autobiografia

Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata

Una frase lunga un libro #99: Michele Mari, Leggenda privata, Einaudi 2017, € 18,50, ebook 9,99

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Nacqui d’inverno, e mi è già passata la voglia di proseguire.

Come fosse un racconto.

Nella mia cameretta c’è un poster sulla parete di fronte al letto. È la tigre di Mompracem, no, non è Sandokan, ma la tigre contro cui combatterà. Ho sette, forse otto anni, forse nove, mio padre mi ha regalato quel manifesto perché sa quanto io ami Salgari e i suoi personaggi. In Tv hanno dato da poco lo sceneggiato, e quindi Yanez e Tremal–Naik, e quindi il terribile Brooks (interpretato dall’immenso Adolfo Celi) e Lady Marianna. Per amore mio padre mi compra la tigre, ma la tigre ha le fauci spalancate; e si badi, io so che è una foto, che non esiste, che non devo averne paura, eppure io ogni notte ne ho terrore. I mostri non hanno motivo di non essere, e infatti sono. Dopo qualche settimana vissuta nel terrore ho il coraggio di confessare ai miei quella paura e la tigre sparisce.

Da piccolo io ho sempre detto «Ho fatto un incubo», e sempre mi sono sentito correggere: «Casomai avrai avuto un incubo». Lascio la questione ai linguisti.

Per anni ho sognato, o creduto di sognare, ho pensato, oppure è accaduto, che qualcuno mi tirasse i piedi mentre dormivo; e avevo paura e tacevo. Pensavo si trattasse di un demone, un Gesù, un morto al quale non avevo voluto abbastanza bene. Mentre urlavo senza parole pregavo che non ritornasse, che non venisse più (ma chi?) a tirarmi i piedi (va detto che il piede tirato era sempre il destro), e per qualche notte davvero non veniva. Se tornava, nel sonno (allora era un incubo?) scappavo, ma a ogni passo il pavimento si smaterializzava, allora via in fretta verso le scale, ma i gradini sparivano a ogni balzo, i pianerottoli erano piccole voragini, spariva la strada dinanzi all’ingresso del condominio. Precipitavo di baratro in baratro. Capivo che sarebbe stato meglio che il demone tornasse a tirarmi il piede destro, se si trattava di una punizione era meglio pagare. I bambini credono nella giustizia e nei mostri.

Da quando avevo sette o otto anni i miei mi mandavano a fare qualche piccola commissione come a comprare le sigarette o il pane; o addirittura a farmi spingere ancora più lontano, fino a casa delle zie che stavano nel Rione in fondo alla piazza principale del paese. I miei genitori si raccomandavano di non parlare con gli sconosciuti, e di non farmi avvicinare da un uomo in particolare. «È un po’ strano.», dicevano. Si trattava di un signore sui sessanta, abbastanza distinto, portava gli occhialini neri, montatura alla Peppino Di Capri, era leggermente stempiato. Lo si incontrava spesso in giro per il paese, sorrideva a chiunque, a me non pareva strano. Un bambino si fida ciecamente di quello che gli dicono gli adulti e perciò gli camminavo distante. Me ne stavo sull’altro lato del marciapiede, stando attento ad attraversare solo ad altezza tabaccaio. Un giorno, però, già vinto dalla distrazione che sempre mi accompagna non mi accorsi della sua presenza a pochi metri da me. Sorrise e disse: «Ciao ragazzino, come va?», accarezzandomi leggermente la testa. Avvertii come una puntura di spillo e corsi via. La paura e la suggestione fanno tanto, e da allora ogni volta che ho visto quell’uomo ho avvertito la stessa puntura di spillo sulla testa. Paura è quando ce l’hai, scriveva il mio caro amico Luigi Bernardi.

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Günter de Bruyn, Bilancio provvisorio

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1° novembre 2016: Günter de Bruyn compie novant’anni. Uno dei narratori che maggiormente ha illuminato le mie letture appartiene a quell’anno di nascita particolarmente fecondo alla narrativa, al teatro, alla poesia, alla critica, alla traduzione, alla musica: come Günter de Bruyn, sono nati nel 1926 Ingeborg Bachmann, Italo Alighiero Chiusano, Alfredo De Palchi, Dario Fo, Carlo Fruttero, Hans Werner Henze, Judith Malina, solo per citarne alcuni. Mi fanno compagnia, oggi, i libri di de Bruyn che possiedo. Non sono in traduzione italiana – ché  della vasta produzione di de Bruyn abbiamo solo i volumi L’asino di Buridano e Un eroe del Brandeburgo tradotti e curati da Palma Severi; si deve a Domenico Mugnolo una monografia del 1993 dal titolo Günter de Bruyn narratore – e tra essi spiccano i suoi due volumi autobiografici, Zwischenbilanz. Eine Jugend in Berlin (“Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino”) e Vierzig Jahre (“Quaranta anni”). Il mio omaggio a Günter de Bruyn e alla sua prosa limpida e, ai miei occhi, magistrale, è la mia traduzione dell’inizio di Zwischenbilanz, là dove il “mentitore di professione” dichiara la sua intenzione di esercitarsi nell’arte della verità senza infingimenti e prende le mosse, nel narrare, dalle affabulazioni e dalla tendenza alla “trasfigurazione” materne. Affabulazioni e tendenza alla trasfigurazione materne che non mi sono ignote anche dalla “protostoria” della mia famiglia, così come mi è stata tramandata da mia madre, nata anch’ella nel 1926.  (Anna Maria Curci)

