novecento

I poeti della domenica #156: Piera Badoni, È subito detto un anno

PieraBadoni002-1

È subito detto un anno
ma un anno è fatto di mesi
e i mesi son fatti di giorni
e i giorni son lunghi da vivere
son faticosi da vivere
uno per uno
senza nemmeno un tuo segno
felicità, che pure esisti.

.

da Felicità, che pure esisti [1948], ora in “Poesia”, n. 325, Aprile 2015

I poeti della domenica #155: Piera Badoni, Qui conosco le case…

Piera Badoni (Christa Moering, olio su tela, 1955; collezione privata)

Piera Badoni: particolare (Christa Moering, olio su tela, 1955; collezione privata)

Qui conosco le case ad una ad una,
ogni luce del giorno e della notte,
ogni curva dei monti ed ogni macchia,
i colori del cielo,
le nuvole di tutte le stagioni.
So dove sorge il sole e da che parte
solitamente si vede la luna.
Qui riconosco il vento che si leva
nelle notti d’inverno,
la pioggia nuova della primavera,
gli acquazzoni d’estate,
ogni rumore della mia città
e più noto di tutti, nella notte,
il martello che batte solitario
e mi rincuora più delle campane.

.

da Felicità, che pure esisti [1948], ora in “Poesia”, n. 325, Aprile 2015

I poeti della domenica #154: Alda Merini, Ogni mattina il mio stelo…

Ogni mattina il mio stelo vorrebbe levarsi nel vento
soffiato ebrietudine di vita,
ma qualcosa lo tiene a terra,
una lunga pesante catena d’angoscia
che non si dissolve.
Allora mi alzo dal letto
e cerco un riquadro di vento
e trovo uno scacco di sole
entro il quale poggio i piedi nudi.
Di questa grazia segreta
dopo non avvrò memoria
perché anche la malattia ha un senso
una dismisura, un passo,
anche la malattia è matrice di vita.
Ecco, sto qui in ginocchio
aspettando che un angelo mi sfiori
leggermente con grazia,
e intanto accarezzo i miei piedi pallidi
con le dita vogliose di amore.

.

© da La Terra Santa [1984], ora in Alda Merini, Il suono dell’ombra. Poesie e prose 1953-2009, Mondadori, 2010

I poeti della domenica #153: Daria Menicanti, Vento e vino

Vento e vino

Di nuovo il vento. In corsa via dal fondo
di via Tadino insaziabile snida
le foglie spente
e lettere e giornali
dando una vita di farfalla a cose
finite;
si insacca con un gemito
lungo le trasversali.
Rieccolo. Furtivo
come un amante rade alle pareti
di questa valle stretta
di pietre e vetrine
di lampade inquiete,
allarga fischiettando le persiane
che esclusero da poco
il buio vivo a manciata di stelle.

Poi quella forma tenera di vecchio
solo, ubriaco. Teso incontro al vento
con amicizia (ha trovato nei vini
l’esilio da se stesso)
cammina.
Ha un repertorio
di tre parole che ripete a breve
scadenza tra gli scoppi della voce.
Il giulivo paléo del suo discorso
gli rimbalza davanti di continuo
tra i muti applausi croscianti.
È un vecchio solo. Un felice.
.       Delle stanze
nel caldo buio dignitosi e tetri
noi, a gara coi respiri,
vigilando aspettiamo la luce.

novembre 1961

.

© da Città come [1964], ora in Daria Menicanti, Il concerto del grillo. L’opera poetica completa, Mimesis, 2013

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte

Appunti sulla «levità». Per Primo Levi, nel trentennale della morte
di © Paolo Steffan

