(ri)letture

Recensioni ibride #3: #Nessunavocedentro di #MassimoZamboni

zamboniRecensione ibrida a Nessuna voce dentro

di Ilaria Grasso

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Quando compri a vent’anni il tuo primo album dei CCCP dal titolo Canzoni Preghiere Danze del II Millen­nio: Sezione Europa non sai ancora chi sarai. Ascolti quelle canzoni, leggi i testi sul booklet pensando, con gli occhi alti al soffitto, che prima o poi qualcosa dovrai farla anche tu che ti dà noia tutto. Non sai dove ti porteranno quelle canzoni. Non sai che ti porteranno persino a confrontarti con il nuovo capo che pure lui ha ascoltato e forse ballato a sfinimento quelle canzoni. Fai difficoltà a pensare di stendere nella tua vita un verso e non ipotizzi neppure che un chitarrista possa essere anche un poeta o uno scrittore. Eppure vi assicuro che tutto ciò io l’ho vissuto e concedetemi un po’ di romanticismo ma voglio racc­ontare un po’ di me per far capire come la musica, i testi, i libri siano necessari per la costruzione della propria identità e di un “sentire comune”. E che non dobbiamo mai stancarci di cercare quelle “qualità che non rendono in questa razza umana che adora gli orologi e che non conosce il tempo” perché alla fine la differenza nella vita la fanno, eccome!
Il libro di cui vi parlerò è Nessuna voce dentro di Massimo Zamboni, chitarrista del CCCP, scrittore e poe­ta. Zamboni ci racconta tutto ciò che c’è stato prima di quel famoso album e che a me e a molti manca­va: com’è arrivato Zamboni a Berlino e come ha incontrato Giovanni Lindo Ferretti, voce dei CCCP, attualmente anche lui scrittore e artista.

Siamo nel 1981 e un ventiquattrenne Zamboni lascia la sua terra, l’Emilia, alla volta di Berlino. Non sa ancora cosa aspettarsi. Ciò che sa di Berlino è tutta contenuta nelle pagine della rivista “Frigidaire” che immagino consunta dalle troppe letture:

[…] casini continui per una ventata di occupazioni, tante, quasi centocinquanta – o ancora – Kreuzberg, uno dei quar­tieri più colorati dalle occupazioni […] Prospera il circuito alternativo: Kneipen, circoli culturali, librerie, teatrini, piccole attività teatrali, gruppi di ricerca […] Uno scenario da sogno, visto da questa asfissiata città d’Emilia. E se io andassi? […]

In questo on the road troviamo un’eccellente rappresentazione di un’intera generazione che in quegli anni confluì da tutte le parti d’Europa. Zamboni ha uno stile narrativo gradevole e leggero. Sceglie la prima persona per raccontare “mettendoci la faccia” anche quando le cose da dire sono le più dure. Ci spiega cosa vuol dire vivere in una casa occupata, lavorare in un ristorante italiano pressoché in nero per due lire e vestirsi con le due famose lire di cui sopra. Uno si chiederebbe: che vita è? perché lo fa? non era meglio rimanesse a mangiar tortelli in Emilia? Ma Zamboni si stava stufando del “piano padano”. (altro…)

L’attualità di Tolstoj e di Chadži-Murat

Quanto è attuale il Chadži-Murat di Tolstoj

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Chadži-Murat in fuga, sulle montagne del Caucaso, viene reciso come un cardo, vilipesa, tranciata e mostrata la sua testa tra gli abitanti dei villaggi caucasici che ne conoscevano il valore e la fierezza. È un’immagine che porta alla mente il corpo senza vita del Che, così simile al Cristo morto del Mantegna, mostrato inutilmente dall’esercito boliviano in quell’ottobre del ’67 per non alimentare leggende sul rivoluzionario argentino. Straziato nel corpo, Chadži, ucciso da un rastrellamento congiunto di russi e di ceceni come lui. La metafora del cardo, l’incipit con cui il narratore racconta la fatica di divellere il gambo che si sfibra, si sfilaccia, ma lotta tenacemente perché così è nella sua natura, riporta chiaramente all’intera esistenza di Chadži-Murat. Tolstoj scrive questo romanzo breve in età avanzata, vedrà la luce postumo, nel 1912. A un certo punto, ricercato dall’abietto Samil, imam e spietato capo combattente dei ribelli ceceni, il quale teme la rivalità onesta di Chadži e ne tiene in ostaggio l’intera famiglia, il protagonista viene accolto in un villaggio secondo le sacre leggi di ospitalità vigenti tra i mussulmani ceceni. Tolstoj descrive con cura la grazia dei rituali di ospitalità, tratteggiando i lineamenti di una civiltà temeraria e intransigente, violenta e nobile allo stesso tempo. (altro…)

