(ri)letture

La solitudine orfica di Lucio Piccolo (di N. Grato)

Lucio_Piccolo_nel_suo_studioLa poesia italiana del Novecento annovera autori difficilmente collocabili, irregolari, appartati: il siciliano Angelo Maria Ripellino, il leccese Vittorio Bodini, per non parlare di Dino Campana, Edoardo Cacciatore, Stefano D’Arrigo del misconosciuto Codice siciliano, Lorenzo Calogero, Pino Battaglia, Nadia Campana.[1] Fra questi “irregolari” il palermitano Lucio Piccolo, Barone di Calanovella “scoperto” per puro caso da Montale. Piccolo è poeta del tempo, della solitudine, del paesaggio esteriore figura multiforme, metamorfica e barocca di quello interiore; Lucio Piccolo poeta della luna, come il Recanatese o Vittorio Bodini; del giorno e della notte,[2] dell’acqua e del suo fluire ininterrotto, della luce e del suo correlativo oggettivo nel mondo che è il buio, il cupo, la faccia nascosta d’ogni luna. Lucio Piccolo poeta orfico già nelle raccolte pubblicate in vita,[3] ancor di più in una delle due raccolte postume,[4] Il raggio verde.
Le carte postume di Piccolo assolvono a un compito: esse ci mostrano il metodo di totalità di scrittura che contraddistingue l’intera opera del Barone di Calanovella: non ci si stupirà, infatti, di trovare alcuni versi che riecheggiano certi periodi delle prose, come ne L’esequie della luna, L’orologiaio prodigioso, Il libro, La bussola, L’eclisse nella stanza.[5]
La lirica Il raggio verde, eponima della silloge, mostra il viaggio orfico di un raggio di sole (la poesia) che scompare la notte per riapparire, vivificato dal contatto letificante cogli inferi, nel mattino:

Da torri e balconi protesi
incontro alle brezze vedemmo
l’ultimo sguardo del sole
farsi cristallo marino
d’abissi… poi venne la notte
sfiorarono immense ali
di farfalle: senso dell’ombra.
Ma il raggio che sembrò perduto
nel turbinìo della terra
accese di verde il profondo
di noi dove canta perenne
una favola, fu voce
che sentimmo nei giorni, fiorì
di selve tremanti il mattino.[6]

L’uso del complemento di specificazione, in questi versi, serve al poeta per legare intimamente il soggetto col suo correlativo; il soggetto e il suo qualificante necessitano di una specificazione che infine costituisca un’unità autonoma. Così i sintagmi ultimo sguardo del sole, cristallo marino d’abissi o immense ali di farfalla appaiono come microcosmi dai quali scaturisce l’immagine di una poesia che si muove per scorci ed allusioni. Il sole tramonta nel mare, s’annuncia la notte. Piccolo sente lo scoramento per la morte del luminare mattutino: si riavrà ancora una volta esso dal letargo notturno? Questa domanda, fuor di metafora, nasce dal timore, ingenuo e incalzante, da parte del poeta di poter perdere la parola, il timore che l’afasia letificante imprigioni il dire poetico che s’inoltra nella notte per risorgere, nella parola, al mattino della poesia. Come il sole-Osiride viene ogni notte fatto a brani e costretto a vagare negli inferi, così la poesia ha continua necessità di scorporarsi e ricomporsi continuamente, per dare vita al tessuto lirico del verso. Il “senso dell’ombra” del verso 7 indica la morte ed il suo statuto ontologico inane; la notte è luogo d’agnizioni formidabili, più del giorno che illustra gli oggetti evidenziandone la loro spenta materialità. La notte confonde e infonde nuova linfa poetica agli oggetti: è questo un segnale preciso della poetica del Barone: il raggio perduto nella notte si decompone attraverso il prisma infero della coscienza di Piccolo e risorge, facendosi messo dell’oscurità. La notte di Lucio Piccolo non è oscura, è semmai il momento concreto della composizione, il tempo propizio della ricerca da parte del Barone che aveva letto tous les livres, come disse Montale, nella villa in contrada Vina a Capo d’Orlando, luogo nel quale passava, secondo Vincenzo Consolo, “il meridiano della solitudine”. L’orfismo piccoliano, nutritosi di teorie sulla metempsicosi, di letture esoteriche e di solitudine esistenziale, fa riferimento culturale soprattutto allo Yeats di Una visione: “Lo spirito non è quelle immagini mutevoli, ma la luce, e alla fine riaccende in sé, nella propria purezza immutabile, tutto ciò che ha sentito e conosciuto.”[7] Non a caso abbiamo citato Yeats, autore molto caro a Piccolo e col quale il Barone intratteneva corrispondenza. Il lettore che attraversa col poeta la notte della poesia coglie nella luce del giorno il tramite tra gli inferi dello spirito ed il mondo fenomenico mutabile. Questa prospettiva tutta orfica, di un orfismo più vicino a Rilke e al grandissimo Campana, è simboleggiata dal raggio di colore verde di cui s’accende la profondità-interiorità di Piccolo. Il fine della poesia è la favola perenne, il mito mai morto, lo spazio del sacro nel quotidiano. (altro…)

