novecento

I poeti della domenica #384: Rocco Scotellaro, La prima di agosto

 

LA PRIMA DI AGOSTO

a Manlio Rossi-Doria

In un momento cesserà la giostra
delle giumente bendate che trebbiano
a giri vorticosi sulle aie.
Hanno bisogno d’essere cantate
allora si mettono al trotto
e gli uomini sanno farle sognare:

O esauste fontane, a briglie lente,
dopo i picchi fatigati,
o amore sommo dell’uomo
un vero fratello
che scendeva da cavallo,
rimescolava invano nella ciba
d’acqua al fondo d’un’argilla
che lunga cervice non lambiva!
O vero amore di compagni di lavoro:
ho visto un uomo dare a bere
le sue mani a una giumenta e bestemmiare!

A un cenno, nel momento
or rendetele franche
le giumente sulle aie
con le sacchette gonfie della biada.
Oggi nelle terre
si lavora e si fa festa
la prima di agosto
la gioia di riserva
il cibo di nascosto.
Dall’ombra dei fichi
si vede come una bandiera
sull’ultima biga.
E sono imbianchite le casine
la festa gloriosa dei santi
padri contadini.

(1948)

 

da © Rocco Scotellaro, Tutte le opere, Mondadori, Oscar Moderni, 2019

I poeti della domenica #383: Rocco Scotellaro, Verde giovinezza

 

VERDE GIOVINEZZA

C’è tempo quando abbondano
lucertole nelle vigne
e a qualcuna nuova coda inazzurra,
quando nei campi spuntano covoni
impazienti di fuoco
e la cicala assorda e mi tappa
l’orecchio alle campane, alle canzoni,
al lungo richiamo di mamma
che mi rivuole vicino e suo.
Quando la fiumara è bianca…
Allora mi voglio scolare l’orciuolo
e coricarmi in terra
senza memoria più
della verde giovinezza.

(1945)

 

da © Rocco Scotellaro, Tutte le opere, Mondadori, Oscar Moderni, 2019

PoEstate Silva: Stefano D’Arrigo, In una lingua che non so più dire

 

IN UNA LINGUA CHE NON SO PIÙ DIRE

Nessuno più mi chiama in una lingua
che mia madre fa bionda, azzurra e sveva,
dal Nord al seguito di Federico,
o ai miei occhi nera e appassita in pugno
come oliva che è reliquia e ruga.

O in una lingua dove avanza, oscilla
col suo passo di danza che si cuoce
al fuoco della gioventù per sfida,
sposata a forma d’anfora, a quartara.

O in una lingua che alla pece affida
l’orma sua, l’inoltra a sera nell’estate,
in un basso alitare la decanta:
è movenza d’Aragona e Castiglia,
sillaba è cannadindia, stormire.

O in una lingua che le pone in capo
una corona, un cercine di piume,
un nido di pensieri in cima in cima.

O in quella sua lingua che la mormora
sul fiume ventilato di papiri,
su una foglia o sul palmo della mano.

O in una lingua che risale in sonno
coi primi venti precoci d’Africa,
che nel suo cuore albeggia, in sabbia e sale,
nel verso tenebroso della quaglia.

O in una lingua che non so più dire.

 

Stefano D’Arrigo, Codice siciliano (prima edizione nel 1957, per i tipi di Scheiwiller), ora per MESOGEA, Messina 2015, pp. 54-55

I poeti della domenica #382: Remo Pagnanelli, “i giardini che sperimentano per primi”

 

 

i giardini che sperimentano per primi
il silenzio del tramonto
alzano dalle rose un vento di lamento

tutto ciò che è inanimato
geme sotto d’obliquo luci

nel mare allora andando in un’oscurità maggiore
sogna l’alito di Dio e vedine la chiarità che salva

 

Remo Pagnanelli, Quasi un consuntivo (1975-1987), a cura di Daniela Marchesti, Donzelli 2017

 

I poeti della domenica #381: Remo Pagnanelli, Alla Musa

I

Come fu difficile ricacciarti nell’ombra.
Io tiravo la volta, tracciavo il solco,
mi rifacevo nel verso di te che eri memoria.
Non dire soltanto mezze parole ma
se tento ancora coll’orgoglio
oppure l’incapacità mi perseguita.
Del resto anche questo inseguirti è essere vani
e inconsolabili.