Sulla poesia di Amelia Rosselli (di M. Allo)

Amelia Rosselli, foto di Dino Ignani

 

LIBERTÀ, RICERCA E MUSICALITÀ NELLA POESIA DI AMELIA ROSSELLI 

di Maria Allo

Soffiati nuvola, come se nello
stelo arricciato in mia bocca
fosse quell’esaltazione d’una
primavera in pioggia, che è il
grigio che ora è era appeso nell’aria…
… E se paesani
zoppicanti sono questi versi è
perché siamo pronti per un’altra
storia di cui sappiamo benissimo
faremo al dunque a meno, perso
l’istinto per l’istantanea rima
perché il ritmo t’aveva al dunque
già occhieggiata da prima.

(da Impromptu, 1981)

Un linguaggio frantumato e oscuro caratterizza l’appartata esperienza poetica di Amelia Rosselli che si distingue però per un’intonazione appassionata, rara nel secondo Novecento. Non può seguire studi regolari, costretta a trasferirsi con la famiglia dalla Francia all’Inghilterra, ma acquisisce una piena padronanza di tre lingue (italiano, francese e inglese); forse anche per questa sua formazione internazionale la Rosselli risulta estranea alla tradizione italiana e continua senza sosta a coltivare l’idea precisa e dichiarata di una lingua poetica universale, come universale è la musica. In tal modo punta al cuore della sua personale ricerca e ne scandaglia l’esperienza sofferta nel corpo e nella psiche. Traumatica deve essere stata la vita da “rifugiata” che iniziò a condurre sin dall’omicidio del padre Carlo Rosselli, esule antifascista, fondatore di Giustizia e Libertà e teorico del Socialismo Liberale, e del fratello di lui, Nello, assassinati da sicari fascisti. Amelia, nata nel 1930, ha appena sette anni ed è ovvio che questa vicenda la segni in maniera indelebile, come la segna il devastante rapporto con la madre Marion Cave. Viaggia tra l’Europa e gli Stati Uniti: «Non sono “apolide”» – precisava in un’intervista rilasciata a Spagnoletti, nel 1987 – «Sono di padre italiano e se sono nata a Parigi è semplicemente perché lui era fuggito […] perché era stato condannato per aver fatto scappare Turati. Mia madre lo aiutò a fuggire e quindi lo raggiunse a Parigi. […] Cosmopolita è chi sceglie di esserlo. Noi non eravamo dei cosmopoliti; eravamo dei rifugiati» (1987/2004, p. 9). Negli anni Sessanta si iscrive al Partito Comunista Italiano, mentre i suoi testi attirano l’attenzione, tra gli altri, di Pasolini e di Zanzotto. È Pasolini a presentare nel 1963, sulla rivista letteraria “Il Menabò”, diretta da Italo Calvino, una prima scelta di Variazioni belliche della Rosselli, preparazione all’edizione in volume dell’anno successivo, edito dalla Garzanti; è sempre Pasolini a definire la sua scrittura poetica come ‘scrittura di lapsus’: versi fatti di distrazione, caratterizzati da «una grammatica di errori nell’uso delle consonanti e delle vocali». Il tema dei lapsus, Pasolini aveva comunque precisato, «è un piccolo tema secondario rispetto ai grandi temi della Nevrosi e del Mistero che percorrono il corpo di queste poesie», quindi ne ridimensiona la rilevanza e individua nello stile di Amelia Rosselli una dimensione tragica e dissacrante, che unisce registro alto e basso, lingua del passato e del presente, trasversalità e scardinamento di regole e misure. Insomma, una scrittura pericolosamente libera. Disse bene, anni dopo, il critico Pier Vincenzo Mengaldo a proposito della lingua della Rosselli, definendola: «un organismo biologico, le cui cellule proliferano incontrollatamente in un’attività riproduttiva che come nella crescita tumorale diviene patogena e mortale». Il disagio esistenziale della Rosselli si riflette nella sua opera e sarà lei stessa a raccontare in forma di prosa poetica i suoi vent’anni di vita: il solitario arrivo a Roma, l’incontro con Rocco Scotellaro, in una relazione sempre rimasta ambiguamente in bilico tra l’amore e la grande amicizia. Poi la morte di lui e l’inizio di un periodo di oscuramento progressivo della memoria e della ragione, peregrinando fino alle campagne fangose di Matera in cerca del fantasma del perduto amico/innamorato morto. Quando Amelia Rosselli morì, l’11 febbraio 1996, gettandosi dalla finestra del suo appartamento romano di via del Corallo, si pensò che quel suicidio avesse posto termine a un lungo silenzio creativo, ulteriore dolorosa ferita in una vita segnata dalla malattia mentale. Una malattia che, come sottolinea il cugino, Aldo Rosselli, «fa parte della sua voce, della sua voce vera, della sua voce interna, ma anche esterna, quella delle sofferenze che ha affrontato nella vita». In realtà in quel periodo Amelia aveva appena ricominciato a scrivere, in inglese e in italiano, con il bilinguismo tipico della sua opera matura. Molti critici infatti, valutando la quantità di elementi di disagio, malinconia, depressione, nevrosi di cui le poesie sono colme, concordano nel sostenere che quello di Amelia Rosselli sia stato un suicidio, lentamente, gradatamente preannunciato nei suoi versi, con una particolarità ulteriore e singolare: Amelia Rosselli scelse di togliersi la vita l’11 febbraio, esattamente come la poetessa Sylvia Plath, autrice da lei tanto studiata e tradotta con passione. Sul suicidio di Silvia Plath, posto in relazione al rapporto con la madre, Amelia dice: noi possiamo anche accusare la madre, non è certo la madre che deve essere ritenuta responsabile, ma la società, una società terapeuticamente ignorante, meccanicistica e, quello che è peggio, una società incosciente nel suo matriarcato di stampo capitalistico. (altro…)

