proSabato: Milena Milani, Sigarette per il vecchio

Il facchino gridò da lontano e il gondoliere incominciò a preparare la gondola. Pioveva leggermente, le gondole avevano l’attrezzatura da pioggia, le tende impermeabili, erano senza tappeti, con i cuscini voltati al di sotto.
Il gondoliere sistemò rapidamente ogni cosa, mentre il facchino con le valigie si avvicinava. Con lui c’erano due stranieri, una donna magra ed alta con un abito a righe, un uomo piccolo senza capelli. Io, dalla finestra, vedevo benissimo che la sua testa era calva.
Il facchino diede le valigie al gondoliere, poi aiutò l’uomo e la donna a scendere in gondola. La donna gridò di spavento, ma la gondola era tenuta saldamente al bordo dal vecchio che ha l’arpione, quel lungo bastone con un gancio, che serve appunto per tenere immobile la gondola, quando qualcuno scende o sale.
– Vuoi vedere – dissi a mia sorella, che come me era affacciata alla finestra – vuoi vedere che al vecchio dell’arpione on tocca niente?
Il facchino si stava infatti allontanando con due biglietti da cento in mano, era abbastanza soddisfatto; i due stranieri erano a loro agio sui cuscini, il gondoliere muoveva il remo in attesa che il vecchio con l’arpione lasciasse libera la gondola, e il vecchio stava con il berretto teso verso i due stranieri, che non se ne accorgevano o fingevano di non vedere.
– Ecco, il vecchio ha steso il berretto, ma quelli non gli dànno niente – continuai; – non lo vedono. Non gli dànno nemmeno dieci lire.
Il vecchio stava curvo, tratteneva sempre la gondola, si inchinava anche di più, ma quelli niente. Restò in quella posizione qualche minuto, poi decise di lasciar andare la gondola. Il gondoliere, allontanandosi, gli fece un cenno, come a dire: «Pazienza».
– Pazienza un corno – dissi a mia sorella. «È una vergogna. Già tre gondole sono partite, il vecchio le teneva ferme perché la gente inesperta non cadesse in acqua, ma non gli hanno dato niente, nemmeno cinque lire, una lira, una sigaretta, niente di niente».
– Tu stai sempre alla finestra – rispose mia sorella.
– Ci sto perché voglio vedere le cose come vanno.
– Quando le hai viste, tanto è lo stesso – mi disse.
– No, che non è lo stesso – dissi io, e un pensiero mi attraversava il cervello.
Andai in salotto, dove ci sono, dove ci sono sigarette che nessuno fuma, sono Churchman’s cigarettes, in un barattolo di latta, per conservarle, meglio, se qualcuno viene a trovarci, si fa bella figura ad offrirle, perché sono di ottimo tabacco. Aprii il barattolo e presi due sigarette, le missi in una busta che avevo sul tavolo, poi ritornai alla finestra.
Proprio in quel momento arrivavano due facchini carichi di valigie e un nuovo gondoliere preparava la gondola, il vecchio con l’arpione era già pronto a trattenerla. Anche questa volta erano due stranieri, anziani, non capivano una parola di quello che dicevano i facchini.
Con circospezione l’uomo aprì il portafoglio e tirava fuori biglietti di piccolo taglio, i facchini facevano segno di no, che non bastava. Ma dopo un poco riuscirono ad essere pagati e se ne andarono.
I due stranieri sedettero sotto le tende, la donna aveva un impermeabile celeste chiaro. Il vecchio fece un grande inchino, con il berretto teso verso di loro, ma essi parlavano e non gli badavano; anche questa gondola si avviò e il vecchio si rimise il berretto.
Ritornò a sedersi sotto la finestra, sulla panca di legno, senza curarsi della pioggia. Io pensavo che doveva essere tristissimo.
Altre volte, invece, con qualche biglietto da dieci e persino da cinquanta, mi ero accorta che il vecchio era felice; lasciava i soldi nel berretto e, mentre la gondola si allontanava, lo rimetteva in testa; poi, quando la gondola era distante, si toglieva il berretto, prendeva i soldi. Se gli davano sigarette, le offriva agli amici; qualche volta andava a bere alla birreria che è lì vicina.
Ma quel pomeriggio, con la pioggia, con la gente straniera dura di cervello, il vecchio dell’arpione doveva essere veramente triste come io pensavo. Andai da mia sorella, le feci vedere la busta con le due sigarette, dissi che volevo buttarla al vecchio.
Mia sorella non aveva tempo per me, così feci da sola, di nuovo mi affacciai, gettai la busta. Essa fece un semicerchio e disgraziatamente cadde sul cornicione del primo piano, mentre noi siamo al secondo; il vecchio era proprio seduto lì sotto.
Io ero piena di rabbia. Presi un po’ di terra dai vasi che sono sulla finestra, cercai di colpire la busta per farla cadere, ma sbagliai la mira. Andai a cercare un pezzo di giornale per fare una pallottola, ma non servì a niente. Gettai giù un pezzo di cartone, ma la busta con le sigarette rimase sempre allo stesso posto.
Staccai persino un pezzo di intonaco corroso, dal muro sotto il davanzale, lo buttai a piccoli pezzi. L’intonaco andò a sbriciolarsi davanti a un uomo che passava. Questi si voltò in su, era un ragazzo e mi sorrise. Io mi ritrassi dentro la finestra.
Mi riaffacciai dopo un poco e vidi che il ragazzo passeggiava lungo il canale. Quando arrivava al ponte, alzava gli occhi, mi guardava e sorrideva, poi ritornava indietro. Ormai non c’era niente da fare, chiusi la finestra, la pioggia prese a diventare fortissima.

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In «Nuova Stampa Sera», 16 settembre 1953

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