novecento

I poeti della domenica #416: Ingeborg Bachmann, Estraneazione

 

Entfremdung

In den Bäumen kann ich keine Bäume mehr sehen.
Die Äste haben nicht die Blätter, die sie in den Wind halten.
Die Früchte sind süß, aber ohne Liebe.
Sie sättigen nicht einmal.
Was soll nur werden?
Vor meinen Augen flieht der Wald,
vor meinem Ohr schließen die Vögel den Mund,
für mich wird keine Wiese zum Bett.
Ich bin satt vor der Zeit
und hungre nach ihr.
Was soll nur werden?

Auf den Bergen werden nachts die Feuer brennen.
Soll ich mich aufmachen, mich allem wieder nähern?

Ich kann in keinem Weg mehr einen Weg sehen.

.

Estraneazione

Tra gli alberi non posso più vedere alberi.
I rami spogli di foglie, portate loro via dal vento.
I frutti sono dolci, ma senza amore.
Neanche saziano.
Dunque cosa accadrà?
Svanisce il bosco ai miei occhi,
non cantano più gli uccelli alle mie orecchie,
nessun prato si farà per me letto.
Sono sazia di tempo
e affamata di esso.
Dunque cosa accadrà?

Di notte sulle montagne bruciano fuochi.
Posso ricominciare, riavvicinarmi a tutto?

In nessun sentiero vedo più un sentiero.

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Ingeborg Bachmann da: Gedichte, 1945-1956. Traduzione inedita di © Viviana Fiorentino.
Prima pubblicazione in: Werke. Herausgegeben von Christine Koschel, Inge von Weidenbaum und Clemens Münster. Piper, München 1978.

I poeti della domenica #415: Ingeborg Bachmann, Corrente

 

Strömung

So weit im Leben und so nah am Tod,
daß ich mit niemand darum rechten kann,
reiß ich mir von der Erde meinen Teil;

dem stillen Ozean stoß ich den grünen Keil
mitten ins Herz und schwemm mich selber an.

Zinnvögel steigen auf und Zimtgeruch!
Mit meinem Mörder Zeit bin ich allein.
In Rausch und Bläue puppen wir uns ein.

.

Corrente

Già avanti nella vita e vicina
alla morte, non ne parlo a nessuno,
strappo alla terra una parte di me:

sbatto il verde cuneo dritto nel cuore
del calmo oceano e mi inondo in me.

Uccelli di stagno si levano alti
e odore di cannella!

Sola con il mio assassino tempo.
In ebbrezza e azzurro noi imbozzolati.
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Ingeborg Bachmann da Gedichte, 1957-1961; traduzione inedita di © Viviana Fiorentino.
Prima pubblicazione in: Hörfunkaufnahme des SDR Stuttgart vom 19.06.1957.
Qui per ascoltare il testo letto dall’autrice.

proSabato: Tommaso Landolfi, Il bacio

 

