Interviste

La voce che (non) sentite: intervista a Cristiana Mennella

La voce che sentite quando leggete in italiano alcuni libri di George Saunders, William T. Vollmann, Paul Auster, Edgar Allan Poe, Doris Lessing non è quella di Cristiana Mennella, perché il traduttore è grande quando sparisce nella misura della voce altrui. Ma a Cristiana Mennella, che lavora principalmente per Einaudi e Feltrinelli ma ha tradotto per minimum fax, Neri Pozza,  e altre, si deve la resa italiana di grandi capolavori – basti dire come ultimamente ha tradotto in contemporanea Lincoln nel bardo di Saunders (Feltrinelli 2017) e 4321 di Paul Auster (Einaudi 2017). E per quanto quasi trent’anni di pianoforte mi abbiano addestrata al fiuto per i fraseggi, mai avrei ricondotto alcuna spia linguistica o sintattica tra, per dire, il traduttore dei Marginalia di Poe o della trilogia di Jeff Vandermeer, tanta è la capacità del bravo traduttore di sfilare via il suo piede e saper riprodurre su un altro terreno la stessa orma dell’orso.
Benjamin centrò (non ci stupisce) talmente bene il punto quando considerò il momento di passaggio tra la lingua d’origine e quella d’arrivo come la vera lingua nella precisione e la verità del messaggio. E camminare in questa landa percorsa da tutte le possibili decisioni ma da una sola realtà richiede polsi fermi. Tanto più se, è qui che voglio arrivare, alla consueta complessità di una traduzione si uniscono sfide aggiuntive.
Mi spiego meglio. Dal momento in cui ho letto Fox 8 di Saunders ho aspettato la sua traduzione in italiano, che sarebbe stata appunto a cura di Cristiana Mennella. Per ragioni di cui chiacchiereremo più avanti, un racconto piccolo ma una sfida grande per un traduttore. E quando ho scorso Volpe 8, da poco in libreria per Feltrinelli, ho visto la bellezza di una sfida vinta, di un lavoro arduo restituito con leggerezza e acume, così come sembra semplice il balzo di una ballerina che per ottenerlo si è affilata in anni di salti.
Ecco l’incipit di Volpe 8:

Caro L’ettore,
prima vorrei dire, scusa perle parole che scrivo male. Perché sono una volpe! Cuindi non scrivo proprio perfetto. Maecco comò in parato ha parlare e scrivere bene così!
Un giorno che passavo vicina una delle vostre case Humane, annusando tutto cuel che cera dinteressante, o sentito, da dentro, un suono super’incredibile. E scopro che cuel suono che si sentiva, è: la voce Humana, che facieva le parole. Suonavano una mera vilia! Comuna bella musica! O ascoltato cuelle parole musicali fino a cuando nonè scieso il sole, cuando tuttuntratto faccio: Volpe 8, sei scemo, cuando sciende il sole, sul mondo sciende il buio, fila a casa, chè peri coloso!
Ma io ero ha fasci nato da cuelle parole musicali, e desideravo ca pirle tutte cuante.

Volpe 8 dev’essere stato un bel grattacapo. Dovevi rendere non solo il registro vispo e svelto di una volpe presa dal suo racconto, ma anche una peculiarità del testo: Fox 8 gioca sulla lingua opaca dell’inglese, la volpe ha imparato un perfetto linguaggio ascoltando le fiabe alla finestra ma è sostanzialmente incapace di scriverlo, azzardando equivalenze fonematiche. L’italiano, che è una lingua quasi del tutto trasparente, non ti ha permesso di giostrarti tra grafemi e fonemi; come ti sei mossa, allora, per approdare al tuo risultato? (altro…)

“Anamorfiche”: Intervista a Danilo Mandolini di Gianluca Garrapa

Danilo Mandolini, Anamorfiche – con nove immagini dell’autore, Arcipelago Itaca (2018)

Gianluca Garrapa: con nove immagini dell’autore: secondo quale criterio le immagini sono alternate alle parole?

Danilo Mandolini: Va innanzitutto specificato che le immagini riprodotte nel volume sono dei ritagli di scatti fotografici tendenzialmente molto più grandi. Le immagini sono collegate alla presenza umana nel mondo (sono testimonianze marginali della presenza umana nel mondo) anche se, in queste, non vi è traccia diretta della presenza umana. Le riproduzioni fotografiche in questione sono collocate nel lavoro con l’obiettivo di introdurre le varie e principali parti di questo.

G.G.: La raccolta si apre altrove, quasi a preambolo a forma di fine, il poeta, pare, debba uscire di scena per dare peso e voce alle parole. Non è un caso, forse, che la prima parte sia di oggetti sonori immateriali, oggetti in-sterni, interni e allo stesso tempo esterni: appartengono all’oggetto e al soggetto e non appartengono all’oggetto o al soggetto che li produce: rumori, voci e suoni. Il loro statuto è proprio quello delle immagini: della cosa abbiamo un’immagine e l’immagine non è più della cosa ma è fissazione di sguardo. E lo sguardo, a sua volta, non appartiene propriamente all’occhio da cui genera la visione. Il vuoto / non si vede ma / spesso si sente. // Il vuoto / ha più voci ma / è trasparente.
Sono, in esergo, tre nomi, Pasolini, Sereni, Campana, preceduti da un’immagine. Il vuoto, dunque, quel che si sente invisibile o quel che si vede, confuso, ma indistinguibile.
L’invisibile, meglio, il trasparente, è quel che sposta e muove, il vento: dal vento provocati / (nel vento custoditi / a mo’ di sedimenti / d’un tempo residuale). Sembra questo il luogo in cui si collocano i simboli e le immagini di Mandolini: la nitidezza che segue all’evacuazione dell’io, il resto che rimane quando il desiderante prende l’abbrivio finalmente: come oggetti il cui scontro produca un suono o un noise, le parole si accostano in timbriche e cromi che non egolatrano lo scrivente. Chi scrive è avventato, sicuro, spostato dal vento interno, animus come soffio. Patisce dell’inevitabile. E non si autoriferisce, si allarga al mondo, anzi. L’operazione è proprio psichedelica, come recita il titolo della prima parte, che ritorna nella seconda parte, Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni: un lavoro che si legge di scorcio, anamorfico è appunto il gesto per cui la lettura fa il dire dietro l’ombra. Lampi interiori che presentano il mondo: l’ombra è il prolungamento sonoro delle cose, la voce silenziosa del loro sparire: la morte: è il segnale di quel che è vivo. È questa un’epifania che si compie nel gesto quotidiano di spostare appendiabiti: Provocano il suono / disarmonico dell’utopia, gli appendiabiti, e sfiorarli a mo’ di campane tubolari mentre fuori piove. Il suono, il dolore, l’odore della pioggia: Intanto, fuori, / la pioggia rimbomba cadendo, i piatti impilati, l’alta tensione che blocca in riquadri di cielo la percezione di vedere dall’alto le auto sfrecciare, la voce della segreteria telefonica. Il senso quotidiano ritorna straniero: basta spostare l’attenzione per percepire in suoni nuovi l’intera fenomenologia del quotidiano.
Anche il silenzio è partecipe delle forme assenti in quanto presenti, tra due palazzi il varco si apre a catturare le voci altrui che ci appartengono: Con frasi altrui / valichiamo frontiere, attraversiamo i tempi delle giornata, gli interstizi tra rumori e silenzi, lungo i bordi delle cose cangianti, e le cose sono anche l’esistenza che ci attraversa e sfuma: Ordinaria metafisica / del supporsi altrove / è il solo desiderare / l’esistenza di quel soffio afono / che genera le nubi;
dicono tutto questi versi estratti dal dettato di Mandolini: siamo qui, nel quotidiano, per questo siamo altrove. Perché troppo fragile appare il sentiero che porta dall’altra parte, nella fine dei giorni, sottile e muto come una ragnatela. Di noi resteranno immagini, le minime percezioni svaniranno e le cose avranno quella loro psicometria, la memoria, gli oggetti solo a testimoniare, fossili, soltanto gli oggetti che in vita / con cura / abbiamo / a lungo conservato.
Immagine. Poi Psichedelie dei rumori, delle voci e dei suoni Due, ritorna: il ritorno è presente in questo paesaggio fono e foto grafico. Ritornano 7×12: dodici settenari. 7×12: quasi a prendere le misure di una forma che dovrà contenere il suono. I suoni a rifare il ricordo: (si sta come sui rami / degl’alberi d’inverno): che rapporto hai con la tradizione poetica e perché hai eletto proprio Pasolini, Sereni e Campana, tra altri, a compagni di viaggio?