Suicidio o incidente? Credo che sia quanto meno ozioso misurarsi con questa domanda, di fronte alla smisurata mole di considerazioni che di Primo Levi suscita la folta opera scritta. A trent’anni dalla sua morte, non si faccia l’errore che ricorre negli anniversari di Pasolini, di trasformare un momento in più per rileggere e riparlare del merito artistico e intellettuale in un chiacchierio aneddotico sulle circostanze vere o presunte della morte. Anche perché di Primo Levi è bene parlare nella vita, essendo che il suo percorso letterario di testimonianza, da un lato, e di ricerca narrativa e poetica, dall’altro, sempre compiute al più alto livello, ha il pregio di indagare l’uomo e la natura di cui è parte nei suoi aspetti più luminosi come in quelli più umbratili, senza mai prescindere dunque da una visione totalizzante sulla vita. La possibilità di chiedersi fin da subito ‒ siamo nel 1947 ‒ «se questo è un uomo» coglie l’occasione (anche in senso montaliano), nel rievocare precise memorie in chiave storica, e ammonitoria, di avviare una lunga riflessione sulla natura dell’essere uomini in questo mondo, con una capacità di indagine, oltre che di scrittura, che fa oggi sentire la sua presenza come forse la più totalizzante nel dopoguerra.

Mi servirò principalmente, in questa sede, di un capitolo tra i più straordinari della sua opera, ovvero Il sistema periodico (Einaudi, 1975), per sbozzolare alcuni appunti ancora tutti rannicchiati nella mia mente durante e a margine di letture tarde e sporadiche, ma costanti, dei suoi scritti.¹ Penso infatti che, alla domanda “Da quale suo libro mi consigli di cominciare?”, diversamente da Rigoni Stern che suggeriva La tregua,² suggerirei proprio Il sistema periodico; ritenendo d’altronde che la via concentrazionaria di avvicinamento a Levi, quanto meno in età scolare, vada a danno della ricezione stessa dell’autore sul lungo termine, nonché dello stesso fattore memoriale. Si rischia infatti di delegare la conoscenza di Levi scrittore a una parte, certo viscerale e non prescindibile, ma limitata delle sue potenzialità espresse, dando maggiore spicco al suo essere un sopravvissuto che non al suo essere scrittore. Ma dato che i due aspetti non sono scindibili, è nel comprenderne nel modo più esemplare (e Il sistema periodico è una narrazione di esemplare bellezza!) le qualità artistiche, che il fattore civile, antropologico, filosofico legato al Lager assume un rilievo e una centralità ineguagliabili, e indelebili.

Nelle pagine dei racconti che compongono il libro del 1975, che in realtà letto nell’insieme si configura come continuum, come originale romanzo autobiografico e di formazione (ponendosi a suo modo quale ponte stilistico tra i racconti raccolti nel ’71 in Vizio di forma e i romanzi progressivamente più compatti del ’78, La chiave a stella, e dell’82, Se non ora, quando?), non mancano le allusioni all’esperienza di Auschwitz, e l’autore vi si rapporta come a qualcosa di necessariamente già noto a chi legge, attraverso le opere testimoniali del ’47 e del ’63:

«Che io chimico, intento a scrivere qui le mie cose di chimico, abbia vissuto una stagione diversa, è stato raccontato altrove.

A distanza di trent’anni, mi riesce difficile ricostruire quale sorta di esemplare umano corrispondesse, nel novembre 1944, al mio nome, o meglio al mio numero 174517.»³

Così inizia il capitolo intitolato Cerio, ma già nel primo magnifico racconto, Argon, non mancava, pur essendo volto lo sguardo sulle proprie radici ebree-piemontesi, verso le tradizioni religiose e linguistiche vive fino al secolo precedente, un richiamo all’antisemitismo nazista («Ricordo qui per inciso che il vilipendio del manto di preghiera è antico come l’antisemitismo: con questi manti, sequestrati ai deportati, le SS facevano confezionare mutande, che venivano poi distribuite agli ebrei prigionieri nel Lager»), e così più oltre, in Cromo, la riflessione sulla vergogna di essere uomini dopo Auschwitz, nel raccontare ‒ in un interessante gioco intertestuale ‒ la genesi di Se questo è un uomo («Le cose viste e sofferte mi bruciavano dentro; mi sentivo più vicino ai morti che ai vivi, e colpevole di essere uomo, perché gli uomini avevano edificato Auschwitz, ed Auschwitz aveva ingoiato milioni di esseri umani, e molti miei amici, ed una donna che mi stava nel cuore»).4 Nel voltarsi indietro, non vi è mai «serena disperazione»5 negli autori cui il Lager ha condizionato il vissuto, eppure Levi non si esime dal dirci, in esergo al suo Sistema, che «è bello raccontare i guai passati», come se la sua saggia consapevolezza gli stesse consentendo quanto meno un ‘sorriso arcaico’ (penso a certe interpretazioni del volto dei kouroi) sulla parte di vita già trascorsa, il sorriso di chi sa qualcosa in più sulla vita, e non ne dispera, perché ha il dono dell’arte narrativa, il magistero degli aedi; e la sua Odissea, difatti, l’aveva già consegnata a Einaudi dodici anni prima, con titolo La tregua.