Il notaio D., scapolo e non ancor vecchio ma maledettamente timido colle donne, spense la luce e si dispose a dormire; quando sentì qualcosa sulle labbra: come un soffio, o piuttosto come lo sfioramento di un’ala. Non ci badò più che tanto, poteva essere il vento delle coltri smosse oppure una farfallina notturna, e prese sonno subito. Ma la notte seguente avvertì la medesima sensazione, e anzi più distinta: invece di scivolar via, quel qualunque gravò un attimo sulle sue labbra. Alquanto stupito, se non allarmato, il notaio riaccese la luce e si guardò inutilmente intorno; poi scosse il capo e anche stavolta si addormentò, sebbene meno agevolmente. La terza notte, infine, il che fu ancor più sensibile e si dichiarò per il che che era: non correva dubbio, un bacio! Un bacio, si sarebbe detto, del buio stesso, quasi il buio si concentrasse per un momento sulla bocca del notaio. Il quale peraltro non la intendeva a questa maniera: un bacio è sempre un bacio e quantunque, quello, fosse un tantino arido e non umido e dolce come egli lo sognava, era sempre un dono del cielo. Probabilmente si trattava d’una proiezione dei suoi desideri segreti, di un’allucinazione insomma; e benvenuta. Turbato, deliziato e sbigottito, il nostro eroe rimase steso come un ciocco, nell’oscurità (da lui non a torto giudicata pronuba); ed ebbe, più tardi, il piacere di ricevere un nuovo bacio.
Di notte in notte i baci divennero più frequenti e più sostanziosi, benché al notaio non riuscisse tuttavia ritrovarvi o trovarvi alcun sapore di bocca femminile. E qui il notaio, checché gli consigliasse la sua antica ragione, fu preso dall’insana brama di evocare in qualche modo la creatura che glieli largiva: era stanco di abbrancare ogni volta l’aria, e un bacio presuppone bene una creatura che lo dia, o no? La quale potrà essere eterea e sottile quanto vuole, vi sarà pure una maniera per addensarla, da poterla stringere tra le braccia; Dio mio, non che egli avesse già perduto il senso di tutti i rapporti, sulle prime forse immaginava o si illudeva che la sua brama tornasse a quella di rendere più corposa la propria allucinazione; ma ben presto venne a non più dubitare della reale esistenza d’una baciatrice.
Tuttavia, guardando la cosa più davvicino, qual era poi la maniera per indurla a manifestarsi meno esclusivamente, per menarla a corporeità? Il notaio vide perfettamente che non disponeva, a tal uopo6, se non di mezzi psichici; per cui prese a concentrarsi, ogniqualvolta era baciato, a protendere la propria volontà e le proprie energie, quasi sforzandosi di captare nell’attimo una particola della inafferrabile creatura, del suo fluido o della sua sostanza; particole che, sommandosi, dovevano finire col dar luogo a un essere purchessia. A questa pratica aggiunse in seguito un’azione di generico suscitamento o sollecitamento dal buio. E davvero, fosse quello il metodo giusto o per diversi motivi, non andò molto che cominciò a raccogliere i frutti di tanti conati. (altro…)

Enallumini la nocte di Lucia Drudi Demby

for James Gabriele, 1975

Un ragazzo dormiva e qualcosa di molto bello entrò dentro di lui. Questa cosa molto bella era la musica e il ragazzo cercò da dove venisse.
Il ragazzo trovò una porta socchiusa.
Questa porta non era in una casa, era in mezzo alla campagna, ed era semplice e bella e chiara e dorata, e stava ritta da sola senza mura di casa che la sostenessero, stava in piedi sotto la luna piena come una quinta.
Il ragazzo spinse la porta socchiusa ed entrò, a piedi scalzi, un po’ ansante, e dietro la porta c’era la musica, che era un grande armonium, e una donna molto bella stava suonando, e la musica era così forte e bella che il ragazzo cadde in ginocchio e si chiuse gli occhi, si chiuse gli orecchi, piangendo, e quando il ragazzo riaprì gli occhi e gli orecchi non c’era più nulla, nella campagna. Non c’era più nemmeno la porta, c’era solo la campagna, e il ragazzo corse in tutte le direzioni in cerca della porta, in cerca della donna, in cerca dell’armonium, che era la musica, ma non la ritrovava più.
Il ragazzo corse nella città ricca, nella città povera, in cerca del suo armonium.
Il ragazzo entrò in una grande sala, con tanti strumenti di musica, e anche un armonium, ma non era il suo armonium.
Il ragazzo entrò in una chiesa, e c’era un armonium, ma non era il suo armonium.
Il ragazzo entrò in una bottega, e c’era un armonium, e forse era il suo armonium.
«Quanto costa quest’armonium?»
«Settanta volte sette più di quanto pensi tu. Noi puoi comprarlo».
«Lavorerò settanta volte sette più di quanto posso. Lo comprerò».
La donna molto bella piangeva, nella casa sul mare.
«Non piangere» disse il ragazzo. «Lavorerò e comprerò l’armonium».
Il ragazzo lavorò e lavorò. Ma più lavorava e meno lo pagavano.
«Io lavoro per comprare l’armonium. Ma se non mangio non posso lavorare».
«Tu mangi per mangiare, tu mangi per mangiare».
«Io mangio per dormire, se non dormo non posso lavorare, se non lavoro non posso comprare l’armonium».
«Tu dormi per dormire, tu dormi per dormire».
«E allora io non dormo».
«E allora non hai più senno, non puoi mangiare».
«E allora io non mangio».
«E allora non hai più forza, non puoi lavorare».
«E allora io non lavoro».
«E allora non puoi comprare l’armonium».
«E allora io piango e grido e corro e cado e mi ferisco e muoio».
«E allora sei morto e l’armonium non c’è».
E il ragazzo fu morto e l’armonium non ci fu.
Il ragazzo dormì per dormire. Mangiò per mangiare. Lavorò per lavorare. Qualcosa di molto bello entrò dentro di lui.
Questa cosa molto bella era la musica.
Il ragazzo si guardò intorno e vide la porta socchiusa, che stava in piedi da sola, e dietro c’era la musica, un grande armonium.
Il ragazzo cercò di rapire l’armonium, ma l’armonium divenne pesante, così pesante che non si poteva nemmeno spostarlo di un miliardesimo di millimetro, e intorno era diventato tutto sottobosco.
Il bambino chiamò i bambini ladri, chiamò i bambini mangioni, chiamò i bambini del bordello, chiamò i bambini operai.
I bambini erano grappoli, i bambini trascinarono l’armonium e lo cavalcarono.
«Così lo sciupate, così l’uccidete, è l’armonium mio».
Il ragazzo battagliò con i bambini e i bambini lo uccisero.
Il ragazzo dormì e qualcosa di molto bello entrò dentro di lui.
Questa cosa molto bella era la musica, e il ragazzo seppe da dove veniva. Veniva da dentro di lui, e lui era il suo armonium, e c’erano rondini e maggiolini e farfalle e moscerini, fra le sue canne che suonavano, in mezzo alla campagna.

