobre, ore 9.00). Ingresso libero.

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Dipartimento di Studi Umanistici
Dottorato in Italianistica
MOD – Società italiana per lo studio della modernità letteraria

Comitato scientifico
Professoressa Ilaria Crotti
Professoressa Monica Giachino

Comitato organizzativo
Dottore di ricerca in Italianistica Arianna Ceschin
Dottoranda in Italianistica Alessandra Trevisan

17 ottobre 2019
Aula Magna Silvio Trentin, Ca’ Dolfin

ore 15.00
Saluti del Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici Giovannella Cresci
e del Coordinatore del Dottorato in Italianistica Daniele Baglioni

Presiede Ilaria Crotti

Sabina Ciminari, Université Paul-Valéry Montpellier 3
«Vorrei diventare una scrittrice importante», l’esordio narrativo di Milena Milani

Angela Fabris, Universität Klagenfurt
Seduzioni e scenari veneziani: la percezione del corpo e le categorie del maschile e del femminile in La ragazza di nome Giulio

Irena Prosenc, University of Ljubljana
Quando acqua e sole bastano a consolare: paesaggi urbani e paesaggi marini nella narrativa di Milena Milani

Marinella Mascia Galateria, Università “La Sapienza” di Roma
Dalla scrivania tutta per sé al confino della Massaia: la Venezia di Paola Masino

Cecilia Bello, Università “La Sapienza” di Roma
«Il festival rinascerà», Paola Masino inviata alla Manifestazione d’Arte Cinematografica di Venezia

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Racconti per l’Alzheimer Fest #7

 

È possibile mettere insieme un Festival – fatto di risate, gioia e commozione – con l’Alzheimer? Qualcuno potrebbe pensare che sia un affronto, un’offesa, che le famiglie soffrono e che c’è ben poco da festeggiare. Beh, posso assicurarvi che non è così.
Quando ho partecipato all’edizione dello scorso anno, per la prima volta da quando mi occupo di mia madre Lucia, mi sono sentito “a casa”. Sapevo che lì, in quel parco, in mezzo a quelle persone, parlavamo tutti lo stesso linguaggio. Non c’era bisogno di raccontare nulla, perché per capirsi bastava uno sguardo. Per qualche giorno, per qualche ora, ci siamo divertiti, ci siamo rilassati, abbiamo vissuto la fatica e la sofferenza in una condizione di condivisione, lontano dall’abituale isolamento delle pareti domestiche. E, lo ammetto, mi sono anche commosso nel guardare il sorriso dei malati e di chi li accompagnava.
Un festival sull’Alzheimer serve proprio a questo: per dare sollievo a chi è rimasto impigliato e per far conoscere meglio questa sindrome, cercando di sensibilizzare l’opinione pubblica e le istituzioni affinché possa spezzarsi lo stigma che colpisce il malato e i familiari che se ne prendono cura. È un tentativo di reagire al dolore, senza minimizzarlo. È un modo per dire che insieme, uniti, è possibile andare avanti, senza paura e senza vergogna. Perché insieme è possibile vivere la demenza con la leggerezza di una festa. Perché, come dice bene lo slogan di quest’anno, c’è un filo che ci lega e che ci scioglie: è che di amore non siamo vecchi.
Vi aspettiamo da giovedì 12 a domenica 15 settembre a Treviso. Consulta o scarica il programma definitivo.

