prosabato

proSabato: Massimo Pacetti, Le ronde

Massimo Pacetti, Le ronde

Passo per strada, sul marciapiede dal lato in ombra, che oggi fa caldo, e da una finestra aperta, al primo piano esce una musica, una canzone che ho già ascoltato.
Sono trascorsi quarantacinque anni.
Il terremoto quarant’anni fa spazzò via la torre e la piazza, a Gemona del Friuli.
Al cinema gli alpini stavano da un lato, la fanteria d’assalto dall’altro lato, e in mezzo i civili, al centro.
Si chiamava, o meglio, tutti lo chiamavano “Fort-Apache”, e c’era un bel campo di calcio, nella vecchia caserma di Artegna. Le montagne della Carnia su a nord, e a est… la cortina di ferro.
Non so di quale ferro si parlasse.
Ci guardavamo, fra i monti del Carso, vestiti tutti uguali, di verde marcio.
Avevamo tutti vent’anni, a est e a ovest. E i cani abbaiavano, nella notte fredda ed elettrica del confine.
I cani abbaiavano a est e a ovest, e avevano tutti lo stesso ululato, lo stesso uguale latrato.
I cani parlavano la stessa lingua.
A nord, il nord dell’ovest, i terroristi preparavano il tritolo.
Ovest, contro ovest, o nord-ovest. A ovest, ci odiavamo.
A est e ovest non ci conoscevamo, non ci eravamo mai incontrati, né scontrati.
Ci guardavamo fra le lenti dei cannocchiali.
E al mattino riposavamo senza odiarci, senza volti, esausti, sfiniti, indifferenti. Ci divideva il mare e ci dividevano i monti, e la cortina di ferro!
La cortina di ferro, una barriera.
Carri armati e soldati, fucili carichi, inerti. Pallottole bagnate dalla brina e dalla pioggia, dalla neve e dalla nebbia, fra le terre e le valli, fra le pietre affilate come lame. Voci, fra l’abbaiare dei cani, incomprensibili parole di lingue sconosciute, grida secche.
Nelle notti di luna, ombre sui picchi e una bottiglia di grappa che scorre fra le mani.
A est e a ovest.
Cambia solo il nome, la grappa è la stessa. Slivoviza o grappa.

Il confine è una linea immaginaria, fra vette e rocce che non sanno da che parte stanno.
Potremmo sederci insieme, siamo tutti vestiti uguali.
La cortina di ferro è solo una linea inesistente di odio nella notte, che non divide chi ha vent’anni.
A sud, oltre il Mediterraneo, si fa la guerra.
Non c’è la cortina di ferro, c’è la guerra. E ci saranno i morti. (altro…)

proSabato: Jean Baudrillard, L’illusione dell’immortalità

Ma, prima cosa, il sesso è stato svincolato dall’atto riproduttivo; oggi riproduzione e sesso sono termini opposti: la riproduzione sessuale avviene molto spesso attraverso l’asessuale, per via di modalità biotecnologiche di riproduzione come l’inseminazione artificiale o la clonazione dei corpi. Anche questa è una liberazione, sebbene antitetica alla prima. Siamo stati “liberati sessualmente” e ora ci troviamo liberati dal sesso – cioè, virtualmente “sgravati” dalla funzione della sessualità. Tra i cloni (e ben presto tra gli esseri umani) il sesso, in quanto mezzo del naturale modello riproduttivo, è estraneo, una funzione inutile. Così, la liberazione sessuale, in quanto processo più raffinato dell’evoluzione delle forme di vita sessuate, denota, nelle sue estreme conseguenze, la fine della rivoluzione che ha abbattuto i vari tabù sul sesso. Rispecchia, in un certo senso, la stessa ambiguità che contraddistingue la scienza. I benefici calcolati sia della liberazione sessuale che della rivoluzione scientifica sono inestricabilmente connessi con i loro risvolti negativi.
E la morte? Indissolubile come con il sesso probabilmente è destinata allo stesso fato. In effetti, esiste uno stretto parallelismo tra la liberazione dalla morte e la liberazione dal sesso. Considerato che abbiamo separato la riproduzione dal sesso ora cercheremo di dissociare la vita dalla morte… Per salvare e promuovere la vita, solo la vita, e ridurre la morte ad una sorte di funzione obsoleta di cui si può fare a meno, proprio come possiamo fare a meno del sesso nel caso della riproduzione artificiale.
In tal modo, la morte, in quanto evento fatale o simbolico, deve essere cancellata; deve aver valore solo come realtà virtuale, come un’opzione o paradigma mutevole nel sistema operativo degli esseri viventi. È, questa, una sorta di ri-programmazione che opera alla stregua della virtualizzazione del sesso, del “cyber-sesso” che ci dobbiamo aspettare nel futuro, come una sorta di “attrazione” ontologica. Tutte queste funzioni ormai inutili – sesso, pensiero, morte – verranno riprogrammate, riconsiderate come semplici attività ricreative. E gli esseri umani, d’ora in poi senza uno scopo reale, potrebbero essere salvaguardati in quanto “malìa” ontologica. Questo potrebbe essere ciò che Hegel ha definito come la vita mobile di ciò che è morto. La morte, un tempo funzione vitale, potrebbe così diventare un lusso, un diversivo. In modelli prossimi di civilizzazione, dai quali la morte sarà stata eliminata, i cloni del futuro potrebbero pagare per provare il lusso di morire e divenire di nuovo mortali attraverso la simulazione. Potrebbero fare l’esperienza della cyber-morte.

