(ri)letture

Variazioni bianche #1: Chiamamatemi Ismaele

 

Per M.

 

Il punto non è Ismaele, il reietto della Genesi. Non è su questa carica simbolica che si è impigliata la mia attenzione. Il punto è quel chiamatemi. Lì ho sentito il chiodo.
La prima copia che ho avuto tra le mani, per i tipi di Feltrinelli, inizia così: Chiamami Ismaele. Alessandro Cerni, il traduttore, non specifica in nessuna nota il perché di questa rivoluzione. Sul momento rabbrividisco, e lo faccio di gioia. Come se fino ad allora Ishmael fosse entrato in una bettola affollata, avesse ordinato della birra, si fosse pulito la barba dopo un sorso e con una pausa sapiente avesse messo su un’aria da profeta e detto ai convenuti come era il caso di chiamarlo. Ora, invece, Ishmael mi ha accettato al posto accanto al suo, siamo in un angolo appartato di una taverna, ci siamo presi da parte e lui comincia a raccontare. Il passaggio da chiamatemi a chiamami non incide sul salto di familiarità, su questo patto di confidenza con il lettore che tanto commuove in Moby Dick. Ecco, io mi chiamo, è accaduto questo, sono testimone, e voi ascoltate (e tu ascolta). Ma è uno scarto di accoglienza che, se perde in solennità, dall’altro lato fa guadagnare vicinanza.
E c’è di più, nella sfumatura dell’inglese nella sua combinazione di un imperativo e di un nome biblico. Un incredibile abisso nella scelta di due tra molte traiettorie.
Chiamatemi reietto, è un estremo. L’altro: dammi del tu.
Chiedendo di chiamare per nome, Ishmael fa quello che nella lingua inglese è il corrispettivo del nostro dismettere la forma di cortesia.
C’è un disagio, a volte, nello smettere di dare del lei. Lo si sente riaffiorare alle labbra, non per scarsi affetto o vicinanza, ma perché quella era semplicemente la giusta forma lessicale di un rapporto che appagava già così. Ci sono volte, al contrario, in cui il tu sembra esplodere dal corpo a ogni frase, ed è curioso quando questo è vicendevole, quando la confidenza percepita è superiore a quella che i ruoli hanno imposto. Il lei a cui non ci si sottrae suona cavo come un muro vuoto, e si vive in una perenne attesa che i ruoli ristabiliscano una confidenza che c’è sempre stata. Il passaggio dal lei al tu porta allora con sé un risolino, uno sguardo d’imbarazzo, somigliando a quei piccoli acquazzoni pomeridiani che prendono alla fine della primavera, per un motivo che non riuscirei a precisare.
Ci possono essere delle avvisaglie. Dei ciao scivolati di bocca invece di un più composto arrivederla. Una piccola esitazione prima dell’allocutivo. Ci si dispone ad aspettare, allora, il tempo che l’educazione impone, e si nota con un sorriso come le parole creino intimità molto più di una mano stretta o di un bacio sulla guancia. Come sul tatto l’abbia vinta qualcosa di immateriale fatto per scoccare imprecisato nella stanza.
Forse è di questo che Ishmael aveva bisogno, dopo il suo terribile naufragio: non l’uditorio che riconoscesse il suo ruolo, ma l’astante che lo chiamasse per nome. Come noi che siamo alle prese con naufragi più piccoli ogni giorno, e quando incontriamo un cuore compagno ci sbracciamo, piano piano, e gli facciamo un segno: è il tempo di guardarmi, questo, gli diciamo. È tempo di darmi del tu. (altro…)

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope: nota di lettura

Maria Grazia Ciani, La morte di Penelope, Marsilio 2019, euro 12

 

Ho sempre creduto che qualsiasi cosa si scriva non è, ormai, che la rielaborazione di un mito. Che conosciamo o no il nome di quella primigenia narrazione, di quel modo di dare un viso a una pulsione umana.
A volte ho creduto che anche qualcuno dei miei gesti, di certo i più eclatanti ma forse anche i più quotidiani, non facesse che ripercorrere i binari di qualche racconto antico. Come quando ho mosso guerra senza sapere se c’era un’Elena dietro le mura, oppure ho chiesto di sopravvivere come un’Andromaca sopra la torre. Come quando ho respinto una ninfa per continuare a indagare il mio riflesso, o sono scesa a chiedere se era possibile riavere indietro quello che avevo perduto.
La differenza, nel rielaborare intenzionalmente un mito, è dare un nome, ragionare e sentire fino ad appartenere a una selva di varianti, frugare tra le mutazioni, e uscirne bagnati di qualcosa di vivido, ancora nuovo e pronto a essere raccontato. (altro…)

Di mano in mano. Due ipertesti per Valerio Magrelli

 