Proprio la prima edizione di questo libro ha un risvolto annotato da Italo Calvino, un autore che ci avrebbe lasciato quale testamento letterario le sue Lezioni americane (Garzanti, 1988) e, in particolare, la prima di queste: Leggerezza. Nell’introdurre le Lezioni, Calvino dichiara di aver cercato di «situarle nella prospettiva del nuovo millennio»,6 eppure nel suo spaziare amplissimo nella storia letteraria mondiale, egli sembra prescindere dal fattore temporale, proprio per la rapidità, esattezza, appunto leggerezza, con cui si muove in un mondo che, anche stratificato in millenni, ci appare vivo e presente. Ma se il passato è nient’altro che l’eterno presente della nostra memoria umana, resta sul piano cronologico l’insistenza sull’ignoto futuro, che Calvino sottolineava già nel titolo originale, Sei proposte per il prossimo millennio. E al prossimo millennio guardava, a suo modo e negli stessi anni, Primo Levi nel proprio testamento, quando redigeva la Conclusione de I sommersi e i salvati, rivolgendosi a noi, alle generazioni che avrebbero vissuto nel nuovo secolo, che ne avrebbero incarnato l’umanità. Non è certo una visione rasserenante, che si possa dire leggera, quella fornita da Levi:

«Dobbiamo essere ascoltati: al di sopra delle nostre esperienze individuali, siamo stati collettivamente testimoni di un evento fondamentale e inaspettato, non previsto da nessuno. È avvenuto contro ogni previsione; è avvenuto in Europa; incredibilmente, è avvenuto che un intero popolo civile, appena uscito dalla fervida fioritura culturale di Weimar, seguisse un istrione la cui figura oggi muove al riso; eppure Adolf Hitler è stato obbedito ed osannato fino alla catastrofe. È avvenuto, quindi può accadere di nuovo: questo è il nocciolo di quanto abbiamo da dire.»7

È l’altra faccia della leggerezza calviniana, la pesantezza dell’eredità di un secolo devastante, che non ha forse mai del tutto superato, con la maturità che doveva, il trauma conseguito alle leggi razziali. E forse, proprio l’auspicio lieve che Calvino si augura per il Duemila, almeno in letteratura, è in parte figlio del discorso leviano che vi fa da contraltare. (altro…)

proSabato: Camillo Sbarbaro, Scampolo #17

17

.  A volte, seduto di fronte a me, vedo il mio io che mi guarda senza voce; o in una stanza improvvisamente mi sento eguale a quel vestito appeso a quell’attaccapanni.
.  E se, a illudermi d’essere vivo, di là mi scrollo ed esco, avverto camminando il meccanismo del corpo, e, come la caverna dell’eco, l’anima mi si riempie del frastuono della via.
.  Dura cosa non avere bisogni. È allora che si mangia senza fame, si trangugia vino e si mendica di prostribolo in postribolo un poco di foia. Il mondo è limitato da un muro scialbo orribilmente vicino; e il nostro io ci fa ribrezzo, vagamente, come il fantoccio la cui mano, sollevata, ricade.
.  Oh io voglio finalmente vestito di rosa tenero mostrarmi per le vie più affollate o commettere qualche freddo delitto!

.

@ Camillo Sbarbaro, Trucioli, ora in L’opera n versi e in prosa, Garzanti, 1985

Goliarda Sapienza e Milena Milani in Spagna: un reportage “critico”

Facoltà di Filologia di Salamanca

Mi scuserà chi legge se il contenuto di oggi risulterà molto personale e il titolo di questo post un po’ ingannevole; in effetti avrei potuto intitolare questo “reportage” Una ricerca appassionata, ma l’avremmo sentito tutti come troppo sentimentale e naif. Eppure mi pongo molte domande dopo la prima trasferta fuori Italia per ragioni legate al Dottorato; una di queste riguarda il perché non ho mai fatto l’Erasmus. Una domanda interna e non esterna, senza rimpianti e con la consapevolezza che ciò che non ho affrontato dieci anni fa sia stata una scelta consapevole, e che i propri desideri si possano esaudire anche molti anni dopo e in modo diverso, trovando una forma consona.