Jean Baudrillard, L’illusione dell’immortalità, Armando Editore, 2007, pp. 25-27.

proSabato: Camillo Sbarbaro, Scampolo #17

17

.  A volte, seduto di fronte a me, vedo il mio io che mi guarda senza voce; o in una stanza improvvisamente mi sento eguale a quel vestito appeso a quell’attaccapanni.
.  E se, a illudermi d’essere vivo, di là mi scrollo ed esco, avverto camminando il meccanismo del corpo, e, come la caverna dell’eco, l’anima mi si riempie del frastuono della via.
.  Dura cosa non avere bisogni. È allora che si mangia senza fame, si trangugia vino e si mendica di prostribolo in postribolo un poco di foia. Il mondo è limitato da un muro scialbo orribilmente vicino; e il nostro io ci fa ribrezzo, vagamente, come il fantoccio la cui mano, sollevata, ricade.
.  Oh io voglio finalmente vestito di rosa tenero mostrarmi per le vie più affollate o commettere qualche freddo delitto!

.

@ Camillo Sbarbaro, Trucioli, ora in L’opera n versi e in prosa, Garzanti, 1985

proSabato: Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore


Già nell’improvvisazione confusa del primo incontro si legge il possibile avvenire d’una convivenza. Oggi siete l’uno oggetto della lettura dell’altro, ognuno legge nell’altro la sua storia non scritta. Domani, Lettore e Lettrice, se sarete insieme, se vi coricherete nello stesso letto come una coppia assestata, ognuno accenderà la lampada al suo capezzale e sprofonderà nel suo libro; due letture parallele accompagneranno l’approssimarsi del sonno; prima tu poi tu spegnerete la luce; reduci da universi separati, vi ritroverete fugacemente nel buio dove tutte le lontananze si cancellano, prima che sogni divergenti vi trascinino ancora tu da una parte e tu dall’altra. Ma non ironizzate su questa prospettiva d’armonia coniugale: quale immagine di coppia più fortunata sapreste contrapporle?

*

© Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, 1979

proSabato: Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore

– Il romanzo che più vorrei leggere in questo momento, – spiega Ludmilla, – dovrebbe avere come forza motrice solo la voglia di raccontare, d’accumulare storie su storie, senza pretendere d’importi una visione del mondo, ma solo di farti assistere alla propria crescita, come una pianta, un aggrovigliarsi come di rami e di foglie…
In questo ti trovi subito d’accordo con lei: lasciandoti alle spalle le pagine lacerate dalle analisi intellettuali, sogni di ritrovare una condizione di lettura naturale, innocente, primitiva…
– Occorre ritrovare il filo che abbiamo perduto, -dici. –
Andiamo subito alla casa editrice.
E lei: – Non c’è bisogno che ci presentiamo in due. Andrai tu e mi riferirai.
Ci resti male. Questa caccia t’appassiona perché la fai insieme a lei, perché potete viverla insieme e commentarla mentre la state vivendo. Proprio ora che ti sembrava d’aver raggiunto un’intesa, una confidenza, non tanto perché ora anche voi vi date del tu, ma perché vi sentite come complici in un’impresa che forse nessun altro può capire,
– E perché tu non vuoi venire?
– Per principio,
– Cosa vuoi dire?
– C’è una linea di confine: da una parte ci sono quelli che fanno i libri, dall’altra quelli che li leggono. Io voglio restare una di quelli che li leggono, perciò sto attenta a tenermi sempre al di qua di quella linea. Se no, il piacere disinteressato di leggere finisce, o comunque si trasforma in un’altra cosa, che non è quello che voglio io. E’ una linea di confine approssimativa, che tende a cancellarsi: il mondo di quelli che hanno a che fare coi libri professionalmente è sempre più popolato e tende a identificarsi col mondo dei lettori. Certo, anche i lettori diventano più numerosi, ma si direbbe che quelli che usano i libri per produrre altri libri crescono di più di quelli che i libri amano leggerli e basta. So che se scavalco quel confine, anche occasionalmente, per caso, rischio di confondermi con questa marea che avanza; per questo mi rifiuto di metter piede in una casa editrice, anche per pochi minuti.
– E io, allora? – obietti.
– Tu non so. Vedi tu. Ognuno ha un modo di reagire diverso.
Non c’è verso di farle cambiare idea, a questa donna. Compirai da solo la tua spedizione, e vi ritroverete qui, in questo caffè, alle sei.

