prosabato

proSabato: Luigi Cecchi, Squeak

©Luigi Cecchi

SQUEAK

Lo squeak-segnale brillava alto sulla cima della Brum-brum Tower: il malvagio Dottor Dimensio-Nando minacciava per l’ennesima volta la serenità, la banalità e lo stile di vita ordinario e privo di senso dei cittadini di Opportunity City! Squeak, il roditore con le orecchie più lunghe dell’universo, indossò immediatamente la tutina attillata color cachi e si fiondò sulla S01, la moto-slitta-razzo parcheggiata nell’autorimessa segreta nascosta sotto la pagoda di plastica che aveva piazzato in giardino vicino alla piscina gonfiabile. «Ti fermerò anche stavolta! Soccomberai al potere di… SQUEAK!» Gracchiò il generatore casuale di frasi fatte che aveva installato nel cruscotto, mentre avviava il reattore. Come un missile, schizzò in cielo e poi ripiombò in picchiata verso l’obiettivo. Capì subito cosa aveva in mente il diabolico Dottor Dimensio-Nando: con un congegno che converte il cemento in carne, rubato due notti prima in una fabbrica di würstel, intendeva trasformare tutti i gargoyle della Cattedrale di Rosicchio in mostri che urlano e digrignano i denti senza però potersi muovere (perché dai, stanno sempre attaccati a una cattedrale)! Squeak non poteva permetterlo! Si scagliò dall’alto sul Dottor Dimensio-Nando, lasciando che la S01 si schiantasse contro un muro in modo da attivare l’effetto “ralenti” dell’esplosione. «Ti pentirai di aver abbandonato la professione di ginecologo per fare il cattivo!» Gracchiò un’ultima volta il generatore di frasi fatte della moto, prima di esplodere. Nel frattempo, Squeak stava già prendendo a pugni il criminale. Dopo averlo messo fuori combattimento, balzò in direzione del dispositivo che trasforma il cemento in carne e con un colpo di orecchie-frusta lo distrusse. MISSIONE COMPIUTA. Tra applausi e dichiarazioni d’amore, Squeak poteva allontanarsi soddisfatto: le banche potevano riaprire, e lui aveva il 17 barrato da prendere, per tornare a casa.

© Luigi Cecchi

 

proSabato: Luigi Cecchi, Teeming

©Luigi Cecchi

 

TEEMING

Non si presentarono subito. Quando l’invito fu rivolto all’intero pianeta, in ogni lingua comprensibile da ogni essere vivente, la risposta fu immediata per quasi ogni creatura sopportabile allo sguardo dell’uomo. Poi ci fu un lungo periodo di attesa. Per ore, sembrò quasi di essere già nell’occhio dell’immenso e catastrofico ciclone che stava per abbattersi su quelle terre. Furono accesi dei fuochi, per segnalare la via, nel dubbio che i ritardatari non riuscissero a trovare la strada. Nelle ore successive, tuttavia, si sollevò d’ogni dove un tumulto distante, schiocchi e brusii che si confondevano con il tuonare remoto del cielo plumbeo, mentre una foschia grigia lentamente cancellava i profili delle montagne all’orizzonte. Ancora qualche ora, e una nuvola nera e densa che si spostava controvento fu scorsa sopra le distese di tronchi tagliati a ovest. Successivamente ci si avvide anche del fiume strisciante, che avanzava brulicando sotto di essa. Il brusio divenne un ronzio sempre più forte, mentre tra i sassi e gli sterpi centinaia di migliaia di piccole zampe si muovevano freneticamente. Da quella distanza, sembrava di osservare una macchia di olio nero e bollente che scivolava compatta sul terreno e si faceva sempre più vicina. (altro…)

