prosabato

proSabato: Matilde Serao, Il pittoresco da ‘Il ventre di Napoli’

Alla mattina, se avete il sonno leggiero, fra i tanti rumori napoletani, udirete uno scampanio in cadenza che ora tace, ora incomincia dopo breve intervallo: e insieme un aprire e chiuder porte, uno schiuder di finestre e di balconi, un parlare, un discutere a voce alta dalla strada e dalle finestre. Sono le vacche che vanno in giro per un paio d’ore, condotte ognuna da un vaccaro sudicio, per mezzo di una fune: le serve comprano i due soldi di latte, attardandosi sulla soglia del portone, litigando sulla misura; molte per non aver il fastidio di far le scale, calano dalla finestra un panierino dove ci è un bicchiere vuoto e un soldo, e da sopra protestano che è troppo poco, che il vaccaro è un ladro e fanno risalire il panierino con molta precauzione per non versare il latte; poi sbattono rabbiosamente le finestre.

Queste vacche si fermano innanzi a ogni porta, nel loro giro mattinale: dove le serve dormono ancora, il vaccaro grida forte acalate u panaro; se non sentono, batte forte il campanaccio della vacca. È un quadro pittoresco, mattinale: quelle vacche tutte incrostate di fango, quel vaccaro dalle mani nere che sporcano il bicchiere, quelle serve scapigliate e discinte, quelle comari dalla camiciuola macchiata di pomidoro.

L’altro lato del quadro è nel pomeriggio; dalle quattro alle sei, uno scampanellìo acuto e fitto: sono le mandre di capre che scorrazzano per tutte le vie della città, ogni branco guidato da un capraro con un frustino.

A ogni portone il branco si ferma, si butta a terra, per riposarsi, il capraro acchiappa una capra, la trascina dentro il portone per mungerla innanzi agli occhi della serva, che è scesa giù; talvolta la padrona è diffidente, non crede né all’onestà del capraro, né a quella della serva; allora capraio e capra salgono sino al terzo piano, e sul pianerottolo si forma un consiglio di famiglia per sorvegliare la mungitura del latte.

Il capraro e la sua capra ridiscendono, galoppando, dando di petto contro qualche infelice che sale e che non aspetta questo incontro: giù, alla porta è un combattimento fra il capraro e le sue capre per farle muovere, fino a che queste prendono una corsa sfuriata, massime quando si avvicina la sera e sanno che ritornano sulle colline.

In tutte lo città civili, queste mandre di bestie utili ma sporche e puzzolenti, queste vacche non si vedono per le vie: il latte si compra nelle botteghe pulite e bianche di marmi.

A Napoli, no: è troppo pittoresco il costume, per abolirlo. Nessun municipio osa farlo. La gran riforma, in venticinque anni, è stata che non potessero girare per le strade i maiali, come era prima permesso. (altro…)

proSabato: Pier Vittorio Tondelli, Ragazze in primo piano

Passione politica

Luoghi e tempi dell’utopia. Piccole trasgressioni.
Grandi disobbedienze.

È qui, fra aule universitarie, occupazioni, assemblee volantinaggi che l’impegno dei giovani si è massivamente prodotto nel corso degli anni Ottanta. E la scrittura ne offre reperti interessanti e, alle volte, anche divertenti. È il caso di due racconti di Silvia Ballestra che compariranno nel terzo Under 25: “Cronaca de’ culti di Priapo renovati in Bologna” e “La via per Berlino”. Qui una fauna studentesca post-punk e post-dark frequenta lezioni universitarie con una certa trasandatezza, organizza degli innocentissimi strip-party alle otto di sera (come a Budapest), litiga su chi debba lavare i piatti, va avanti e indietro da casa come ogni generazione fuorisede. È un quadro ironico, divertente di questi stessi studenti che poi avrebbero dato vita al movimento della Pantera. E infatti, a ridosso delle manifestazioni dello scorso anno, chiedi a Silvia di scrivere, per il nostro libro, un viaggio delle giornate sue, e dei suoi compagni, nell’ateneo bolognese durante l’occupazione. Per vari motivi, vorrei dire, politici (e cioè non la volontà che rispetto, ma non approvo, di non “sputtanare” in pubblico un’avventura emozionale e politica vissuta come conquista personale) non se ne è fatto niente. Questa specie di reticenza o pudore è tipicamente femminile? Un ragazzo si sarebbe comportato diversamente? Non so dare una risposta.

