novecento

I poeti della domenica #230: Sandro Penna, “Salivano lente le sere”

RENZO VESPIGNANI, Sera del 10 giugno 1940 a Fiumicino, 1972

Renzo Vespignani, Sera del 10 giugno 1940 a Fiumicino, 1972

Salivano lente le sere…

a Renzo Vespignani

Salivano lente le sere
e il mondo restava beato.
La giovinezza mia era la lieve
lieve gioia imprevista di soldato.

Venne la guerra poi o, nella vita,
non salirono più lente le sere.
Polverosi i tramonti. Ed infinita
la noia fitta delle primavere.

da © Sandro Penna, Poesie 1922-1976, in Poesie, prose e diari, Mondadori, 2017

 

I poeti della domenica #229: Sandro Penna, “Al pari di un profilo conosciuto…”

Sergio Scatizzi, Nudo

Al pari di un profilo conosciuto…

Al pari di un profilo conosciuto,
o meglio sconosciuto, senza pari
fra gli altri animali, unica terra
la tua forma casuale quanto amai.

da © Sandro Penna, Croce e delizia [1958], in Poesie, Garzanti, 1989; ora anche in Poesie scelte e raccolte dall’Autore nel 1973, in Poesie, prose e diari, Mondadori, 2017

 

#MeridianoPenna

Penna MeridianoConsiderazioni a margine di
Poesie, prose e diari di Sandro Penna

di Fabio Michieli

 

La scorsa estate, col ‘Meridiano’ dedicato a Sandro Penna fresco di stampa, volutamente, ho rivisto Umano non umano di Mario Schifano; ho voluto rivedere il film per risentire la voce di Penna monologante («Tu te ne stai là… non parli… non dici nulla…», sbotta a un certo punto il poeta, guardando davanti a sé in direzione della cinepresa e rivolgendosi all’amico regista).
L’ho fatto perché ricordavo bene il momento in cui Penna, tenendo in mano una copia di Poesie, la prima raccolta completa delle sue poesie, uscita per Garzanti nel 1957 (d’ora in poi Poesie 57), fa capire chiaramente che quello sarebbe il libro che vorrebbe rimanesse di sé («questo libro è l’unico mio», dice Penna), malgrado l’editore non si pronunciasse per una ristampa del volume ormai andato esaurito. Il film è del 1969, le riprese probabilmente di un anno prima.
Si fa presto a collegare le parole del poeta allo scambio di lettere tra Amelia Rosselli e Pier Paolo Pasolini (un paio di queste lettere, con alcune mie considerazioni, costituirono il cuore di un breve intervento qui su «Poetarum Silva» qualche tempo fa); la Rosselli verso la fine degli anni Sessanta aveva da poco scoperto la poesia di Penna, e insieme aveva pure riscontrato che non si trovava una sola copia di una qualsiasi sua raccolta. Garzanti davvero non voleva saperne di ripubblicare allora Penna, probabilmente perché nel 1958 il poeta aveva consegnato Croce e delizia a Longanesi, passando sopra a un accordo verbale precedentemente stipulato.
Grazie a Pasolini, a un certo punto la situazione dovette trovare una soluzione e nel 1970 uscì il volume Tutte le poesie; come già per Poesie 57, nuovamente la poesia di Penna veniva organizzata per sezioni individuabili con le raccolte ufficiali pubblicate e alcune sezioni di inediti, questi ultimi accorpati per sommari limiti temporali.
Per i due volumi del 1957 e del 1970 (soprattutto per quest’ultimo) Pasolini è l’uomo chiave: è lui che nel 1957 convince l’editore a pubblicare un volume che raccolga tutte le poesie di Penna, e convince anche il poeta a raccogliere tutto in un unico volume con l’aggiunta di un centinaio di allora inediti. Sarà nuovamente Pasolini nel 1970 ad aiutare Penna a sistemare Tutte le poesie, consigliandolo nella scelta di ulteriori inediti, e a superare le riserve – già ricordate sopra – di Garzanti verso un nuovo libro penniano. Pochi anni dopo spetterà a Cesare Garboli il ruolo di consigliere di Penna, quando proprio a lui il poeta perugino si rivolgerà per allestire Stranezze, pubblicato nel 1976 sempre da Garzanti.
A Tutte le poesie del 1970 nel 1973 Sandro Penna fece seguire un’autoantologia intitolata semplicemente Poesie (d’ora in poi Poesie 73; il titolo Poesie ritornerà un’ultima e definitiva volta nell’edizione postuma del 1989). Si trattava di un’edizione tascabile, divulgativa: una scelta d’autore come Bertolucci, Caproni e Luzi ne fecero, senza mai dare a esse alcuna valenza sistematica e tanto meno fondante; pure Sereni e Zanzotto pubblicarono in quello stesso anno le loro autoantologie.
A nessuno verrebbe in mente di impostare la ricostruzione storica dei percorsi poetici individuali di questi maestri della poesia del Novecento sulle loro autoantologie. Perché, allora, lo si è fatto per Sandro Penna?
La domanda non è affatto retorica, perché è proprio sulla decisione di Roberto Deidier di fondare su Poesie 1973 la disposizione delle poesie all’interno del ‘Meridiano’ che ruota e ruoterà tutto il mio discorso. Una disposizione che consta in due sezioni: Poesie scelte e raccolte dall’autore nel 1973, ovvero Poesie 73, e Poesie 1922-1976, seconda sezione che raggruppa tutte le altre poesie di Penna, comprese quelle che raccolsero Elio Pecora in Confuso sogno (Garzanti, 1980) e Cesare Garboli in Penna Papers (Garzanti, 1984), fatta eccezione di quelle oramai dubbie pubblicate in Peccato di gola (Scheiwiller, 1989), disposte in un’unica sequenza cronologica, basata sulle date riportati dai testimoni censiti, sulla loro comparsa nelle raccolte ufficiali, nonché, in assenza di date certe, sulla nota datazione approssimativa (spesso su base aneddotica) già messa in pratica dal poeta stesso. Si noterà subito come la prima sezione non riprenda il titolo originale, Poesie, scelto da Penna per la propria antologia. (altro…)