 

D.M.: Ho letto e leggo moltissimo soprattutto poesia di autori del novecento italiano ed europeo e contemporanei. Le mie esperienze di studio e lavorative, a parte quella attuale di titolare di una casa editrice che si occupa esclusivamente di poesia, si sono sempre concretizzate lontano dal mondo della letteratura. Sarei quindi, a tutti gli effetti, il cosiddetto e classico autodidatta che approccia ciò che legge in primis come lettore, vorace e anche disordinato, piuttosto che come studioso. Pasolini, Sereni e Campana sono stati dei grandissimi autori del “secolo breve” italiano; tre grandi autori il cui percorso di ricerca in versi si è imposto alla mia attenzione anche per le vicende personali che hanno contraddistinto il loro essere stai al mondo. 

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Se “il cuore non si vede”: intervista a Chiara Valerio

Chiara Valerio, “Il cuore non si vede”, Einaudi 2019, euro 17.50

Chiara Valerio è leonardesca. Dottorato in matematica, splendida prosa, occhio acuto e lingua critica, grande talento nel far brillare gli altri. Verrebbe da dire: viva la letteratura che ce l’ha. E guarda un po’, è la nostra.
Perché al momento presente Chiara Valerio è (tra le altre cose) saggista e traduttrice, drammaturga e redattrice, ma soprattutto autrice di romanzi, biografie della matematica, migliori definizioni di cosa sia una persona agli occhi della sorella minore (“la via la verità la vita”, in Spiaggia libera tutti, Laterza 2010), personaggi come Antonia Speranza (Nessuna scuola mi consola, Nottetempo 2009), sorta di Pizia di Dürrenmatt da collegio docenti dallo spiccato dono dell’ipotassi, e di uno dei più bei compianti  della storia dell’arte (in Almanacco del giorno prima, Einaudi 2014): un ragazzino disteso tra gli oleandri.
È da poco in libreria con Il cuore non si vede, per i tipi di Einaudi. Per chi bada al cosa, Andrea Dileva si sveglia una mattina senza un cuore, e una cadenza dopo l’altra, pure in un organismo funzionante, deve dire addio a molti organi. Per chi bada al come, c’è una cosa che salta all’occhio e che è presente in tutti i libri di Valerio, tanto da fornire loro una sorta di impronta di velocità scoiattolesca: mantenendosi all’interno di una terza persona singolare, la cifra di Chiara Valerio con la lingua è connessa a una pratica ferrea nello stare ancorati al procedimento del pensiero, e nel saperlo riprodurre. Ne viene un libro che dirige specie le primissime pagine a mimesi perfetta della formazione del concetto, l’incapacità della mente umana di registrare il reale fissando il fuoco, per quanto fondamentale sia l’argomento. Anche quando ci si sveglia senza un cuore, e la cosa dovrebbe occupare ogni sinapsi, l’inevitabile funzionamento del pensiero è a metà tra approfondimento e digressione. Ci si sveglia senza un cuore, e ci si chiede – una serie infinta di cose, non necessariamente collegate tra loro, accanto allo stupore su chi abbia scelto, per le pareti, quella precisa gradazione di grigio. E questo perché approfondimento e digressione, e quella precisa gradazione di grigio, sono sangue e vita, la reale realtà accanto e nonostante la fiaba di un organo perduto. In parole povere: quando non si è più quelli di prima, non lo si è rispetto a chi? Così in questo romanzo di sparizioni spariscono organi e ghiandole, giocatori di nascondino, donne delle pulizie in imbarazzo. E a stento le parole riescono a fare mondo, nell’identità tra i verbi servili, nel “dubbio tra stare e andare”, nel “chiamarsi, forse, questa era l’avventura”, in un istinto golemico a non sfumare. (altro…)

Emiliano Ventura, Intervista a Sotirios Pastakas

Sotirios Pastakas, foto di ©Dino Ignani

La poesia è la più aristocratica delle arti».
Intervista a Sotirios Pastakas

di Emiliano Ventura

 

Sotirios Pastakas è uno dei maggiori poeti greci, la sua opera è tradotta in molte lingue (quindici) ed è apprezzata in varie nazioni e continenti; la sua raccolta Trilogia (Food Line) è stata tradotta negli USA nel 2015. Nello stesso anno gli è stato assegnato il premio Annibale Ruccello. La sua opera poetica viene edita in Italia dal coraggioso Multimedia Edizioni (Salerno 2016); Corpo a corpo è un’antologia che raccoglie le varie parti delle sue raccolte da L’esperienza del respiro (1986) all’Incipiente Alzhaimer 2017. Per le prestigiose edizioni dei Quaderni del Bardo (Lecce, 2018), esce la raccolta Jorge; mentre Monte Egaleo, forse la più saccheggiata, è del 2009. Pastakas è anche psichiatra, attività che ha svolto per decenni e che inevitabilmente si riflette sulla sua opera. Nello svolgere un lavoro critico sulla sua poesia ha avuto la cortesia di farmi leggere alcuni suoi racconti editi e tradotti anche in italiano. Queste prose appartengono alla raccolta, Il Dott Ψ e I suoi pazienti, pubblicato nel 2015, da “Melani” editore, Atene. Più che racconti sarebbe meglio definirli “piccoli poemi in prosa” (come le prose di Baudelaire), è come se fosse rimasto fedele al dettame del poeta francese “sii sempre poeta anche in prosa”. Questa breve intervista è debitrice alla sua poesia ma anche ai piccoli poemi che ci ha donato.

1.D) Cosa si prova ad usare la stessa lingua di Omero, Esiodo, Eschilo, soprattutto ad essere capiti usando quella stessa lingua? (non è proprio così ma semplifico per rendere l’idea). Come se io potessi usare il latino, la nostalgia del latino, ed essere compreso da tutti senza sembrare nostalgico, elitario o pazzo. Il greco è una lingua senza nostalgia?