Antonio Paolacci, Il morbo che salvava la vita

Questa è la storia di un ragazzo italiano, una storia in apparenza come tante. È la storia di una malattia e di una grande, bellissima, menzogna. Inizia un giorno imprecisato di dicembre del 1937, a Roma. Il ragazzo si chiama Adriano Ossicini, è nato nel 1920 e quindi, nell’anno in cui inizia la nostra storia, è un ragazzino appena diciassettenne. Ma è anche un bravo ragazzo e uno studente molto in gamba.

In quel dicembre del ’37 si presenta all’ospedale Fatebenefratelli di Roma come volontario e prende subito servizio. Qui incontra il primario, ovvero il dottor Giovanni Borromeo e, molto probabilmente, inizia a considerarlo come una figura paterna.Giovanni Borromeo è un giovane medico molto carismatico. È stato nominato primario del Fatebenefratelli solo tre anni prima, cioè nel 1934, e in questi tre anni ha trasformato l’antico Nosocomio nel più efficiente e moderno ospedale di Roma. Il giovane Adriano lo ammira da lontano, con modestia, mentre svolge il suo servizio di volontariato. E nei corridoi sente le storie che lo riguardano. Dicono che Borromeo sia un grande medico. Si è laureato a soli 22 anni con 110 e lode e Premio Girolami. E di anni ne aveva solo 31 quando ha vinto il concorso degli Ospedali Riuniti di Roma per un incarico da Primario Medico. Avrebbe potuto essere ancora più in alto, dicono tutti, se negli anni Venti non avesse rifiutato di prendere la tessera del Partito Nazionale Fascista e questo non avesse limitato le sue possibilità di carriera.

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Adriano Ossicini negli anni Cinquanta

Quando Adriano Ossicini compie 18 anni, ha già deciso che diventerà medico. Ma questi sono anni difficili per studiare e basta, anni in cui un ragazzo sveglio come lui sente anche il dovere di guardarsi attorno. Nell’aprile del 1938, Ossicini è già schedato come sospetto sovversivo. A ottobre viene fermato per la distribuzione di alcuni volantini antifascisti, poi subito rilasciato.

Due anni dopo scoppia la guerra. Ossicini ormai ventenne ottiene il rinvio dell’arruolamento in quanto studente. Nel frattempo inizia svolgere piena attività antifascista. Il 18 maggio 1943, viene arrestato dopo una retata e finisce in carcere. Durante la detenzione viene torturato per alcuni giorni, ma non fa nomi, non dice niente. Si limita ad ammettere di aver espresso critiche alle leggi razziali, trovandole in contrasto con la dottrina cristiana. Vista la sua partecipazione a gruppi cattolici e la sua forte fede, il Vaticano intercede in suo favore. La sua liberazione, gli dicono, può essere immediata, a condizione che presenti domanda di grazia. Ossicini rifiuta. Ma in realtà sta solo andando a vedere un bluff, perché non ci sono prove del suo coinvolgimento nella lotta antifascista. Dopo due mesi di carcere e angherie, viene rilasciato, in attesa di essere condannato al confino.

