prosabato

proSabato: Luigi Cecchi, Screech

©Luigi Cecchi

 

 

SCREECH

Massimo riprese coscienza prima di Elena, e prima ancora di aprire gli occhi tossì liberandosi del grumo di sangue che gli si era formato in gola. La cintura gli aveva salvato la vita, anche se forse qualche costola aveva risentito dello strattone, almeno a giudicare dal dolore terribile che provava ogni volta che inspirava, e peggio ancora dopo aver tossito. Schiuse gli occhi e si voltò verso sua moglie che era ancora priva di sensi, accasciata sul sedile del guidatore. Il suo airbag si era attivato, schiacciandola contro lo schienale. Era svenuta, ma sembrava meno acciaccata di lui. L’auto era ferma in mezzo alla provinciale. Erano le due di notte. Mentre percorrevano quel lungo rettilineo, qualcosa si era lanciato davanti alla vettura. Il fischio della frenata ancora riecheggiava nei timpani di Massimo, e lo scontro era stato devastante. D’altronde, anche se il limite era di 90 km orari, poteva giurare che Elena stesse correndo un po’ troppo. Di quel grosso animale, forse un cervo o più probabilmente un cinghiale, non doveva essere rimasto granché. Sul cofano ammaccato c’erano tracce di sangue e sebbene uno dei fari si fosse spento, l’altro illuminava abbastanza la strada da scorgere una sagoma nera proprio di fronte alla macchina. Una sagoma nera che dapprima sollevò un grosso braccio, poi l’altro, e infine si rialzò in piedi, barcollando. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Found

©Luigi Cecchi

 

FOUND

«Non correre per le scale che ti fai male!» Gli urlò appresso la mamma, mentre Robertino saliva le scale saltando i gradini due a due. Si fiondò in camera e cercò freneticamente una penna, un foglio e le tic-tac alla ciliegia (che lo aiutavano a stare concentrato). Era sporco di terriccio, sudato e aveva gli occhiali sporchi, ma quando un ragazzino di 12 anni ha fretta di combinare qualcosa, si sa, non c’è distrazione che possa frenarlo. Estrasse quello strano vecchio brandello di plastica che aveva accartocciato in tasca e lo aprì. All’interno c’era una nuvola di ghirigori strani, che sembravano incisi col pirografo sulla superficie del materiale lucido e scivoloso. «Un codice segreto!» Esclamò fra sé e sé Robertino. Adorava quel genere di giochi! Ogni settimana aspettava che la mamma gli portasse La Settimana Enigmistica per iniziare a risolvere ogni rompicapo dalla prima pagina all’ultima. Non amava molto i cruciverba né quelle cose stupide tipo “Colora gli spazi coi puntini”. No, lui andava in cerca di rebus, sciarade, indovinelli, anagrammi, crittografie. La “Pagina della sfinge” era la sua preferita. Per questo aveva riconosciuto subito uno schema in quegli scarabocchi! Non erano stati disegnati a caso, erano un codice segreto! Stringendo la matita in pugno e cercando di capire quale fosse la chiave, avvicinò il foglietto al naso. La decifratura fu molto difficile: gli ci volle un’ora solo per capire il modo in cui erano state crittografate le parole, dopodiché si ritrovò davanti una serie di frasi sconnesse che non appartenevano ad alcuna lingua, tranne che per poche parole alla fine. Quelle erano in inglese. Robertino non conosceva l’inglese così bene, aveva appena iniziato a studiarlo, a scuola, ma questo non lo fermò! Si arrampicò sulla libreria e recuperò un vocabolario, poi tornò in camera. «Robertino, allacciati la scarpa!» Gli gridò la mamma, vedendolo passare. Ma Robertino aveva altro da fare: tradusse velocemente la frase. Purtroppo aveva poco senso. Che quella fosse la soluzione? E dov’era il premio? Di solito la frase a cui si giunge risolvendo un enigma è un proverbio, una massima o il nome di un personaggio famoso. Quella roba lì non aveva alcun significato e non lasciava alcuna soddisfazione. Robertino prese il foglietto di plastica strana e scese le scale. Tornò in giardino, dove l’aveva trovato. Stava scavando per fare un tunnel, mentre giocava con le sue macchinine, ed era spuntato fuori questa specie di piccolo cappello metallico, ricoperto di terriccio nero. Robertino lo afferrò e lo scosse, per vedere se ne sarebbe uscito un altro foglietto, magari con un altro enigma. Ma niente. In compenso si accorse che dal fondo si era aperto un buco circolare. Ribaltandolo, ne uscì una specie di sacchetto trasparente nel quale era racchiuso uno scheletrino verde. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Crooked