CUCITORI DI CANTI

ἐν νεαροῖς ὕμνοις ῥάψαντες ἀοιδήν
avendo cucito il canto in nuovi inni
ESIODO

Fin dalle sue origini la poesia ha avuto a che fare con taglio e cucito. Si dice infatti che i poeti del mondo antico, i cosiddetti rapsodi, fossero dei cucitori di canti che, passandosi di mano in mano le storie degli eroi mitici, tessevano l’ordito e la trama dei primi componimenti in versi.
Non sembrerà un caso, nella terza edizione del festival letterario 38° Parallelo. Tra libri e cantine ispirata al tema dei rammendi, che si voglia dedicare una giornata alla poesia, ospitando uno dei maggiori poeti italiani contemporanei, Valerio Magrelli, che ha fatto dell’arte della tessitura un motivo conduttore della sua opera.
Per inaugurare questo momento e rendere omaggio all’ospite, i Centri italiani di Poesia Contemporanea di Bologna e di Catania hanno preso spunto da La lettura è crudele di Magrelli e hanno composto due ipertesti, che sono sorti da due poesie dell’autore.
Ogni verso di quelle due poesie magrelliane, che sono Qui sto senza paesaggio e È la spola dei versi,[1] ha dato vita a un nuovo testo, come se ognuno di quei versi fosse un link da cui è possibile accedere a originali, inedite poesie.
Il Centro di Catania s’è misurato con Qui sto senza paesaggio, quello di Bologna con È la spola dei versi.
La silloge viene introdotta dalla voce dello stesso Valerio Magrelli, in una conversazione sui radicali cambiamenti del suo poetare, sul suo rapporto coi rammendi e sulla possibilità che la bellezza rammendi il mondo.
Sono doverosi e sentiti i ringraziamenti a Valerio Magrelli, ai Centri di Poesia Contemporanea e all’Istituto dell’Enciclopedia Italiana Treccani.

Marco Marino

[Matrice 1]

Qui sto senza paesaggio,
pere, mele, stagioni, cielo, niente,
soltanto suppellettili, una campagna
fatta ad artificio. Ma già da piccolo
per gioco stendevo una coperta
nella stanza, sopra mucchi di carta,
ed era un panorama,
una salma di monti.
Di tutto ciò qualcosa resta,
adesso, che scrivo a letto,
che io faccio la terra.

Valerio Magrelli

 

Qui sto senza paesaggio,
la notte dopo la notte
dormita sulle ginocchia oh roccia
sempre un incavo la bocca dove fresia
ora ricopro…………………….. il passaggio di un uomo.
Ora sto senza.

Un paesaggio di sale
ossida
il governo del mio viso.

Claudia Fiorella Santonocito

 

per gioco stendevo una coperta

per gioco stendevo una coperta
in tuo apparire, per distinzione
del corpo. ora ti lasci accadere
senza paura che a occhi chiusi
gli occhi non ci siano più. aspettiamo
la voce, l’oscura, indisponibile
tessitura, sempre altosparente

Pietro Cagni

 

ed era un panorama,

E il cane, ti ricordi? Ora è la prima
anima del Creato,
morde le piante a Dio. Ma al gran raduno
dei cani no: vista la luce in cima
all’erta, mezzo dubbio gli è passato
e non ci stava più, puntava, era come uno
che non sa chi lo chiama;
al guinzaglio dei Troni, all’improvviso
si è girato a guardare:
………………………………………….ed era un panorama
d’anime, il mondo, un viso senza odore.

Gianluca Fùrnari

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A. (tre recensioni senza recensione)

da “Quel che resta del giorno”, Einaudi 1989, traduzione di Maria Antonietta Saracino

Un quarto d’ora dopo il suo arrivo nella cittadina di A., la cittadina di A. è finita.
Le è bastato il tragitto dalla stazione al bed&breakfast. La cittadina è di quelle che stanno alle loro piazzette principali come un acino d’uva sta ai suoi semi, e poco più. Cittadine così si possono distinguere dalle cartoline esposte nelle tabaccherie, che riguardano più che altro le bellezze dei dintorni, per l’impossibilità a riprendere più di due scorci della cittadina in questione.
Dunque, in un quarto d’ora A. è finita, ma è molto bella, e la proprietaria del b&b molto ospitale. Le ha chiesto se per caso gestisce un blog di turismo o ristorazione, e per un attimo lei si è spaventata, temendo che la sua risposta sarebbe stata il discrimine tra il bagno in camera e la pipì notturna in corridoio, ma non è così, anzi, la sua stanza prevede un disimpegno tra la camera e il bagno e una seconda cameretta con un lettino. Sua sorella, raggiunta poco più tardi al telefono, le consiglierà di puntare la sveglia di notte per provare pure quello.
«Ma il tempo non reggerà», prevede la signora ospitale cerchiandole con una penna i luoghi di interesse su una mappa, tutti a portata di una mano stesa.
«Per sicurezza, allora, mi indichi anche una libreria», risponde. Non si è portata dietro nulla perché aveva in mente di cambiare scenografia ai pensieri, non c’è storia che avrebbe voluto continuare né lasciare in sospeso in un’ambientazione diversa, ma alle brutte non avrà problemi a chiudersi in una stanza d’albergo con un libro per rifugiarsi dalla pioggia. (altro…)

Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010

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Luigi Di Ruscio, Poesie scelte 1953-2010, Marcos y Marcos, 2019; 20 €

La voce è tutto, è un intero destino. Massimo Cacciari, in una conferenza svoltasi a Vignola per Poesia Festival nel 2017, affermava che la poesia, se è tale, mostra l’abisso di ogni parola ed è per questo che spesso appare oscura la poesia, perché lo è necessariamente, avendo a che fare con la radice ultima della parola, che appunto è abisso. In fondo, secondo il filosofo, nessuna parola indica per davvero la cosa; la poesia mostra se stessa quindi attraverso l’enigma che il linguaggio incarna nel miracolo della voce. La voce di un poeta come Luigi Di Ruscio, nato in povertà a Fermo nel 1930, emigrato a 27 anni in Norvegia per lavorare una vita in fabbrica a Oslo, è «frontale, diretta, mirata alla esclusiva verità della propria testimonianza». Così scrive Massimo Raffaeli nell’introduzione.
È un libro importante, questo, prezioso. Un libro che fa dire: finalmente. L’edizione per la collana Le Ali di Marcos y Marcos, curata benissimo da Massimo Gezzi, vede la copertina di Luca Mengoni, splendida nel restituire il ritratto del poeta.
La voce, dunque. Dunque il corpo, e il lavoro: per Luigi Di Ruscio il lavoro è stato essere operaio. E con questo, dentro la sua speciale parabola esistenziale, diventare, essere poeta.
Franco Fortini, in “Verifica dei poteri” (esattamente in “Astuti come le colombe”) scriveva: «m’è sempre parso che la contemplazione affascinata d’una condizione operaia vista tutta nel rapporto fra uomo e macchina, e l’altra dilettazione incantata, del calarsi nella “oggettività”, fossero due tipici errori, o uno solo, del materialismo non dialettico». Nel caso di Di Ruscio, lo scrittore è l’operaio – mentre Fortini vedeva lo scrittore come l’intellettuale artefice di una praxis rivoluzionaria intesa come automutamento coincidente con il cambiamento ambientale. Operaio-scrittore, ecco: tutta la soggettività dell’autore è dentro questa relazione e nel rapporto uomo-macchina.
Dice bene Gezzi, dopo aver illustrato al meglio le modalità con cui Di Ruscio è intervenuto (riscrittura, taglio, spezzatura e asciugatura dei versi) nell’arco di più di cinquant’anni (dal 1953 fino alle ultime modificazioni intervenute nel 2010): «queste Poesie scelte sono sì un’autoantologia ma, in buona misura, sono anche un altro libro». E fa capire che si tratta qui di affrontare un viaggio. Lo dice con parole perfette: «i lettori (…) attraverseranno la rabbia, la fatica, la protesta e la fiducia testarda nella scrittura che promanano da questi versi». Quindi, se il lavoro operaio ha rappresentato la condizione fissa e immutata, l’automutamento per lui è avvenuto necessariamente con il lavoro di poeta dentro quella condizione.
È tutto un atto di esistenza-resistenza, titanico, quello che Di Ruscio ha testimoniato con la scrittura, con la sua voce.
La forza è tutta nel dato materiale. Stupisce – veramente – come sia stato questo a nutrire per intero la sua poesia, istruendone i contenuti e dettandone il ritmo. Come indica giustamente Raffaeli: è una poesia (fortunatamente, aggiungo io) in controtempo.
Ecco un testo del 1966, eccezionale per intensità di ritmo, stile, visione. Ricorda il grande Pavese. Sono versi che sentiamo ancora vicini e attuali, proprio perché in controtempo, così arcaici, archetipici, primari:

Mangia in estate pomidori in inverno patate
conosce la carne alle feste comandate
o quando mietono o battono
i porci li para tirando pietre precise sulle groppe
correndo sul campo dei foraggi
scopre i nidi degli uccelli e delle serpi
mette i lacci sui fossi per gli uccelli assetati
alla sera sta silenzioso con gli occhi pieni di sonno
sente i discorsi dei grandi
e certi pensieri li fissa nel cervello
l’ulivo è come l’uomo
soffre il caldo in estate e in inverno la tramontana
e pensa metà nel sonno all’uomo e all’ulivo
all’olio che sta tra le parti del pomodoro
in cui inzuppa la mollica del pane
scacciando le mosche stancamente perché è l’ora del sonno
appoggia sulla coscia della madre la testa
dove ora le mosche possono fermarsi
non hanno più la mano veloce che le prende a volo
e gli stacca le ali per farle continuare a vivere
come un verme che la gallina becca. (altro…)

