prosabato

proSabato: Tommaso Landolfi, Il bacio

 

Il notaio D., scapolo e non ancor vecchio ma maledettamente timido colle donne, spense la luce e si dispose a dormire; quando sentì qualcosa sulle labbra: come un soffio, o piuttosto come lo sfioramento di un’ala. Non ci badò più che tanto, poteva essere il vento delle coltri smosse oppure una farfallina notturna, e prese sonno subito. Ma la notte seguente avvertì la medesima sensazione, e anzi più distinta: invece di scivolar via, quel qualunque gravò un attimo sulle sue labbra. Alquanto stupito, se non allarmato, il notaio riaccese la luce e si guardò inutilmente intorno; poi scosse il capo e anche stavolta si addormentò, sebbene meno agevolmente. La terza notte, infine, il che fu ancor più sensibile e si dichiarò per il che che era: non correva dubbio, un bacio! Un bacio, si sarebbe detto, del buio stesso, quasi il buio si concentrasse per un momento sulla bocca del notaio. Il quale peraltro non la intendeva a questa maniera: un bacio è sempre un bacio e quantunque, quello, fosse un tantino arido e non umido e dolce come egli lo sognava, era sempre un dono del cielo. Probabilmente si trattava d’una proiezione dei suoi desideri segreti, di un’allucinazione insomma; e benvenuta. Turbato, deliziato e sbigottito, il nostro eroe rimase steso come un ciocco, nell’oscurità (da lui non a torto giudicata pronuba); ed ebbe, più tardi, il piacere di ricevere un nuovo bacio.
Di notte in notte i baci divennero più frequenti e più sostanziosi, benché al notaio non riuscisse tuttavia ritrovarvi o trovarvi alcun sapore di bocca femminile. E qui il notaio, checché gli consigliasse la sua antica ragione, fu preso dall’insana brama di evocare in qualche modo la creatura che glieli largiva: era stanco di abbrancare ogni volta l’aria, e un bacio presuppone bene una creatura che lo dia, o no? La quale potrà essere eterea e sottile quanto vuole, vi sarà pure una maniera per addensarla, da poterla stringere tra le braccia; Dio mio, non che egli avesse già perduto il senso di tutti i rapporti, sulle prime forse immaginava o si illudeva che la sua brama tornasse a quella di rendere più corposa la propria allucinazione; ma ben presto venne a non più dubitare della reale esistenza d’una baciatrice.
Tuttavia, guardando la cosa più davvicino, qual era poi la maniera per indurla a manifestarsi meno esclusivamente, per menarla a corporeità? Il notaio vide perfettamente che non disponeva, a tal uopo6, se non di mezzi psichici; per cui prese a concentrarsi, ogniqualvolta era baciato, a protendere la propria volontà e le proprie energie, quasi sforzandosi di captare nell’attimo una particola della inafferrabile creatura, del suo fluido o della sua sostanza; particole che, sommandosi, dovevano finire col dar luogo a un essere purchessia. A questa pratica aggiunse in seguito un’azione di generico suscitamento o sollecitamento dal buio. E davvero, fosse quello il metodo giusto o per diversi motivi, non andò molto che cominciò a raccogliere i frutti di tanti conati. (altro…)