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In Il pozzo segreto, a cura M. R. Cutrufelli, R. Guacci e M. Rusconi (ed. di riferimento), Firenze, Giunti, 1993.

proSabato: Ginevra Bompiani, Seduzione

La seduzione cambia a seconda che ad agirla sia un uomo o una donna. Dico «agirla» perché la seduzione e richiede molta attività e molta abnegazione. Io ho sempre Ammirato i seduttori e sono stata loro grata degli sforzi umani e sovrumani che facevano per conquistare quello che gli si sarebbe offerto Forse subito, per gusto o per riconoscenza. Cedere alla seduzione è un modo di applaudire. Nei romanzi del grande scrittore francese Crébillons fils, si capisce benissimo che la donna si concede con un applauso. È quell’insicuro di Sade che deve invece mortificarla con la crudeltà e un leccar di baffi.
Ma bisogna parlare del seduttore e della seduttrice, e non semplicemente di «seduzione», perché queste due figure perseguono obiettivi assai diversi.
Il seduttore vuole conquistare la sua preda furtivamente, la seduttrice vuole tenerla a distanza platealmente.
Don Giovanni è un esempio classico di seduttore: come tutti i conquistatori, è in lotta col tempo; come un vero clandestino, è in fuga. Deve correre sotto al balcone e poi correre via per non farsi prendere. La fretta gli fa mancare le prede più interessanti come Donna Anna e perfino le più facili come Zerlina. D’altra parte, quel che conta per Don Giovanni, come spiega bene Leporello, è il numero, non la qualità; il territorio, non il paesaggio.
L’esempio classico di seduttrice è Célimène, la donna amata dal Misantropo di Molière. Il misantropo e la seduttrice formano una coppia impossibile e ideale: il misantropo ha bisogno delle arti elusive della civetta per potersi innamorare. La seduttrice ha bisogno di tutte le sue arti per tenerlo a bada e non farsi soffocare.
Naturalmente non potranno andare a nozze perché non hanno un luogo comune: il misantropo vuole il deserto, che rende vana ogni seduzione, e la civetta vuole il salotto, dove il misantropo muore ogni minuto.
Seduttrice e civetta non sono in verità sinonimi: la civetta è la forma più fatua e antiquata di seduttrice. Ogni seduttrice non civetta più, non usa tecniche da quattro soldi, co ha penato il femminismo a spazzarle via. Oggi una seduttrice ricorre a una virtù molto più rara e più pregiata, la grazia, che è una virtù lenta, un po’ sorniona: la qualità di Marlène Dietrich e dei suoi personaggi. Célimène ne ha da vendere, mentre Lulù (Wedekind, Berg), pecca di troppa fretta, ed è un po’ maschile in questo. La grazia è una virtù dell’intelligenza. Ci sono donne stupide e dotate di grazia e sono quelle di solito chiamate «misteriose». Niente infatti è più misterioso di una grazia stupida, che rimbomba nel vuoto. (altro…)