– Lei è venuto per il manoscritto? E in lettura, no, sbagliavo, è stato letto con interesse, certo che mi ricordo!, notevole impasto linguistico, sofferta denuncia, non l’ha ricevuta la lettera?, ci dispiace pertanto doverle annunciare, nella lettera c’è spiegato tutto, e già un po’ che l’abbiamo mandata, le poste tardano sempre, la riceverà senz’altro, i programmi editoriali troppo carichi, la congiuntura non favorevole, vede che l’ha ricevuta?, e cosa diceva più?, ringraziandola d’avercelo fatto leggere sarà nostra premura restituirle, ah lei veniva per ritirare il manoscritto?, no, non l’abbiamo mica ritrovato, abbia pazienza ancora un po’, salterà fuori, non abbia paura, qua non sì perde mai niente, proprio adesso abbiamo ritrovato dei manoscritti che era da dieci anni che li cercavamo, oh, non tra dieci anni, il suo Io ritroveremo anche prima, almeno speriamo, ne abbiamo tanti di manoscritti, delle cataste alte così, se vuole le facciamo vedere, si capisce che lei vuole il suo, mica un altro, ci mancherebbe, volevo dire che teniamo lì tanti manoscritti che non ce ne importa niente, figuriamoci se buttiamo via il suo che ci teniamo tanto, no, non per pubblicarlo, ci teniamo per darglielo indietro.

*

© Italo Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Einaudi, 1979

proSabato: Michele Mari, Le sere di Marcellino

*

«Toh, mangia!»
Marcellino guardò il piatto e pensò: «Tre».
Uno il pane, due l’acqua, tre la pasta al sugo. Appena nato al mondo dei possibili, però, quel numero si era già trasformato nel successivo: tre la pasta, quattro il sugo. Ma già mescolando i maccheroni Marcellino si corresse: quattro il sugo, cinque il parmigiano. Barava con se stesso, indugiava per procurarsi il piacere dell’addizione. Bastò il primo boccone perché la sua mente precipitasse alle conclusioni: sei l’olio, sette l’aglio. Frugò con la forchetta alla ricerca di un pezzetto d’aglio che avvalorasse il conto; lo trovò e ribadì: «Aglio, sette». E subito dopo, con la voluttà dell’oltranza: «Sale, otto».

Per secondo, ottimamente, c’era la ratatouille, ciò che permise a Marcellino di scatenarsi in diverse serie di computi fondate su diversi ordini degli ingredienti. Cambiando l’ordine dei fattori il risultato non cambia aveva  imparato a scuola, ed era vero! Queste sequenze obbedivano esclusivamente a una ragione combinatoria; tuttavia una di esse, a giudizio di Marcellino, corrispondeva a un’oggettiva gerarchia ontologica, ed era:

peperoni, nove
melanzane, dieci
pomodori, undici
zucchine, dodici
cipolle, tredici
olio, quattordici
aglio, quindici
basilico, sedici
sale, diciassette

Poi si ricordò di avere già rubricato l’olio, l’aglio e il sale al capitolo pasta, e a malincuore li espunse scendendo a quattordici.

Un’indivisibile pera fissò il totale a quindici, numero che Marcellino continuò a ripetersi per un po’ di tempo prima di concedersi la lettura di un giornalino.

Poi fece la pipì, si lavò i denti, si mise in pigiama. Infilandosi nel letto pensò che a ripararlo dal freddo c’erano la canottiera, il pigiama, il lenzuolo, la copertina, la trapunta e il risvolto del lenzuolo: cinque cose e mezza che potevano valere per sei; più i muri della casa, sette. Con le quindici cose mangiate faceva ventidue, più i quattro sculaccioni del pomeriggio, ventisei. Preferiva il ventisette, però perché era un multiplo di tre e perché due più sette dava nove. Allora si alzò, tornò in bagno, baciò la propria immagine allo specchio; poi spense la luce e si reinfilò nel letto.

«Bacino della buonanotte, ventisette».