 

Bilancio provvisorio. Una giovinezza a Berlino

Fonti storiche

A ottant’anni ho in animo di fare il bilancio della mia vita; il bilancio provvisorio che inizio a stendere a sessant’anni intende essere un esercizio preparatorio: un allenamento a dire “io”,  a dare ragguagli senza il velo della finzione. Dopo aver girato a lungo attorno alla mia vita scrivendo romanzi e racconti, tento ora di raffigurarla direttamente, senza abbellimenti, senza enfasi, senza maschere. Il mentitore di professione si esercita a dire la verità. Promette di dire con onestà ciò che dice; non promette di dire tutto.
Prima di arrivare a me, tocca alle origini della mia famiglia. Mi sono note soprattutto grazie a mia madre.  Se è vero che ai suoi racconti mancavano cronologia e correlazione, tuttavia le sue immagini-ricordo erano dettagliate e variopinte e noi ce le sentivamo raccontare in continuazione, cosicché, cionondimeno, venne a crearsi una storia di famiglia a grandi linee. La storia iniziava nel 1911, in una sera di gennaio nel corso della quale il giovanotto, che sarebbe diventato in seguito mio padre, aveva dimostrato, al ballo dell’associazione corale delle poste, la sua capacità nel flirtare e la sua imperizia nel ballare il valzer, proseguiva con la domanda del postino Hilgert: E come intende provvedere al sostentamento di mia figlia, signor de Bruyn? – e cambiava poi ripetutamente scenario. (altro…)

Chiara Valerio, “Storia umana della matematica”

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Chiara Valerio, Storia umana della matematica
Einaudi, 2016, € 18,00, eBook € 9,99.

La dimostrazione arriva alla fine, ed è empirica. «Mia sorella dice Non piangere, altrimenti piange anche lui». Il nipote, appena nato, risponde alla commozione dell’autrice increspando le labbra. Perché questo succeda, ma anche perché «l’intelligenza è una forma d’amore» o, ancora di più, perché intelligenza e amore siano «due possibilità di una stessa attitudine, che credo sia capire», è perfettamente spiegato lungo le pagine del libro intero.
I primi sei capitoli di Storia umana della matematica, libro di Chiara Valerio da poco in libreria per Einaudi, sono intitolati ad altrettanti illustri matematici della storia; eppure sarebbe stato monco se l’autrice si fosse limitata a inserire la propria esperienza di vita e i propri anni di studente – e docente – di matematica solo nell’ultimo, In exitu, anziché fare capolino tra i paragrafi del libro con i suoi aneddoti e ricordi di infanzia, costruendo la lenta, rigorosa relazione tra ciò che è conoscenza e ciò che è esperienza sensibile e affettiva. (altro…)

proSabato: Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio. Racconto

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Anna Maria Ortese, Le giacchette grigie di Monte di Dio, da Il mare non bagna Napoli, Adelphi (1994 e successive edizioni)

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Temo di non aver visto davvero Napoli, né la realtà in genere. Temo di non aver conosciuto veramente l’Italia né prima né dopo la guerra. Ciò che mi ha consentito di accostare l’una e l’altra, e parlarne in qualche libro, sono state le emozioni, e anche i suoni e e le luci, e lo stesso senso di freddo e nulla, che da queste realtà procedeva. Insomma, io non amavo il reale, esso era per me, sebbene non ne fossi molto consapevole, come non lo sono forse nemmeno ora, era quasi intollerabile. Da dove questa intollerabilità provenisse, non sono ancora adesso in grado di dire, o dovrei interrogare la metafisica. Ma fu su questo nulla di conoscenza del reale che, negli anni Trenta, scrissi i miei primi racconti, e nel dopoguerra gli altri. Nei primi c’erano dunque luci, suoni, emozioni, e, nel sottofondo, l’angoscia di un inconcepibile, per orrore e grazia, Edgar Allan Poe, di cui avevo incontrato per la prima volta le arcane pagine. Nel secondo libro di racconti, invece, la realtà – la realtà abnorme della Napoli di allora – c’era; ma, per dire le cose come stavano, non era la mia realtà, non l’avevo cercata io: c’era stato, a indicarmi le cose, e a dirmi come erano realmente e storicamente – c’era stato accanto a me, Pasquale Prunas.
E qui, ciò che ricordo ancora del dopoguerra non sono i Granili, né il vicolo della Cupa, né le vie miracolate di Forcella, ciò che ricordo davvero è la via, o località, chiamata Monte di Dio, e il Collegio militare della Nunziatella, e la casa della nobile famiglia cagliaritana che vi abitava, la famiglia del colonnello Oliviero Prunas, preside in quel Collegio.
Ecco, la Nunziatella, i suoi cortili (o uno solo?), i suoi edifici severi, il silenzio, l’ordine di quella scuola militare e, per contrasto, la vivacità e vitalità irrefrenabile del ragazzo Prunas e dei suoi amici, e la generosità e il calore della sua famiglia e dei loro amici, restano tutto il mio autentico ricordo di Napoli. Emozioni, luci  e suoni, dunque: non misura della grave realtà di Napoli e del mondo che aspettava fuori.
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Nota a “I miei portacenere” con un’intervista a Florence Delay