proSabato: Giovanni Comisso, Garzoni sorridenti

Nel negozio di alimentari la luce scendeva dall’alto, come nella grande vasca di un acquario. Mi servivano quattro fratelli, tre stavano al banco e il quarto alla cassa, tutti giovani e premurosi. Quella luce avrebbe dovuto fare risultare nitidi e lucenti i vasi di marmellata, i pacchi delle diverse qualità di pasta, i formaggi, i salumi, il burro, la mostarda nella massella, ma in verità le sole cose che rilucevano nitide per chi entrava, erano i bianchi denti di quei fratelli e i loro occhi freschi nel sorriso. Ridevano in tutto il loro insieme, nello sguardo, nelle labbra, nei denti e parevano così felici, oltre ogni limite, di quel negozio da essere pronti nell’offrire e nel vendere come avessero da offrire loro stessi in quella naturalissima giovinezza, che invero si poteva definire superba. Però non si sentivano consapevoli, perché del tutto immersi, solo se fossero improvvisamente invecchiati avrebbero potuto capire cosa erano stati e vantarsi come di un grande bene perduto.
Dalla mattina presto fino al mezzogiorno stavano nel loro negozio in prevalenza vecchie signore, vedove o non sposate, ridotte a vivere nella loro casa con la sola compagnia di un gatto o di un cane con i quali facevano per lunghe ore durante il giorno un dialogo muto disperato ed era un sollievo incredibile per loro accorgersi al mattino che occorrendo il burro o la pasta era necessario andare da quei ragazzi. Venivano anche signore sposate che non riuscivano a vedere più un breve sorriso sul volto del proprio marito e giovinette ancora ignare dell’amore. Entrare per tutte loro dava un leggero fremito di piacere, aprire la porta e sapere che subito al banco vi sarebbero stati Luciano, Mario e Giulio illuminati dalla luce diffusa, subito pronti dall’alto del banco a chiedere cosa desideravano. Le sottili labbra taglienti scoprivano il bianco della dentatura e si fermavano in quel sorriso che pareva riuscisse impossibile nascondere. Quelle donne si facevano difficili, smemorate, pure di mantenere il dialogo più a lungo con uno di loro. Parlare dopo il silenzio della loro casa con un gatto, con un cane o con il marito che non rispondevano al loro interrogare e ancora meno sorridevano, era insieme uno spettacolo e un amoroso intervento che dava loro la forza di reggersi ancora per ventiquattro ore nella solitudine.
I tre ragazzi che stavano in quella mostra giuliva, sull’alto del banco, non sapevano della tristezza di quelle donne e di quale dono erano dispensieri. Erano come i fiori che se sapessero che oltre alle api e agli altri insetti volanti, vi siamo noi esseri umani ad annusarli e a godere dei loro colori, di certo rinserrerebbero i loro petali. Ignari, sorridevano e rilucevano negli occhi senza pensare che quelle donne avevano più bisogno di avere, nel mattino, quel contatto con la loro atmosfera, che di comperare il burro la marmellata o il salame. Mario, il maggiore dei fratelli che palesava una esperienza femminile facile ad ottenere senza tanto discutere, era così generoso che al suo sorridere accogliente vi aggiungeva sempre frasi spiritose che usava per rendersi un pacco alla clientela sulla quale fondava il buon andamento del negozio. Il suo spirito presentava sempre l’equivoco fino a intimidire quelle donne solitarie, le quali pensavano che gli avesse capito quale piacere provavano nello scambiare quel dialogo. Quando tutti e tre sorridevano nel rivolgersi accoglienti a quelle donne solitarie o a quelle sposate scontente, risultavano in vero come mazzi di fiori messi in una vetrina, comunicanti il brivido dei loro colori, ma irrimediabilmente separati per le avide api dal grosso lastrone di vetro. (altro…)

proSabato: Camilleri – De Mauro, La lingua batte dove il dente duole. Ad alta voce

 

CAMILLERI   Il mio modo di raccontare obbedisce al mio ritmo personale, cioè obbedisce a certe leggi, a certe pause, a certe accelerazioni e ralenti che io sento dentro di me. Quando devo esprimere una situazione o un’idea in un dialogo di un romanzo che sto scrivendo a me più di tutto interessa questo, poi c’ è il modo in cui lo metto sulla carta. Se, nel contesto generale, quella pagina ha un certo ritmo che mi serve per fare da controcanto al ritmo precedente o a quello che ho in mente di scrivere subito dopo, vuol dire che quella pagina io devo pensarla con un certo ritmo, che non è solo il ritmo della pagina in sé, ma è collegato a tutto come se fosse una sinfonia. È collegato a quello che c’è immediatamente prima e immediatamente dopo.
È questo alternarsi di ritmi all’interno di un romanzo che fa quello che chiamo il respiro di un romanzo, che è preciso identico a quello che avviene in teatro. Se si piglia un esempio massimo, come può essere l’Amleto, e lo si studia solo dal punto di vista del succedersi delle scene, della durata delle scene e della quantità dei personaggi che ci sono all’interno di ogni scena, si scopre che quello dà il ritmo generale a tutto l’Amleto, è un continuo alternarsi e un progredire in crescendo, un respiro che parte lento e si fa sempre più affannoso. Ci possono essere pagine di sosta, un ritorno a un ritmo precedente, ma deve essere voluto, studiato, perché ogni pagina ha uno spartito che deve obbedire a un insieme, a un ritmo più grande.
Mi capita spesso di pensare a un romanzo come se fosse una partitura, e la domanda che mi ripeto è: «Che respiro deve avere questa vicenda?». Il mio Un filo di fumo è tutto pensato in questo modo, inizia con un ritmo affannoso, finisce con un maestoso e la processione. Gli autori di teatro di solito danno fuori testo le indicazioni che suggeriscono l’andamento dell’opera. (altro…)

proSabato: Andrea Camilleri, “Ho finito” (da “Conversazione su Tiresia”)