proSabato: Etty Hillesum, Lunedì 4 agosto 1941

Lunedì 4 agosto 1941, le due e mezzo di pomeriggio

S. dice che l’amore per tutti gli uomini è superiore all’amore per un uomo solo: perché l’amore per il singolo è una forma di amore di sé.
S. è un uomo maturo di 55 anni, che ha raggiunto questo stadio di amore per tutti gli uomini dopo aver amato molte persone singole, nel corso della sua lunga vita. Io sono una donnetta di 27 anni: anch’io mi porto dentro questo grande amore per tutta l’umanità, eppure mi domando se non continuerò a cercare il mio unico uomo. E mi domando fino a che punto questo sia un limite della donna: fino a che punto cioè si tratti di una tradizione di secoli, da cui la donna si debba affrancare, oppure di una qualità talmente essenziale che una donna farebbe violenza a se stessa se desse il proprio amore a tutta l’umanità invece che a un unico uomo (non sono ancora in grado di concepire una sintesi). Forse, la mancanza di donne importanti nel campo della scienza e dell’arte si spiega così: col fatto che la donna si cerca sempre un uomo solo, a cui trasmette poi tutta la propria conoscenza, calore, amore, capacità creativa. La donna cerca l’uomo e non l’umanità.
Non è proprio così semplice, questa questione femminile. A volte, quando vedo per strada una donna bella e ben curata, assolutamente femminile e magari un po’ stupida, sono capace di perdere la testa: allora il mio cervello, le mie lotte e sofferenze mi diventano un peso, li sento come qualcosa di brutto e di non femminile e vorrei essere solo bella e stupida, una specie di giocattolo desiderato da un uomo. È tipico che io voglia essere sempre desiderata dall’uomo, che la nostra femminilità sia sempre la suprema conferma del nostro essere, mentre si tratta di una dinamica oltremodo primitiva. I sentimenti di amicizia, stima, amore per noi donne in quanto persone sono tutte belle cose – ma in fin dei conti, non vogliamo forse che l’uomo ci desideri come donne? Non riesco quasi a esprimermi, è una questione infinitamente complicata ma è essenziale che ne venga a capo.
Forse la vera, la sostanziale emancipazione femminile deve ancora cominciare. Non siamo ancora diventate vere persone, siamo donnicciole. Siamo legate e costrette da tradizioni secolari. Dobbiamo ancora nascere come persone, la donna ha questo grande compito davanti a sé.

Come stanno in realtà le cose tra S. e me? Se, alla lunga, riuscirò a fare chiarezza in questa relazione, avrò anche fatto chiarezza nel mio rapporto con tutti gli uomini e con l’intera umanità, per usare parole grosse. In nome del cielo, lasciatemi essere patetica, annotare ogni cosa proprio com’è nel mio animo, e quando avrò riversato nella scrittura tutto il patetico e l’esagerato, forse tornerò anche a lavorare su me stessa.
Voglio bene a S.? Sì, follemente.
Come uomo? No, non come uomo, ma come essere umano. O forse amo di più il calore e l’amore e un tendere alla bontà che irradiano da lui. No, non riesco a venirne a capo, non riesco davvero a venirne a capo. Questo è una sorta di taccuino: di volta in volta farò dei tentativi, vi scriverò qualcosa, nella speranza che alla fine tutti i pezzi formino un tutto, ma non devo fuggire di fronte a me stessa, o alla gravità dei problemi, cosa che del resto non faccio. Ciò da cui fuggo, a onor del vero, è la difficoltà di mettere ogni cosa nero su bianco. Tutto viene fuori in maniera così infelice.

Ma tu scrivi su questi fogli non per produrre capolavori, ma solo per fare un po’ di chiarezza in te stessa. Provi ancora vergogna, non osi lasciarti andare o lasciare che le cose sgorghino dal tuo animo; continui a essere terribilmente inibita, e questo accade perché non hai ancora imparato ad accettarti così come sei.

È difficile avere al contempo un buon rapporto con Dio e con il ventre. Tale pensiero mi ha tormentata durante una serata musicale di qualche tempo fa, quando S. e Bach erano entrambi con me. Nell’intervallo tra due esecuzioni musicali lui mi aveva raccontato che Wiep gli aveva fatto un test di Rorschach sulla base del quale lui aveva visto poche «cavità»; secondo Wiep, il risultato indicava che il problema sessuale per lui era totalmente risolto, che era stato «subordinato» al complesso della sua personalità e che ora aveva un ruolo secondario nella sua vita. Credo di essere stata davvero gelosa di quella situazione, e devo aver pensato qualcosa del genere: Sì, è facile per te. C’è qualcosa di complicato nel rapporto con S. Lui se ne sta lì pieno di calore e cordialità umana, sicché tu ti lasci andare senza riserve. Ma al tempo stesso, c’è un uomo possente con una faccia espressiva, con grandi, sensibili mani, che ogni tanto ti cercano, e con occhi la cui carezza può davvero essere commovente. Ma la carezza è impersonale, ovviamente: lui accarezza l’essere umano, non la donna; l’artiglio si protende verso la persona, ma non verso la donna. La donna, però, vuole essere accarezzata come una donna, e non come un essere umano. Almeno così mi sento io, a volte. Ma lui ti mette di fronte a un compito difficile, per il quale bisogna lottare duramente. Io sono un compito per lui, me lo ha detto una delle prime volte, ma anche lui lo è per me. Devo smetterla adesso: mi sento sempre più povera mentre scrivo tutto questo, segno che non sto esprimendo ciò che realmente accade dentro di me. (altro…)

