novecento

L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan

L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan, a cura di Marco Ercolani, Carteggi Letterari 2018

Tutto nel segno di una conversazione ininterrotta con l’altro, di un movimento di esplorazione meditante e di azione di collegamento, L’archetipo della parola, il volume curato e fortemente voluto da Marco Ercolani, dà conto nella sua articolazione e nel suo impianto di punti di partenza e di approdi che sono esemplarmente sintetizzati da due considerazioni degli scrittori qui affiancati: il poeta come passeur di un ordine, sì, ma di un ordine insorto, «Le poète est le passeur de tout cela qui forme un ordre. Et un ordre insurgé» (René Char in A une sérénité crispée, 1952; nel volume, a p. 21, nella traduzione di Francesco Marotta: «Il poeta è il traghettatore di tutto ciò che plasma un ordine. Un ordine insorto.») e la parola “insieme” come Shekinah, tenda nel deserto, «Sichtbares, Hörbares, das/ frei–/ werdende Zeltwort:// Mitsammen» (Paul Celan in Anabasis, nel volume a p. 127, nella traduzione di Mario Ajazzi Mancini; «Del visibile, dell’udibile/ la parola/ tenda che si/ libera,// Insieme»).
Nella stessa cornice plurilingue di incontri, indagini, illuminazioni, di vere e proprie “incursioni nella luce” (questo è il titolo del saggio di Marco Ercolani) vanno letti tutti i contributi di quest’opera pubblicata da Carteggi Letterari, sia le traduzioni dei testi di Char e di Celan, sia le traduzioni di contributi critici, sia i saggi che appaiono qui per la prima volta in volume. Non stupisce, in tale contesto, apprendere, ad esempio, come lo scrittore austriaco Peter Handke abbia scritto direttamente in francese un saggio su Char (Nager dans la Sorgue, datato “Salzburg, 24 maggio 1986 e apparso nel fascicolo monografico della rivista “Europe”, 1988), e come Peter Szondi, nato a Budapest, abbia dedicato alla poesia di Celan saggi – poi confluiti nel volume 330 della Bibliothek Suhrkamp, Celan-Studien, curato da Jean Bollack e pubblicato postumo nel 1972 – scritti nella prima stesura in francese (per esempio Lecture de Strette), oppure in tedesco.
Del volume L’archetipo della parola. René Char e Paul Celan riporto qui di seguito l’introduzione di Marco Ercolani, che torno a ringraziare per l’invito a partecipare all’opera, sia l’indice, che ne mostra l’ampiezza e la varietà di contributi.

© Anna Maria Curci

Premessa

di Marco Ercolani

René Char e Paul Celan. Due poeti, due “amici”, per i quali la percezione poetica è scheggia luminosa e disastro oscuro, “cammino del segreto” e “Tenda Inespugnata”. Questo volume collettivo è un viaggio fra le analogie e le differenze di questa percezione.
Dal saggio di Blanchot per Char ai versi di Éluard dedicati al poeta alla testimonianza di Handke, dalla lettura di Szondi all’intervista di Derrida su Celan, il volume presenta anche nuove traduzioni, testi inediti dei due poeti, incursioni critiche di scrittori contemporanei.
Char e Celan sono interpreti di quell’esperienza dell’impossibile che è e sarà sempre la poesia, dove la necessaria distruzione dei discorsi logici e la magica ricostruzione del discorso poetico non si oppongono programmaticamente ma risuonano come raffiche di un vento uguale e contrario, splendono e si oscurano come il lato segreto e quello visibile dell’astro lunare. (altro…)

I poeti della domenica #346: Giorgio Bassani, Ars poetica

 

Ars poetica

E non resti di me che un grido, un grido lento,
senza parole. Nessuna mai parola: ché premio
m’eri, o frana celeste ed intima, tu sola.
Nel cielo senza tremito, quest’onda, quest’accento…

 

In L’alba ai vetri. Poesie 1942-’50, Torino, Einaudi, 1963

I poeti della domenica #345: Giulio Alessi, Battere del sangue

 

Battere del sangue

Passa la notte, canna nell’onda,
un’onda che noi pure abbiamo
nelle vene. Dolce onda del sangue
calda, rossa e lunga.
……………………..Persuade
al vivere quest’animale bava
sempre in fuga che fa godere
il canto delle allodole,
il volo di libellule,
il brulichio ilare d’insetti.
…………………..Ho sonno.
Se dormo la memoria resta
proprio perché il nascosto sangue
prosegue a sillabare vita.