*

© Michele Mari, Le sere di Marcellino, in Fantasmagonia, Einaudi, 2012

proSabato: Antonio Delfini

RITORNO IN CITTÀ

Il giorno in cui son tornato in città era tutto grigio.
Dopo aver ammirato dal treno quell’immensa distesa che è la pianura padana, dopo aver passato paesi illuminati nel primo oscurar del giorno, tra il fischio delle locomotive e il tornar dei ricordi in un turbine di pensieri senza freno, ho udito il tintinnio regolare della stazione, le solite voci dei facchini, ho visto il berretto rosso del capostazione tutto filettato d’oro, e l’ingresso fiocamente illuminato del ristorante.
Mi sentivo come quando ero bambino. Di ritorno dal mare. Le valigie da caricare e la bolletta dei bagagli da consegnare. A questo ci pensava sempre un uomo, che mi pare dovesse trovarsi lì tutti gli anni d’ottobre soltanto per noi. E poi c’era la carrozza che io volevo fosse sempre chiusa e con i vetri alzati. Poi si andava chi sa dove, lontano lontano, tra il rumore delle ruote in movimento sull’acciottolato. Invece dopo pochi minuti si arrivava a casa.
La gente delle due botteghe veniva fuori a vedere, davan la buona sera e rientravano. Qualcuno di loro rimaneva: la luce  a gas che illuminava la bottega, portata fuori a metter tristezza nel portico buio. La vecchia portinaia veniva su con noi per aprirci la porta,. Un odor di chiuso e la realtà di ricordi recenti.
Così mi sentivo e avrei voluto, in quel momento, dire agli uomini tutto il mio tormento, avrei voluto udire trombe e tamburi al mio passaggio: avrei voluto qualcosa di cambiato.
Perché riandando il tempo trascorso sento un nodo alla gola e vorrei che qualcosa mi distraesse. Come è poco mutevole il nostro tempo! Sempre quello.
Almeno per che appena uscito dalla stazione, ho guardato in estasi la mia città piena di nebbie e son tornato a dei ricordi senza pensiero e senza perché. Infatti ho preso una carrozza chiusa con i vetri alzati, e vi sono salito con una nostalgia nel cuore di fatti luci e cose passate, che proprio non sono quelle consistenti e piene di pensiero di cui, si dice, si debba parlare nel mondo.
Anche quest’anno la carrozza scorreva rumorosamente sull’acciottolato. Le botteghe del corso, il rumore dei tram, l’orologio del palazzo ducale, la gente che rincasava per l’ora di cena, eran sempre così: illuminavano ad un modo, andavan come sempre, batteva la sua continuità, pensavano alla stessa cena!
Io mi rannicchiavo in un angolo, guardavo il vecchio cuoio della carrozzeria sulla quale incominciava a battere una lieve pioggia, ammiravo la bombetta del vetturini. Di tanto in tanto m’attaccavo col naso al vetro ritmico del finestrino, cercando di riconoscere le facce note della gente che s’affrettava sul lontano marciapiede. Pensavo di una vecchia stampa, mai veduta, ma elaborata nella mia mente. Una vecchia stampa raffigurante dei passanti curiosi, i quali guardando la vecchia carrozza si chiedessero meravigliati: Chi è quel giovane signore? Donde viene?

Pensavo al mondo così sempre eguale.                                                       Chi lo sa se è sempre lo stesso mondo?                                                   Passò accanto un’automobile e chiazzò di fango il finestrino

 

ATTESA

Vieni.
Non penso più come allora alle nuvole bianche a quelle grigie a quelle nere,quelle dei temporali che ci facevano sorridere perchè ci davano l’attesa dell’imprevisto.
No, penso che un giorno avrei potuto avvicinarmi a te.
Ma tutto si allontana.
Sono sempre alla finestra, e le nuovole passano sopra la mia casa.
Guardo giù nella strada la gente che passa, e aspetto che in mezzo al silenzio compaia un ricordo
un ricordo per unirmi a te

È passata una carrozza con dentro un signore ben vestito
un venditore di frutta
una vecchiua che sembrava una bambina
un giovinotto che strascicava i piedi come un vecchio
un teatrino con le scene rosse e i burattini dentro.
Poi sono passati tutti i desideri della mia anima.

Più tardi, a sera, han suonato l’Ave Maria.
Ma io aspettavo che passasse un reggimento con la fanteria per udire una vecchia canzone.
Non lo sai che in questo tempo ho sempre pensato che sarei venuto un giorno sotto le tue finestre, con la fanfara a suonare quella vecchia canzone?

Non lo sai che mi si gonfiava il petto pensandoci?
E ti avrei visto sorridermi come ti ho sognata.
Con un gran mantello scuro
un fazzoletto al collo
un bel cappello largo in testa
mi sarei presentato  a te mentre le note della fanfara avrebbero allietato i nostri cuori.

Non ci hai mai pensato?
Vieni e ci penseremo.
Non voglio più stare alla finestra e, se non vieni tu, mi toccherà di rivedere ogni sera la vecchia, il giovanotto, il venditore di frutta, e quel teatrino rosso.
Ma quando torneremo a cantare – perchè quel giorno prima o dopo verrà – allora verrai.
e potrò chiamarti per nome senza arrossire ché adesso perfino l’aria mi ride dietro quando il tuo nome compare dappertutto perché le mie labbra l’hanno mormorato.