proSabato: Pier Paolo Pasolini, La rondinella del Pacher

Erio salutò sua mamma, dal cortile, montando in bicicletta.
A Cordovado non c’era che il sole. Le cicale, sugli alberelli ruggini dello stradone d’asfalto – il tremito di qualche trebbia – e, ogni tanto, un camion solitario, diretto verso Portogruaro o Casarsa. Del resto, silenzio – un silenzio di cimitero. Sotto i portici di mattoni alcuni ragazzetti giocavano a palline: erano Nando, Cere, Velino, quello di Caorle. Velino gridò a Erio: «Dove vai?» Erio frenò, e restando a cavalcioni sulla sella, su cui arrivava a stento, disse serio, com’era sempre: «Al Pacher».
«Portami», disse Velino, attaccandosi al manubrio della bicicletta. «Monta», gli fece Erio. Velino aveva nove anni, Erio quasi tredici. Erio era innamorato degli uccelli: a casa aveva una ventina di gabbie, nel cortiletto della pompa, lungo il rigagnolo. Andava a caccia con la vermena e le paniuzze, quasi ogni mattina. Era per questo che aveva degli amici, benché tutto l’inverno lo passasse nel collegio di Porto. Velino condivideva la sua passione; aveva in tasca una grossa fionda, conosceva il posto di almeno due dozzine di nidi. Adesso aveva un occhio gonfio perché poco prima aveva fatto a pugni con Nando a causa di un nido.
Da Cordovado al Pacher c’era un chilometro di strada. Erio e Velino non si scambiarono una parola, durante la corsa. Erio non lo faceva per timidità; solo i suoi occhi neri gli brillavano, lucidi, inespressivi, come quelli di un piccolo animale selvatico.
Il Pacher splendeva liscio sotto il sole.
Lungo l’argine della ferrovia in quel momento passò la littorina. Velino balzato giù dalla bicicletta, le corse un po’ dietro, saltando e ballando. Sulla riva di qua, verso Cordovado, c’erano già una ventina di ragazzi e di giovani; venivano da Ramuscello, da Gleris, da Morsano, da Teglio e perfino da San Vito. Giù, verso la punta più lontana del Pacher si vedevano dei ragazzetti nudi, che si tuffavano in fila uno dopo l’altro, e ogni tanto, sottili, giungevano i loro gridi.
Erio andò a spogliarsi nel più profondo dei cespugli, venne fuori con le vesti in mano, indossando un paio di mutandine di tela bianca, troppo grandi. Senza guardare nessuno, mise i panni sopra la bicicletta, e si allontanò. Alle sue spalle i ragazzi facevano una assordante gazzarra, urlando, ridendo; bestemmiavano e dicevano parole che colpivano Erio come sferzate, anche se il suo volto restava del tutto inespressivo. Allontanandosi dal posto dove gli altri impazzavano, egli si teneva tutto chiuso, orecchi, bocca, occhi, con le gambe di piombo, come in certi sogni. Temeva che gli altri lo disprezzassero perché era così timido, perché non sapeva dire le loro parole, perché era boyscout, perché se ne stava sempre solo…
Andò al Pacher Piccolo – di un color verde torbido, marcio. Lì nessuno veniva a fare il bagno. Nelle boschine intorno volavano centinaia di uccelli, indisturbati, nel pieno del loro diurno fervore. L’uva cominciava ad annerire: il bacò era quasi maturo, e poiché i campi lì intorno erano di una famiglia amica, andò a mangiarne qualche grappolo. Poi girellò un poco per le boschine, a fare delle osservazioni. I gridi dei ragazzi giungevano nitidi, coi tonfi dei tuffi e il rumore dell’acqua.
Erio, come sempre, quand’era solo, pensava con dolore a se stesso, al fatto che non era come gli altri. Non sapeva scherzare, non sapeva stare in compagnia, nelle partite al pallone era confinato sempre in porta; benché sapesse nuotare aveva paura ad allontanarsi dalla riva… Da qualche tempo però era umiliato e tormentato da un fatto più preciso che non fosse ad esempio la paura di nuotare al largo. Egli non aveva mai compiuto una “buona azione”. Una “buona azione” completa, rifinita, che fosse anche bella: una impresa con un principio e una fine, di cui si potesse parlare come in un libro, come nel Don Chisciotte della Mancia che gli aveva regalato suo cugino – quell’odioso libro che non sapeva se prendere sul serio o disprezzare, ma che, intanto, era pieno di quelle occasioni ad agire così perfette e concluse. Egli, nella sua realtà, era sempre in attesa che accadesse qualcosa di simile; quand’era più piccolo aveva con lo stesso accanimento scavato la terra dell’orto per trovare un tesoro. Possibile che la vita fosse sempre tanto indifferente? (altro…)

proSabato: io Carla Lonzi – Diario

1972
1 nov. Sono seduta sul letto dell’hotel Principe a Firenze. Alle otto mi sono alzata e, da sola, sono andata in giro: era bellissimo sui lungarni, mattina limpida e sole caldo. Ieri Simone è venuto a casa con una scatola di cioccolatini e ha conosciuto mia madre: dopo esattamente nove anni che ho una relazione con lui. Mi è venuto da pensare che forse l’ho presentato alla fine della relazione. La sera mio padre ha detto che non vuole incontrarlo, non ne vede la necessità. Ha chiuso l’argomento con un “Lascia stare”. Ho ritrovato mio padre come l’avevo conosciuto: al di fuori di ogni possibilità di vedere i bisogni degli altri e di volerli soddisfare. Per questo i miei fratelli hanno rifiutato la sua officina, perché è insopportabile stare con uno che pretende da te quello che lui ha stabilito. Mio padre calpesta le persone senza accorgersene, nega loro quello che desiderano, è infallibile in questo, coglie esattamente quello che deve negare. È notte: anche mia madre è come la ricordavo: incapace di essere aggressiva, maestra nell’essere frustrante, forse perché è così facilmente delusa dagli altri. Insomma, mi dà sempre l’impressione di essere stata una frana rispetto alle sue aspettative e che comunque non drammatizzerà la cosa tanto ce n’è ancora per poco. Le ho detto “Papà non vuole conoscere Simone per riguardo a Raffaele che intanto si sposa”. Dice lei “Non sai essere diplomatica: ci vuole un’occasione qualsiasi, un incontro casuale che tolga papà dall’imbarazzo: se Simone viene a casa è troppo ufficiale”. Dico io “Ma mamma, sono nove anni che stiamo insieme, vale la pena superare un po’ di imbarazzo: per me è assurdo andare su è giù lasciando Simone in macchina ogni volta”. E lei “Ma io non sapevo niente di questo traffico su e giù, credevo che stessi qui un paio di giorni e poi te ne andassi con lui. Insomma, è riuscita a concludere che si aspettava una mia visita più breve. Me ne sono andata da Simone che era ad aspettarmi sulla piazza, ma certo che l’incantesimo in casa è rotto. Non riesco a mantenerlo più a lungo di quando, da piccola, tornavo a casa dopo aver fatto la comunione. Se una donna vive anni e anni, quaranta e più come lei, con un uomo, è impossibile ragionarci. A volte ho vagheggiato di ritrovarla dopo la morte di mio padre, ma è assurdo. Poi non sta mai ferma quando si parla: traffica in cucina, sposta delle cose, spolvera, fa il letto girandoci attorno velocemente, lava qualcosa in bagno. Così l’ho vista nel sogno detto di Lenin. Fa dei lunghi monologhi su cose che non la riguardano, anche un film o una notizia letta sul giornale, non annette particolare importanza a quello che ha a che vedere con i figli. Capisce che non c’è da aspettarsi niente da loro se non cose di riflesso, belle o brutte, e comunque non all’altezza dei suoi sogni di madre. Però è come se volesse nasconderci tutto questo, o farlo trapelare ogni tanto per punire un po’ chi avanza delle critiche o pretende qualcosa. Eppure il suo mondo sono stati i cinque figli, e il marito era piuttosto un essere da capire, da prendere per il suo verso che da intrattenercisi. Essendo tutta dedicata alla famiglia e così sottilmente e inesorabilmente delusa da essa, mia madre ha lasciato nelle figlie un desiderio molto forte di riscatto ai suoi occhi. Io, per fortuna, le sono sempre apparsa altezzosa e più incline verso il padre che verso di lei, forse perché, dice, avevo capito che era ”il capo della famiglia“. Avevo portato con me il diario dai tredici ai quindici anni, probabilmente per Simone ma una sera che eravamo nel discorso gliel’ho detto e ho immaginato che le sarebbe interessato, le ho citato qualche passo. Ma al momento di darglielo, si è schermita vivacemente: aveva da fare, per carità! E non me l’ha più chiesto. Per fortuna che è sempre stato così e non sono rimasta invischiata dal bisogno di farla contenta, per esempio, avendo più figli, tanto non è contenta lo stesso né con Lucia né con Nicola che he hanno tre per uno: si aspettava di meglio da loro, ma cosa? Forse una carriera brillante, un buon stipendio, un bel marito, studi e divertimenti… Ma, non so, non so immaginare, non l’ho mai immaginato. Comunque è così: non si può comunicare che fuori dalla famiglia e chi vuole la verità deve abbandonarla.