Marco Annicchiarico

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Ti aspetto di là

Nell’esatto momento in cui è mancato il nonno, suo marito, mia nonna ha deciso che era ora di mollare. Qualche segno di Alzheimer già lo aveva dato: si dimenticava le cose, si arrabbiava con la badante, usciva di casa senza dire niente e noi a cercarla come dei matti in giro per il paese. In fondo, però, teneva duro. Il nonno era fisicamente sempre più debole e lei cercava, orgogliosamente, di essergli vicino a modo suo.
Poi si è spenta, quando lui si è spento. Non che sia morta, ma una parte del suo cuore si, se n’è andato insieme al suo Mario, quello che ha amato per 60 anni.
Ricordo ancora che di fronte alla bara aperta, gli si avvicinava dandogli un pizzicotto sul naso e dicendogli “io vado a dormire, ti aspetto di là” con una serenità disarmante. Forse per abitudine, forse perché l’amore non si spegne quando uno muore.
Dopo 3 mesi difficili a cercare di arginare la rabbia improvvisa, 3 mesi a sorvegliarla di giorno e di notte, decidiamo che la scelta migliore è trovare una casa di riposo adatta a lei.
Per fortuna si trova bene da subito nel nuovo ambiente, coccolata da tutti. È il ritratto della felicità. Ride e sorride continuamente, mangia (tanto!) diventando presto una delle preferite di tutte le infermiere presenti nel suo reparto.
Io e mia mamma, sua figlia, spesso anche mia sorella, andavamo a trovarla. Abbiamo sempre cercato di farle sentire la nostra presenza, tutti i giorni.
Festeggiamo i suoi 90 anni con una torta (ne mangia due fette, sempre stata golosa), le facciamo fare piccole passeggiate nel giardino attorno alla casa, la facciamo partecipare agli eventi della casa di riposo: balli, canti, gite. Dipinge, legge, colora.
Il declino è stato lento: prima la fatica a scrivere anche il suo nome, le gambe che non rispondono ai comandi semplici del camminare, la fatica a deglutire e mangiare da sola. Si scorda di noi, dei suoi figli, di suo marito, delle sue sorelle. Non sa più riconoscere chi siamo, alza le spalle quando le dico sono tua nipote, quando le mostro la foto di suo marito dice che è un bell’uomo.
Quello che più mi è rimasto impresso è stato vedere i suoi occhi azzurri che lentamente diventavano vuoti. Mi guardava, mi sorrideva, annuiva e rideva di ciò che dicevo. Ma non mi riconosceva più, non ero più la sua nipote.
La sua morte arriva una mattina di giugno, all’improvviso. Ero lì, con lei. Le ho tenuto la mano, ho pianto, le ho dato baci e carezze, cercavo di tranquillizzarla mentre le prendeva una crisi respiratoria, l’ennesima.
Quando mia mamma mi ha detto “è morta”, il mio cuore si è spezzato in mille pezzi.
Prima di morire le ho fatto ascoltare una canzone degli Afterhours, Grande. Diceva “bella, si”. Chissà se l’ha capita realmente. Chissà se ha capito che la dedicavo a lei.
Nel mio cuore resterà sempre il ricordo di quella nonna dai capelli argento e gli occhi azzurri. Quella nonna che cantava divinamente ma di ballare proprio non era capace. Quella nonna che ci rattoppava i pantaloni, ci attaccava i bottoni, che provava ad insegnarci a cucire ma senza riuscire a trasmettere la passione a nessuno dei suoi 5 nipoti.
Quella nonna che mi ha amata incondizionatamente, che mi ha aiutata a diventare, appunto, grande.

(C.B.)
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Festivaletteratura2019 #5: Unplugged

Abraham Yehoshua

Voglio dire subito, per favore: siamo agli sgoccioli di questo festlet, e io lo ricorderò come quello degli imprevisti più spiazzanti, eppure non c’è stata cosa che i volontari non abbiano provveduto ad aggiustare, trovare, mandarmi, indicare, risolvere, recapitare. Voglio dire subito il mio consueto grazie. Senza scendere nel dettaglio degli imprevisti; non per privacy, ma perché perderei ai vostri occhi quel po’ d’aura di compostezza che mi sono costruita.
Va così. Ho la testa sulle spalle più di quanto la mia migliore amica potrebbe credere, quando vengo qui, eppure a volte è un attimo e sono distratta come gli innamorati. Dopo sei anni, valicare il Ponte San Giorgio è ancora un colpo al cuore; simile a quello che ci ha raccontato Nadia Fusini, quando la riservata e tenera e cerebrale e fragile e acutissima Virginia Woolf venne trascinata nell’esistenza da una selvatica Vita Sackville-West, che dal canto suo le portava un amore abbastanza accorto da avere l’accortezza di non amarla troppo, per non destabilizzarla. Il racconto del carteggio tra le due scrittrici, di cui si è già accennato in uno scorso articolo Festlet, ha tenuto banco in una mattina finalmente piena di sole nella bellissima chiesa di Santa Maria della Vittoria, gremita di ascoltatori. E una folla quasi da record ha aspettato lo scrittore Abraham Yehoshua nel pomeriggio, a piazza Castello, atteso con Wlodek Goldkorn per parlare del tema “ascoltare l’anima e non il cervello”. Guardare la fila formarsi con un’ora e un quarto di anticipo e diventare sempre più lunga mi ha dato una lezione sul tempo, su come investirlo. Su come valga la pena anche di provare un’ora e un quarto di noia stretti in una fila se il tempo che ci aspetta sarà ben speso. Mantova ha sempre avuto, nel mio passo mentale, questa capacità di dilatare e contrarre, negli impegni affastellati che schiudono sacche di vuoto, nello scorrere più veloce dell’orologio durante un evento particolarmente riuscito. (altro…)