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Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga

Si ristampi #11: Valerio Aiolli, Luce profuga, edizioni e/o 2001

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di Martino Baldi

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Ha senso recensire un titolo di oltre quindici anni fa, per giunta un romanzo che all’epoca non ebbe una grandissima eco e da tempo è fuori catalogo? La mia risposta, da bibliotecario, è: sicuramente sì. Il lavoro che fanno le biblioteche è quello di mantenere vive tutte le specie. Le biblioteche sono il difensore principale della bibliodiversità, soprattutto in un’epoca in cui i meccanismi della distribuzione mettono in discussione la sopravvivenza stessa di molti piccoli editori e in cui le esigenze di comunicazione relegano la maggior parte dei libri nei magazzini (e spesso ciò significa nel dimenticatoio perenne) già poche settimane dopo i fasti di un mese di vetrine e recensioni, per coloro che almeno se ne sono avvantaggiati. Ma non sarebbe giusto che a questo lavoro di “manutenzione” dell’habitat biblionaturale partecipassero tutte le componenti che ruotano intorno al libro? Eppure a volte l’impressione è che a nessuno in fondo stia a cuore il destino dei libri usciti dallo scaffale delle novità, nemmeno a volte agli stessi editori che evitano di mandare in ristampa perfino libri che promettono soddisfazioni a distanza di anni dalla loro scomparsa dal catalogo. Un esempio per tutti è quello di Gli interessi in comune di Vanni Santoni, la cui vicenda è brevemente raccontata dallo stesso Santoni su Facebook

Quindi eccoci, nel nostro piccolo, a tirare fuori dal cilindro questo Aiolli millesimato 2001, che sotto il velo della polvere degli anni ci sembra abbia tuttora qualcosa da dire, forse anche perché dalla letteratura coeva e successiva ci si sarebbe potuti aspettare qualcosa di più, per quanto riguarda il racconto delle mutazioni della vita della provincia italiana degli ultimi decenni, con l’accelerazione tecnologica, l’arrivo delle ondate migratorie, l’ulteriore trasformazione degli spazi sociali e dei rapporti interpersonali. In particolare intorno al fenomeno dell’incontro tra la quotidianità stratificata della vita di provincia italiana e il bagaglio di diversità ed esperienze estreme dei nuovi migranti, soprattutto quelli dell’est, poco mi è capitato di leggere che non risultasse un po’ troppo di servizio, che non avesse il sapore di una interpretazione riduzionistica, troppo politica o sociologica o ideologica. Senza compiere una ricerca esaustiva, ricordo a memoria I fannulloni di Lodoli, del 1990 ma poi per diversi anni davvero poco che andasse fuori dal solco o più in profondità rispetto al fatto riportato dal giornalismo.

Fra le felici eccezioni, posso annoverare Luce profuga, secondo romanzo di Valerio Aiolli, che inaugurò con questo titolo una sua vena più letteralmente “realistica”, ad arricchimento di una tavolozza stilistica che nell’esordio di Io e mio fratello aveva già dato prova di saper raccontare un paese che stava cambiando, ma in quel caso per mezzo della forma letteraria dello straniamento, ovvero attraverso lo sguardo di un bambino.

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I poeti della domenica #162: Vittoria Colonna, “Qual tigre, dietro a chi le invola e toglie…”

Vittoria Colonna (Michelangelo)

Qual tigre, dietro a chi le invola e toglie…

Qual tigre, dietro a chi le invola e toglie
il caro pegno, o mia dogliosa sorte!
Cors’io seguendo l’empia e sorda morte
altera e ricca delle belle spoglie.

Ma per colmarmi il cor d’eterne doglie,
chiuse a me sovra ‘l limitar le porte:
ché in far le nostre vite manche e corte,
non empie le bramose ingorde voglie.

Tronca allor l’ali ai bei nostri desiri,
quand’han preso spedito e largo volo,
per gir del cader loro alta e superba.

Uopo non l’è, ch’a numer grande aspiri,
certa d’averne tutti; attende solo
l’ore più dolci per parer più acerba.