3 nov. Sono in campagna: mi sento così felice in mezzo alla natura, mi sembra che finalmente sono dove mi piace stare, tra l’erba, le foglie, gli alberi, con la terra morbida sotto i piedi. Mi viene un gran senso di pace e il pensiero che potrò fare quella corsa che ho sempre rimandato. Così Simone è così, che ci siamo accettati integralmente l’un l’altro, però lui è ancorato a me mentre io non sono ancorata a nessuno perché ho sperimentato la risonanza.
In principio era la risonanza di Sara in me di me in Sara. (altro…)

proSabato: Milena Milani, Gatto matto

Ogni tanto vado a vedere se c’è Mucci.
Ieri lo ritrovai su una pianta qui sotto, si era arrampicato tra le foglie e di lì guardava passare la gente. La pianta è una di quelle sempreverdi che stanno nelle cassette di legno; ce ne sono quattro, due di qua e due di là, ai lati della porte dell’albergo. Mucci è un soriano stupendo, con gli occhi gialli le zampe davanti un po’ storte, perché è ancora troppo piccolo, ha solo qualche mese.
La prima volta che lo vidi era mezzanotte passata, io stavo rincasando, ero triste, c’era il vento e la notte sembrava gridare con quella voce. Avevo freddo e paura, camminavo rasente alle case, con il cuore che mi batteva forte sul petto. Il mio soprabito svolazzava, non potevo tenerlo chiuso, le gambe ancora senza calze rabbrividivano e i capelli volavano sopra gli occhi. Mentre cercavo la chiave del portone, sentii qualcosa di caldo vicino alle gambe, era Mucci che si strofinava; ancora non si chiamava Mucci, era un gatto senza nome.
Mi seguì per le scale, faceva i gradini di corsa e mentre io salivo mi guardava dall’alto, come a dire: «Ho fatto più presto di te».
Entrò in casa da padrone, miagolava imperioso, gli diedi un po’ di latte avanzato nella pentola, lo bevve avidamente. Dormì tutta la notte su un cuscino.
L’indomani lo pettinai, gli diedi il nome Mucci, gli misi un nastrino rosso al collo. Non protestava affatto, come fosse cosa normale portare un nastro, essere diventato un gatto casalingo invece di un gatto di strada o tutt’al più di albergo. Infatti glielo dissi, mentre mi era saltato sulla schiena e si divertiva a tirarmi i capelli: «Vorrei sapere da dove vieni. Sei fuggito da qualcuno, o sei nato qui sotto in albergo?».
Mi ero intanto affacciata alla finestra e vedevo la gente che passava, l’albergo che è accanto a casa mia aveva messo i tavoli fuori perché la giornata si annunciava splendida. I tavoli avevano tovaglie bianche a quadri gialli e rossi, due signore anziane facevano la colazione, i gondolieri seduti sulla panca di legno leggevano il giornale.
Io vedevo l’acqua di un colore di perla, solcata da rare imbarcazioni, perché era ancora presto; a destra in fondo brillava la grossa cupola di San Simeone.
Mucci sembrava felice e quando lo posi sul cuscino, di nuovo mi saltò sulle spalle per giocare. Ma dopo un poco si avvicinò alla porta miagolando: voleva uscire.
Così incominciai ad insegnargli la strada, su e giù per le scale, dentro e fuori il portone, e mi toccò lasciarlo aperto. (altro…)