Riletti per voi #17: Marguerite Duras, Emily L.

L’edizione di riferimento è Feltrinelli 1987, traduzione di Laura Guarino.

 

Più che di un romanzo breve, si tratta di un racconto lungo, per il taglio obliquo e l’assoluta compattezza del tema, o per lo stesso motivo di un saggio, e in qualche modo di una lettera, per quel suo continuo tu, ma in qualche modo Emily L. è la cosa più vicina a una spiegazione di cosa sia la frizione tra la scrittura e la realtà, di come la realtà pruda sul braccio di chi scrive sia quando dona alla scrittura che quando ne riceve, di come ci voglia un minimo di disattenzione perché tutto brilli come una mina.
Così questo piccolo libello, dalla prosa paratattica e la divisione in brevi blocchi, si dipana attraverso l’intreccio di due storie d’amore sbilenche: l’una, tra l’io narrante e il tu molto più giovane, vissuta dall’interno, e l’altra, quella tra una coppia inglese che ne divide lo spazio di un bar, osservata e orecchiata. Marguerite Duras ha dichiarato che la seconda storia è stata inserita solo in un secondo momento, quando il racconto (abbastanza biografico) della scrittrice più anziana con il giovane scrittore era già compiuto. Ne viene un continuo gioco di rimandi, una specularità e un ritorno di temi che girano intorno a cosa voglia dire accogliere il reale nel pensiero e lasciare che il reale lo accolga. (altro…)

E un altro corpo dice: “Creatura breve” di Gabriele Galloni

 

Creatura breve (Edizioni Ensemble 2018) è il terzo libro di Gabriele Galloni, dopo Slittamenti (Augh edizioni 2017) e In che luce cadranno (RPlibri 2018), una trilogia unitaria che trova qui il suo momentaneo esaurimento. Il merito di Galloni è innanzitutto quello di avere avuto un’intuizione stilistica, e cioè la scelta di adottare il discorso sui morti come strategia retorica, come il punto di vista di qualcuno che contempla freddamente, con precisione autoptica, la realtà distesa sul tavolo. Esperienza scarnificata, ridotta alla cartilagine e all’osso: scrittura scarnificata, con accento emotivo spostato su qualcosa che non viene detto (un esperimento simile, altrettanto riuscito, è stato quello di Carmen Gallo, con i suoi appartamenti o stanze frequentati da figure intraviste, diafane, spettrali, come in un teatro d’ombre cittadino, un incubo svuotato dalla paura). Nessuna rilettura a posteriori della vita alla Edgar Lee Masters, nessuna costruzione etica sul mondo. C’è in questi testi come una sensualità raggelata, un Sandro Penna lunare, perfino nei componimenti più apertamente erotici, che abbondavano in Slittamenti e ritornano in Creatura breve: dettagli scabrosi colti con voyeurismo indifferente, “dietro il portone socchiuso” (Creatura…, p. 38). Che il nuovo libro prosegua nel solco del precedente lo mostra il primo testo, un outtake che descrive per un nuovo segmento le peripezie silenziose dei morti. La folla unanime degli estinti è infatti la stessa che riempiva In che luce cadranno, i morti continuano a popolare “l’inquieta vastità della casa” (In che luce…, p. 35), attraversano i corridoi, sostano nel bagno, in cucina, e su di loro convergono perfino gli apparecchi (il frigorifero “aperto nell’Erebo” – Creatura, p. 17 – o “in dialogo amoroso con le stelle” – In che luce…, p. 13). Ma soprattutto è come se Galloni nel suo terzo libro riprendesse un’intuizione già proposta nell’altro, che ogni discorso sui morti non può che diventare simmetricamente un discorso sui vivi, su quanto di morto i vivi si portano addosso, “i lapsus, gli inciampi, l’indicibile/ della conversazione” (In che luce…, p. 9), i “gelati/ caduti di mano ai ragazzini” (In che luce…, p. 45), “l’insieme di tutti gli oggetti […] che dimentichiamo puntualmente/ lungo la strada” (Creatura…, p. 18), le cose “le tante perdute” (Creatura…, p. 19), e al limite “due chiamate perse” (Creatura…, p. 44). La nota di commento surreale e ironica che chiude la sezione Ritratti di comunità in sei giorni (“Qui finisce la galleria di ritratti per il poco tempo concesso all’Autore”, Creatura…, p. 31) può quindi essere anche considerata come una dichiarazione di poetica, laddove poesia è tutto ciò che il poco tempo – e la poca luce caduta- ci ha mostrato prima che andasse perduto.

