prosabato

proSabato: Dacia Maraini, Il sangue di Banquo

Una lady Macbeth così non si è mai vista! Tira su la testa! Non ti adagiare su te stessa! Respira, respira forte, forte”! Maria solleva la testa. Tira un profondo respiro. Avanza lentamente verso il centro del palcoscenico. “E ora buttati per terra e rotola!”
Maria sente la voce leggera e suadente di Alfio Coppa che le entra nelle orecchie con dolcezza.
“Anche tu Sandro… rotolate, rotolate… con dolore, con furia, rotolate sui trionfi del potere acquistato con l’assassinio”!
Maria si sdraia per terra e prende a rotolare sul pavimento di pietra nera. La pelle le si aggriccia. Un moto di ripugnanza le irrigidisce i muscoli. Ma si sforza di continuare seguendo la voce decisa e flautata di Coppa. Ad un gesto di lui si ferma; ascolta una musica stridula di seghe, di violini e di voci infantili che sgorga dal soffitto. Sul fondo ecco Peppe con un lungo pezzo di stoffa fra le braccia. Un momento dopo Maria sente il raso molle e freddo scenderle sulla faccia. Fa un movimento con la testa per liberarsi; soffoca.
“Non ti muovere tesoro, non ti muovere”. L’ordine di Alfio arriva supplice e perentorio. Maria si appiattisce contro il pavimento. Fa attenzione ai passi di Peppe che si allontanano lenti e poi cerimoniosamente tornano ad avvicinarsi. Dalle mani guantate di lui cala il telo che le rabbuia la vista. “Macbeth è un signore, Sandro mio, un grande castellano, e tu ti muovi come uno studentello di liceo, non hai maestà non hai peso, sei un disastro, ricomincia”!
Maria sente Sandro che va su e giù per il palcoscenico battendo i piedi sul pavimento. La scena viene ripetuta cinque, sei, dieci volte. E lei è sempre lì sotto il telo, immobile. Coppa sembra essersi dimenticato di lei. Ora mi alzo, pensa, non posso rimanere così mentre gli altri provano. Fa per tirare su la testa, ma viene fermata da un urlo di Alfio. “Giù la testa amore, mi rovini tutto, mi rovini tutto”!
Maria torna a chinare la guancia sul pavimento ruvido. La muffa le sta invadendo i polmoni infreddoliti. Vorrebbe alzarsi, gridare. Ma ha paura di Coppa. Sono sei mesi che non lavora. E lui l’ha presa storcendo il naso. Poi c’è di mezzo un viaggio a Parigi e una paga discreta.
Perciò stringe i denti e beve piano, a piccoli sorsi leggeri, la poca aria che filtra attraverso il pesante drappo rosso.
“Ecco, ora alzati cara… senza mosse sguaiate, così, con lentezza regale… intorno hai torrenti di sangue, il sangue ti trattiene, ti incalza”. Maria spinge in avanti il piede perché ha paura di perdere l’equilibrio. La lunga attesa sotto il drappo rosso l’ha stordita.
“E ora con dolcezza, con lentezza, con grazia, spogliati amore mio”. Maria lo guarda stupita. Questo non era nei patti. E poi fa freddo. E non capisce perché lady Macbeth dovrebbe spogliarsi.
“Cos’è questa esitazione Mariuccia? Un po’ di moralismo di provincia? Su, non fare la sciocca, spogliati”. “Se si spogliano anche gli altri va bene, ma da sola no”.
“Non se ne parla nemmeno cara mia… che c’entrano gli altri? Tu sei lady Macbeth, non gli altri. Se ti dico di spogliarti, puoi farlo tranquillamente, sei una ragazza moderna Maria, cosa sono queste fisime?” Maria rabbrividisce, non sa se per il freddo o per quelle parole che sente improvvisamente dure e vischiose, ricattatorie.
Intanto Alfio è venuto accanto a lei. E le parla con voce gentile, affettuosa. “Tu sai quanto ti stimo tesoro, sei una attrice straordinaria’…
La mano calda, grande, si posa ossessiva sul collo di lei. Maria pensa che forse ha ragione lui dopotutto: forse la sua è solo una impuntatura. “Qui non siamo all’Argentina o all’Eliseo, Maria cara, a fare un Macbeth ufficiale di tutto riposo. Qui siamo in una cantina, stiamo facendo del teatro sperimentale. Qui contano i gesti, le forme, non le parole. Qui gli spettatori sono chiamati a partecipare dall’interno, a stordirsi, a perdersi, non a ragionare secondo la logica fritta e rifritta della tradizione teatrale”…
Maria annuisce stoltamente. La voce di Alfio suona così sincera, così entusiasta, così religiosamente esaltata. “Le parole non comunicano più niente in teatro Maria mia, come dice Artaud il teatro è crudeltà, segno, immagine. E tu sei una immagine soave, con qualcosa di goffo, lo so, di pesante, ma di una pesantezza delicata e conturbante. Il tuo corpo bianco ricorda certe porcellane cinesi, certi budda di maiolica dal sorriso luminoso e benigno. Ecco, io voglio che lady Macbeth sia così: una figura gonfia e misteriosa, un po’ orientale, con qualcosa di enigmatico e di lunare, mi capisci?” Maria china la testa. Pensa che la volontà del regista è sempre indecifrabile e oscura, che più è originale e meno si lascia capire. Un grande regista d’avanguardia tende a mangiarsi i suoi attori, annullandosi nel suo capace ventre artistico. Il sacrificio dell’attore è necessario, scontato.
Ora Coppa si allontana da lei. Insegna a Peppe e a Sandro come stendere il drappo rosso lungo l’impiantito di pietra. “Il sangue di Banquo sta invadendo la scena” mormora con voce assorta: “è il sangue del potere, dello sfruttamento, il sangue di tutti coloro che soffrono e piangono per i delitti della storia.”
Peppe sposta la stoffa scarlatta con gesti lenti, rituali. Ha gli occhi spenti, come drogati. Alfio gli parla nell’orecchio, con voce allucinata. Poi con un salto arriva da lei.
“Ora tocca a te, Maria, chinati verso questo sangue ingiusto, imbrattati le braccia, la faccia, bevilo a lungo sorsi avidi”!
Maria si butta in ginocchio sul drappo e fa per immergervi la faccia, ma Coppa la ferma con un dito alzato, severo e sarcastico: “No, Maria, così sembri una villanella che coglie margherite… Devi spogliarti, devi essere di una nudità abbagliante e arresa… Levati quegli stracci di dosso e sii voluttuosa, scatenata, folle!” Maria ubbidisce ciecamente, incantata. Con un unico gesto rabbioso si tira via la maglia di lana grigia e la butta lontano. Subito sente gli sguardi di tutti appuntati sul suo petto ampio e luccicante. Coppa ha un sorriso estenuato e crudele. Sandro muove lentamente le pupille cupe, prive di simpatia. Peppe la osserva apertamente avido e divertito. (altro…)