 

 

© Antonio Delfini, Autore ignoto presenta. Racconti scelti e introdotti da Gianni Celati, Einaudi, 2008

proSabato: David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi

proSabato: David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi, (Einaudi; ultima edizione SuperET 2016); trad. di Giovanna Granato e Ottavio Fatica; € 13,00, ebook € 6,99

*

Ancora un altro esempio della porosità di certi confini (XI)

Come in tutti gli altri sogni, sono con qualcuno che conosco ma non so come faccio a conoscerlo, e all’improvviso questa persona mi fa notare che sono cieco. Cioè letteralmente cieco, privo delle vista, ecc. Oppure è in presenza di questa persona che mi rendo improvvisamente conto di essere cieco. Quello che succede quando me ne rendo conto è che divento triste. Mi mette una tristezza incredibile essere cieco. Questa persona in qualche modo sa quanto sono triste e mi avvisa che mettermi a piangere in qualche modo mi farebbe male agli occhi rendendomi ancora più cieco, ma non posso farne a meno. Mi siedo e comincio a piangere davvero forte. Mi sveglio nel letto piangendo, e piango così forte che non vedo niente per davvero e non ci capisco più niente di niente. Questo mi fa piangere ancora più forte. La mia ragazza è preoccupata e si sveglia e mi chiede che c’è, e ci vuole un minuto buono per schiarirmi le idee tanto da rendermi conto che sognavo e sono sveglio e non sono cieco per davvero e che sto piangendo senza motivo, e poi raccontare alla mia ragazza del sogno e sentire la sua opinione. Poi per tutto il giorno al lavoro sono incredibilmente consapevole della mia vista e dei miei occhi e di quant’è bello poter vedere i colori e le facce delle persone e sapere esattamente dove sono, e di quant’è fragile tutto quanto, di quanto sia facile perderla, di come in giro vedo sempre ciechi col bastone e una strana espressione sulla faccia pensando sempre che è interessante starli a guardare un paio di secondi senza mai pensare che abbiano qualcosa a che spartire con me o miei occhi, e di come è davvero proprio solo una coincidenza incredibilmente fortunata che io ci vedo e non sono invece uno di quei ciechi che incontro in metropolitana. E per tutto il giorno al lavoro appena queste cose mi tornano in mente ricomincio a cedere, pronto a rimettermi a piangere, e se mi trattengo è solo perché le pareti divisorie dei cubicoli sono basse e chiunque mi potrebbe vedere e preoccuparsi, e dopo il sogno va avanti così tutto il giorno, ed è stancante da morire, prosciugamento emotivo direbbe la mia ragazza, e firmo per uscire prima e me ne vado a casa e sono così stanco e assonnato che non riesco quasi a tenere gli occhi aperti, e quando arrivo a casa me ne vado dritto a rannicchiarmi a letto a una cosa come le 4 del pomeriggio e si può dire che svengo.

*

© David Foster Wallace

proSabato: Goliarda Sapienza, da “Elogio del bar”

elogio-del-barrIo, che vengo da una città dove ci sono più bar che panetterie, vi posso assicurare che niente uguaglia quello spazio – povero o ricco che sia – voluto dal misconosciuto dio del Caso.
Lui, il caso, giovinetto aereo impalpabile, ha avuto in dotazione da madre natura l’arma di fomentare sguardi, sussurri, gesti, parole amicali e perché no schiamazzi, urla, invettive e perché no – penso abbattendo dentro di me la nemica autocensura che tanto affligge le nostre menti cresciute in democrazia – e perché no, riprendo – calpestando la medesima autocensura che mi urticava e mi ostacolava il pensiero – e perché no anche l’urlo, lo schiaffo, il pugno insomma: anche lo scontro è vita. Ma questo non si può dire, perché… Ecco se io, adesso, proprio adesso che alzando gli occhi da questo foglietto su cui vi scrivo e incontrando lo sguardo di una signora che – non capisco se è azzurro o verde Nilo, non importa, più grande d’un cielo d’alba – incuriosito dalla mia persona intenta a vergare parole, mi sta fissando, ecco se io lo dicessi a questa bella signora dallo sguardo adolescente, sono sicura che la sua mente democratica si rivolterebbe gridando l’orrore per la violenza della mia affermazione.
Sono tornata con gli occhi al mio foglietto, e mi guarderei bene dal pronunciare parola se lei non insistesse a scrutarmi tanto che io, che come avete capito sono seduta in un bar, e quindi preda consenziente del suo dio e padrone che spinge a tutte le arditezze, sono costretta a posare la sana penna e a parlare.
Non l’avessi mai fatto. Gli occhi celestini man mano che le parlo si sono addensati in una pietra grigio-verde, così dura da farmi temere per l’incolumità della mia retina.
«Lei è una fascista e guerrafondaia» mi ha sussurrato alla fine, tornando sdegnata al suo cappuccino e cornetto mentre io – ringranziando il dio Bar dell’occasione di misurare il mio sentire con qualcuno che non essendomi amico ha qualche possibilità di dirmi la sua verità senza paura – torno rinfrancata al mio passatempo preferito: scrivere sciocchezze insensate come il mio Tristram tanti anni fa mi ha insegnato… Pensando al mio vecchio amico Tristram e senza farmi scorgere la osservo. Ha l’aria preoccupata la signora, dopo il suo scontro con la sconosciuta dal viso dolce che tanto l’aveva incuriosita e dopo delusa; ma anche pacificata, come dopo un bel coito riuscito bene. Lei avrebbe ragione del suo essere pacifista a tutti i costi, se non ci fossero di mezzo la natura la fame il coito che (è noto) sono sempre “scontro” e diventano qualcosa di melenso degno solo… di chi? Non lo so di chi, e non mi va nemmeno di immaginarlo. Odio la noia, e l’idea di un mondo tutto rosa confetto mi spaventa più di passare una notte in treno con un assassino (mi è accaduto, è per questo che ne parlo) che, tutto sommato, ha sempre qualcosa da raccontare.
Il treno! […]