©Luigi Cecchi

 

Crooked

Il suo vero nome era Erto-rikuban-inussiadolon, ma tutti lo conoscevano come “crooked”. Si trattava di uno spiritello molto antico, di quelli che avevano schiuso gli occhi quando le stelle erano lontane dalle loro posizioni attuali, e nessun essere umano aveva ancora giocato a unirle formando costellazioni. Crooked aveva respirato l’aria povera di ossigeno di epoche remote e assistito alla comparsa e poi alla scomparsa di migliaia di specie di esseri viventi differenti. Crooked si esprimeva solo attraverso un’antica lingua degli spiritelli che ormai parlava solo lui, e che ben pochi riuscivano a comprendere. Ma d’altro canto, Crooked parlava raramente. Durante quel consiglio, che vedeva riuniti ben 344 spiritelli giunti da oltre 100 luoghi diversi della Terra, Crooked restò in silenzio, con gli occhi socchiusi, la testa immobile piantata nel suo corpo di legno e le radici conficcate nel tenero terreno della radura, per quattro giorni e quattro notti. Tutti gli altri spiritelli avevano già espresso la propria opinione sulla questione che aveva indotto il popolo invisibile a riunirsi (una cosa che non accadeva da almeno tre millenni). Alcuni avevano avuto modo di ribadire la propria idea un paio di volte. (altro…)

proSabato: Luigi Cecchi, Cloud

©Luigi Cecchi

 

 

CLOUD

Lamberto Paris si ritrovò con la testa conficcata in una nuvoletta. Era densa e soffocante, umida e fastidiosamente calda. Si era formata quando tutti quei pensieri sul senso della propria vita si erano addensati a causa della differenza di temperatura tra le prospettive e la realtà. Ma come era successo? Pochi attimi prima, avendo terminato in anticipo le cose noiose che l’ufficio frodi gli aveva imposto, aveva aperto Facebook e si era messo a leggere i post di una delle tante pagine che mettevano in ridicolo il comportamento degli altri. In particolare, questa consegnava alla gogna pubblica i discorsi di un gruppo di casalinghe che ogni pomeriggio seguivano e commentavano telenovele spagnole o latino-americane. Lamberto rise compiaciuto della propria superiorità intellettuale, di fronte a quelle cretine che buttavano la loro esistenza nel cesso discutendo di torbidi amori e di intrecci improbabili, per non parlare di chi dichiarava apertamente il proprio amore per uno o per l’altro protagonista baffuto di turno. Lamberto commentò pure: «Ahahah che dementi, ma queste votano? non ci credo». (altro…)

proSabato: Fabrizia Ramondino, da “L’isola riflessa”

 