proSabato: Lidia Ravera, stracci again

La mia vita è la trilogia di Cenerentola. Nata in stracci, salita sul cocchio, perso scarpina, sposato principe. Divorziato principe causa suoi eccessi alcoolici, sposato accattone. Stracci again. Quindi nuova carrozza (rubata), nuovo amore con guardia giurata (modesto, ma in divisa), nuova risalita sociale, almeno in senso di piede libero. Lui difatti è in galera. L’altro, intendo, l’ex.
Non faccia quella faccia. Rida, piuttosto, o stia serio. Stia come le pare, ma non creda di incoraggiarmi a parlare con quell’enigma muscolare fra le labbra e le gote, fra le pinne del naso. Sto qua stesa e lei mi lascia dire.
Badi bene, io so d’essere sciocca. Sempre stata.
Fin da quand’ero bambina. Babbo era nell’edilizia (muratore). Mamma iperproduceva figli (sette). Mamma non l’ho mai amata: ecco, forse, questo la interessa.
No? Strano. Isabella mi aveva detto che devo raccontare soprattutto questo. Della mamma, intendo. E senza far finta di ricordare niente prima dei quattro anni, o almeno non subito, che quello deve semmai venir fuori dopo. No che non mi sto difendendo. Del resto, lei mica mi aggredisce. Anzi, se devo proprio dirle la verità, lei è l’unico uomo che riesce a guardarmi qui distesa, senza scarpe su un divano, senza trarne una scarica di adrenalina. Ma lei, è un uomo o un pupazzo simbolico?
Non risponde. Certo vale proprio la pena di studiare tanto, per imparare a starsene zitti!
Isabella stragiura che lei è perfino laureato in medicina. Perché io da un cialtrone qualsiasi mica ci vado. Con quel che costa.
In psicologia son capaci a laurearsi tutti. Anche le donne. Bè, adesso perché scrive? Sbaglio o c’è stato un lampino di interesse? Non mi fraintenda, non ho niente contro le donne. Da un certo punto di vista, anch’io sono una donna.
Visto che non ride lei, rido io. Ma sa che questa sensazione di stanza insonorizzata, comincia a non dispiacermi affatto? Sento che potrei tacere anch’io.
Non è fantastico? Il silenzio è qualcosa di saggio, di mai assaggiato, assoggetta, soggioga…
Per voi è facile, stare zitti: avete le cose. Noi ci si sperde fra le parole, di nascosto, correndo, al mattino presto, come cacciatori di frodo che cerchino di acchiappare una preda. Pim pum pam! Ci sente? Cioè: mi sente? Certe volte divento collettiva.
Certe volte per farmi perdonare. Certe volte per farmi capire. Certe volte per caso.
Scivolo sul noi. Noi chi? Non so. Ma è meglio dire: noi chi? Che chiedersi: Io chi? Chiedersi “Io chi?” vuol dire essere malati, non è vero? “Noi chi” è solo non intendersi di politica.
Dicono che non sono cosi sciocca come voglio sembrare.
Dicono che non voglio poi sembrare così sciocca.
Dicono che sono naif, che sono furba, che gioco al doppio gioco. Dicono che faccio tanto svampita americana anni quaranta. Sophisticated comedy. Il mio secondo —l’accattone— si interessava di cinema. Lei no? Lei sì?
Lei non risponde. No, dico, su cose così importanti potrebbe cacciare fuori un sì o un no.
Cos’è questa conversazione tronca! Mi fa monologare per poi criticare. Non è così? Non è per questo che la pagano? Bella roba.
Certe volte mi chiedo se non è proprio questo il sintomo della pazzia: pagare uno perché ti distrugga. La prossima volta le regalo una roncola.
O preferisce un attizzatoio? La pistola scommetto che ce l’ha. Con tutti i soldi che guadagna avrà paura dei sequestri. Oggigiorno guadagnate più voi che i grossisti di insaccati. Si direbbe che la gente preferisca cibarsi di incubi, di fantasmi, siamo all’autocannibalismo. Ci si rosicchia l’Io e finché non s’è finito di mangiarlo non si è sazi. Ma io mi amo sa?
Io non so perché sono qui.
Ha insistito il mio primo marito. Il principe, sì, sì, il principe. Lo racconti stasera a sua moglie: «Sai, cara, oggi ho analizzato una principessa». Sarà contenta sua moglie. Alle donne piace, discorrere di teste coronate. Mio marito era un ramo cadetto e io sono principessa d’acquisto. Il principe, s’intende, m’ha acquistata, ero a bottega. Vendevo scarpe. Lui entra e se ne prova dieci. Cenerentole lui. Aveva certe fette che non c’è il numero in commercio. Nascono tarati perché si sposano fra parenti (altro che tabù, lì gli incesti sono una regola di società). Tutti brutti gli aristocratici: prognatismo, strabismo, gobbe, gobbette, linfatismo, cellulite, sordità.
Il mio principe aveva il piede porcino.
Io lì per lì, mi commuovo.
Dico: «Scusi, non piango di lei». Lui sorride e mi ficca in mano un biglietto da visita con tanto di stemma. Ma non è un biglietto da visita, è l’invito a una festa. Sotto c’è scritto «Valido per due», lui tira fuori dal taschino la stilo d’oro massiccio e cancella «per due».
Poi se ne va zoppicando. È a palazzo, la festa. Lui vuole che ci vada da sola. Avevo sedici anni: Dio, il dolore di non avere un vestito!
Appena a casa telefono a mia zia, seguendo la sceneggiatura della fiaba, le dico: Madrina, ho bisogno di scarpe borsetta d’un abito scollato e dei soldi per il taxi.
Zia fa la sarta. È pessima, look periferia, specializzata in scampoli/occasione. Ma una sua cliente (una squillo che ha fatto fortuna) le lasciava sempre i suoi “straccetti” da darci “due punti qui” un orlo e così via. La faccio breve: zia mi presta di nascosto un abito della squillo, borsetta me ne compra una come anticipo del regalo di Natale. I soldi del taxi me li presta e dice: «se non me li ridai ti faccio maledire in chiesa».
L’unica cosa che proprio non ce la facciamo a svoltare sono le scarpe. Mica posso mettere i mocassini. O i sandali d’oro estivi, con la macchia di catrame sotto l’alluce. Così, decido, vado scalza.
Ma scalza ci devo andare a mezzanotte.
La festa era appena incominciata. Un trionfo. Ero bella sa? Mi guardi. Lo vede come sono adesso? Bè: dieci volte più bella.
Più magra più eretta più smagliante. E sicura di me. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Gigantic