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in Il pozzo segreto. Cinquanta scrittrici italiane, a cura di M. R. Cutrufelli, R. Guacci, M. Rusconi, Firenze, Giunti, 1993

I poeti della domenica #414: Mario Luzi, Diana, risveglio

 

DIANA, RISVEGLIO

Il vento sparso luccica tra i fumi
della pianura, il monte ride raro
illuminandosi, escono barlumi
dall’acqua, quale messaggio più caro?

È tempo di levarsi su, di vivere
puramente. Ecco vola negli specchi
un sorriso, sui vetri aperti un brivido,
torna un suono a confondere gli orecchi.

E tu ilare accorri a contraddirci
in un tratto la morte. Così quando
s’apre una porta irrompono felici
i colori, esce il buio di rimando

a dissolversi. Nascono liete immagini,
filtra nel sangue, cieco nel ritorno,
lo spirito del sole, aure ci traggono
con sé a esistere, a estinguerci in un giorno.

 

da Un brindisi (1946)

I poeti della domenica #413: Vittorio Sereni, Diana

 

DIANA

Torna il tuo cielo d’un tempo
sulle altane lombarde,
in nuvole d’afa s’addensa
e nei tuoi occhi esula ogni azzurro
si raccoglie e riposa.

Anche l’ora verrà della frescura
col vento che si leva sulle darsene
dei Navigli e il cielo
che per le rive s’allontana.

Torni anche tu, Diana
tra i tavoli schierati all’aperto
e la gente intenta alle bevande
sotto la luna distante?

Ronza un’orchestra in sordina;
all’aria che qui ne sobbalza
ravviso il tuo ondulato passare,
s’addolce nella sera il fiero nome
se qualcuno lo mormora
sulla tua traccia.

Presto vien giugno
e l’arido fiore del sonno
cresciuto ai più tristi sobborghi

e il canto che avevi, amica, sulla sera
torna a dolere qui dentro,
alita sulla memoria
a rimproverarti la morte.

 

da Frontiera (1941)