 

In E si prosegue in silenzio (Padova, Il sentiero dell’arte, 1953) ora in Le poesie, Mursia, 1986

I poeti della domenica #344: Aldo Palazzeschi, Rimini

VELE bianche, vele rosa, vele azzurre
filano verso il porto dell’amore
gonfie d’ebbrezza.
E una nera, pesa e lenta nel fondo,
sgorata di rosso
s’avanza insensibilmente.
In oro perle e ciliegie
Isotta ride:
«Si! Si! Si! Si!
Sigismondo, stringimi!
Voglio sentirmi stretta
più stretta che avvinghiata non m’hai:
per tutto il cielo,
per tutto il tempo,
per tutto il mondo:
Si! Si! Si! Si!»
Dall’alcova di porpora
Francesca guarda il mare:
«Paolo,
per tutto il sangue:
Si».

 

In «Mercurio», Anno III, n. 18, febbraio 1946.

Anna Frank, 31 marzo 1944

Venerdì, 31 marzo 1944.

Cara Kitty,

figurati, fa ancora abbastanza freddo, ma quasi da un mese la gente è già quasi tutta senza carbone. Piacevole, vero? È tornato un po’ di ottimismo per quello che si sa del fronte russo. Notizie formidabili! Io non scrivo molto di politica, però ti so dire dove sono adesso i russi: vicinissimi al confine polacco, e in Romania al Pruth. Hanno quasi raggiunto Odessa. Aspettiamo di sera in sera un comunicato straordinario di Stalin.
A Mosca sparano tanti colpi a salve, che tutta la città ne rintrona; chissà che piacere provano a fare finta che la guerra sia di nuovo vicina! Non conoscono altri modi per manifestare la loro gioia?
L’Ungheria è occupata da truppe tedesche. C’è ancora un milione di ebrei, laggiù, e adesso cominceranno i guai anche per loro!
I pettegolezzi su Peter e me si sono un po’ chetati. Siamo ottimi amici, stiamo molto assieme e discorriamo di ogni argomento. È così fine, che non ho mai bisogno di trattenermi, come dovrei fare con altri giovanotti, quando il discorso cade su di un soggetto delicato.
La mia vita qui è molto migliorata. Dio non mi ha lasciata sola e non mi lascerà sola.

La tua Anna.

 

[Anna Frank morirà il 31 marzo 1945, un anno esatto dopo questa pagina del Diario, nel campo di concentramento di Bergen Belsen]
[edizione di riferimento: Diario di Anna Frank. Traduzione di Arrigo Vita, Arnoldo Mondadori, 1959]