Festivaletteratura2019 #4: Tour

Jonathan Safran Foer a Piazza Castello

Chi è il Conoscente del libro eponimo di Umberto Fiori? Perché il Conoscente ha un archivio: fotografie, una canotta blu, perfino una scatola di unghie e capelli che non ha spiegazione. È l’orrore dell’insensatezza: il Conoscente allude sempre a un segreto, poi te lo toglie. «Qualcuno ha detto che il Conoscente è il Diavolo: quello che ti lusinga e che ride da solo, quello che mette in ridicolo ma non prova allegria, come se avesse ricevuto dalla vita una sofferenza da cui non riesce a liberarsi».
Quanto a noi, la pioggia vorrebbe complicare le cose, ma non può niente contro il nostro buonumore. L’organizzazione resiliente del Festlet sposta qualche ingranaggio nelle ubicazioni degli eventi ed eccomi qui, nella Baghdad piena di gelsomini di Elena Loewenthal (ho scritto il mio libro per guarire dalla nostalgia, e ora ho nostalgia di una Baghdad che non esiste) e nella Gerusalemme immaginata da Wlodek Goldkorn (tutte le Gerusalemme sono inventate, anche quella che esiste). Parlano con Chiara Valerio di identità e memoria, realtà, eredità e politica, catastrofi e speranze per patrie vecchie e diaspore nuove, piene di problemi dove lo stesso evento può essere cataclisma per un padre e l’inizio di un nuovo sogno per un figlio. Si parla di andate e ritorni, di deserti rossi così diversi dai boschi dove si fuggiva, deserti che ricordano la promessa di libertà di una tradizione passata. Si parla di avanti e indietro. Chiarisce Elena Loewenthal: «nella lingua ebraica, il prima è di fronte, il dopo è alle tue spalle; per questo la teshuvah, il pentimento di cuore, può realmente cambiare il passato».
Che sia alle spalle o di fronte, quella che ci troviamo a fronteggiare è la scommessa della sopravvivenza; ce ne parla Jonathan Safran Foer nel suo incontro per presentare il suo nuovo Possiamo salvare il mondo prima di cena (Guanda), che riprende tra gli altri il tema degli allevamenti intensivi già affrontato in Se niente importa (Guanda 2010). Ma se nel primo libro si affrontava la questione da un punto di vista etico, qui la realtà ci riguarda più da vicino. Brutalmente parlando: in che modo il nostro consumo eccessivamente orientato alla carne sta compromettendo tutto il nostro pianeta? (altro…)

Festivaletteratura2019 #3: live!