Tutti i post di Natale #8: Variazioni sulla cenere, di Fabio Pusterla

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

v-s-c

Fabio Pusterla, Variazioni sulla cenere, Amos Edizioni, 2017, € 12,00

Diciannove poesie, divise in due sezioni: le dodici variazioni di Cenere, o terra e i sette movimenti di Brasé. Pubblicate a settembre del 2017 per le bellissime edizioni Amos, nella collana A27, le Variazioni sono dominate dal tema del fuoco («c’è brace, brace sotto questa cenere», p. 39). Ed è l’esperienza di vita a esserne il motore. Pusterla scrive in perfetta sintonia di mente e cuore, cerca ancora e trova – molto felicemente – parole scolpite nella compresenza di asprezza e luce, per riprendere il titolo di una precedente sua plaquette, uscita per Coup d’idée nel 2015.
«Cenere, o terra che secca si cavi / d’un color fòra col suo vestimento»: Dante, nel Purgatorio, per descrivere la veste dell’angelo sceglie questa metafora. Pusterla se ne innamora, colpito dall’emistichio iniziale, quel Cenere, o terra tanto potentemente smosso dalla virgola incastonata lì in mezzo. Parole che, isolate, assumono nella sua mente nuovi significati, che conducono ai quattro elementi: abbiamo il fuoco quindi, e la terra; poi ci sarà l’aria, ci sarà l’acqua. Queste dodici poesie, infatti, si legano in modo molto stretto ai quattordici frammenti usciti qualche tempo prima, nel marzo del 2016, per le altrettanto splendide edizioni di Carteggi Letterari: gli Ultimi cenni del custode delle acque.
Prestiamo orecchio in particolare all’inizio del quinto frammento di questi Cenni: «Non ti basta, lo so. Vorresti altro. / Non ti basta, fiume, il mio ascolto, / né ora per te è il momento di ascoltare». Sono i versi che ci introducono in Libellula gentile, il documentario che Francesco Ferri ha realizzato su di lui e sulla (non solo sua) poesia. Versi che all’inizio del film ci portano sulle acque dell’Adda, là dove tutto il “racconto” è partito, tra Canonica e Vaprio, tra le province di Bergamo e Milano, seguendo la suggestione offerta in quel periodo dalla “Casa del custode delle acque”.
Come e quanto compiutamente si comporranno alla fine i quattro elementi lo vedremo nel libro intitolato proprio Cenere, o terra, in uscita per Marcos y Marcos a settembre.
Per le Variazioni, il poeta, un po’ alla maniera dell’OuLiPo francese, ha scelto una contrainte, o meglio una serie di condizioni che si è voluto imporre per creare, per arrivare a risultato. Dodici sono le lettere che compongono “cenere, o terra”, dodici le poesie; dalla prima alla sesta di queste poesie la posizione dell’emistichio dantesco scende dal primo al sesto verso per poi risalire dalla settima alla dodicesima, fino a ritrovarsi nuovamente al primo verso nell’ultimo componimento.
C’è sì di quest’uomo, tra le pagine, il peso del taglio che il tempo ha fatto sulla carne degli anni, ma c’è meno inquietudine adesso. Quest’uomo, amico fraterno, sembra ora lasciarsi prendere, lasciarsi toccare. Si lascia ora toccare benevolmente dal tempo, voglio dire. (altro…)

Tutti i post di Natale #7: Vittorio Sereni, Discorso di Capodanno (1939)