proSabato: Etty Hillesum, Lunedì 4 agosto 1941

Lunedì 4 agosto 1941, le due e mezzo di pomeriggio

S. dice che l’amore per tutti gli uomini è superiore all’amore per un uomo solo: perché l’amore per il singolo è una forma di amore di sé.
S. è un uomo maturo di 55 anni, che ha raggiunto questo stadio di amore per tutti gli uomini dopo aver amato molte persone singole, nel corso della sua lunga vita. Io sono una donnetta di 27 anni: anch’io mi porto dentro questo grande amore per tutta l’umanità, eppure mi domando se non continuerò a cercare il mio unico uomo. E mi domando fino a che punto questo sia un limite della donna: fino a che punto cioè si tratti di una tradizione di secoli, da cui la donna si debba affrancare, oppure di una qualità talmente essenziale che una donna farebbe violenza a se stessa se desse il proprio amore a tutta l’umanità invece che a un unico uomo (non sono ancora in grado di concepire una sintesi). Forse, la mancanza di donne importanti nel campo della scienza e dell’arte si spiega così: col fatto che la donna si cerca sempre un uomo solo, a cui trasmette poi tutta la propria conoscenza, calore, amore, capacità creativa. La donna cerca l’uomo e non l’umanità.
Non è proprio così semplice, questa questione femminile. A volte, quando vedo per strada una donna bella e ben curata, assolutamente femminile e magari un po’ stupida, sono capace di perdere la testa: allora il mio cervello, le mie lotte e sofferenze mi diventano un peso, li sento come qualcosa di brutto e di non femminile e vorrei essere solo bella e stupida, una specie di giocattolo desiderato da un uomo. È tipico che io voglia essere sempre desiderata dall’uomo, che la nostra femminilità sia sempre la suprema conferma del nostro essere, mentre si tratta di una dinamica oltremodo primitiva. I sentimenti di amicizia, stima, amore per noi donne in quanto persone sono tutte belle cose – ma in fin dei conti, non vogliamo forse che l’uomo ci desideri come donne? Non riesco quasi a esprimermi, è una questione infinitamente complicata ma è essenziale che ne venga a capo.
Forse la vera, la sostanziale emancipazione femminile deve ancora cominciare. Non siamo ancora diventate vere persone, siamo donnicciole. Siamo legate e costrette da tradizioni secolari. Dobbiamo ancora nascere come persone, la donna ha questo grande compito davanti a sé.

Come stanno in realtà le cose tra S. e me? Se, alla lunga, riuscirò a fare chiarezza in questa relazione, avrò anche fatto chiarezza nel mio rapporto con tutti gli uomini e con l’intera umanità, per usare parole grosse. In nome del cielo, lasciatemi essere patetica, annotare ogni cosa proprio com’è nel mio animo, e quando avrò riversato nella scrittura tutto il patetico e l’esagerato, forse tornerò anche a lavorare su me stessa.
Voglio bene a S.? Sì, follemente.
Come uomo? No, non come uomo, ma come essere umano. O forse amo di più il calore e l’amore e un tendere alla bontà che irradiano da lui. No, non riesco a venirne a capo, non riesco davvero a venirne a capo. Questo è una sorta di taccuino: di volta in volta farò dei tentativi, vi scriverò qualcosa, nella speranza che alla fine tutti i pezzi formino un tutto, ma non devo fuggire di fronte a me stessa, o alla gravità dei problemi, cosa che del resto non faccio. Ciò da cui fuggo, a onor del vero, è la difficoltà di mettere ogni cosa nero su bianco. Tutto viene fuori in maniera così infelice.

Ma tu scrivi su questi fogli non per produrre capolavori, ma solo per fare un po’ di chiarezza in te stessa. Provi ancora vergogna, non osi lasciarti andare o lasciare che le cose sgorghino dal tuo animo; continui a essere terribilmente inibita, e questo accade perché non hai ancora imparato ad accettarti così come sei.

È difficile avere al contempo un buon rapporto con Dio e con il ventre. Tale pensiero mi ha tormentata durante una serata musicale di qualche tempo fa, quando S. e Bach erano entrambi con me. Nell’intervallo tra due esecuzioni musicali lui mi aveva raccontato che Wiep gli aveva fatto un test di Rorschach sulla base del quale lui aveva visto poche «cavità»; secondo Wiep, il risultato indicava che il problema sessuale per lui era totalmente risolto, che era stato «subordinato» al complesso della sua personalità e che ora aveva un ruolo secondario nella sua vita. Credo di essere stata davvero gelosa di quella situazione, e devo aver pensato qualcosa del genere: Sì, è facile per te. C’è qualcosa di complicato nel rapporto con S. Lui se ne sta lì pieno di calore e cordialità umana, sicché tu ti lasci andare senza riserve. Ma al tempo stesso, c’è un uomo possente con una faccia espressiva, con grandi, sensibili mani, che ogni tanto ti cercano, e con occhi la cui carezza può davvero essere commovente. Ma la carezza è impersonale, ovviamente: lui accarezza l’essere umano, non la donna; l’artiglio si protende verso la persona, ma non verso la donna. La donna, però, vuole essere accarezzata come una donna, e non come un essere umano. Almeno così mi sento io, a volte. Ma lui ti mette di fronte a un compito difficile, per il quale bisogna lottare duramente. Io sono un compito per lui, me lo ha detto una delle prime volte, ma anche lui lo è per me. Devo smetterla adesso: mi sento sempre più povera mentre scrivo tutto questo, segno che non sto esprimendo ciò che realmente accade dentro di me. (altro…)

Amelia Rosselli: da Appunti Sparsi e Persi

Nel giorno della nascita di Amelia Rosselli (28 marzo 1930 – 11 febbraio 1996) vi proponiamo alcuni suoi testi poco noti tratti dal Meridiano Mondadori.