.

da © Goliarda Sapienza, Elogio del bar, Elliot (Lit Edizioni), 2014

.

proSabato: Georges Perec, Cantatrix sopranica L.

Dimostrazione sperimentale dell’organizzazione tomatotopica nella Soprano
(Cantatrix sopranica L.)

perec

Come messo in rilievo alla fine del secolo scorso da Marks & Spencer (1899), che coniarono per primi il termine “yelling reaction” (YR), i sensibili effetti del lancio di pomodori sulle soprano sono stati oggetto di ampie descrizioni. Ma benché numerosi studi comportamentali (Zeeg & Puss, 1931; Roux & Combaluzier, 1932; Sinon e altri, 1948), patologici (Hun & Deu, 1960), comparativi (Karybb & Szyla, 1973) e di follow-up (Else & Vire, 1974), abbiano reso possibile una preziosa descrizione di quelle tipiche reazioni, i dati neuroanatomici e neurofisiologici sono, per quanto copiosi, sorprendentemente confusi. Nelle loro successive e ormai classiche ricerche dei tardi anni venti, Choux & Lai (1927a, b. b, 1928a, b, 1929a, 1930) hanno escluso l’ipotesi di un semplice riflesso nocicettivo facio-faciale che era stata avanzata per diversi anni da vari autori (Mace & Doyne, 1912; Payre & Tayrnelle, 1916; Sornette & Billevayzé, 1925). Da allora sono state compiute molteplici osservazioni nel tentativo di decifrare l’enigma aggrovigliato così come il groviglio enigmatico e/o deferenti della YR, e si è giunti alla messa in causa piuttosto caotica di innumerevoli strutture e vie. Ipotesi verosimili sono state emesse sul ruolo degli afferenti trigemini (Lowenstein e altri, 1930), bitrigemini (von Aitick, 1940), quadritrigemini (Mason & Rangoun, 1960), così come sugli input macolari (Zakouski, 1954), saccolari (Bortsch, 1955), utricolari (Malosol, 1956), ventricolari (Tarama 1957), monoculari (Zubrowska, 1958), binoculari (Chachlik, 1959-60), trioculari (Strogonoff, 1960) auditivi (Balalaika, 1515) e digestivi (Alka-Setzer, 1815). Sono state esplorate via spinotalamiche (Attou & Ratathou, 1974), rubrospinali (Maotz & Toung, 1973), nigro-striatali (Szentagothai, 1972), reticolari (Pompeiano e altri, 1971), ipotalamiche e cerebellari (High & Low, 1968) nella speranza di spiegare l’organizzazione della YR, ma invano; ed è apparso che quasi ogni sezione dei cortici somestetici (Pericoloso & Sporgersi, 1973), motori (Ford, 1930), commissurali (Gordon & Bogen, 1974) e associativi (Einstein e altri, 1974) partecipava al rinforzo progressivo della reazione, benché fino a oggi non sia stata data alcuna dimostrazione convincente della programmazione della YR a livello sia di input che di output.

Osservazioni recenti ad opera di Unsofort & Tehetera, i quali hanno fatto notare che “più si tirano pomodori alle cantatrici, più esse urlano”, e gli studi comparativi che trattano del fiato mozzo (Otis & Pifre, 1964), del singhiozzo (Carpentier & Fialip, 1964), delle fusa (Remmers & Gauthiers, 1972), del riflesso HM (Vincent e altri, 1964), del grido stridulo, dell’acuto e di altre reazioni isteriche (Sturm & Drang, 1973) indotte dal lancio sia di pomodori che di cavoli, mele, torte alla panna, scarpe, incudini e martelli (Harvar & Mercy, 1973), hanno portato alla convinzione sicura dell’esistenza di un’organizzazione di feedback positivo della YR, basata su una interdigitazione quadristabile plurialternante delle sottoreti neuronali funzionanti en désordre (Beulott e altri, 1974). Benché questa ipotesi sembri abbastanza seducente, è priva di basi anatomiche e fisiologiche, e perciò abbiamo deciso di esplorare sistematicamente l’organizzazione interna incrementale e decrementale della YR, alla luce di un ipotetico modello anatomico.

da Georges Perec, Cantatrix sorpanica L. e altri scritti scientifici, trad. di Roberta Delbono, Bollati Boringhieri 1996, pp. 116-118.