Margaret Atwood a Piazza Castello

Cominciamo dagli errori.
Alla tenda Sordello, durante uno degli Accenti, abbiamo scoperto grazie a Massimiano Bucchi con errori di quale portata a volte si è costretti a convivere, e quanto epocali possano essere dei fallimenti. Ora guardo indietro alla mia vita e sostituisco talune tentazioni a prendermi a schiaffi con le seguenti consapevolezze:
1) Il segway non ha mai preso piede anche perché Bush vi cadde, Hussain Bolt venne investito da uno di quegli affari in mondovisione e lo stesso inventore morì cadendo da una scogliera (con annesso il segway);
2) Il Muro di Berlino è caduto anche per un errore di comunicazione da parte della Sala stampa del Comitato centrale del Partito di unità socialista in Germania;
3) La Kodak è fallita per via dell’arrivo della fotografia digitale, nonostante avesse inventato la fotografia digitale nel ’75 ma commettendo l’errore di valutazione di costringere comunque le persone a stampare;
4) Un produttore musicale non ha voluto scritturare i Beatles (ma qualche tempo dopo, andando sconsolatamente a bere, incontrò i Rolling Stones).
Quanto a me, ieri è successa una cosa giustissima. Ho conosciuto Margaret Atwood. Leggetelo con il tono che più vi aggrada, attribuitemi una compostezza che non ho, perché la verità è che io ho avuto la conferma di un autore capace di coniugare la più sottile analisi politica con il più rocambolesco talento narrativo. E assemblare intelligenza e intrattenimento è la via magna per conquistarmi. (altro…)

Festivaletteratura2019 #2: On Stage

Michela Murgia, Elif Shafak e Marina Astrologo a Piazza Castello

C’è che quando arrivo in redazione, ogni anno, arriva quel bel momento della consegna del pass, oggetto quasi transizionale che andrà a raggiungere i suoi fratelli, a fine Festival, appeso come una ghirlanda di Natale alla maniglia di camera mia, in bella vista. In genere è anche il momento di altre belle sorprese (su tutte, matite fantastiche), e quest’anno il Festival si è superato regalandomi un libro di un tale arancione da trasparire attraverso la tela della borsetta. Non ho resistito e l’ho subito frugato. Si tratta di Anthology!, una raccolta di sedici racconti di cui imparo, prima dell’ultimo foglio di guardia, la storia: scritti di Calvino, Chambers, Levi, Mari, Joyce, Adiche, Woolf e altri sono stati selezionati da lettori tra i 14 e i 19 anni, che all’interno del progetto Read On del 2018 hanno ridotto una list di 60 racconti in quei sedici che ora sono sul mio comodino Festlet (non immaginatelo come un mobile, più come la zip esterna di un borsone, ma immaginatelo felice).
Il progetto Read On prosegue anche quest’anno, e io sono andata a dare un’occhiata. La stazione ha ospitato Chiara Valerio (che da ragazzina appuntava opinioni sui libri letti scrivendo a matita sui fogli di guardia) per un brainstorming sulle recensioni: quali elementi assolutamente inserire, quali assolutamente evitare? E come cambiano i contenuti in base al mezzo? Si possono raccontare la trama, e addirittura il finale? Ed è possibile, e giusta, una recensione che abbatta il punto di vista del recensore, o si può e si deve recensire con una tale soggettività da rendere scrittura e scrivente soggetti al tempo? Ricordando, come dice Valerio, che «le recensioni sono attestazioni di lettura e di responsabilità: ciò che hai scritto fa parte della storia di quel libro ed è tassello della storia culturale».
E comincia un altro tipo di lettura, la staffetta che nell’attimo in cui scrivo si dà il cambio su una panchina dei giardini di Palazzo Castiglione per leggere il magnifico carteggio tra Virginia Woolf e Vita Sackville-West, da poco uscito per Donzelli (Scrivi sempre a mezzanotte, a cura di Elena Munafò, traduzioni di Nadia Fusini e Sara De Simone). Sono lame di scrittura al calor bianco, ma di una specie di grazia sorvegliata, come un bisturi che apre e cauterizza: Ho appena smesso di parlare con te. Sembra tanto strano. C’è una pace perfetta qui – fuori giocano a bocce – ho appena messo i fiori nella tua stanza. E attorno a te invece cadono le bombe. Che dire – se non che ti amo e vivrò questa strana calma serata pensando a te che sei lì da sola. (altro…)