1.R) Il greco è una stratificazione di linguaggi molto ricca, di secoli, e mi sento fortunato ad usare le parole che creano assonanze, allitterazioni e doppi, se non quadrupli, sensi di interpretazioni a posteriori. Una lingua malleabile e ricca, capace di offrire nuove metafore. Omero, Esiodo ci hanno fornito le maggiori metafore… il mare pieno di vino, la notte che ha generato i figli dei sogni… Non parliamo più la stessa lingua ma ci è familiare per via delle metafore… essendo queste poche di numero, è una provocazione reale per noi Greci cercarne di nuove, anzi quell’unica che ci permetta di vedere il mondo di nuovo giovane e sano. La nostalgia si scaccia proprio con la ricerca della nuova metafora che darà la carica all’orologio fermo dell’epoca moderna… Eschilo aspetta di essere scritto daccapo…

2.D) Oltre ad essere poeta sei autore di alcune prose, tra queste volevo chiederti di tornare su Allen Ginsberg, il mio Babbo Natale. Qui racconti del tuo viaggio in autostop a Spoleto per ascoltare Allen Ginsberg, nel ‘75. Un evento che non ti piacque perché suonava un aerofono e non ti fecero fumare. Mentre lo avresti apprezzato, anni dopo, nel ’79 al festival di Castelporziano, quando calmò i tafferugli del pubblico con la recitazione delle sue poesie, l’Om e l’accompagnamento musicale. Volevo chiederti una testimonianza su quell’evento del ’79, il secondo momento traumatico per la poesia italiana, il primo è l’omicidio Pasolini. Dopo questi fatti la poesia italiana si chiude nell’autoreferenzialità, è divenuta ancor più elitaria perdendo la capacità, o volontà, di essere popolare.

2.R) «In our sleep, which cannot forget falls drop by drop upon the heart until, in our own despair, against our will, comes wisdom through the awful grace of god». [Nel nostro sonno, che non può dimenticare, goccia a goccia cadente sul cuore finché, nella nostra stessa disperazione, contro la nostra volontà, arriva la saggezza, come una terribile grazia di Dio]. Parole di Robert Kennedy per la morte di Martin Luther King, sono i versi 179/183 tratti dall’Agamennone di Eschilo, il poeta più amato da Kennedy. La cultura Italiana non ha potuto piangere Pasolini. Un processo di lutto necessario per andare avanti, ci sono state reazioni sentimentali vuote di senso, di fatto nulle. Se Pasolini fosse stato pianto veramente a suo tempo avremmo avuto un’altra cultura, un’altra poesia, forse, in Italia. La negazione del lutto ha creato tutta questa poesia da pettegolezzo condominiale, caro alla Commedia all’italiana, ma non alla poesia alta di Sereni, Saba, Penna. La rimozione poi del Festival di Castelporziano ha creato mostri di rappacificazione. Poeti italiani, anziché aprirsi al mondo si sono rintanati nella piccola Italia di Arbasino. Dimenticando il giorno dopo Yevtushenko, Tomas Gorpas, Gregory Corso, Amelia Rosselli, cito apposta nomi a caso dei partecipanti, per far capire che Castelporziano e stato un momento magico per il pianeta terra e non solo per l’Italietta di Fantozzi. Io partecipo a vari festival poetici in Italia e fuori, quello che non mi convince, nei poeti italiani, è il modo di recitare i propri versi: leggono tutti inspirando la voce, lì dove dovrebbero aspirare, mi fanno pena veramente, per dirne una… Come si fa, caro mio, a porsi di fronte a un pubblico popolare recitando da improvvisato Memè Perlini?

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“La parola detta”: intervista a Stefania Di Lino

Stefania Di Lino, foto di Silvana Leonardi

Il 24 febbraio 2019, in occasione della presentazione del libro di Stefania Di Lino, La parola detta, ho rivolto alcune domande all’autrice. Riporto qui di seguito il testo dell’intervista (Anna Maria Curci)

AMC: La tua scrittura  entra nel vivo degli universali della  poesia. Con questa espressione intendo una grammatica del poiein  nella quale etica ed estetica sono, insieme, inseparabile principio fondante e nutrimento. Dall’assunto di partenza che ho appena illustrato discendono alcune domande. Eccole:

AMC: Parola detta, ‘licenziata’ e ‘donata’: quale è, in tale contesto, la responsabilità del poeta?

SDL: Il primo pensiero che mi viene in mente è il tradimento reiterato dei politici verso la parola detta perché loro sanno bene che non avrà seguito se non per loro stessi e pochi altri.
Io credo che molto, forse tutto, avvenga attraverso la parola, e in ogni ambito del dire e dell’agire umano ciò comporta responsabilità. Il poeta è colui o colei che, consapevole di questo, se ne assume il carico.
La parola è uno strumento potente. Penso all’imprescindibile legame che ha con la formazione del pensiero, nella costruzione dell’identità di un individuo, con la sua crescita, con l’evoluzione delle idee, la loro modifica o il rovesciamento di prospettiva come può avvenire, per esempio, in un setting psicoanalitico, in cui la parola è al contempo chiave e legame, malattia e cura. E per pensiero intendo anche la formazione, la costruzione lenta nel tempo di una propria visione del mondo e alla relazione che con esso si riesce, o meno, a stabilire. Parafrasando Celan ti dico che la parola è sì un dono, ma è un dono gravoso poiché determina non solo il proprio ma anche l’altrui destino.
Allo scrittore, dice Julio Monteiro Martins, viene chiesto uno “stato di coraggio permanente”,  partendo dalla consapevolezza che se certe cose non le dice uno scrittore, non le dice nessuno. Quando si sceglie la poesia come mezzo espressivo, significa che le cose da esprimere hanno proprio bisogno di quel medium per venire allo scoperto. Non a caso la poesia viene adottata in prossimità di grandi dolori, amori, separazioni o lutti. Inoltre, sia nella poesia che nella prosa poetica, la parola viene passata al setaccio, rarefatta. La poesia è un’architettura sonora ed è importante dare risonanza alla concatenazione che si crea tra una parola e l’altra, tra un verso e l’altro, poiché i versi sono gli architravi che ne sorreggono le entrate, anche in relazione ai diversi piani polisemici che tale costruzione può evocare, ma non necessariamente dichiarare in prima istanza. Chi legge poesia, può anche non capire le parole ma avere la percezione dell’esistenza di un significato ‘altro’ che slitta sul piano della coscienza intellettiva, quasi fosse – passami il termine – una sorta di ‘devianza’, o meglio una ‘deriva’ per dirla alla Guy Debord.  In realtà io credo sia una soglia – o comunque qualcosa che sfugge alle maglie della ragione creando connessioni fino a quel momento inusitate. Si tratta insomma di un profondo percorso interiore.
La poesia si manifesta negli argini rotti della parola. (altro…)

«Così cominciò la nostra amicizia»: intervista a Maria Ester Nichele su Milena Milani

Milena Milani (1917-2013) è stata un’autrice e un’artista prolifica nel Novecento italiano, che si è mossa con tenacia nel campo della scrittura e delle arti visive. Un’intervista a Maria Ester Nichele, fotoreporter e fondatrice della testata online «ABC Veneto» (il suo sito qui) che fu grande amica di Milani, restituisce ai lettori un ritratto vivo, “a fuoco”, di una voce d’interesse letterario e artistico da rileggere ed indagare.

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Milena Milani a Cortina d’Ampezzo – foto di © Maria Ester Nichele

Gentile Signora Nichele, lei è stata per tanti anni amica di Milena Milani. Quando la conobbe e quando iniziò a leggerla, e a partire da quali libri?

