novecento

I poeti della domenica #164: Elio Pagliarani, La ragazza Carla (II)

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, prima edizione Mondadori 1962, ultima edizione Il Saggiatore, 2016

*

Quanto di morte noi circonda e quanto
tocca mutarne in vita per esistere
è diamante sul vetro, svolgimento
concreto d’uomo in storia che resiste
solo vivo scarnendosi al suo tempo
quando ristagna il ritmo e quando investe
lo stesso corpo umano a mutamento

Ma non basta comprendere per dare
empito al volto e farsene diritto:
non c’è risoluzione nel conflitto
storia esistenza fuori dell’amare
altri, anche se amore importi amare
lacrime, se precipiti in errore
o bruci in folle o guasti nel convitto
la vivanda, o sradichi dal fitto
pietà di noi e orgoglio con dolore.

I poeti della domenica #163: Elio Pagliarani, La Ragazza Carla (I)

Elio Pagliarani, La ragazza Carla, prima edizione Mondadori, 1962. Ultima edizione Il Saggiatore, 2016

*

1

Di là dal ponte della ferrovia
una traversa di viale Ripamonti
c’è la casa di Carla, di sua madre e di Angelo e Nerina.

Il ponte sta lì buono e sotto passano
treni carri vagoni frenatori e mandrie dei macelli
e sopra passa il tram, la filovia di fianco, la gente che cammina
i camion della frutta di Romagna.

::::::::::Chi c’è nato vicino a questi posti
::::::::::non gli passa neppure per la mente
::::::::::come è utile averci un’abitudine

::::::::::Le abitudini si fanno con la pelle
::::::::::così tutti ce l’hanno se hanno pelle

Ma c’è il momento che l’abitudine non tiene
chissà che cosa insiste nel circuito
::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::o fa contatto
:::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::::o prende la tangente

allora la burrasca
:::::::::::::::::::::::::periferica di terra,
il ponte se lo copre e spazza e qualcheduno
può cascar sotto
e i film che Carla non li può soffrire
un film di Jean Gabin può dire il vero
è forse il fischio e nebbia o il disperato
stridere di ferrame o il tuo cuore sorpreso, spaventato
il cuore impreparato, per esempio, a due mani
che piombano sul petto

:::::::::::::::::::::Solo pudore non è che la fa andare
:::::::::::::::::::::fuggitiva nei boschi di cemento
:::::::::::::::::::::o il contagio spinoso della mano.

proSabato: Maria Giacobbe, Adesso non solo dobbiamo mettere la divisa…

proSabato: Maria Giacobbe,
Adesso non solo dobbiamo mettere la divisa… 

Adesso non solo dobbiamo mettere la divisa, il sabato, ma anche le Piccole Italiane delle elementari dobbiamo andare andare all’adunata.
Sino a quest’anno io non c’ero mai andata e neppure sapevo bene di che cosa si trattasse, perciò non immaginavo che fosse una cosa tanto stupida e noiosa che non si capisce proprio che sugo ci sia a farla. Finite le lezioni torniamo a casa a mangiare, poi, alle due e mezza, ci dobbiamo di nuovo trovare nel cortile dietro la scuola, che si chiama palestra ma che in realtà è una specie di mondezzaio attraversato da due rigagnoli di acqua puzzolente.
Le maestre generalmente vengono in ritardo e intanto noi, se c’è sole, giochiamo a paradiso o ad acchiappare, ma questo va male perché siamo in troppe e ci diamo spintoni; se invece piove ci lasciano entrare nella palestra coperta dove nelle ore di scuola si distribuisce la refezione e li stiamo stretti, i maschi da una parte e le bambine dall’altra, e non si può fare altro che chiacchierare.
Quando le maestre arrivano ci dispongono in fila e fanno l’appello, poi si riuniscono in gruppo e parlano molto tra loro mentre le caposquadra badano che noi stiamo in ordine e in silenzio. Qualche volta le maestre, che hanno anche loro la divisa, ci fanno marciare e ci fanno fare il saluto al Duce.
Una volta sono venuti dei signori in divisa e uno, piccolissimo di statura ma che camminava dandosi molte arie con la testa rovesciata indietro e un cappello altissimo tutto ornato di uccelli d’oro, ha fatto un lungo discorso. A me dolevano le gambe perché eravamo in piedi già da molto e perciò non ho capito nulla di ciò che diceva, sentivo solo che gridava e che certe volte faceva delle pause così lunghe che si credeva proprio che avesse finito; invece ricominciava, gridando sempre più forte, e pareva che fosse molto adirato contro qualcuno. Alla fine del discorso una bambinetta di prima è andata a dargli un mazzo di fiori che lui ha subito restituito al direttore che era in piedi vicino a lui, sul palco, e un gruppo di Giovani Italiane delle magistrali ha cantato Giovinezza. Io ero così stanca che quasi non mi reggevo in piedi e ciò che desideravo di più era di potermi sedere, almeno per terra. Ma era proprio impossibile perché ero in prima fila.
Quando l’ho raccontato alla mamma non immaginavo che le avrebbe fatto tanta impressione, invece è diventata prima rossa poi pallida e ha detto, ma quasi sottovoce: − Maledetti! − ed è uscita in gran fretta dalla stanza senza darmi tempo di finire. Poco dopo ci ha chiamato su per dire il rosario, perché adesso lo diciamo tutti i giorni e diciamo anche molte altre preghiere. Ma io non riesco mai a pregare sino alla fine senza distrarmi […]

