Festlet! #5: Incroci

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Girando per il Festival appena concluso ho notato, per un anno ancora, quanto la parola “letteratura” contenuta nel suo nome sia iridescente e dotata di profondissima accoglienza. Quello che commuove, in questo Festival, è l’offerta di un bagaglio di conoscenza che va dalla ludica più leggera a ogni tipo di competenza settoriale. Ho già avuto la possibilità di raccontare eventi sull’astrofisica, sulla musica, sull’antropologia (non ho avuto il cuore, invece, di partecipare a quelli sull’entomologia) ma non ho avuto mai modo ancora di dirvi che nelle cantine del Palazzo Ducale era stata allestita una sala giochi con videogame dagli anni ’80 a oggi a disposizione del pubblico; che Dino Baldi (autore del delizioso Vite efferate di papi, Quodlibet 2015)  ha tenuto per noi una lezione di storia sulle vite – e le morti – degli eredi di Pietro da farsi rimangiare l’augurio di “stare come un papa”; o che Michela Murgia ci ha raccontato una conversazione avuta con Luca Molinari che aveva alla base l’architettura mantovana e una domanda: perché tanta bellezza deriva spesso da società ingiuste, mentre la nostra democrazia produce sostanzialmente villette a schiera?; che Leonardo Ortolani, celebre fumettista e creatore di RatMan, ha ricordato ancora una volta al suo pubblico dell’Aula Magna dell’Università che il suo personaggio è in via di chiusura: «Senza la fine non si definisce tutto quello che c’è stato prima; penso di aver detto abbastanza, di aver toccato tutti i temi, e quanto all’essermi sentito schiavo del successo dico ma magari.»
Gli incroci tra le discipline sono stati la vera anima di questo FestLet. Mi piacerebbe raccontarne tre in particolare cui ho assistito negli ultimi giorni.
L’incontro, ad esempio, tra Dany Laferrière e l’attrice Charlotte Rampling, che recentemente è anche autrice di un’autobiografia (Io, Charlotte Rampling 66thand2nd 2016) e che ha interpretato Ellen, protagonista del film Verso il sud tratto dall’omonimo romanzo di Laferrière. Creatori ambedue, quindi, di un unico personaggio, l’attrice e il romanziere sono andati quanto più a fondo possibile nel rapporto che si instaura tra la letteratura e il cinema. «Per capire completamente il mio personaggio» ha rivelato la Rampling «non ho dovuto limitarmi a leggere il copione e il libro, ma anche tutto quello che Laferrière aveva prodotto fino a quel momento». Laferrière risponde, dall’altro lato: «Charlotte Rampling ha portato molto alla mia Ellen, non solo con la sua interpretazione, ma proprio grazie alla sua duplice reputazione di audacia e severità.»
Un altro incontro è avvenuto tra due romanzieri puri, Fabio Stassi e Paolo Maurensig, che hanno fatto degli scacchi una loro passione “letteraria” occupandosene spesso nei loro libri. Per Maurensig, la scrittura stessa assomiglia agli scacchi: «scrivendo, le soluzioni sembrano molte ma andrebbe trovata l’unica funzione che chiude realmente la partita». Maurensig dialoga con Fabio Stassi, autore di La rivincita di Capablanca (di nuovo in libreria per minimumfax), e ci racconta dello scacchista Alekhine (Teoria delle ombre, Adelphi 2016), della sua vita segnata dai disturbi ossessivo-compulsivi e della sua misteriosa morte. «Un libro sul talento come maledizione», lo descrive Stassi, «del genio come prigione che esclude gli affetti e ogni forma di serenità». Lontana dal carattere più giocoso dello scacchista Capablanca, che «imparò gli scacchi a tre anni guardando giocare il padre, e si rivelò denunciandone un movimento sbagliato; sfidato, lo sconfisse in dieci mosse.»
Come non parlare, infine, della dichiarazione d’amore che Paco Ignacio Taibo II ha fatto ai traduttori di tutto il mondo. L’occasione era il Translation Slam, evento in cui due traduttori sono chiamati a dare la loro versione di un brano inedito di un autore spiegando al pubblico le loro scelte. «Non sapete la gratitudine che provo per loro» ha detto lo scrittore sudamericano «fin da quando da bambino ho scoperto che Sherlock Holmes era scritto in inglese. Senza traduttori sarei perso nell’isola di Robinson Crusoe del castigliano, è per questo che conservo ancora le foto del cane del mio traduttore francese.» E da lì ha preso a raccontare vari aneddoti occorsi con i suoi traduttori, da quello cinese che gli chiede il permesso di tagliare ventidue pagine della biografia del Che («prima di accontentarlo gli ho chiesto una foto, volevo vedere il volto dell’uomo per cui facevo una cosa tanto dolorosa, e quando non mi è arrivata ho capito che era un funzionario del regime») a tutti quelli che, con le loro domande, gli hanno fatto realizzare di non scrivere in spagnolo ma in messicano. «Avevo risposto a otto pagine di domande fitte di un traduttore tedesco. Quando mi arrivarono venti pagine fitte di domande di un traduttore giapponese gli scrissi, seccato, di andare a chiedere all’usciere dell’ambasciata messicana. Dopo due mesi, il traduttore mi rispose che il portiere si chiamava Manolo e sapeva tutto.»
Al momento in cui scrivo questo pezzo, il FestLet sta per finire. Mi aspetta, stasera, la grande festa dei volontari (un anno o l’altro mi deciderò a raccontare anche le meraviglie della gastronomia con cui qui rifocillano chi viene a lavorare) e una valigia che già mi ride in faccia all’idea che io voglia chiuderla dopo la quantità di libri che ho comprato anche quest’anno. Mentre mi leggete, il Festival è finito. E quello che fa davvero impressione è pensare a come si stia già cominciando a lavorare, sottovoce, ai prossimi incroci del prossimo FestLet, come far funzionare quest’orologio maestoso che fa convivere sotto lo stesso cielo (anche quest’anno ubbidientemente soleggiato) il joystick di una consolle e i più alti nomi della letteratura, un’aria di Mozart e l’equazione di Drake.

© Giovanna Amato

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