novecento

Toti Scialoja, il poeta che va oltre il toporagno (di Gaetano De Virgilio)

toti scialojaHo ascoltato il nome di Toti Scialoja grazie a un bravo libraio in una libreria dell’usato, tanti anni fa.
Toti, il nome di un gatto che non è del tutto un topo. Scialoja, il cognome del commissario in Romanzo Criminale di De Cataldo. Il libraio aveva fatto il nome di questo poeta rispondendo a una mia domanda. Volevo che mi fosse consigliato un poeta che calcasse lo sterrato di un altro poeta che amavo, Carlo Betocchi. Primo libro acquistato Scarse Serpi, un libro Guanda, ne I quaderni della Fenice. Risultò un poeta diametralmente opposto a Betocchi. Due poetiche agli antipodi: l’uno funambolo, l’altro chierichetto; l’uno ballerino di samba, l’altro preciso parcheggiatore abusivo di versi.
Tra le mani, più tardi, mi capitarono I violini del diluvio, ne Lo Specchio, Mondadori, e ancora, solo per caso, e solo per fortuna – perché scorso tra i libri nelle mensole più alte della stanza della mia coinquilina di allora, Claudia – Poesie 1961-1998, ne Gli Elefanti, Garzanti. Leggevo, per la prima volta, di uno Scialoja pittore. Assicuratomi che non fosse il fratello del poeta, spiluccai (troppo tardi) la biografia di Antonio Scialoja che, per prima cosa, in effetti, era stato un pittore espressionista italiano. Due cose, ancora, mi sorpresero: il fatto che in tutte le biografie di Toti Scialoja fosse scritto che Calvino leggeva le poesie di Amato Topino, Bompiani, alla figlia Giovanna di sette anni e la maniera nella quale, in seguito, si parlava di lui: il poeta nonsense, il poeta favoloso che faceva addormentare i bambini, il poeta della fabula notturna, quello di «Una zanzara di Zanzibar/ andava a zonzo, entrò in un bar,/ “Zuzzerellona!” le disse un tal/ “Mastica zenzero se hai mal di mar». Leggendolo, però, ho capito che Toti Scialoja non è (solo) questo. Il poeta Scialoja vorrebbe fare, al contrario, fabula rasa di chi continua ad affibbiargli il titolo di poeta buffo, poeta limerick, poeta a seguito di Edward Lear. (altro…)

I poeti della domenica #251: Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince


Giancarlo Pontiggia, Celeste è la lince…

Celeste è la lince, e il dio
dei tonni e dei tuoni lascia la casa
inabitabile, parte, e il mare
amoroso diventa vuoto, nuota, perde pesci e
liquide flore, semina venti, finché ir-
rompono le ondine viaggiatrici, e tagliano
l’arco saldo, e i lunghi cervi che temi, e
le viole ai voli delle betulle leggere,
mentre frana la trama delle fate
e corrono le zattere ai desideri del molo.

Da La parola innamorata. I poeti nuovi 1976-1978, Feltrinelli, Milano, 1978, p. 120