II

All’oscuro di tutto la mia musa quanto meno
involuta non sa di musica seria o seriale,
così la grande maniera irta, carme d’impasse dovizioso,
sferraglia incompleta di tempo che s’invola,
è come una banda dal motivo interpolato,
poco più che un attacco.
Gli basta per incartamento di poetica
il balbettio prezioso (passepartout di carta pecora-poetica).

Remo Pagnanelli, Quasi un consuntivo (1975-1987), a cura di Daniela Marcheschi, Donzelli 2017, p. 22

I poeti della domenica #380: Arturo Benvenuti, Un bacio

 

..Non fu facile, e nemmeno
dolce. Sapeva di sale.
Come il pane che sulla terra
è onesto.

.

In Masiere (1970), s. e., ora in Arturo Benvenuti. L’opera poetica, a cura di Giampiero Fattorello, Padova, Beccogiallo, 2014

I poeti della domenica #379: Arturo Benvenuti, È in questo paese

 

Fra queste dimenticate
pietre a me leggibili
− calcareo deserto
dove punge la spina
bruciata del pruno −
solitario avvampa un fiore
a cantare la vita,
che nel morso della bora
si rinnova. Nell’abbandono
alla solitudine disadorna,
che la trama non sopporta
di fecali astuzie
né il turpe credo di giuda
illividiti dalle frequenti
cene, le devastate vene
ricongiungono a palpitare
per la sola speranza
ch’io rincorro, gridata
con il nome di dignità

 

In Adriatiche rive. Poesie (1973), edizione ciclostilta, ora in Arturo Benvenuti. L’opera poetica, a cura di Giampiero Fattorello, Padova, Beccogiallo, 2014