Vicente Huidobro, Poesie

Vicente Huidobro
Poesie

Traduzione di Gianni Darconza

 

LA POESÍA ES UN ATENTADO CELESTE

Yo estoy ausente pero en el fondo de esta ausencia
Hay la espera de mí mismo
Y esta espera es otro modo de presencia
La espera de mi retorno
Yo estoy en otros objetos
Ando en viaje dando un poco de mi vida
A ciertos árboles y a ciertas piedras
Que me han esperado muchos años
Se cansaron de esperarme y se sentaron

Yo no estoy y estoy
Estoy ausente y estoy presente en estado de espera
Ellos querrían mi lenguaje para expresarse
Y yo querría el de ellos para expresarlos
He aquí el equívoco el atroz equívoco

Angustioso lamentable
Me voy adentrando en estas plantas
Voy dejando mis ropas
Se me van cayendo las carnes
Y mi esqueleto se va revistiendo de cortezas

Me estoy haciendo árbol
Cuántas veces me he ido convirtiendo en otras cosas…
Es doloroso y lleno de ternura

Podría dar un grito pero se espantaría la transubstanciación
Hay que guardar silencio Esperar en silencio

LA POESIA È UN ATTENTATO CELESTE

Io sono assente però in fondo a questa assenza
C’è l’attesa di me stesso
E questa attesa è un altro modo di presenza
L’attesa del mio ritorno
Io sono in altri oggetti
Vado in viaggio dando un po’ della mia vita
A certi alberi e a certe pietre
Che mi hanno atteso per molti anni
Si sono stancati d’aspettarmi e si sono seduti