Florence Delay, fotografia di Laura Guerrero

Florence Delay, fotografia di Laura Guerrero

Non si tratta del catalogo di una collezione, mette immediatamente in chiaro la scrittrice e membro dell’Académie française Florence Delay; né, mi viene da aggiungere dopo qualche lettura, di un’autobiografia per portaceneri. Sembrerebbe più un trattatello senza scopi didattici e con la sola intenzione di dare al portacenere quello che è del portacenere, che è molto più di quanto gli sia stato dato finora.
Certo, il titolo è Mes cendriers e i portaceneri, con il loro carico di cicche e di ricordi, appartengono alla vita e alla libera associazione aneddotica di Florence Delay:

Chiamo miei quelli che onoro con assiduità, quelli le cui vecchie ceneri hanno alimentato la mia fornace, bucato i miei vestiti e la mia memoria. Quelli che popolano le solitudini della mia scrivania, delle mie scrivanie, della mia camera, delle mie camere, quelli intimi, originari francesi, o naturalizzati dopo un soggiorno di qualche settimana a portata di mano. Le formalità da parte mia sono più rapide che nei ministeri. Amo ricompensare la fedeltà di servizio, ma attenzione, magnanimità non vuol dire costanza. Resto libera di bandire quelli che mi vengono improvvisamente a noia. Che magari mi evocano un tempo migliore, o che sono invecchiati male. In particolare, sospetto quelli sbreccati di portare iella.

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Festivaletteratura: Minuetto #FestLet

Da "La Belle Joyeuse" - monologo di Anna Bonaiuto, regia di Gianfranco Fiore

Da “La Belle Joyeuse” – monologo di Anna Bonaiuto, regia di Gianfranco Fiore

«L’autobiografia è un grandissimo atto d’invenzione», ricorda la scrittrice Chiara Valerio presentando Michele Mari e il suo Asterusher – Un’autobiografia per feticci (Corraini 2015)Un volume snello e verticale, dove alle fotografie di Francesco Pernigo si intrecciano brevi lampi di testo in cui Mari racconta ambienti e oggetti familiari, cedendo a volte il passo ad autori che hanno trattato le case come labirinti, propaggini, gioielli: da Borges a Poe (da Asterione a Usher, appunto), passando per Huysmans, Proust, Gozzano e altri, Mari mappa la necessità propria dell’uomo di affidare molto di ciò che gli appartiene alle forme da cui è circondato. La tentazione comune di essere conosciuti attraverso ciò che si sceglie, raccontati dalla maniera in cui lo si è usato. Infatti Chiara Valerio lo pungola, lo incalza, chiede affettuosamente se il suo può essere un tentativo bimbo di razionalizzare la propria esperienza di vita, ma Mari inchioda il punto: «gli oggetti cui ho dato mi hanno sempre restituito qualcosa, come fossero stati radioattivi; sarà solo dopo di me che regrediranno a cose.» Qualche incontro più tardi, la scrittrice e accademica francese Florence Delay, che con I miei portacenere (Nottetempo 2015, trad. Laura Barile) ha tracciato un catalogo amoroso della sua collezione, avrebbe detto: «sento il rimprovero dei portacenere che non ho descritto.»
L’oggetto può essere pretesto narrativo, ma l’esattezza dello sguardo ha una spinta etica: far brillare la forma come si fa con un luogo cui si associa una canzone, o una casa che resta infetta dei libri che vi sono stati letti. Un episodio raccontato da Mari mi ha particolarmente colpito: dice del suo primo giorno alla radio – è al microfono, parla di soldatini giocattolo, all’improvviso vede la redazione svuotarsi e dei colleghi fargli segni con il braccio; li raggiunge allo schermo, allora, e osserva cadere le Torri Gemelle, pensando di aver parlato di soldatini di plastica fino a un attimo prima. Ho ricordato, con questo episodio, il bel libro di A. M. Homes La sicurezza degli oggetti (Minimum Fax 2001, trad. Martina Testa, qui per la recensione apparsa su questo sito), un grande esempio di come si possa rimescolare il simbolo con l’icona, aggrappare l’occhio a un unico dato di realtà e a partire da quello spalancare un intero vissuto.  Certo il libro della Homes è feroce, e ha una tesi: a tenere insieme i racconti è l’assunto che siamo divorati dal terrore di perdere gli oggetti che possediamo (e che quindi finiscono per possedere noi); il libro di Mari vuole essere testimonianza di sé attraverso gli oggetti e degli oggetti attraverso di sé. Ma è comune l’accanimento (amoroso, feroce) a rendere osservabile quello che si tocca, e tangibile quello che si osserva.
La realtà, la testimonianza, la spinta etica che può riguardare la scrittura (chi scrive pensa che ogni scrittura e nessuna scrittura siano civili), sono stati grandi temi dell’incontro “Meglio di un romanzo (in bozze)”, in cui due ragazze giovanissime hanno sottoposto altrettanti progetti di reportage al giornalista Francesco Erbani e – ancora – a Chiara Valerio. «Non è un talent», ha immediatamente specificato il moderatore Christian Elia, e non lo era affatto: i testi sono stati sottoposti a un rapido, finissimo lavoro di valutazione ed editing, più rivolto alle potenzialità giornalistiche con Erbani e più verso armonia di registro e composizione con Chiara Valerio. Si è discusso di tono e di sguardo, del confine tra l’uso e l’abuso dello strumento-lingua per catturare l’empatia del lettore e, ancora, si è discusso di esattezza. «La metafora non consente esattezza linguistica, bisogna essere bravissimi per permettersi di usarla», suggerisce Chiara Valerio. «Scrivete pure di quello che immaginate», interviene una donna dal pubblico, «ma poi andate a conoscerlo, ascoltatelo, passateci del tempo e poi scrivete di nuovo, e vi verrà qualcosa di diverso e più bello.»
È un senso di pulizia che dà sollievo quello di rifiutare gli eccessi chiassosi e amare quelli silenti, coltivare la natura del proprio sguardo e sottrarsi a ogni aspettativa ipocrita, abbattere la retorica e incantarsi per quello che è vero, che sia amoroso o feroce.
Anna Bonaiuto, ad esempio, ieri sera si è finta per un’ora Cristina Trivulzio di Belgiojoso, per cui «la verità non vive che un minuto». Ogni minimo gesto che muoveva sul palco era vero.