proSabato: Giovanni Comisso, Garzoni sorridenti

Nel negozio di alimentari la luce scendeva dall’alto, come nella grande vasca di un acquario. Mi servivano quattro fratelli, tre stavano al banco e il quarto alla cassa, tutti giovani e premurosi. Quella luce avrebbe dovuto fare risultare nitidi e lucenti i vasi di marmellata, i pacchi delle diverse qualità di pasta, i formaggi, i salumi, il burro, la mostarda nella massella, ma in verità le sole cose che rilucevano nitide per chi entrava, erano i bianchi denti di quei fratelli e i loro occhi freschi nel sorriso. Ridevano in tutto il loro insieme, nello sguardo, nelle labbra, nei denti e parevano così felici, oltre ogni limite, di quel negozio da essere pronti nell’offrire e nel vendere come avessero da offrire loro stessi in quella naturalissima giovinezza, che invero si poteva definire superba. Però non si sentivano consapevoli, perché del tutto immersi, solo se fossero improvvisamente invecchiati avrebbero potuto capire cosa erano stati e vantarsi come di un grande bene perduto.
Dalla mattina presto fino al mezzogiorno stavano nel loro negozio in prevalenza vecchie signore, vedove o non sposate, ridotte a vivere nella loro casa con la sola compagnia di un gatto o di un cane con i quali facevano per lunghe ore durante il giorno un dialogo muto disperato ed era un sollievo incredibile per loro accorgersi al mattino che occorrendo il burro o la pasta era necessario andare da quei ragazzi. Venivano anche signore sposate che non riuscivano a vedere più un breve sorriso sul volto del proprio marito e giovinette ancora ignare dell’amore. Entrare per tutte loro dava un leggero fremito di piacere, aprire la porta e sapere che subito al banco vi sarebbero stati Luciano, Mario e Giulio illuminati dalla luce diffusa, subito pronti dall’alto del banco a chiedere cosa desideravano. Le sottili labbra taglienti scoprivano il bianco della dentatura e si fermavano in quel sorriso che pareva riuscisse impossibile nascondere. Quelle donne si facevano difficili, smemorate, pure di mantenere il dialogo più a lungo con uno di loro. Parlare dopo il silenzio della loro casa con un gatto, con un cane o con il marito che non rispondevano al loro interrogare e ancora meno sorridevano, era insieme uno spettacolo e un amoroso intervento che dava loro la forza di reggersi ancora per ventiquattro ore nella solitudine.
I tre ragazzi che stavano in quella mostra giuliva, sull’alto del banco, non sapevano della tristezza di quelle donne e di quale dono erano dispensieri. Erano come i fiori che se sapessero che oltre alle api e agli altri insetti volanti, vi siamo noi esseri umani ad annusarli e a godere dei loro colori, di certo rinserrerebbero i loro petali. Ignari, sorridevano e rilucevano negli occhi senza pensare che quelle donne avevano più bisogno di avere, nel mattino, quel contatto con la loro atmosfera, che di comperare il burro la marmellata o il salame. Mario, il maggiore dei fratelli che palesava una esperienza femminile facile ad ottenere senza tanto discutere, era così generoso che al suo sorridere accogliente vi aggiungeva sempre frasi spiritose che usava per rendersi un pacco alla clientela sulla quale fondava il buon andamento del negozio. Il suo spirito presentava sempre l’equivoco fino a intimidire quelle donne solitarie, le quali pensavano che gli avesse capito quale piacere provavano nello scambiare quel dialogo. Quando tutti e tre sorridevano nel rivolgersi accoglienti a quelle donne solitarie o a quelle sposate scontente, risultavano in vero come mazzi di fiori messi in una vetrina, comunicanti il brivido dei loro colori, ma irrimediabilmente separati per le avide api dal grosso lastrone di vetro. (altro…)

Ostri ritmi #25: Matjaž Pikalo

 

Rojstvo vesolja

Galaksije se zbirajo v jate, Zemlja
je žejna, čaka na zadnje dni, na
dež, ki prihaja. Vesolje se še zmeraj
trese, in čeprav so od velikega poka,
praeksplozije prostora samega, minile
še milijarde let, slišimi pojemajoči
odmev stvaritve. Pika sem, natakarski
učenec, nekdo mi je dal ime, da bi se
pošalil z mano. Zdaj poznam vpliv
gama žarkov na rast mesečkov. Ne
sovražim sveta, v katerem bivam, čeprav
včasih mislim, da bi zaslužil kazen.
Moja radovednost je enaka natančnemu
opazovanju gibanja zvezd, ki ga je v
službi kitajske cesarske vlade izkazal
Yang Wei Te. Sem edina priča novi,
strahoviti eksploziji, ki je povsem
raznesla mogočno zvezdo.

.

La nascita del cosmo

Le galassie si riuniscono in banchi, la Terra
è assetata, aspetta gli ultimi giorni, la
pioggia che sta arrivando. Il cosmo
sta ancora tremando e seppur dal grande scoppio,
la pre-esplosione dello spazio stesso, sono
passati già miliardi di anni, sento l’eco
morente della creazione. Sono un punto,
un’apprendista servitore, qualcuno mi ha dato un nome
per prendersi gioco di me. Ora conosco l’influsso
dei raggi gamma sulla crescita della calendula. Non
odio il mondo in cui abito, benché
a volte pensi che meriti una punizione.
La mia curiosità è uguale alla precisa
osservazione del movimento delle stelle, che
Yang Wei Te ha dimostrato al servizio
del potere imperiale cinese. Sono l’unico testimone della nuova,
mostruosa esplosione che ha completamente
distrutto l’immane stella.