Io sono e non sono
Sono assente e sono presente in stato d’attesa
Loro vorrebbero il mio linguaggio per esprimersi
E io vorrei il loro per esprimerli
Da qui l’equivoco l’atroce equivoco

Angoscioso lamentevole
Mi addentro in queste piante
Lascio i miei vestiti
Mi cadono le carni
E il mio scheletro si riveste di cortecce

Mi faccio albero
Quante volte mi sono trasformato in altre cose…
È doloroso e pieno di tenerezza

Potrei lanciare un grido ma si spaventerebbe la transustanziazione
Bisogna mantenere il silenzio Aspettare in silenzio

 

(altro…)

Un Montale per tutte le Occasioni (di Emiliano Ventura)

Un Montale per tutte le Occasioni

di Emiliano Ventura

 

Abstract

Essere montalisti è un diritto o un delitto? è la domanda, ma anche il tema, che soggiace a tutto lo scritto. La pubblicazione di tre saggi critici su Eugenio Montale e la sua poesia sono l’occasione per approfondire alcuni aspetti del poeta stesso. Per Montale (2013) di Emerico Giachery e Montale antinomico e metafisico (2014) di Andrea Gareffi, sono gli scritti di due critici maestri; a Giachery devo l’interesse per i luoghi poetici, Recanati e Pienza, a Gareffi il gusto per il manierismo e la metafisica. Seminario Montale (2011) è di Fabrizio Patriarca al quale sono legato dagli anni universitari e delle prime pubblicazioni. Questi gli spunti per approfondire alcuni aspetti della poetica montaliana, l’ironia di Satura e la reiterata formula negativa della sua ‘epistemologia’, con quel ‘non’ che ricorre come ospite indiscreto. Si cerca di rispondere al perché della fortuna critica del poeta degli Ossi.

 