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

Discorso di Capo d’Anno (1939)*

  Mi è insopportabile il Capo d’Anno a casa: e proprio per la ragione contraria a quella per cui tutti emigrano, per l’impossibilità di considerare questo come un giorno qualunque. Per­ché in città ve lo fanno passare come una specie d’obbligo di non battere a nessuna porta, di non varcare nemmeno quelle dei caffè, che la sera restano chiusi. Così meglio fare come gli altri, andar via. Perché di tutti noi le feste sono affidate a un calendario segreto, se non a dirittura fortuito.
  E lo sapete voi, che siete i miei amici, cioè quelli che io ho incontrati per il più felice caso, di un incontro che avvenne senza indizi e premeditazioni: voi che su cento interessi ne avevate almeno novantanove diversi dai miei e lieti nella mia vita per quell’uno e per quell’uno con­tinuate a restarci. Voi che non siete incondizionatamente e sempre intelligenti e sensibili, che andate nei caffè che io non frequento e non venite in quelli da me frequentati, con cui è pos­sibile parlare d’un libro come dei propri casi, voi che mi promettete d’avere una vita, troppo superiore all’espressione che mi capita di tentarne, perché gli altri vi cerchino e guardino a voi con curiosità o interesse.
  Accadde, a volte, in questi anni passati, di meditare qualche gran baldoria in cui ci si dovesse trovare tutti quanti uniti e ciascuno con una parte concreta da svolgere su un terreno che la circostanza dell’unione avrebbe resa ideale.
  Ahimè, questa inveterata abitudine di precorrere i tempi secondo una suggestiva e sperata immagine del futuro o un’avida volontà di ricreare il passato.
  Era, in tutto questo, un desiderio di scoprire la più intima città, di suscitare un ambiente du­raturo per la nostra più libera azione; e si pensava a certe colazioni sotto le pergole fiorite della periferia, nel punto dove le strade subentrano ai corsi e i ponti varcano ogni groviglio di binari cittadini verso la campagna lombarda.
  Non se n’è mai fatto niente e nemmeno si sarebbe potuto. O talvolta ero proprio io, che pure più d’ogni altro avevo caldeggiato tali progetti, a mandar nell’aria tutto, per un qualsiasi im­previsto o un prematuro senso di sazietà, perduto come ero dietro troppo personali immagi­nazioni e disegni. Ma le stazioni sono passate alla memoria materiale di quanto s’era sognato e alla fine non s’era compiuto, in una strana e consolante fusione della loro effettiva sostanza con tutto ciò che prima le aveva dentro di noi raffigurate. Così, con la nostra vita, quanti fatti nostri reclamano l’eternità per tutti i luoghi per dove siamo passati o che appena abbiamo sfiorato, quando nei nostri colloqui più accesi cadevano nomi di piazze e di strade.
  O erano, nel combinare un numero telefonico, quegli istanti di sospensione che precedono il richiamo, nel silenzio e nel buio del ricevitore, questi infiniti punti in cui si raccoglie la pro­fonda vita dello spazio, a dare il senso d’una finestra che stesse per aprirsi sul dolce sob­borgo primaverile dove abitava uno di noi e tutta l’angoscia di non poter essere lì material­mente in quel momento; che ora rendono più densa e sapida la trama dei nostri giorni.
  Accadde in altri casi – mai però quando si sarebbe voluto – di vedervi davvero riuniti tutti quanti e di scoprirvi nel riso e nella leggiera eccitazione di quando si fa festa, il vostro volto estremo, quella della più profonda consuetudine, che balena assenze, che ci riporta sulle orme dei morti. E di perdere poi le vostre parole, a distanza, come su uno schermo rimasto senza voci. E quel silenzio di doloroso stupore che tiene dietro al trambusto sorto per uno che s’è buttato a capofitto.
  Ma come vive, dopo, in qualche ora di grazia, come diventa tenero questo silenzio. Tutti allora siete presenti, amici miei, nell’imitazione di quell’ideale convito che non riusciremo mai a combinare da vivi. Perché è chiaro che solo nella morte ci riuniremo; che anzi è esso stesso una delle pallide immaginazioni che della morte ci facciamo.
  Quali parole, in tali momenti, sembra di poter pronunciare, con voi vicini. Come nella neve di questi giorni. Della quale verrebbe voglia di parlare se già non la portassero via.
  Ma sul cadere di quest’anno mi concedo un augurio, per gratitudine a tutti voi: che queste parole si aprano, sulla vostra ideale presenza, non troppo lontane da quelle che nella nostra impossibile riunione si direbbero.

 

* Vittorio Sereni, Discorso di Capo d’Anno, «Campo di Marte», a. I-II, nn. 10-01, 1 gennaio 1939, p. 6. Ora in Gian Antonio Manzi, Lettere a Carlo Bo e scritti di letteratura. A cura di Matteo Mario Vecchio. Con due testi di Carlo Bo e di Vittorio Sereni, Firenze, Le Cáriti Editore, 2014 [ma gennaio 2015], pp. 173-75.

Tutti i post di Natale #5: Renzo Favaron, Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

Fonte Archivio online Corsera

Una mattina d’inverno (Natale 1985)

Non mi pento di aver fatto il militare,
me ne pentirei se a militare non avessi
fatto parte della truppa…

Max Frisch, Libretto di servizio

 