Conobbi Milena Milani a Roma alla fine degli anni Ottanta, quando lavoravo come fotoreporter. Milena era sempre presente alle più importanti manifestazioni della città, curiosa, attenta a tutto quello che al nuovo si presentava in quelli anni ricchi di iniziative culturali ma anche così contraddittori. Così cominciò la nostra amicizia, io lavorando come fotografa, lei era già affermata giornalista, scrittrice, poetessa ma non dimentichiamo anche pittrice e nota gallerista. Con il lavoro, da Roma mi spostavo a Venezia e a Cortina d’Ampezzo, e anche lei c’era. A Cortina d’estate c’era tutto il bel mondo che contava in vacanza. Cominciai a leggerla molto presto e il primo libro fu La Ragazza di nome Giulio, edito da Longanesi, i temi trattati adesso non scandalizzano più nessuno ma allora fu giudicato osceno, tanto che l’autrice subì un doloroso processo, una condanna a sei mesi e 100.000 lire di multa, la mobilitazione di intellettuali italiani fecero sì che fosse poi assolta.

Durante una conversazione privata lei mi ha riferito che l’autrice ha trascorso moltissimo tempo in Veneto, una terra che ha lasciato il segno nella sua opera. Quali città e quali luoghi sono i più rappresentati nella sua scrittura? Ricordiamo Venezia, Cortina d’Ampezzo e altri…

Milena è nata Savona in Liguria, ma ha amato molto Venezia e Cortina d’Ampezzo. Il suo romanzo La ragazza di nome Giulio è ambientato a Venezia; a Venezia ha sempre avuto casa, molto giovane andava a Cortina a sciare con la madre. La scelta di vivere per molti mesi a Cortina era data dal fatto che, essendo lei delicata di salute, le giovava l’aria benefica di quel posto. Anche a Milano aveva casa, e a Milano scrisse La rossa di via Tadino del 1979 (Rusconi Editore). Non dimentichiamo Roma dove ha studiato e ha sempre avuto la residenza finché è vissuta.
Milena era una gira mondo, ha passato molti periodi a Parigi, New York, Mosca dove ha scritto un libro di poesie dal titolo Mi sono innamorata di Mosca, Stoccolma dove presagì, inviando una cartolina a Salvatore Quasimodo, che avrebbe vinto il Nobel. E così fu.

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Mettere in pratica la riappropriazione: intervista ad Alessandra Calò

Alessandra Calò lavora e vive a Reggio Emilia (Italia). Artista e fotografa, ha partecipato a mostre e festival in Italia e all’estero: Circulation(s) Festival de la jeune photographie européenne (Parigi), Les rencontres (Arles), Fotografia Europea (Reggio Emilia), Open House (Roma).
Nel 2018 vince il premio editoriale Tribew nell’ambito del festival Circulation(s); nel 2017 riceve la menzione d’onore da IPA International Photographic Award e nel 2016 vince il Premio Combat per la sezione scultura e installazione.
Per la Giornata del Contemporaneo 2018, l’Istituto Italiano di Cultura di Madrid le dedica la prima mostra personale in Spagna, a Palacio de Abrantes, installazione site-specific dal titolo El Jardín Secreto, a conclusione del percorso di ricerca iniziato durante la residenza artistica per il progetto L’arte che verrà (2017).

*

La tua arte si sviluppa all’incrocio di linguaggi in comunicazione: la fotografia, l’installazione, la botanica e l’interesse per il naturale. Dove trova inizio e quali ragioni attraversa?
Il mio approccio con l’arte è stato fin da subito sperimentale e la mia ricerca è sempre stata tesa all’uso di linguaggi che potevano permettermi di approfondire temi legati alla memoria e all’identità attraverso l’uso di materiali d’archivio.
Mettere in pratica la riappropriazione, significa recuperare e reinterpretare materiali preesistenti, attraverso i quali non intendo attuare una rievocazione nostalgica del passato ma proporre una nuova visione della realtà.

Una delle esperienze più longeve di questi anni è quella di Secret Garden in cui lo strumento della narrazione, affidata a voci della letteratura – poete, scrittrici, qualcuna esordiente –, rinsalda i tre linguaggi e, in particolare, attraverso l’utilizzo di lastre fotografiche antiche, tu crei opere uniche, in cui testo ed immagine si danno un rimando a vicenda e si stagliano all’interno di scatole nere.
Mi pare che il raccontare sia parte integrante del tuo lavoro; un “raccontare che non spiega ma suggerisce” come tu stessa dichiari. Come nasce l’idea del “paesaggio interiore” di
Secret Garden e dove conduce il pubblico?

Secret Garden è un’opera nata nel 2014.
L’idea era raccontare – in maniera simbolica – la possibilità che ognuno di noi ha di riscoprire se stesso, attraverso una “messa a fuoco” interiore.
Gli elementi che compongono l’opera sono vari: ritratti fotografici femminili su lastre negative ritrovate; erbari tridimensionali da me raccolti, essiccati e ricomposti; testi letterari contemporanei scritti da autrici che hanno scelto di collaborare al progetto.
Ciascun ritratto con relativo giardino, viene racchiuso all’interno di una scatola nera retroilluminata e posto su un piedistallo con cassetto che ne custodisce la parte letteraria.
Il “Secret Garden” può essere paragonato al “paesaggio interiore” (o giardino segreto) che si nasconde a prima vista, ma che può essere scoperto da chi è capace di guardare oltre l’apparenza. Un concetto che parte da me ma che vuole essere esteso e trasformato in un messaggio universale senza limiti temporali: per questo motivo ho scelto di dar voce – attraverso i racconti di autrici contemporanee – a ritratti di donne arrivate a noi senza ulteriori dettagli sulla vicenda biografica.
Un doppio binario sul quale viaggia il tempo reale e quello dell’immaginazione, facendo decadere l’esigenza di una lettura chiara e fedele ancorata all’immagine.
Lo stile di scrittura e la visione soggettiva che caratterizza le autrici, rendono ogni racconto una sorta di diario personale estremamente attuale: nell’accostarsi all’opera, lo spettatore può “sbirciare” dentro l’intimità di queste donne, leggere frammenti di un’esistenza di gioie, speranze, dolori, solitudine, fantasie, seguire i fili individuali intrecciati a un percorso collettivo verso una maggiore libertà ed emancipazione.

Vuoi raccontarci anche come ha preso corpo la possibilità di portare questo lavoro a Madrid, lo scorso dicembre?
Nel febbraio 2017, sono stata invitata in residenza d’artista a Madrid, presso l’Istituto Italiano di Cultura. Il progetto denominato “L’arte che verrà” prevedeva – al termine della residenza – l’elaborazione di un progetto da esporre successivamente presso le sale di Palacio de Abrantes (sede dell’istituto). Ponendomi come obiettivo l’approfondimento della mia ricerca su materiali d’archivio diversi, sono riuscita localizzazione di luoghi dove poter recuperare tutto il necessario per sviluppare una nuova parte del progetto Secret Garden. Inoltre, grazie alla collaborazione dell’Istituto e del suo staff, ho avuto la possibilità di conoscere personaggi femminili legati al mondo della letteratura, della poesia, della musica e della cultura latina: è nata cosi la collaborazione con sette autrici che – da ottobre a dicembre 2018 – hanno reso Secret Garden l’installazione rappresentativa dell’Italia per la XIV Giornata del Contemporaneo.