ProSabato: su Anthony Burgess

scali_warner_burgess

Cento anni fa, il 25 febbraio 1917, nasceva a Manchester Anthony Burgess. Per ricordarlo, proponiamo oggi la lettura di un estratto da Una scala per l’eternità. Su ABBA ABBA di Anthony Burgess di Fabia Scali-Warner e uno dei settantadue sonetti di Giuseppe Gioachino Belli che Burgess tradusse in inglese e inserì nel romanzo nel quale l’autore fece incontrare John Keats e G.G. Belli.

***

Accordi Preliminari

“Christ pendebat from his cross and cried ABBA ABBA. Now John knew that this was Aramaic for father father, but he knew better that it was the rhyme scheme of a Petrarchan sonnet octave.” (1)
Pur prestando ad una tale forte affermazione l’attenzione che merita, ABBA ABBA può ciononostante apparire ad una prima analisi semplicemente uno dei molti romanzi pubblicati da Burgess nella sua lunga carriera; tuttavia la natura stessa della questione che serpeggia tra le righe del romanzo suggerisce che l’opera possa meritare una particolare attenzione.
La questione cui si è accennato è il velato dibattito che corre tra i due poeti protagonisti del romanzo, John Keats e Giuseppe Gioachino Belli, sulla natura dell’arte.
A rendere implicito il confronto fra i due è l’impossibilità di una comunicazione diretta, sia banalmente per la necessità di un interprete, sia più sottilmente per le differenze fondamentali riguardanti la formazione dei due poeti; tuttavia proprio in considerazione di questa incomunicabilità di base assume maggiore valore il loro pervenire a conclusioni affatto simili, per quanto in modi e tempi differenti.
In entrambi la struttura metrica del sonetto assume il valore di verità trascendente; delineando dunque una rivendicazione precisa non solo dell’alto valore della verità poetica, ma anche della componente formale della poesia.
In particolare, analizzando i richiami e le metafore di cui è costellato ABBA ABBA, l’universalità poetica della forma del sonetto appare garantita dalla sua intrinseca musicalità: la musica è lo spirito mai nominato che anima tutto il romanzo.
Burgess era, del resto, un compositore professionista, per di più non alieno a forme di contaminazione tra le due arti, come dimostra Napoleon Symphony (2), opera in cui l’autore “traduce” in romanzo l’Eroica di Beethoven, originariamente dedicata proprio al Bonaparte; tenendo conto della personale esperienza artistica dell’autore si possono facilmente interpretare come simbolici e non casuali numerosi elementi ricorrenti in ABBA ABBA.
L’alternanza di lingue, dialetti ed accenti, i rintocchi delle campane ed il mormorio della fontana di Piazza di Spagna: tutto risponde ad un’esigenza precisa, strettamente legata al valore intrinseco ma trascendente dei singoli suoni evocati.
Nel grande concerto della produzione letteraria di Burgess, ABBA ABBA si configura come una mirabile scala cromatica; sondando tasto per tasto le capacità strutturali delle lingue e delle molteplici voci della musica naturale, l’autore scompone analiticamente elementi propriamente poetici per poi ricomporli in un quadro unitario e coerente; quadro che tuttavia in ultima istanza risulta in grado di trascendere la semplice somma dei suoi componenti, a patto che durante la ricezione si riescano a cogliere le allusioni ed i rimandi insiti nei particolari della narrazione propriamente detta.
Naturalmente gran parte del fascino di una scrittura così fortemente allusiva risiede nell’ambiguità e nella molteplicità dei significati che le si possono attribuire; anche in questa caratteristica l’ispirazione burgessiana sembra ricollegarsi alla musica, la più misteriosa tra le arti, considerata da esperti e profani ora espressione dei sentimenti, ora dell’ineffabile, ora di idee prettamente musicali. (altro…)

proSabato: Tommaseo, poesia/aritmetica

niccolo-tommaseo-ritratto-dal-carteggio-con-gino-capponi

 

[fine novembre 1833]