©Luigi Cecchi

 

GIGANTIC

Poche cose erano in grado di spaventare davvero Marylou Humbleglow. Una di queste era il gigante Oreste, un tipaccio che definire scorbutico è davvero poco. Alto quasi novecento piedi, Oreste si presentava presso il villaggio di Colbridge ogni due lune, in attesa che i minuscoli (per lui) abitanti del principato di Willie lo servissero. E guai a non farlo! Nonna Therese raccontava sempre di quando era bambina e il sindaco di Colbridge chiese ad Oreste di ripassare fra altre due lune, perché molti degli uomini erano appena tornati dal fronte, la Guerra delle due Crostate era appena terminata e c’era molto lavoro nei campi e nelle fattorie. Ma Oreste scosse la testa e sollevando un piede lo abbatté contro i campi della famiglia Greyton, uccidendo all’istante tutte le loro capre, due cavalli, e formando quello che adesso chiamiamo Stagno dei Greyton, giacché la depressione si riempì subito delle acque del vicino fiume Lure. Da allora, più nessuno osò far attendere Oreste. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Fat

©Luigi Cecchi

 

FAT

Cerbolino Dentaspicchio era di gran lunga il più talentuoso giullare di Terramagna. Quando proposero a Re Uduerto III di invitarlo a corte per una serata di divertimento, il Re ne fu entusiasta. La serata fu organizzata con perizia e gran sfarzo, allestendo la sala del Re in tutta cura. Furono sostituite tutte le candele sui lampadari e sui candelieri. Tovaglie di colori ricchissimi e di tessuti pregiati ricoprirono i tavoli. Furono selezionate le migliori stoviglie, e non si badò a mettere sui tavoli persino bottiglie e vasi di vetro. La cucina si diede molto da fare, iniziando a preparare la cena già dalle prime luci dell’alba. Chiaramente ogni ospite fu invitato a presentarsi indossando il miglior abito da sera, e il Re diede disposizione di togliere dall’armadio il più bello tra i suoi vestiti. Persino il secchio del cacatoio sotto il trono fu svuotato e lavato in modo che il Re potesse farne uso durante la serata senza doversi alzare. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Underwater

©Luigi Cecchi

 