proSabato: Milena Milani, Il cielo su di noi

Un pomeriggio, al mare, quando l’estate è finita e si è rimasti soli, sembra che il cielo sia lontano, non ha colore, addirittura una lastra inerte, che pesa su di noi sdraiati; gli alberi sulla collina risultano nello sfondo, sono pochissimi, sette, otto, con esili tronchi e una chioma larga, forse sono pini.
Hanno portato sulla sabbia una barca a vela, bianca, una vela più grande, una più piccola, ma la tela non è unita, è tutta a strisce regolari, ben cucite le une alle altre.
I bagnini sono due, stanno smontando le cabine, sono scontenti perché c’è stato il freddo, la pioggia, molta gente è partita, ha abbreviato le vacanze, ma ora, in questi ultimi giorni, anche se l’aria è più fresca, altra gente è giunta al mare, sono villeggianti diversi, più calmi direi, più composti, ci sono molti stranieri, soprattutto tedeschi, e anche famiglie con due o tre bambini, di solito piccoli, e qualcuno persino lattante, che lo portano in carrozzina.
Oggi ne è venuto uno che dorme beatamente sotto un ombrellone non molto distante dal mio; passando gli ho dato un’occhiata: è chiaro di pelle, colore della cera, ma bello; accanto gli sta una balia vestita di roso sgargiante, con il grembiule bianco e una cuffia sui capelli. La balia è seduta su uno sgabello e guarda davanti a sé, tranquilla. I suoi occhi non hanno espressione, contemplano il vuoto o il mare.
Da queste parti, in questa solitaria spiaggia, non succede mai niente, uno sta sdraiato e basta, o qualche volta si getta in acqua e nuota, ma non sa perché nuota, perché sia caldo, perché si getti in acqua: qui le azioni non hanno motivi speciali, tutto si fa perché si deve fare.
Io pure, da anni, continuo a far quelle stesse cose, che sono proprio queste stese di ieri o di oggi; per esempio, sto qui seduta e guardo, o poco fa dormivo, la testa appoggiata alla poltrona, persino un cuscino per conciliarmi meglio il sonno.
Ottobre è un mese dolce, le sue giornate venute fuori da burrasche, hanno questa trasparenza quasi casta, tutto è come il cielo, pesa su di noi, sul nostro corpo, e noi non abbiamo la forza di una ribellione, oppure di evasione.
Del resto, dove si dovrebbe andare?
Dove ci porterebbero treni, macchine, aerei?
In quale altro posto che non sia questo, potremmo avere questa singolare pace con noi stessi?
Perché bisogna sapere prima di tutto una cosa: questo è il luogo dove siamo nati, tutti ci è ritornato familiare, ogni passo risuona come un passo che avvenne molti anni fa e che si ritrova con quella stessa leggerezza.
Pure, ci fu un tempo, e c’è tuttora, lontano da qui, in cui i passi furono pesanti, e ognuno incideva nel cuore, come un segno difficile da cancellare. Qui, no, tutto è diverso, le giornate sempre uguali non hanno che la storia di se stesse, un cerchio semplice che non si offusca, che non è da rompere: sono giorni in cui ritroviamo i nostri sentimenti dimenticati, certe nostre illusioni di ragazzi mal cresciuti, e forse qualche volta la voglia di continuare. (altro…)

proSabato: Pier Paolo Pasolini, Dopocena nostalgico

In occasione dell’anniversario della scomparsa di Pier Paolo Pasolini, mancato il 2 novembre del 1975, proponiamo una sua prosa degli anni quaranta, tra quelle da lui pubblicate allora in riviste e quotidiani.

UNA SERA, nella solita curva di San Floreano, mi si presentò un gioco di rapporti − tra un mio coetaneo in piena e fragrante giovinezza e il mondo serale del suo borgo − così maturi che non potei non sentire dentro di me l’obbligo, proprio l’obbligo perentorio, di coglierli ed esprimerli, oh non come poetico cronista, ma come spirito interiore e nascosto di quel ragazzo e di quel mondo, come intenditore trasformato nell’oggetto della propria passione.
Il ragazzo sedeva su un mucchio di ghiaia al margine della strada e accanto, con i raggi luccicanti, era distesa la bicicletta; l’aria verdecupa riverberava intorno a lui, dentro il fosso, lungo i recinti, nelle chiome degli alberi, i chiarori gialli e troppo lucidi del vespro piovoso e appena rasserenato. Sulla svolta in cima al palo, luccicava, già ben rilevata contro il verde e il viola della vegetazione e dei muri anche contro il giallo serale, una lampadina gialla, lacrima prematura e tenera della notte. Ora, il mucchio di ghiaia, il giovane, la bicicletta, il palo della luce, le case patinate dal vespro, si trovavano già fra loro in un rapporto felice, erano toccati da una grazia non rara ma certo emozionante, che poteva servire a una prima penetrazione nel significato umano di quella scena, in quell’abisso di sensazioni e sentimenti dove quella scena poteva trovare un equivalente inimitabile, essere assimilata con la golosità innocente di chi vi partecipa come inconscio protagonista. (altro…)