© Giovanna Amato

Italo Calvino: da “Diario americano”

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da Diario di San Francisco

 

Do it yourself

Nelle mie note non metto mai in rilievo il fatto che tutta la vita americana, e tutta la loro attivissima social life, si svolge senza persone di servizio, e che le case americane, quasi sempre messe su con grande agio e gusto sono state dipinte (i muri), messe su, le scale, tutti i vari lavori di falegnameria ecc. dagli stessi padroni, per l’insistenza o l’estremo costo di una mano d’opera che faccia lavoretti di questo genere. La casa di Tony O., professore a Berkley, molto bella ed elegante, è stata costruita interamente da lui, in muratura e legno, dalle fondamenta al letto, ma non è il solo ad aver fatto così. Per gran parte delle persone del ceto medio intellettuale benestante, farsi una casa significa letteralmente farsela con le proprie mani.

[…]

 

Un party beatnik

Sono invitato a un party beatnik. Ci sono state retate della polizia in questi giorni per stroncare il traffico della marijuana, e qualcuno sta sempre di guardia alla porta se mai arriva la polizia. (Ci sono stati anche comizi beatnik in piazza per protestare contro i sistemi «fascisti» e rivendicare la libertà degli stupefacenti). Qui, in casa non so di chi, si beve solo vino, e pessimo, non c’è sedie, non c’è da ballare, suonatori negri di tamburo ma non c’è posto, diverse ragazze belle ma le più belle al solito son lesbiche, e poi non c’è fusione, non si riesce a discorrere, l’immancabile drogato che ne parties consimili newyorkesi è persona decente e pulita qui è lurido, sfatto e va in giro proponendo fiale di eroina e benzedrina. In conclusione, meglio i parties «borghesi», almeno si beve meglio […]

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Un Posto per ogni distanza.

Sì, ammettiamo che ci piace parecchio correre il rischio di tentare la lettura di un libro che è già passato sotto i ferri di una grossa parte della critica e affrontare così il percorso tortuoso per evitare il già detto e il già sviscerato. Il rischio poi è ancora più elevato se ci riferiamo ad un testo la cui edizione in lingua originale risale a più di trent’anni fa (1983) e pubblicato solo l’anno scorso da L’Orma editore, grazie al notevole lavoro di Lorenzo Flabbi, traduttore ed editore. Il posto di Annie Ernaux ci è piaciuto così tanto che era impossibile non poter dire la nostra, ma per completezza vi consigliamo di tenere in considerazione, tra le tante, le recensione di Di Mauro su “Alias” e l’intervista di Alessandra Pigliaru per “il Manifesto”. Il-posto-Ernaux