proSabato: Cristina Campo, Nota #3 sopra la Liturgia

sotto falso nome

   Liturgia – come poesia – è splendore gratuito, spreco delicato, più necessario dell’utile. Essa è regolata da armoniose forme e ritmi che, ispirati alla creazione, la superano nell’estasi. In realtà la poesia si è sempre posta come segno ideale la liturgia ed appare inevitabile che, declinando la poesia da visione a cronaca anche la liturgia abbia a soffrirne offesa. Sempre il sacro sofferse della degradazione del profano.
La liturgia cristiana ha forse la radice nel caso di nardo prezioso che Maria Maddalena versò sul capo e sui piedi del Redentore nella casa di Simone il Lebbroso, la sera precedente alla Cena. Sembra che il Maestro si innamorasse di quello spreco incantevole. Non soltanto lo oppose alteramente alla torva filantropia di Giuda che, molto tipicamente, ne reclamava il prezzo per i poveri: «Avrete sempre i poveri, ma non avrete sempre me» – parola terribile che mette in guardia l’uomo contro il pericolo delle distrazioni onorevoli: Dio non c’è sempre e non rimane a lungo e quando c’è non tollera altro pensiero, altra sollecitudine che Se stesso – ma addirittura replicò quel gesto la sera dopo, quando, precinto e inginocchiato, lavò con le Sue mani divine i piedi dei dodici Apostoli, allo stesso modo che Maddalena, scivolando tra i giaciglio e il muro, aveva lavato i Suoi. Dio, come osservò uno spirito contemplativo, si ispira volentieri a colore che ispira.
   «E l’odore si sparse per l’intera dimora». Il nardo di Maria Maddalena profuma l’intera liturgia cristiana, più ancora del nardo soave della Sulamita, tutte intrise di aromi e di fiori. Al nardo viene giustamente comparato l’incenso, che ha il potere di disperdere l’angoscia del respiro e si leva al cospetto di Dio de manu Angeli. L’incenso è inesprimibilmente misterioso. Esso è insieme preghiera e qualcosa di più fine, più acuto della preghiera. Compone l’aroma dell’eros con quello della rinuncia, è resa di grazie ed è, come il nardo, alcunché di soavemente ferale. «Ella mi prepara la sepoltura» disse il Salvatore con altri balsami, in cerca del corpo venerato, esso non era più là. Come sempre non l’utile aveva servito alla vera celebrazione ma il superfluo: non l’azione ma la liturgia dell’azione. La vera imbalsamazione del Corpo del Signore era già avvenuta al banchetto, e insieme anche la sola unzione regale e sacerdotale che Egli mai ricevesse su questa terra. E più ancora: un principio di sacramento, giacché il corpo ch’ella così preparava era già l’«ostia pura, ostia santa, ostia immacolata» pronta all’offerta; e il suo bisogno di toccarlo, intriderlo di profumi e di lacrime, tergerlo con ciocche di cappelli, fondersi in qualche modo con esso, qualcosa di molto simile a una comunione. Inesauribile è il gesto di Maddalena, e in realtà Cristo affermò che per sempre ci si sarebbe ricordati di esso. Ciò che lo rende inesauribile è appunto la sua gratuità: tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a una dramma sola di quel nardo, come tutti i poveri della terra non potrebbero pretendere a un solo grano d’incenso bruciato al cospetto di Dio con cuore ardente.  Nel Mattutino del Grande Sabato del rito bizantino si cantano, rivolte a Giuda, queste parole: «Se sei l’amico dei poveri e ti rattristi dell’effusione di un balsamo per la consolazione di un’anima, come hai potuto vendere la luce a prezzo d’oro?»
   La complessità del gesto di Maddalena ne fa, come abbiamo detto, qualcosa che da liturgico diviene in qualche modo sacramentale. Ma si potrebbe ricordare, prima ancora del suo gesto quello non meno affidabile, se anche più semplice, dei saggissimi Magi. I quali, partiti alla ricerca di un fanciullo bisognoso di tutto, non gli recarono latte né panni ma le insegne della Sua triplice dignità di Profeta, di Sacerdote e di Re. Così mostrando che neppure Dio stesso, quando si mostri a noi perfettamente povero, ci dispensa dalla celebrazione simbolica della Sua gloria, quale è rappresentata dalla liturgia; e che questa, pur nel suo incessante attuarsi, rimane per eccellenza un’operazione contemplativa. Di una delicatezza e di una gravità che rendono, più che rischiosa, mortale ogni arbitraria modificazione.

da Note sopra la liturgia, in Cristina Campo, Sotto falso nome, Adelphi, 1998, pp. 127-129.

I poeti della domenica #250: Eugenio Montale, Il sogno del prigioniero

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Il sogno del prigioniero

Alba e notti qui variano per pochi segni.

Il zigzag degli storni sui battifredi
nei giorni di battaglia, mie sole ali,
un filo d’aria polare,
l’occhio del capoguardia dallo spioncino,
crac di noci schiacciate, un oleoso
sfrigolìo dalle cave, girarrosti
veri o supposti – ma la paglia è oro,
la lanterna vinosa è focolare
se dormendo mi credo ai tuoi piedi.