proSabato: Cesare Zavattini, Una raccomandazione

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

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UNA RACCOMANDAZIONE – 27 giugno 1960 – Sono corso al paese per il funerale di un amico morto troppo giovane. Sarebbe facile amare Dio se sapesse niente di quanto succede, ma sa tutto. Le suole delle scarpe si mischiavano in una poltiglia di foglie che le suole sollevavano dell’asfalto con uno schiocco; qualcuno ai lati della strada ci guardava come fossimo morti anche noi. Di quando in quando scopriva nel corteo gente che non vedevo da venti o trent’anni, da prima mi facevano o i loro padri o i loro zii, e ne ho ritrovato uno così rattrappito Cos’ha avuto supporre che anche nella mia faccia devono cominciare a farsi cadenti le guance come quelle dei bracchi. Pur essendo qualche persona velata, qualche altra piangente oppure tacita incurva la stavano dei movimenti appena percettibili, incontri di occhi alle svolte tra la parte davanti alla parte indietro del corteo, rivedere l’intesa segreta di vivere che agitava gli accompagnatori. Emergeva la testa di uno che mi aveva raccomandato di far lavorare nel cinema un parente e con la testa voleva ricordarmelo. Provavo il ragionamento che gli avrei fatto fra poco per convincerlo delle difficoltà che incontra chi vuole entrare nel mondo degli attori. Ma quando, usciti dal cimitero, ci mettemmo a chiacchierare tra compaesani lungo il viale, alzando poco poco la voce non pareva passato un giorno dalla volta remota che ci eravamo incontrati, malgrado l’involucro diverso della carne di cui funerale ci aveva appena dato il peso come una bilancia.

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© Cesare Zavattini, in Straparole, Bompiani, 1967.

proSabato: Cesare Zavattini, Il solito passo e Alla porta

A Cesare Zavattini (Luzzara, 20 settembre 1902 – Roma, 13 ottobre 1989) è dedicata questo mese la rubrica proSabato sul nostro blog.

IL SOLITO PASSO – ottobre 1953 – Il solito passo lungo via Vasi, legnano eventi questo passo alle cinque in punto, un passo calmo e sonoro che sparisce verso la Nomentana; non sapevo chi era, sarebbe bastato alzarsi dalla sedia o dal letto e dare un colpetto al nastro delle tapparelle guardare attraverso le fessure, ma la pigrizia mi ha trattenuto fino a due mesi fa circa. Era un tale sui 40 anni il quale, siccome camminava in salita, faceva passi lunghi e lenti verso la gamba che stava avanti ed aveva una faccia di bucato appena lavata e forse mi sembrava tanto serena, perché la mia non era serena; aveva scarpe gialle pulite, calzini marron e una camicia bianca aperta, avrei voluto sapere dove lavorava, poi me ne sono dimenticato.
Che notte quieta malgrado la pioggia. Una notte vidi i ladri, quattro, uno col sacco vuoto sulla spalla e guardavano le finestre come fanno gli spazzacamini o i suonatori ambulanti ma appena videro me che credevo di essere nascosto nell’ombra fuggirono così veloci che con le loro scarpe felpate fecero il rumore delle pernici quando si alzano.

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ALLA PORTA – 1953 – Ho visto un povero che suona alla porta, domanda se gli danno qualche cosa e la serva va dai padroni che stanno mangiando, padre madre e prole, la moglie dice che sono i soliti, o forse no, dice il figlio maggiore, la serva dice che l’uomo ha detto che ha un braccio paralizzato e uno di figli col tovagliolo davanti va a vedere, finge di aggiustare i libri nello scaffale dell’anticamera, dà un’occhiata al povero; anche a lui sembra e non sembra, più no che sì, il padre ci va lui, l’anno scorso Uno faceva lo zoppo e poi siccome il diavolo fa le pentole non i coperchi, dice, per caso il figlio l’aveva visto che se ne andavano più zoppo e contento con duecento lire in mano, il padre avrebbe voglia di testare il braccio all’uomo, gli fa qualche domanda ma in fondo ne sa come prima, non si presentano impreparati, questi tipi, certi si sfregano gli occhi con la cipolla per sembrare piangenti. La moglie, passata anche lei per l’anticamera, rientra in camera da pranzo per un’altra parte manifesta nuovi dubbi. Diamogli qualche cosa. Quanto? Ha una carta da cinquecento, è troppo, uno dei figli ne ha una da cento e la moglie dice che secondo lei bastano cinquanta mentre il figlio maggiore dice con spregio cosa sono cinquanta lire? Il padre trova stupida la frase del figlio, alza la voce, la serva porta le cento lire all’uomo che sta là.