proSabato: Gianna Manzini, Ricordo di Ada Negri

INCONTRAI per la prima volta Ada Negri molti anni fa, in casa sua, a Milano. E l’immagine che da allora ne serbo si sostiene all’impressione che i suoi capelli fossero grigi per una specie di riguardo: bisognava, con qualche tono dimesso, temperare tutto quello sfavillìo di occhi, e un così libero giuoco fra ardimento e soavità.
Rinnovando in ogni istante un’intesa col mondo, mi appariva legata e quasi sostenuta da una salda amicizia con tutto ciò che respira. Così, per virtù di sentimento e di sorriso, e per quel senso di giustizia e di persuasione che le sue parole ispiravano, anche col parlarmi della mia diversità da lei, non mi allontanava da sé come inevitabilmente accadde quando si sottolineano differenze: anzi riusciva ad avviare un rapporto amichevole.
Di questa visita mi rimane, oltre il ritratto che la sottile arte del ricordo compose poi per esaudire il mio desiderio di compagnia e di colloqui, la disagiosa certezza d’aver cercato ostinatamente d’abbassare il tono della conversazione con frasi superflue e banali, delle quali, di volta in volta, mi vergognavo. Un disagio che adesso diventa pungente rimorso. Era come se allontanassi da noi il poeta, in lei sempre presente, e lo ammettessi soltanto relegato nella pagina, ostacolassi quel suo coraggioso naturale farsi vivo nella vibrazione di una parola, nell’impennata di una frase, nell’accoglienza di tutto quello che la finestra aperta, i libri, le cose intorno e il calore dei nostri pensieri suggerivano. Quella volta, il mio pudore mi fece peccare d’avarizia.
Ma il mio tardivo desiderio di giustificarmi provocò uno dei miei molti ricordi falsi, di quei ricordi immaginari che ci si studia poi di invecchiare, d’incastonare in momenti e luoghi rigorosamente reali. E che scrupolo nel togliere il nuovo ai particolari con cui di tanto in tanto li ritocchiamo. Perché accade a tutti, credo, di scegliere, quasi senza che la volontà deliberi, nel numero delle persone che direttamente e indirettamente conosciamo, i personaggi necessari alla difficile e mal nota commedia spirituale nostra: amicizie in mezzo alle quali più liberamente viviamo.
Fu l’estate ad Arenzano.
La ragazza che mi porgeva i francobolli, in uno spaccio di sale e tabacchi, butta gli occhi sulla lettera che reca l’indirizzo di Ada Negri, per alzarli subito su di me, raggiando di sorpresa e d’amorosa invidia.
Un momento dopo, al tavolino di caffè, sotto un ombrellone colorato, intrattenevo l’immagine della scrittrice che, sorta in una maniera così stravagante, fra le pareti d’una bottega anonima, mi aveva dato autorità e prestigio presso una ragazza, senza dubbio esperta nel far combaciare i propri sogni su pagine sfogliate e risfogliate nel cassetto aperto del banco di vendita. Una ragazza che avrebbe potuto dar luogo a un racconto. (altro…)

proSabato: Jacopo Ramonda, Pendolari

 

PENDOLARI (cut-up n. 127)

In macchina presto attenzione a qualunque cosa mi passi per la mente, tranne che a guidare. Ascolto musica, parlo al telefono, mi annoto queste frasi; rovistando sul fondo della borsa accasciata al mio fianco, sul sedile del passeggero, trovo la tua lettera. La riconosco al tatto, immediatamente. La mia condizione di pendolare non ammette variazioni di rotta: ogni giorno mi sposto lungo la stessa tratta provinciale, in loop. Attraverso una serie di piccoli comuni di periferia, così vicini l’uno all’altro da contagiarsi a vicenda nello sfregamento continuo di mucose e confini. Respiro a grandi boccate, poco prima di chiudermi ermeticamente nel mio scafandro e calarmi negli abissi delle prossime otto ore di lavoro quotidiano, dove la pressione si farà sempre più opprimente. Ormai i miei pensieri fuoriescono liberi soltanto nel dormiveglia degli spostamenti. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Città di sogno

Nel 2019 si ricorda l’anniversario di Giovanni Comisso (1895-1969) a cinquant’anni dalla sua scomparsa, avvenuta il 21 gennaio. Come redazione pubblicheremo ogni mese alcuni suoi racconti, che ci accompagneranno nei sabati fino a fine anno, in attesa della ripubblicazione annunciata dell’opera omnia per La Nave di Teseo.
Partiamo oggi con un racconto pubblicato sul «Gazzettino», con cui iniziò a collaborare dal secondo dopoguerra, proseguendo fino alla sua morte.