(altro…)

I poeti della domenica #376: Biagio Marin, Quando piú moro

[L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright]

Quanto piú moro

Quanto piú moro
– presensa al mondo intermitente
e luse che se spenze, de ponente –
tanto piú de la vita m’inamoro.

E del so rîe che fa fiurî l’avril
e del miel che l’ha in boca,
la prima neve che za fioca
sia pur lenta e zentil.

Melodioso l’anda per strà
de l’anca mola nel menèo
che ondesa comò fa ‘l canèo
nel maïstral disteso de l’istà.

Musica in ela
e in duta la persona
che duta quanta sona
de quela zogia che m’insiela.

Quela musica duta la me intona
la fa de me corente d’aqua viva
che in mar se perde sensa riva
e solo el perdimento la ragiona.

Quanto più muoio
– nel mondo presenza intermittente
e luce che si spegne, da ponente –
tanto più della vita m’innamoro.

E del suo ridere che fa fiorire l’aprile
e del miele che ha in bocca,
la prima neve che già fiocca
sia pure lenta e gentile.

Melodioso l’andare per istrada
nell’ondulare dell’anca molle
che ondeggia come il canneto
nel maestrale disteso dell’estate.

Musica in lei
e in tutta la persona
che tutta quanta suona
di quella gioia che mi inciela.

Quella musica tutta mi intona
fa di me corrente d’acqua viva
che si perde in mare senza rive
e solo il perditempo suo ragiona.

 

da Quanto piú moro [1969], ora in Poesie, a cura di Claudio Magris e Edda Serra, Garzanti, “i grandi libri”, 2017, p. 151.

I poeti della domenica #375: Biagio Marin, Me t’amo morte vagabonda

[L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright]

 

Me t’amo morte vagabonda

Me t’amo morte vagabonda
tu fior de nostra vita
perché tu porti drita
ne la note de Dio che xe piú fonda.

Senpre tu tasi e senpre tu faveli
e tu persuadi l’omo nel so passo
e tu lo porti, sita, al so trapasso
fasendolo cantâ i to ritorneli.

De là del sol xe senpre note
piena de stele site,
nàvega Dio su quele rote
creando sensa pase, nove vite.

Ma xe una vita sola,
la Sova, che no’ sa tramonto
drío d’ogni vita Dio xe sconto
e le parole e l’ánema le svola.

Ti amo, morte vagabonda,
tu fiore della nostra vita,
perché tu porti dritta
nella notte di Dio che è più fonda.

Tu sempre taci e sempre parli
e persuadi l’uomo nel suo passo
e lo porti zitta, al suo trapasso
facendolo cantare i tuo ritornelli.

Di là dal sole è sempre notte
piena di stelle silenziose,
naviga Dio su quelle rotte
creando senza pace nuove vite.

Ma è una vita sola
la Sua, che non sa tramonto;
dietro ogni vita Dio è nascosto,
e le parole e le anime volano.

 

da El vento de l’eterno se fa teso [1973], ora in Poesie, a cura di Claudio Magris e Edda Serra, Garzanti, “i grandi libri”, 2017,

I poeti della domenica #374: Vittorio Bodini, I pini della Salaria

[L’immagine potrebbe essere soggetta a copyright]

 

I pini della Salaria

Attento. Ogni poesia
potrebbe esser l’ultima.
Le parole s’ammùtinano.
Comincia un insolito modo
con le cose di guardarsi
d’intendersi
scavalcando le parole
in una vile dolcezza.
Ahi, e avevo un cuore
che voleva abbaiare
tutte le notti
alla luna e alle pietre.
Sì, i cappellini d’edera
dei lampioni notturni,
le coppie che s’abbracciano
nelle macchine ferme…
Che posto troverò per voi
nella memoria,
per voi e per le colme cupole
che ammaìna Roma nell’ombra?
I pini della Salaria
non hanno pigne
da far scoppiare al fuoco,
pigne calde da mettere
nel cavo petto dei morti.

 

da Tutte le poesie, Besa editrice