Un poeta malgrado

Eugenio Montale, in una intervista del 1975 a Giorgio Zampa,[1] curatore del testo Sulla poesia[2] che raccoglie articoli e interviste, consegna alcune affermazioni importanti; una è la famosa metafora dell’avere scritto un solo libro, prima si è dedicato al recto poi al verso, dichiarazione che ricorda molto quella heideggeriana secondo cui «ogni pensatore pensa un unico pensiero».
Si riferisce naturalmente alla sua non enorme produzione, nello stesso anno nel discorso tenuto per il Nobel a Stoccolma farà un bilancio delle sue cose scritte: «sei volumi, innumerevoli traduzioni e saggi critici. Hanno detto che è una produzione scarsa».
Questo è stato uno dei modi in cui il poeta è stato visto e giudicato, ha scritto poco, come se la quantità avesse in sé il valore della qualità. È uno dei cliché che lo ha accompagnato insieme all’essere il poeta del ‘negativo’ e del ‘miracolo’, il poeta della vita al cinque per cento’, tutti veri ma tutti allo stesso tempo molto limitanti.
Più avanti scorgiamo altre definizioni che segnano un carattere e una vita, scopriamo che un suo professore, il professor Mannucci: «diceva che avrei potuto scrivere sulla “Domenica del Corriere” ma non più su, però», in questo annuncio di un piccolo fallimento si trova al contrario la realizzazione di una persona nella poesia.
Montale è poeta schivo e chiuso, un carattere che sembra stridere con l’importanza che ha assunto negli anni per la poesia italiana da quel libriccino Ossi di seppia fino al Premio Nobel.
Secondo Mario Luzi, Montale porta in sé una sorta di paradosso, essere stato ‘estraneo’ e ironico verso il mondo accademico e culturale delle lettere, per finire, grazie anche a Contini e al Nobel, per essere uno dei maggiori rappresentanti della poesia italiana.
Poeta schivo e orientato alla distanza, all’inappartenenza. Non solo nella poesia in cui dichiara, apertis verbis, di non avere verità da comunicare né mondi da aprire, ma anche nelle dichiarazioni e negli atteggiamenti che da lì in avanti terrà sempre:
«Non ci fu mai in me una infatuazione poetica, né alcun desiderio di specializzarmi in quel senso. In quegli anni (1910-20) quasi nessuno si occupava di poesia».
Parole confermate trent’anni dopo quando l’intervistatore gli chiede:
«La tua diffidenza verso la categoria è rimasta?», e lui risponde:
«Come categoria sì. Ma ci sono le eccezioni. Non so se io ne sono una».
Montale non segue un iter ‘tradizionale’ per un poeta o un letterato di inizio secolo che lo vorrebbe frequentare materie e studi classici, lui segue scuole tecniche, si avvicina alla filosofia grazie agli interessi della sorella. La sua passione era il canto:
«Ambizioni più concrete e più strambe mi occupavano. Studiavo allora per debuttare nella parte di Valentino, nel Faust di Gounod»,[3] l’espressione in versi, la poesia, è arrivata in seguito, forse per questo si sentirà sempre altro rispetto al circolo letterario.
La sua diffidenza ad assumere in pieno il ruolo di poeta e di letterato nasce da questa ‘differenza’ iniziale, il sentirsi altro rispetto alla poesia e alla cultura in cui si forma e in cui esordisce, l’essere quasi a suo malgrado un poeta.
Mai stato impegnato in un’ideologia o in politica, come altri hanno fatto, ha assunto semmai il profilo del filosofo stoico, dell’agire bene in ogni circostanza e in ogni situazione, l’adempimento a un dovere nonostante tutto o tutti. Ciò non vuol dire che si voglia elogiare il disimpegno (tutta una cultura orientale, quella del Tao è basata sul principio del non-agire, tanto per sottolineare l’importanza), semmai mettere in risalto una caratteristica che lo ha contraddistinto da altri pensatori e poeti. Anche se non antifascista della prima linea ha avuto i suoi guai, la firma del manifesto antifascista gli è costata la sospensione della nomina al Gabinetto Vieusseux.[4]
Questa caratteristica del rimanere in disparte, nel procedere a un lento distillato di poesia, distante dalla chiacchiera vuota o dal salotto letterario, non è stata certo una penalizzazione o una mancanza, è stata la forma particolare in cui la poesia montaliana si è manifestata nell’arco di quasi sessant’anni, ha attraversato questo secolo difficile con la forza e le risorse di cui disponeva.
Si parlava di lentezza nella scrittura, un lento decantare dell’esperienza prima che possa divenire poesia, questa caratteristica è l’opposto della velocità e del mutamento tipico del Novecento, una lentezza necessaria anche per accogliere la prosa e gli stilemi filosofici, quasi a ruminare pensieri e lettura, usando una metafora di Nietzsche.
L’attesa del miracolo, il momento che possa schiarire un fenomeno e aprirsi a una conoscenza (l’idea che pemane alla base delle Occasioni) trova corrispondenza nel Kairos dei greci, termine importante per la filosofia e che si può tradurre nel ‘momento opportuno’ o ‘adatto’.
In una cartolina postale del 1926 Montale riassume così i suoi temi:
«I miei motivi sono semplici e sono: il paesaggio (qualche volta allucinato, ma spesso naturalistico: il nostro paesaggio ligure che è universalissimo); l’amore, sotto forma di fantasmi che frequentano le varie poesie e provocano le “intermittenze del cuore” (gergo proustiano che io non uso) e l’evasione, la fuga dalla catena ferrea della necessità, il miracolo, diciamo così, laico (“Cerca la maglia rotta”, ecc.). Talvolta i motivi possono fondersi, talora sono isolati».[5]
La consapevolezza di non avere più, a differenza della poesia precedente, verità da consegnare (il famoso poeta del negativo come si diceva nell’elencare i clichè su di lui) lo confina nel tempo della ‘crisi’ della metafisica, in un percorso che partendo dal Nichilismo[6] di Nietzsche approda alla ‘scuola del sospetto’ fino a confluire da noi nel ‘pensiero debole’ di Vattimo.
Con la sua voce inconfondibile, Montale si inserisce in una linea che inizia con Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, i suoi «magri ulivi», e che continua con Mario Novaro, Giovanni Boine e Camillo Sbarbaro, con il loro rifarsi al mare come a termine di un rapporto di valore eterno. Anche in Murmuri ed echi di Novaro, del 1913, si trova un paesino «róso dalla salsedine»; vi s’incontra «la ruvida foglia/ nervata, mezzo accartocciata»; vi compaiono i «muri a secco di pietra forte/ che reggono l’arida terra in Liguria». In Boine (Il peccato è del 1914) si erge «il muretto irto di cocci puntuti a difesa». Recensendo Trucioli di Sbarbaro nel 16 novembre 1920, Montale scriveva: «Il centro della ispirazione qui è l’amore del resto, dello ‘scarto’, la poesia degli uomini falliti e delle cose irrimediabilmente oscure e mancate: bolle di sapone, épaves, trascurabili apparenze, arsi paesaggi, strade fuori mano». (altro…)