Ero andato in una città di mare, distesa su un pendio montano. Mi sembrava una Genova più condensata, tra il porto e le sue mura, come nelle vecchie stampe. Avevo già vissuto divinamente felice in quella città, e mi trovavo a pensione presso una famiglia, con la mia vecchia cameriera. Era d’inverno e pareva che vi dovessi stare solo pochi giorni, quando arrivò mia madre, giovane ancora: indossava un vestito grigio chiaro, che le modellava i fianchi, e portava un cappello di paglia intrecciata dello stesso colore, a forma di triregno, con un velo che le copriva il volto le scendeva sulle spalle.
Subito andammo a colazione in una trattoria, sotto un ampio portico. Sì mangio assai bene e si decise di passare l’inverno in quella città, anche perché avevamo con noi la cameriera e nessun obbligo ci richiamava altrove. Finita la colazione, le dissi di aspettarmi, ché sarei ritornato subito. Il lavoro è fare alcune compere e mi chiede se volevo mangiare per la sera certe rape bianche che erano la sua passione. Pure avendo vissuto in quella città, non sapevo nei nomi delle strade, né quello della pensione dove alloggiavo.
Appena lasciata mia madre, subito mi spersi in una zona più alta della città, vicino a pendii coltivati a olivi, con strade di campagna che andavano verso la cima del monte. Quindi conobbi una casa che era di nostra proprietà, in parte rovinata dalla guerra con certi inquilini che non ci avevano mai pagato l’affitto. Aprii una porta e dissi che adesso ci avrebbero pagato, altrimenti li avremmo mandati via e si sarebbe andati noi ad abitare la nostra casa.
Vidi il vecchio portalettere, che mi riconobbe. Una vaga speranza di una vita migliore pareva mi venisse promessa. Poi presi a scendere e mi trovai in una specie di palestra: mi ritrovai un amico dal volto scavato e impallidito dalla vecchiezza ma mi assicurò che in quella città ci si divertiva.
Scesi ancora, per andare da mia madre che mi aspettava, e per vicoli quasi sotterranei una cattedrale sontuosa, tutta con mosaici d’oro splendenti e con opere di Cimabue a fondo nero. Vi si faceva una grande funzione, che vedevo come dall’alto di una loggia. La cattedrale era come scavata sotto la terra, anzi erano due chiese aggregate e inoltre vi era anche un edificio pubblico dove, in quel momento, si ricevevano alte personalità vestite di nero, con maglie aderenti al corpo come per gli acrobati. (altro…)