Ho finito

Forse vi state chiedendo la vera ragione per la quale mi trovo qui.
Ho trascorso questa mia vita ad inventarmi storie e personaggi, sono stato registra teatrale, televisivo, radiofonico, ho scritto più di cento libri, tradotto in tante lingue e di discreto successo. L’invenzione più felice è stata quella di un commissario.
Da quando Zeus, o chi ne fa le veci, ha deciso di togliermi di nuovo la vista, questa volta a novant’anni, ho sentito l’urgenza di riuscire a capire cosa sia l’eternità e solo venendo qui posso intuirla. Solo su queste pietre eterne.

Ora devo andare.

Vi chiederete cosa faccio adesso. Attualmente vivo a Brooklyn e ogni tanto mi chiamano per fare la comparsa in un film. Nella mia ultima interpretazione ero Tiresia che vendeva cerini, persona e personaggio finalmente ricongiunti.

[…]

Può darsi che ci rivediamo tra cent’anni in questo stesso posto. Me lo auguro. Ve lo auguro.

 

da Conversazione su Tiresia, Sellerio, 2019

proSabato, Gianni Rodari, La febbre mangina

Quando la bambina è malata anche le sue bambole debbono ammalarsi per farle compagnia, il nonno le visita, prescrive le medicine del caso e fa loro moltissime iniezioni con una penna a sfera.
– Questo bambino è malato, dottore.
– Vediamo un po’. Eh sì, eh già. Mi pare che abbia una buona brontolite.
– È grave?
– Gravissimo. Gli dia da bere questo sciroppo di matita blu e gli faccia dei massaggi con la carta di una caramella all’anice.
– E quest’altro bambino non le pare malaticcio anche lui?
– Malatissimo, si vede senza cannocchiale.
– E che cosa ha?
– Un po’ di raffreddore, un po’ di raffreddino e due etti di fragolite acuta.
– Mamma mia! Morirà?
– Non c’è pericolo. Gli dia queste pastiglie di stupidina sciolte in un bicchiere di acqua sporca, però prenda un bicchiere verde perché i bicchieri rossi gli farebbero venire il mal di denti.
Una mattina la bambina si sveglia guarita, il dottore le dice che può alzarsi ma il nonno vuole visitarla personalmente, mentre la mamma prepara i vestiti.
– Sentiamo un po’… dica trentatre… dica perepepè… provi a cantare… tutto a posto: una magnifica febbre mangina.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962

proSabato: Milena Milani, Il romanzo di ognuno di noi

La neve era un pretesto di racconto. Bastava fissare il suo candore, le ombre e le luci che giocavano lì sopra, o in mezzo gli alberi, nel bosco, dove i raggi del sole creavano strali lucenti, scintille che si rifrangevano. In piccoli spazi bianchi si affacciavano animali insoliti, anche quelli che d’inverno dovrebbero essere in letargo e lui, il pittore, li rappresentava. I loro occhi tondi, stupefatti, si sgranavano davanti alla finestra alla quale, dai vetri, un vecchio signore stava a guardare. Portava un cappellaccio informe e non se lo toglieva mai. Forse anche lui era un artista e spesso si divertiva, scherzava con il mondo sepolto da quel manto immacolato, sperando di ritrovarvi l’innocenza dei tempi lontani, quando era un bambino e prendeva le neve con la mano, per chiuderla in un cassetto e poterla tenere prigioniera.
Il pittore aveva un nome e un cognome, Antonio Possenti; di lui scrivevano i poeti, anch’essi pronti a mettersi in viaggio per scoprire chi dormiva sotto la coltre morbida che copriva tutto. A scavarvi dentro, come nella sabbia del mare, venivano in superficie tanti tesori, persino funghi meravigliosi, dagli aromi incredibili, zucche giganti, o un bel coniglio spaventato, dalla pellaccia folta, che subito si addomesticava. Le situazioni, le invenzioni nascevano come per miracolo, perché in quella neve ogni cosa era possibile. Il pittore agitava un ventaglio come se fosse estate, il sangue gli correva veloce sotto la pelle e lui, altrettanto velocemente, dipingeva. Notti e giorni di lavoro non gli bastavano. Osservava, scrutava nel presente, nel passato e anche nel futuro, godendo di sentirsi vicino alle anime altrui, particelle indispensabili di un contesto generale, dell’arte senza confini, dove si afferra e si concede in contraccambio, con intensa partecipazione, con tripudiante amore, per non restare soli, per vivere follemente in compagnia.
«Oh la mia neve da sciogliere sulla lingua, per nutrirmi di illusioni universali. Questa neve mirabile delle Dolomiti, che ho dipinto come nel sogno, tra fichi neri e sapori di miele, canti di uccelli, frammenti di oggetti…» diceva il pittore. E intanto sui quadri (un capitolo dopo l’altro) sorgevano le storie di molte esistenze, il romanzo simbolico di ognuno di noi.