@ Andrea Accardi

Outtake

I morti naufragano negli specchi.
Ma quanta ne raccolgono, di luna,
prima di visitarti come vecchi
amici. Luna a porgerti la scusa
del cielo. (altro…)

I poeti della domenica #270: Milo De Angelis, Ho saputo, amica mia…

 

 

Ho saputo, amica mia,
che sei stata in un limite. Anch’io
negli intervalli di una sola e grande morte
dormivo tra i casolari
dove si raccolgono d’inverno
con la parola disunita e il fitto
delle idee: entrava
un profumo di uva passa e la neve
dell’incontro ha percepito
la mia notte nella tua.

da Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori, 2010)

I poeti della domenica #269: Milo De Angelis, È così. La memoria

fotografia di Dino Ignani

 

È così. La memoria
di un uomo era solamente questa
manciata di sillabe. Solo loro
ritornano dalle cantine
abitate per niente
e sono puntuali, sono
scagliate oltre le rocce, bisbigliano
parole esterrefatte, sono un battere
di ali protese e fedeli
a un ordine oscuro. Adesso tu
devi tradurre.

da Quell’andarsene nel buio dei cortili (Mondadori 2005)

Toti Scialoja, il poeta che va oltre il toporagno (di Gaetano De Virgilio)

toti scialojaHo ascoltato il nome di Toti Scialoja grazie a un bravo libraio in una libreria dell’usato, tanti anni fa.
Toti, il nome di un gatto che non è del tutto un topo. Scialoja, il cognome del commissario in Romanzo Criminale di De Cataldo. Il libraio aveva fatto il nome di questo poeta rispondendo a una mia domanda. Volevo che mi fosse consigliato un poeta che calcasse lo sterrato di un altro poeta che amavo, Carlo Betocchi. Primo libro acquistato Scarse Serpi, un libro Guanda, ne I quaderni della Fenice. Risultò un poeta diametralmente opposto a Betocchi. Due poetiche agli antipodi: l’uno funambolo, l’altro chierichetto; l’uno ballerino di samba, l’altro preciso parcheggiatore abusivo di versi.
Tra le mani, più tardi, mi capitarono I violini del diluvio, ne Lo Specchio, Mondadori, e ancora, solo per caso, e solo per fortuna – perché scorso tra i libri nelle mensole più alte della stanza della mia coinquilina di allora, Claudia – Poesie 1961-1998, ne Gli Elefanti, Garzanti. Leggevo, per la prima volta, di uno Scialoja pittore. Assicuratomi che non fosse il fratello del poeta, spiluccai (troppo tardi) la biografia di Antonio Scialoja che, per prima cosa, in effetti, era stato un pittore espressionista italiano. Due cose, ancora, mi sorpresero: il fatto che in tutte le biografie di Toti Scialoja fosse scritto che Calvino leggeva le poesie di Amato Topino, Bompiani, alla figlia Giovanna di sette anni e la maniera nella quale, in seguito, si parlava di lui: il poeta nonsense, il poeta favoloso che faceva addormentare i bambini, il poeta della fabula notturna, quello di «Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar». Leggendolo, però, ho capito che Toti Scialoja non è (solo) questo. Il poeta Scialoja vorrebbe fare, al contrario, fabula rasa di chi continua ad affibbiargli il titolo di poeta buffo, poeta limerick, poeta a seguito di Edward Lear. (altro…)