proSabato: Gianni Rodari, La giostra di Cesenatico

Una volta a Cesenatico, in riva al mare, capitò una giostra. Aveva in tutto sei cavalli di legno e sei jeep rosse, un po’ stinte, per i bambini di gusti più moderni. L’ometto che la spingeva a forza di braccia era piccolo, magro, scuro, e aveva la faccia di uno che mangia un giorno sì e due no. Insomma, non era certo una gran giostra, ma ai bambini doveva parere fatta di cioccolato, perché le stavano sempre intorno in ammirazione e facevano capricci per salirvi.
«Cos’avrà questa giostra, il miele?» si dicevano le mamme. E proponevano ai bambini: – Andiamo a vedere i delfini nel canale, andiamo a sederci in quel caffè coi divanetti a dondolo.
Niente: i bambini volevano la giostra.
Una sera un vecchio signore, dopo aver messo il nipote in una jeep, salì lui pure sulla giostra e montò in sella a un cavalluccio di legno. Ci stava scomodo, perché aveva le gambe lunghe e i piedi gli toccavano terra, rideva. Ma appena l’ometto cominciò a far girare la giostra, che meraviglia: il vecchio signore si trovò in un attimo all’altezza del grattacielo di Cesenatico, e il suo cavalluccio galoppava nell’aria, puntando dritto il muso verso le nuvole. Guardò giù e vide tutta la Romagna, e poi tutta l’Italia, e poi la terra intera che si allontanava sotto gli zoccoli del cavalluccio e ben presto fu anche lei una piccola giostra azzurra che girava, girava, mostrando uno dopo l’altro i continenti e gli oceani, disegnati come su una carta geografica.
«Dove andremo?» si domandò il vecchio signore. In quel momento gli passò davanti il nipotino, al volante della vecchia jeep rossa un po’ stinta, trasformata in un veicolo spaziale. E dietro a lui, in fila, tutti gli altri bambini, tranquilli e sicuri sulla loro orbita come tanti satelliti artificiali.
L’omino della giostra chissà dov’era, ormai; però si sentiva ancora il disco che suonava un brutto cha-cha-cha: ogni giro di giostra durava un disco intero.
«Allora il trucco c’era, – si disse il vecchio signore. – Quell’ometto dev’essere uno stregone».
E pensò anche: «Se nel tempo di un disco faremo un giro intero della terra, batteremo il record di Gagarin». Ora la carovana spaziale sorvolava l’Oceano Pacifico con tutte le sue isolette, l’Australia coi canguri che spiccavano salti, il Polo Sud, dove milioni di pinguini stavano col naso per aria. Ma non ci fu il tempo di contarli: al loro posto già gli indiani d’America facevano segnali col fumo, ed ecco i grattacieli di Nuova York, ed ecco un solo grattacielo, ed era quello di Cesenatico. Il disco era finito. Il vecchio signore si guardò intorno, stupito: era di nuovo sulla vecchia, pacifica giostra in riva all’Adriatico, l’ometto scuro e magro la stava frenando dolcemente, senza scosse.
Il vecchio signore scese traballando.
– Senta, lei, – disse all’ometto. Ma quello non aveva tempo di dargli retta, altri bambini avevano occupato i cavalli e le jeep, la giostra ripartiva per un altro giro del mondo.
– Dica, – ripeté il vecchio signore, un po’ stizzito. L’ometto non lo guardò nemmeno. Spingeva la giostra, si vedevano passare in tondo le facce allegre dei bambini che cercavano quelle dei loro genitori, ferme in cerchio, tutte con un sorriso d’incoraggiamento sulle labbra.
Uno stregone quell’ometto da due soldi? Una giostra magica quella buffa macchina traballante al suono di un brutto cha-cha-cha?
– Via, – concluse il vecchio, – è meglio che non ne parli a nessuno. Forse riderebbero alle mie spalle e mi direbbero: «Non sa che alla sua età è pericoloso andare in giostra, perché vengono le vertigini?».

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Milena Milani, Diario inutile