 

In: Piero Bigongiari, Mario Luzi, Andrea Zanzotto, Attilio Bertolucci, Io dico la neve, dipinti di Antonio Possenti, Comune di Cortina d’Ampezzo − Assessorato alla Cultura, 1993

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Come ricorda Maria Ester Nichele (già comparsa sul blog e su ABC Veneto, magazine online da lei co-creato), Milena Milani scomparve il 9 luglio 2013. All’anniversario della sua morte è dedicato questo racconto.

proSabato: Luigi Cecchi, L’apocalisse, ancora

©Luigi Cecchi

 

L’apocalisse, ancora

«Non mi abituerò mai a tutto questo.» Disse Helena mentre l’orizzonte si accendeva di una intensa luce bianca. Si voltò verso Valerio, per evitare di restare accecata dal bagliore. Valerio la stava già fissando, e i loro due sguardi si incrociarono ancora, come accadeva sempre, ogni volta che arrivavano le 18:39 del 13 Marzo. Stormi di uccelli si sollevarono in volo dagli alberi alle loro spalle, formando nubi di grigio stagliate su un cielo che già veniva screziato di un rosso innaturale. Sembrava di osservare le striature di una biglia di vetro, dall’interno.
«Andiamo.» Disse lui, scendendo dal gradino di calcestruzzo al limitare del parcheggio. Una brezza fresca gli scompigliava i capelli neri. Sui vetri del prefabbricato grigio si rifletteva una colonna di fuoco distante che perforava l’atmosfera terrestre allontanando le nubi. Distava centinaia di chilometri, ma l’onda d’urto li avrebbe raggiunti in pochi minuti. Helena si voltò di nuovo verso l’esplosione. Un vortice di polveri avrebbe lentamente coperto il bagliore delle fiamme, mentre il vento caldo divorava la terra, vaporizzando piante e animali, sterilizzando ogni cosa. Poi, forse, la crosta terrestre si sarebbe spaccata, come il guscio di una gigantesca noce. Così almeno dicevano le ricostruzioni accurate del cataclisma, loro non erano mai rimasti a verificarne l’attendibilità.
«Hai notato i fulmini in cielo, che formano come una corona attorno alle nubi di detriti?»
«L’ho notato, Helena. Ma lo sai che non è possibile fermarci a contemplare oltre.»
Valerio la prese per mano e la invitò a tornare verso l’edificio. La procedura automatizzata di avviamento era già iniziata, circa otto minuti prima. Fra esattamente un minuto e mezzo, l’acceleratore di massa avrebbe caricato di sufficiente energia l’anti-materia, spingendola con forza nello spazio quadri-dimensionale e aprendo così il tunnel spazio-temporale. L’esperimento era già stato effettuato con successo, esattamente nove giorni prima.

«E se ci fermassimo? Se attendessimo qui, oltre il tempo critico, che le fiamme ci raggiungano?» Domandò Helena. Gli occhi verdi erano, illuminati dall’incendiarsi dell’orizzonte, erano colmi di disperazione. Conosceva la risposta a ognuna delle sue domande, lei era una delle più grandi menti viventi nel campo della fisica. Non c’era bisogno di essere degli scienziati così acuti, comunque, per sapere cosa sarebbe accaduto se si fossero attardati. L’apocalisse, ancora.
«Scusa… – mormorò un attimo dopo. – Io… avevo solo bisogno di fare questa domanda.»
«Non scusarti. È assurdo anche per me. Hai ragione, non ci abitueremo mai a tutto questo.»
Corsero all’interno dell’edificio. La maggior parte del personale, in quel momento, sciamava fuori dalle porte a vetri gridando e correndo inconsapevolmente incontro alla morte. Non avrebbero comunque potuto evitarla. Helena provò tristezza per quelle persone, i cui ultimi attimi di vita sarebbero stati dominati da emozioni così spiacevoli come il panico, il terrore, la disperazione, l’istinto di sopravvivenza. Avrebbe voluto avvicinarsi e convincerli a calmarsi, a rassegnarsi a quanto stava per accadere, a dedicare il poco tempo che restava ai ricordi più piacevoli della propria esistenza, prima che questa fosse spazzata via assieme a tutto il pianeta. Ci aveva provato, qualche volta. Non ci era mai riuscita, con nessuno. Alla fine, aveva capito che era inutile, e aveva smesso di tentare.