UNDERWATER

«Ohi, zì, guarda ‘sta stella marina che bomba!» Lello agitava le mani rivolto verso Christian, che pochi metri più in là stava frugando tra gli scogli con la punta della fiocina, sperando di trovarci un polpo o almeno un granchio un po’ più grosso di quelli che avevano raccolto finora nel retino. «A Lello, lascia sta’ le stelle marine che co’ quelle ‘a zuppa viè ‘no schifo.» Gli rispose, senza nemmeno alzare la testa.
«Ma che centra la zuppa, zì… questa è strana forte… ha una specie di occhio in mezzo, dove dovrebbe avere la bocca… anche se di solito è dall’altra parte… mi sa che è girata di culo…»
La strana stella marina ruoto l’inquietante occhio rivolgendo la pupilla verticale al ragazzino, poi scartò velocemente di lato, con una rapidità che Lello non aveva mai visto possedere a nessun’altra stella marina.
«Corri, Zì! S’è mossa! Vieni a vedè!»
Christian si alzò in piedi, sbuffò, con un paio di balzi non proprio atletici raggiunse Lello e tirò un’occhiata nell’acqua alla presunta strana creatura. Poi le puntò contro la fiocina e la infilzò a morte. «Così la pianti di rompere le palle. Mo’ sbrigate, raccogli la roba e torniamo che sennò mi’ madre se preoccupa.»
Si allontanarono saltellando verso la spiaggia, mentre la bizzarra stella marina, passata da parte a parte in più punti da quel piccolo tridente, si staccava lentamente dal fondo e veniva a galla, morendo inesorabilmente. (altro…)

proSabato: Étienne de La Boétie, da “Discorso sulla servitù volontaria”

Prima di tutto credo sia fuori dubbio che se vivessimo secondo i diritti che la natura ci ha dato e conformemente ai suoi insegnamenti, saremmo naturalmente sottomessi ai nostri genitori, soggetti alla ragione, e servi di nessuno. Dell’obbedienza che, senza altra spinta che non sia quella naturale, ciascuno deve al proprio padre e alla propria madre, tutti gli uomini sono testimoni, ognuno per sé. Quanto a sapere se la ragione sia in noi innata o meno, è una questione ampiamente dibattuta in seno alle accademie e affrontata da tutte le scuole di filosofia. Allo stato attuale delle cose penso di non sbagliare se affermo che esiste nella nostra anima un seme naturale di ragione che, se alimentato da buoni consigli e abitudini, fiorisce in virtù; e invece spesso muore soffocato, non potendo resistere ai vizi che sopravvengono.
Ciò che è evidente e chiaro, e che, nessuno può permettersi di ignorare, è il fatto che la natura, ministro stabilito da Dio per governare gli uomini, ci ha fatti tutti della stessa forma e ci ha modellati secondo un unico stampo, perché possiamo tutti riconoscerci come compagni, o meglio come fratelli.
Se nel distribuire i suoi doni ha in qualche misura favorito, nel corpo e nello spirito, alcuni più di altri, non per questo ha voluto metterci in codesto mondo come in un’arena, e non ha mandato quaggiù i più forti e i più abili perché si comportino come briganti armati in una foresta per dare addosso ai più deboli.
Diciamo piuttosto che, dando ad alcuni di più e ad altri meno, la natura ha voluto dare spazio all’affetto fraterno che così ha dove esercitarsi, perché gli uni hanno la capacità di recare aiuto, e gli altri hanno bisogno di riceverne.
Se, dunque, questa buona madre ha dato a noi tutti la terra intera come dimora, ci ha alloggiati tutti nella medesima casa, ci ha creati tutti con lo stesso stampo perché ognuno di noi potesse guardarsi e quasi riconoscersi nell’altro; se ha fatto ad ognuno di noi il grande dono della voce e della parola perché potessimo conoscersi e meglio fraternizzare, e arrivare attraverso la comunicazione e lo scambio dei pensieri a una comunanza di intenti; se ha cercato in ogni maniera di formare e di stringere sempre più saldamente il vincolo della nostra alleanza, della nostra convivenza sociale; se ha dimostrato in tutti i modi di volerci non solo uniti, ma addirittura una cosa sola, come possiamo dubitare di essere tutti liberi per natura, dato che siamo tutti uguali?
A nessuno può venire in mente che la natura, che ci ha fatti tutti uguali, abbia costretto qualcuno in servitù.

 

Da Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria, Liberilibri Editrice; traduzione di Carla Maggiori

proSabato: Luigi Cecchi, Slice

©Luigi Cecchi

 