Le compagne dell’esame d’ammissione dicono sempre che se verranno bocciate non avranno mai più il coraggio di guardare in faccia i loro genitori e che scapperanno di casa o si getteranno nel pozzo; ma io so che non lo faranno e mi annoio molto e quasi mi vergogno a starle a sentire. Luisa invece ne ride e dice che non capiscono nulla; lei sa che deve morire presto e mi ha confidato che vuole divertirsi quanto può, tanto più che a casa sua è diventata la persona più importante e fanno di tutto per accontentarla: le hanno persino comprato moltissimi libri nuovi e il pianoforte anche se non sa suonarlo, e addirittura la mamma le domanda ogni giorno che cosa vuole mangiare. Le danno anche molti danari e lei va al cinema quasi tutti i giorni e si paga spesso la carrozza e attraversa la città nelle strade dove c’è più gente, con un sorriso un po’ cattivo, come se disprezzi tutti.
Quando la vedo, piccola piccola col viso quasi azzurro in mezzo ai cuscini della carrozza, con quei due grandi cavalli che trasportando lei sembrano diventare ancora più grandi, e quel sorrisetto di sfida, mi fa tanta pena che vorrei nascondermi. E in confronto a questo è niente il desiderio che avrei di parlare con lei di nuovo come parlavo prima; tanto più che adesso ho inventato una specie di gioco e tutte le cose che non posso dire agli altri mi immagino di dirle a Gian Luigi Massacciuccoli perché mi pare che lui debba capire parole chiare. Ma neanche quando mi immagino di parlare con Gian Luigi Massacciuccoli riesco a dimenticare Luisa e questa cosa che le sta capitando e che, insieme al cuore che le è diventato più grande, pare abbia fatto crescere in lei una specie di odio e di disprezzo per tutti gli altri nel mondo. Come se a tutti, per il fatto di essere malata, si senta superiore, e questo la renda ancora più infelice e cattiva.

© Maria Giacobbe, in Piccole cronache, Bari, Laterza, 1961.

Grazia Deledda, Dopo il divorzio

G. Deledda, Dopo il divorzio, Studio Garamond, euro 14,50

Dopo il divorzio esce per i tipi di Roux e Viarengo nel 1902. In quel momento, nell’Italia unita, si affronta per la prima volta in maniera tangibile la possibilità di una legge sul divorzio. Si erano già avute proposte (da parte dei deputati Morelli e Villa) intorno al 1880, ma è nel 1902 che il governo Zanardelli presenta un disegno di legge, poi affossato con 400 voti contrari e 13 favorevoli. Il disegno prevede la possibilità per una coppia di separarsi in caso di sevizie, adulterio, reclusione di uno dei coniugi (com’è il caso di questo libro) e altri reati. Le frange cattoliche si scagliano contro quelle liberali. Grazia Deledda, in quel momento a Roma, capta il dibattito tanto acceso e lo mutua in letteratura, sfiorando in maniera tangenziale l’adesione a questo o quel versante ideologico ma mettendo in scena nella piccola Orlei, cittadina sarda, l’accoglienza che questa novità ha nelle dinamiche sociali e nell’intimo degli uomini: possibilità e desiderio, legalità e peccato, sono parole di massima occorrenza e perni psicologici della narrazione.
Ora Dopo il divorzio esce di nuovo, seguendo filologicamente l’edizione del 1902. Il testo originale ha infatti una corposa storia a valle: nel 1905 la traduzione inglese vedrà, su suggerimento dell’editore newyorkese, un happy end, e un’altra stampa del 1920 vorrà piccoli rimaneggiamenti in base alla legislazione dell’epoca. Eppure non è solo sulla base di un dibattito su una legge che si impernia la vicenda di Giovanna e Costantino. Renato Marvaso, che ne cura l’introduzione, mette in luce i richiami cristologici dell’opera, a partire dal suo esergo, tratto da Luca, XVIII, 34: E dopo che lo avranno flagellato lo uccideranno… Ed essi nulla compresero di tutto questo. Il vero tema, rileva Marvaso, è quello del martirio, e basta seguire la sua ottima introduzione per guardare il romanzo ottimamente sotto questa luce. (altro…)