Io e I Langolieri (una storia d’amore)

“Quattro dopo mezzanotte”, la raccolta da cui è tratto il racconto I Langolieri

Non mi ricordo più per quale follia, ma mi ritrovai a comprare un biglietto dell’autobus per il mio ritorno da Firenze, dove avevo tenuto una presentazione, per Roma. Un biglietto dell’autobus, non del treno. Questo voleva dire non percorrere il Tirreno, ma salire fino a Bologna e da lì riattraversare gli Appenini fino alla Capitale. Follia, per questo non riesco a ricordarne il motivo. Ricordo solo che chiesi all’agenzia di viaggio due cose: la garanzia di un bagno in autobus, e la certezza di potermi fermare a fumare almeno una volta.
Ringrazio il cielo per questa follia, perché mi ha permesso di finire I Langolieri in un’atmosfera di viaggio ininterrotta, senza mai un ritorno a casa, dai tavolini risicati di un bar attorno al giardino di Boboli lungo il tragitto pazzo di un autobus che da Firenze risale a Bologna e che mi vede, con buona pace dell’autista, con le ginocchia al petto e una merendina in bocca tutta presa, rapita e trasognata, tra le pagine di un libro di King.
E solo King poteva chiamare racconto e non romanzo una narrazione di più di duecento pagine, e solo King poteva fare racconto e non romanzo di duecento pagine e passa, ognuna di loro perfettamente aderente, mai divagazione ma sempre necessità, incollata al nucleo pulsante della costruzione come carta moschicida. Perché I Langolieri parla di dieci persone, dei loro passati e presenti e può darsi futuri, nella cabina asfittica di un aereo come nell’ambiente di un aeroporto deserto, e ci permette di avere con loro dieci la confidenza e la familiarità che si ha con un amico. I Langolieri parla, soprattutto, della nostalgia e del rimpianto e del tempo che ci scorre attraverso, e lo fa proprio guardando in faccia quel tempo e non permettendogli di essere né individuale né nostalgico, ma bestialmente pronto a divorarci non appena sentiamo di averlo trascorso, di averlo perduto. (altro…)