Bisogna riabituarsi a scrivere.
È una cosa spaventosa, ma bisogna farlo. Quando si sono trascorsi giorni e giorni in cui il pensiero taceva, il cervello dormiva, ed era bellissimo esaurire se stessi gettandosi per esempio in mare, nuotare, scrutare l’acqua con la testa sommersa, magari con una di quelle maschere per pescare che si usano adesso; quando il tempo dell’estate è volato e sta volando, un pomeriggio, mentre sono le due, la spiaggia è deserta, ed io mi sono guardata al grande specchio dello stabilimento, ed ho avuto pietà di me, di quella tinta bruna che ho sul corpo, e sono diventata tristissima (il mare a onde grosse mi fa paura, se mi ci butto certamente annego), un pomeriggio, allora, ho ricominciato a scrivere.
Altra gente fa altre cose, le donne lavorano come gli uomini, io non ho che questo in mente, scrivere perché mi piace, e anche quando sembra che non mi piaccia più, non è vero, se materialmente non scrivo, accumulo sensazioni in me.
Sono seduta sulla sedia a sdraio della cabina, oggi c’è il vento, il mare ha un rumore fortissimo, piacevole ad udirsi. È difficile poter scrivere con un foglio sulle ginocchia, ripiegato in quattro e un libro come tavolino; anche la stilografica è una complicazione, ogni tanto l’inchiostro manca, ma oggi ho previsto tutto, ed ho portato un Botteghino speciale, nel suo astuccio brevettato, con una bella etichetta che dice «Flacon de voyage». Da stamattina ho detto: «Oggi scrivo».
Io sono una ragazza con molte idee, ma assai spesso svagata.
Ora, il fatto di avere vicino quest’inchiostro, e intanto di respirare l’aria, di sentire il vento sui capelli ogni tanto alzando gli occhi a guardare il mare, di scoprirlo verde smeraldo, con laggiù in fondo una lunga fascia blu, dove corrono veloci quattro barche a vela: tutte queste piccolezze danno alla mia mano una lievità, che se seguissi sino in fondo le teorie dello spazio in letteratura, direi con lasciare la pagina bianca, perché in questo bianco è già detto tutto.
Il sole va e viene, due nuvole giocano a nasconderlo, sono due di numero, rotonde e minacciose, il vento le sospinge, le nuvole ben volentieri si adattano al divertimento.
Io non ho nessuno davanti, solo il mare a una distanza di un metro, sono così vicina che se le onde aumentano dovrò tirarmi indietro. A sinistra c’è una barca di colore azzurro, si chiama Anita, accanto sono sdraiati due ragazzi, fumano, hanno maglie con maniche corte, uno porta un berretto blu elettrico. Vedo che quello del berretto al collo una sottile catena d’oro; sono due ragazzi rozzi e ben piantati; qualche volta fumando fanno anelli di fumo con le labbra.
Non è affatto difficile scrivere di cose vere che si vedono con veri occhi.
Il cuore, mentre la mano scrive, si limita a battere, ma io lo sento anche nella mano. Sento anche nel piede destro che ho passato perché sono caduta mi sono fatta male, il cuore è dappertutto e il suo palpito è particolarmente intenso quando io fingo di non intenderlo. I miei pensieri non sono solamente in testa: oggi mentre le nuvole, nel tempo che io scrivo, da due sono aumentate a quattro, a dieci, è dura verso la città, formano addirittura una muraglia cupa che il sole si sforza di forare, io sento che i pensieri, acuti come punte d’ago, sono scivolati in ogni zona remota del mio corpo, non ho potuto fermarli. Vagheranno sotto la pelle, per affiorare non so quando, in piaghe lontane.
Non sono fatta con braccia e gambe, come lo fui nei giorni scorsi o come ritornerò probabilmente ad esserlo. Guardo il bagnino con il berretto a visiera, si chiama Giovanni, e roseo, biondo; passa a chiudere gli ombrelloni. Gli chiedo: «C’è burrasca in vista?». Socchiude gli occhi, risponde: «Può darsi».
Vedo le ragazze con le cuffie gialle e rosa che si sono tuffate senza timore; il mare, da verde, sta diventando grigio. Un ragazzo ha raggiunto la boa, vi è salito, si è allungato lì sopra come se il mare fosse calmo. Oggi non verranno i bambini degli ombrelloni accanto al mio. Ho visto soltanto Silvio, che non si è spogliato, e correva con un secchio appeso a tracolla gridando: «Gelati».
«Mi dai un gelato?» gli ho chiesto.
Silvio ha vergogna e non si avvicina, guarda di sotto in su con gli occhi furbi e continua a gridare «gelati». Passa parecchie volte davanti alla mia poltrona, è un bambino con i capelli rasati, la pelle chiara. Ha quattro anni, è molto bello.
Decido di lasciare questo inutile diario marino; improvvisamente mi alzo, mi metto a correre per prendere Silvio, senza riuscirvi però.

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In «Nuova Stampa Sera», 16 settembre 1953.

proSabato: Giovanni Comisso, da ‘Un sogno a Bassano’

LA TERRA era rinverdita mirabilmente nelle foglie e nell’erba che dopo la pioggia notturna risultava soffice come la lana. La strada era tracciata sul limite della pianura, dove da un lato principiava lentamente a salire, come il declivio di una spiaggia marina resa scoperta dalla bassa marea, per innalzarsi gradatamente in colli acuti uno dietro l’altro in fila e da ultimo, lontano, si elevano le montagne.
..Andavo verso Bassano per rivedere quella città dopo tanto tempo, ma prima di arrivarvi avrei voluto visitare quel colle dove Ezzelino da Romano aveva il suo castello. Mi era venuto questo desiderio, perché era appunto in giornate primaverili come quella, che reso impaziente dal lungo ozio invernale si scuoteva in una follia aggressiva con le sue masnade per irrompere nella pianura veneta a saccheggiare, a distruggere e a uccidere prendendo d’assalto borgate e città. Tutta la sua follia, che per lunghi anni aveva disseminato il terrore, egli l’aveva poi scontata u quel colle dove con tutti i consanguinei era stato trucidato, squartato, disperso ai venti e il suo pastello era stato spiantato dalle fondamenta.
..La carta topografica distribuita da un ente automobilistico ufficiale non indica questo colle, un’altra datami da un ente turistico mi servì meno ancora, sicché ho dovuto ripiegare sulle indicazioni topografiche fissate da Dante con massima precisione.
In quella parte della terra prava
Italica, che siede intra Rialto
E le fontane di Brenta e Piava,
si leva un colle, e non surge molt’altro

..Neanche con questa guida mi fu possibile raggiungere la meta, finii col disperdermi in stradine sconnesse e disagevoli che mi obbligarono a rinunziare. I colli, non molto alti, sono innumerevoli e tutti stupendi come isolette coralline affioranti sulla pianura in lieve discesa. Credo non vi siano al mondo luoghi più belli di questi, tra il Piave e il Brenta, ma sembra si faccia apposta per non concedere di visitarli facendoci disperdere come in un labirinto. Si usa persino la strategia, nota alle quinte colonne, di mettere agli incroci le tabelle stradali, non prima della svolta, ma dopo in modo da non servire per nulla. (altro…)

proSabato: Luigi Pirandello, Candelora – La carriola

Fausto Pirandello, Ritratto di Luigi Pirandello (1936)