Babbo Natale ci portò in regalo una bianchissima coltre di neve.
Subito dopo la sveglia, dagli stanzoni e lungo lo stretto corridoio si udì bestemmiare, si udì imprecare concitatamente contro le miserie dell’esercito, senza che fosse risparmiata la clausola che sancisce l’obbligo del servizio militare. Tutti i dialetti d’Italia concordavano su questo punto straordinariamente.Nessuno spendeva una parola a favore dell’obolo che la patria ci chiedeva di pagare. Anzi, più di qualcuno si lasciava scappare affermazioni riguardo all’eventualità di morire prima di offrire il proprio contributo per qualche importante servizio.
Con la speranza che il tempo non subisse mutamenti repentini, da espressioni risentite e piene di rabbia, si era poi passati a tessere lodi al gran freddo. Correva voce che l’abbondante nevicata ci avrebbe risparmiato, almeno per due o tre giorni, di marciare: il largo spiazzo dove ogni mattina ci disponevano per svolgere l’addestramento, era sepolto da cinquanta centimetri di neve.
Intanto fioccava senza interruzione, il vento soffiava attraverso i tetti, i vetri e nei cortili. L’intero edificio sembrava invaso da una soldatesca furibonda, indisposta ad adattarsi, secondo il bisogno, all’improvviso cambiamento, verso cui nessuno si mostrava preparato.
L’idea che potessero esistere caserme prive di riscaldamento era indigeribile. E mal si tollerava che ufficiali e sottufficiali avessero stanze e uffici con stufe e impianti termici efficientemente funzionanti, mentre alla truppa si riservava un diverso trattamento.
La visione della neve ebbe l’effetto di farmi venire in mente il discorso ripetuto dai caporali dell’esercito austroungarico alle reclute di primo pelo. Attraverso di esso il caporale faceva il punto della gerarchia a cui era subordinato l’impero dal punto di vista militare. Elencava il nome di Dio, dell’imperatore, passando ai ghienerali, ai cojoneli, majori, capitani, tenenti, fino ad arrivare ai livelli più bassi della piramide. Una volta tracciato il profilo dei comandanti militari, si soffermava sul ruolo dei soldati, sottolineando malvagiamente: – Pa vegno mi che son tuo caporal. Pa je gnente. Pa la je de novo gnente, pa je merda. Pa la je de novo gnente, pa la je de novo merda, e pa compena te vien ti, che te je mona de soldà -.
Enrico, si chiamava il nostro caporale istruttore. Aveva 28 anni, diplomato e laureando il Lettere. Era schivo e poco socievole. Fumava molto e ci addestrava tra una tirata e l’altra di sigaretta. Nei pressi della casa di Ennio Flaiano trovammo il brolo dove pascolare assieme: stava facendo una tesi su Camillo Sbarbaro. Quando me lo disse, risposi articolando i primi versi di Pianissimo: “Taci/ anima stanca di godere/ e di soffrire (all’uno e all’altro vai/ rassegnata)”. Fu un colpo per entrambi; nessuno dei due si aspettava di trovare qualcuno con cui discutere liberamente di poesie.
Enrico mi è rimasto incastrato nella memoria, anche se non gli ho mai scritto una cartolina.
Salvati quella mattina dai richiami furiosi, dalle ramanzine biascicate, dagli insolenti perepepé dei caporali, si doveva comunque fare i conti con la bassa temperatura presente nelle camerate. (altro…)

Tutti i post di Natale #4: Gianni Rodari, da “Il pianeta degli alberi di Natale”

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

 

 

– Come ti chiami? – gli domandò.
– Marcus.
– Guarda guarda!
– In tuo onore, sai? Fino a ieri mi chiamavo Julius. Sono stato incaricato di riceverti e di farti compagnia. Sono contento che sia toccato a me. E sono contentissimo di fare la tua conoscenza.
– E io, – sbottò finalmente Marco, – sono così contento che ti spaccherei il muso. Roba da matti: ti fanno prigioniero, non si degnano di darti una spiegazione, ti lasciano con l’asilo infantile e buonanotte. Ma io spacco davvero qualcosa, io faccio un macello!
Il viso di Marcus s’illuminò, come se avesse ricevuto proprio in quel momento una bella notizia.
– So quello che ti ci vuole, – disse. – Vieni con me.
Marcus s’incamminò senza voltarsi, e Marco gli tenne dietro: stare o andare, per lui era ormai esattamente la stessa cosa. Percorsero la lunga pista, facendosi largo tra una folla di gente in pigiama e in pantofole. Avevano tutti l’aria di passeggiare sul terrazzo di casa per godersi il sole. La stazione era un edificio basso e lungo: era il primo che Marco vedeva sul nuovo pianeta, e chissà cosa s’aspettava di vedere. Si trattava invece di un fabbricato comunissimo, di mattoni e di vetro. Unica bizzarria, certi vasetti alle finestre, come quelli che noi sulla Terra teniamo per coltivarci gerani e altri fiori di cui non riusciamo mai a ricordare il nome: in quei vasetti, però, erano piantati tanti minuscoli alberi di Natale.
No, non dei semplici abeti: proprio degli alberi di Natale, ornati di festoni e neve finta, di stelle d’argento e di lampadine di tutti i colori. «Ieri è stato il mio compleanno: dunque era il 23 ottobre, – rifletté Marco meravigliato. – Possibile che quassù facciano i preparativi per Natale con tanto anticipo?»
Fuori della stazione interplanetaria cominciava la città.
Cominciava come cominciano tutte le città: con case, strade, una piazza. Case alte, case basse. Più basse che alte, e forse più giardini che case, ma insomma niente di straordinario, se non fosse stato – di nuovo! – per quei segni natalizi fuori stagione.
Ai lati di un viale che correva verso il centro della città, crescevano due interminabili file di abeti, e sui loro rami s’intrecciavano festoni e ghirlande d’argento, e brillavano stelle e lampadine, e palloncini lucenti, rossi, gialli, blu. Insomma, erano addobbati come alberi di Natale, né più né meno.
– Scusa, – domandò Marco. – Ma che giorno è oggi?
– È Natale, – rispose Marcus allegramente.
«Che stupido, – pensò Marco, – dimenticavo che su questo pianeta il calendario della Terra non conta. Laggiù è il 24 ottobre, qui sarà il 25 dicembre».