Quando cominciammo a leggere Salgari, i pirati della Tortuga diventarono i nostri idoli e la nostra Tortuga era di fronte, l’isola di Capri. Noi non avvistavamo i pirati, ma eravamo continuamente avvistati; e quando venivamo redarguiti o puniti a scuola e in famiglia, l’animo non si piegava perché ci sentivamo gli «infedeli» – un vero vessillo di barbarie che minacciava la loro «civiltà».
Preferivamo i pirati ai briganti, perché venivano dal mare. Un’aura romantica e populista aleggiava intorno ai briganti, di cui ci veniva narrato di leggere in edizioni per ragazzi: Robin Hood o Fra Diavolo, ma anche I Masnadieri di Schiller – che nostra madre ci leggeva ad alta voce. Mentre un’aura avventurosa e libera, fuori della storia, aleggiava intorno ai pirati, dei senza patria, come noi stessi. E non derubavano i ricchi per dare ai più poveri, come si diceva dei briganti; rubavano per sé, senza rimorso, così come noi prendevamo fave e prugne, arance e ciliegie, dovunque le trovassimo, a chiunque appartenessero, con astuzia e arroganza.
La giustizia distributiva si applicava soltanto al nostro piccolo e ristretto gruppo.
Il brigante, il ladro, lo scassinatore, facevano pur sempre parte della comunità in cui vivevano. Non così il pirata, come il bambino, il più fuorilegge tra i fuorilegge. Che ignora ogni civiltà edificata sulla terra e dimora sul mare. La pirateria appartiene ai bambini, il brigantaggio, come il western, agli adolescenti.
La parola pirata è entrata nell’uso comune: un pirata dell’aria – perché viene dall’aria; un pirata della strada – perché viene dalla velocità; un pirata della finanza – perché viene da quell’elemento astratto che è il denaro.
Ci sono pirati degli incendi – perché vengono dal fuoco.
Anche Don Giovanni è un pirata – perché viene solo dal desiderio.
Ma il più pirata che conosco è un tale staccatosi da me stessa, un mio simile, che ora sto leggendo, Jorge Semprún, libero definitivamente da ogni ancoraggio, non solo ideologico. Senza nessuna terra, tranne quella dell’utopia, sempre irrealizzata. E perché alla morte ha strappato questa frase: «Che bella domenica!», titolo di un suo libro su Buchenwald.

 

Da: Fabrizia Ramondino, L’isola riflessa, Giulio Einaudi editore.

proSabato: Giorgio Galli, da “La parte muta del canto”

Guido Cantelli

Nel Corno meraviglioso del fanciullo di Arnim e Brentano, c’è una poesia che dice:

Il cuculo è caduto stremato
ed è morto ai piedi del salice.
Morto è il cuculo! Caduto stremato!
È caduto ai piedi del salice!
Ed ora, durante l’estate,
chi ci potrà far passare il tempo?
Cucù! Cucù!
Chi ci potrà far passare il tempo?
Ma certo! Il signor usignolo,
sì, lui ci penserà!
Lo farà il signor usignolo
che siede sul suo verde ramo.
Il piccolo, dolce usignolo,
il caro, gentile usignolo!
Sempre allegro canta e salta
quando tacciono gli altri uccellini.
Aspettiamo il signor usignolo,
che sta sulla sua fratta verde,
e che quando il cuculo è stremato,
allora incomincia a cantare!*

Fra il 1948 e il 1956, tutti nel mondo della musica pensavano che il cuculo era Arturo Toscanini e l’usignolo Guido Cantelli. Classe 1920, Cantelli aveva militato nella Resistenza. Classe 1867, Toscanini non aveva potuto prender parte alla Resistenza, ma l’aveva fatta a modo suo. Primo al mondo, s’era rifiutato di dirigere a Bayreuth quando la famiglia Wagner era diventata un’appendice del gabinetto di Hitler e gabellava le opere del suo antenato come un’appendice del Mein Kampf. Toscanini non voleva dirigere in un festival di Bayreuth diventato una succursale delle adunate oceaniche. E scrisse una lettera a Hitler. Fu tra i pochi al mondo a farlo. Osò scrivergli che non poteva più dirigere in Germania. Che la sua coscienza glielo impediva. Lui, figlio di un sarto di Parma, osò scrivere al Führer: «La schiena si curva quando l’anima è curvata». Sotto il dominio di Mussolini, aveva continuato a dirigere, ma rifiutandosi d’eseguire Giovinezza in apertura dei suoi concerti. Gli altri direttori eseguivano tutti Giovinezza, lui no. Fu richiamato, fu ancora richiamato, e nel 1931 schiaffeggiato. C’erano Ottorino Respighi e sua moglie quando un manipolo di squadristi aggredì il sessantasettenne Toscanini per le strade di Bologna. Respighi e sua moglie Elsa videro allibiti che il capo della squadraccia – che altri non era che Leo Longanesi – chiese a Toscanini: «Dirigerai Giovinezza?»; e, al diniego di lui, lo prese a schiaffi. Arturo Toscanini, figlio d’un sarto di Parma, non era un intellettuale. Leo Longanesi era un intellettuale. Ma chi dei due si mostrò più lucido, più serio, più colto in quella occasione? Avere coraggio o spirito di gregge, appartenere all’umanità o al fanatismo non è questione di libri letti. Quando Toscanini fu espulso dall’Italia, per prima cosa andò a dirigere nel nascente Stato d’Israele, al che i giornali fascisti lo ribattezzarono L’ebreo onorario. Dal suo esilio in America diresse il primo movimento della Quinta di Beethoven quando gli Alleati sbarcarono in Sicilia; e diresse l’intera Sinfonia quando l’Italia fu liberata. Sopra i muri della Scala, nel violento aprile del ’45, mani entusiaste scrissero Viva Toscanini!Ritorni Toscanini! E Toscanini tornò, nel 1946, per dirigere il primo concerto alla Scala ricostruita dopo i bombardamenti. (altro…)