Ostri ritmi #10: Milan Jesih

Pa bom oglje

Nasilje pade, če ne umakne pogleda.
Metalurgija postane njegov postelj.

Čas je težak in včasih mi – kot nam vsem – zmanjkuje volje;
čas je takšen, da mi včasih zmanjkuje tudi možgan,
takrat se pribijejo na dan moje temačne strasti
in z njimi blodim križemkražem dolge ure dolgih noči.

Žalosten in sam, razbolelo nepotešen,
ranjen, predan, ognjevit, pa nerazumljen
poln Oriona in črnih fantazij,
takšen, da me je sreča srečna, ko naposled padem.

…..Allora sarò carbone

La violenza scema, se non distoglie lo sguardo.
La metallurgia diventa il suo giaciglio.

Il tempo è pesante e a volte a me − come a noi tutti − manca la voglia;
il tempo è tale, che a volte mi manca persino il cervello,
allora s’inchiodano nel giorno le mie passioni oscure
e con loro vago senza meta per lunghe ore di lunghe notti.

Solo e sconsolato, dolorosamente insoddisfatto,
ferito, devoto, ardente, ma incompreso
pieno di Orione e fantasie nere,
tale che la fortuna mi sorride quando alla fine cado.

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Nel ‘miele’ bruciante di Sandro Campani. Di Paolo Steffan

Nel «miele» bruciante di Sandro Campani
di © Paolo Steffan

Mi trovo qui a scrivere di uno dei più bei romanzi contemporanei che mi sia capitato di leggere in questi anni: è Il giro del miele di Sandro Campani (emiliano, classe 1974), una lettura estremamente facile, se pure questo sia anche un romanzo difficile. Vi è infatti, nella scrittura di Campani una capacità comunicativa che sa trasmettere il piacere e la leggibilità, l’ascoltabilità di qualcosa di lieve, semplice come una chiacchierata in dialetto davanti al camino, di notte, con una bottiglia di grappa sul tavolo. La sua prosa è familiare, pulita, sonora e per questo ascoltabile: perché vi è una encomiabile attenzione all’oralità, ma nella scrittura. E questo è un fattore di stile alto, di cui il tecnico si accorge, mentre il lettore appassionato può godere con l’innocenza che il critico ha perduto. Come quando si legge la grande poesia, Il giro del miele consente in numerose sue pieghe di considerare diversi piani di lettura, senza che questa sia preclusa al semplice fruitore di narrativa. Non occorre cercare a fondo, per spiegare cosa sto cercando di dire basta prendere lo splendido incipit:

«Stavo sognando il fuoco. Davanti ai miei occhi chiusi le fiamme s’erano trasformate in costruzioni dalla sagoma incostante, capanne dalle cui pareti vive si staccavano ogni tanto croste nere, poi bocche d’animali luminosi che mangiavano e scappavano nell’ombra.»¹