Festivaletteratura2019 #1: Best Of

«Pure», dico dopo una scorsa rapida al programma.
Per “pure” intendo: pure quest’anno. Pure quest’anno il Festivaletteratura è riuscito a leggermi nel pensiero. È che ho da poco comprato Opera struggente di un formidabile genio, e anche se non sono pazza di Eggers (sono più un tipo da Foer), Eggers a questo Festival ci sarà. (E pure Foer.)
La prima volta che il Festival mi ha letto nel pensiero è stata la prima volta che ho messo piede a Mantova; credo di avervi raccontato fino allo stremo delle (vostre) forze come ho passato la prima settimana di settembre del 2014, all’inseguimento di un sempre più perplesso Michael Cunningham nello strenuo tentativo che i nostri incontri apparissero casuali. E il primo FestLet fu anche quello dell’intervista combo a Michela Murgia e Chiara Valerio. Parlavano di eroine. Murgia si concentrò sulla Morgana di Le nebbie di Avalon, che tanto avrebbe lasciato ramificare in seguito. A quel tempo Murgia era per me l’autore di Il mondo deve sapere e di tutta una serie di libri che volevo leggere; con l’andare dei FestLet, perché è lì che compro i suoi libri, sarebbe diventata l’autrice di quasi tutto quello che ha scritto e di quell’oggetto luminoso e pensante che si chiama Ave Mary. Valerio parlò di Lady Oscar, con un piglio che mi lasciò incantata, e con un paio di frasi che ancora porto impresse come una scottatura mi insegnò il bisogno di guardare chi amo come “la cosa più bella del mondo”. L’ho sempre fatto, da quel momento. Checché talora qualcuno protesti, non avendo colto del tutto lo spirito (“quindi per te sono una cosa”).
Ho il ricordo di due anni fa, del ghiaccio nel mio campari che si scioglieva a palazzo Tè, quando seduta su una sdraio sotto la stellata mi domandavo se non fosse iniquo chiamare tutto ciò al telefono con mia madre “lavorare”. E anche se sapevo cosa stava per accadere, Mariangela Gualtieri fu precisa come uno stiletto. Mi alzai in piedi mentre lei scandiva: giorno d’Aspromonte dove salgo / caricata con un peso un peso / che non si appoggia.
Tanto più intimo l’anno scorso ritrovare in un luogo caro l’amicizia calda di una Biancamaria Frabotta entusiasta, curiosa come lei è sempre quando c’è della bellezza in cui frugare. La nostra passeggiata serale, quasi notturna, il giorno prima della sua presentazione a Tutte le poesie, cadenzata dal click della catena della mia fedele bici, portata a mano per stare tutti al passo di una cupola da indicare, uno scorcio da promettere dietro lo spigolo di muro.
Mantova ha un ponte che taglia due laghi e un nome di velluto. Ha la prospettiva solida di Palazzo Ducale prima che la folla riempia la piazza. Qui sono passati tanti: la Pompei raccontata da Alberto Angela, le storie del Ruggito del Coniglio, la voce magnifica di Lella Costa che legge la Posta del Cuore della Aspesi. A Mantova ho visto cose che speravo con tutto il cuore di vedere, come Charlotte Rampling prendere un caffè, e cose che davvero non mi aspettavo, come Tracy Chevalier prendere la porta con un patchwork in braccio. Non credo di essere mai mancata a una lavagna di Bietti né all’appuntamento con il primo dolcetto alla ricotta all’arrivo.
Per il ventennale, i ragazzi dell’Orchestra da Camera di Mantova suonarono al Duomo la Settima di Beethoven.
Oggi comincia il ventitreesimo Festlet, il sesto che ho l’orgoglio di raccontarvi. Appuntamento qui ogni giorno alle sei, e come sempre fate un applauso ai volontari, loro lo meritano fin da adesso.

© Giovanna Amato

Racconti per l’Alzheimer Fest #6

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Questi i primi due racconti.
Marco Annicchiarico