proSabato: Adele Cambria, La poesia salverà il giornalismo?

Oggi, domani e domenica prossima, su «Poetarum Silva», leggeremo alcuni testi in prosa e in versi tratti dal volume collettaneo contrAppunti perVersi, pubblicato da Pellicanolibri nel 1991 e a cura del poeta e scrittore Beppe Costa con introduzione di Luigi Reina.

LA POESIA SALVERÀ IL GIORNALISMO?

Lasciatemi sognare. In questo momento in cui il giornalismo muore, tecnicamente soffocato – ma la volontà, si capisce, è politica – attraverso due strumenti implacabili di censura.
Innanzitutto lo spazio che, a causa della scrittura ed impaginazione computerizzata, non può essere trasgredito da chi scrive. 50 centimetri, 42 centimetri, 36 centimetri (misure dettate dal computer, che equivalgono, ciascuna, ad un preciso numero di righe dattiloscritte) sono le mannaie inesorabili che calano, ovviamente, soprattutto sull’argomento e sul giornalista “scomodo”, di cui non ci si fida, a cui è pericoloso dare autonomia. Chi trasgredisce, ed eccede, sarà punito con lo scempio del suo pezzo, parole tagliate a metà, la frase finale decapitata e quindi senza il punto conclusivo o, molto spesso, con il lancio nel cestino, in cui l’articolo va scagliato dal capo-redattore, che avrà comunque l’ottima motivazione, secondo cui non si tratta di censura politica, figurati, era semplicemente troppo lungo, e noi te l’avevamo detto…
Il secondo strumento di censura automatica è l’uso, in parte imposto “dall’alto”, in parte, purtroppo, accettato dai giornalisti, perché tanto meno faticoso, di quell’ectoplasma denominato, in gergo, “velina”. E non si tratta soltanto della “velina” istituzionale, partitica, di quella emessa dagli uffici stampa delle aziende a partecipazione statale, o private, dalla RAI e via dicendo, la “velina” insomma celebrata e resa famosa dai comici, un po’ maschilisti, un po’ volgarotti, ma comunque beneficamente dissacratori di “Striscia la notizia”. No, anche la semplice ed apparentemente “obiettiva” velina che contiene le notizie d’agenzia (l’Ansa, l’Agi e, per l’estero, l’Associated Press o la France Press) si trasforma in un micidiale strumento di obnubilazione, di nebbia sparsa sulla realtà, e quindi di censura se, invece di essere usata correttamente dal giornalista come supporto e verifica delle sue informazioni dirette, lo dispensa dall’uscir fuori dalla sua stanza in redazione, di scollare il famoso culo dalla sedia per andare a vedere i fatti con i propri occhi.
Entrambi questi strumenti censori, la limitazione computerizzata degli spazi e la “velina” d’agenzia, hanno un alibi di ferro: l’esigenza della completezza ed obiettività dell’informazione.
Ma chi crede ormai a queste due fate morgane del giornalismo? (altro…)

proSabato: J.K. Rowling. da “Buona vita a tutti”