A chi di noi non è mai capitato di sognare il fuoco? O perlomeno queste impressioni chiaroscurali, magari influenzate semplicemente dai fosfeni, i puntini luminosi che sotto le palpebre si creano quando la sera spegniamo la luce? Questo è l’effetto che fa, credo, un primo livello di lettura dell’incipit. Poi sottentra la magia, che mescola realtà e finzione quando il dormiveglia fa diventare la luce realistica del camino, presso cui sediamo assieme al narratore interno, immagini realistiche nel sogno. Eppure, questo attacco lascia aperti anche altri livelli di lettura e, senz’altro, la chiave stilistica aiuta: infatti quel settenario, laconico e indelebile, che sancisce «Stavo sognando il fuoco» può lavorare fino a penetrare la natura originaria del Verbo, coinvolgendo un portato mistico che è alla radice dell’umano. E allora sovviene un altro settenario (certo, tale in traduzione), da porre all’inizio di ogni testo, sia esso letteratura o vita: «In principio era il Verbo» (Giovanni 1, 1). Ci accorgiamo così che fuoco e verbo possono essere la stessa cosa, se li intendiamo come lógos, come ragione e principio primo di ogni cosa, e dunque della narrazione, come per l’incipit per un romanzo, punto di incommensurabile peso specifico, che su tutto fa luce, se pure in modo ancora ombroso: «bocche di animali luminosi» ma «nell’ombra», così come in Giovanni 1, 4-5: «Egli era vita e la vita era luce per gli uomini. Quella luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta».

La lettura dell’incipit di Campani, la sua figurazione e interpretazione-base, come si diceva, sono facili, meglio ancora nel prosieguo del libro, quando la trama si chiarisce e quel fuoco si fa concreta azione cui il ricordo dei personaggi allude di continuo, fino al disvelamento. Ma un romanzo non può (sempre) essere solo trama; anzi, se la qualità dell’opera è consolidata, gli abissi possibili che si riparano sotto la pelle sottile del dire familiare stanno alla complessità di ciascun lettore, meglio se questi è un critico, ovvero colui che si pone in dialogo con un gruppo di lettori quale garante. (Proprio il critico, dunque, deve proporre motivati aspetti di precipuo valore, e lo deve fare con una scrittura che abbia a propria volta la bellezza di un’opera cui vale prestare attenzione: poiché, se manca il lavoro su una raffinata ‒ che non vuol assolutamente dire difficile ‒ prosa critica, allora è inutile riporre la propria fiducia in quel recensore.) Per tornare a noi, il testo di Campani è esemplare nel proporre una letteratura che, senza impoverirsi, si mostri elevata ma per sue doti intrinseche, senza pavoneggiamenti: collocata nella sincerità quotidiana del dire. È qualcosa che mi riavvicina ancora una volta alla poesia, in particolare a quella di Emilio Rentocchini, poeta di Sassuolo, località vicinissima all’Appennino del nostro narratore e citata come ambientazione, nei suoi dintorni più periferici, dentro Il giro del miele. Rentocchini ha scritto soprattutto in dialetto, in una di quelle infinite varietà locali che nella nostra penisola hanno rappresentato il dominio dell’oralità nei secoli. Eppure, nel dar forma scritta a questa oralità, egli si è dotato della misura dell’ottava, metro canonico, classicissimo e anche abusato della tradizione in lingua. Sicuramente l’ottava si presta alla cantabilità, alla trasmissione di storie, d’altronde è la misura eletta dell’epica nazionale. Ma forse anche per questo, si rischia di averne repulsione, di sentirla retorica, come lo sarebbe l’edificazione di un edificio in stile romanico-gotico negli anni Duemila: anche i massimi cultori di quelle forme ne capirebbero il cattivo gusto. La scelta del dialetto sposata all’ottava in Rentocchini ha invece qualcosa di cristallino e sublime: è l’incanto della scarpetta da principessa sul piede dell’umile sguattera Cenerentola! Qualcosa di affine succede alla prosa di Campani, quando davanti alla candida copertina einaudiana ci attendiamo un romanzo tutto tecnica, bello ma per palati fini, e invece troviamo la nostra giovinezza periferica, raccontata in una fredda notte appenninica, con coloriture regionali ‒ sempre lievi eppure così calde e onnipresenti, così cantabili ‒ in un intreccio di storie e di piani, complice l’astuto e difficilissimo (da rendere e mantenere, per lo scrittore) punto di vista, che non fa mancare la certezza di avere in mano la storia di un artista della narrazione. Dopotutto, in Europa, da quasi tremila anni, è sempre Odisseo che racconta ai Feaci le solite peripezie, con o senza l’ausilio della grappa, per cui la differenza la fa l’artista.