Credere. Dopo la filosofia del XX secolo – Dario Antiseri

Dario Antiseri, Credere, Armando Editore, € 15,00

Si pone alla nostra attenzione, in questa nuova edizione 2017, un importante libro di Dario Antiseri, uscito sempre per Armando Editore la prima volta sullo scadere del secolo scorso.
Pensare entro i limiti a noi posti dalla nostra stessa debolezza, dalla nostra contingenza, dall’inquietudine che incarniamo, è il cuore di quest’opera. Antiseri ci porta a considerare questi limiti come un’unica, grande, direi anche “gioiosa”, possibilità. Più che “dopo” la filosofia, come recita il sottotitolo, le pagine di Credere invitano ad andare “oltre” il pensiero, a sperare “oltre” la filosofia. L’autore si rivolge essenzialmente alla nostra coscienza. Alla filosofia, alla ragione, chiede “soltanto” e con forza, di tener viva e aperta la Domanda metafisica fondamentale: perché l’essere e non il nulla? Nasce da qui tutto un groviglio di domande: perché il mondo anziché il non-mondo? Perché il non-senso quando siamo inevitabilmente protesi a cercare il Senso Assoluto? Il mondo e la vita, dunque, che senso hanno?
Quanto più siamo disposti a riconoscere l’alto grado di presunzione che la ragione ha esibito nel forgiare quelli che il filosofo definisce gli “assoluti terrestri” (positivismo, idealismo, marxismo, in primis; ma non solo), tanto più ci troviamo a recuperare l’inestinguibilità di quella Domanda, esaltata nell’irriducibile desiderio d’infinito che avvertiamo, nella perennità dell’assenza di una risposta, con la potenza dell’angoscia che soffia sui nostri giorni.
La scienza affronta il “tutto-della-realtà”, si spinge più in là possibile nel dirci come è il mondo. Spiega la realtà empirica, certo, eppure «ciò su cui la scienza tace è quanto più conta per noi», conclude Antiseri. Nemmeno la filosofia, veramente, spiega. Tantomeno salva. La Domanda, allora, e tutto il groviglio di domande che da essa discende, è appunto inestinguibile, inestricabile, e s’impunta sempre lì, “semplicemente” sul chiedersi perché è il mondo.
I confini del “visibile” sono gli stessi confini dell’esistente. Quindi giudico per quello che vedo, ma proprio lì è il mio limite. E oltre il visibile? Posso escludere l’esistenza di altro, fuori da ciò che vedo? O ancora: parlo, vivo nel limite del dicibile, del pronunciabile. Ma ecco, ciò che sfugge è l’ineffabile. E qui dobbiamo giustamente tacere, proprio perché nell’ineffabile e nell’invisibile si apre lo spazio della fede.
C’è la realtà da spiegare, visibile e invisibile, e c’è il dolore.
Tra Otto e Novecento abbiamo conosciuto addirittura la rivolta contro Dio, fino a negarlo. Pagine memorabili che sono in Dostoevskij, in Camus, o nella testimonianza di Elie Wiesel: quanto si è offerto ai suoi occhi ad Auschwitz non è cancellabile dalla memoria. Per questo, di fronte a una sofferenza indicibile, al tremendo, Wiesel è arrivato a cancellare Dio dalla propria anima.
Il dolore e il Senso abitano dunque l’ineffabile. È un nodo eminentemente poetico.
Particolarmente illuminante, in questo senso, è un passaggio di Luigi Pareyson che Antiseri riporta: «per il Dio dell’esperienza religiosa assai più che i concetti specificamente filosofici appaiono adeguati e significativi i simboli della poesia e le figure antropomorfiche del mito».
Allora serve davvero guardare “dopo la filosofia del XX secolo”, cioè indietro, a Kierkegaard e soprattutto a Pascal (ai quali vorrei permettermi di aggiungere Spinoza). La fede è una scelta umana e insieme un dono divino; il cristianesimo è una verità sofferente. A noi, misteriosamente, serve. Per comprendere, abbracciare, un disegno.
Proprio un poeta grandissimo, Mario Luzi, nel saggio intitolato L’inferno e il limbo, scriveva: «L’uomo (…) desidera una salvezza fondata sulla qualità del proprio dolore. Tale speranza è l’unica munita d’una forza capace di vincere la disperazione e nello stesso tempo non tradirla: solo essa poteva avere una dignità agli occhi di Pascal o a quelli di Leopardi».

Cristiano Poletti

I poeti della domenica #233: Alida Airaghi, Dove sarai, mi chiedo, in quale tempo

fotografia di Doria Angeli

Dove sarai, mi chiedo, in quale tempo
e spazio fuggita, nascosta al mio bene
divenuto insopportabile? Partita senza dirmelo,
che era l’ultima volta e davvero, stavolta.
Se l’avessi saputo, avrei preparato un addio
come si deve, e non il saluto di sempre,
e ti avrei imparato a memoria, il vestito,
le scarpe, le parole taciute. Storia
della mia vita, non può essere che senza
preavviso, senza ripensamenti, tu sia finita.

© Alida Airaghi, da Omaggi, Einaudi 2017

I poeti della domenica #207: Giancarlo Majorino, Stanno qui, per molte anse…

 