[…]

(altro…)

Tutti i post di Natale #3: Caregiver Whisper 29

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

«Buonasera Signora. Come sta? Tutto bene?»
Mia madre sorride e, tra una domanda e l’altra, lascia passare quattro o cinque secondi. Ci troviamo in un negozio, io alla cassa, lei davanti a uno specchio. Giorgia è nel camerino a piegare i vestiti di Lucia. Approfittando degli ultimi giorni di saldi, siamo venuti per acquistare qualche abito nuovo. Da alcune settimane, infatti, mia madre ha preso l’abitudine di svegliarsi intorno alle cinque del mattino per poi vestirsi da sola. Avendo però perso anche questa “abilità” (non avrei mai pensato si potesse definire così l’arte del vestirsi), finisce sempre per mettersi come gonna una maglia che, in base al tessuto, o si deforma o si rompe del tutto.
In questo momento Lucia si guarda riflessa nello specchio ma non si riconosce. Anzi, pensa che quella che la sta fissando sorridendo sia una signora che vive al paese in cui è nata. Non è la prima volta che capita e, per fortuna, ogni volta che si specchia le viene il buonumore. Anche adesso, mentre si guarda, quel sorriso ricambiato le mette allegria e inizia a farla ridere, divertita. (altro…)

Tutti i post di Natale #2: La professoressa gioca ai videogiochi

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

dal sito Ubisoft

dal sito Ubisoft

 

Per ovvie ragioni di privacy, i nomi sono di fantasia.
Il mio tunnel carpale da joystick no.

«Ma anche un videogioco va bene», dico a Matteo un po’ per convinzione e un po’ per tagliare corto.
Sto conoscendo i pargoli di prima da una settimana, ho chiesto loro di scrivermi in una paginetta i motivi per cui dovrei leggere un libro, un fumetto, guardare una serie tv che li ha colpiti. Voglio vedere come scrivono, insomma, se intuitivamente saprebbero farmi una scheda di lettura e soprattutto qual è il loro immaginario di riferimento. Non so ancora che qualcuno mi rivelerà il finale di Riverdale. Ma insomma c’è che Matteo, alla mia richiesta, viene alla cattedra e mi dice che lui non legge e non guarda. Immagino da subito che ci sarà da lavorare, ma intanto, un po’ per tagliare corto e un po’ per convinzione, gli dico: «ma anche un videogioco va bene».
Lui si illumina di gioia. Poi si disillumina, e mi dice: «Ma professoressa, lei non li conosce.»
«No Matte’», gli dico. «Te non hai capito.»
Quando da minuscola avevo una consolle tutta fili e cassoni, e baravo usando la pistola davanti allo schermo invece che dal divano, il gioco che andava per la maggiore si chiamava Alex Kidd, dove il ragazzino in questione, che doveva attraversare mondi per salvare una principessa, aveva un taglio di capelli di inquietante somiglianza con quello di mia sorella allora duenne. Alex Kidd entrò nel lessico familiare costringendo perfino la perplessa Madre ad arrendersi: nella versione orientale, il ragazzino divorava alla fine di ogni quadro un onigiri, sostituito nella versione occidentale da un panino farcito a molti gusti. «Cosa vuoi mangiare a cena?», diceva allora la Madre. E io rispondevo: «un Alex Kidd».
Ma io adoravo Sonic, l’istrice velocissimo. Non ho mai finito quel gioco, che ha diviso il mondo in due scuole di pensiero peggio della filosofia hegeliana: chi vuole superare i livelli, chi raccoglie maniacalmente tutti gli anelli. Riusciva a finirlo mia zia, che tornata stanca dal lavoro afferrava il joystick e, in multitasking con qualche lamentela, divorava i quadri con il metodo rapido e fermo con cui si spiccia casa totalizzando record anche nei livelli bonus.
Erano videogiochi bidimensionali, a scorrimento. Non scomoderò mostri sacri come il Tetris o il Pac-Man, o santo cielo Frogs. Dirò poco delle giornate passate nei bar a infilare gettoni a Street Fighter (la rassegnazione a prendere Blanka pur di sconfiggere un nemico, la scoperta del fascino dell’ambiguità sessuale con Vega). Non parlerò della tentazione di ricomprare un certo modello di telefono dopo aver scoperto che ha lo Snake integrato. I pomeriggi passati con mia sorella, che a quel punto aveva un bel taglio di capelli, al simulatore (sparatorie, leoncini in fuga, corse di motoscafi, combattimenti, partite di calcio, invasioni aliene, attacchi zombie, avventure di samurai), quei pomeriggi sono più che altro ricordi miei, e poco interessanti.
Quello che Matteo si chiedeva è: questa bacucca dietro la cattedra ha davvero idea di cosa io faccia il pomeriggio quando accendo una consolle? (altro…)