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Come Scarface

Nella mia città è presente un centro diurno che accoglie esclusivamente i malati di Alzheimer e di demenza senile. Un luogo di fiducia dove i familiari dei malati possono accompagnare i loro cari e distrarsi un po’ dal mondo in cui vivono a causa dell’Alzheimer. È un luogo dove gli stessi malati vengono stimolati attraverso la musica, con attività ludiche e ricreative, dove è presente un bel giardino e tanti volontari che se ne prendono cura. Insomma un vero e proprio asilo per bambini, destinato agli adulti.
Con mia madre avevamo stabilito dei turni: lei accompagnava il mio papà tutte le mattine, dal lunedì al venerdì, e io lo andavo a prendere dopo pranzo. Ogni mattina gli facevamo la doccia e veniva preparato con la camicia stirata, pronto per recarsi “all’asilo”.
Aveva preso molto bene questa iniziativa: dispensava bacini e bacetti alle operatrici più giovani e faceva improbabili proposte di matrimonio a quelle più adulte.
Un giorno lo andai a prendere ma era più nervoso del solito. Non ho mai capito se riusciva ancora a riconoscermi, se capiva che io fossi sua figlia, ma sicuramente vedeva in me una persona di fiducia, qualcuno di cui potersi fidare. Forse, come qualcosa di sua proprietà.
Dopo averlo aiutato a indossare il cappotto e il cappello, mentre ci stavamo dirigendo verso l’uscita, mano nella mano, un’altra signora affetta da Alzheimer e ospite del centro ci sorpassò spingendoci un po’ di lato. Lui mi tirò la mano facendomi cenno di avvicinarmi e, con un tono degno di una scena del film “Scarface”, mi sussurrò: “Hai visto a quella lì? Lasciala perdere: è una pazza!”

(G.C.)
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Racconti per l’Alzheimer Fest #5

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Questi i primi due racconti.
Marco Annicchiarico

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La piscina

Oggi siamo andati a fare degli esami di controllo. Mia madre fa fatica a camminare, così decido di chiamare un taxi. Quando saliamo, il tassista dice che questo caldo non si può proprio sopportare.
Mia madre risponde che è proprio vero, che non vede l’ora di tornare in montagna, dove ha una villetta bella fresca, con il camino, la tavernetta e la piscina.
– Cavoli, anche la piscina? risponde il tassista.
– Certo, se no d’estate come si fa con questo caldo?
Io resto zitto, per non contraddirla, ma quando scendiamo le chiedo perché ha detto al tassista che abbiamo una villetta con piscina quando in realtà abbiamo solo un appartamento.
Lei prima sorride ma poi, quando capisce che ha raccontato qualcosa che non corrisponde al vero cambia espressione e dice a muso duro che devo imparare a farmi i cazzi miei.
– Cosa te ne frega a te di quello che dico? Ma devi sempre stare dietro a correggere se sbaglio qualcosa? E poi, se proprio lo vuoi sapere, questo qua quando lo rivedremo mai? Quindi, che cazzo ne sa lui se ho o no la villetta? E se lo rivediamo, la prossima volta gli dico che accanto ho anche il bosco con l’orto, va bene? E a te ti metto in quell’orto a zappare, almeno ti stanchi e la finisci di parlare.

(C.M.) (altro…)

Racconti per l’Alzheimer Fest #4

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Ecco altri due racconti.
Marco Annicchiarico

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Io e lui

Lui, mio marito, ha 86 anni e la demenza vascolare.
Io, sua moglie da 34 anni, ne ho 64.
Noi stiamo insieme da 43 anni, nel bene e nel male.
Noi due e una figlia meravigliosa.
Io che non sono più sua moglie, ma ora sono diventata sua madre.
Io che lo lavo tutti i giorni, che gli faccio il pediluvio per quei suoi piedi delicati.
Io e lui che restiamo seduti, lui sul water e io sul bidet, io e lui che aspettiamo.
Io che gli faccio il bidet, che lo asciugo bene e gli metto la polvere di riso per scongiurare decubiti e irritazioni.
Lui che adesso ha anche il fuoco di Sant’ Antonio, sulla pancia, sui fianchi e sulle natiche, perché il peggio è sempre in agguato.
Io che lo rado tutti i giorni e gli metto il dopobarba, perché mi è sempre piaciuto profumato.
Lui che mi guarda con quegli occhi, ormai di nessun colore, e mi chiede: quando viene Marina?
Lui che la sera non mi fa nemmeno sentire la tv, perché la sera è il momento in cui parla, parla, parla senza alcun senso.
Lui che non mi fa dormire la notte e non mi fa vivere il giorno.
Noi che facevamo tutto insieme, sempre con la valigia pronta.
Noi che ci piaceva ballare, sciare, nuotare, andare in bici, avere la casa piena di amici.
Io che amavo cucinare.
Io che non ho più una vita ma una sopravvivenza.
Io che in vita mia non avevo mai preso così tanti farmaci.
Io che sono quella che aspetta un giorno migliore.
Io che ho bella e pronta la domanda per il suo inserimento nella Rsa, una Rsa con i posti liberi.
Io che non ce la faccio a portarcelo.
Io che devo fare i conti solo con me stessa.
E i conti non tornano mai.