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da Rime, Stampate in Parma [per Antonio Viotti] con Gratia e Privilegio, 1538

I poeti della domenica #161: Gaspara Stampa, “Voi ch’ascoltate in queste meste rime…”

Rime_di_Madonna_Gaspara_Stampa_(1554)

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime…

Voi, ch’ascoltate in queste meste rime,
in questi mesti, in questi oscuri accenti
il suon degli amorosi miei lamenti
e de le pene mie tra l’altre prime,

ove fia chi valor apprezzi e stime,
gloria, non che perdon, de’ miei lamenti
spero trovar fra le ben nate genti,
poi che la lor cagione è sì sublime.

E spero ancor che debba dir qualcuna:
– Felicissima lei, da che sostenne
per sì chiara cagion danno sì chiaro!

Deh, perché tant’amor, tanta fortuna
per sì nobil signor a me non venne,
ch’anch’io n’andrei con tanta donna a paro?

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da Rime, in Venetia, per Plinio Pietrasanta [1554]

Riletti per voi #14: Peter Pan

Cattura

Carlos Schwabe, Il Fauno (1923)

(Si fa riferimento, per i brani citati, all’edizione Fanucci 2013 a cura di Beatrice Masini con traduzione dall’inglese di Milly Dandolo)

La signora Darling, madre di Wendy, Gianni e Michele, ha un bacio all’angolo sinistro della bocca che nessuno dei suoi familiari può prendere, benché sia perfettamente visibile. Un bacio che lo stesso Napoleone, secondo il narratore, sarebbe costretto a lasciare lì dove si trova sbattendo la porta dopo il tentativo. Con questo bacio, o quasi, si chiuderà il libro, quando Peter riuscirà a coglierlo senza sforzo alcuno. E questo bacio inespugnabile, la profonda natura di una persona che non è permessa neanche ai suoi cari ma che non ha segreti di fronte all’irruente divinità panica di Peter, è il primo motivo di turbamento in un libro quasi insostenibile per un lettore adulto, nella sua capacità di toccare corde inquietanti e critiche come lo scorrere del tempo, la simulazione dell’età adulta, l’ignoranza della sessualità e la sua sostituzione con la messa in scena, la gelosia e l’assassinio, la rappresentazione esatta della strafottenza e del capriccio propri dell’età dell’infanzia, vista non come innocenza ma come infinita possibilità di dominio su tutto quello che è desiderato. (altro…)

Anna Pavone, Primo teatro e personaggi di Pirandello

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Anna Pavone, Primo teatro e personaggi di Pirandello

Libri: Trame d’adulterio, Manni 2007
Pirandello in cerca di Personaggi, Cavallotto edizioni, 2014

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Ci sono storie già raccontate, ci sono momenti vissuti da altri che risiedono sottopelle dal giorno in cui qualcuno li ha letti e non ricorda più cos’era prima, prima di averli incontrati.
Storie che hanno ancora l’urgenza di raccontarsi e di ritrovarsi, ma in modo diverso, assoluto, sciolto.
 Personaggi che si staccano dagli altri, dal contesto, dai dialoghi, e che portano ancora in mano il copione con la loro storia, soltanto la loro, come fosse la più importante, l’unica, da raccontare a un capocomico qualunque, attratti dalla sua figura di incantatore di fantasmi.

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LA DONNA UCCISA (avvicinandosi al capocomico, senza smettere di girare intorno, ridendo): S’è ferito a morte, dopo aver ferito me: qua, guarda. (Si rivolge al pubblico) Oh, guardate anche voi, tanto, ormai! Mi lasciò là, per tutta una mattinata, arrovesciata sul letto. Ah ah ah ah. Ma che imbecille! Credette di farmi male. E anch’io, sì, anch’io ebbi una gran paura che mi facesse male. Voleva prendermi. Gli sfuggivo. Gli ballavo attorno, girando, come una matta. M’avete veduta? Così. A un tratto, ah! un colpo, qua, freddo; caddi; mi sollevò da terra; m’arrovesciò sul letto; mi baciò, mi baciò; poi con la stessa arma si ferì su me; lo sentii scivolare pesante a terra; gemere, gemere ai miei piedi. E mi durò fino all’ultimo su la bocca il caldo del suo bacio. Ma forse era sangue.

CAPOCOMICO: Sì, ne ha ancora un filo sul mento…

LA DONNA UCCISA: Ah, ecco. Era sangue. Lo volevo dire. Perché nessun bacio mai m’ha bruciato. Arrovesciata sul letto, mentre il soffitto bianco della camera mi pareva s’abbassasse su me, e tutto mi s’oscurava, sperai, sperai che quell’ultimo bacio finalmente, oh Dio, mi avesse dato il calore che le mie viscere esasperate hanno sempre, e sempre invano, bramato; e che con quel caldo ora potessi rivivere, guarire. Era il mio sangue. Era questo bruciore inutile del mio sangue, invece.