Il Posto non è solo un’identità geografica, il paese del nord della Francia che fa da contorno alla vicenda, ma anche (e perdonate il calembour) la posta in palio nel gioco di ruolo che va via via crescendo tra la posizione sociale del padre (con tutta la Storia che si porta dietro e dentro) e quella a cui inevitabilmente tende la figlia, nata e cresciuta in un momento storico in cui la società si smarca sempre di più e con una velocità incalzante e feroce da tutto ciò che è provincia. Ecco quindi il bisogno di definire i contorni di una separazione e dare un ruolo e il posto giusto al dolore; quello rabbioso di una separazione culturale e quello profondo della separazione sensoriale, affettiva, corporea, per sfuggire definitivamente, come figlia ma anche come scrittrice da quella paura ancestrale, generazionale del trovarsi “fuori posto” e assolversi così dalla colpa di un tradimento culturale e sociale nei confronti della figura paterna, colpa a cui solo la scrittura, attraverso un necessario “scollocamento” può dare un senso di sollievo (come ci dice Genet).
Il libro nasce necessariamente autobiografico ma la continuità narrativa si frantuma e apre finestre continue sul presente, sul lettore, nel bisogno quasi ossessivo di giustificare le scelte semantiche e di rassicurarsi attraverso una scrittura lucida, quasi cinica del non cadere mai nella possibilità del bluff e dell’interpretazione là dove la memoria falla e si accettano con consapevolezza le imprecisioni sfumate dei ricordi che inevitabilmente contornano e arricchiscono questa epica famigliare. Non è un caso che la narrazione esordisca con l’accenno al dubbio quasi demotivante nel porre temporalmente il rapporto tra due eventi così importanti e così dolorosi nella loro contraddittorietà (il funerale del padre e il concorso per l’insegnamento), ma il dubbio si risolve solo attraverso un linguaggio assolutamente puro, scevro da ogni possibilità di accenno al sentimento, alla nostalgia e al giudizio e l’aspetto biografico rimane impermeabile. granitico. Un libro sulla memoria non può tuttavia non fare i conti con Proust e Annie Ernaux non se lo dimentica e anzi lo cita almeno due volte, rimarcando nel corso della narrazione la sua imperativa necessità e convinzione di dover definire sempre e comunque con dignità il limite tra ciò che è memoria e ciò che diventa fiction. Lo scrivere di povertà e di ignoranza, non è mai un espediente estetico come in certe caratterizzazioni proustiane o come nella narrazione cinematografica (l’episodio della carne coi vermi che su ripeterà, perché “…non è la corazzata Potemkin.”) ma è la chiave necessaria, se priva di alcuna autocommiserazione o lettura ironica dei limiti culturali e grammaticali paterni, per riuscire a definire quella lotta impari di una generazione contro una società che troppo velocemente prende distanze siderali dalla rassicurante immutabilità della tradizione (il pranzo dopo il funerale, per esempio), delle abitudini e del rimanere legati a quella condizione di semi ignoranza per cui da un momento storico in poi non è più un alibi l’indistinzione tra il parlare e l’agire, ma la presa d’atto di ritrovarsi in un “posto” di assoluta e palese inferiorità; la prima grande dolorosa frattura tra una generazione cresciuta relazionandosi attraverso il dialetto e un linguaggio di sopravvivenza e chi vede nella padronanza del linguaggio e della grammatica una conferma dell’appartenere ad una classe diversa: – ogni volta che qualcuno mi ha parlato di lui, la narrazione cominciava sempre con “non sapeva né leggere né scrivere”, come se la sua vita e il suo carattere non potessero comprendersi che alla luce di questo dato. Questo lo scrive a proposito della figura del nonno, ma è una caratterizzazione necessaria, per trovare una radice da poter rivelare, che non diventa giustificazione, ma consapevolezza. La bellezza di questo libro sta proprio in quella che non esito a definire un’architettura funzionalista delle frasi dove la pulizia disincantata della scrittura, non è solo cronaca ma è un atto di rispetto, verso la storia di un uomo visto attraverso gli occhi di una figlia e non compare mai la ricerca di un motivo per cui assolversi così come non c’è alcuna ricerca consolatoria in una narrazione precisa, dove la stessa lingua paterna, non viene derisa, ma consapevolmente accettata come necessaria, in quanto lingua delle origini. Ma il Posto da cui la si contempla diventa l’accettazione dolorosa e irreversibile di una condizione diversa e distante.

© Iacopo Ninni

Pillole da Mantova #4 – (vite di altri)

Il sabato, a Festivaletteratura, è un pieno di eventi straordinari; è la giornata che attira più pubblico. Il weekend è il tempo giusto per concedersi un po’ di bellezza qui a Mantova, un bicchiere di vino, del buon cibo, e un po’ di cultura. Son così tanti gli appuntamenti del penultimo giorno che, per seguirli tutti, si corre di luogo in luogo ‘pensando con i piedi’, recitando dentro di noi una sorta di ‘grazie senza fine’: quale straordinaria occasione è, infatti, immergersi nell’opera di autori che hanno toccato la nostra esperienza di lettori, di affamati divoratori di poesie e romanzi, per amplificare il senso della lettura? Soprattutto credo sia necessario porre l’attenzione sul tema dell’ascolto e sulla parola che si fa corpo (di cui avrò modo di parlare anche nei prossimi giorni, in ripresa e a supporto di questa tesi). Ed è proprio questo il punto del post di oggi: la fame di trame, di storie; la fame di voce. La fame di ‘parole’ non mi rende personalmente mai sazia sin dalla prima esperienza al Festival, dieci anni fa appunto. Avevo compreso che uno dei quid di Festivaletteratura è la possibilità di rendere due volte fisica l’esperienza della lettura. Mi diverte sempre molto assistere ad eventi in cui gli autori divagano aggiungendo al loro libro quella dose di aneddotica che ci fa entrare nelle loro vite, ma mi sorprende soprattutto poter ascoltare la loro voce, entrare nelle vite dei loro personaggi attraverso il loro linguaggio di tutti i giorni. Oppure entrare nel loro laboratorio, nella loro ricerca attorno ad una figura. Una chiave d’accesso ‘altra’ e, in alcuni casi, fondamentale.

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NELL’ATELIER

NELL’ATELIER

 

Prepareresti un tè? mi chiese, senza distogliere lo sguardo dalla sua opera.

Certo, risposi, ne prenderò anch’io. Ovviamente non ero stato abbastanza incorporeo, mentre alle sue spalle sbirciavo la tela.

Tornai dopo qualche minuto col vassoio: due tazze fumanti, un piattino con due spicchi di limone e lo zucchero che lei teneva a dosare da sé, avida di dolcezza com’era. Non si girò, così osai interromperla baciandole l’ansa tiepida tra collo e spalla, facendola squittire nella maniera infantile dei nostri giochi amorosi.

Grazie, mi amor, disse, recuperando la concentrazione persa per un attimo. Nel suo quadro due papaveri rossi sbocciarono senza preavviso. Sedetti anch’io al mio cavalletto, quindi aprii e respirai il primo tubetto di colore, esitando. Nel suo portatile il terzo capitolo dell’audiolibro taceva ancora, così dissi: vorrei cambiare, uscire dai miei soliti colori.