Valerio passò il badge nel lettore della porta laterale, blindata, che conduceva direttamente ai sotterranei. C’erano una serie di rampe di scale da scendere, ma di buon passo non ci volevano più di 20 secondi ad arrivare in fondo, davanti alla porta del laboratorio. Prima che la porta si chiudesse, Helena scorse il cielo che in un istante sembrava carbonizzarsi, mentre gran parte dell’atmosfera del pianeta si disperdeva nel vuoto cosmico.
«Dottoressa Flares, dottor Di Tommaso… dove eravate finiti? – Gridò loro Samuel Fincher, correndo verso di loro con entrambe le mani nei capelli. Il sudore gli rigava il volto, gli spessi occhiali da vista erano appannati. – Abbiamo avviato la procedura, come avete chiesto, e… mio Dio, è incredibile! Sta funzionando di nuovo! Anche senza alimentazione supplementare e campi di contenimento!»
«Certo, – gli spiegò frettolosamente Valerio, mettendogli una mano sulla spalla, – perché stiamo sfruttando le risorse di noi stessi, nove giorni fa.»
«Co… come?» Balbettò Sam. Helena lo abbracciò. Dapprima il loro assistente numero uno si irrigidì, poi si sciolse accettando quell’abbraccio. D’altro canto, più che colleghi, erano amici. Helena e Valerio lo avevano voluto fortemente all’interno di quel programma sperimentale, e sapevano benissimo che senza di lui non ce l’avrebbero mai fatta. Helena, dal canto suo, aveva abbracciato Sam in quel modo ogni volta che erano scesi nel laboratorio, il giorno dell’apocalisse, e lui si era sempre comportato allo stesso modo: dapprima sorpreso, poi docile. Sam ricambiò l’abbraccio, sussurrando nelle orecchie di Helena: «Cosa succede?»
«Niente di grave, Sam. Ci rivedremo presto.»
Uno scossone violento squassò l’edificio. Era il primo, ne sarebbero arrivati molto presto degli altri, e poi del laboratorio non sarebbe rimasto più nulla nel giro di pochi minuti. Ma nessuno del personale del laboratorio avrebbe lasciato il suo posto fino alla fine, convinti che la causa di certe anomalie fosse il worm-hole che essi stessi stavano generando all’interno di quel costosissimo impianto. Helena raggiunse Valerio, che già si avvicinava alla piega spazio-temporale. Iniziava già a risucchiare materia. Gli oggetti più piccoli in prossimità del fenomeno volavano verso di esso e scomparivano all’interno. «Cosa vuole fare, Dottor Di Tommaso?» Chiese un’assistente. Valerio le sorrise.
«Altri nove giorni, Rebecca. Altri nove giorni.»
«Mantenete la distorsione stabile per… quanto più tempo potete.» Ordinò loro Helena, salendo sulla pedana di metallo sulla quale l’aspettava già Valerio. Aveva ripetuto questa frase ogni volta che aveva compiuto quel gesto, e ogni volta le suonava più falsa. Sam, Rebecca, tutte quelle persone, il laboratorio, i macchinari, l’edificio, il continente, il pianeta… tutto sarebbe esploso poco dopo la loro uscita di scena. Il cataclisma avrebbe spazzato via ogni cosa e allora il tunnel si sarebbe chiuso, nonostante tutti gli sforzi da parte della stessa equipe dall’altra parte, nove giorni prima.
«Non vorrete mica…» Urlò Sam. Era il segnale. Helena e Valerio si spinsero in avanti e precipitarono nel vuoto. Sentirono le articolazioni del proprio corpo stirarsi e poi comprimersi, i loro timpani sanguinare, i propri polmoni dilatarsi fin quasi a esplodere, la pelle gelare, il respiro mancare, i capelli venire percorsi da indescrivibili scariche elettriche. Poi, riaprirono gli occhi. (altro…)

proSabato: Amelia Rosselli, da Diario ottuso (1968)

 

12/1/68

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Fogli superbi di disubbidienza: come lavare dal manto di grigio splendore quel suo odore così famigliare di benzina, di vino, di sperpero di seme?