Tutti i post di Natale #1: Heinrich Böll, Tutti i giorni Natale

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

Heinrich Böll scrisse il racconto Nicht nur zur Weihnachtszeit (tradotto in italiano con il titolo Tutti i giorni Natale) sessanta anni fa. Trenta anni fa l’ho letto per la prima volta e torno spesso a scorrerne le pagine, sempre spiazzata dalla attualità della sua satira, nella duplice dimensione pubblica e privata. Allora largo a zia Milla e alla sua strampalata famiglia, chissà che qualcuno non si riconosca e riconosca qualcuno.
Dal racconto riporto i primi due dei dodici capitoli e invito tutti a leggerne il seguito nel volume Racconti umoristici e satirici (Aus: Gesammelte Erzählungen von Heinrich Böll.© 1981 Verlag Kiepenheuer & Witsch, Köln; Die Schwarzen Schafe © 1983 Lamuv Verlag, Bornheim-Merten. Traduzione di Lea Ritter Santini; Qualcosa accadrà Diario della capitale sono tradotti da Marianello Marianelli; © 1964 Gruppo Editoriale Fabbri, Bompiani, Sonzogno, Etas S.p.A., Milano) (Anna Maria Curci, 24 dicembre 2011)

 

Tutti i giorni Natale
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Si cominciano a notare nella nostra parentela dei fenomeni di decadenza che per un certo periodo ci siamo sforzati in silenzio di non vedere; ma ora siamo decisi a guardare in faccia il pericolo.
Non vorrei già azzardare la parola crollo, ma gli avvenimenti preoccupanti si moltiplicano in tal maniera da rappresentare un pericolo e mi costringono a raccontare cose che suoneranno certo sorprendenti alle orecchie dei miei contemporanei, ma che nessuno può mettere in dubbio. Le muffe della decomposizione si sono annidate sotto la crosta spessa e dura del decoro, colonie di mortali parassiti che annunciano la fine dell’integrità di tutta una razza.
Oggi dobbiamo rimpiangere di non aver ascoltato la voce di nostro cugino Franz, che cominciò presto a farci notare le terribili conseguenze che avrebbe avuto un fatto “di per sé innocente”.
Un avvenimento in sé così irrilevante che la misura delle sue conseguenze ora ci spaventa; Franz ci aveva avvertiti in tempo. Purtroppo godeva di ben poca reputazione. Aveva scelto una professione che non era mai comparsa sino allora in tutta la nostra parentela e che non avrebbe nemmeno dovuto comparire: Franz fa il pugile. Melanconico già nella giovinezza, e di una devozione che venne sempre definita: “esagerato fervore” prese presto strade che diedero non poche preoccupazioni a mio zio Franz – uomo dal cuor d’oro. Quel figliolo aveva la passione di sottrarsi ai suoi doveri scolastici, in una misura che non può venir definita normale. Si incontrava con equivoci compagni in parchi fuori mano ed in folti cespugli di periferia. Là si esercitavano nelle dure regole dei pugni e delle lotte, senza mostrarsi per nulla preoccupati del fatto che il retaggio umanistico venisse così trascurato. Questi “duri” mostrarono ben presto i vizi della loro generazione, che ha già dimostrato nel frattempo di non valere nulla. Le eccitanti battaglie spirituali dei secoli passati non lì interessavano, occupati com’erano con le dubbie eccitazioni del proprio secolo. All’inizio mi sembrò che la devozione di Franz fosse in contrasto con questi regolari esercizi di attiva e passiva brutalità. Pure oggi comincio a capire qualcosa: dovrò tornarci sopra.

Fu dunque Franz che ci avvertì in tempo, si tenne lontano da certe feste da lui definite storie inutili, eccessive e che più tardi si rifiutò di aver una qualsiasi parte nelle misure necessarie per il mantenimento di quelle che egli aveva appunto chiamato storie inutili. Pure – come ho già detto – godeva di troppo poca reputazione per essere preso in considerazione dalla parentela. Ora, d’altra parte, le cose sono arrivate a tal punto che noi non sappiamo cosa fare, come riuscire a fermarle. Franz è diventato da tempo un pugile famoso, ma rifiuta le lodi che la famiglia gli tributa, con la stessa indifferenza con cui allora rifiutava ogni critica. Suo fratello però – mio cugino Johannes – un uomo per cui io avrei messo sempre la mano sul fuoco, avvocato di grido, il figlio più amato di mio zio Franz, Johannes, dicono si sia avvicinato al partito comunista, voce questa cui mi rifiuto accanitamente di credere. Mia cugina Lucie, finora una donna normale, pare accompagnata dal meschino consorte, si sarebbe data, in locali equivoci, a danze per le quali non so trovare altro aggettivo che quello di esistenzialiste. Lo stesso zio Franz, quest’uomo dal cuor d’oro, avrebbe detto di essere stanco della vita, lui che fra tutti i parenti era considerato un modello di vitalità ed un esempio di quel che abbiamo imparato a chiamare un commerciante cristiano. Intanto si moltiplicano i conti dei medici, si chiamano a consulto psichiatri. Solo la zia Milla, causa prima di tutti questi fenomeni, gode ottima salute, sorride, è tranquilla e serena come è sempre stata. La sua freschezza e la sua verve cominciano però ora a preoccuparci, dopo che per lungo tempo ci era stato così a cuore il suo benessere. Perché ci fu una crisi nella sua vita che minacciò di diventare preoccupante. E qui devo entrare in dettagli. (altro…)