La purga dura da sempre, senza un perché.
Dicono che chi abiura e sottoscrive
può salvarsi da questo sterminio d’oche;
che chi obiurga se stesso, ma tradisce
e vende carne d’altri, afferra il mestolo
anzi che terminare nel pâté
destinato agl’Iddii pestilenziali.

Tardo di mente, piagato
dal pungente giaciglio mi sono fuso
col volo della tarma che la mia suola
sfarina sull’impiantito,
coi kimoni cangianti delle luci
scironate all’aurora dai torrioni,
ho annusato nel vento il bruciaticcio
dei buccellati dai forni,
mi son guardato attorno, ho suscitato
iridi su orizzonti di ragnateli
e petali sui tralicci delle inferriate,
mi sono alzato, sono ricaduto
nel fondo dove il secolo è il minuto –

e i colpi si ripetono ed i passi,
e ancora ignoro se sarò al festino
farcitore o farcito. L’attesa è lunga,
il mio sogno di te non è finito.

 

da La bufera e altro, in L’opera in versi. Edizione critica a cura di Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini, Torino, Giulio Einaudi editore, “I millenni”, 1980, pp. 268-69

I poeti della domenica #249: Eugenio Montale, Notizie dall’Amiata

 

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Notizie dall’Amiata

Il fuoco d’artifizio del maltempo
sarà murmure d’arnie a tarda sera.
La stanza ha travature
tarlate ed un sentore di meloni
penetra dall’assito. Le fumate
morbide che risalgono la valle
d’elfi e di funghi fino al cono diafano
della cima m’intorbidano i vetri,
e ti scrivo da qui, da questo tavolo
remoto, dalla cellula di miele
di una sfera lanciata nello spazio
e le gabbie coperte, il focolare
dove i marroni esplodono, le vene
di salnitro e di muffa sono il quadro
dove tra poco romperai. La vita
che t’affabula è ancora troppo breve
se ti contiene! Schiude la tua icona
il fondo luminoso. Fuori piove.

 

***

E tu seguissi le fragili architetture
annerite dal tempo e dal carbone,
i cortili quadrati che hanno nel mezzo
il pozzo profondissimo; tu seguissi
il volo infagottato degli uccelli
notturni e in fondo al borro l’allucciolio
della Galassia, la fascia d’ogni tormento.
Ma il passo che risuona a lungo nell’oscuro
è di chi va solitario e altro non vede
che questo cadere di archi, di ombre e di pieghe.
Le stelle hanno trapunti troppo sottili,
l’occhio del campanile è fermo sulle due ore,
i rampicanti anch’essi sono un’ascesa
di tenebre ed il  loro profumo duole amaro.
Ritorna domani più freddo, vento del nord,
spezza le antiche mani dell’arenaria,
sconvolge i libri d’ore nei solai,
e tutto sia lente tranquilla, dominio, prigione
del senso che non dispera! Ritorna più forte
vento di settentrione che rendi care
le catene e suggelli le spore del possibile!
Son troppo strette le strade, gli asini neri
che zoccolano in fila danno scintille,
dal picco nascosto rispondono vampate di magnesio.
Oh il gocciolìo che scende a rilento
dalle casipole buie, il tempo fatto acqua,
il lungo colloquio coi poveri morti, la cenere, il vento,
il vento che tarda, la morte, la morte che vive!

 

***

Questa rissa cristiana che non ha
se non parole d’ombra e di lamento
che ti porta di me? Meno di quanto
t’ha rapito la gora che s’interra
dolce nella sua chiusa di cemento.
Una ruota di mola, un vecchio tronco,
confini ultimi al mondo. Si disfà
un cumulo di strame: e tarli usciti
a unire la mia veglia al tuo profondo
sonno che li riceve, i porcospini
s’abbeverano ad un filo di pietà.