proSabato: Dacia Maraini, Il sangue di Banquo

Una lady Macbeth così non si è mai vista! Tira su la testa! Non ti adagiare su te stessa! Respira, respira forte, forte”! Maria solleva la testa. Tira un profondo respiro. Avanza lentamente verso il centro del palcoscenico. “E ora buttati per terra e rotola!”
Maria sente la voce leggera e suadente di Alfio Coppa che le entra nelle orecchie con dolcezza.
“Anche tu Sandro… rotolate, rotolate… con dolore, con furia, rotolate sui trionfi del potere acquistato con l’assassinio”!
Maria si sdraia per terra e prende a rotolare sul pavimento di pietra nera. La pelle le si aggriccia. Un moto di ripugnanza le irrigidisce i muscoli. Ma si sforza di continuare seguendo la voce decisa e flautata di Coppa. Ad un gesto di lui si ferma; ascolta una musica stridula di seghe, di violini e di voci infantili che sgorga dal soffitto. Sul fondo ecco Peppe con un lungo pezzo di stoffa fra le braccia. Un momento dopo Maria sente il raso molle e freddo scenderle sulla faccia. Fa un movimento con la testa per liberarsi; soffoca.
“Non ti muovere tesoro, non ti muovere”. L’ordine di Alfio arriva supplice e perentorio. Maria si appiattisce contro il pavimento. Fa attenzione ai passi di Peppe che si allontanano lenti e poi cerimoniosamente tornano ad avvicinarsi. Dalle mani guantate di lui cala il telo che le rabbuia la vista. “Macbeth è un signore, Sandro mio, un grande castellano, e tu ti muovi come uno studentello di liceo, non hai maestà non hai peso, sei un disastro, ricomincia”!
Maria sente Sandro che va su e giù per il palcoscenico battendo i piedi sul pavimento. La scena viene ripetuta cinque, sei, dieci volte. E lei è sempre lì sotto il telo, immobile. Coppa sembra essersi dimenticato di lei. Ora mi alzo, pensa, non posso rimanere così mentre gli altri provano. Fa per tirare su la testa, ma viene fermata da un urlo di Alfio. “Giù la testa amore, mi rovini tutto, mi rovini tutto”!
Maria torna a chinare la guancia sul pavimento ruvido. La muffa le sta invadendo i polmoni infreddoliti. Vorrebbe alzarsi, gridare. Ma ha paura di Coppa. Sono sei mesi che non lavora. E lui l’ha presa storcendo il naso. Poi c’è di mezzo un viaggio a Parigi e una paga discreta.
Perciò stringe i denti e beve piano, a piccoli sorsi leggeri, la poca aria che filtra attraverso il pesante drappo rosso.
“Ecco, ora alzati cara… senza mosse sguaiate, così, con lentezza regale… intorno hai torrenti di sangue, il sangue ti trattiene, ti incalza”. Maria spinge in avanti il piede perché ha paura di perdere l’equilibrio. La lunga attesa sotto il drappo rosso l’ha stordita.
“E ora con dolcezza, con lentezza, con grazia, spogliati amore mio”. Maria lo guarda stupita. Questo non era nei patti. E poi fa freddo. E non capisce perché lady Macbeth dovrebbe spogliarsi.
“Cos’è questa esitazione Mariuccia? Un po’ di moralismo di provincia? Su, non fare la sciocca, spogliati”. “Se si spogliano anche gli altri va bene, ma da sola no”.
“Non se ne parla nemmeno cara mia… che c’entrano gli altri? Tu sei lady Macbeth, non gli altri. Se ti dico di spogliarti, puoi farlo tranquillamente, sei una ragazza moderna Maria, cosa sono queste fisime?” Maria rabbrividisce, non sa se per il freddo o per quelle parole che sente improvvisamente dure e vischiose, ricattatorie.
Intanto Alfio è venuto accanto a lei. E le parla con voce gentile, affettuosa. “Tu sai quanto ti stimo tesoro, sei una attrice straordinaria’…
La mano calda, grande, si posa ossessiva sul collo di lei. Maria pensa che forse ha ragione lui dopotutto: forse la sua è solo una impuntatura. “Qui non siamo all’Argentina o all’Eliseo, Maria cara, a fare un Macbeth ufficiale di tutto riposo. Qui siamo in una cantina, stiamo facendo del teatro sperimentale. Qui contano i gesti, le forme, non le parole. Qui gli spettatori sono chiamati a partecipare dall’interno, a stordirsi, a perdersi, non a ragionare secondo la logica fritta e rifritta della tradizione teatrale”…
Maria annuisce stoltamente. La voce di Alfio suona così sincera, così entusiasta, così religiosamente esaltata. “Le parole non comunicano più niente in teatro Maria mia, come dice Artaud il teatro è crudeltà, segno, immagine. E tu sei una immagine soave, con qualcosa di goffo, lo so, di pesante, ma di una pesantezza delicata e conturbante. Il tuo corpo bianco ricorda certe porcellane cinesi, certi budda di maiolica dal sorriso luminoso e benigno. Ecco, io voglio che lady Macbeth sia così: una figura gonfia e misteriosa, un po’ orientale, con qualcosa di enigmatico e di lunare, mi capisci?” Maria china la testa. Pensa che la volontà del regista è sempre indecifrabile e oscura, che più è originale e meno si lascia capire. Un grande regista d’avanguardia tende a mangiarsi i suoi attori, annullandosi nel suo capace ventre artistico. Il sacrificio dell’attore è necessario, scontato.
Ora Coppa si allontana da lei. Insegna a Peppe e a Sandro come stendere il drappo rosso lungo l’impiantito di pietra. “Il sangue di Banquo sta invadendo la scena” mormora con voce assorta: “è il sangue del potere, dello sfruttamento, il sangue di tutti coloro che soffrono e piangono per i delitti della storia.”
Peppe sposta la stoffa scarlatta con gesti lenti, rituali. Ha gli occhi spenti, come drogati. Alfio gli parla nell’orecchio, con voce allucinata. Poi con un salto arriva da lei.
“Ora tocca a te, Maria, chinati verso questo sangue ingiusto, imbrattati le braccia, la faccia, bevilo a lungo sorsi avidi”!
Maria si butta in ginocchio sul drappo e fa per immergervi la faccia, ma Coppa la ferma con un dito alzato, severo e sarcastico: “No, Maria, così sembri una villanella che coglie margherite… Devi spogliarti, devi essere di una nudità abbagliante e arresa… Levati quegli stracci di dosso e sii voluttuosa, scatenata, folle!” Maria ubbidisce ciecamente, incantata. Con un unico gesto rabbioso si tira via la maglia di lana grigia e la butta lontano. Subito sente gli sguardi di tutti appuntati sul suo petto ampio e luccicante. Coppa ha un sorriso estenuato e crudele. Sandro muove lentamente le pupille cupe, prive di simpatia. Peppe la osserva apertamente avido e divertito. (altro…)