Quand’ho qualcuno attorno, non la guardo mai; ma sento che mi guarda lei, mi guarda, mi guarda senza staccarmi un momento gli occhi d’addosso.
Vorrei farle intendere, a quattr’occhi, che non è nulla; che stia tranquilla; che non potevo permettermi con altri questo breve atto, che per lei non ha alcuna importanza e per me è tutto. Lo compio ogni giorno al momento opportuno, nel massimo segreto, con spaventosa gioja, perché vi assaporo, tremando, la voluttà d’una divina, cosciente follia, che per un attimo mi libera e mi vendica di tutto.
Dovevo essere sicuro (e la sicurezza mi parve di poterla avere solamente con lei) che questo mio a o non fosse scoperto. Giacché, se scoperto, il danno che ne verrebbe, e non soltanto a me, sarebbe incalcolabile. Sarei un uomo finito. Forse m’acchiapperebbero, mi legherebbero e mi trascinerebbero, atterriti, in un ospizio di matti.
Il terrore da cui tutti sarebbero presi, se questo mio atto fosse scoperto, ecco, lo leggo ora negli occhi della mia vittima.
Sono affidati a me la vita, l’onore, la libertà, gli averi di gente innumerevole che m’assedia
dalla mattina alla sera per avere la mia opera, il mio consiglio, la mia assistenza; d’altri doveri altissimi sono gravato, pubblici e privati: ho moglie e figli, che spesso non sanno essere come dovrebbero, e che perciò hanno bisogno d’esser tenuti a freno di continuo dalla mia autorità severa, dall’esempio costante della mia obbedienza inflessibile e inappuntabile a tutti i miei obblighi, uno più serio dell’altro, di marito, di padre, di cittadino, di professore di diritto, d’avvocato. Guai, dunque, se il mio segreto si scoprisse!
La mia vittima non può parlare, è vero. Tuttavia, da qualche giorno, non mi sento più sicuro. Sono costernato e inquieto. Perché, se è vero che non può parlare, mi guarda, mi guarda con tali occhi e in questi occhi è così chiaro il terrore, che temo qualcuno possa da un momento all’altro accorgersene, essere indotto a cercarne la ragione.
Sarei, ripeto, un uomo finito. Il valore dell’atto ch’io compio, può essere stimato e apprezzato solamente da quei pochissimi, a cui la vita si sia rivelata come d’un
tratto s’è rivelata a me.
Dirlo e farlo intendere, non è facile. Mi proverò.

Ritornavo, quindici giorni or sono, da Perugia, ove mi ero recato per affari della mia professione.
Uno degli obblighi miei più gravi è quello di non avvertire la stanchezza che m’opprime, il peso enorme di tu i i doveri che mi sono e mi hanno imposto, e di non
indulgere minimamente al bisogno di un po’ di distrazione, che la mia mente affaticata di tanto in tanto reclama. L’unica che mi possa concedere, quando mi vince troppo la stanchezza per una briga a cui attendo da tempo, è quella di volgermi a un’altra nuova.
M’ero perciò portate in treno, nella busta di cuojo, alcune carte nuove da studiare. A una prima difficoltà incontrata nella lettura, avevo alzato gli occhi e li avevo volti verso il finestrino della vettura. Guardavo fuori, ma non vedevo nulla, assorto in quella difficoltà.
Veramente non potrei dire che non vedessi nulla. Gli occhi vedevano; vedevano e forse godevano per conto loro della grazia e della soavità della campagna umbra. Ma io, certo, non prestavo attenzione a ciò che gli occhi vedevano.
Se non che, a poco a poco, cominciò ad allentarsi in me quella che prestavo alla difficoltà che m’occupava, senza che per questo, intanto, mi s’avvistasse di più lo spettacolo della campagna, che pur mi passava sotto gli occhi limpido, lieve, riposante.
Non pensavo a ciò che vedevo e non pensai più a nulla: restai, per un tempo incalcolabile, come in una sospensione vaga e strana, ma pur chiara e placida. Ariosa. Lo spirito mi s’era quasi alienato dai sensi, in una lontananza infinita, ove avvertiva appena, chi sa come, con una delizia che non gli pareva sua, il brulichio d’una vita diversa, non sua, ma che avrebbe potuto esser sua, non qua, non ora, ma là, in quell’infinita lontananza; d’una vita remota, che forse era stata sua, non sapeva come né quando; di cui gli alitava il ricordo indistinto non d’atti, non d’aspetti, ma quasi di desiderii prima svaniti che sorti; con una pena di non essere, angosciosa, vana e pur dura, quella stessa dei fiori, forse, che non han potuto sbocciare; il brulichio, insomma, di una vita che era da vivere, là lontano lontano, donde accennava con palpiti e guizzi di luce; e non era nata; nella quale esso, lo spirito, allora, sì, ah, tu o intero e pieno si sarebbe ritrovato; anche per soffrire, non per godere soltanto, ma di sofferenze veramente sue. (altro…)