[…]
Che ρυθμός e άριθμός[1] son la medesima cosa, aggiuntavi solo una particella intensiva: che il ritmo è nu­mero, il numero è ritmo: che il verso è calcolo; il calcolo è canto, e fa cantare: che l’aritmetica è una poesia rinforzata:[2] che la poesia senza calcolo è vaporosa, vacua, od atea o kantiana. Poi, che tutto è poesia insieme e aritmetica al mondo: entrambe incompiute, entrambe perfette: gemelle conglutinate, insepara­bili, Rita e Cristina.[3] Poi, che l’aritmetica è il fimo fecondatore della pianta poetica, l’aritmetica è il senso ministro dello spirito; l’aritmetica è grammatica, rettorica, pragmatica, diplomatica, economia, statistica, critica, procedura: che senza aritmetica non si dipinge, non si descrive, non si versifica, senza aritmetica non si regna, non s’ingrassa, non si deducon le donne, senz’aritmetica non si misura né lo spazio né il tempo, cioè non si ragione e non si vive: onde la vita è aritmetica, la morte è poesia; e ogni cadavere vale Omero. Che tutti i negozi del mondo si distinguono in aritmetico-poetici ed in poetico-aritmetici: quelli, cioè, dove la dose aritmetica prevale, e quelli dove la poetica; quelli dove dal numero esce la poesia, quelli dove dalla poesia spunta il numero: tra’ primi sono i matrimoni dei più, gli amori colpevoli, le negoziazioni politiche; tra i secondi sono le vere virtù e i veri affetti. Che la religione, se non è materiata in corpo d’aritmetica, perde la poesia, non è più realità ma sistema: che la politica senza la poesia è politica austriaca. Che l’affetto convertito in imagine acquista tanto d’aritmetica, da non bruciar l’anima che lo nutre: che gli affetti meri senz’aritmetica, finiscono [nel vano]: che le troppe imagini, come la troppa aritmetica, guastano la poesia. Finalmente, che la facoltà dell’immaginare ci abbandonerà con la vita, e in paradiso la verità perfetta ed immensa sarà insieme precisa come l’aritmetica, e immensurabile come la poesia; e, l’indefinito dileguandosi, apparirà l’infinito.

 

da N. Tommaseo e G. Capponi, Carteggio inedito dal 1833 al 1874, per cura di I. Del Lungo e P. Prunas, vol. I (1833-1837), Bologna, Zanichelli, 1911, p. 70

.

.

Note

[1] Non è questa la sede per discutere delle conoscenze del greco classico di Tommaseo, né tanto meno delle possibili diverse grafie in uso nell’Ottocento rispetto alle attuali conoscenze; nemmeno i curatori del carteggio intervengono sulla questione, o per correggere la grafia del secondo termine (la quale potrebbe essere Αριτμον o αρυθμος). Resta fermo un punto, a mio avviso indiscutibile, ossia che mal­grado egli per primo abbia sempre ‘denigrato’ la sua conoscenza del greco, in realtà Tommaseo sin da giovane aveva ricevuto qualcosa di più di semplici rudimenti, prima dal suo maestro Amedeo De Mori, poi da uno studio assiduo non dissimile da quello applicato al latino (nel quale eccelleva, e la produzione in latino ne è la conferma). Va poi ricordato che Tommaseo fu scrittore quinque linguarum, come dimostrato da Francesco Bruni, in alcuni suoi interventi critici e nella mirabile edizione delle Scintille di Tommaseo. (fm)
[2] Tutta la lettera di Tommaseo risponde a una sollecitazione di Capponi, il quale sosteneva che «materia della poesia è l’affetto; ma l’affetto stesso è interrotto dalle materialità prosaiche e necessarie che reggon la vita, che reggono anche l’affetto stesso, e sono arimmetica./ La parte conservativa dell’uomo e della vita è tutta arimmetica. La poesia consuma la vita mortale./ La potenza arimmetica è forza e fibra. Se l’uomo non fosse altro che arimmetico, io dubiterei d’un’altra vita./ L’uomo produce naturalmente arimmetica. […] La patria della poesia è in cielo. Quaggiù, messaggera d’un paese più sereno […] in questo diluvio d’arimmetica. […] La sintesi d’ogni poesia, come ogni sintesi, sta di casa in paradiso./ Quindi la poesia è per frammenti. L’epopea, mestiere.» Già qualche riga più sopra al brano della sua lettera riportato, Tommaseo riassumeva il pensiero del marchese in questi termini: «Item, che la poesia è il germe fecondatore della materia aritmetica: che Adamo formato di fango è aritmetica, il soffio ispiratovi è poesia: che nella vita del povero, l’affetto è poesia, tutto il resto aritmetica: denique, che in paradiso avremo la poesia bell’e intera, della qual ci è dato quaggiù a pregustare alcun briciolo. Sapientissime idee» (cfr. Carteggio inedito, cit., pp. 68 e 69), dove quel sapientissime idee pone già la distanza tra il pensiero del marchese e quello di Tommaseo, che del frammentismo in poesia fu da sempre un ambasciatore, ma che proprio nel 1833 e in questi stessi mesi autunnali allestiva una raccolta intitolata Frammenti forse con l’intenzione di darla alle stampe a ridosso della partenza per la Francia, e che rimase a tutti gli effetti inedita. (fm)
[3] «Mostro femminile bicefalo, nato in Sassari nel 1829, […] che portato a Parigi vi morì nel nono mese: ne parlarono i periodici di medicina di quelli anni», riportano con queste parole prontamente i commentatori del carteggio; ma l’immagine che ne offre Tommaseo è più forte, poiché poesia e aritmetica risultano essere, secondo la sua riflessione critica (e sappiamo che nel tempo maturerà fino alla stesura, nella seconda metà degli anni Cinquanta del XIX secolo, del saggio Sul numero), sorta di gemelle siamesi, o più semplificata, le due facce della medesima medaglia. (fm)