proSabato: Lidia Ravera, stracci again

La mia vita è la trilogia di Cenerentola. Nata in stracci, salita sul cocchio, perso scarpina, sposato principe. Divorziato principe causa suoi eccessi alcoolici, sposato accattone. Stracci again. Quindi nuova carrozza (rubata), nuovo amore con guardia giurata (modesto, ma in divisa), nuova risalita sociale, almeno in senso di piede libero. Lui difatti è in galera. L’altro, intendo, l’ex.
Non faccia quella faccia. Rida, piuttosto, o stia serio. Stia come le pare, ma non creda di incoraggiarmi a parlare con quell’enigma muscolare fra le labbra e le gote, fra le pinne del naso. Sto qua stesa e lei mi lascia dire.
Badi bene, io so d’essere sciocca. Sempre stata.
Fin da quand’ero bambina. Babbo era nell’edilizia (muratore). Mamma iperproduceva figli (sette). Mamma non l’ho mai amata: ecco, forse, questo la interessa.
No? Strano. Isabella mi aveva detto che devo raccontare soprattutto questo. Della mamma, intendo. E senza far finta di ricordare niente prima dei quattro anni, o almeno non subito, che quello deve semmai venir fuori dopo. No che non mi sto difendendo. Del resto, lei mica mi aggredisce. Anzi, se devo proprio dirle la verità, lei è l’unico uomo che riesce a guardarmi qui distesa, senza scarpe su un divano, senza trarne una scarica di adrenalina. Ma lei, è un uomo o un pupazzo simbolico?
Non risponde. Certo vale proprio la pena di studiare tanto, per imparare a starsene zitti!
Isabella stragiura che lei è perfino laureato in medicina. Perché io da un cialtrone qualsiasi mica ci vado. Con quel che costa.
In psicologia son capaci a laurearsi tutti. Anche le donne. Bè, adesso perché scrive? Sbaglio o c’è stato un lampino di interesse? Non mi fraintenda, non ho niente contro le donne. Da un certo punto di vista, anch’io sono una donna.
Visto che non ride lei, rido io. Ma sa che questa sensazione di stanza insonorizzata, comincia a non dispiacermi affatto? Sento che potrei tacere anch’io.
Non è fantastico? Il silenzio è qualcosa di saggio, di mai assaggiato, assoggetta, soggioga…
Per voi è facile, stare zitti: avete le cose. Noi ci si sperde fra le parole, di nascosto, correndo, al mattino presto, come cacciatori di frodo che cerchino di acchiappare una preda. Pim pum pam! Ci sente? Cioè: mi sente? Certe volte divento collettiva.
Certe volte per farmi perdonare. Certe volte per farmi capire. Certe volte per caso.
Scivolo sul noi. Noi chi? Non so. Ma è meglio dire: noi chi? Che chiedersi: Io chi? Chiedersi “Io chi?” vuol dire essere malati, non è vero? “Noi chi” è solo non intendersi di politica.
Dicono che non sono cosi sciocca come voglio sembrare.
Dicono che non voglio poi sembrare così sciocca.
Dicono che sono naif, che sono furba, che gioco al doppio gioco. Dicono che faccio tanto svampita americana anni quaranta. Sophisticated comedy. Il mio secondo —l’accattone— si interessava di cinema. Lei no? Lei sì?
Lei non risponde. No, dico, su cose così importanti potrebbe cacciare fuori un sì o un no.
Cos’è questa conversazione tronca! Mi fa monologare per poi criticare. Non è così? Non è per questo che la pagano? Bella roba.
Certe volte mi chiedo se non è proprio questo il sintomo della pazzia: pagare uno perché ti distrugga. La prossima volta le regalo una roncola.
O preferisce un attizzatoio? La pistola scommetto che ce l’ha. Con tutti i soldi che guadagna avrà paura dei sequestri. Oggigiorno guadagnate più voi che i grossisti di insaccati. Si direbbe che la gente preferisca cibarsi di incubi, di fantasmi, siamo all’autocannibalismo. Ci si rosicchia l’Io e finché non s’è finito di mangiarlo non si è sazi. Ma io mi amo sa?
Io non so perché sono qui.
Ha insistito il mio primo marito. Il principe, sì, sì, il principe. Lo racconti stasera a sua moglie: «Sai, cara, oggi ho analizzato una principessa». Sarà contenta sua moglie. Alle donne piace, discorrere di teste coronate. Mio marito era un ramo cadetto e io sono principessa d’acquisto. Il principe, s’intende, m’ha acquistata, ero a bottega. Vendevo scarpe. Lui entra e se ne prova dieci. Cenerentole lui. Aveva certe fette che non c’è il numero in commercio. Nascono tarati perché si sposano fra parenti (altro che tabù, lì gli incesti sono una regola di società). Tutti brutti gli aristocratici: prognatismo, strabismo, gobbe, gobbette, linfatismo, cellulite, sordità.
Il mio principe aveva il piede porcino.
Io lì per lì, mi commuovo.
Dico: «Scusi, non piango di lei». Lui sorride e mi ficca in mano un biglietto da visita con tanto di stemma. Ma non è un biglietto da visita, è l’invito a una festa. Sotto c’è scritto «Valido per due», lui tira fuori dal taschino la stilo d’oro massiccio e cancella «per due».
Poi se ne va zoppicando. È a palazzo, la festa. Lui vuole che ci vada da sola. Avevo sedici anni: Dio, il dolore di non avere un vestito!
Appena a casa telefono a mia zia, seguendo la sceneggiatura della fiaba, le dico: Madrina, ho bisogno di scarpe borsetta d’un abito scollato e dei soldi per il taxi.
Zia fa la sarta. È pessima, look periferia, specializzata in scampoli/occasione. Ma una sua cliente (una squillo che ha fatto fortuna) le lasciava sempre i suoi “straccetti” da darci “due punti qui” un orlo e così via. La faccio breve: zia mi presta di nascosto un abito della squillo, borsetta me ne compra una come anticipo del regalo di Natale. I soldi del taxi me li presta e dice: «se non me li ridai ti faccio maledire in chiesa».
L’unica cosa che proprio non ce la facciamo a svoltare sono le scarpe. Mica posso mettere i mocassini. O i sandali d’oro estivi, con la macchia di catrame sotto l’alluce. Così, decido, vado scalza.
Ma scalza ci devo andare a mezzanotte.
La festa era appena incominciata. Un trionfo. Ero bella sa? Mi guardi. Lo vede come sono adesso? Bè: dieci volte più bella.
Più magra più eretta più smagliante. E sicura di me. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Gigantic