In altri lavori tuoi, penso ad esempio a Les inconnues (qui) si riconoscono tasselli-chiave di una poetica limpida: la traccia del passato, la memoria portata nel futuro, la storia, il ritratto (che mi pare un filo rosso per te). Nell’opera plurale citata, “omaggio ad Anna Atkins e Constance Fox Talbot” hai dichiarato che si tratta di una tua personale interpretazione del concetto di “immagine latente”. Torna inoltre una centralità poetica del femminile ma anche ma anche “dell’immateriale che diventa visibile”; in effetti il titolo ispira quella direzione. In che modo hai lavorato a questo progetto?
Anna Atkins e Constance Fox Talbot, sono state le prime due donne che hanno realizzato fotografie e libri illustrati utilizzando immagini fotografiche.
Lo studio del loro lavoro mi ha dato la possibilità di approfondire la ricerca sulle prime tecniche di stampa.
Si tratta anche della mia personale riflessione sul concetto di “immagine latente”. Infatti, attraverso l’utilizzo di emulsioni fotosensibili, ed in assolute condizioni domestiche – quasi a voler ricreare le azioni che compivano queste artiste nel XIX secolo – ho voluto impressionare su lastra frammenti di immagini femminili, che assomigliano più alla materializzazione di un sogno che ad un ritratto fotografico vero e proprio. Il processo di stampa – in questo caso sali d’argento e calotipia – mi ha permesso di confrontarmi con l’elemento naturale, oltre che con quello casuale, facendo emergere la difficoltà e l’umanità del processo, che non possiede tra i suoi requisiti la precisione o l’assenza di difetto. Il concetto di tempo e la trasformazione da qualcosa di immateriale ad una forma visibile rimangono gli aspetti centrali del mio lavoro, e mi permettono di riflettere e dialogare costantemente con quelle che sono le qualità materiali del medium fotografico.

Se non stessimo parlando di fotografia potrei dire che questi siano tratti della scrittura, prima. Quale legame esiste, con le tue parole, tra le due arti?
Ci sono tantissimi esempi che si possono fare per rendersi conto di come la fotografia e la scrittura – pur cosi diversi – possono essere correlate. Prima tra tutte l’origine della parola, che in greco, significa scrivere con la luce e poi il concetto di tempo e di realtà che esse racchiudono: impressionare un istante, un contesto, significa lasciare che lo spettatore immagini tutto il resto e si lasci raccontare una storia, creando un immaginario che va oltre la realtà rappresentata…

Per Kochan (qui), invece, il tuo lavoro d’archivio è stato fondamentale al fine di creare l’opera; il tuo lavoro è legato ai materiali digitalizzati della New York Public Library. Com’è maturata l’idea dell’approccio a essi?
Kochan è una riflessione sul concetto di identità e volevo fosse paragonata a quello di viaggio.
Ho trascorso giorni interi tra carte geografiche, manoscritti e lettere. Ma è dalle mappe che sono stata attratta e, accompagnata dai loro segni e dalle loro tracce, ho deciso di affiancarle ad una serie di autoscatti. (altro…)

Parole nel transito, un dialogo sul silenzio. Franca Mancinelli e Giuseppe Martella

Odilon Redon, Il silenzio

 

Lo scambio che segue è frutto di un anno di parole con Franca Mancinelli (Fano, 1981). La sua prima raccolta si intitola Mala Kruna, uscita per Manni nel 2007, cui segue Pasta Madre, per l’editore Aragno, nel 2013. Il suo ultimo testo è Libretto di transito, uscito nel 2018 per Amos Edizioni.

 

Giuseppe Martella: Nel nostro primo incontro, a Roma, credo tre anni fa ormai, o forse quattro mi parlavi degli ultimi passaggi di Pasta madre, la tua seconda raccolta di poesia, passaggi preliminari alla pubblicazione: mi descrivevi un pavimento con sopra tutte quante le poesie stese una accanto all’altra. Questo, se ricordo bene, perché volevi vedere come respirassero tra loro, se s’incontrassero in un respiro comune. A distanza di tempo, pubblichi una raccolta di prose brevi (di prose liriche) per Amos Edizioni, e lo intitoli Libretto di transito. Che orizzonte di senso ti sei ritrovata in queste prose? E da quale tipo di silenzio sono state precedute?

Franca Mancinelli: La costruzione di un libro ha a che fare con l’architettura e per questo ha bisogno di fondamenta salde. Mi siedo sul pavimento e inizio a comporre delle sequenze spostando i fogli, fino a che sento che si è creato uno spazio abitabile. Non posso vivere in un luogo buio, per questo nelle pareti apro delle finestre o porte finestre. Sono le pagine bianche che scandiscono il libro, lo spazio da cui ascolto, aspetto. Nella casa c’è molto spazio vuoto. Per gli ospiti. E per gli insetti.
Quando il lavoro è finito, è tempo di andare. Lasciare la casa a chi, passando, si sporgerà sulla soglia, sosterà nelle stanze, bivaccherà una notte o si fermerà più a lungo. Come uscire da un luogo che abbiamo creato con il nostro respiro? Da Pasta madre sono uscita lentamente e non so se il trasloco sia avvenuto del tutto. Sicuramente là dentro ho lasciato molto di ciò che mi appartiene. Il silenzio trascorso, da Pasta madre a Libretto di transito, potrebbe comporre alcuni libri di pagine bianche. Pensando alla tua domanda, credo tuttavia che l’orizzonte di senso non sia mutato. È la stessa attesa di un passaggio, di una metamorfosi… entrambi i libri si aprono e chiudono in un sonno che è ritorno e movimento verso una trasformazione.

GM: Il libro come una casa, come uno spazio di silenzio che accoglie. Un silenzio abitabile… Eppure mi sembra che questo silenzio abitabile sia la sola garanzia per la parola. Il silenzio tra le note, più che il silenzio delle note (ha scritto e detto Krishnamurti) è comunque l’aspetto che ora mi interessa di più della composizione. Per usare una espressione di Brian Eno, presa da una delle sue Strategie Oblique: la transizione tra le sezioni, più che le sezioni stesse. I tuoi primi libri sembrano ora riconfigurarsi come uno spazio di silenzio, e di ascolto, che si configura come uno spazio di transizione. Qualcosa di simile mi era stato fatto notare in merito a Nel centro della regola. Quando ero alla presentazione di questo mio primo (e inaspettato, quasi non voluto mi ridico ora) libro di poesie, un caro amico mi fece notare l’alta frequenza della parola: infanzia. Una condizione che durante la stesura dei testi non ho vissuto su un piano personale, o peggio ancora autobiografico. Direi, piuttosto, ad un livello cognitivo. Se non proprio esistenziale. È dal silenzio, e dal buio, del Caos e dell’Erebo che nasce la prima luce, o Dioniso. È attraverso il silenzio di una ninfa che la Natura parla, rendendoci tollerabile la sua terribilità. Un po’ come il canto delle Sirene. Un canto privo di parole, prelogico.

FM: Mi è molto vicino quello che dici. C’è un senso che ci raggiunge attraverso il ritmo e la materia stessa della lingua, prima ancora di cristallizzarsi in un significato. Quell’onda sonora che viene e torna nel silenzio, attraversa le parole e le fa vibrare schiudendo i semi di significato seminati nei secoli, tenuti in vita dalle bocche che li hanno pronunciati. Questo sentimento della lingua come materia viva che ci viene trasmessa, e che dobbiamo accogliere con la nostra attenzione e restituire in dono, era molto presente in me quando scrivevo Pasta madre. Era un’esperienza inconsapevole che stavo facendo, come affondando istintivamente in uno strato profondo della lingua in cui sono presenti, allo stato germinale, tante possibilità di vita e di significato che poi prenderanno forma, nel momento in cui vengono riconosciute e accolte. Credo che la parola poetica stia tutta in questa possibilità di attingere alla materia generatrice che è nella lingua. Sta lì quello che Florenskij chiama Il valore magico della parola, la nostra possibilità di entrare in contatto con una forza capace di modificare noi stessi e la realtà. È questa fede arcaica e infantile che ogni voce poetica, in modo più o meno consapevole, mantiene viva.