SLICE

Zia Gruntezia mise le mani avanti pre-annunciando che l’allosauro non era ancora cotto, e che la cena sarebbe stata pronta in ritardo. Hugga conficcò il bastone nella sabbia, controllò l’ombra e si spazientì, perché aveva un appuntamento con gli amici a bastone-mezzi, e non gli piaceva arrivare tardi. A Zonfa, che sperava di attirare l’attenzione del cugino, non dispiaceva invece aspettare: avrebbe avuto più tempo per avvicinarsi a lui, parlarci e magari conquistarlo. Decise di tentare un primo approccio non appena Hugga avesse finito di blaterare della puntualità di certe cerimonie, e nel frattempo si ravvivò il rossore delle gote tirandosi un paio di ceffoni in faccia. Quando Zio Trugo invitò l’anziana nonna Ugabba a raccontare una delle sue storie per passare un po’ di tempo mentre l’allosauro finiva di abbrustolirsi, Hugga sospirò pesantemente e si sedette su una roccia distante, all’ombra di una felce. Zonfa ne approfittò immediatamente e si sedette vicino a lui.
«Vi racconterò – esordì Ugabba, schiudendo appena gli occhi, accerchiati da cerchi di rughe profonde – di quando il nonno di mio nonno, pilotando un guscio lucente, si innalzò nell’alto dei cieli e raggiunse le stelle. Dall’alto guardò verso il basso, e le montagne gli apparivano come increspature sulla pelle di un rinoceronte, e i mari come macchie azzurre screziate di bianco delle nubi. Egli raccolse il fuoco dalla stella più grande del cielo e lo riportò sulla terra, dove gli altri uomini come lui lo stavano attendendo. Ma il fuoco aveva un temperamento ribelle. Era fuoco! Non placida sabbia.»
«Proprio come Hugga!» Scherzò Zonfa, ridendo della propria battuta. Hugga si voltò verso di lei e la ragazza ne approfittò per far schioccare le mandibole, compiaciuta dell’attenzione. Zio Trugo invitò nonna Ugabba a proseguire con il racconto, senza badare a loro. Yluma, Blobia e Grunzo, i più giovani della famiglia, erano rapiti dalle parole dell’anziana matriarca, e nei loro occhi si leggeva chiaramente l’impazienza di sapere come sarebbe finita la storia. Nel frattempo, un delicato odore di carne abbrustolita si diffondeva piacevolmente nell’aria.
«Quando il fuoco delle stelle si rese conto che gli uomini volevano tenerlo prigioniero per sfruttarne il potere, si infuriò! Lingue di fiamme si innalzarono fino al cielo, bruciando le nubi stesse. La furia del fuoco delle stelle trasformò le montagne in polvere e i mari in sale. Lasciò questo pianeta devastato dalla sua ira, disseminato di cicatrici, morente. Ma il nonno di mio nonno sopravvisse, e con lui molti altri uomini.» (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Scorched

©Luigi Cecchi

 

Scorched

1
Ti stai cucinando dei maccheroni all’amatriciana. Hai appena spento il fuoco sotto la pasta, e nel frattempo ti sei premurato di grattugiare un po’ di pecorino. Stai per scolare la pasta, quando un’esplosione, simile a quella di un petardo di Capodanno, ti fa letteralmente saltare in aria. Proveniva dal cortile, proprio davanti alla tua porta d’ingresso. Ansimando per lo spavento, lasci lo scolapasta con i maccheroni nel lavello, e ti dirigi verso la porta per controllare cosa possa aver provocato quello scoppio. Non appena sbirci oltre la soglia, ti accorgi che un bagliore simile a quello di un fuoco di paglia illumina le colonne di pietra del porticato. L’origine della luminescenza è un buffo cagnolino che se ne sta seduto sull’ultimo gradino davanti alla porta, osservandoti con tranquillità. Una tranquillità sospetta visto che il cane, un carlino dal manto insolitamente maculato, sta bruciando. Le fiamme si sprigionano dal suo corpo, vivide e brillanti, ma il suo pelo non sembra risentirne affatto e l’animale non pare nemmeno accorgersene.
«Tu sei Pietro Donatelli?», ti domanda il carlino.
Il fatto che il carlino parli, a questo punto, è la cosa meno incredibile di tutta la faccenda.
«Sì… sono io.» Rispondi timidamente.
«Sono Hauwoo, del clan dei Grigi-ma-con-la-punta-delle-zampe-bianca.»
«Ah.» È l’unica cosa che riesci a dire in quel momento. È chiaro che deve trattarsi di un sogno. Forse tornando dalla clinica, appena entrato in casa, ti sei addormentato sul divano, di colpo, senza nemmeno accorgertene. Sei ancora lì, che dormi. Il cane è nella tua mente.
Se chiudi la porta, comportandoti come se il carlino infuocato non esistesse, vai al paragrafo 20; se invece continui a parlare con quello strano visitatore, leggi il paragrafo 13.

2
«Utilizzando alcuni agganci che la nostra razza ancestrale aveva con popoli che voi non potete conoscere perché li avete sterminati prima ancora di imparare a scrivere, l’associazione Anima Lupis ha messo in atto negli ultimi due secoli un progetto titanico di riconversione genetica. Mi stai ancora seguendo?»
Hai nuovamente l’impressione che il cagnolino ti tratti come un essere inferiore, ma annuisci senza darci troppo peso. Lui tira su con il naso emettendo nuvolette di fumo dalle orecchie, poi riprende il suo discorso:
«In un laboratorio segreto… e per “segreto” intendo segreto per voi, visto che quasi tutte le altre specie del pianeta sanno benissimo dove si trova… abbiamo dato il via a una serie di sperimentazioni che sono giunte finalmente a conclusione: il virus TB-857 è stato sintetizzato con successo.»
«Un virus?» Esclami, basito.
«Un virus molto aggressivo. In pratica innesca un processo di riprogrammazione genetica che non ti sto a spiegare visto che sei solo un infermiere in una clinica veterinaria e non capiresti, ma opera sostituendo tratti di DNA con altro DNA. E vogliamo diffonderlo nel mondo.»
Per la prima volta, cogli un bagliore sinistro nello sguardo di Hauwoo. Hai paura.
Se corri in casa e chiudi la porta alle tue spalle, mettendo fine a questo stupido sogno (che ora si è trasformato decisamente in un incubo), vai al paragrafo 20; altrimenti cerca di controllare la paura e ascolta il resto di quello che Hauwoo ha da dirti, andando al paragrafo 10.