Il mio cuore
bello, bisognoso e distratto
umiltà unificate
corte sottane pietrificate
cristi che flirtano

diceva cose belle ma demistificate

*

torna il sapere
meticoloso a ingannarmi
nella troppa fede nel
ferro d’un quieto eroismo: la vita
indefessa e panica
storcendo la bocca stenta
come il cane annoiato al sole.

* (altro…)

Lorenzo Pompeo, La “invenzione” di Buenos Aires di Jorge Luis Borges (1921-1929)

Quando, nel 1921, il poeta ventiduenne ritornò nella sua città natale, dopo sette anni di permanenza in Europa, «Era un giovanotto che aveva vissuto in Svizzera e in Spagna, aveva imparato il latino, il francese e il tedesco, aveva partecipato indirettamente a dei movimenti d’avanguardia ed era divenuto membro attivo di un nuovo gruppo, quello degli ultraisti; aveva pubblicato recensioni, articoli e alcune poesie, e aveva scritto due libri. A ventun anni era ancora timido ma abbastanza stagionato».
I Borges andarono ad abitare in una casa su via Bulnes, non molto lontano dal vecchio quartiere Palermo, e vi rimasero per due anni. Jorge cominciò lì ad avere un’abitudine che avrebbe mantenuto fino a cinquant’anni inoltrati: camminava moltissimo per le strade di Buenos Aires, percorrendo distanze enormi «Imparò così a conoscere Buenos Aires, o almeno la sua Buenos Aires; si trattava di percorrere, centimetro per centimetro, ripetutamente, un territorio che i suoi scritti avrebbero percorso allo stesso modo.»
Ma l’indirizzo di Buenos Aires al quale rimase per tutta la vita affezionato era la casa nella quale visse gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza, al numero 2135 di Calle Serrano, quartiere Palermo. In una conversazione con Napoleon Murat nel 1964 Borges la ricorda così:

Quando ero ragazzo, la città finiva lì, a cinquanta metri da casa nostra. C’era un ruscello piuttosto sporco chiamato Maldonado, poi dei terreni incolti, e la città ricominciava di nuovo a Belgrano. Quello che c’era tra il ponte Pacifico e Belgrano non era campagna: sarebbe una parola troppo bella. C’erano dei terreni abbandonati e delle ville. Il quartiere era molto povero. In Calle Serrano c’erano solo tre case a due piani con patio. Sembrava di essere al confine estremo della città.

Scrive Emir Rodriguez Monegar in, Borges, una biografia letteraria: «I Borges erano indubbiamente degli estranei a Palermo: erano per metà inglesi e discendevano da una antica famiglia argentina. Palermo invece era una città di emigranti, una specie di terra di nessuno dove lavoratori “poveri ma rispettabili” abitavano vicino a mezzi delinquenti le cui energie erano prese da attività come il ruffianaggio, la prostituzione e vari tipi di azioni criminali.»[1]

