Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #14

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

bob

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[Episodio Tredici – Demoni]
Sometimes we want to hide from ourselves – we do not want to be us – it is too difficult to be us. It is at these times that we turn to drugs or alcohol or behavior to help us forget that we are ourselves. This of course is only a temporary solution to a problem which is going to keep returning, and sometimes these temporary solutions are worse for us than the original problem. Yes, it is a dilemma. Is there an answer? Of course there is; as a wise person said with a smile: “The answer is within the question.”

Qualche volta ci vogliamo nascondere da noi stessi – non vogliamo essere noi – è troppo difficile essere noi. Sono i momenti in cui ricorriamo a droghe o alcol o comportamenti che ci aiutino a dimenticare che siamo noi stessi. Questa è certo soltanto una soluzione temporanea a un problema che tornerà a presentarsi, e a volte queste soluzioni temporanee sono peggiori per noi del problema originale. Sì, è un dilemma. C’è una risposta? Certo che c’è: come una persona saggia ha detto con un sorriso: “La risposta è dentro la domanda.” (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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La cosa più difficile è accettare quello che siamo? Forse sì, se è vero che di continuo proviamo a essere altri, con espedienti di ogni tipo, a volte solo recitando. Queste forme nuove che assumiamo possono confonderci ancora più del male di partenza, perché aggiungono un disagio che non è nemmeno il nostro, un dolore freddo e inabitabile, irriconoscibile. Ma provare a essere altri presuppone che si sappia cosa si è davvero, ed è quello the original problem, il vero dilemma: l’illusione di essere ourselves, e invece non essere mai esattamente, mai soltanto noi stessi. Nell’episodio in cui si comincia a parlare di demoni malvagi, dello spaventoso e repellente Bob che disturba fin dall’inizio sogni e visioni dei protagonisti, Margaret sembra dire: il demone è nell’uomo come la risposta nella domanda. Le nostre domande sono già indirizzate dalla risposta, i nostri errori dal guaio che arriverà; i nostri demoni dagli angeli che siamo e non volevamo essere.
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@Andrea Accardi

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