Venezia Novecento: per un resoconto critico

Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani

Per un resoconto critico

Occasioni come quelle del Convegno Venezia Novecento: le voci di Paola Masino e Milena Milani (Università Ca’ Foscari Venezia, 17-18 ottobre 2019) si rivelano propizie per ricostruire due profili di autrici, analizzate secondo diversi approcci scientifici. La giornata di studi, infatti, ha contribuito a porre in luce molteplici e sottesi punti di contatto tra le letterate in questione, sia dal punto di vista biografico che da quello della poetica: entrambe espressioni di un’immagine femminile indipendente, votata all’utilizzo della scrittura come mezzo per delineare un ritratto di donna – e, più in generale, della società secondo un’ottica estranea a ogni luogo comune o conformismo –, vivranno un rapporto profondo con Venezia, città d’arte e di incontro con letterati e intellettuali, e spunto per diverse pagine di scrittura anche privata.
Nel caso specifico di Paola Masino (1908-1989), voce letteraria soggetta a una notorietà non sempre lineare nel tempo, gli interventi ne hanno esplorato la produzione e il rapporto con il capoluogo lagunare, spesso complesso e colmo di tensione: nonostante una relazione non idilliaca con l’ambiente – sede di un esilio dorato per lei e il compagno Massimo Bontempelli – e gli abitanti, gli anni veneziani (1938-1950) si rivelarono prolifici da un punto di vista letterario. Risale a quel periodo, infatti, la stesura del più noto romanzo masiniano – Nascita e morte della massaia – edito da Bompiani nel 1945, ora riproposto in una nuova edizione da Feltrinelli. Senza contare i vari scritti della pubblicistica, contraddistinta da un nutrito numero di contributi indirizzati ai periodici locali secondo alcune ricerche condotte da Arianna Ceschin, la quale ha ricostruito il disarmonico legame vissuto dall’autrice con uno scenario sentito come estraneo, criticabile e poco accogliente. Significativi, a tal proposito, sono parsi alcuni passi delle missive indirizzate alla madre Luisa, colmi di singolari aneddoti dedicati specialmente alle veneziane, velatamente accusate da Paola Masino di scarsa consapevolezza e indipendenza emotiva.
Un viaggio, quello nell’universo masiniano, proseguito poi nell’esperienza al Festival del Cinema di Venezia, con pezzi di critica cinematografica che svelano il piglio ironico e l’abilità scrittoria dell’autrice – come emerge dagli esempi riproposti da Cecilia Bello – nonostante la letterata stessa lamentasse sia ai propri cari, che a se stessa in varie occasioni, la seria preoccupazione di non riuscire a mantenere viva la vena creativa e il timore di non essere in grado di ricoprire perfettamente il ruolo di padrona di casa tra le mura dello splendido palazzo Contarini, di cui Marinella Mascia Galateria ha fornito una suggestiva testimonianza fotografica degli interni.
Preoccupazioni del tutto infondate, a giudicare dalla qualità delle opere e degli scritti di quegli anni, densi di abilità stilistica ed esempi di una qualità di scrittura tuttora attuale e dallo stile divenuto il tratto distintivo di una voce letteraria non sempre valorizzata dalla critica e dal canone. Fortunatamente, le pagine di Paola Masino hanno saputo scrollarsi di dosso la polvere del tempo e dell’oblìo di alcuni periodi, giungendo intatte sino ai giorni nostri e conservando vivo lo spirito di un’autrice in grado di esprimere se stessa e la propria poetica, nonostante tutto.

foto di © Maria Ester Nichele

Una città vitale e libera, dove attestare il proprio essere con coerenza estrema: pare che Milena Milani abbia vissuto così la città di Venezia, uno spazio che le ha permesso, dagli anni Quaranta ai primi Duemila, di scoprire l’arte contemporanea, scrivere poesie e racconti ma anche romanzi, diventare giornalista, esporre le proprie opere figurative.
La critica odierna ha ripercorso il tracciato di un fertile percorso alla scoperta del mondo e di sé che Milani ha lasciato nelle proprie testimonianze (raccolte da Barcella, Poggi, Rossi prima di questo Convegno, e poi da Renata Guga Zunino e da Silvio Riolfo Marengo, e dai numerosi critici che per primi si sono prodigati a dare memoria dell’autrice): una vitalità straordinaria, fatta di una vita ‘a bocconi, a morsi’ per assaporare in pieno la vita e l’arte, allo stesso modo.
A Venezia andare per tornare, sempre, nella misura di una dimensione dell’essere proteso alla novità, secondo la propensione a sentirsi, per lei, una donna che incarnava un approccio «libertario» al mondo – come ha attestato Maria Ester Nichele in una conversazione privata con Alessandra Trevisan.
Il Convegno Venezia Novecento continuerà nella raccolta degli Atti che usciranno nei primi mesi del 2020. Sino a qui si può restituire a chi legge qualche tratto significativo dei percorsi d’analisi presentati dalle studiose coinvolte e già interpretati per quanto riguarda Paola Masino.
Sono almeno tre i motivi su Milena Milani che ritornano in queste Giornate di Studi. In prima battuta una “venezianità” acquisita sotto la cifra del procedere nel proprio lavoro secondo linee internazionali; e non è un caso che il legame con Carlo Cardazzo e le Edizioni del Cavallino si sia strutturato per intersezioni e attraverso un continuo intessere relazioni di rilievo in Italia, in Europa e altrove – per questa scoperta si ringraziano Monica Giachino e Stefania Portinari.
In seconda, una considerazione di Venezia come “personaggio” dei propri romanzi e racconti – secondo le relazioni di Irena Prosenc e di Alessandra Trevisan – luogo simbolo sia dal punto di vista autobiografico sia letterario in senso stretto. Differenti gli interventi di Sabina Ciminari, che segue la ricostruzione di una carriera a partire dall’archivio editoriale di Mondadori (casa editrice che pubblicò Storia di Anna Drei nel 1947), e di Angela Fabris, che verifica la tenuta di alcune letture teoriche che sarebbero susseguite all’avvento del Sessantotto e del femminismo.
Nella mancanza di conformismo o in un conformismo schivato con la determinazione di un’artista che non si piegò al consenso, pur non scegliendo di sperimentare come le avanguardie che aveva conosciuto da vicino – non erano più i tempi forse, anche se in pittura e nelle sue ceramiche si riconoscono tratti di rara originalità –, si comprende il fare di un soggetto plurimo sì e “multipotenziale” (come definito già nel blog di Angelo Gaccione, qui), dedito a innovare e innovarsi con un movimento interno, intimo (nei temi) ed esterno, pubblico – nella voracità di mettersi al mondo più volte per dirsi presente. Una forza, la sua, che poche donne in Italia paiono aver incarnato attraversando più di mezzo secolo, sostenendo la non facile verità del proprio essere artista, non cercando sempre un facile consenso.

foto di © Maria Ester Nichele, che ringraziamo

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© Arianna Ceschin e Alessandra Trevisan

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