GM: Poesia e magia, intitolava Anita Seppilli in un libro più che capitale… La forza della parola, della parola intesa come simbolo, prima struttura di significazione che è in grado di intervenire sulla realtà perché ne modifica la percezione. A una menade “bastava” il ritmo di un tamburello, e di un flauto, per uscire da sé e trovare la comunione con il dio. Una fede arcaica e stranamente infantile. Scrivo stranamente, perché l’infanzia è l’età in cui non c’è ancora parola, una età in cui non c’è ancora distinzione tra soggetto e oggetto: estasi semmai, che nasce prima dell’estetica. Eppure mi rimane l’impressione che il grande assente sia questo orizzonte di silenzio, di attesa cresce quando la parola, prima di essere espressa, abbia ancora e comunque bisogno di inabissarsi.

FM: La forza creatrice della parola credo sia data proprio da ciò che la precede. Quanto più ha potuto, come tu dici, inabissarsi e farsi ricettacolo di esperienza e di sentire, tanto più potrà, una volta affiorata, riverberare significato. Perciò bisogna lasciare che le parole dimorino nel nostro corpo, si accordino al ritmo del nostro respiro, prima di dare loro voce e di trasferirle sulla pagina. Quando, con il tempo, torneremo a leggere, riconosceremo il bagliore di qualcosa che è stato in noi e più grande di noi. Diversamente, quello che accade, è una riproduzione di segni, una decorazione del bianco. Invece di dare corpo e di portare alla vita, ci si lascia distrarre, e condurre nel circolo chiuso che produce altre scorie di quella parte di noi che cerca soltanto specchi.

© Giuseppe Martella

proSabato: Natalia Ginzburg, Con quale sguardo. Intervista (1981)

immagine tratta dalla rivista

a cura di Maria Maffei

Una intervista confessione di Natalia Ginzburg: «…non ho né pubblicato, né scritto più, perché non sapevo con quale sguardo volevo vedere il mondo, se di uomo o di donna»

Signora Ginzburg, perché non scrive più sui giornali?
Ho scritto abbastanza regolarmente sui giornali per una decina d’anni; mi piaceva; ho smesso di colpo per ragioni diverse: anzitutto avevo ansia perché temevo sempre di non consegnare l’articolo in tempo e a un certo punto quest’ansia mi sembrava troppo logorante. Poi ancora: scrivere sui giornali è come uscire alla luce del giorno, lo stanca la luce, la polvere, il rumore: vorrebbe uscire solo di notte. Scrivere per sé è uscire di notte, scrivere per i giornali è uscire di giorno; dipende dal rapporto che abbiamo con il buio e con la luce. È evidente che anche quando uno scrive per sé, non scrive solo per sé ma anche per gli altri: cerca però con gli altri un rapporto notturno, segreto, silenzioso. M’è sembrato che, per un periodo, non volevo tutta quella luce; ma forse un giorno o l’altro, riprenderò quel modo di scrivere, perché mi piaceva.

Il suo ultimo libro, Famiglia, è uscito nel 1977. Come mai dopo non ha più pubblicato niente?
Famiglia è un piccolo libro formato da due lunghi racconti. Quello che porta il titolo Famiglia l’ho scritto per secondo. È l’ultima cosa intiera che ho scritto. In quel racconto il protagonista è un uomo. Non l’avevo mai fatto; in tutto ciò che ho scritto in precedenza, il protagonista vero è sempre una donna: di una donna è l’occhio che guarda il mondo. In verità non ho né pubblicato, né scritto più, perché non sapevo con quale sguardo volevo vedere il mondo, se di donna o di uomo. Io però ho sempre scritto poco: pochi racconti o romanzi, voglio dire: mi sono accorta che, in genere, fra un romanzo e l’altro, lascio passare circa sei anni. Questo non per una volontà o una determinazione: ma perché, per un lungo periodo, non ho niente da raccontare; i ponti che mi portano verso le narrazioni sono rotti.

Lei una volta ha detto: si scrive quando si ha qualcosa da dire. C’è qualcosa che avrebbe voluto dire e non ha detto e del cui silenzio si è poi rammaricata?
Io soprattutto avrei voluto essere una persona diversa, che non mi è riuscito di essere. Avrei voluto capire e sapere più cose. È questo che rimpiango. Ormai mi rendo conto che quello che sono, sono: non mi riuscirà mai di avere un bel modo di ragionare sottile, lucido e solido. Per molto tempo, speravo di arrivarci una volta o l’altra; ma a un certo punto ho capito che non ci arrivavo. Quando cerco di ragionare su qualcosa, sento la debolezza, la confusione, la miseria del mio pensiero.

È d’accordo con lo slogan «donna è bello»?
Non credo che essere una donna sia bello; credo che non sia né bello né brutto, assolutamente come essere un uomo. Oppure, se si vuole, è bruttissimo e bellissimo insieme. Il vivere è così. Ma in queste parole «donna è bello» c’è dell’orgoglio razziale. L’orgoglio razziale io lo trovo sempre orribile. Il razzismo è orribile in qualunque forma appaia. Dire «donna è bello» include una discriminazione, una separazione. Bisogna cercare l’uguaglianza e non la separazione. Giusto e sacrosanto è battersi perché le donne siano libere, e socialmente uguali agli uomini. Trovo però orribile il femminismo quando si configura come razzismo. Non è forse orribile tutto quello che è razziale? (altro…)

proSabato: Sotto il segno di Saturno. Intervista a Susan Sontag (P. Decina Lombardi)