Coriandoli a Natale #8: Remo Pagnanelli, Notte di Natale

quasi un consuntivo.jpg

Notte di Natale

I

Un lieto andare dietro le orme del Natale
come di animale braccato eppure
tranquillo del suo odore che stacca
dalla scia, che presto raggiunto
sarà un lieve tonfo per il villaggio
immerso fra i colpi e i fuochi;
un crepitio di rami rotti, un arresto.
.
.
II

Tu vuoi che le piante grasse
si trasferiscano a Natale da questo autunno
e già infatti sono nelle stanze
sempreverdi dagli infissi frondosi,
che da fuori le agognano i circolanti,
complimentosi coi loro nastrini
svolazzanti.
.
.
III

Si prepara un divertente Natale.
Sotto le fronde lustre verdeggianti
si accumuleranno ghirlande di fiale
– odontalgiche e peggio – per la gioia
dei bambini adulterati.

Si prepara il Natale, un altro
da far passare pensando altro e
del vino o dell’acido ci sarà servito
a seconda che siamo dentro o fuori
gelati o riscaldati, noi non riusciremo
a scrollarci dai radiatori e con tutto
anche le labbra, crema per labbra da ricordarsi,
screpoleranno; così dormiremo,
la stanza riempita di piante coi tropici
alle spalle e la polvere degli eucalipti
destinata nelle ossa.

Stanotte i morti parlano forte,
immersi come sono nell’acqua gelata
spiegano le loro ragioni ai rami
solidali, sembrano scuotersi
dalla crescita in compattezza del ghiaccio.
Ma lo sgravio è temporaneo,
il loro morse incomprensibile ai vegliardi
rivendica non un letargo ma un termine
che non ammetta repliche.

 

da © Remo Pagnanelli, Quasi un consuntivo (1975-1987), Donzelli, 2017

Coriandoli a Natale #6: Vittorio Sereni, Nel bicchiere di frodo…

 

Nel bicchiere di frodo
tocca presto il suo fondo
quest’allegria che vela la tristezza
in cresta dei tizzi sopiti
sbalzati a noi dal più lontano fuoco.
E sii tu oggi il Dio che si fa carne
lontananza per noi nell’ora oscura.