Ho conosciuto tante persone a Salamanca in questi giorni, studiosi di varie provenienze, sia italiani sia spagnoli, sia non: eravamo tutti riuniti per il Convegno Internazionale Las inéditas in una delle più antiche università del mondo per la Filologia, che ha accolto la proposta di un gruppo di ricerca molto attivo in Spagna, il cui comitato scientifico è formato da docenti, studiose e studiosi, ricercatrici e ricercatori che si muovono in Europa con grande agilità portando avanti un’indagine sopra la letteratura delle donne molto incline alla militanza ma non esclusivamente calata in essa: Escritoras y personages femininos en la literatura.

È utile dire sin da subito che le possibilità del Convegno proprio per la sua struttura, tra interventi che hanno toccato tutti i campi letterari (teatro, poesia, prosa, etc.), discussione, eventi di teatro e di altro genere, presentazioni di libri, denotano un’apertura non usuale al “fuori” dell’ambito accademico, cosa che in Italia non accade. È un’integrazione della realtà di cui ci si occupa (la poesia, il teatro, la canzone popolare in questo caso) all’interno della realtà di studio, una visione più consapevole e completa, un’ammissione di esistenza (!). Forse potrà sembrare ingenuo questo mio commento ma, per esperienza personale, lavorando da sempre come studiosa ora strutturata ma anche in ambito artistico trovo che l’Italia debba sempre più imparare a vedere fuori, ad accogliere il fuori nel dentro, ad avere una mobilità di pensiero che troppo spesso manca non solo nei contenuti ma soprattutto nella visione che sta a monte di questi contenuti.

(altro…)

I poeti della domenica #150: Angelo Maria Ripellino, Apologo

Apologo

Signori, odora di trucco la vita!
Quando, attraverso fragili orizzonti,
mi spruzza d’improvviso sulle guance
la risata omerica del mare,
quando una rana scoppia nel pantano,
quando dagli astri sgorga sangue d’oro,
nell’aria annuso il trucco, la nebbia
perlacea della scena, la colla e il cartone.
Dietro le quinte incrostate di muffa,
come nel guercio cavallo di Troia
si nascondono turbe di parole,
bambole e le larve vocali che un giorno,
rinchiuse in globi di fiamma,
volarono dal grido degli attori.
I suoni, cuciti con fili di paglia,
con rossi legacci, con strisce fangose,
privi di parte, spogli di conflitto,
gelidi stanno tra le umide quinte,
pronti al Giudizio Finale.
Nei tempi del pretempo, oltre il diluvio,
dormivano i suoni in un letto di crine,
ma con pennelli e scatole di trucco
venne una rosa a destarli, giuliva,
seguìta da perfide trombe. Una rosa.

ignori.

da Non un giorno ma adesso [1960], ora in Angelo Maria Ripellino, Poesie prime e ultime, Nino Aragno Editore, 2006

proSabato: Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore


Già nell’improvvisazione confusa del primo incontro si legge il possibile avvenire d’una convivenza. Oggi siete l’uno oggetto della lettura dell’altro, ognuno legge nell’altro la sua storia non scritta. Domani, Lettore e Lettrice, se sarete insieme, se vi coricherete nello stesso letto come una coppia assestata, ognuno accenderà la lampada al suo capezzale e sprofonderà nel suo libro; due letture parallele accompagneranno l’approssimarsi del sonno; prima tu poi tu spegnerete la luce; reduci da universi separati, vi ritroverete fugacemente nel buio dove tutte le lontananze si cancellano, prima che sogni divergenti vi trascinino ancora tu da una parte e tu dall’altra. Ma non ironizzate su questa prospettiva d’armonia coniugale: quale immagine di coppia più fortunata sapreste contrapporle?