Come racconta lo stesso Borges, i contatti con il mondo al di fuori del giardino di casa erano rari: «Il giardino di Palermo era un luogo privilegiato da cui Georgie poteva osservare il mondo esterno. Era un luogo sacro. Ma era anche la porta d’accesso ad un’altra realtà: la realtà della gente che viveva vicino a lui in case a un solo piano, gente che non aveva l’acqua corrente in casa né possedeva la sicurezza di un giardino proprio. Georgie e Norah non lasciavano quasi mai il loro rifugio» – scrive Monegar.  Malgrado il tempo ne avesse già allora alterato i connotati, il quartiere Palermo e il giardino di Calle Serrano rimarranno per Borges dei luoghi topici, il centro del suo mondo letterario.
Non appena lo scrittore si ristabilì a Buenos Aires, divenne il capo di un gruppo di giovani poeti, anch’essi interessati alla letteratura d’avanguardia, e con loro fondò una rivista letteraria, Prisma. Ne uscirono solo due numeri. Borges così rievoca gli aspetti più pittoreschi dell’impresa: «Il nostro piccolo gruppo oltranzista era ansioso di avere un suo giornale, ma i nostri mezzi non ce lo permettevano. Fu guardando gli annunci pubblicitari che mi venne l’idea di stampare un giornale murale. […] Così facemmo delle sortite notturne armati di colla e pennelli forniti da mia madre e, camminando per chilometri e chilometri, attaccavamo il foglio qua e là lungo le vie Santa Fe, Callao, Etre Rios, e Mexico.»
In quegli anni era al potere il Caudillo Hipolito Yrigoyen, figlio di un immigrato basco analfabeta, primo presidente eletto, nel 1916, nelle prime elezioni a suffragio universale maschile con voto segreto. L’Argentina era nel pieno di un’impetuosa e turbolenta fase di sviluppo industriale e gli emigranti dall’Europa (prevalentemente italiani) trovavano facilmente lavoro. Questo irruento processo di sviluppo aveva creato una nuova classe sociale: il proletariato urbano. La nascita dei sindacati (anarchici e socialisti), le lotte operaie, gli scioperi e le feroci repressioni che ne seguirono furono un chiaro segnale delle profonde mutazioni che stava attraversando la società argentina in quegli anni. Risale al 1927 il celebre reportage di Albert Londres, Le chemin de Buenos Aires (la traite des Blanches), che faceva luce sulla “tratta delle bianche”, ovvero il fiorente commercio di donne proveniente dall’Europa (Francia e Polonia) spedite in Argentina per essere avviate alla prostituzione. Furono proprio questi gli anni in cui il tango, nato nei postriboli di Buenos Aires e Montevideo, divenne popolare in tutto il mondo (tanto che nel 1912 il papa Pio X lo proibì). Lo stesso Borges dedicò a questo fenomeno il suo saggio Storia del Tango, nel quale, relativamente alla questione delle sue origini, scrisse: «i miei informatori concordavano tutti su di un punto essenziale: la nascita del tango nei lupanari». A rafforzare questa tesi, riporta un suo ricordo personale: «il fatto, che potei osservare io stesso da bambino in Palermo e anni più tardi alla Chacarita e in Boedo, che lo ballassero per le strade soltanto coppie di uomini, perché le donne del popolo non volevano compromettersi in un ballo da puttane.»