Ma in che misura è più probabile che voi, laureati di Harward del 2008, riusciate a influire sulla vita di altre persone? La vostra intelligenza, la vostra capacità di lavorare sodo, l’istruzione che vi siete guadagnati e avete ricevuto vi attribuiscono un prestigio eccezionale, ed eccezionali responsabilità. Persino la vostra nazionalità vi contraddistingue. La stragrande maggioranza di voi appartiene all’unica superpotenza che rimane al mondo. Il vostro modo di votare, il vostro modo di vivere, il vostro modo di protestare, le pressioni che esercitate sul vostro governo hanno un impatto che va ben al di là dei confini del Paese.
È il vostro privilegio, e anche il fardello che portate.
Se scegliete di usare il vostro privilegio e la vostra voce per alzare la voce nell’interesse di chi non ha voce; se scegliete di identificarvi non soltanto con i potenti, ma anche con i deboli; se conserverete la capacità di immaginarvi nei panni di chi non gode degli stessi privilegi, allora non saranno solo i familiari orgogliosi a celebrare la vostra esistenza, bensì migliaia, milioni di persone la cui realtà avrete contribuito a modificare.
Non occorre la magia per trasformare il mondo.
Dentro di noi abbiamo già tutto il potere che ci serve: il potere di immaginarlo migliore.

 

da: J.K. Rowling, Buona vita a tutti. I benefici del fallimento e l’importanza dell’immaginazione, (traduzione di Guido Calza), Salani Editore
(proposta di Ilaria Grasso)

proSabato: Attilio Bertolucci, Incontro con Bonnard e Giacomo Favretto

Venezia, giugno

La Biennale, proseguendo la realizzazione del suo ampio disegno di presentazione storica dell’arte moderna, iniziata due anni fa con la memorabile mostra degli impressionisti, ci dà oggi una esemplare antologia dei quattro movimenti essenziali nei primi quindici anni del secolo: fauvisme, cubismo, futurismo, espressionismo. Così nel ’50 ci si può fare un’idea delle arti figurative, o meglio della pittura (ma chi crede più sul serio alla scultura, ancella sempre dell’architettura quando i grandi di quest’ultima dichiarano senza batter ciglio che le case altro non sono che machines à abiter) dall’alba del secolo alla guerra del ’14: un periodo, possiamo dir subito, bellissimo per fiorire generoso d’idee e, quel che più conta, di personalità e di opere.
Le quattro scuole suddette si riattaccavano, e vedremo come, a particolari aspetti dell’impressionismo, tutte della vecchia matrice, raccogliendo e portando avanti il messaggio di libertà e d’avventura. Ma nessuna di esse se l’era sentita di distillare ancora i profumi di giardino e di dolce carne al sole che il maestro forse più grande, Renoir, aveva profuso con ricchezza incredibile: un’inquietudine presaga sviava i giovani più consapevoli dalla beata strada dell’impressionismo maggiore, persa in un pulviscolo naturale che non bastava più. Urgevano ormai esperimenti mentali o per lo meno sentimentali, si capisce in accezioni nuovissime.
L’unico uomo che seppe esser vivo nel puro ambito otticosensuale e non solo allora ma fino a poco tempo fa, fu Bonnard, del quale il padiglione della Francia presenta una retrospettiva molto interessante.
Nato nel 1867, morto nel 1947. Quante occasioni per aggiornarsi, quante tentazioni di rinnovamento lasciate perdere, dunque. Ma d’altro lato che coerenza, che possibilità di raffinamento e insieme di arricchimento. Così nel ‘400 italiano, quando già Masaccio ha dipinto sui muri della Cappella Brancacci i suoi uomini eroici, i suoi profeti e santi umani, Pisanello continua imperterrito a favoleggiare di sante maculate e iridate come farfalle, di santi simili a levrieri. Ritardatari? Non si è mai in ritardo, quando si ha qualcosa da dire che prima non fu detto.
…E Bonnard questo qualcosa l’aveva in sé e lo andò dicendo sino all’ultimo con una felicità e un calore straordinari, che c’investono all’entrare nella sua sala sino a stordirci. Temi semplici e mai distorti della vita quotidiana: nudi e giardini, giardini e nudi, qualche volta un interno, (spesso un sala da pranzo) aperto alla luce di fuori, inondato di plein air. Il piacere che si ricava da questo quadri è intenso, e non è solo fisico, come si potrebbe credere. A voler fare un parallelo letterario, si potrebbe richiamare il nome della Mansfield di certi racconti pieni di fiori, di bambini e di sole, eppure sottilmente malinconici. Non importa se nell’uno è douce France, nell’altra Nuova Zelanda: è lo stesso estivo barbaglio, sono le stesse ombre colorate, la stessa felicità non grossa, ma consapevole, seppur non sembri, della propria fugacità.
Dai primi nudi, legati ancora a un certo accademismo liberty (ma il pavimento di mattonelle, l’accappatoio suonano già come arabeschi) Bonnard procede verso un’arte sempre più libera, così che a un dato momento lo ritroviamo non troppo lontano dagli spericolati audaci sperimentatori delle varie tendenze non oggettive. (altro…)