*

© Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, 1979

proSabato: Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

– Il romanzo che più vorrei leggere in questo momento, – spiega Ludmilla, – dovrebbe avere come forza motrice solo la voglia di raccontare, d’accumulare storie su storie, senza pretendere d’importi una visione del mondo, ma solo di farti assistere alla propria crescita, come una pianta, un aggrovigliarsi come di rami e di foglie…
In questo ti trovi subito d’accordo con lei: lasciandoti alle spalle le pagine lacerate dalle analisi intellettuali, sogni di ritrovare una condizione di lettura naturale, innocente, primitiva…
– Occorre ritrovare il filo che abbiamo perduto, -dici. –
Andiamo subito alla casa editrice.
E lei: – Non c’è bisogno che ci presentiamo in due. Andrai tu e mi riferirai.
Ci resti male. Questa caccia t’appassiona perché la fai insieme a lei, perché potete viverla insieme e commentarla mentre la state vivendo. Proprio ora che ti sembrava d’aver raggiunto un’intesa, una confidenza, non tanto perché ora anche voi vi date del tu, ma perché vi sentite come complici in un’impresa che forse nessun altro può capire,
– E perché tu non vuoi venire?
– Per principio,
– Cosa vuoi dire?
– C’è una linea di confine: da una parte ci sono quelli che fanno i libri, dall’altra quelli che li leggono. Io voglio restare una di quelli che li leggono, perciò sto attenta a tenermi sempre al di qua di quella linea. Se no, il piacere disinteressato di leggere finisce, o comunque si trasforma in un’altra cosa, che non è quello che voglio io. E’ una linea di confine approssimativa, che tende a cancellarsi: il mondo di quelli che hanno a che fare coi libri professionalmente è sempre più popolato e tende a identificarsi col mondo dei lettori. Certo, anche i lettori diventano più numerosi, ma si direbbe che quelli che usano i libri per produrre altri libri crescono di più di quelli che i libri amano leggerli e basta. So che se scavalco quel confine, anche occasionalmente, per caso, rischio di confondermi con questa marea che avanza; per questo mi rifiuto di metter piede in una casa editrice, anche per pochi minuti.
– E io, allora? – obietti.
– Tu non so. Vedi tu. Ognuno ha un modo di reagire diverso.
Non c’è verso di farle cambiare idea, a questa donna. Compirai da solo la tua spedizione, e vi ritroverete qui, in questo caffè, alle sei.

– Lei è venuto per il manoscritto? E in lettura, no, sbagliavo, è stato letto con interesse, certo che mi ricordo!, notevole impasto linguistico, sofferta denuncia, non l’ha ricevuta la lettera?, ci dispiace pertanto doverle annunciare, nella lettera c’è spiegato tutto, e già un po’ che l’abbiamo mandata, le poste tardano sempre, la riceverà senz’altro, i programmi editoriali troppo carichi, la congiuntura non favorevole, vede che l’ha ricevuta?, e cosa diceva più?, ringraziandola d’avercelo fatto leggere sarà nostra premura restituirle, ah lei veniva per ritirare il manoscritto?, no, non l’abbiamo mica ritrovato, abbia pazienza ancora un po’, salterà fuori, non abbia paura, qua non sì perde mai niente, proprio adesso abbiamo ritrovato dei manoscritti che era da dieci anni che li cercavamo, oh, non tra dieci anni, il suo Io ritroveremo anche prima, almeno speriamo, ne abbiamo tanti di manoscritti, delle cataste alte così, se vuole le facciamo vedere, si capisce che lei vuole il suo, mica un altro, ci mancherebbe, volevo dire che teniamo lì tanti manoscritti che non ce ne importa niente, figuriamoci se buttiamo via il suo che ci teniamo tanto, no, non per pubblicarlo, ci teniamo per darglielo indietro.

*

© Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, 1979

I poeti della domenica #146: Lorenzo Calogero, Dai quaderni del 1957

26 marzo

XI

Bianchi passi e la marina
attigua. Un’insolita quiete di vivere
fra i bianchi sassi. Poteva spegnersi
un ricordo di un’altra vita.

Io sapevo i nastri sognanti
e un silenzio glabro.
Ma un turbine scuote
e tu a ritroso lentamente vedevi

Q ‘57 60

.