proSabato: Pier Paolo Pasolini, La rondinella del Pacher

Erio salutò sua mamma, dal cortile, montando in bicicletta.
A Cordovado non c’era che il sole. Le cicale, sugli alberelli ruggini dello stradone d’asfalto – il tremito di qualche trebbia – e, ogni tanto, un camion solitario, diretto verso Portogruaro o Casarsa. Del resto, silenzio – un silenzio di cimitero. Sotto i portici di mattoni alcuni ragazzetti giocavano a palline: erano Nando, Cere, Velino, quello di Caorle. Velino gridò a Erio: «Dove vai?» Erio frenò, e restando a cavalcioni sulla sella, su cui arrivava a stento, disse serio, com’era sempre: «Al Pacher».
«Portami», disse Velino, attaccandosi al manubrio della bicicletta. «Monta», gli fece Erio. Velino aveva nove anni, Erio quasi tredici. Erio era innamorato degli uccelli: a casa aveva una ventina di gabbie, nel cortiletto della pompa, lungo il rigagnolo. Andava a caccia con la vermena e le paniuzze, quasi ogni mattina. Era per questo che aveva degli amici, benché tutto l’inverno lo passasse nel collegio di Porto. Velino condivideva la sua passione; aveva in tasca una grossa fionda, conosceva il posto di almeno due dozzine di nidi. Adesso aveva un occhio gonfio perché poco prima aveva fatto a pugni con Nando a causa di un nido.
Da Cordovado al Pacher c’era un chilometro di strada. Erio e Velino non si scambiarono una parola, durante la corsa. Erio non lo faceva per timidità; solo i suoi occhi neri gli brillavano, lucidi, inespressivi, come quelli di un piccolo animale selvatico.
Il Pacher splendeva liscio sotto il sole.
Lungo l’argine della ferrovia in quel momento passò la littorina. Velino balzato giù dalla bicicletta, le corse un po’ dietro, saltando e ballando. Sulla riva di qua, verso Cordovado, c’erano già una ventina di ragazzi e di giovani; venivano da Ramuscello, da Gleris, da Morsano, da Teglio e perfino da San Vito. Giù, verso la punta più lontana del Pacher si vedevano dei ragazzetti nudi, che si tuffavano in fila uno dopo l’altro, e ogni tanto, sottili, giungevano i loro gridi.
Erio andò a spogliarsi nel più profondo dei cespugli, venne fuori con le vesti in mano, indossando un paio di mutandine di tela bianca, troppo grandi. Senza guardare nessuno, mise i panni sopra la bicicletta, e si allontanò. Alle sue spalle i ragazzi facevano una assordante gazzarra, urlando, ridendo; bestemmiavano e dicevano parole che colpivano Erio come sferzate, anche se il suo volto restava del tutto inespressivo. Allontanandosi dal posto dove gli altri impazzavano, egli si teneva tutto chiuso, orecchi, bocca, occhi, con le gambe di piombo, come in certi sogni. Temeva che gli altri lo disprezzassero perché era così timido, perché non sapeva dire le loro parole, perché era boyscout, perché se ne stava sempre solo…
Andò al Pacher Piccolo – di un color verde torbido, marcio. Lì nessuno veniva a fare il bagno. Nelle boschine intorno volavano centinaia di uccelli, indisturbati, nel pieno del loro diurno fervore. L’uva cominciava ad annerire: il bacò era quasi maturo, e poiché i campi lì intorno erano di una famiglia amica, andò a mangiarne qualche grappolo. Poi girellò un poco per le boschine, a fare delle osservazioni. I gridi dei ragazzi giungevano nitidi, coi tonfi dei tuffi e il rumore dell’acqua.
Erio, come sempre, quand’era solo, pensava con dolore a se stesso, al fatto che non era come gli altri. Non sapeva scherzare, non sapeva stare in compagnia, nelle partite al pallone era confinato sempre in porta; benché sapesse nuotare aveva paura ad allontanarsi dalla riva… Da qualche tempo però era umiliato e tormentato da un fatto più preciso che non fosse ad esempio la paura di nuotare al largo. Egli non aveva mai compiuto una “buona azione”. Una “buona azione” completa, rifinita, che fosse anche bella: una impresa con un principio e una fine, di cui si potesse parlare come in un libro, come nel Don Chisciotte della Mancia che gli aveva regalato suo cugino – quell’odioso libro che non sapeva se prendere sul serio o disprezzare, ma che, intanto, era pieno di quelle occasioni ad agire così perfette e concluse. Egli, nella sua realtà, era sempre in attesa che accadesse qualcosa di simile; quand’era più piccolo aveva con lo stesso accanimento scavato la terra dell’orto per trovare un tesoro. Possibile che la vita fosse sempre tanto indifferente? (altro…)