3
Quando le fiamme stanno per raggiungerti, colpisci il carlino con tutta la tua forza. La padellata sulla faccia lo solleva in aria e lo scaglia come una meteora in mezzo al cortile.
«Stupido cane di merda! – Gli gridi. – Il nostro posto nel mondo ce lo siamo guadagnati con il sudore e la sofferenza di generazioni! Siete voi cani che avete deciso di seguirci, affezionarvi a noi, sottomettervi! Cosa vi aspettavate, che vi avremmo servito e riverito come piccoli sultani senza riversare su di voi tutte le nostre frustrazioni? Ebbene, no… non è così che funziona la specie umana! Noi spezziamo il becco dei polli così possono starsene chiusi in cento in un metro quadrato senza forarsi la carne a vicenda per la pazzia! Noi inzeppiamo le mucche di antibiotici così possono resistere alle infezioni procurate loro dai macchinari per succhiargli via il latte! E poi sai che c’è? Quel latte nemmeno ci piace! Io ad esempio lo voglio parzialmente scremato, senza lattosio e con aggiunta di calcio. E se non ti sta bene cosa abbiamo fatto alla tua razza, sparisci da questo pianeta! È nostro!»
Gridando come un forsennato rincorri il povero carlino fino alla strada, laddove lo vedi brillare intensamente per qualche attimo e poi scomparire. Per qualche secondo ti fermi a contemplare l’asfalto nero coperto dalle foglie di castagno, ripensando a quanta crudeltà c’era nelle tue parole. Temi che se quello che hai vissuto oggi non sia stata una strana allucinazione causata dai fumi del soffritto che stavi cucinando quando è iniziata, un futuro cupo e nero potrebbe profilarsi all’orizzonte. E non solo per te. Per tutta l’umanità. Rientri in casa sconsolato e vai a letto sperando che il sonno ti conceda incubi meno complicati di quelli che fai ad occhi aperti.
FINE

4
Il volto di Hauwoo si illumina di piacere quando si accorge che non hai paura di lui.
«Oh, bene! Speravo che il mio aspetto non ti intimorisse!», esclama, mentre ti siedi vicino a lui. Non troppo vicino, tuttavia, perché riesci a sentire sulla pelle il calore delle fiamme che si sprigionano dal suo corpo. Notando la tua cautela, il carlino si affretta ad aggiungere:
«Mi dispiace per le fiamme. Sono provocate dall’attrito.»
«L’attrito?» Domandi.
«Sì, l’attrito tra l’aspetto del mio spirito, e la forma del mio corpo. Materia fisica e materia spirituale non collimano, e questo genera un forte attrito, che si manifesta come un’emissione di energia. Non posso farci niente.» Ti spiega, leggermente desolato. Ma tu scuoti la testa.
«Non preoccuparti. Basta non accarezzarti.»
«Oh, questo è verissimo! – Esclama Hauwoo sollevando la zampina. – Accarezzarmi aumenterebbe ancora di più l’attrito, e diverrei una specie di palla di fuoco, per pochi attimi! So di essere puccioso, ma per favore, trattieniti.»
Annuisci con la testa. Il cagnolino torna a sedersi composto, e si rivolge a te con fare serio:
«Bene, e adesso andiamo al punto.»
Prendi nota da qualche parte di aver appreso la “nozione di attrito trans-materia”, poi prosegui andando al paragrafo 8.

5
«Scusa se ti interrompo, Hauwoo… ho lasciato la pasta nello scolapasta, e ormai sarà fredda. Siccome oggi non ho pranzato, ho decisamente fame. Se vuoi te ne porto un po’ senza aggiungerci la salsa all’amatriciana, che so che a voi potrebbe far male…»
Lo sguardo di Hauwoo si fa severo, ma non per il tuo gesto gentile. È chiaro che quello che hai appena detto ha ridestato nel suo animo un sentimento di orgoglio perduto che lo brucia e lo divora con prepotenza. Il carlino inizia a ringhiare, le fiamme sul suo corpo si ingrandiscono, lambendo il soffitto del portico e annerendone l’intonaco.
«Ci fa male! Ci fa male! – Ripete furioso. – Quando eravamo creature erranti che si trascinavano sul dorso della terra, nulla poteva farci del male! Durante i lunghi inverni ci nutrivamo di radici, tuberi, carcasse, ossa consunte… e d’estate ci abbeveravamo con l’acqua fangosa trattenuta dalle rocce! Adesso rischiamo di strozzarci con un osso di pollo, o di consumarci di dissenteria per una polpetta troppo speziata!»
«Beh sì… – Rispondi cautamente. – Ma è pure vero che allora campavate cinque o sei anni, mica il doppio come è la norma per i cani addomesticati.»
Le fiamme sul corpo di Hauwoo si affievolirono, anche se il suo sguardo rimase severo. Era chiaro che non gli importasse di vivere tanti anni. Bramava la vita dei suoi antenati, quella che gli era stata in qualche modo riportata, un’esistenza quasi leggendaria in un mondo che non esiste più.
«Vabbé, io la pasta me la mangio. Aspetta qui.»
Velocemente torni in cucina, versi la pasta collosa e scotta nella padella, la mescoli con la salsa, copri il tutto con un abbondante strato di pecorino e torni nel portico tenendo in una mano la padella con l’amatriciana e nell’altra una forchetta. Hauwoo è ancora lì. Sembra essersi calmato. Metti in bocca la prima forchettata di pasta. È uno schifo ma non importa. Lui ha già ripreso a parlare.
Prendi nota da qualche parte che possiedi “padella e forchetta” e che hai acquisito le “reminiscenze oscure di Hauwoo”, poi prosegui a leggere andando al paragrafo 2. (altro…)