CAPOCOMICO (al pubblico): La Donna Uccisa si fa strada dalle tenebre dell’atto unico All’uscita. 
Cerca una vita a misura di calore, una vita più intensa di quella che qualunque uomo potrebbe darle.

Si avvicina un bambino con un melograno in mano

LA DONNA UCCISA: Oh guardate, guardate! (Al capocomico) Guarda anche tu. Guarda chi viene di là, correndo leggero sui rosei piedini! Caro! E che regge, che regge tra le manine? Una melagrana? Oh, guardate, una melagrana. Vieni, vieni qua, caro! qua da me, vieni!

CAPOCOMICO (al pubblico): È un bambino morto che non ha fatto in tempo ad assaporare i chicchi del melograno, e ora tiene tra le mani il suo ultimo desiderio. Un desiderio che deve essere placato perché scompaia per sempre. Non c’è vita in quei chicchi di melograno, come non può essercene nel bruciare inutile delle viscere che non hanno generato. 
Il bambino, pago del suo ultimo desiderio, svanisce.

LA DONNA UCCISA: (scoppia a piangere) E io? Il mio desiderio? Ah!

Si avvicina una bambina con i genitori, che ha un fremito quando passa accanto all’Apparenza della Donna uccisa. La Donna si leva in piedi e le corre dietro.

CAPOCOMICO: Forse vagherà per sempre, correndo ancora come una pazza, per realizzare il desiderio che non riuscirà mai ad appagare, cercandolo negli uomini da viva; in una bambina viva, da morta.

Si avvicina Livia Arciani.

Come Livia Arciani, che ne La ragione degli altri, non vuole più il marito se non con la figlia che non le appartiene, la figlia della rivale.

LIVIA (frastornata): Perché non so come fare adesso…

CAPOCOMICO: Elena ti lascia il marito. E lui vuole tornare da te. Puoi riavere la quiete che conoscevi prima, senza pensieri, senza domande, senza passione. Perché lo respingi?

LIVIA: Ma perché non voglio lui, il marito, io! Io ho sofferto per lui, padre qua! Il padre, il padre voi dovete darmi, perché egli ora con me non può più ritornare se non così, padre! Vi sembra una follia questa? Non sono folle, no; e se pure fossi, chi m’avrebbe fatto impazzire? Vorreste fare come se tutto ciò che è accaduto non fosse accaduto? Voi mi volete ridare il marito, ora. Ma non potete più, perché egli non è più soltanto mio marito ora; è padre qua, lo capite? E questo, questo soltanto io voglio; perché possa dargli a mia volta tutto quello che ho, per la sua bambina: tutta me stessa alla sua bambina, per cui ho pianto e mi sono straziata.

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Primo Levi, Le nostre notti (estratto)