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Finì per cogliere l’occasione propizia per spaventare nel suo regno quest’uomo grigio e baffuto, d’una impropria volontà d’esser più di quel che sembrasse. Ho finito anche per raccontare − tramite un intervallo e l’altro (un intervallo d’amore, un silenzio d’amore, una brochure di infanticidio) − quali fossero i suoi dispetti, difetti, quale la sua, e la mia, disintegrazione.

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Non vidi alcun usurpatore al trono chiedermi perdono.

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Le brutture situazionali delle nostre emicranie ci permettono di credere che tu non sarai quel che appari.

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Amelia Rosselli, Diario ottuso, ed. Empiria 1996.

proSabato: Grazia Deledda, Il mago

Vivevano in fondo al villaggio, uno dei più forti e pittoreschi villaggi delle montagne del Logudoro, anzi la loro casetta nera e piccina era proprio l’ultima, e guardava giù per le chine, coperte di ginestre e di lentischi a grandi macchie. Filando ritta sulla porta, Saveria vedeva il mare in lontananza, nell’estremo orizzonte, confuso col cielo di platino in estate, nebbioso in inverno: cucendo presso la finestra scorgeva una immensità di vallate stendentisi ai piedi delle sue montagne, e sentiva il caldo profumo delle messi d’oro ondeggianti al sole, e il sussulto del torrente che scorreva fra le rocce e i roveti montani. In quella casa piccina e nera, col tetto coperto di musco giallo e rossastro, ombreggiata da un vecchio pergolato, fra tanta festa di cieli azzurri e di immensi orizzonti silenziosi, da due anni, Saveria scorreva la vita più felice che si possa immaginare, accanto al suo giovane sposo dai grandi occhi ardenti e le labbra rosse come i frutti delle eriche fra cui conduceva i suoi armenti, la sola sua ricchezza. Si chiamava Antonio. Anch’esso dacché aveva sposato la piccola signora dei suoi sogni da pastore, viveva felicissimo; però una leggera nuvola era apparsa dopo due anni di completa felicità sul cielo sereno della sua esistenza. Saveria non lo aveva reso né ancora accennava a renderlo padre! Era una cosa ben triste! Egli l’aveva tanto sognato un bel marmocchio bruno come lui che appena in gambe l’avrebbe seguito su e giù, fra i boschi e le valli, aiutandolo nelle dure fatiche di pastore; un marmocchio che poi, fatto forte giovanotto, la gioia e la speranza dei suoi vecchi, ammogliandosi avrebbe a sua volta tramandato il loro nome e la discendenza dei loro armenti in un altro, e così via pei secoli dei secoli! Tutti gli avi di Antonio erano stati pastori: e questa gloria egli sognava di continuarla ma come fare se non veniva l’erede? Tutto fu messo in opera; promesse, novene, pellegrinaggi. Antonio andò, scalzo e a testa nuda, a piedi, sino al celebre santuario della Madonna dei Miracoli, a Bitti, fece fare una processione, una messa solenne, e promise di dare tante libbre di cera lavorata alla Madonna quante ne avrebbe pesate il futuro figliuolino, ma tutto fu inutile. Saveria restava sottile, sottile, elegante nel suo costume dal corsetto giallo e la camicia ricamata, e la casa non veniva ancora rallegrata dagli strilli del sognato bambino né dalla nenia della mamma accompagnata dal cigolio della culla.
Era una ben triste, triste cosa! Se ne aveva già deposta l’ultima speranza allorché un giorno un’amica di Saveria venne a trovarla e le disse con profondo mistero, dopo i primi complimenti alla francese: – Non sapete dunque, comare Sabé? Peppe Longu mi ha detto che voi non fate figli perché…
– Perché?… – chiese attenta Saveria con gli occhi spalancati.
– Perché? – seguitò l’altra abbassando la voce. – Ci scampi Iddio, ma voi lo sapete, Peppe è un mago di prima qualità, così almeno dicono tutti… e lui stesso mi ha detto che è per opera di una sua magia che voi non avete figli.
– Liberanosdomine! – esclamò Saveria ridendo e facendosi il segno della croce. Come tutte le donnicciuole del villaggio essa era superstiziosa e credeva alle magie, anzi una volta aveva visto coi suoi propri occhi un fantasma bianco vagare pei monti, ma che poi Peppe Longu, per quanto fosse mago, arrivasse a quel punto, ah, questo era troppo! Ma l’altra proseguì, offesa dell’incredulità di Saveria, e tanto disse che finì per convincerla.
Dopo un’ora di chiacchiere accanto al focolare, sulle cui braci Saveria aveva posto a bollire il caffè, ell’era così convinta della magia di Peppe che chiese pensosa alla comare:
– E… ditemi, non la potrebbe disfare questa opera infernale?
– Questo poi no, mi ha detto, questo no! Pare che abbia dell’astio contro vostro marito!…
All’imbrunire Antonio comparve in fondo alla strada rocciosa sul suo cavallino nero e la bisaccia gonfia di formaggio fresco e di ricotta. Mentre scaricava la sua entrata sotto il pergolato, Saveria lo informò di tutto: egli non rise punto, ma aggrottando le folte sopracciglia si contentò di scuotere la testa. E quando tutto fu rimesso in ordine, cavallo, bisaccia ed entrata, Antonio si sedette a piedi in croce accanto al focolare e si fece ripetere la strana novità.
– Ma che diavolo avete con Peppe? Perché si vendica così orribilmente? – domandò alla fine Saveria con grande serietà.
– Nulla!… – rispose Antonio. – A meno che non sia perché mi rido sempre delle sue magie!
– È male! Non hai visto come ha disperso le cavallette che rovinavano la vigna di Don Giovanni? E quelle di Jolgi Luppeddu?…
– È vero… è vero… ma! Vedremo! Domani gli parlerò.
– Ah, se sciogliesse la magia!… – esclamò Saveria.
Quella notte i due sposi sognarono nuovamente un bel bambino bruno; ma l’indomani, per quante preghiere Antonio gli facesse, il mago del villaggio ricusò assolutamente di disfare l’incantesimo. Era un tipo alquanto misterioso quel mago: viveva come tutti gli altri uomini del mondo, però non lavorava mai.
È vero che oltre le magie pubbliche di cui menava vanto, come l’uccidere le cavallette e il sanare le pecore malate con semplici parole misteriose, per cui non accettava compenso alcuno egli riceveva molte visite notturne; però nessuno ci badava e generalmente si credeva che i genî che egli aveva al suo comando gli dessero il denaro e le provviste che abbondavano nella sua catapecchia. Ma forse Antonio la pensava diversamente perché, viste mal riuscite tutte le sue preghiere e anche le sue minaccie, si recò una notte da Peppe e gli promise un bel luigi d’oro purché sciogliesse finalmente la fatale magia. (altro…)