©Luigi Cecchi

 

GIGANTIC

Poche cose erano in grado di spaventare davvero Marylou Humbleglow. Una di queste era il gigante Oreste, un tipaccio che definire scorbutico è davvero poco. Alto quasi novecento piedi, Oreste si presentava presso il villaggio di Colbridge ogni due lune, in attesa che i minuscoli (per lui) abitanti del principato di Willie lo servissero. E guai a non farlo! Nonna Therese raccontava sempre di quando era bambina e il sindaco di Colbridge chiese ad Oreste di ripassare fra altre due lune, perché molti degli uomini erano appena tornati dal fronte, la Guerra delle due Crostate era appena terminata e c’era molto lavoro nei campi e nelle fattorie. Ma Oreste scosse la testa e sollevando un piede lo abbatté contro i campi della famiglia Greyton, uccidendo all’istante tutte le loro capre, due cavalli, e formando quello che adesso chiamiamo Stagno dei Greyton, giacché la depressione si riempì subito delle acque del vicino fiume Lure. Da allora, più nessuno osò far attendere Oreste. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Fat

©Luigi Cecchi

 

FAT

Cerbolino Dentaspicchio era di gran lunga il più talentuoso giullare di Terramagna. Quando proposero a Re Uduerto III di invitarlo a corte per una serata di divertimento, il Re ne fu entusiasta. La serata fu organizzata con perizia e gran sfarzo, allestendo la sala del Re in tutta cura. Furono sostituite tutte le candele sui lampadari e sui candelieri. Tovaglie di colori ricchissimi e di tessuti pregiati ricoprirono i tavoli. Furono selezionate le migliori stoviglie, e non si badò a mettere sui tavoli persino bottiglie e vasi di vetro. La cucina si diede molto da fare, iniziando a preparare la cena già dalle prime luci dell’alba. Chiaramente ogni ospite fu invitato a presentarsi indossando il miglior abito da sera, e il Re diede disposizione di togliere dall’armadio il più bello tra i suoi vestiti. Persino il secchio del cacatoio sotto il trono fu svuotato e lavato in modo che il Re potesse farne uso durante la serata senza doversi alzare. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Underwater