Sidi-Chami, Natale 1944

da © Vittorio Sereni, Diario d’Algeria (1947), ora in Poesie. Edizione critica a cura di Dante Isella, Mondadori, ‘I Meridiani’, 1995

Coriandoli a Natale #2: Dino Buzzati, Lunga ricerca nella notte di Natale

LUNGA RICERCA NELLA NOTTE DI NATALE
di Dino Buzzati

Tetro e ogivale è l’antico palazzo dei vescovi, stillante salnitro dai muri, rimanerci è un supplizio nelle notti d’inverno. E l’adiacente cattedrale è immensa, a girarla tutta non basta una vita, e c’è un tale intrico di cappelle e sacrestie che, dopo secoli di abbandono, ne sono rimaste alcune pressoché inesplorate. Che farà la sera di Natale – ci si domanda – lo scarno arcivescovo tutto solo, mentre la città è in festa? Come potrà vincere la malinconia? Tutti hanno una consolazione: il bimbo ha il treno e pinocchio, la sorellina ha la bambola, la mamma ha i figli intorno a sé, il malato una nuova speranza, il vecchio scapolo il compagno di dissipazioni, il carcerato la voce di un altro dalla cella vicina. “Come farà l’arcivescovo?” Sorrideva lo zelante don Valentino, segretario di sua eccellenza, udendo la gente parlare così. L’arcivescovo ha Dio, la sera di Natale. Inginocchiato solo soletto nel mezzo della cattedrale gelida e deserta a prima vista potrebbe quasi far pena, e invece se si sapesse! Solo soletto non è, non ha neanche freddo, né si sente abbandonato. Nella sera di Natale Dio dilaga nel tempio, per l’arcivescovo, le navate ne rigurgitano letteralmente, al punto che le porte stentano a chiudersi; e, pur mancando le stufe, fa così caldo che le vecchie bisce bianche si risvegliano nei sepolcri degli storici abati e salgono dagli sfiatatoi dei sotterranei sporgendo gentilmente la testa dalle balaustre dei confessionali.
….Così, quella sera il Duomo; traboccante di Dio. E benché sapesse che non gli competeva, don Valentino si tratteneva perfino troppo volentieri a disporre l’inginocchiatoio del presule. Altro che alberi, tacchini e vino spumante. Questa, una serata di Natale. Senonché in mezzo a questi pensieri, udì battere a una porta. “Chi bussa alle porte del Duomo” si chiese don Valentino “la sera di Natale? Non hanno ancora pregato abbastanza? Che smania li ha presi?”. Pur dicendosi così andò ad aprire e con una folata divento entrò un poverello in cenci.
….«Che quantità di Dio!» esclamò sorridendo costui guardandosi intorno. «Che bellezza! Lo si sente perfino di fuori. Monsignore, non me ne potrebbe lasciare un pochino? Pensi, è la sera di Natale.»
….«È di sua eccellenza l’arcivescovo» rispose il prete. «Serve a lui, fra un paio d’ore. Sua eccellenza fa già la vita di un santo, non pretenderai mica che adesso rinunci anche a Dio! E poi io non sono mai stato monsignore.»
….«Neanche un pochino, reverendo? Ce n’è tanto! Sua eccellenza non se ne accorgerebbe nemmeno!»
….«Ti ho detto di no… Puoi andare… Il Duomo è chiuso al pubblico» e congedò il poverello con un biglietto da cinque lire.
….Ma come il disgraziato uscì dalla chiesa, nello stesso istante Dio disparve. Sgomento, don Valentino si guardava intorno, scrutando le volte tenebrose: Dio non c’era neppure lassù. Lo spettacoloso apparato di colonne, statue, baldacchini, altari, catafalchi, candelabri, panneggi, di solito così misterioso e potente, era diventato all’improvviso inospitale e sinistro. E tra un paio d’ore l’arcivescovo sarebbe disceso.
….Con orgasmo don Valentino socchiuse una delle porte esterne, guardò nella piazza. Niente. Anche fuori, benché fosse Natale, non c’era traccia di Dio. Dalle mille finestre accese giungevano echi di risate, bicchieri infranti, musiche e perfino bestemmie. Non campane, non canti.
….Don Valentino uscì nella notte, se n’andò per le strade profane, tra fragore di scatenati banchetti. Lui però sapeva l’indirizzo giusto. Quando entrò nella casa, la famiglia amica stava sedendosi a tavola. Tutti si guardavano benevolmente l’un l’altro e intorno ad essi c’era un poco di Dio.
…..«Buon Natale, reverendo» disse il capofamiglia. «Vuol favorire?»
…..«Ho fretta, amici» rispose lui. «Per una mia sbadataggine Iddio ha abbandonato il Duomo e sua eccellenza tra poco va a pregare. Non mi potete dare il vostro? Tanto, voi siete in compagnia, non ne avete un assoluto bisogno.»
…..«Caro il mio don Valentino» fece il capofamiglia. «Lei dimentica, direi, che oggi è Natale. Proprio oggi i miei figli dovrebbero far a meno di Dio? Mi meraviglio, don Valentino.» (altro…)