La pittrice raccolse dopo qualche secondo: non avere fretta, smonta la tua ansia… raccomandò … e non scegliere i colori, lascia che siano loro a scegliere te.

Va bene, dirò alla mia ansia di non avere fretta… sorrisi, e continuai … lavoriamo con i colori, cioè con qualcosa che in pratica non esiste…

Stai scherzando, ribatté lei, qualcuno ha detto che sono i tasti con cui si suona la nostra anima, esistono, esistono…

E invece non esistono in sé, non sono una qualità intrinseca degli oggetti, replicai.

So dove vuoi arrivare, non m’importa.

Proseguii tenace: tanto per cominciare non tutti gli esseri viventi possono vederli, quindi non esistono oggettivamente. Il mondo non è fatto di cose colorate, i colori che percepiamo sono solo particelle di luce riflessa che gli oggetti respingono senza assorbire.

Questo lo so, affermò ostentando pazienza, ma non m’importa.

Sono radiazioni elettromagnetiche, incalzai (ormai ero partito in quarta), e si comportano come onde.

Radiazioni? Ma allora i colori sono pure pericolosi? ironizzò l’artista.

Spiritosa … dissi piccato.

Ma che significa che sono“onde”? chiese, mi piace l’idea di associare i colori a delle onde cromatiche… del resto il verde-acquamarina ed il blu-oltremare hanno le onde nel nome, non trovi?

Buona questa! ammisi di malavoglia, comunque “si comportano come onde” significa che i colori hanno una frequenza e una lunghezza d’onda misurabili, e poi… che ne so! Non sono un fisico…

Bene, sentenziò lei, continua a non fregarmene assolutamente nulla. I miei colori esistono, ed hanno nomi che nemmeno t’immagini. Io parlo con loro, e se dicessi, per esempio, al mio “verde-ideale” che non esiste, mi prenderebbe per matta. Sorrise e riprese: se un mio quadro ti cattura è perché i miei colori non solo esistono, ma vivono, e ti scrutano. Non t’illudere, non sei tu che guardi, è il quadro a guardare te… ma non chiedermi di spiegartelo. Il fatto è che tu vuoi capire ogni aspetto della realtà che ti circonda, andare al nocciolo delle questioni, sempre; la tua curiosità è onnivora e insaziabile… ma per molte cose io voglio solo percepire, sono tutt’occhi, pelle, cuore … sono profumo, sono sentimento. Ho lottato per essere così, e non tornerò indietro.

Toccato, risposi: Lo so querida, lo so …ma così mi fai sentire arido e senza cuore … Al mio tono deliberatamente querulo ridemmo rumorosamente, ed uno sbuffo arancione comparve sulla sua tela.

Subito dopo lei avviò il terzo audio-capitolo di “Kafka sulla spiaggia”, i nostri pennelli sospesero la conversazione.

Dopo circa mezz’ora del nostro silenzio e di Murakami, come se avessimo interrotto il dialogo solo qualche attimo prima, lei rilanciò: io non so come comunicano i colori: non parlano eppure dicono, non suonano eppure vibrano, non si muovono eppure ci toccano… Sono puro “senso”, nel doppio valore di percezione e significato; sono le componenti elementari di una lingua primordiale, lo stupore e l’incanto con cui è possibile elaborare anche raffinate estetiche contemporanee. Ma è un processo che non si esaurisce negli occhi: i nostri occhi sono solo una porta.

Mia Maestra, che belle cose hai detto! esclamai, mimetizzando nel tono giocoso la mia ammirazione. Lei ridacchiò, poi aggiunsi: sai, credo che il cuore occupi gran parte del tuo spazio interiore perché, in fondo, il tuo cervello non ama granché quello che c’è fuori da queste mura. Penso che il tuo mondo traboccante di colori, di leggerezza, di sereno erotismo, la tua “Arcadia”, contenga in sé un rimprovero diretto a tutti noi che lo osserviamo. Tu ci ammonisci in ogni tua opera mostrandoci la vita meravigliosa che potremmo avere se solo fossimo capaci di cercarla, quella vita che sprechiamo ogni giorno nelle brutture e nelle miserie umane. Dietro la gioia dei tuoi dipinti c’è un sommesso lamento, la mascherata sofferenza di un clown obbligato all’allegria. Il tuo sorriso non m’inganna: tu dipingi favole vitali e precarie, felicità in bilico, sogni incredibili che rischiano di dissolversi ad ogni nuova alba. Però non ti arrendi, ti aggrappi tenacemente alle illusioni cui non rinunci mai … è quella la forza che ti rende unica, ciò che amo in te. Lei mi fissò intensamente, trattenendo il sorriso negli occhi, quindi pigiò un tasto del portatile, restituendo allo scrittore giapponese una voce per la sua storia.

Dalle due finestre dell’atelier il sole conveniva per la giusta luminosità, riflessa dagli edifici sull’altro lato della strada.

Visto che luce, oggi? Magnifica per dipingere o… passeggiare, affermai, oltraggiando il silenzio che avvolgeva il romanzo parlante.

Sì, una giornata da dio, confermò lei, mentre zittiva il giovane Tamura Kafka.