©Luigi Cecchi

 

UNDERWATER

«Ohi, zì, guarda ‘sta stella marina che bomba!» Lello agitava le mani rivolto verso Christian, che pochi metri più in là stava frugando tra gli scogli con la punta della fiocina, sperando di trovarci un polpo o almeno un granchio un po’ più grosso di quelli che avevano raccolto finora nel retino. «A Lello, lascia sta’ le stelle marine che co’ quelle ‘a zuppa viè ‘no schifo.» Gli rispose, senza nemmeno alzare la testa.
«Ma che centra la zuppa, zì… questa è strana forte… ha una specie di occhio in mezzo, dove dovrebbe avere la bocca… anche se di solito è dall’altra parte… mi sa che è girata di culo…»
La strana stella marina ruoto l’inquietante occhio rivolgendo la pupilla verticale al ragazzino, poi scartò velocemente di lato, con una rapidità che Lello non aveva mai visto possedere a nessun’altra stella marina.
«Corri, Zì! S’è mossa! Vieni a vedè!»
Christian si alzò in piedi, sbuffò, con un paio di balzi non proprio atletici raggiunse Lello e tirò un’occhiata nell’acqua alla presunta strana creatura. Poi le puntò contro la fiocina e la infilzò a morte. «Così la pianti di rompere le palle. Mo’ sbrigate, raccogli la roba e torniamo che sennò mi’ madre se preoccupa.»
Si allontanarono saltellando verso la spiaggia, mentre la bizzarra stella marina, passata da parte a parte in più punti da quel piccolo tridente, si staccava lentamente dal fondo e veniva a galla, morendo inesorabilmente. (altro…)

proSabato: Étienne de La Boétie, da “Discorso sulla servitù volontaria”

Prima di tutto credo sia fuori dubbio che se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e conformemente ai suoi insegnamenti, saremmo naturalmente sottomessi ai nostri genitori, soggetti alla ragione, e servi di nessuno. Dell’obbedienza che, senza altra spinta che non sia quella naturale, ciascuno deve al proprio padre e alla propria madre, tutti gli uomini sono testimoni, ognuno per sé. Quanto a sapere se la ragione sia in noi innata o meno, è una questione ampiamente dibattuta in seno alle accademie e affrontata da tutte le scuole di filosofia. Allo stato attuale delle cose penso di non sbagliare se affermo che esiste nella nostra anima un seme naturale di ragione che, se alimentato da buoni consigli e abitudini, fiorisce in virtù; e invece spesso muore soffocato, non potendo resistere ai vizi che sopravvengono.
Ciò che è evidente e chiaro, e che, nessuno può permettersi di ignorare, è il fatto che la natura, ministro stabilito da Dio per governare gli uomini, ci ha fatti tutti della stessa forma e ci ha modellati secondo un unico stampo, perché possiamo tutti riconoscerci come compagni, o meglio come fratelli.
Se nel distribuire i suoi doni ha in qualche misura favorito, nel corpo e nello spirito, alcuni più di altri, non per questo ha voluto metterci in codesto mondo come in un’arena, e non ha mandato quaggiù i più forti e i più abili perché si comportino come briganti armati in una foresta per dare addosso ai più deboli.
Diciamo piuttosto che, dando ad alcuni di più e ad altri meno, la natura ha voluto dare spazio all’affetto fraterno che così ha dove esercitarsi, perché gli uni hanno la capacità di recare aiuto, e gli altri hanno bisogno di riceverne.
Se, dunque, questa buona madre ha dato a noi tutti la terra intera come dimora, ci ha alloggiati tutti nella medesima casa, ci ha creati tutti con lo stesso stampo perché ognuno di noi potesse guardarsi e quasi riconoscersi nell’altro; se ha fatto ad ognuno di noi il grande dono della voce e della parola perché potessimo conoscersi e meglio fraternizzare, e arrivare attraverso la comunicazione e lo scambio dei pensieri a una comunanza di intenti; se ha cercato in ogni maniera di formare e di stringere sempre più saldamente il vincolo della nostra alleanza, della nostra convivenza sociale; se ha dimostrato in tutti i modi di volerci non solo uniti, ma addirittura una cosa sola, come possiamo dubitare di essere tutti liberi per natura, dato che siamo tutti uguali?
A nessuno può venire in mente che la natura, che ci ha fatti tutti uguali, abbia costretto qualcuno in servitù.

 

Da Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Liberilibri Editrice; traduzione di Carla Maggiori