Stanno qui, per molte anse, in isole
minime, note o ignote, frammezzo a nuvole,
le opere, i velieri
carbonizzati, da vegetazione
coperti, entro la quale
puoi scorgere la punta del maestro
alberto, antenne quasi
quasi d’una remota televisione;
o nel moto lunare puoi udire
oltre la marea stridere il legno
non più da corde e chiodi connesso ma
spaccantesi, nel centro, per più lati
lo forano, scrostandolo, le bestie blu del mare
presente, già passato, nel suo continuo andare;
tuttavìa una scritta, leggibile a fatica,
può capitare, lungo l’arso fianco,
stinta di nome o altro, quale nell’aria
tra la faccia e il banco nelle carte
richiesta, inaspettata, sìano pergamene
sìano d’oggi, fresche, intere, scoosciute
o prive, quelle lettere, pure con lacune,
di

così stanno per molte anse o scaffali,
quasi attendono mani e teste-lampade,
i velieri semicancellati
dal vento o dal silenzio, sulla rena o in acqua,
fermati da una screpolata àncora,
immoti o quasi, sole pioggia luna notte aurora

 

© da Testi sparsi (1981-1987), in Giancarlo Majorino, Autoantologia, Milano, Garzanti, 1999

Rileggere Luigia Rizzo Pagnin

La poesia zé l’oro del pensar
Se no tuto sarìa ragionamenti
… roba che pesa

[La poesia è l’oro del pensare/ altrimenti tutto sarebbe ragionamenti/… roba pesante]

 

 

Quando un anno fa si è spenta la fiammella che teneva accesa la lampada di Luigia Rizzo Pagnin, quella piccola lampada simbolica che lei considerava un dono della poesia stessa dopo avere scoperto i versi di Emily Dickinson, io ho perso sia l’amica sia la donna che più di altre mi ha insegnato cosa significhi vivere la poesia. Il rapporto che Luigia da sempre ha instaurato con la scrittura è qualcosa che ancora oggi, a distanza di anni da quel nostro primo incontro, riconosco di avere incontrato molto di rado, a partire anche dal vivere la sua poesia come forma privilegiata per conoscere il mondo. Il suo essere defilata, o, come si usa dire ora, periferica, fin nella scelta degli editori, l’ha resa quasi invisibile alla critica; e se tolgo le prefazioni firmate da Marino Berengo (prefazione alla seconda edizione de Il borghese agli agguati, 1985), da Bianca Tarozzi (prefazione a Lampada, 1990) e da Silvana Tamiozzo Goldmann (prefazione a L’oro del pensar, 2011), credo che sia stato mio il primo tentativo di fare il punto sulla prima fase della produzione in versi di Gigetta (così si è sempre fatta chiamare Luigia da quelle persone che lei considerava più care e prossime). A questo primo articolo, consegnato proprio qui su Poetarum Silva, m’ero ripromesso di dare un seguito quando L’oro del pensar era ancora fresco di stampa. Era l’ottobre del 2011 quando uscì la raccolta; il mese dopo il marito, compagno di una vita, Fioravante “Fiore” Pagnin, figura di tutto rilievo della sinistra veneziana, sarebbe morto. E così quelle poesie piene d’amore che nei versi in dialetto veneziano raccontavano la delicatezza di un sentimento immutato anche avanti negli anni, sentimento già protagonista della sezione Nozze nella raccolta del 2004, Acqua Donna Poesia, in me si chiusero in un’immagine che non poteva essere trafitta da parole vane. (altro…)

Omaggio a Maurizio Brusa (1951-2017)

Maurizio Brusa (foto di Daniele Ferroni)

Maurizio Brusa (foto di Daniele Ferroni)

 

Mi reputo indegno di parlare di Maurizio Brusa e della sua poesia, ma due ragioni mi spingono a farlo: l’ammirazione per la sua poesia e l’affetto per suo figlio Alessandro, poeta e mio grande amico. Io e Alessandro più volte abbiamo parlato di suo padre, sia dell’uomo sia del poeta. Un poeta così defilato, appartato, che non solo non si è mai visto riconosciuto quel posto che dovrebbe occupare nei discorsi sullo “stato della poesia”, ma del quale in questi ultimi anni si era quasi fatta impossibile la reperibilità di buona parte della produzione, a eccezione delle raccolte più recenti.
L’improvvisa morte di Maurizio Brusa, sopraggiunta lo scorso 29 settembre, a non molte settimane di distanza da quella del padre Omero, ha, come sempre accade in questi casi, risvegliato il desiderio in molti di riscoprire una poesia che porta i segni di un’inedita esposizione al dolore del vivere per un ragazzo che ha conosciuto nell’età liceale la forza rivoluzionaria, utopica, del ′68, senza in verità riconoscersi in essa (lui, uno degli «emarginati coscienti» – definizione di Alfredo Taracchini, che firmò Per presentare Maurizio, ossia lo scritto che seguiva e inquadrava Idea per la prefazione di un ritmo, esordio di Maurizio Brusa nel fascicolo 29/30, gennaio 1977, della rivista «Rendiconti»); quel vento d rivoluzione che soffiò su quella parte di Romagna (lui nato e cresciuto a Imola) che in quegli anni rappresentava, insieme a Bologna (la pars emiliana), e più della capitale, la voglia di riscatto di un’Italia decisa realmente a lasciarsi alle spalle le contraddizioni del dopoguerra.