proSabato: Gianni Rodari, Brif, bruf, braf

 

Due bambini, nella pace del cortile, giocavano a inventare una lingua speciale per poter parlare tra loro senza far capire nulla agli altri.
– Brif, braf, – disse il primo.
– Braf, brof, – rispose il secondo. E scoppiarono a ridere.
Su un balcone del primo piano c’era un vecchio buon signore a leggere il giornale, e affacciata alla finestra dirimpetto c’era una vecchia signora né buona né cattiva.
– Come sono sciocchi quei bambini, – disse la signora.
Ma il buon signore non era d’accordo:
– Io non trovo.
– Non mi dirà che ha capito quello che hanno detto.
– E invece ho capito tutto. Il primo ha detto: che bella giornata. Il secondo ha risposto: domani sarà ancora più bello.
La signora arricciò il naso ma stette zitta, perché i bambini avevano ricominciato a parlare nella loro lingua.
– Maraschi, barabaschi, pippirimoschi, – disse il primo.
– Bruf, – rispose il secondo. E giù di nuovo a ridere tutti e due.
– Non mi dirà che ha capito anche adesso, – esclamò indignata la vecchia signora.
– E invece ho capito tutto, – rispose sorridendo il vecchio signore. – Il primo ha detto: come siamo contenti di essere al mondo. E il secondo ha risposto: il mondo è bellissimo.
– Ma è poi bello davvero? – insisté la vecchia signora.
– Brif, bruf, braf, – rispose il vecchio signore.

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© Gianni Rodari, Favole al telefono, Torino, Einaudi, 1962