(M.M.) (altro…)

Racconti per l’Alzheimer Fest #3

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Ecco altri due racconti.
Marco Annicchiarico

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Nonna mi prepari un caffè?

Il caffè è sacro, diceva mia nonna. Per anni sono andata da lei tutti i pomeriggi alla stessa ora e per anni l’ho sempre trovata seduta ad aspettarmi, le tazzine già piene e fumanti. Finché un giorno sono entrata in cucina e ho trovato le tazze vuote e la nonna con la moka in mano. Mi ha guardata con aria smarrita e mi ha chiesto se quel giorno il caffè potevo metterlo su io. Ancora non lo sapevo, ma quello era il mio primo incontro con l’Alzheimer.
All’improvviso, se volevo bere il caffè con la nonna, dovevo farlo io. E non era pigrizia, come pensavamo all’inizio, o il giusto riposo dopo una vita passata a prepararlo per tutti. Mia nonna non preparava più il caffè perché non era più capace, non sapeva più se mettere prima l’acqua o il caffè.
E mica è stato facile capirlo. Non eravamo preparati, nessuno in famiglia lo era, tanto meno lei. Era una donna di carattere mia nonna, di quelle che lavorano una vita e non buttano via niente. Ha tirato su una famiglia numerosa, ha fatto un trasloco in bicicletta. Una donna di quelle che si piegano ma non si spezzano. O almeno pensavo. Perché invece, ad un certo punto, si è proprio spezzata.
Per quanto mi sforzi non saprei dire di preciso quando tutto è cominciato, non ce ne siamo resi conto subito. All’inizio si giustifica. È l’età, è stanca, è distratta. L’Alzheimer è un ospite discreto, arriva piano, senza suonare il campanello. Entra dalla porta di servizio e resta nell’ombra, non parla con nessuno, si limita a studiare la situazione. Poi, ad un certo punto, inizia a spostare qualcosa, senza grossi clamori. Una patata dentro l’armadio, tre volte la stessa telefonata, l’origano nel budino. È distratta, pensi. Dicono che con l’età è normale perdere un po’ la testa. Così finisce che la rimproveri anche. Devi stare più attenta nonna, che cosa combini? E lei minimizza, ti dà ragione. Perché di aver messo l’origano nel budino non se ne era proprio accorta, perché ieri si è persa tornando dalla parrucchiera davanti casa ma non l’ha detto a nessuno. Perché forse un po’ si vergogna di quel che le succede. Ce lo racconta la parrucchiera una settimana dopo, dicendo che è tornata indietro agitata e preoccupata, chiedendo dove fosse casa sua. E lì qualcosa scatta nelle nostre teste, comincia a suonare un piccolo campanello d’allarme. Ma ancora non parte la sirena. È troppo grande questa cosa, è troppo grossa per mandarla giù subito, non ce la facciamo. E comunque dalla parrucchiera ora la accompagniamo sempre. Lei sorride e chiacchiera con tutti, a casa le cose funzionano. Forse non c’è nulla che non va.
Ma intanto l’ospite, nell’ombra, sta ingrassando e si fa meno scrupoli. Tocca, mescola, scombina sempre di più finché, un giorno, qualcosa gli cade. E fa rumore, un botto assordante che ti costringe a voltarti. È il giorno in cui, all’improvviso, tutti i pezzi vanno al loro posto e tu, allibito, incredulo, ti rendi conto che è sempre stato lì, sotto i tuoi occhi, in attesa che tu trovassi il coraggio di guardarlo in faccia. La nonna non sa più fare il caffè perché ha l’Alzheimer. Si è spezzata.
E chissà lei da quanto lo sapeva. Perché se i familiari ci mettono un po’, il più delle volte, il malato se ne accorge molto prima di noi. Che spiegazioni si sarà data? Si sarà sentita sola? Spaventata? Credo che scoprire che la nostra mente non ci risponde più faccia una paura terribile. Forse parlarne con qualcuno l’avrebbe aiutata, o forse no, in fondo siamo tutti diversi. Ma so che se tornassi indietro l’avrei fatto io: le avrei detto di non aver paura, che l’avremmo aiutata, che non doveva affrontare questa tempesta da sola.
Perché un male vissuto da soli è grande il doppio. È come essere a bordo di una nave in tempesta che nessuno controlla. Nemmeno sappiamo dove sia il timone, e tanto meno lo sa lei, che su questa nave ci si è ritrovata quanto noi. L’Alzheimer è una vera tempesta. Ti senti alla deriva, in balia delle onde, e l’unica cosa che può salvarti è l’àncora gettata da qualcuno.
Nel corso degli anni la nonna si è inabissata nei fondali più bui e profondi e noi con lei. Sono stati anni duri.
E in quel mare in tempesta avremmo avuto bisogno di aiuto. Una bussola, un salvagente, o forse solo qualche marinaio in più che ci aiutasse a governare la nave. Qualcuno che ci dicesse perché di giorno dormiva e di notte chiamava, che ci spiegasse che avevamo diritto all’assegno di cura e magari anche ci dicesse come fare domanda. Avremmo avuto bisogno di una bussola nei giorni in cui chiedeva continuamente di andare a casa. Sei a casa nonna. No, non è casa mia. Sì che lo è. No che non lo è. Sì, ti dico! Per favore portami a casa!!! Forse la sua più che una richiesta di tornare a casa era una richiesta d’aiuto. Aiutami perché mi sto perdendo. Ma, purtroppo, allora la strada non la conoscevamo nemmeno noi.
Avremmo avuto bisogno di aiuto. Al tempo non lo capivo, ora lo dico convinta. Tutti abbiamo bisogno di aiuto per affrontare l’Alzheimer. Non è mancanza di risorse, non è incapacità, non è poco amore né tanto meno disinteresse. Chiedere aiuto è un atto di coraggio, per il malato e per noi. Nessuna nave può affrontare una tempesta con solo un marinaio. Serve un capitano, servono compagni di viaggio, tanti compagni di viaggio, per riuscire a portare la nave in salvo senza perdere nessuno lungo la via.