proSabato: Simone Weil, L’Iliade poema della forza

Quando si è dovuta distruggere ogni aspirazione di vita in se stessi, per rispettare in altri la vita è necessario uno sforzo di generosità da spezzare il cuore. Fra i guerrieri di Omero non è lecito supporne alcuno capace di un tale sforzo, se non forse colui che in certo modo si trova al centro del poema, Patroclo, che «seppe esser dolce con tutti» e nell’Iliade non commette nulla di brutale o di crudele. Ma in più millenni di storia, quanti uomini conosciamo che siano stati capaci di dimostrare una così divina generosità? È dubbio che se ne possa nominare due o tre. Mancando di tale generosità, il soldato che vince è come un flagello della natura; posseduto dalla guerra, è divenuto, non meno dello schiavo sebbene in tutt’altro modo, una cosa, e le parole sono prive di potere su di lui come sulla materia. L’uno e l’altro, al contatto della forza, ne subiscono l’effetto infallibile che è di rendere quelli che tocca o muti o sordi.
Tale la natura della forza. Il potere ch’essa possiede, di trasformare gli uomini in cose, è duplice e si esercita da ambo le parti: essa pietrifica diversamente, ma ugualmente, le anime di quelli che la subiscono e di quelli che la usano. Tale proprietà tocca il più alto grado in mezzo alle armi, dal momento nel quale una battaglia si orienta verso una decisione. Le battaglie non si decidono tra uomini che calcolano, combinano, prendono una risoluzione e la attuano, ma tra uomini spogliati di queste facoltà, trasformati, caduti al livello della materia inerte che non è che passività, come cieche forze che non sono che impeto. È questo il segreto ultimo della guerra, e l’Iliade lo esprime paragonando i guerrieri all’incendio, alla inondazione, al vento, alle bestie feroci, a qualsiasi causa cieca di disastro, oppure agli animali paurosi, agli alberi, all’acqua, alla sabbia, a tutto ciò che è mosso dalla violenza delle forze esterne. Da un giorno all’altro, a volte da un’ora all’altra, Greci e Troiani subiscono di volta in volta le due trasmutazioni:

«Come da un sanguinario leone sono assalite
mucche al pascolo in una vasta prateria acquitrinosa
a migliaia…; tutte esse tremano; così allora gli Achei
furono dispersi in panico da Ettore e Zeus padre,
tutti…
Come quando il fuoco devastatore cade sul fitto di un bosco;
per tutto roteando il vento lo porta, ed i fusti
sbarbati cadono allora, al premer del fuoco violento,
così l’Atride Agamennone faceva cadere le teste
dei Troiani fuggenti…». (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Precious

©Luigi Cecchi

PRECIOUS

«Capisci cosa significa “prezioso”?», domandò Cutter, appoggiando la crapa pelata al soffice sedile della limousine. Raffaele non rispose, perché temeva che ogni interruzione avrebbe potuto innervosire il capo, e non era bene innervosire il capo, soprattutto quando ci si trova in ginocchio e con una pistola puntata alla tempia. Ernesto Ferro (anche se probabilmente “Ferro” non era il suo cognome) lo squadrava con occhi freddi e impassibili, gli occhi di chi fino a ieri era tuo amico, e ora invece potrebbe diventare il tuo esecutore. Era la prima volta che Raffaele lo vedeva in completo nero, giacca e cravatta. Sembrava che fosse già pronto per il funerale. «Lo sapevi che non sono italiano?», altra domanda di Cutter. Alla prima domanda Raffaele non aveva risposto per timore, a questa non avrebbe saputo rispondere per sincera ignoranza. A giudicare dall’accento del sud e dai modi di fare, Cutter gli era sempre parso italianissimo. Forse stava scherzando.
«I miei genitori sono bulgari, anche se poi mio padre si è risposato con una ragazza greca quando ero piccolo, e abbiamo vissuto ad Atene per una decina d’anni. – Spiegò Cutter, senza sporgersi troppo dal finestrino. – Sono arrivato in Italia che ero appena quattordicenne. Tutto legale eh. Non sono uno sporco immigrato come quelli che arrivano dall’Africa. Uè, mi stai ascoltando?» Raffaele annuì. Cutter si grattò la barba ispida e continuò.
«Per me il significato delle parole non è mai stato scontato. Ogni volta che ne sentivo una nuova, me la segnavo e poi a casa andavo a cercarla sul vocabolario, e scoprivo che a volte avevano più di un significato, e che avevo frainteso quello che gli amici, o il professore, o qualche altro stronzo mi aveva detto. Tu le hai mai cercate, le parole che usi, nel vocabolario?»
Raffaele, effettivamente, aveva usato pochissimo il vocabolario, in vita sua. Pur crescendo in un mondo senza internet né smartphone, aveva avuto la fortuna di vivere in un ambiente dove l’italiano veniva usato con attenzione e volentieri. Sua madre era maestra elementare, suo padre aveva lavorato come segretario in una grossa azienda tessile, quindi entrambi avevano studiato e avevano trasmesso a Raffaele una certa accuratezza nel parlare e nello scrivere. Durante i suoi primi anni di scuola, Raffaele non aveva avuto bisogno di aprire un vocabolario molto spesso, e in seguito non ne aveva sentito l’esigenza.
«Certo che no. – Lo anticipò il capo. – Che cazzo di bisogno ne avevi? Tenevi fiducia che le parole che usavi volessero dire proprio quello che pensavi. Giusto?»