Gramsci: Intellettuali e carattere italiano

 

Gramsci, fonte: Istituto Gramsci di Torino

Gramsci: intellettuali e carattere italiano

“Istruitevi, perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza”, scriveva l’ordinovista Antonio Gramsci nel ’19. Dietro questo motto, giustamente segnalato da Eugenio Garin in Con Gramsci, vi è l’intuizione che fa da sfondo a una delle più interessanti riflessioni del leader comunista: quella sul ruolo degli intellettuali nella società moderna. Se la borghesia rurale ha i suoi funzionari statali e liberi professionisti, argomenta Gramsci, se la borghesia cittadina fornisce i tecnici delle industrie, l’unica classe produttiva che non possiede dei rappresentanti e che anche quando li produce finisce per perderli poiché assimilati alle altre categorie, è quella contadina. A tal proposito, occorre staccare gli intellettuali dal blocco dominante per creare una nuova cultura che li saldi al popolo, generando un inedito blocco nazionale.

Tornando agli intellettuali classici, restano celebri alcune pagine in cui il sardo traccia il profilo di oratori eloquenti e sentimentali, avulsi dalla realtà effettuale, dalla vita pratica e dai problemi delle masse: si tratta di “parolai”. A questo genere di intellettuali Gramsci replica che “le idee sono grandi in quanto attuabili”, per cui occorre mostrare concretamente la strada da percorrere e, nel farlo, occorre rappresentare una volontà collettiva, essere in grado di organizzarla.

“Gramsci è nell’alveo di Lenin”, scriverà in merito a questa concezione Luciano Gruppi. Gli intellettuali sono gli organizzatori, il trait d’union tra teoria e pratica, gli educatori di un carattere nazionale e internazionale che superi la mera appartenenza a un gruppo socio-economico specifico. E a chi sottolinea un carattere italiano individualista, che vive e si affida ad espedienti piuttosto che a forme organizzative moderne, di stampo politico e sindacale, egli ribatte che il proliferare di forme criminali come le mafie o le consorterie politiche corrisponde all’incapacità delle classi dirigenti nazionali di risolvere i bisogni economici immediati dei cittadini. (altro…)

proSabato: Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia

proSabato: Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia

Quando un italiano, spinto da una inconsueta e incoercibile voglia, desidera legger un libro, ricorre a uno dei modi seguenti:
1) Lo chiede in omaggio, con un pretesto qualunque, all’editore.
2) Lo chiede in grazioso dono all’autore.
3) Cerca di farselo regalare da qualcuno che l’abbia ottenuto gratis dall’editore o dall’autore.
4) Lo chiede in prestito a un amico, col segreto proposito di non restituirlo mai più.
5) Lo prende in prestito da una biblioteca pubblica.
6) Lo cerca in una biblioteca circolante.
7) Lo ruba, se gli riesce, in casa d’un conoscente o nella bottega di un libraio.
Sol quando tutti questi sette modi falliscono o si dimostrano impraticabili e impossibili, sol quando ogni tentativo di ottenere il libro senza spendere un centesimo è frustrato, soltanto allora il nostro italiano, se il desiderio o la necessità l’assillano, prende una decisione eroica o sceglie l’ultimo e disperato mezzo: compra il libro con i suoi denari.
[…]