Clara Sereni, “ultimista e farfalla” tra due secoli

Ricordi, letture e riletture delle sue opere, memorie di incontri e scambi, di un reciprocità che Clara Sereni era riuscita a definire prima dentro i suoi libri e poi nel mondo, nel suo lavoro − e, a volte, rendendo soprattutto vero il viceversa. Sono tanti gli interventi, nutriti e pieni, che raccoglie il volume Clara Sereni di Ali&No (2019), proprio nella collana “le farfalle” che lei aveva diretto fino al 2018 su proposta di Francesca Silvestri (qui è recensito il volume su Luisa Spagnoli di Valerio Corvisieri) la quale, in questo volume, ripensa al lavoro comune e fa affiorare la “composizione di sguardi” che ciascuno dei coinvolti propone. Come in uno stesso viaggio dall’origine della serie, che tocca la biografia di donne straordinarie per cultura, intensità e vita, questo numero allarga e include tutti i temi e le dimensioni del vivere e dello scrivere di Clara Sereni, un’autrice in grado di fare della memoria, della narrazione sulle donne e del femminile rapportato alle radici, della storia, dell’Italia nella seconda metà del Novecento fino ai giorni nostri, il fulcro di una ricerca sulla parola e dentro la vita.
Da ogni lato, affrontando biografia e scrittura, i vari testi fanno emergere quella completezza di intenzioni che l’autrice ha esposto: il suo carattere raccontato dalle sorelle, la generosità che Dacia Maraini dal canto suo ma anche Walter Veltroni e “le merendanze” sottolineano, ma anche una presenza attiva e concreta; le radici ebraiche e la famiglia ricostruita da Cottinelli e Zevi; gli affondi nei suoi libri (e talvolta in quelli degli altri) che diventano tracciati nuovi, riletti e assimilati per Monferrini, Petrignani, Calamandrei e Centovalli; un accento su “Via Ripetta” e sull’importanza della giovinezza romana per Bartolini e, dal versante musicale e canoro, per Crotti; il quotidiano e il rapporto con il figlio Matteo per Scricciolo, Rulli e Marta Sereni. Clara Sereni è stata un'”ultimista” (ossia un soggetto dalla parte degli ultimi per vita e scelta) le cui esperienze nel sociale non hanno riguardato quella necessità volontaristica che si chiude dentro l’aiuto − seppur prezioso − di cura ma una sensibilità d’impegno che, a partire dal privato-pubblico post-sessantotto, come i vari testi confermano, si incarna nella letteratura e nella libertà da essa sprigionata. (altro…)