Spero che firme più qualificate di me nei prossimi mesi renderanno il giusto omaggio alla poesia di Maurizio Brusa. Io, grazie soprattutto ad Alessandro, che immediatamente ha accolto il mio invito a inviarmi dei componimenti di suo padre, compresi alcuni tra i meno noti perché lontani negli anni, voglio proporvi queste sue poesie con l’intenzione di colmare un vuoto, che è stato anche il mio vuoto.
È un percorso di lettura a ritroso, dalla penultima raccolta alle poesie pubblicate nel 1979 nel n. 43 dei «Quaderni della fenice» diretti da Giovanni Raboni, una stagione, questa sua prima, che proprio in Romagna conosceva pure le esperienze di Ferruccio Benzoni e della rivista «Sul porto». Ma se in questi due altri poeti romagnoli la poesia guardava inevitabilmente all’Adriatico, come confine e limes da oltrepassare per riscattare la parola stessa, per Maurizio Brusa proprio su un molo la parola, dove nulla pareva essere mai accaduto, riconosceva il suo di limite; nonostante questa dolorosa constatazione, il poeta non rinunciava a dire e soprattutto non dissimulava l’assoluta fiducia nella poesia, continuamente rinnovata attraverso la costruzione di immagini evocative sorrette da un verseggiare elegante, e una lingua altrettanto fluida e in continua tensione, fino a forzare il punto di rottura e frammentarla (come nella sequenza proposta dalle poesie pubblicate nell’«Almanacco dello Specchio»): Maurizio Brusa diceva ciò che vedeva con gli occhi dell’esperienza, mettendo a nudo da subito un io fragile innanzi alla vita. Lo stesso io che si affaccia, a distanza di anni, nella sua ultima raccolta, La vita scalza, uscito lo scorso giugno per Stampa e che merita un discorso a sé. (fm)

Maurizio Brusa, Parigi ’75 (disegno di ignoto)

MAURIZIO BRUSA (1951-2017)

 

Periferia del Domino
(da Grammatica del Silenzio, Manni, 2008)

ad Alessandro B.

L’uomo tace.
Si ferisce dormendo:
alla terra quel ch’è dovuto.
Al cielo l’ordine di restare sospeso.

 

*

C’era questo nella casa d’altri:
raccontare suo figlio a dispetto
e montava la rabbia, sapeva
di averlo scordato.
Solo qualche volta
incontrato per le scale.

 

*

La prima notte dopo i voti
era ossessionato
dall’idea di saperti povera.
È stato un errore dicevo
ma
ho letto tutto di te.
Ho ascoltato la tua voce
la domenica
durante l’omelìa.

 

*

Di’ pure ch’è salita
dalla scala di servizio,
che s’è rannicchiata nel mio posto vuoto.
Di’ che l’hai comprata e venduta
nel gioco facile di un pressappoco.

 

*

Non è compito mio
il tubo dell’acqua.
Quel che c’era da fare l’ho fatto.
Ho venduto il vendibile:
a moneta di scambio il disegno di Ruth.

 

*

Aveva il profilo di tua madre
mentre leggeva
attenta
“The Sculpture Garden”
e io
che cercavo di distrarla
pensando gli anni persi
e quest’esilio che non fa rumore.

 

*

Potresti essere tu
fra qualche anno:
un viso più magro, il cappello di cuoio.
Quel tuo andare sospeso
a far niente di te.
Come pulire casa il mio credito al giorno.

(altro…)