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Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale

Alessandra Trevisan, Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale (La Vita Felice 2016)

Della monografia su Goliarda Sapienza di Alessandra Trevisan va sottolineata l’illustrazione degli strumenti dell’indagine, già dall’apertura che ne dichiara il taglio, con un’importante precisazione anche riguardo ai temi che non saranno trattati e alle linee che non saranno seguite. Esporre, per così dire, la cassetta degli attrezzi di chi ricerca rappresenta ai miei occhi un merito importante e contribuisce a evidenziare ciò che con questa pubblicazione si è realmente verificato, vale a dire  un passaggio molto lucido dai miti alla coscienza, per ricorrere al titolo di un famoso testo critico di Carlo Salinari degli anni Settanta.

Ammettendo il criterio tematico, questa monografia intende proseguire il percorso qui riassunto, approfondendo alcune peculiarità dell’autrice, ma anche ponendo in evidenza numerose novità che concernono la sua opera. Il campo di lettura proposto dai Gender Studies, inoltre, – sebbene di riferimento – è risultato essere troppo circoscritto quando si parla di Sapienza […] Non si potrà fare a meno di parlare di sessualità, genere, maternità, etc., ma sarà più corretto tentare di fare esplodere questi temi andando oltre. Si sono infatti manifestate altre possibilità di indagine che esplorano, ad esempio, la plurivocità della scrittura dell’autrice in relazione ad altri temi e scritture coeve (e non solo) ma anche l’evidenziazione dello sconfinamento extra-genere presente nei suoi testi; si è resa specialmente possibile un’analisi nei confronti della “voce” come mezzo peculiare per esprimere una personalità letterariamente disgiunta e labile, ripetitiva, dedica all’ascolto e in particolare all’”autoascolto”; (p. 16).

Strettamente collegata alla questione – sulla quale si fa subito chiarezza, ed è questione di fondamentale importanza dinanzi al ‘tema’ Goliarda Sapienza, non di rado oggetto di squilibrate trasfigurazioni e altrettanto squilibrate minimizzazioni – del passaggio dai miti alla coscienza, è la storia della ricezione dell’opera tutta, o di parte dell’opera, di Goliarda Sapienza. Ebbene, come illustra Alessandra Trevisan, entrando nel dettaglio e non facendo mai mancare una corretta collocazione storica, si tratta di una ricezione spezzettata e discontinua,  che procede per apprezzamenti entusiastici, per silenzi, per clamorosi rifiuti, per lunghe fasi di oblio, per riscoperte postume e, come ben messo in evidenza nelle prime pagine del volume, per strumentalizzazioni. Vero è che «Goliarda Sapienza non è mai stata allineata alla cultura del suo tempo» (p. 17), ma quello che avvenne con le poesie di Ancestrale è paradigma – come sottolinea Alessandra Trevisan richiamandosi a quanto dichiarato in precedenza al proposito da Fabio Michieli – di troppo frequenti chiusure, incomprensioni e sostanziale immaturità dinanzi a manifestazioni di poesia, come quella di Goliarda Sapienza, che ritengo, come ebbi a scrivere qualche anno fa, vera nella storia, arma di difesa e sensibilissima intercettatrice, accecante e rivelatrice quando sceglie di essere lapidaria, con richiami nitidi a tutti i sensi, sempre, sia quando percorre con coraggio e strazio le macerie, sia quando disegna il futuro partendo dal passato fissato in una foto antica, sia, infine quando si distende, sconfinando per passione,  verso la narrativa. Alessandra Trevisan racconta al proposito:

[…] le poesie circolarono in un ambiente ristretto e a leggerle oltre alla Banti e a Longhi (su invito del critico Niccolò Gallo), furono il giovane Cesare Garboli e Attilio Bertolucci che le apprezzarono, mentre Mario Alicata, all’opposto, le rifiutò, decretandone una stroncatura definitiva dell’opera. Ancora una volta Sapienza non fu accettata dall’entourage di Maselli a causa del mancato impegno politico e di un ripiegamento in un privato-pubblico borghese; (p. 134).

Amaro dover constatare che a Goliarda Sapienza è mancato in Italia quello che in Austria ebbe Christine Lavant: un Thomas Bernhard che, probabilmente proprio dal suo vigoroso “non allineamento” con conterranei e coevi, seppe apprezzare, scegliere e far conoscere una voce poetica così vicina a quella di Goliarda, anche per ciò che riguarda l’aver esperito le dimensioni dell’esclusione e della reclusione (qui mi riferisco ai soggiorni in manicomio, anche se a Goliarda Sapienza toccò anche l’esperienza della reclusione in carcere).