© Lynn Gilbert

Caparbia, vitale, corposa, e non solo d’aspetto. Susan Sontag è una donna che sprizza un gran desiderio, una grande “voglia” di pienezza. Lo dice la sua attività assai varia, segno di molta curiosità e di molti interessi, e lo rivela la sua conversazione. I punti di riferimento di una scarna biografia potrebbero essere lo studio, l’impegno civile, i viaggi, tutte cose che convergono nella sua scrittura. Nata a New York, laureata in filosofia ad Harvard, specializzata a Oxford e alla Sorbona, è critico d’arte, regista teatrale e cinematografica (Duet for Cannibals), ha scritto numerosi saggi (Contro l’interpretazione; Interpretazioni tendenziose; Sulla fotografia; La malattia come metafora); romanzi e racconti (Il benefattore; Kit della morte; Io, eccetera). È considerata una teorica del Movimento di liberazione della donna e della opposizione radicale americana. Insomma, a quarantanove anni, è una delle figure femminili più significative per l’attenzione, lo spirito critico graffiante e la volontà di interpretazione con cui ha affrontato problemi e fenomeni del nostro tempo.
Accanto alla lettura di autori a lei particolarmente cari, quali Artaud e Benjamin, accanto ai numerosi riferimenti letterari, da Nietzsche a Bataille, da Rimbaud a Sade, da Cioran a Duchamp, Sontag ha affrontato nei suoi saggi temi quali la pornografia e l’invecchiamento, il cinema di Godard e quello di Bergman, l’importanza dell’immagine fotografica nel mondo contemporaneo, e l’uso metaforico della malattia: e la mitologia del cancro che rischia, con la colpevolizzazione del malato, di rendere meno reale la malattia. E ancora, troviamo nella sua opera reportages (su Cuba e il Vietnam, la Svezia e la Cina) e riflessioni sulle politiche del Movimento di liberazione femminile.
A caratterizzare questi testi, di testimonianza e riflessione, è la verve polemica, l’impegno morale e, ripeto, una tenace quanto irrefrenabile voglia di decifrare miti ed eventi contemporanei. Le è stata rimproverata l’esilità delle sue analisi teoriche, ma le sue argomentazioni sono sempre sostenute da un poderoso bagaglio di strumenti critici e, soprattutto, da una grande intuizione che a volte, a posteriori, appare profetica.
Un anno fa Susan Sontag ha curato la regia di Come tu mi vuoi interpretata da Adriana Asti e rappresentata in varie città italiane. Questa sua prima regia teatrale l’aveva contrassegnata con una cifra a lei cara: la fotografia. Alla commedia di Pirandello aveva aggiunto un prologo e un epilogo in cui la presenza dell’apparecchio fotografico aveva la funzione simbolica di carpire una testimonianza. Anzi, nella scena finale, l’Ignota era focalizzata in un riquadro, come nell’obiettivo, e sotto il lampo del magnesio la macchina fotografica la fissava, come frammento, prima di riconsegnarla al buio, al silenzio dal quale era uscita per incarnarsi, durante una breve pausa spazio-temporale, in un personaggio da commedia.
Un modo, questo, di sottolineare la frammentarietà dell’esperienza che, seppure con effetti diversi, sia la fotografia che la scrittura catturano e fissano.
L’attitudine alla “cattura”, incontrando la Sontag. mi è sembrata un dato essenziale del suo temperamento e della sua ricchezza interiore. Voglio dire che la sua è una voracità di fare ma anche di capire, afferrare in profondità l’esperienza vissuta. E l’esclamazione dell’eroina di Come tu mi vuoi: “Essere? Essere è farsi”, sembra proprio la sua parola d’ordine.
“Le fotografie forniscono testimonianze…, sono incitamenti al fantasticare…, ma sono anche un potente strumento per spersonalizzare il nostro rapporto col mondo, e la loro conseguenza principale è quella di trasformarlo in un grande magazzino, o in un museo senza pareti, dove ogni soggetto è degradato ad articolo di consumo e promosso ad oggetto di ammirazione estetica”.
Tali concetti, espressi nel libro sulla fotografia, li ritroviamo sviluppati in due dei sette testi della raccolta che sta per uscire da Einaudi col titolo Sotto il segno di Saturno (Under sign of Saturn, saggi scritti tra il ’72 e l’80). Alcuni ritratti fotografici di Walter Benjamin, in cui lo scrittore compare ad occhi bassi e con un’espressione di cupa malinconia, la “Saturnine acedia”, sono lo spunto per ricostruire un carattere e ripercorrere le tappe di un percorso interiore attraverso gli autori prediletti (Proust, Kafka, Baudelaire, Kraus, Goethe).
SS Regalia, un libretto che riproduce uniformi e accessori delle SS e The last of Nuba. un’elegante e accuratissima pubblicazione di fotografie di Leni Riefenstahl, sono invece l’occasione per riflettere su una moda che riabilita “subdolamente” l’erotismo del nazismo. In Fascinating fascism (1975) Sontag lancia infatti un allarme contro quanti, intellettuali e non, quasi inavvertitamente si lasciano conquistare da una tendenza contemporanea ad un’estetica fondata su un’idea di bellezza come purezza, salute, forza fisica. L’esaltazione delle fotografie della Riefenstahl è pericolosa — dice l’autrice — perché i criteri con cui questa artista oggi fotografa i Nuba, una popolazione sudanese dedita al culto della propria bellezza, alla cerimonia e al rituale della lotta, sono gli stessi con cui un tempo, appoggiata e privilegiata dal regime nazista, filmava gli atleti di Olympia (durante le Olimpiadi di Berlino nel 1936) o gli abitanti de La Montagna, pura, rispetto alla valle corrotta, o, ancora peggio, filmava in Trionfo della volontà, l’adesione delle masse al regime di Hitler. La sua posizione non è cambiata, oggi come allora infatti afferma: “Io sono spontaneamente attratta da ogni cosa che sia bella. Bellezza, armonia… Invece ciò che è semplicemente realistico, ordinario, quotidiano e spaccato di vita, non mi interessa”.
I films e le fotografie di Leni Riefenstahl, secondo Sontag, trovano un pubblico perché hanno una loro forza, un contenuto che prende terreno nell’odierno ideale romantico che si esprime in varie forme del dissenso culturale e della propaganda verso nuove forme di aggregazione quali la neo cultura rock, l’antipsichiatria, l’interesse verso il Terzo mondo e il fascino dell’occulto.
La gente, aggiunge Sontag, ama la Riefenstahl per la bellezza formale della sua opera, senza capire il significato del suo lavoro, e la sua idea dell’arte. Alle femministe può anche dispiacere dover sacrificare una donna che ha fatto dei films che tutti ritengono di prima qualità, ma la sua riabilitazione in definitiva è una menzogna. Eccessivo spirito polemico o intuizione, presentimento, di un fenomeno strisciante e pericoloso?
Un manifesto femminista del New York Film Festival del 1973. organizzato da una nota artista che è anche una femminista, rappresentava una bambola bionda il cui seno destro era al centro di un cerchio formato da tre nomi: Agnes Leni Shirley (Varda, Rienfenstahl, Clarce). Oggi la pubblicazione di questo saggio di Sontag, molto più ricco di argomentazioni rispetto al passato, susciterà discussioni e polemiche, o almeno motivi di riflessione? È auspicabile. Per quanto riguarda l’altro versante della scrittura di Susan, lascio parlare lei. (altro…)

“Cuore, maestro di poesia”. Adele Cambria intervista Amelia Rosselli

Intervista alla poetessa Amelia Rosselli vincitrice del premio «Pier Paolo Pasolini»

di Adele Cambria

..«…Ha due grandi occhi azzurri, capelli biondi (molti), un naso che appartiene alla famiglia delle patatine… Il primo giorno sono stato realmente indeciso se chiamarla Amelia: mi pareva di sentirla, la zia Gi, dire tra sé: ma con che coraggio hanno dato a questa pupa il nome di una nonna così bellina, fine e perfetta?».
..Insomma, Carlo Rosselli non trovava abbastanza «bella» la bambina che gli era appena nata, il 28 marzo 1930, nell’esilio di Parigi, per farle portare lo stesso nome di sua madre. Amelia: profondamente affascinato com’era stato sempre (e con lui il fratello minore, Nello) da quella figura di donna. Amelia Pincherle Rosselli, che aveva cresciuto, da sola, i figli, in un clima di insolita (per quei tempi, per quell’Italietta) ricchezza di fermenti culturali e politici, educandoli al gusto irrinunciabile, e tuttavia severo, della libertà e preparando quindi il terreno del loro antifascismo davvero militante, dove i due fratelli, Carlo e Nello, avrebbero poi trovato insieme la morte, a Bagnoles de Lorne, il 9 giugno 1937, per mano di una banda di sicarii francesi di Musslini.