proSabato: Adela Zamudio, La ragione e la forza

Adela Zamudio, La ragione e la forza

Traduzione di Emilio Capaccio

 

La Ragione e la Forza si presentarono un giorno davanti al tribunale della Giustizia per risolvere una lite furiosa. La Giustizia si dichiarò in favore della Ragione. La Forza allegò le sue glorie che riempiono la storia e la sua innegabile preponderanza universale in tutte le epoche; ma la Giustizia si mostrò inflessibile.
— I tuoi trionfi, per me, non significano altro che barbarie; sentenzierò in tuo favore solo quando ti troverai in accordo con la Ragione, le disse.
Le due contendenti si ritirarono, ognuna per la sua strada. Durante il cammino, alla Forza capitò di incrociare l’Ipocrisia e si mise a raccontare della disfatta che aveva appena subito.
— Hai dichiarato le tue ambizioni con troppa franchezza, le disse l’Ipocrisia. Se ti fossi vestita degli attributi della tua nemica, il risultato sarebbe stato diverso.
La Forza approfittò del consiglio. Attese che la Ragione si addormentasse o si distraesse, trafugò i suoi paramenti, camuffandosi con questi, e adottando le sue maniere e il suo linguaggio, si presentò alla Giustizia con il suo memoriale alla mano.
— Leggetelo, signora, le disse. Tutto ciò che chiedo è in nome della Patria, dell’Umanità, della Religione.
La Giustizia, che non vede a un palmo dal naso, inforcò gli occhiali, appose il visto sul documento e impresse il sigillo augusto del suo ministero.
La Forza se ne andò a cercare l’Ipocrisia. (altro…)

proSabato: da ‘Diario ottuso’ di Amelia Rosselli

da Diario ottuso, 1968

…Partì senza dire a nessuno perché partiva: partiva, ed era obbediente agli altri nel partire, essi che preferivano che lei partisse. Partì, e fu come togliersi la giacca, tutta indaffarata nel partire e pensare: perché sono partita? Perché mi hanno fatta partire?

Non so perché sono partita, si disse, e nemmeno voglio sapere perché essi hanno voluto che io partissi, si disse, e ora non ho nemmeno voglia di partire, pensò partendo.

E sedendosi sul morto sedile, fece un pulito, stancante viaggio, sempre pensando fra sé: perché partire, perché hanno desiderato ch’io partissi. Venne: perché si castrò da sola? Perché era sola e indesiderabile? Perché era conscia della sua scelta? O perché era nuova all’ingranaggio? Fu come se una fiera di interrogativi la colpissero nel punto giusto: la testa: l’ombelico: il saper tutto: il non saper nulla: il preferirsi morta.