(Sara Sabbadin, Psicologa e ideatrice del progetto I miei giorni con te – In viaggio con la demenza)
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Racconti per l’Alzheimer Fest #2

 

Dal 13 al 15 settembre si terrà a Treviso la terza edizione dell’Alzheimer Fest. Mi è stato chiesto di raccogliere le testimonianze di altre persone che, proprio come me, stanno gestendo o hanno gestito uno dei propri cari, per poterle leggere durante il festival. Si tratta di racconti brevissimi che descrivono un momento durante la gestione del malato in cui c’è stato da ridere, da piangere o da arrabbiarsi. Se qualcuno di voi vuole partecipare, non deve fare altro che scrivermi tramite mail (caregiverwhisper@gmail.com), raccontando la propria esperienza.
Ecco altri due racconti raccolti.
Marco Annicchiarico

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Dentro me

Ho scoperto che, dentro di me, alberga una tristezza che non ho mai provato prima. Mio padre continua a peggiorare e, oramai, ha pochi collegamenti con la realtà che lo circonda. Anche se in maniera vaga, riesce ancora a distinguere il mio viso nella nebbia della sua mente ma non è più in grado di collocarmi in nessun tempo, in nessuno spazio. Giorno dopo giorno lo osservo curvarsi sempre di più mentre continua a perdersi in quei suoi pensieri che ignoro. I miei figli sono condannati a questa presenza che non ha la dolcezza di un nonno ma solo la bruttezza della pazzia. Io stesso sono condannata, a fare da madre, da badante, da ascoltatrice, da cuscinetto, da oss, da infermiera, da mediatore e da collante, spesso senza averne le competenze. Ci sono momenti in cui vorrei potermi spegnere e mi capita di piangere in ogni occasione: per mio padre, per i miei figli, per me stessa, per come sono finita in questo pantano in cui se alzo un piede, mi accorgo che l’altro affonda un po’ di più.

(M.P.) (altro…)