 

da © Eugenio Montale, Le occasioni (1939), in L’opera in versi. Edizione critica a cura di Rosanna Bettarini e Gianfranco Contini, Torino, Giulio Einaudi editore, “I millenni”, 1980, pp. 181-83.

proSabato: Franz Kafka, Il cruccio del padre di famiglia

Il cruccio del padre di famiglia
[1917]

C’è chi dice che la parola Odradek derivi dallo slavo e cerca, in conseguenza, di spiegarne l’etimologia. Altri invece pensano che la parola derivi dal tedesco, e sia solo influenzata dallo slavo. L’incertezza delle due interpretazioni consente, con ragione, di concludere che nessuna delle due dà nel segno, tanto più che né coll’una né coll’altra si riesce a dare un senso preciso alla parola.
Naturalmente nessuno si darebbe la pena di studiare la questione, se non esistesse davvero un essere che si chiama Odradek. Sembra, dapprima, una specie di rocchetto di refe piatto, a forma di stella, e infatti par rivestito di filo; si tratta però soltanto di frammenti, sfilacciati, vecchi, annodati, ma anche ingarbugliati fra di loro e di qualità e colore più diversi. Non è soltanto un rocchetto, perché dal centro della stella sporge in fuori e di traverso una bacchettina, a cui se ne aggiunge poi ad angolo retto un’altra. Per mezzo di quest’ultima, da una parte, e di uno dei raggi della stella dall’altra, quest’arnese riesce a stare in piedi, come su due gambe.
Si sarebbe tentati di credere che quest’oggetto abbia avuto un tempo una qualche forma razionale e che ora si sia rotto. Ma non sembra che sia così; almeno non se ne ha alcun indizio; in nessun punto si vedono aggiunte o rotture, che dian appiglio a una simile supposizione; l’insieme appare privo di senso ma, a suo modo, completo. E non c’è del resto da aggiungere qualche notizia più precisa, poiché l’Odradek è mobilissimo e non si lascia prendere.
Si trattiene a volta a volta nei solai, per le scale, nei corridoi o nell’atrio. A volte scompare per mesi interi; probabilmente si è trasferito in altre case; ma ritorna poi infallibilmente in casa nostra.
A volte, uscendo di casa, a vederlo così appoggiato alla ringhiera della scala, viene voglia di rivolgergli la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili, lo si tratta piuttosto – e la sua minuscola consistenza ci spinge da sola a farlo – come un bambino. «Come ti chiami?» gli si chiede. «Odradek» risponde lui. «E dove abiti?» «Non ho fissa dimora» dice allora ridendo; ma è una risata come la può emetter solo un essere privo di polmoni. È un suono simile al frusciar di foglie cadute. E qui la conversazione di solito è finita. Del resto anche queste risposte non sempre si ottengono; spesso se ne sta a lungo silenzioso, come il legno di cui sembra fatto.
E mi domando invano cosa avverrà di lui. Può morire? Tutto quel che muore ha avuto una volta una specie di meta, di attività e in conseguenza di ciò si è logorato; ma non è questo il caso di Odradek. Potrebbe dunque darsi che un giorno ruzzolasse ancora per le scale, trascinandosi dietro quei fili, fra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei figli? Certo non nuoce a nessuno; ma l’idea ch’egli possa anche sopravvivermi quasi mi addolora.

In: Franz Kafka, Racconti. A cura di Ervino Pocar, Mondadori, Milano 1970, 252-253; la sezione nella quale il racconto appare, Un medico di campagna, è tradotta da Rodolfo Paoli.

Carlo Betocchi, Per Pasqua

Per Pasqua: auguri a un poeta

a Giorgio Caproni

Giorgio, quante croci sui monti, quante,
fatte d’un po’ di tutto, di filagne
che inclinate si spaccano, di scarti,

ma croci che respirano nell’aria,
in vetta alle colline, dove i poveri
hanno anch’essi un colore d’azzurro,

la simile cred’io l’ebbe Gesù,
non già di prima scelta, rimediata
tra’ rimasugli d’un antro artigiano,

commessa con cavicchi raccattati,
eppure estrosa, ed alta, ed indomabile
e tentennante com’è la miseria:

ecco la nostra Pasqua onde ti manda
il mio libero cuore quest’auguri
pensando che non è per l’occasione

ma per quella di sempre, che si salva
dalle occasioni, del cuor che non soffre
che del non amare, e sempre sta in croce

con un cartiglio fradicio che in vetta
dice: È un poveraccio, questi che vuole
ciò che il mondo non vuole, solo amore.