In Goliarda Sapienza. Una voce intertestuale, Alessandra Trevisan individua proprio nella voce, un filo conduttore e “la” direttrice principale per una analisi approfondita dei testi nell’opera di Goliarda. Una voce che ha avuto uno sviluppo e un allenamento straordinari sul palcoscenico, a partire dagli «sforzi per abbandonare la cadenza sicula» (p. 118) fino alla elaborazione di una tecnica personale. Suonare la voce, scrivere la voce: Goliarda Sapienza si è messa alla prova anche come insegnante. Mi affascina pensare a Goliarda Sapienza come insegnante di recitazione. Ricordo un film del 1986 di Citto Maselli, Storia d’amore, che mi colpì molto quando lo vidi per la prima volta, con una giovanissima Valeria Golino nella parte della protagonista femminile, Bruna, una ragazza del sottoproletariato romano che ha la forza straordinaria, centrifuga e centripeta, di Goliarda Sapienza. Valeria Golino racconta in un’intervista di aver conosciuto Goliarda Sapienza proprio durante le riprese del film. Dell’attività di Goliarda Sapienza come insegnante rende conto Alessandra Trevisan:

Alcune informazioni riguardanti l’esperienza di docente – anche con riferimento alle lezioni private date a Valeria Golino nel 1986 per Storia d’amore e nel 1990 a Nastassja Kinski per L’Alba (entrambi di Maselli) – si hanno nei saggi editi a cura di Giuliana Ortu, Lucia Cardone e Emma Gobbato. […] Sapienza rielabora una tecnica personale servendosi della letteratura di Yukio Mishima e della poesia di Mario Luzi, autori indicativi per lo studio delle pause e della lettura in metrica, quindi utili per allenare l’orecchio, organo dell’udito e dell’equilibrio; (pp. 117-118).

Le dimensioni di Goliarda, Goliarda insegnante, Goliarda scrittrice, Goliarda-personaggia e Goliarda-cinematografara, vengono prese in esame e collegate tra di loro attraverso la disamina dell’opera della scrittrice. È una disamina che individua percorsi di lettura, ad esempio, tra le poesie e i Taccuini, tra i quattro romanzi pubblicati in vita e le opere postume. Mi piace sottolineare qui il collegamento individuato tra il romanzo Il filo di mezzogiorno (1969) e il romanzo, apparso postumo, Io, Jean Gabin (2009). Un passo sostanzioso del volume di Alessandra Trevisan riguarda infatti il rapporto tra Sapienza e il personaggio Wozzeck nell’opera lirica di Alban Berg (Woyzeck nel dramma omonimo di Georg Büchner, scritto tra il 1836 e il 1837, con tre finali diversi e un impianto che anticipa in maniera sorprendente l’espressionismo). Alessandra Trevisan scrive, a ragione, che nel romanzo “psicanalitico” Il filo di mezzogiorno:

Wozzeck è la prima delle immedesimazioni maschili di Goliarda-personaggia in un soggetto maschile, cui seguirà – cronologicamente – quella con Gabin-padre»; (p. 132).

Mi sono chiesta, che cosa abbia significato per Goliarda Sapienza vestire i panni di Wozzeck, dare la sua voce, nella scrittura, alla voce di Wozzeck? Da questa domanda è scaturita l’intenzione di indagare ulteriormente i legami tra l’outsider Sapienza e l’outsider Büchner (attraverso la mediazione di Alban Berg). Questo è sicuramente uno degli ulteriori meriti della monografia di Alessandra Trevisan: individuare altre possibili piste di ricerca, istigare, per così dire, ad altre ricerche.

© Anna Maria Curci

 

I poeti della domenica #156: Piera Badoni, È subito detto un anno

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È subito detto un anno
ma un anno è fatto di mesi
e i mesi son fatti di giorni
e i giorni son lunghi da vivere
son faticosi da vivere
uno per uno
senza nemmeno un tuo segno
felicità, che pure esisti.

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da Felicità, che pure esisti [1948], ora in “Poesia”, n. 325, Aprile 2015

I poeti della domenica #155: Piera Badoni, Qui conosco le case…

Piera Badoni (Christa Moering, olio su tela, 1955; collezione privata)

Piera Badoni: particolare (Christa Moering, olio su tela, 1955; collezione privata)

Qui conosco le case ad una ad una,
ogni luce del giorno e della notte,
ogni curva dei monti ed ogni macchia,
i colori del cielo,
le nuvole di tutte le stagioni.
So dove sorge il sole e da che parte
solitamente si vede la luna.
Qui riconosco il vento che si leva
nelle notti d’inverno,
la pioggia nuova della primavera,
gli acquazzoni d’estate,
ogni rumore della mia città
e più noto di tutti, nella notte,
il martello che batte solitario
e mi rincuora più delle campane.