proSabato: io Carla Lonzi – Diario

1972
1 nov. Sono seduta sul letto dell’hotel Principe a Firenze. Alle otto mi sono alzata e, da sola, sono andata in giro: era bellissimo sui lungarni, mattina limpida e sole caldo. Ieri Simone è venuto a casa con una scatola di cioccolatini e ha conosciuto mia madre: dopo esattamente nove anni che ho una relazione con lui. Mi è venuto da pensare che forse l’ho presentato alla fine della relazione. La sera mio padre ha detto che non vuole incontrarlo, non ne vede la necessità. Ha chiuso l’argomento con un “Lascia stare”. Ho ritrovato mio padre come l’avevo conosciuto: al di fuori di ogni possibilità di vedere i bisogni degli altri e di volerli soddisfare. Per questo i miei fratelli hanno rifiutato la sua officina, perché è insopportabile stare con uno che pretende da te quello che lui ha stabilito. Mio padre calpesta le persone senza accorgersene, nega loro quello che desiderano, è infallibile in questo, coglie esattamente quello che deve negare. È notte: anche mia madre è come la ricordavo: incapace di essere aggressiva, maestra nell’essere frustrante, forse perché è così facilmente delusa dagli altri. Insomma, mi dà sempre l’impressione di essere stata una frana rispetto alle sue aspettative e che comunque non drammatizzerà la cosa tanto ce n’è ancora per poco. Le ho detto “Papà non vuole conoscere Simone per riguardo a Raffaele che intanto si sposa”. Dice lei “Non sai essere diplomatica: ci vuole un’occasione qualsiasi, un incontro casuale che tolga papà dall’imbarazzo: se Simone viene a casa è troppo ufficiale”. Dico io “Ma mamma, sono nove anni che stiamo insieme, vale la pena superare un po’ di imbarazzo: per me è assurdo andare su è giù lasciando Simone in macchina ogni volta”. E lei “Ma io non sapevo niente di questo traffico su e giù, credevo che stessi qui un paio di giorni e poi te ne andassi con lui. Insomma, è riuscita a concludere che si aspettava una mia visita più breve. Me ne sono andata da Simone che era ad aspettarmi sulla piazza, ma certo che l’incantesimo in casa è rotto. Non riesco a mantenerlo più a lungo di quando, da piccola, tornavo a casa dopo aver fatto la comunione. Se una donna vive anni e anni, quaranta e più come lei, con un uomo, è impossibile ragionarci. A volte ho vagheggiato di ritrovarla dopo la morte di mio padre, ma è assurdo. Poi non sta mai ferma quando si parla: traffica in cucina, sposta delle cose, spolvera, fa il letto girandoci attorno velocemente, lava qualcosa in bagno. Così l’ho vista nel sogno detto di Lenin. Fa dei lunghi monologhi su cose che non la riguardano, anche un film o una notizia letta sul giornale, non annette particolare importanza a quello che ha a che vedere con i figli. Capisce che non c’è da aspettarsi niente da loro se non cose di riflesso, belle o brutte, e comunque non all’altezza dei suoi sogni di madre. Però è come se volesse nasconderci tutto questo, o farlo trapelare ogni tanto per punire un po’ chi avanza delle critiche o pretende qualcosa. Eppure il suo mondo sono stati i cinque figli, e il marito era piuttosto un essere da capire, da prendere per il suo verso che da intrattenercisi. Essendo tutta dedicata alla famiglia e così sottilmente e inesorabilmente delusa da essa, mia madre ha lasciato nelle figlie un desiderio molto forte di riscatto ai suoi occhi. Io, per fortuna, le sono sempre apparsa altezzosa e più incline verso il padre che verso di lei, forse perché, dice, avevo capito che era ”il capo della famiglia“. Avevo portato con me il diario dai tredici ai quindici anni, probabilmente per Simone ma una sera che eravamo nel discorso gliel’ho detto e ho immaginato che le sarebbe interessato, le ho citato qualche passo. Ma al momento di darglielo, si è schermita vivacemente: aveva da fare, per carità! E non me l’ha più chiesto. Per fortuna che è sempre stato così e non sono rimasta invischiata dal bisogno di farla contenta, per esempio, avendo più figli, tanto non è contenta lo stesso né con Lucia né con Nicola che he hanno tre per uno: si aspettava di meglio da loro, ma cosa? Forse una carriera brillante, un buon stipendio, un bel marito, studi e divertimenti… Ma, non so, non so immaginare, non l’ho mai immaginato. Comunque è così: non si può comunicare che fuori dalla famiglia e chi vuole la verità deve abbandonarla.

3 nov. Sono in campagna: mi sento così felice in mezzo alla natura, mi sembra che finalmente sono dove mi piace stare, tra l’erba, le foglie, gli alberi, con la terra morbida sotto i piedi. Mi viene un gran senso di pace e il pensiero che potrò fare quella corsa che ho sempre rimandato. Così Simone è così, che ci siamo accettati integralmente l’un l’altro, però lui è ancorato a me mentre io non sono ancorata a nessuno perché ho sperimentato la risonanza.
In principio era la risonanza di Sara in me di me in Sara. (altro…)