 

© Carlo Betocchi

(da L’Estate di San Martino, 1961)

proSabato: Umberto Piersanti, Cinquantuno («I fascisti, ci sono fascisti a filologia moderna!»)

piersanti cupo tempo gentile

Cinquantuno

«I fascisti, ci sono i fascisti a filologia moderna!»
Era una mattina con manifestazione contro l’America, tanto per cambiare, e dal Rettorato e da palazzo Vecchiotti dove aveva sede al primo piano filologia moderna, gli studenti si accalcavano stretti tra il palazzo Ducale da una parte, palazzo Petrangolini e la chiesa di San Domenico dall’altra, giù fino a piazza Rinascimento. E il cielo era chiaro, l’aria tiepida d’un autunno inoltrato che stentava a diventare inverno: un mattino come gli altri con manifestazione e cappuccino, chiacchiere al Cortegiano e passeggiate per il Pincio.
I fascisti erano quattro: tre ragazzi nuovi della zona, ma già noti per le bastonate date a qualcuno dei nostri all’uscita delle discoteche e da altre parti e Loru il sardo, quello dal coltello, che metteva paura a tutti. Loru non faceva lettere, ma farmacia: magari stava con gli altri tre solo per proteggerli. Questi dovevano passare per forza in mezzo alla manifestazione, dovevano fare un esame di linguistica col professor Forlini.
Gli studenti erano tanti: i tre si strinsero dietro Loru che, tirato fuori il coltello, camminava piano all’indietro per raggiungere la porta. I più vicini cominciarono a sferrare calci, tenendosi però lontani da quel coltello, ma Loru, questa volta, doveva avere paura anche lui: teneva il coltello fisso davanti senza mai uno scatto verso gli avversari: solo qualche irrisione e minaccia com’era il suo solito, volto contratto e agli altri dietro dovevano tremare le gambe. Raggiunto il portone, lo rinchiusero subito: e quelli a gridare e a calciarci contro.
Gianni si fece largo e la sua voce era proprio potente: «Compagni, quattro picchiatori fascisti si sono rifugiati nell’istituto. Forlini gli deve intimare di uscire e noi puniremo come si deve la loro provocazione. Sapevano che c’era una manifestazione per il Vietnam e sono venuti apposta, per provocarci: ma gli è andata male».
«Oggi ritorneranno a casa tutti in orizzontale» urlò uno dalla corporatura esile e dal volto gentile.
Andrea era lì in mezzo, ma solo per curiosità: le aggressioni a lui non piacevano proprio, la caccia all’uomo lo disgustava sempre, da qualsiasi parte fosse fatta.
Uscì il professor Forlini, un bell’uomo tra i quaranta e i cinquanta, capelli bruni e lunghi, quasi un accenno da capellone e giacca verde chiaro su calzoni sportivi, ma di buon taglio.
«Ragazzi, devono solo fare l’esame: io sono antifascista più di voi e vengo da famiglia antifascista: ma questi sono esami, solo esami, e si debbono svolgere nel modo più calmo possibile».
«Sono picchiatori, picchiatori fascisti, e la debbono pagare!»
«Questo è il momento degli esami: potrete saldare i conti con loro in un’altra occasione».
«Non ce ne frega niente se è il momento degli esami, questa volta non ce li lasciamo sfuggire: Forlini, falli uscire e basta. È meglio per te» chi aveva parlato era uno cupo, col cappuccio dell’eskimo tirato quasi sopra gli occhi.
«Ho fatto tutto il possibile: io non c’entro, me ne vado. Ripeto, io non c’entro niente con tutto quello che succede da adesso in poi. Ho il diritto di andarmene, sono stato minacciato». (altro…)

