La botte piccola #7: Roald Dahl, “Lo scrittore automatico”

libraio

R0ald Dalh, Il libraio che imbrogliò l’Inghilterra seguito da Lo scrittore automatico,
Guanda editore 1996, trad. Massimo Bocchiola

Adolph Knipe ha un foglio ancora inserito nel rullo della macchina da scrivere. Il testo inizia così: “era una notte buia e tempestosa”. È stato messo a riposo dopo aver aiutato la società per cui lavora, la John Bohlen Inc., nella costruzione di un calcolatore che permette di risolvere complessi problemi di ogni disciplina in pochi secondi.
Per il suo capo, Knipe è un genietto, ma lui ha altre ambizioni che disegnare progetti di alta ingegneria elettronica. È uno scrittore in erba, misconosciuto, e come tale è incattivito. Ha conservato lo slancio («lo slancio creativo, Mr. Bohlen») per scrivere cinquecentosessantasei racconti, ma nessuno gli è stato comprato.
Finché un giorno Knipe elabora un perfido piano partendo proprio da quello che maggiormente dovrebbe frustrare un giovane esordiente che non riesce a esordire: la desolante banalità, a confronto del proprio genio, di tutto “quello che si legge in giro”.
Così il calcolatore diventa uno strumento che fagocita le regole grammaticali, i nomi propri e «quello che il pubblico vuole», per sfornare abbastanza racconti da creare un indotto di milioni di dollari e garantire in qualche modo, al giovane Knipe, la sua tanto desiderata pubblicazione.

Oggi Rohald Dahl compirebbe cent’anni. Il creativo scrittore per bambini ma anche prolifico scrittore per adulti (e tremendo: chi ha letto il magnifico racconto in cui tutti parteggiamo per la sopravvivenza di un nascituro che alla fine scopriremo avere il nome di Adolf?) sfrutta in questo racconto la montante possibilità per un calcolatore di risolvere problemi creativi attraverso un linguaggio informatico. È del ventinove marzo duemilasedici, invece, la notizia del passaggio alle selezioni per il premio Shinichi Hoshi, in Giappone, di un romanzo rielaborato da un computer dal titolo – forse poco originale ma efficace – Il giorno in cui il computer scrive un romanzo. Ma chiunque legga questo racconto si accorgerà che questo dato avveniristico e a quel tempo fantascientifico è solo lo sfondo per un’altra ben più potente intuizione, un altro bersaglio per l’acuminata ironia di Dahl.
Il problema di raggiungere una pubblicazione per i propri scritti e la frustrazione di un autore che non “decolla”, con tutto il bagaglio di invidie e di rancori, non è certo muovo. Da una parte chi sente la scrittura come il proprio mestiere – o comunque la preferisca chiamare – e trova la strada oberata da una sorta di sfrenata corsa all’oro, dall’altra un dilagante narcisismo, una sindrome collettiva del quarto d’ora di celebrità, che fa di chi in altri tempi non si sarebbe mai sobbarcato la fatica di scrivere un aspirante scrittore. In questo mercato, l’offerta e la richiesta si confondono, mentre vengono imposti modelli al ribasso sempre più facili da imitare. Niente di nuovo sotto il sole, e niente di realmente scandaloso, se chi si interessa di parola scritta sa dove cercare e non si lascia fagocitare da una competizione inesistente.
Knipe non si fa certo questi scrupoli. Non ci interessa sapere che tipo di scrittore era prima della conversione all’apparecchio automatico, se valente o soltanto interessato a entrare nell’agone intellettuale. Ormai, la sua conoscenza rancorosa dei meccanismi editoriali è volta a creare un impero, dove scrittori-feticcio prestano il nome alle creazioni del suo computer e si prestano a fare da sponsor alle multinazionali.
Bohlen, il suo capo, è sempre più disposto a seguire Knipe nella sua deriva, ma puntualmente reagisce a ogni nuovo passo con una cauta timidezza. Anche quando Knipe decide per il salto definitivo, quello che ogni reale impero deve compiere per sbaragliare la concorrenza:

«Vede, Mr Bohlen», disse un giorno. «Abbiamo ancora troppi concorrenti. Perché non tagliamo la testa al toro e assorbiamo tutti gli scrittori del paese?»
«Mr Bohlen, che ora indossava una giacca di velluto verde bottiglia e si era lasciato crescere i capelli fino a coprire due terzi delle orecchie, era già abbastanza soddisfatto di come andavano le cose «Non la capisco, ragazzo mio. Non è umanamente possibile assorbire gli scrittori.»
«Invece si può, eccome. Esattamente come fece Rockfeller con le sue compagnie petrolifere. Basta comprarli, e se poi non vendono, dar loro il benservito. È semplice!»
«Piano, adesso Knipe. Non esageri.»
«Signore… ho qui un elenco di cinquanta fra gli scrittori di maggior successo del paese, ai quali intendo offrire un contratto con stipendio vitalizio. Da parte loro non dovranno fare altro che impegnarsi a non scrivere mai più una parola; autorizzandoci naturalmente a firmare i nostri libri con i loro nomi. Che cosa ne pensa?»
«Non ci staranno mai.»
«Lei non conosce gli scrittori, Mr Bohlen. Aspetti, e vedrà.»

Si profila un mondo in cui chi realmente vuole scrivere non può che restare rintanato negli angoli, senza lavoro e senza retribuzione per il suo lavoro. Un mondo distopico, ma non troppo, in cui il contributo intellettuale e fuori dal coro della domanda non è remunerato né considerato alla stregua di lavoro. Dahl riesce con un’unica frase, una sola frase finale, a mostrare lo sfacelo di un mondo del genere e la fermezza con cui un vero intellettuale e un vero scrittore proseguirebbero per la loro strada:

Oh, Signore, dacci la forza di far morire di fame i nostri figli.

© Giovanna Amato

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