proSabato: Milena Milani, Gatto matto

Ogni tanto vado a vedere se c’è Mucci.
Ieri lo ritrovai su una pianta qui sotto, si era arrampicato tra le foglie e di lì guardava passare la gente. La pianta è una di quelle sempreverdi che stanno nelle cassette di legno; ce ne sono quattro, due di qua e due di là, ai lati della porte dell’albergo. Mucci è un soriano stupendo, con gli occhi gialli le zampe davanti un po’ storte, perché è ancora troppo piccolo, ha solo qualche mese.
La prima volta che lo vidi era mezzanotte passata, io stavo rincasando, ero triste, c’era il vento e la notte sembrava gridare con quella voce. Avevo freddo e paura, camminavo rasente alle case, con il cuore che mi batteva forte sul petto. Il mio soprabito svolazzava, non potevo tenerlo chiuso, le gambe ancora senza calze rabbrividivano e i capelli volavano sopra gli occhi. Mentre cercavo la chiave del portone, sentii qualcosa di caldo vicino alle gambe, era Mucci che si strofinava; ancora non si chiamava Mucci, era un gatto senza nome.
Mi seguì per le scale, faceva i gradini di corsa e mentre io salivo mi guardava dall’alto, come a dire: «Ho fatto più presto di te».
Entrò in casa da padrone, miagolava imperioso, gli diedi un po’ di latte avanzato nella pentola, lo bevve avidamente. Dormì tutta la notte su un cuscino.
L’indomani lo pettinai, gli diedi il nome Mucci, gli misi un nastrino rosso al collo. Non protestava affatto, come fosse cosa normale portare un nastro, essere diventato un gatto casalingo invece di un gatto di strada o tutt’al più di albergo. Infatti glielo dissi, mentre mi era saltato sulla schiena e si divertiva a tirarmi i capelli: «Vorrei sapere da dove vieni. Sei fuggito da qualcuno, o sei nato qui sotto in albergo?».
Mi ero intanto affacciata alla finestra e vedevo la gente che passava, l’albergo che è accanto a casa mia aveva messo i tavoli fuori perché la giornata si annunciava splendida. I tavoli avevano tovaglie bianche a quadri gialli e rossi, due signore anziane facevano la colazione, i gondolieri seduti sulla panca di legno leggevano il giornale.
Io vedevo l’acqua di un colore di perla, solcata da rare imbarcazioni, perché era ancora presto; a destra in fondo brillava la grossa cupola di San Simeone.
Mucci sembrava felice e quando lo posi sul cuscino, di nuovo mi saltò sulle spalle per giocare. Ma dopo un poco si avvicinò alla porta miagolando: voleva uscire.
Così incominciai ad insegnargli la strada, su e giù per le scale, dentro e fuori il portone, e mi toccò lasciarlo aperto. (altro…)

Venezia Novecento: per un resoconto critico

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani

Per un resoconto critico

Occasioni come quelle del Convegno Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani (Università Ca’ Foscari Venezia, 17-18 ottobre 2019) si rivelano propizie per ricostruire due profili di autrici, analizzate secondo diversi approcci scientifici. La giornata di studi, infatti, ha contribuito a porre in luce molteplici e sottesi punti di contatto tra le letterate in questione, sia dal punto di vista biografico che da quello della poetica: entrambe espressioni di un’immagine femminile indipendente, votata all’utilizzo della scrittura come mezzo per delineare un ritratto di donna – e, più in generale, della società secondo un’ottica estranea a ogni luogo comune o conformismo –, vivranno un rapporto profondo con Venezia, città d’arte e di incontro con letterati e intellettuali, e spunto per diverse pagine di scrittura anche privata.
Nel caso specifico di Paola Masino (1908-1989), voce letteraria soggetta a una notorietà non sempre lineare nel tempo, gli interventi ne hanno esplorato la produzione e il rapporto con il capoluogo lagunare, spesso complesso e colmo di tensione: nonostante una relazione non idilliaca con l’ambiente – sede di un esilio dorato per lei e il compagno Massimo Bontempelli – e gli abitanti, gli anni veneziani (1938-1950) si rivelarono prolifici da un punto di vista letterario. Risale a quel periodo, infatti, la stesura del più noto romanzo masiniano – Nascita e morte della massaia – edito da Bompiani nel 1945, ora riproposto in una nuova edizione da Feltrinelli. Senza contare i vari scritti della pubblicistica, contraddistinta da un nutrito numero di contributi indirizzati ai periodici locali secondo alcune ricerche condotte da Arianna Ceschin, la quale ha ricostruito il disarmonico legame vissuto dall’autrice con uno scenario sentito come estraneo, criticabile e poco accogliente. Significativi, a tal proposito, sono parsi alcuni passi delle missive indirizzate alla madre Luisa, colmi di singolari aneddoti dedicati specialmente alle veneziane, velatamente accusate da Paola Masino di scarsa consapevolezza e indipendenza emotiva.
Un viaggio, quello nell’universo masiniano, proseguito poi nell’esperienza al Festival del Cinema di Venezia, con pezzi di critica cinematografica che svelano il piglio ironico e l’abilità scrittoria dell’autrice – come emerge dagli esempi riproposti da Cecilia Bello – nonostante la letterata stessa lamentasse sia ai propri cari, che a se stessa in varie occasioni, la seria preoccupazione di non riuscire a mantenere viva la vena creativa e il timore di non essere in grado di ricoprire perfettamente il ruolo di padrona di casa tra le mura dello splendido palazzo Contarini, di cui Marinella Mascia Galateria ha fornito una suggestiva testimonianza fotografica degli interni.
Preoccupazioni del tutto infondate, a giudicare dalla qualità delle opere e degli scritti di quegli anni, densi di abilità stilistica ed esempi di una qualità di scrittura tuttora attuale e dallo stile divenuto il tratto distintivo di una voce letteraria non sempre valorizzata dalla critica e dal canone. Fortunatamente, le pagine di Paola Masino hanno saputo scrollarsi di dosso la polvere del tempo e dell’oblìo di alcuni periodi, giungendo intatte sino ai giorni nostri e conservando vivo lo spirito di un’autrice in grado di esprimere se stessa e la propria poetica, nonostante tutto. (altro…)