.

da Felicità, che pure esisti [1948], ora in “Poesia”, n. 325, Aprile 2015

I poeti della domenica #154: Alda Merini, Ogni mattina il mio stelo…

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avvrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

.

© da La Terra Santa [1984], ora in Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, Mondadori, 2010

I poeti della domenica #153: Daria Menicanti, Vento e vino

Vento e vino

Di nuovo il vento. In corsa via dal fondo
di via Tadino insaziabile snida
le foglie spente
e lettere e giornali
dando una vita di farfalla a cose
finite;
si insacca con un gemito
lungo le trasversali.
Rieccolo. Furtivo
come un amante rade alle pareti
di questa valle stretta
di pietre e vetrine
di lampade inquiete,
allarga fischiettando le persiane
che esclusero da poco
il buio vivo a manciata di stelle.

Poi quella forma tenera di vecchio
solo, ubriaco. Teso incontro al vento
con amicizia (ha trovato nei vini
l’esilio da se stesso)
cammina.
Ha un repertorio
di tre parole che ripete a breve
scadenza tra gli scoppi della voce.
Il giulivo paléo del suo discorso
gli rimbalza davanti di continuo
tra i muti applausi croscianti.
È un vecchio solo. Un felice.
.       Delle stanze
nel caldo buio dignitosi e tetri
noi, a gara coi respiri,
vigilando aspettiamo la luce.

novembre 1961

.

© da Città come [1964], ora in Daria Menicanti, Il concerto del grillo. L’opera poetica completa, Mimesis, 2013

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte
di © Paolo Steffan

Suicidio o incidente? Credo che sia quanto meno ozioso misurarsi con questa domanda, di fronte alla smisurata mole di considerazioni che di Primo Levi suscita la folta opera scritta. A trent’anni dalla sua morte, non si faccia l’errore che ricorre negli anniversari di Pasolini, di trasformare un momento in più per rileggere e riparlare del merito artistico e intellettuale in un chiacchierio aneddotico sulle circostanze vere o presunte della morte. Anche perché di Primo Levi è bene parlare nella vita, essendo che il suo percorso letterario di testimonianza, da un lato, e di ricerca narrativa e poetica, dall’altro, sempre compiute al più alto livello, ha il pregio di indagare l’uomo e la natura di cui è parte nei suoi aspetti più luminosi come in quelli più umbratili, senza mai prescindere dunque da una visione totalizzante sulla vita. La possibilità di chiedersi fin da subito ‒ siamo nel 1947 ‒ «se questo è un uomo» coglie l’occasione (anche in senso montaliano), nel rievocare precise memorie in chiave storica, e ammonitoria, di avviare una lunga riflessione sulla natura dell’essere uomini in questo mondo, con una capacità di indagine, oltre che di scrittura, che fa oggi sentire la sua presenza come forse la più totalizzante nel dopoguerra.

Mi servirò principalmente, in questa sede, di un capitolo tra i più straordinari della sua opera, ovvero Il sistema periodico (Einaudi, 1975), per sbozzolare alcuni appunti ancora tutti rannicchiati nella mia mente durante e a margine di letture tarde e sporadiche, ma costanti, dei suoi scritti.¹ Penso infatti che, alla domanda “Da quale suo libro mi consigli di cominciare?”, diversamente da Rigoni Stern che suggeriva La tregua,² suggerirei proprio Il sistema periodico; ritenendo d’altronde che la via concentrazionaria di avvicinamento a Levi, quanto meno in età scolare, vada a danno della ricezione stessa dell’autore sul lungo termine, nonché dello stesso fattore memoriale. Si rischia infatti di delegare la conoscenza di Levi scrittore a una parte, certo viscerale e non prescindibile, ma limitata delle sue potenzialità espresse, dando maggiore spicco al suo essere un sopravvissuto che non al suo essere scrittore. Ma dato che i due aspetti non sono scindibili, è nel comprenderne nel modo più esemplare (e Il sistema periodico è una narrazione di esemplare bellezza!) le qualità artistiche, che il fattore civile, antropologico, filosofico legato al Lager assume un rilievo e una centralità ineguagliabili, e indelebili.