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.  Non so chi sia il mio vicino; non sono neppure sicuro che sia sempre la stessa persona, perché non l’ho mai visto in viso se non per qualche attimo nel tumulto della sveglia, in modo che molto meglio del suo viso conosco il suo dorso e i suoi piedi. Non lavora nel mio Kommando e viene in cuccetta solo al momento del silenzio; si avvoltola nella coperta, mi spinge da parte con un colpo delle anche ossute, mi volge il dorso e comincia subito a russare. Schiena contro schiena, io mi adopero per conquistarmi una superficie ragionevole di pagliericcio; esercito colle reni una pressione progressiva contro le sue reni, poi mi rigiro e provo a spingere colle ginocchia, gli prendo le caviglie e cerco di sistemarle un po’ più in là in modo da non avere i suoi piedi accanto al viso: ma tutto è inutile, è molto più pesante di me e sembra pietrificato dal sonno.
.  Allora io mi adatto a giacere così, costretto all’immobilità, per metà sulla sponda di legno. Tuttavia sono così stanco e stordito che in breve scivolo anch’io nel sonno, e mi pare di dormire sui binari del treno.
.  Il treno sta per arrivare: si sente ansare la locomotiva, la quale è il mio vicino. Non sono ancora tanto addormentato da non accorgermi della duplice natura della locomotiva. Si tratta precisamente di quelle locomotiva che rimorchiava in Buna i vagoni che ci hanno fatto scaricare: la riconosco dal fatto che anche ora, come quando è passata vicino a noi, si sente il calore che irradia dal suo fianco nero. Soffia, è sempre più vicina, è sempre sul punto di essermi addosso, e invece non arriva mai. Il mio sonno è molto sottile, è un velo, se voglio lo lacero. Lo farò, voglio lacerarlo, così potrò togliermi dai binari. Ecco, ho voluto, e ora sono sveglio: ma non proprio sveglio, soltanto un po’ di più, al gradino superiore della scala fra l’incoscienza e la coscienza. Ho gli occhi chiusi, e non li voglio aprire per non lasciar fuggire il sonno, ma posso percepire i rumori: questo fischio lontano sono sicuro che è vero, non viene dalla locomotiva sognata, è risuonato oggettivamente: è il fischio della Decauville, viene dal cantiere che lavora anche di notte. Una lunga nota ferma, poi un’altra più bassa di un semitono, poi di nuovo la prima, ma breve e tronca. Questo fischio è una cosa importante, e il qualche modo essenziale: così sovente l’abbiamo udito, associato alla sofferenza del lavoro e del campo, che ne è divenuto il simbolo, e ne evoca direttamente la rappresentazione, come accade per certe musiche e certi odori.
.  Qui c’è mia sorella, e qualche mio amico non precisato, e molta altra gente. Tutti mi stanno ascoltando, e io sto raccontando proprio questo: il fischio su tre note, il letto duro, il mio vicino che io vorrei spostare, ma ho paura di svegliarlo perché è più forte di me. Racconto anche diffusamente della nostra fame, e del controllo dei pidocchi, e del Kapo che mi ha percosso sul naso e poi mi ha mandato a lavarmi perché sanguinavo. È un godimento intenso, fisico, inesprimibile, essere nella mia casa, fra persone amiche, e avere tante cose da raccontare: ma non posso non accorgermi che i miei ascoltatori non mi seguono. Anzi, essi sono proprio fra di loro, come se io non ci fossi. Mia sorella mi guarda, si alza e se ne va senza far parola.
.  Allora nasce in me una pena desolata, come certi dolori appena ricordati della prima infanzia: è dolore allo stato puro, non temperato dal senso della realtà e dalla intrusione di circostanze estranee, simile a quelli per cui i bambini piangono; ed è meglio per me risalire ancora una volta in superficie, ma questa volta apro deliberatamente gli occhi, per avere di fronte a me stesso una garanzia di essere effettivamente sveglio.
.  Il sogno mi sta davanti, ancora caldo, e io, benché sveglio, sono tuttora pieno della sua angoscia: e allora mi ricordo che questo non è un sogno qualunque, ma che da quando sono qui l’ho già sognato, non una ma molte volte, con poche variazioni di ambiente e di particolari. Ora sono in piena lucidità, e mi rammento anche di averlo già raccontato ad Alberto, e che lui mi ha confidato, con mia meraviglia, che questo è anche il suo sogno, e il sogno di molti altri, forse di tutti. Perché questo avviene? perché il dolore di tutti i giorni si traduce nei nostri sogni così costantemente, nella scena sempre ripetuta della narrazione fatta e non ascoltata?
.  … Mentre così medito, cerco di profittare dell’intervallo di veglia per scuotermi di dosso i brandelli di angoscia del sopore precedente, in modo da non compromettere la qualità del sonno successivo. Mi rannicchio a sedere nel buio, m guardo intorno e tendo l’orecchio.
.  Si sentono i dormienti respirare e russare, qualcuno geme e parla. Molti schioccano le labbra e dimenano le mascelle. Sognano di mangiare: anche questo è un sogno collettivo. È un sogno spietato, chi ha creato il mito di Tantalo doveva conoscerlo. Non si vedono soltanto i cibi, ma si sentono in mano, distinti e concreti, se ne percepisce l’odore ricco e violento, qualcuno ce li avvicina fino a toccare le labbra poi una qualche circostanza, ogni volta diversa, fa sì che l’atto non vada a compimento. Allora il sogno si disfa e si scinde nei suoi elementi, ma si ricompone subito dopo, e ricomincia simile e mutato: e questo senza tregua, per ognuno di noi, per ogni notte e per tutta la durata del sonno.