..Se nella vita della bambina che nasceva allora, in quella primavera parigina di un esilio già inquinato ma ancora addolcito dagli agi e soprattutto, dalla possibilità di coltivare antichi e nuovi legami di tenerezza (l’amore di Carlo per la moglie, la fragilissima inglese Marion Cawe, l’idolatria per la madre rimasta a Firenze, l’allegria, per l’appunto, di una nascita, quella di Amelia, che seguiva di poco più di un anno l’altra del primogenito John, detto il Mirtillino), se dunque non ci fosse stato altro, nella vita di Amelia Rosselli − questa Amelia che noi conosciamo, che scrive poesie d’una bellezza lancinante, le più significative, dicono, del panorama della produzione poetica italiana di oggi − forse già l’ombra leggendaria della nonna avrebbe un poco schiacciato, premuto col sottile tremore dei confronti (sarò abbastanza bella? sarò abbastanza straordinaria, come lei, nonna Amelia?) sulla crescita di una personalità nuova, già segnata, fin dalla nascita, dell’affettuosa diffidenza del padre. (Il quale, tra l’altro, avrebbe preferito subito un altro maschio…).

..Comunque Amelia, detta, in famiglia, Melina, si conquistò presto anche l’amore di quel padre, con lucida intelligenza votato ad un destino d’eroe. E quando dovrà dividersi dai figli piccoli restati, per prudenza, in Italia, nella villa della nonna, a Frassine, Carlo scriverà a Melina: «E tu Melina ti ricordi i balletti e i bacini nel letto…? Quando tornerete, ora che avete imparato a parlare l’italiano… rideremo, salteremo, staremo ritti… sempre in italiano!»

Questa lingua italiana che Amelia ha dovuto conquistarsi poi, già adolescente, faticosamente, caparbiamente, e che costituisce, con la sua persistente «stranezza» − come una vena sempre di lingua straniera, inglese, francese, che lo percorre − uno dei fascini (del resto sapientemente amministrati da lei stessa, Amelia) della sua poesia.

..«Mia madre mi diceva sempre: ricordati che una ragazza deve possedere almeno un armadio grande, pieno di biancheria ordinata, profumata… Ho inseguito tutta la vita il sogno di un armadio…» Questa è una delle prime frasi − e mi è restata per sedici anni in testa − che Amelia Rosselli mi disse, quando la incontrai per la prima volta, nel 1965.

..E subito la sua esistenza rappresentò per me il segno rovesciato della mia: io fuggivo, o perlomeno ero fuggita a vent’anni, d tutto ciò che lei (ma quasi timidamente, chiedendo scusa per il disturbo) invece inseguiva: un armadio carico di biancheria ordinata, la sicurezza. La sua infanzia falciata dalla tragedia, lo sbarco di tutta la famiglia Rosselli in lutto negli Stati Uniti, dove Max Ascoli provvide anche agli studi dei ragazzi, e sempre questa sensazione, in lei, di non avere radici, il bisogno caparbio di reinventarsi una patria, l’Italia (i suoi due fratelli, invece, hanno rifiutato questa identificazione, per sempre: come portando rancore, e chi potrebbe non dar loro ragione? Per ciò che noi, dopo, abbiamo fatto del sacrificio dei Rosselli). A sedici anni, dunque, Amelia è tornata a vivere da sola in Italia, a Roma. La madre era morta di cuore in un ospedale di Londra, i beni di famiglia Rosselli quasi tutti esauriti, consumati nella lotta antifascista prima, nella sopravvivenza almeno fisica dei superstiti, dopo.

..Amelia vive oggi con due pensioni dello Stato italiano. Con la suprema eleganza delle persone per molti versi «fuori dal comune», mi mostra i due libretti intestati del Ministero del Tesoro, uno che le assegna una somma attualmente «rivalutata» (sic!) a centomila lire al mese, come «orfana di Carlo Rosselli», ed il secondo che gliene elargisce altre 40.000, «per benemerenza».

..«Pare che non si possano indicizzare», osserva con un lievissima ironia. «La prima pensione mi fu data per iniziativa di Saragat, nel 1966, ed era, mi sembra, di sessantamila lire al mese. Ora me l’hanno portata a centomila, ma di più pare che non sia possibile». (altro…)

Gianluca Garrapa, Intervista a Valerio Magrelli

Valerio Magrelli, Il commissario Magrelli, Einaudi, 2018

 

  1. Commissario Magrelli, ci dica, come mai, secondo lei, il suo omonimo autore, ha deciso di ingaggiare proprio un Commissario e vestire i suoi panni per scrivere questi versi? Forse la risposta è in questi versi della prima poesia?

 “Visto che tutti i libri
hanno ormai un commissario,
mi faccio commissario
della poesia […]”

o esiste una ragione più profonda nel fatto di voler scegliere la forma poetica per mettersi “sulle tracce dei misfatti / che restano impuniti a questo mondo […]”: cosa ci risponde?

Tempo fa rimasi sorpreso da una frase di Edoardo Sanguineti che diceva più o meno: la poesia nasce dall’antipatia. Nulla come questo libro potrebbe dimostrarlo. Già anni addietro composi un Haiku intitolato Contro l’abuso di Haiku. Ebbene, Il commissario Magrelli nasce proprio da una forma di profonda insofferenza verso la “giallizzazione” della letteratura, un disturbo che raggiunse il suo culmine quando a Parigi, in un Salone del libro dedicato al nostro paese, “Le Monde” uscì con quattro pagine esclusivamente dedicate al noir italiano, senza nemmeno menzionare il nome di Mario Luzi, ospite della rassegna (per chi non lo sapesse, sto parlando di un poeta). Da quel momento, un po’ scherzando, un po’ meno, è nato questo libro.

 

  1. Leggendo i casi e i misfatti versificati nel libro, non ho potuto fare a meno di notare un registro colloquiale e elegante, il verso libero e una struttura poetica che è lontana dalla lirica che racconta di un io. Il suo autore omonimo, come ha ben notato lei, anche se lei non legge,

“Il commissario non legge, ma una volta
trovò questa poesia
(divertente, diceva – l’autore
si chiama come me), […]”,

il suo autore omonimo, dicevo, sembra uno di quei poeti antichi che raccontavano le gesta di eroi che tutti ben conoscevano e, ahinoi, pure sappiamo la cronaca che la televisione ci propina tutti i giorni, e dunque questa è poesia del quotidiano, ma non dell’effimero, poiché, scrive sempre il suo autore in esergo, la citazione è di Hugo Ball, ma lei non legge e non sa chi sia Hugo Ball (era un poeta, scrittore e regista teatrale dadaista): “Tutto funziona, solo l’uomo no”, e questa è una verità universale e trans-temporale. Ma ci dica: perché, molto spesso, le cronache poi dimenticano le vittime? E il suo autore omonimo come risponderebbe a questa grave mancanza?

Il fatto che esistano addirittura delle trasmissioni televisive dedicate a scavare nella psiche dei colpevoli, la dice lunga su questa anomalia. Che poi sia il servizio pubblico ad assecondarla, la dice lunga su cosa si intenda oggi per “servizio”, e cosa per “pubblico”. Quanto a me, ho scritto Il Commissario proprio per denunciare una malattia del genere – malattia, va da sé, che non ha nulla di interessante, in quanto dovuta solo e soltanto agli indici di ascolto, e dunque al solito ritornello delle vendite. Termino riportando una battuta del grande musicologo Massimo Mila, il quale ricordava come nessuno possa esimersi dal fermarsi per strada davanti a una rissa. Ebbene, la nostra tv non fa che provocare risse per attirare l’attenzione dello spettatore-consumatore-acquirente del mercato pubblicitario. Ciò spiega tale inconsulta, criminale predilezione per l’universo criminale. (altro…)