Beh, gli dei si trattano bene, dissi, è risaputo. Ma di noi poveri derelitti, quaggiù, chi si prende cura? La storia ci insegna che la giustizia divina non ha mai posseduto un gran talento, come quella degli uomini, del resto.

Sì, può darsi, replicò lei, ma il mio dio non è quello che ci vendono i preti, lo sai, dichiarò. È qualcosa che sento dentro ma è oltre me nello stesso tempo: un mio bisogno.

Lo so, risposi, in fondo i credenti fai-da-te sono quelli che preferisco, si confezionano un padre celeste su misura  e questo li rende immuni dal fanatismo religioso.

Il mio dio consiglia anche la masturbazione e ogni tipo di rapporto sessuale, accentuò lei, perché è un dio d’amore e non chiede a nessuno di rinunciare al proprio corpo; è un dio che ha dettato un solo comandamento: “siate felici”, e non c’è inferno per chi disobbedisce, se non l’infelicità stessa costruita con le proprie mani.

Personalmente scrivo “dio” con la “d” minuscola, confessai, perché non credo che dio abbia inventato gli uomini, credo invece che egli sia un’invenzione degli uomini, che sono quindi i veri creatori.

Quindi gli dei saremmo noi? domandò stupefatta, mentre dal suo pennello una linea d’ombra scuriva un tronco d’albero.

Risposta esatta! lei ha vinto un bacio! dissi, felicitandomi come ogni vero italiano concepito durante la pubblicità tra un quiz e l’altro. Così baciai il suo sorriso, mentre fingeva di respingermi. In quel momento avvertii chiaramente l’approvazione del suo dio, quello dei colori e della libera ricerca della felicità, come pure l’umido dei suoi polpastrelli sul mio viso, sporchi di quel colore verde che non asciuga mai.

 Per Norma 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Roberto Carifi – A Vincennes sognando il Buddha – di Anna Toscano

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Roberto Carifi, A VINCENNES SOGNANDO IL BUDDHA

Settegiorni Editore, 2007, Pistoia, 6euro

A Vincennes sognando il Buddha è l’autobiografia letteraria di Roberto Carifi, un testo  narrativo che prosegue le tematiche e le riflessioni delle due precedenti raccolte di versi, La solitudine del Buddha del 2006, e Frammenti per una madre del 2007 (ma anche il precedente La pietà e la memoria del 2005). Già ne La solitudine del Buddha appare come predominante il concetto dell’“appartenenza al dolore” come un luogo dove trovare i mezzi per superare la sofferenza, attraverso meditazione e preghiera. Nel successivo Frammenti a una madre la solitudine e il dolore iniziano un dialogo che travalica i confini della morte; un dialogo che si fa immagine a due, un album di fotografie tra figlio e madre in una sorta di preghiera salvifica. Dalla solitudine al dialogo, fino all’autobiografia A Vincennes sognando il Buddha nel percorso di un poeta che è prima di tutto filosofo.
Il librino si apre così: «Nel ’77 non avevo un soldo, avevo una laurea in filosofia ed ero ossessionato dalla psicanalisi», e da qui parte un cammino intellettuale che viene segnato da grandi maestri: Lacan, Deleuze, Boutang, Cioran, Derrida, Jabès, Beckett, Duras. E poi il ritorno in Italia e l’incontro con Crocetti, e tutti i poeti che gravitavano intorno a Milano, e poi Ferruccio Masini, Piero Bigongiari, Piero Marinetti. Incontri con persone o con la loro opera, incontri con città che divengono anima e corpo nel comporre una storia: una vita a tappe, ogni maestro una tappa, ogni maestro e ogni luogo un ritratto, immagini fatte di parole e suoni. Parole che si fanno persone e persone che si fanno parole, suoni, o anche risata, come nel caso di Marguerite Duras, o di una sola domanda e una sola risposta in mezzo a molto silenzio, come nel caso dell’incontro con Beckett.
Il tempo e il luogo e le persone in un percorso che, a un certo punto tragico dell’esistenza, si rivela come sopravvivenza, necessaria reazione al baratro, l’accettazione dell’appartenenza al dolore  e il suo superamento. La filosofia, la psicanalisi, la poesia, la religione: destinazione di arrivo il buddhismo, in quel processo che segna sempre la vulnerabilità della domanda come energia di un dono tra il sé e l’altro.
La questione etica è una questione che pervade tutto il testo, in molte possibili declinazioni e domande: quale sia la questione etica della filosofia, il compito etico della filosofia, fino all’assunzione di una frase epifanica di Lévinas: «L’etica, già di per se stessa è un’ottica.»
Un percorso che si fa luce, un viaggio che ne è il frutto e un frutto che si fa viaggio, con una fedeltà al tempo che nel racconto si fa clessidra non implacabile, ma fedele compagna nella solitudine. Solitudine che è tempo e luogo, un quando e un dove del poeta, che si domandava «cosa significasse per un poeta andare per le strade giuste.» Ci verrebbe da accogliere la vulnerabilità di questa domanda e l’energia del dono che essa offre, per rispondere, senza tanto pensare ché non siamo purtroppo Beckett, «significa andare per le tue strade che hai percorso e che percorri, che portano al Buddha da Vincennes.»

Anna Toscano

Nocturnes #6: Igor Stravinskij, Cronache della mia vita

‘Nel mio intimo, temevo di non essere compreso.’