Proprio in questi anni esplode in tutto il mondo il “fenomeno Carlos Gardel”. Nel 1917, in occasione di un concerto al teatro Empire di Buenos Aires, il cantante mise in repertorio Mi noche triste, un tango di Samuel Castriota e Pascual Contursi che viene considerato uno dei primi esempi di tango-canzone (tra l’altro caratterizzato dall’uso del lunfardo, il gergo dei bassifondi di Buenos Aires infarcito di parole di origini italiane). Da allora incise centinaia tanghi. Le tournée di Gardel in Argentina e all’estero, i film da lui interpretati e la sua figura, oggetto di un vero e proprio culto popolare, renderanno il tango celebre in tutto il mondo. La sua scomparsa prematura, a causa di un incidente aereo, nel 1935, lo rese una vera e propria leggenda.
Anche dal punto di vista architettonico e urbanistico Buenos Aires stava vivendo un tumultuoso sviluppo. Il Colón, allora il più grande teatro lirico dell’America latina, progettato dall’architetto italiano Francesco Tamburini, venne inaugurato nel 1908 con l’Aida. Nel 1923 terminarono i lavori del Palazzo Barolo, fino al 1939 il più alto edificio dell’America latina, uno dei più eccentrici edifici della capitale, un progetto pionieristico per la sua epoca per l’uso ardito del cemento armato e firmato fin nei minimi dettagli dell’architetto italiano Mario Palanti in uno stile definito “eclettico” (che combina elementi art nouveau, art déco con elementi gotici e arabo-indiani).
Scrive Maryse Reunau: «Paradigma della complessità urbana, simbolo dell’evoluzione storica di tutto il paese, la capitale argentina si presenta in primo luogo sotto l’aspetto di metropoli popolosa. Non è difficile trovare nei nostri scrittori allusioni precise, addirittura quantificare numericamente, allo sviluppo demografico senza precedenti fatto registrare dalla capitale nei primi anni del XX secolo. Abbagliati in rari casi dall’immensità di una città ormai allo stesso livello delle più grandi metropoli internazionali, molto più spesso storditi e prostrati dalla marea quotidiana e meccanica di una popolazione laboriosa che pare quasi sonnambula, personaggi e narratori divengono l’eco di questo mondo ipertrofico e disumanizzato in cui le masse sembrano aver avuto ragione dell’individuo.»
Fu questo lo sfondo in cui Borges pubblicò nel 1923, alla vigilia di un viaggio per l’Europa (1924), Fervor de Buenos Aires, la sua prima raccolta di poesie uscita in trecento copie. Furono proprio le forti impressioni ricevute al ritorno in seno alla sua città natale l’oggetto di questa raccolta, come racconta lo stesso autore: «Tornammo a Buenos Aires sul Reina Victoria Eugenia alla fine di marzo del 1921. Fu per me una sorpresa, dopo essere vissuto in tante città europee – dopo tanti ricordi di Ginevra, Zurigo, Nimes, Cordoba e Lisbona – trovare la mia città natia così diversa. Era diventata grandissima, una enorme città di bassi edifici dal tetto piatto che si stendeva a occidente verso la pampa. Era più che un ritorno a casa; era una riscoperta. Potei vedere Buenos Aires con un interesse e un’emozione mai provati perché ne ero stato lontano tanto tempo. Se non fossi mai stato all’estero credo che non avrebbe mai avuto per me quel fascino che adesso aveva. La città – non tutta la città, naturalmente, ma alcuni luoghi che per me divennero emotivamente significativi – ispirò le poesie del primo libro che pubblicai, Fervor de Buenos Aires».[2]
Questo sentimento di meraviglia, di scoperta e riscoperta, di spaesamento e orientamento è ben espresso nella lirica Sobborgo:

Il sobborgo è il riflesso del nostro tedio.
I miei passi claudicarono
quando stavano per calpestare l’orizzonte
e restai tra le case,
quadrangolate in isolati
differenti ed uguali
come se fossero tutte quante
monotoni ricordi ripetuti
di un solo isolato.
L’erbetta precaria,
disperatamente speranzosa,
spruzzava le pietre della strada
e vidi nella lontananza
le carte di colore del ponente
e sentii Buenos Aires.
Questa città che credetti mio passato
è il mio avvenire, il mio presente;
gli anni vissuti in Europa sono illusori,
io stavo sempre (e starò) a Buenos Aires.

(altro…)

proSabato: Gianna Manzini, Ricordo di Ada Negri

INCONTRAI per la prima volta Ada Negri molti anni fa, in casa sua, a Milano. E l’immagine che da allora ne serbo si sostiene all’impressione che i suoi capelli fossero grigi per una specie di riguardo: bisognava, con qualche tono dimesso, temperare tutto quello sfavillìo di occhi, e un così libero giuoco fra ardimento e soavità.
Rinnovando in ogni istante un’intesa col mondo, mi appariva legata e quasi sostenuta da una salda amicizia con tutto ciò che respira. Così, per virtù di sentimento e di sorriso, e per quel senso di giustizia e di persuasione che le sue parole ispiravano, anche col parlarmi della mia diversità da lei, non mi allontanava da sé come inevitabilmente accadde quando si sottolineano differenze: anzi riusciva ad avviare un rapporto amichevole.
Di questa visita mi rimane, oltre il ritratto che la sottile arte del ricordo compose poi per esaudire il mio desiderio di compagnia e di colloqui, la disagiosa certezza d’aver cercato ostinatamente d’abbassare il tono della conversazione con frasi superflue e banali, delle quali, di volta in volta, mi vergognavo. Un disagio che adesso diventa pungente rimorso. Era come se allontanassi da noi il poeta, in lei sempre presente, e lo ammettessi soltanto relegato nella pagina, ostacolassi quel suo coraggioso naturale farsi vivo nella vibrazione di una parola, nell’impennata di una frase, nell’accoglienza di tutto quello che la finestra aperta, i libri, le cose intorno e il calore dei nostri pensieri suggerivano. Quella volta, il mio pudore mi fece peccare d’avarizia.
Ma il mio tardivo desiderio di giustificarmi provocò uno dei miei molti ricordi falsi, di quei ricordi immaginari che ci si studia poi di invecchiare, d’incastonare in momenti e luoghi rigorosamente reali. E che scrupolo nel togliere il nuovo ai particolari con cui di tanto in tanto li ritocchiamo. Perché accade a tutti, credo, di scegliere, quasi senza che la volontà deliberi, nel numero delle persone che direttamente e indirettamente conosciamo, i personaggi necessari alla difficile e mal nota commedia spirituale nostra: amicizie in mezzo alle quali più liberamente viviamo.
Fu l’estate ad Arenzano.
La ragazza che mi porgeva i francobolli, in uno spaccio di sale e tabacchi, butta gli occhi sulla lettera che reca l’indirizzo di Ada Negri, per alzarli subito su di me, raggiando di sorpresa e d’amorosa invidia.
Un momento dopo, al tavolino di caffè, sotto un ombrellone colorato, intrattenevo l’immagine della scrittrice che, sorta in una maniera così stravagante, fra le pareti d’una bottega anonima, mi aveva dato autorità e prestigio presso una ragazza, senza dubbio esperta nel far combaciare i propri sogni su pagine sfogliate e risfogliate nel cassetto aperto del banco di vendita. Una ragazza che avrebbe potuto dar luogo a un racconto. (altro…)

I poeti della domenica #339: Leonardo Sinisgalli, Rue Sainte Walburge

Leonardo Sinisgalli ritratto da Maria Padula
[l’immagine potrebbe essere soggetta a copyright]

 

Rue Sainte Walburge

Forse ha battuto più forte
Il tuo cuore dei tacchi del lanciere.
Ti ritorna il frastuono in un odore
Di capelli, i giorni belli
Al moto biondo della Mosa.
Sbiadiscono nella caligine
La strada del borgo, le scritte
Straniere delle insegne, i campi
Dietro le palafitte.
Tu ne ritrovi la traccia
E da uno sbuffo di vapore
Avanza la cara figura d’amore
Quei dolci tacchi battuti sul cuore
E l’ombra calda sulla faccia.

 

