Pensiero madre

Pensiero-madre-a-cura-di-Federica-De-Paolis

Federica De Paolis chiede allora a diciassette scrittrici, diciassette donne, di parlare della maternità “nella zona del preludio”.
Dai risultati è chiaro come quel preludio sia non solo l’attesa e la scelta tra due opzioni naturali – riprodursi, non riprodursi – ma un groviglio, una scacchiera di intenzioni, aspettative, a volte pressioni, scelte forzate e tempi che mettono sgambetto alla naturalità con cui quelle due opzioni dovrebbero essere ponderate.
Scrive allora Carla D’Alessio:

Che poi è la tenerezza che fa scattare l’ansia riproduttiva. Ma è il senso di protezione con cui la si ricambia che fa prendere la rincorsa all’orologio. L’ho capito un venerdì pomeriggio, nel parcheggio di un cinema. Con Massimo stavamo discutendo perché, come al solito, avevo frainteso una sua battuta, intanto l’umidità era scesa e i pini avevano cominciato a mandare sciami di moscerini. E mentre lui parlava e parlava (è prolisso nelle spiegazioni), non badava per niente agli insetti che viaggiavano nella sua direzione, era troppo impegnato a cercare di scacciare quelli che infestavano la mia.

Del groviglio e della scacchiera vediamo i tempi, soprattutto. Quasi ognuna delle diciassette donne “narrativamente intervistate” (sia il loro uno stralcio di autobiografia o pura invenzione, le diciassette donne mettono in gioco una percezione genuina della maternità) quasi ognuna delle diciassette donne, dicevo, parla del tempo come del più feroce degli avversari. Che desiderino un figlio o no, il loro orologio biologico le insegue e le mette in condizione di affrettare una scelta, affrontare la possibilità di un rimpianto, andare in cerca di provvedimenti.Orologio che non riguarda soltanto (ma è in questo caso, ovviamente, più coercitivo) il momento della maternità, ma ha ritmi molto più distesi e sonnolenti anche in altre tappe della crescita personale. Ne fa un esempio, nel suo frizzante piccolo memoriale, Taiye Selasi:

Avevo trent’anni, quell’età che ti fa sentire vecchia finché arrivi ai trentacinque e inizi a guardare ai trenta come la fine di un’adolescenza prolungata. Mi ero innamorata per la prima volta. Ero partita un po’ tardi, devo ammettere: la mia pazienza già troppo poca per abbandonarmi a pose civettuole. L’investimento emotivo di un primo amore è più adatto agli anni del liceo, quando, non avendo troppe responsabilità, ci si può concentrare sulle angosce sentimentali. L’innamoramento è esilarante. Essere innamorata è estenuante. Innamorarsi di una specie di Lotario sposato che ha venticinque anni più di te è assurdo. E tuttavia sono stata innamorata per due anni, i più felici della mia vita.

Selasi introduce anche un tema che accomuna alcune delle donne antologizzate, che avvicinano e a volte sostituiscono l’esperienza della maternità alla gestazione di un libro:

Ero certa di una cosa: di aver trovato un partner, l’uomo più gentile che conosco, con cui formare una famiglia. E, con quella certezza, ho cominciato a covare un nuovo bambino: il mio libro successivo.

Così Kamin Mhoammadi:

Il tic-tac che mi perseguita è la scadenza che ho, la consegna. Sono preoccupata, è il mio primo progetto, e le mie ostetriche sono i miei editori.

Due laici guizzi mistici, invece, per il racconto di Chiara Valerio: la bellissima citazione in chiusura da Cuore di tenebra dei Baustelle (“e non è l’angelo/ non è un miracolo/ non è la mano del Signore”) e un piccolo inciso di appena poche righe:

Le madri hanno tutto il tempo per crocifiggersi. Se fossi una cattolica fervente potrei dire che questo è, che così ha da essere, perché per una che ha dovuto vedere il proprio figlio crocifisso, milioni per solidarietà si devono crocifiggere. In modo da bilanciare quello lì col tempo e il sangue versato o buttato.

È forse il momento in cui la maternità viene vista più dallo sguardo a volo d’uccello di un’esperienza comune, propria di un gruppo e la cui singolarità ha riverbero sulle singolarità a lei vicine. Altrove, nel libro, l’esperienza è spesso accolta o temuta (o ricercata o rifiutata) come portatrice di tutta una serie di particolarità che illumineranno di segno positivo o negativo una e una sola esperienza. E il carico di paura, il senso di inadeguatezza, sono il tema principale di uno dei tre brevi racconti di Chiara Barzini, qui riportato integralmente.