XII

Odi l’acqua gelida
che si avvicina né io potevo sapere
altro di te che questa coltre di cenere
sopra i vulcani spenti. Il corpo
è spettro del nostro pane non più colore o donna
o celeste alito. Questo sapore,
questa scaltrita innocenza s’avvicina
coll’alito del tuo domani. Ma non qui
su questa rude scorza, su la sopita essenza
quando il tuo corpo appare vaporoso
o è di donna.
Io ti avevo tanto attesa a metà dell’aria
come una stella lungo una riva.

Q ‘57 60

 

Frammenti tratti dai quaderni manoscritti inediti risalenti al 1957 trascritti e curati dalla nipote del poeta Lucia Calogero in Lorenzo Calogero, Dai quaderni del ’57, stampati in 500 copie numerate dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze.

http://www.lorenzocalogero.it/inediti/1957/

I poeti della domenica #145: Lorenzo Calogero, Dai quaderni del 1957

6 marzo 1957

III
Era una grande mattina china
e fuori del tuo silenzio la legge.
Poi ponevano giuochi o erano
grandi corolle d’albero,
perché uno si sentiva più povero

Poi fu vero uno sguardo
ed uno meditabondo alla fine in due.
Io non sapevo ciò che si intersecava su questa ringhiera
o era uno ed invisibile che come acqua geme
sempre alla tempia.

Io guardavo sul tuo glabro lato.

Q ‘57 54

 

VI

Ora è rosso sangue e come vino
acceso si asciuga. Ma non ti adirare!
Così sordo il soffio di un vapore
di un mondo dove una luna
arde o è gemente. Tu dentro un velo
di cristallo o farsi udivo un canto
e sulla limpida riva dello stagno
il tuo passo è breve.
Forse non furono mai vizi
i giorni come oggi avviene
per nozze e un cristallo
violetto ora dorme. Ma era presso un’isola
una fontana e tu stanca
nel tuo cuore distrutta.

Q ‘57 55

 

VII

Ma da qui a lei sono sospesi
i tempi. Ancora solevi udire

Ti nascondevi a me per gioco
nei modi dell’imitazione dell’amore
solevi dire: questa disperata vicenda
e un’altra fu in un giorno di grano.

Non seguivi il richiamo
non udivi alla gola l’umore odore umile
che resta. E poi senza parere più quella
fu un’enigma di sole.

Il fantastico lume si spegne
ti guarda una luce titubando
in frantumi

Ma bene e perché nell’aria
vaga – non era forse modesta
intirizzita l’aria di legno; ma questo ghirigoro
di seta della vita sulle tue dita
che passa; ma mobile molle di acqua
ti lasciò in frantumi; una giacca di seta
era – un paio di scarpe – guarda –
sopra una vasca gialla
e un foro era intirizzito di seta;
l’amarulenza del fiume –
una fanciulla dalla cintura in rosso –
Ma vedi, non stava bene, non era mobile
sulla via – ; e si seppe; altri ti guardavano
dalle siepi gialle

e silente era il regno della tua pelle
e tu eri acuminata in rosso
come la tua febbre che splendeva
mentre camminavi un po’ indietro

ma non più di un rosso era,
un colore di seta doppio e giallo;
forse era la fortuna che si leggeva alle tempie
sui tuoi capelli, sulla città desiderata.
Una regione navigava in basso
(come fetido era l’odore dei piedi sempre)
e un fanciullo si asciugava a mezza strada
i capelli. Tu eri pazzo e nessuno ti bada
sovranamente tra quelli
che una volta ti guardavano, ti mordevi
un dito in mezzo alla tua casa, quando morte era
o era un desiderato nulla;
per cui tu una sera, sulle tue labbra,
a una stella mentisti.

Ma forse ti cerco e il silenzio era sbagliato
da quel profumo che ti veniva a stormo.
Forse fu un’insolita vicenda.
Una ti stava a lato e un tonfo secco
un soffio seguì in gola.

Ma tu dritta e a perdifiato
e poi un turbine si avvicenda
nello spazio.

Q ‘57 55

 

Frammenti tratti dai quaderni manoscritti inediti risalenti al 1957 trascritti e curati dalla nipote del poeta Lucia Calogero in Lorenzo Calogero, Dai quaderni del ’57, stampati in 500 copie numerate dall’Assessorato alla Cultura del Comune di Firenze.

http://www.lorenzocalogero.it/inediti/1957/