Nelle pagine dei racconti che compongono il libro del 1975, che in realtà letto nell’insieme si configura come continuum, come originale romanzo autobiografico e di formazione (ponendosi a suo modo quale ponte stilistico tra i racconti raccolti nel ’71 in Vizio di forma e i romanzi progressivamente più compatti del ’78, La chiave a stella, e dell’82, Se non ora, quando?), non mancano le allusioni all’esperienza di Auschwitz, e l’autore vi si rapporta come a qualcosa di necessariamente già noto a chi legge, attraverso le opere testimoniali del ’47 e del ’63:

«Che io chimico, intento a scrivere qui le mie cose di chimico, abbia vissuto una stagione diversa, è stato raccontato altrove.

A distanza di trent’anni, mi riesce difficile ricostruire quale sorta di esemplare umano corrispondesse, nel novembre 1944, al mio nome, o meglio al mio numero 174517.»³

Così inizia il capitolo intitolato Cerio, ma già nel primo magnifico racconto, Argon, non mancava, pur essendo volto lo sguardo sulle proprie radici ebree-piemontesi, verso le tradizioni religiose e linguistiche vive fino al secolo precedente, un richiamo all’antisemitismo nazista («Ricordo qui per inciso che il vilipendio del manto di preghiera è antico come l’antisemitismo: con questi manti, sequestrati ai deportati, le SS facevano confezionare mutande, che venivano poi distribuite agli ebrei prigionieri nel Lager»), e così più oltre, in Cromo, la riflessione sulla vergogna di essere uomini dopo Auschwitz, nel raccontare ‒ in un interessante gioco intertestuale ‒ la genesi di Se questo è un uomo («Le cose viste e sofferte mi bruciavano dentro; mi sentivo più vicino ai morti che ai vivi, e colpevole di essere uomo, perché gli uomini avevano edificato Auschwitz, ed Auschwitz aveva ingoiato milioni di esseri umani, e molti miei amici, ed una donna che mi stava nel cuore»).4 Nel voltarsi indietro, non vi è mai «serena disperazione»5 negli autori cui il Lager ha condizionato il vissuto, eppure Levi non si esime dal dirci, in esergo al suo Sistema, che «è bello raccontare i guai passati», come se la sua saggia consapevolezza gli stesse consentendo quanto meno un ‘sorriso arcaico’ (penso a certe interpretazioni del volto dei kouroi) sulla parte di vita già trascorsa, il sorriso di chi sa qualcosa in più sulla vita, e non ne dispera, perché ha il dono dell’arte narrativa, il magistero degli aedi; e la sua Odissea, difatti, l’aveva già consegnata a Einaudi dodici anni prima, con titolo La tregua.

Proprio la prima edizione di questo libro ha un risvolto annotato da Italo Calvino, un autore che ci avrebbe lasciato quale testamento letterario le sue Lezioni americane (Garzanti, 1988) e, in particolare, la prima di queste: Leggerezza. Nell’introdurre le Lezioni, Calvino dichiara di aver cercato di «situarle nella prospettiva del nuovo millennio»,6 eppure nel suo spaziare amplissimo nella storia letteraria mondiale, egli sembra prescindere dal fattore temporale, proprio per la rapidità, esattezza, appunto leggerezza, con cui si muove in un mondo che, anche stratificato in millenni, ci appare vivo e presente. Ma se il passato è nient’altro che l’eterno presente della nostra memoria umana, resta sul piano cronologico l’insistenza sull’ignoto futuro, che Calvino sottolineava già nel titolo originale, Sei proposte per il prossimo millennio. E al prossimo millennio guardava, a suo modo e negli stessi anni, Primo Levi nel proprio testamento, quando redigeva la Conclusione de I sommersi e i salvati, rivolgendosi a noi, alle generazioni che avrebbero vissuto nel nuovo secolo, che ne avrebbero incarnato l’umanità. Non è certo una visione rasserenante, che si possa dire leggera, quella fornita da Levi:

«Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale e inaspettato, non previsto da nessuno. È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.»7

È l’altra faccia della leggerezza calviniana, la pesantezza dell’eredità di un secolo devastante, che non ha forse mai del tutto superato, con la maturità che doveva, il trauma conseguito alle leggi razziali. E forse, proprio l’auspicio lieve che Calvino si augura per il Duemila, almeno in letteratura, è in parte figlio del discorso leviano che vi fa da contraltare. (altro…)