Montò sul treno, fece il viaggio e riscosse dal bigliettaio la promessa di arrivare in tempo per essere distrutta in questo nuovo luogo dove avrebbe, finalmente, imparato a vivere. Volendo cocente saper vivere e cogliere dalla vita solo quello che gli era dovuto. (altro…)

proSabato: “Camilla cara…”. Camilla Cederna e Luce D’Eramo si scrivono

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Camilla cara,
..in questi giorni ho letto il tuo recente «Vicino e distante» (autunno 1985), ma ho riletto sulla lanciata gli altri tuoi due libri che sono usciti dalla Mondadori: «Nostra Italia del miracolo» (1980) e «Casa nostra» (1983). E, non so, irretita dalla ricchezza del tuo scandaglio nella realtà italiana, mi sono risfogliata anche i tuoi libri precedenti, quelli editi da Longanesi e poi da Feltrinelli, a partire dl lontano «Noi siamo le signore» (1958). Tredici volumi, ma ho presenti alla mente anche certi tuoi pezzi e corrispondenze (dagli Usa, dall’URSS, dalla Cina) che non hai raccolto in questi volumi. M’è venuto da riflettere sul tuo «corpo scritturale» e ho cose da chiederti, tre domande. Te le dico e argomento così come mi si sono poste. Tu però rispondi nell’ordine che vuoi, spontaneamente come io fossi davanti a te a intervistarti, in un colloquio orale. Puoi?
..Ecco, a parer mio, hai sempre intrecciato quello che i sensi percepiscono − l’occhio vede, l’orecchio ascolta, il naso odora, il palato assapora, le mani toccano − con ciò che la memoria sa di quello che stai osservando. Alterni la figurazione sensibile con le notizie, mischiando il piano rappresentativo e il piano formale del discorso, in modo così indistricabile che l’informazione si fa racconto e l’immagine si fa ricordo personale. I dati indagati, captati, carpiti diventano suspence romanzesca, a cui i particolari esatti, i luoghi le persone i gesti gli ambienti danno fisicità. Un esempio qualsiasi. Anni fa, raccontasti una «Sei giorni» di Milano. Una sera guardavo in tivù quei ciclisti che pedalavano a volte sur place nel circuito ovale e mi sono detta: «Il video non rende quello che ho visto in realtà». Ma io non ho mai assistito a una sei giorni e mi sono accorta ch’era il tuo testo a essermisi sedimentato come un’esperienza vissuta.
..Ma il tuo procedimento narrativo non è uniforme. Non c’è uno stampo in cui immetti di volta in volta gli oggetti della tua attenzione. Ogni storia ha il suo filo d’Arianna, che cambia di vicenda in vicenda, come fosse il caso in esame a strutturare in racconto. Per esempio, in «L’ultimo safari» (in «Nostra Italia del miracolo») ci troviamo ai bordi di una piscina ad Acapulco, e, guardando il sangue che tinge l’acqua di rosso dopo la raffica di pallottole, ripercorriamo l’esistenza dell’ucciso sino alla sua infanzia che risale a galla assieme al suo cadavere.
..La mia domanda è: come ti poni di fronte alla pagina bianca e come riesci a comporre quanto hai di fronte con ciò che gli sta dietro, sotto e a lato? Cioè come organizzi la tua scrittura? Prendi appunti? Correggi molto? In breve, qual è il tuo metodo di lavoro?
..Sopra ho parlato d’un crescendo organico nella tua opera; la sensazione è che, nel decorticare a una a una le singole situazioni, con gli anni la tua curiosità s’è allargata e approfondita dalla dimensione del costume a quella sociale che, implicita anche nei primissimi libri, s’è via via esplicitata come luogo sempre più urgente della tua riflessione. Fino a che ti sei battuta in prima persona mettendo nero su bianco l’occultato, l’illecito, il criminoso, diventando bersaglio di campagne diffamatorie e processi. Penso al tuo libro su Pinelli, al tuo «Sparare a vista» al tuo «j’accuse» sulla carriera del presidente Leone, che costituiscono la seconda fase della tua produzione. E arriviamo ai tuoi ultimi libri, apparentemente meno clamorosi, che sono invece d’una forza ostinata di scavo nelle «periferie», negli scandali a latere, nelle città devastate dalla speculazione. […] (altro…)