Una poesia per la sera: Mario Luzi, In due

In due

«Aiutami» e si copre con le mani il viso
tirato, roso da una gelosia senile,
che non muove a pietà come vorrebbe ma a sgomento e a orrore.
«Solo tu puoi farlo» insistono di là da quello schermo
le sue labbra dure
e secche, compresse dalle palme, farfugliando.
Non trovo risposta, la guardo
offeso dalla mia freddezza vibrare a tratti
dai gomiti puntati sui ginocchi alla nuca scialba.
«L’amore snaturato, l’amore infedele al suo principio»
rifletto, e aduno le potenze della mente
in un punto solo tra desiderio e ricordo
e penso non a lei
ma al viaggio con lei tra cielo e terra
per una strada d’altipiano che taglia
la coltre d’erba brucata da pochi armenti.
«Vedi, non trovi in fondo a te una parola»
gemono quelle labbra tormentose
schiacciate contro i denti, mentre taccio
e cerco sopra la sua testa la centina di fuoco dei monti.
Lei aspetta e intanto non sfugge alle sue antenne
quanto le sia lontano in questo momento
che m’apre le sue piaghe e io la desidero e la penso
com’era in altri tempi, in altri versanti.
«Perché difendere un amore distorto dal suo fine,
quando non è più crescita
né moltiplicazione gioiosa d’ogni bene,
ma limite possessivo e basta» vorrei chiedere
ma non a lei che ora dietro le sue mani piange scossa da un brivido,
a me che forse indulgo alla menzogna per viltà o per comodo.
«Anche questo è amore, quando avrai imparato a ravvisarlo
in questa specie dimessa,
in questo aspetto avvilito» mi rispondono, e un poco ne ho paura
e un po’ vergogna, quelle mani ossute
e tese da cui scende qualche lacrima tra dito e dito spicciando.

 

© da Mario Luzi, Nel magma (1957)

I poeti della domenica #248: Mario Luzi, Non tra i bambini…

luzi

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Non tra i bambini – con loro.
Con loro e come loro –
.                                   pacifici
ai piedi della loro crescita,
all’ombra della loro statura prossima:
.                                                             questo
lo straripante desiderio, questo,
non un suo travestimento.
E con questo tutto il non ancora,
il prima della primavera, quella
luce piovigginosa, quella grigia
fabbriceria di gemme nell’aria acquosa.
Può tante volte essere stata alta
questa febbre e salire, salire ancora.

© da Per il battesimo dei nostri frammenti (Garzanti, 1985), ora in L’opera poetica, Mondadori, “I Meridiani”, 1998

I poeti della domenica #247: Mario Luzi, Nell’imminenza dei quarant’anni

Nell’imminenza dei quarant’anni.

Il pensiero m’insegue in questo borgo
cupo ove corre un vento d’altipiano
e il tuffo del rondone taglia il filo
sottile in lontananza dei monti.

Sono tra poco quarant’anni d’ansia,
d’uggia, d’ilarità improvvise, rapide
com’è rapida a marzo la ventata
che sparge luce e pioggia, son gli indugi,
lo strappo a mani tese dai miei cari,
dai miei luoghi, abitudini di anni
rotte a un tratto che devo ora comprendere.
L’albero di dolore scuote i rami…

Si sollevano gli anni alle mie spalle
a sciami. Non fu vano, è questa l’opera
che si compie ciascuno e tutti insieme
i vivi i morti, penetrare il mondo
opaco lungo vie chiare e cunicoli
fitti d’incontri effimeri e di perdite
o d’amore in amore o in uno solo
di padre in figlio fino a che sia limpido.

E detto questo posso incamminarmi
spedito tra l’eterna compresenza
del tutto nella vita nella morte,
sparire nella polvere o nel fuoco
se il fuoco oltre la fiamma dura ancora.

.
© Mario Luzi, in Onore del vero, Venezia, Pozza, 1957

.

Poesia scelta dal musicista Sergio Marchesini, che ringraziamo.

proSabato: Giovanni Comisso, ‘Riposo su una collina’