da Vidi le muse, Milano, Mondadori, 1943

Maurizio Ceccarani, Scrittori e Shoah: Würger vs. Schlink

Berlino – Museo ebraico – Immagine Pixabay

SCRITTORI E SHOAH: WÜRGER VS. SCHLINK

Nel post precedente,* quello del 19 novembre 2018 (scusate il lungo silenzio, cari amici), parlando del libro di Éric Vuillard L’ordine del giorno, abbiamo visto i primi passi del Nazismo. L’Anschluss, l’annessione dell’Austria da parte della Germania, si configura come il primo atto di espansione territoriale, da parte del regime. Per quanto maldestro e male organizzato, provocherà da solo un’ondata di suicidi, nonché rastrellamenti e deportazioni. Da questo vorrei ripartire per segnalare due libri di autori tedeschi che ancora oggi, a più di settant’anni di distanza, sono testimoni di una ferita che non si è mai perfettamente chiusa nella coscienza collettiva tedesca. Di autori tedeschi che hanno trattato la materia del Nazismo gli scaffali sono pieni, e come al solito non possiamo che fare una scelta che implichi eccellenti esclusioni. I libri di cui voglio parlare sono Il lettore di Bernhard Schlink e Stella di Takis Würger. Essi ruotano, da due angolature diverse, attorno alla tragedia del Nazismo e al senso di costernazione e di colpa che ha afflitto i tedeschi, almeno i più coscienti e consapevoli, per alcune generazioni.
Il libro di Schlink è del 1995, tradotto più volte, e portato sullo schermo da Stephen Daldry nel 2008, vede l’ultima sua pubblicazione in Italia per i tipi di Neri Pozza e per la traduzione di Chiara Ujka. Si tratta di un grande classico della letteratura tedesca contemporanea e, anche se in molti ne conoscono la storia, mi permetto di tracciarne un accenno di trama. Michael, un quindicenne affetto da itterizia, viene soccorso, mentre tornava da scuola, da Hanna, una donna di trent’anni. Siamo negli anni cinquanta, nella piccola città di Heidelberg. Una volta guarito, Michael va a ringraziare Hanna per l’aiuto che gli ha dato. Hanna vive in un piccolo e modesto appartamento dove accoglie Michael senza cerimonie e senza inibizioni. Lei è una donna matura ma piacente, ha la pelle chiara e profumata. Michael ne è misteriosamente attratto e vive con lei la sua iniziazione sessuale. I due prendono a vedersi con una certa frequenza e alternano alla passione carnale uno strano rituale: la lettura ad alta voce di brani di romanzi famosi. È Michael a leggere e Hanna sembra tenere molto a questa abitudine, come tiene molto a che Michael vada bene a scuola e recuperi quanto ha perso nella lunga malattia. Il loro amore, fatto di erotismo e letteratura, ha fasi alterne, momenti di pudore, momenti di sfrenata passione, ma sempre intercalati dalle storie più belle della letteratura internazionale, dette da Michael ad alta voce. Ad un certo punto Hanna scompare; dopo un primo smarrimento Michael torna a riprendere la sua vita, studia Giurisprudenza e, passati diversi anni, ritrova la donna al banco degli imputati in uno dei tanti processi celebrati in seguito alla tragedia di Auschwitz: gli Auschwitzprozesse appunto. Hanna è accusata di un crimine tremendo dal quale potrebbe discolparsi se solo ammettesse un suo intimo segreto, ma non lo farà. Verrà condannata all’ergastolo. Molti anni dopo le sarà concessa la libertà per buona condotta. Per tutto questo tempo Michael continuerà a spedirle in carcere cassette registrate con letture prese dai libri preferiti. Nell’ultima parte del libro la prosa si alza di tono, la tensione narrativa si fa più forte e il coinvolgimento del lettore più serrato. Le ultime pagine scuotono le coscienze e alimentano domande a cui è difficile dare una risposta. Hanna accollerà su di sé il senso di colpa di una generazione, si immolerà a espiare un male di cui lei è stata strumento incosciente e le letture, che tanto hanno caratterizzato la sua esistenza, saranno la chiave del suo segreto. La consapevolezza tardiva e la scelta catartica di Hanna pongono la donna sull’altare della redenzione, muovono a compassione, e la rendono partecipe del riscatto morale di una nazione.
Bernhard Schlink, oltre ad essere uno dei più noti scrittori tedeschi contemporanei, è stato, nella vita professionale, giudice e professore di diritto. La vicenda narrata ne Il lettore ha radici biografiche. Anche l’altro libro che desidero suggerire, Stella di Takis Würger (tradotto da Nicoletta Giacon), è ispirato, se pur in modo romanzato, a una storia vera. Würger, giornalista di Der Spiegel, di quarant’anni più giovane di Schlink, affronta la tematica della partecipazione dei tedeschi alla Shoah in modo diverso. La prima parte del libro ci narra l’infanzia e l’adolescenza di Friedrich. Il protagonista vive in una valle della Svizzera che ricorda molto gli ambienti del cartone Heidi. Da piccolo è aggredito al volto da uno sconosciuto con un punteruolo che gli provocherà una grossa cicatrice e l’incapacità di riconoscere i colori. (altro…)

I poeti della domenica #337: Alfonso Gatto, Fiera

Fiera

L’uomo nudo e d’azzurro più magro
elegante si disse e un cilindro
portava nero come il coppale
delle scarpe, e un bambino di male
biondo patito aveva e gli cantava.
Cantava ai morti, al vento, e nella fiera
allegri gli tinnivano i soldi
e gramaglie, catene, lumi a sera,
di là la sparsa città d’un canto.

Della sua pena disse il vento, un agro
riverbero di trombe il litorale.

 

da: Alfonso Gatto, Tutte le poesie, Mondadori, 2017