La corsara: intervista a Sandra Petrignani

Sandra Petrignani con Masolino D’Amico al Festivaletteratura di Mantova 2018

La materia prima con cui si scrivono i libri è molteplice, ma andando a stringere sulla questione mi è spesso venuto in mente che un libro può essere scritto con competenza e con amore; e quando i due elementi collimano, il risultato è prezioso. La corsara, edito da Neri Pozza e già finalista al Premio Strega nel 2018 oltre che vincitore di numerosi premi, è un libro rigoroso e lieve, imperdibile per chiunque abbia amato la figura altissima e i capolavori di Natalia Ginzburg, di cui il libro è, più che una biografia, un ritratto che non perde mai il polso di un affresco più vasto, familiare, storico e letterario. Si entra in punta di piedi, con un medias res (l’incontro per un manoscritto, la simpatia tangibile ma severa) in cui immediatamente si dà l’impronta di quella forma di confidenza rigorosa e ricca di ammirazione che scandisce l’intera scrittura del libro. E da qui si procede fin dall’infanzia della scrittrice, con improvvise scorribande nel tempo che servono a illuminare passaggi e contestualizzarne la loro eco nella Storia. Il tutto con la prosa e la tenuta di narrazione di chi ha dietro di sé un certosino studio, come i movimenti di quelle ballerine di cui non si immaginerebbe mai l’addestramento.
Quando ho letto La corsara, ho immediatamente immaginato di voler porre delle domande a Sandra Petrignani. Accade raramente, e quando accade mi piace perseguire l’intenzione. La ringrazio quindi per aver risposto, e lascio la parola a lei.

Nella tua biografia – che a tratti si carica di autobiografia – compaiono, specie per quanto riguarda l’infanzia di Natalia Ginzburg, brani di libri dell’autrice che narrano o corroborano il racconto della sua vita. Perfino il vostro incontro si gioca nel segno di un manoscritto. Ho ricordato, a rovescio, quel passo di La scrittrice abita qui in cui racconti la disposizione dei libri che sono serviti a Yourcenar per scrivere i suoi. Libri e vita fanno cortocircuito a tanti livelli da sembrare un frattale: qual è il tuo rapporto con le vite degli scrittori?

Un rapporto di curiosità e necessità. Un gioco di specchi. Un tentativo di trattenere quello che sfugge, che passa, che non esiste più. Un modo per capire di più, per capire meglio quello che leggo. Per me non c’è da una parte la vita e dall’altra la letteratura. Come dici bene tu: è un cortocircuito continuo. Per uno scrittore non c’è letteratura senza la vita, ma anche il contrario.

 

Per il racconto, hai scelto un andamento né completamente cronologico né completamente tematico, ma come quello di un filo di cui si sgranano mano a mano le perle.

Sì, è una bella immagine. Doveva raccontare una costellazione, non una vita soltanto. Natalia Ginzburg e i tanti intrecci della sua vita con altre vite: i fratelli, i genitori, la sorella bellissima, gli uomini, i colleghi, le amiche scrittrici, mariti, figli… Ho seguito un criterio cronologico che però continuamente si apre e si espande per far entrare nel racconto tante altre storie e persona che si sono intrecciate a quella principale: la vita e l’opera di Natalia.

Se un romanzo non può partire finché non si trova una voce, una biografia non può partire finché non trova un taglio, un’angolatura. È stato facile per te trovarla?

Facile no. Ci sono state varie false partenze, ma poi, quando ho trovato la chiave giusta il racconto si è dipanato abbastanza tranquillamente. Una cosa me ne suggeriva un’altra, molte altre e il problema era, appunto, tenerle tutte insieme, contemporanee.

La fase di stesura è stata del tutto successiva a quella di studio, o qualcosa si è svolto in contemporanea? E quanto si deve studiare, e con che metodo, per pensare di aver scritto una buona biografia? E un metodo esiste, oppure ogni incontro tra una vita e una scrittura è un artigianato?

Prima ho cercato. Negli archivi, nelle biblioteche, incontrando testimoni, visitando luoghi, case, leggendo libri. Poi a un certo punto ho detto: basta, ora mi fermo e scrivo e poi si vede. Non si è visto niente. O meglio: solo il libro che procedeva in mezzo al mare di appunti, fotocopie, fotografie… un disordine incredibile. Ancora non so come ho fatto a riordinare tutto nella mia testa e poi sulla pagina. Un metodo non ce l’ho. Mai avuto. Procedo per istinto, affidandomi al miracolo. Perché sempre, quando sono nei guai, succede qualcosa di magico quando scrivo. Basta affidarsi all’inconscio: molti problemi li risolve lui: con un sogno, un’ispirazione improvvisa, la telefonata di un amico al momento giusto che, per caso, ti rimanda a un libro che avevi dimenticato ed è proprio quello che serve in quel momento…

Qual è il punto della vita di Natalia Ginzburg che per un motivo o per l’altro ti ha richiesto più impegno nella scrittura?

Mi viene da dire: sempre. Una vita complicata da mille relazioni e tante sciagure. Una vita pienissima. Ed era tutto bello da raccontare. Semmai il problema era cosa sacrificare, perché qualcosa e qualcuno bisognava pur sacrificare. Non c’entrava tutto nel libro!

Un interrogativo naïf ma amo sempre porlo: scrivi a mano o al computer?

Rigorosamente al computer. C’è più ordine e lucidità mentale col computer. Se sono costretta a scrivere a mano qualche volta, impiego poi più tempo a copiare e correggere. Non amo per niente scrivere a mano.

© Giovanna Amato

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