proSabato: Giovanni Comisso, Riposo su una collina

Mi piaceva una breve spianata tra piccole colline. Asciutta e raramente erbosa, pavimentata da detriti di roccia, aveva per sfondo l’alta parete di un monte vicino, tutta costruita di stratificazioni sovrapposte le une alle altre, contorte e chiazzate di rossastro. Solitaria e tiepida come un sacrato di campagna, non era stata invasa da alcuna costruzione di guerra, né mai v’era caduto alcun colpo di artiglieria. Come fosse stata un mia camera segreta, vi andavo quasi a nascondermi ogni volta la stravaganza dei miei superiori mi faceva subire rimproveri immeritati. Allora veniva che in quel luogo abbandonato mi dimenticavo della mia divisa e della guerra. Quel monte scarnificato dai ghiacciai della preistoria e quell’altra parete costruita forse dal fuoco o forse dal mare, distraevano a osservarli. In seguito m’accorsi che era più bello stare sulla cima d’una delle piccole colline attorno. Colline senz’alberi, tumoli di detriti del monte.
…..Una mattina (l’aria era tutta un giuoco di venti dolci) mi chiamarono d’urgenza al Comando di Divisione. Era il maggiore addetto ai servizi tecnici che voleva parlarmi. Il giorno prima avevo presentato una richiesta di materiale che secondo gli insegnamenti del corso allievi ufficiali, ritenevo necessario agli impianti telefonici della zona, per impedire l’intercettazione. Il maggiore voleva delle spiegazioni. Abituato ai sistemi dozzinali del comandante della mia compagnia, che si trovava in licenza, non volle intendere le mie insistenze e mi stracciò la richiesta. ebbi ancora l’ingenuità di pregarlo che mi facesse avere almeno un po’ di nastro isolante (animandomi con passione, come per una cosa necessaria personalmente a me), allora egli s’alzò e presomi per un braccio, m’accompagnò nella stanza degli scritturali, dicendomi in loro presenza, in diletto lombardo, di andarmene e di non seccarlo più. Ne uscii umiliato nel mio entusiasmo di giovane ufficiale. Nel rifare l strada tra i filari dei meli dove le frutta luccicavano acerbe contro l’ombra degli alti monti, sentii il passo d’uno che mi correva dietro. Era un mio soldato, che saputa ogni cosa dagli scritturali, mi veniva a spiegare, come poco prima stando al centralino, avesse inteso il colonnello del genio del Corpo d’Armata, sfuriare col maggiore per gli eccessivi prelevamenti di materiale. − Mancanza assoluta di comprensione, − gli aveva gridato; e chiuse il telefono senza voler intendere ragione. Capivo, perché ero stato trattato così male, ma già mi consolava l’idea di trovarmi nella mia solitudine tra le piccole colline. Il vento intermittente, tepido e piacevole agli occhi mi accompagnò al solito posto e come mi distesi per terra mi passò con tale tenerezza sul volto da farmi reclinare il capo come su d’un cuscino tra l’erba fresca e piena d’ombre. Allora mi piacque guardare tra i fili d’erba simili ad alberi d’una foresta, intessuti tra loro per resistere al vento; e meglio osservando, scorsi una carovana di formiche, lucide, negre, agili e pulite passare interminabile. Sospettose e vigilanti alcune deviavano ai lati del percorso per fiancheggiare la marcia del grosso della colonna e nell’incontrarsi con altre che provenivano in senso opposto, si fermavano per un breve abboccamento come per comunicarsi le informazioni topografiche necessarie. Pareva difettassero di provvigioni e partissero in esplorazione e conquista verso lontane terre promesse. Il vento mi portò d’improvviso un attacco risoluto di musica suonata al di là dell’Isonzo, ai piedi del Polunik tutto formoso di nuda roccia. Era una banda reggimentale che s’esercitava, chiusa in una baracca. Il monte copriva con al sua ombra tutta la curva del torrente. La musica veniva a sbalzi, sorvolando le acque tremule e il piccolo paese dove le case si alternavano di alti alberi. Suonavano la marcia dell’Aida, ripetendola così comicamente da farmi ridere da solo. Preso da una leggera allegria tolsi dal taschino della giubba una sigaretta e allora m’accorsi che una mosca grossa e grigia stava fissa sulla mia mano intenta a succhiarmi il sangue. Un dispetto immediato mi animò l’altra mano e gliela sbattei addosso rapida come un fulmine. La mosca tramortita cadde sull’erba e chinai il capo per cercarla. Non era morta, era caduta sul percorso delle formiche, subito fattesi sopra per stringerla avide e feroci alle ali e alle zampe. Dopo alcuni morsi già la portavano via, prima in tre o quattro, poi come misurato il peso, in du soltanto. «Come ogni avvenimento si coordina!» mi venne da dire, e accesi la sigaretta.  (altro…)