proSabato: Milena Milani, Il cielo su di noi

Un pomeriggio, al mare, quando l’estate è finita e si è rimasti soli, sembra che il cielo sia lontano, non ha colore, addirittura una lastra inerte, che pesa su di noi sdraiati; gli alberi sulla collina risultano nello sfondo, sono pochissimi, sette, otto, con esili tronchi e una chioma larga, forse sono pini.
Hanno portato sulla sabbia una barca a vela, bianca, una vela più grande, una più piccola, ma la tela non è unita, è tutta a strisce regolari, ben cucite le une alle altre.
I bagnini sono due, stanno smontando le cabine, sono scontenti perché c’è stato il freddo, la pioggia, molta gente è partita, ha abbreviato le vacanze, ma ora, in questi ultimi giorni, anche se l’aria è più fresca, altra gente è giunta al mare, sono villeggianti diversi, più calmi direi, più composti, ci sono molti stranieri, soprattutto tedeschi, e anche famiglie con due o tre bambini, di solito piccoli, e qualcuno persino lattante, che lo portano in carrozzina.
Oggi ne è venuto uno che dorme beatamente sotto un ombrellone non molto distante dal mio; passando gli ho dato un’occhiata: è chiaro di pelle, colore della cera, ma bello; accanto gli sta una balia vestita di roso sgargiante, con il grembiule bianco e una cuffia sui capelli. La balia è seduta su uno sgabello e guarda davanti a sé, tranquilla. I suoi occhi non hanno espressione, contemplano il vuoto o il mare.
Da queste parti, in questa solitaria spiaggia, non succede mai niente, uno sta sdraiato e basta, o qualche volta si getta in acqua e nuota, ma non sa perché nuota, perché sia caldo, perché si getti in acqua: qui le azioni non hanno motivi speciali, tutto si fa perché si deve fare.
Io pure, da anni, continuo a far quelle stesse cose, che sono proprio queste stese di ieri o di oggi; per esempio, sto qui seduta e guardo, o poco fa dormivo, la testa appoggiata alla poltrona, persino un cuscino per conciliarmi meglio il sonno.
Ottobre è un mese dolce, le sue giornate venute fuori da burrasche, hanno questa trasparenza quasi casta, tutto è come il cielo, pesa su di noi, sul nostro corpo, e noi non abbiamo la forza di una ribellione, oppure di evasione.
Del resto, dove si dovrebbe andare?
Dove ci porterebbero treni, macchine, aerei?
In quale altro posto che non sia questo, potremmo avere questa singolare pace con noi stessi?
Perché bisogna sapere prima di tutto una cosa: questo è il luogo dove siamo nati, tutti ci è ritornato familiare, ogni passo risuona come un passo che avvenne molti anni fa e che si ritrova con quella stessa leggerezza.
Pure, ci fu un tempo, e c’è tuttora, lontano da qui, in cui i passi furono pesanti, e ognuno incideva nel cuore, come un segno difficile da cancellare. Qui, no, tutto è diverso, le giornate sempre uguali non hanno che la storia di se stesse, un cerchio semplice che non si offusca, che non è da rompere: sono giorni in cui ritroviamo i nostri sentimenti dimenticati, certe nostre illusioni di ragazzi mal cresciuti, e forse qualche volta la voglia di continuare. (altro…)