Il fatto era questo: la bambina era piccola e brutta. Dopo mesi passati a cercare di decidere se fare un figlio o meno, ripassando mentalmente tutti i dubbi, dopo la gravidanza, della quale lei si ricordava poco o niente, dopo tutti quelli sforzi, era finalmente arrivata. Ed era piccola e brutta.
Avevano deciso che la vita sarebbe stata più semplice con un figlio. Meglio che senza. Alla sua età, fare un figlio l’avrebbe guarita da cistiti e candide. Gliel’aveva detto il medico. E poi avrebbe eliminato dubbi esistenziali. L’avrebbe, forse, salvata.
Ora era con la figlia a spasso nella piazza centrale. Amarla era difficile, con quella codina segmentata e quei pungiglioni a forma di tenaglie. Si aprivano e si chiudevano in aria, sempre alla ricerca di qualcosa. L’allattamento era stato doloroso. La piccola era già in grado di camminare. Era cresciuta ad una velocità mostruosa, molto più velocemente degli altri bambini. Tutto quel crescere aveva preso sua madre alla sprovvista. Non aveva avuto neanche il tempo di comunicare al padre il sesso della bimba che quella era già in piazzetta a correre, scalmanata.
«È una femmina!» la madre corse a chiamare il marito dal telefono pubblico davanti al bar. Se avesse aspettato ancora un po’ chissà quali altre cose terribili avrebbe imparato a fare quella bestiolina: sviluppare altre zampette, cominciare a strisciare.
Dicevano che era normale.
«I bambini di oggi fanno tutto più rapidamente di un tempo».
Al telefono il padre sembrava commosso.
«Una femmina! Chissà quanto ti assomiglierà».
Lei urlò nel ricevitore in modo che le altre madri della piazza la potessero sentire.
«Sì, una femmina! Una bellissima bambina!»
Ma era una farsa, e le signore che portavano a spasso bambine normali nei passeggini lo sapevano bene.
«A me sembra più uno scorpione» sussurrò una.
Un’altra scosse il capo. «E pensare che avevano un cane così carino. Lo portavano ovunque. Tutti lo amavano. Ma quella lì chi potrà mai amarla?»
In effetti la bambina assomigliava ad un insetto. La madre la fissava negli occhi alla disperata ricerca di un tratto somatico familiare.
Non c’era nulla di se stessa in quella creatura. Le baciava la testolina continuamente come aveva visto fare alle altre mamme. Il gesto rassicurava le signore del paese.
«Almeno lei la ama» dicevano.
Contraeva le labbra a forma di cuore, le faceva scivolare meccanicamente sulle pinzette pelose della bimba, poi le faceva schioccare.
Ma quando l’avrebbe sentito, quell’amore di cui tutte parlavano?, si chiedeva. Quand’era che quei baci si sarebbero trasformati in qualcosa di buono?
La bambina corse a giocare nella piazza con gli altri bimbi del paese. Dopo pochi istanti la madre la perse di vista. Nella folla non riusciva più a riconoscerla. È quella che assomiglia a uno scorpione, disse tra sé e sé, cercando di distinguerla nella scia di bambini urlanti. Ma d’altro canto non erano un po’ tutti dei piccoli scorpioni? A lei pareva di sì. Chi mai sarebbe stato in grado di distinguerne uno dall’altro? Forse solo le madri brave. Improvvisamente si sentì allarmata: che fine aveva fatto sua figlia? Quella con l’aculeo inarcato e le appendici a chela? Dov’era quella bestiolina?
Si trovava dunque davanti a un’emergenza. La cosa di cui spesso parlavano le madri. Aveva perso sua figlia. Le donne continuavano a girare con i loro passeggini lanciandole sguardi torvi. Lei tornò di corsa alla cabina del telefono. Doveva chiamare il numero per le emergenze. Era così che si faceva, giusto?
Ma poco dopo la bambina fu ritrovata. Si era nascosta tra i cuscini di un bar all’aperto in mezzo alla piazza. «Eccola lì» urlarono le donne del paese. «Grazie a Dio!» esclamarono, e la riportarono di corsa tra le braccia della madre.
La bimba guardò la madre, indifferente. Non si abbracciarono.
«Quando le perdi la prima volta è devastante, vero?» le chiese una mamma con il passeggino.
«La cosa più spaventosa del mondo» aggiunse un’altra con tono empatico.
La madre della scorpioncina si sforzò di mostrare il suo assenso, mimando un sì preoccupato.
Ci provò, ma non le credeva nessuno.

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