Gli Arcani Maggiori #0: Il Matto

Ventitré carte, ventitré raccontiPer ventitré settimane pescheremo insieme qualcosa di diverso per tema, per lunghezza, per stile, lasciando parlare soltanto le carte. Buona lettura con Il Matto, la carta dell’istinto.

 

“Non lo so” non mi sembra un argomento
adatto per un racconto.

Qualcuno di mia conoscenza

 

Quando l’uomo si vide alle strette, perché non aveva più soldi e doveva lasciare la casa dove abitava, prese un’importante decisione.
«Da quando ho imparato a dire dei no, ne avrò pronunciati alcuni che mi hanno fatto perdere delle opportunità. Ma ogni volta che ho detto sempre sì, ho percorso delle strade che ne hanno chiuse altre più favorevoli. Bene. Stanno suonando le campane di mezzogiorno. Da adesso, per ventiquattro ore, a ogni domanda diretta risponderò: non lo so
Così si mise a braccia conserte, nella casa che doveva lasciare senza averne un’altra da abitare, e aspettò la sorte.
Dopo qualche minuto il telefono squillò: era un suo amico che conosceva la sua situazione e l’aveva presa a cuore.
«Volevo dirti» comunicò «che ti abbiamo trovato un lavoro in un posto lontano, e una casa in un posto lontano. Sono lontani, ma lavoreresti subito e avresti dove stare. Cosa ne pensi?»
Ogni cellula dell’uomo gridava sì, ma aveva fatto una promessa.
«Non lo so», rispose.
Il suo amico se la prese a morte.
«Bene. Noi ti abbiamo aiutato. Ma se tu sei pigro, e ti scoraggia il fatto che è lontano, non sappiamo cosa fare per te.»
L’uomo guardò il telefono, e si maledisse: «Avevo risolto i miei problemi, e ora per questa stupidaggine sono punto e a capo! Maledetta sorte!»
Per molto tempo il telefono stette zitto, poi squillò di nuovo. Era un altro amico che conosceva la sua situazione e l’aveva presa a cuore.
«Ascolta. C’è una casa nel tuo quartiere che va in affitto tra un mese, il tempo di finire di ristrutturare la facciata. Cosa ne pensi?»
Tutto tremante, l’uomo rispose:
«Non lo so.»
«Bene», rispose l’amico, molto deluso. «Pensaci su. Avviserò il proprietario.»
Ma prima ancora che l’uomo potesse maledirsi, il telefono squillò di nuovo.
«Sono il proprietario dell’appartamento», disse una voce affannata. «La prego, voglio fittarlo a una persona fidata e mi parlano bene di lei. Lo prenda da subito, ovviamente gratis per il primo mese per il fastidio della ristrutturazione, e se non le piacerà non se ne farà nulla. La prego, mi dica di sì.»
«Se la mette in questo modo, posso dirglielo.»
Il proprietario riattaccò tutto felice.
«Incredibile!», disse l’uomo a se stesso. «Se non avessi detto non lo so al mio primo amico, ora avrei dovuto cambiare quartiere!». E tutto felice si mise a impacchettare libri e stoviglie.
Cambiò casa quella sera stessa, e la nuova casa gli piacque subito molto. Ma la notte non riusciva a dormire, perché pensava a come l’avrebbe pagata dal mese successivo. Così si alzò e prese i giornali con cui aveva imballato i piatti, e ritagliò gli annunci di lavoro. Trovò una Grande Azienda che faceva al caso del suo curriculum e tornò a dormire.
Il mattino dopo si presentò alla Grande Azienda, e tutti rimasero molto impressionati dal suo curriculum.
«Le offriamo un lavoro da millecinquecento euro al mese: che ne pensa?»
«Non lo so», rispose lui, fiducioso.
Gli uomini rimasero interdetti.
«E se raddoppiassimo l’offerta?»
«Non lo so», rispose ancora lui.
A questo punto erano profondamente colpiti: doveva avere un’enorme fiducia in se stesso per rispondere in quel modo! E la fiducia in se stesso era requisito fondamentale nella Grande Azienda. Così decisero di portarlo direttamente dal direttore.
L’uomo li seguì fino in direzione. Notò prima le piante, poi le grandi finestre, poi il direttore, che stava seduto alla sua scrivania e temperava una matita. Solo per ultima, perché era nascosta, notò l’assistente del direttore. Era seduta a gambe accavallate. La vide e pensò a una cosa. Pensò a lei che toglieva delicatamente le spine da una rosa, senza sorridere e tutta concentrata, per metterla dentro a un bicchiere. Immaginò le tende dentro quella stanza immaginaria, e la luce che filtrava da quelle tende. E anche se non vedeva tutto quello che stava immaginando, capì che non avrebbe mai visto nulla di più bello.
Intanto gli uomini che lo avevano accompagnato si erano chinati all’orecchio del direttore e gli avevano detto qualcosa. Anche lui era rimasto molto impressionato.
«Lei deve lavorare con noi», tagliò corto con aria sorridente. «Su, forza, mi stringa la mano e mi dica che è fatta.»
L’uomo gli porse la mano e gliela strinse forte. Furono tutti molto sollevati.
L’uomo uscì dalla stanza, e l’assistente lo seguì. Aveva un passo rigido ma svelto.
«Benvenuto», disse. «In che reparto sei?»
«Non lo so.»
«Allora ti accompagno a dare un’occhiata in giro. Tanto sono libera fino a mezzogiorno, poi devo andare via.»
Lei gli fece da guida, e indicava le cose con le mani, che erano lunghe di una grazia innaturale. A mezzogiorno esatto, erano fuori dalla Grande Azienda.
«Facciamo la stessa strada?», chiese lei. «Io vado a sinistra.»
E lui, che per tornare a casa doveva andare a destra, guardò l’orologio e rispose:
«Chiedimelo tra un minuto esatto, per favore.»
A lei sembrò una richiesta ben strana, e le sembrò ben strano lui. Ma lo guardò con curiosità, e decise di accontentarlo. Così, a mezzogiorno e un minuto domandò:
«Facciamo la stessa strada?»
«Sì», rispose lui.

© Giovanna Amato

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