Cutter emise una risata sommessa e forzata, che lo lasciò con un sorriso per qualche secondo.
«È proprio questo il punto. Tenere fiducia. Io tenevo fiducia in te, mi aspettavo che tu significassi proprio quello che pensavo, lo sai? E invece…»
Ferro calcò la pistola sulla testa di Raffaele, che si fece sfuggire un gemito. «Non si getta via la roba appena si vede una pantera dei Carabinieri che si avvicina. La roba è preziosa, devi capirlo. Devi capire il significato della parola “prezioso”.»
«Mi sa che era ‘na gazzella, capo.» Lo corresse timido Ferro. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Long

©Luigi Cecchi

LONG

Quando la consapevolezza che sarebbe morto lo avvolse, il maggiore Sheldon McKelly si scoprì stranamente rilassato. Smise di nuotare affannosamente tra gli schermi olografici, ignorò gli allarmi e le spie luminose, smise di preoccuparsi per la voce del computer che con calma innaturale lo aggiornava sulla cascata continua di errori di calcolo. Fece un grosso respiro, strinse i pugni e se li portò al petto, cercò di focalizzare il pensiero sulle cose positive. McKelly sarebbe stato ricordato dai posteri come il pioniere dei viaggi crono-dimensionali, lo Juri Gagarin del XXIV secolo. I dati che aveva inviato al Centro di Controllo prima di iniziare la manovra di salto sarebbero stati la base per correggere gli errori e in futuro rendere questo tipo di viaggi una consuetudine. Il suo sacrificio sarebbe rimasto scolpito nella storia dell’umanità per sempre. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, XX secolo

©Luigi Cecchi

 

XX Secolo

«Mi ricordo che quando avevo la tua età, – esordì la nonna mentre infilava il guanto da forno sulle dita maltrattate dall’artrosi – c’era un ragazzo al quale piacevo tanto. Si chiamava Adolfo, ed era tedesco… proprio come… come quello tedesco.»
«Hitler?» Suggerì l’ingegner Pozzuoli.
«Esatto! Esatto! Willer! Willer.» Ripeté la nonna annuendo. La soffice messa in piega vaporosa e canuta si agitò sulla sua testa come un batuffolo di cotone.
«Hitler, nonna. Non Willer. Hitler» L’ingegner Pozzuoli scosse la testa e barrò un paio di caselle su di un piccolo taccuino, che ripose velocemente nel taschino della camicia.
«Ad ogni modo, – proseguì lei imperturbabile – c’era questo giovane tedesco. Veniva ogni giorno a casa e bussava al portone, giù nel cortile, vicino alla carreggiata. Veniva sempre con un mazzo di margherite appena colte. Sperava che mi permettessero di uscire, ma i miei genitori erano molto gelosi di me. Quando sentiva bussare, mia madre si affacciava dal balcone della sala da pranzo per vedere chi fosse, e quando lo riconosceva, gli gridava in tedesco di andarsene!»
«La bisnonna conosceva il tedesco?» Domandò Pozzuoli, incrociando le braccia con fare un po’ spazientito.

«Oh, no, no. Aveva imparato solo come si diceva “vai via”, perché lo ripeteva sempre Sebastiano, il barbiere della piazza, quando entravano dei clienti nel suo negozio che non erano alianti.»
«Ariani. Non vedo comunque il motivo per il quale un barbiere pugliese dovrebbe rivolgersi in tedesco ai propri clienti… tantomeno se intende cacciarli via…» Mormorò l’ingegnere.
«Non lo so. Forse perché era un fan di Willer.» Spiegò la nonna, aprendo con uno scossone il forno della vecchia cucina a gas. Pozzuoli riprese il suo taccuino vi appuntò a caratteri cubitali la parola “FAN”, poi lo infilò di nuovo al suo posto. La nonna nel frattempo si stava esibendo in una serie di piegamenti lentissimi, tentando di non spostare il proprio baricentro oltre la base, e nel contempo di non mettere troppo alla prova la propria schiena. Attraverso le lenti spesse degli occhiali esaminò le condizioni della carne. (altro…)