Igor Stravinskij,
Cronache della mia vita (1999)

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Quando un compositore o un musicista scrivono di sé, il rischio è sempre quello che la magia della loro arte si spenga dietro un linguaggio che non gli è proprio: in altri termini, della musica si può parlare fino a un certo punto, poi bisogna suonarla / ascoltarla. Queste memorie di uno dei più grandi del Novecento, Igor Stravinskij, fortunatamente ci regalano invece un valore aggiunto alla sua opera, e cioè la narrazione precisa degli avvenimenti che si svolsero intorno al vissuto musicale dell’autore; quali stimoli artistici lo portarono a determinate scelte, a certe amicizie (penso al legame con il direttore artistico Diaghilev e con il coreografo Nijinsky per la realizzazione de Le Sacre du printemps nel 1913) e a molti scontri che la musica di questo compositore dovette affrontare per affermarsi: ‘Ammetto che, a quell’epoca, alcune parti della mia musica potevano anche non essere capite subito da un’orchestra così conservatrice come quella di Vienna. Ma non mi aspettavo affatto che la sua avversione si spingesse fino a sabotare apertamente le prove e a pronunciare ad alta voce espressioni volgari come, per esempio: Schmutzige Musik (musica sconcia)‘ (pag. 50, in riferimento al lavoro Petruška). Il rapporto strettissimo con il compositore Rimskij-Korsakov, maestro di Stravinskij che iniziò il giovane Igor all’armonia e al contrappunto, è certamente uno dei capitoli più interessanti di questo viaggio nei diari del compositore russo; attraverso le parole delicate che Stravinskij riserva per Rimskij-Korsakov si percepisce il significato più intimo e profondo del legame con il proprio Maestro, guida musicale e spirituale, poiché la musica è anche una direzione di vita per chi vuole fare del suo vivere una ricerca. Sembra anzi che alcuni soggetti, tra i quali certamente Stravinskij, non abbiano potuto farne a meno: lavorare giorno e notte in un afflato di curiosità per la materia (in Stravinskij la musica si può quasi toccare…),  ai fini di una ricerca infinita che, riducendo ai minimi termini, è quella del suono.

Un altro aspetto interessante è la possibilità di capire, attraverso la lettura di queste pagine autobiografiche, quello che è stato il percorso di ascolto che portò Stravinskij a formarsi una cultura musicale: cresciuto in Russia ascoltando musica russa, fece successivamente il suo incontro con la musica francese di Debussy e Ravel nel suo soggiorno a Parigi e l’impressionismo musicale gli offrì, ovviamente, molti spunti di riflessione: ‘Oltre a lui (Debussy), la figura a me più cara era Chabrier, nonostante il suo ben noto wagnerismo, e la mia simpatia verso di lui col tempo non ha fatto altro che accrescersi. Non si deve però credere che le mie simpatie per le nuove tendenze di cui ho parlato mi dominassero al punto da distogliermi dalla mia venerazione per i miei antichi maestri.’ (pag 27). Chabrier, quindi, in una rosa di simpatia, mentre al polo opposto si posizionava l’accademismo di César Franck, che Stravinskij rifiutava.

È bellissimo ripercorrere e ricostruire con il compositore il tessuto di idee e opinioni che lo portò alla realizzazione della sua musica, nell’ottica certamente di una collaborazione con l’altro, ma nella consapevolezza che il viaggio di ogni artista viene compiuto in un’intima solitudine.

Molto interessante, nell’edizione Feltrinelli, il singolare testo di Pierre Boulez che chiude le cronache stravinskijane, tratto da Stravinskij oggi (ed. Unicopli), su cui mi taccio per lasciarvelo scoprire.

ML

‘Io considero la musica, per la sua stessa essenza, impotente a “esprimere” alcunché: un sentimento, un’attitudine, uno stato psicologico, un fenomeno naturale, o altro ancora. L’espressione non è mai stata la caratteristica immanente della musica. La sua ragion d’essere non è in alcun modo condizionata dall’espressione. Se, come quasi sempre accade, la musica sembra esprimere qualcosa, si tratta di un’illusione e non di una realtà. E’ semplicemente un elemento addizionale che, per una convenzione tacita e inveterata, le abbiamo attribuito, imposto, quasi un’etichetta, insomma un’esteriorità che per abitudine e incoscienza, abbiamo finito per confondere con la sua essenza.
La musica è il solo dominio in cui l’uomo realizza il presente. A causa dell’imperfezione della sua natura, l’uomo è destinato a subite il trascorrere del tempo – delle sue categorie del passato e dell’avvenire – senza poter rendere mai reale, e pertanto stabile, quella del presente.
Il fenomeno della musica ci è dato al solo scopo di stabilire un ordine nelle cose, ivi compreso, e soprattutto, un ordine fra l’uomo e il tempo. Per essere realizzato, esso esige necessariamente e unicamente una costruzione. Fatta la costruzione, raggiunto l’ordine, tutto è detto. Sarebbe vano cercarvi o aspettarsi altro. Questo ordine raggiunto che produce in noi un’emozione di un carattere del tutto particolare, che non ha niente in comune con le nostre sensazioni correnti e le nostre reazioni dovute a impressioni della vita quotidiana. Non si potrebbe meglio precisare la sensazione prodotta dalla musica che identificandola con quella prodotta in noi dalla contemplazione delle forme architettoniche. Lo capiva bene Goethe, che definiva l’architettura una musica pietrificata.’ (Igor Stravinsky, pag. 59)