Lo sterminato esercito di coloro che, in Italia, non comprano libri, è composto così:
1) Dagli analfabeti.
2) Dagli imbecilli, mentecatti e dissennati.
3) Dalla turba dei marrani arricchiti, «al vil guadagno intesa».
4) Dai mondani ottusi che si contentano dei cocktails, delle canaste, dei cinematografi, dei campi di corse e simili per ammazzare il tempo che li ammazzerà.
5) Dai politicanti che si cibano soltanto di giornali di partito e di verbali di congressi.
6) Dai parassiti di vocazione e di professione, che pretendono di avere i libri gratis et amore Dei.
7) Dai piccoli borghesi e dai proletari, che trovan sempre il modo di spendere centinaia di migliaia di lire per vedere un film o per assistere a una partita di calcio ma che, a sentir loro, non hanno in tasca un lira quando si tratta di comprare un bel libro che darebbe un po’ di luce e di riposo alle loro povere anime.
A quale di queste non invidiabili categorie appartieni tu, gentile lettore?
.

© Giovanni Papini, Le disgrazie del libro in Italia, Firenze, Vallecchi, 1954

 

I poeti della domenica #217: Beppe Costa, devo ricordare

 

devo ricordare
di maneggiarmi con cautela
per non esplodere
con tutta la forza sublime
o devastante che sia
purché sia

.

© Beppe Costa, in Per chi fa turni di notte. Poesie 1967-2017, Roma, Associazione culturale Pellicano, 2017

I poeti della domenica #215: Emanuel Carnevali, da “Il primo Dio”

AD MAIOREM GLORIAM POESIAE

Let them comb their hair –
these grotesque shop girls –
this funny way or that.

Let them paint their lips
to a red shriek.
Let them powder their faces
dry.

I imagine them
before their mirrors
trying to produce a poem.

 

AD MAIOREM GLORIAM POESIAE

Si pettinino pure i capelli –
queste grottesche commesse –
in quel modo buffo o in quell’altro

Si dipingano pure le labbra
di un grido rosso.
Si inciprino pure la faccia
fino a inaridirla.

Io le immagino davanti allo specchio
che tentano di fare una poesia.

 

COMMONPLACES

How Are You?

I wish that you all be well,
and that the sick ones of you get well;
I want a big, fresh, clean world.
Do you, too?
When you say:
“How do you do?”
“How do you feel?”.

I am glad to see you

I am glad to see you:
my life still missed
one aspect:
and here you come
to fill the longing for you
that was in the breath of a sad hour.
I surely wanted to see you
for I greet you with words too plain to hide a lie:
“I am glad to see you”.

 

LUOGHI COMUNI

Come stai?

Mi auguro che voi tutti stiate bene
e che se qualcuno è ammalato guarisca;
voglio un mondo grande, fresco, pulito.
Anche tu?
È questo che intendi
quando dici:
” Come stai? ”
” Come ti senti? “.

Che piacere vederti

Che piacere vederti:
la mia vita mancava
di qualcosa:
ed ecco che vieni tu
a appagare il desiderio di te
nel respiro di un’ora triste.
È certo che ti volevo vedere
perché ti saluto con parole troppo comuni
per nascondere una bugia:
” Che piacere vederti “

(1923)

 

INTERNO

La signora è un pezzetto di
porcellana
che un gomito sgarbato
può in ogni momento
buttare
giù

L’uomo è un
uccello del
paradiso
imbalsamato.

L’uomo è un
topo
affamato
che sgambetta via.

(1925)

 

Traduzioni di M.P. Carnevali

 

da © Emanuel Carnevali, Il primo Dio, Adelphi, 1978