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da Se questo è un uomo, in Primo Levi, Opere. Volume primo, Einaudi, “Biblioteca dell’Orsa”, 1987, pp. 56-58

La botte piccola #10: Akutagawa Ryūnosuke, Momotarō

La botte piccola contiene il vino buono, e questo non è, come si può pensare, un malcelato sfottò di consolazione: l’accoglienza costringe ogni minima particola di vino a venire prima o poi a contatto con le note del legno. Il racconto, la meno diluita delle forme, impone a se stesso la medesima procedura. Ci sono storie che pretendono questa e nessun’altra forma: alcuni autori l’hanno accolta come propria lungo l’intera carriera, altri l’hanno esplorata, come prova massima di controllo. Ciascun episodio di questa rubrica analizzerà un racconto, la sua capacità di essere incendiario quanto una poesia e appagante quanto un buon romanzo. Il decimo appuntamento è con il racconto Momotarō di Akutagawa Ryūnosuke. Buona lettura.

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Bambola tradizionale raffigurante il Ragazzo Pesca (fonte: wikipedia)

Per comprendere fino in fondo quanto detonante e profondo sia il racconto breve Momotarōdell’autore giapponese Akutagawa Ryūnosuke (in Italia, in Racconti fantastici, a cura di Cristiana Ceci, Marsilio 1995), occorre fare un paio di premesse.
La prima. Akutagawa (1892-1927) fu un autore votato alla forma breve, alle atmosfere oniriche, surreali, spesso in aperta polemica con le posizioni vicine al naturalismo che sorgevano nei primi anni del Novecento in Giappone; fu inoltre un grande lettore di fiabe e leggende, classici cinesi e giapponesi; fu, infine, un rielaboratore di quello stesso patrimonio di cui si nutriva. La prima parte della sua produzione (e si parla di un autore che morì suicida a soli trentacinque anni) è quasi interamente incentrata sulla riscrittura o l’omaggio a elementi del folclore e della narrativa di leggenda e di fiaba.
La seconda. Nella tradizione popolare, Momotarō è una delle figure più celebri. Una fiaba raccontata ai bambini, dedicata a un bambino nato da una pesca che viene trovato in riva al fiume da una coppia di anziani che non possono avere figli. Il Giappone è pieno di quelli che in Occidente chiameremmo “figli di cesta”, in questo caso figli di pesche o di bambù che vanno ad allargare famiglie ormai impossibilitate a procreare. Anche nel caso di Momotarō, il bambino in questione è destinato a grandi cose. Momotarō parte infatti alla volta dell’isola di Onigashima, dove vivono gli Oni, esseri enormi e mostruosi, e con l’aiuto di tre animali amici – una scimmia, un cane e un fagiano – sconfigge le creature malvagie e si ritira a casa con il bottino, per vivere con la sua famiglia in serenità.
Qui, a gamba tesa, si inserisce la riscrittura di Akutagawa, che stravolge il messaggio del racconto mettendosi non solo dalla parte degli sconfitti, ma aprendo la riflessione a quello che stava diventando il Giappone nel periodo storico che l’autore stava vivendo. (altro…)

Le nostre camere separate. Per Tondelli

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A venticinque anni dalla morte di Tondelli, le sue “camere separate” continuano a parlarci. Un grazie, vero, profondo, s’incide nella memoria, rileggendolo adesso a distanza di tempo. Camere separate uscì nel 1989: straziante e meraviglioso romanzo. Tondelli, che sarebbe morto di lì a due anni, ci accompagna per mano attraverso la vicenda di Leo e Thomas dentro l’anelito della felicità. Quello che tutti sentiamo: la felicità che sembra di riuscire a toccare, di avere a un passo, e poi scompare. Con entusiasmo e disperazione, è così, si va e si viene dal silenzio. Lì ci sono, in un abbraccio, amore e morte, felicità e distacco.

Dal Terzo movimento:

«Niente è più banale che dire: la vita continua. Ma lui ora sente proprio questo, perché conosce, nel mondo, delle persone che continuano».

«Allora, forse, tutta la sua vita, il suo essere separato, non è altro, come aveva compreso perfettamente Thomas, che una elaborata messa in scena della propria, inestinguibile, volontà di svanimento; la spettacolarizzazione pubblica di un complesso di colpa, di un’angoscia che lui ha sentito forse fin dal primo giorno in cui ha aperto gli occhi al mondo, e cioè che non sarebbe mai stato felice».

Ma è nel Secondo movimento che si trova il passaggio decisivo. Ci dice che la vita ci vuole, ci esige proprio, fuori dalla letteratura:

«Avrebbe preferito fare l’amore, divertirsi, espandersi in circuiti emotivi e alleanze politiche e invece si trovava a lavorare, nella contrazione e nella compressione, al mistero della propria solitudine ignaro che, così facendo, si avvicinava alla vena più solida di quella realtà separata che definiamo arte».

Grazie, Pier Vittorio Tondelli.

Cristiano Poletti