arte

Tutti i post di Natale #2: La professoressa gioca ai videogiochi

Dal 24 dicembre 2018 al 6 gennaio 2019, tranne che per le giornate del sabato e della domenica con le loro rubriche settimanali, riproporremo alla lettura alcuni contributi già apparsi su Poetarum Silva, sui quali desideriamo richiamare l’attenzione. Il nome di questa serie di post trae ispirazione dal titolo del racconto di Heinrich Böll nella sua traduzione in italiano: Tutti i giorni Natale. (la redazione)

dal sito Ubisoft

dal sito Ubisoft

 

Per ovvie ragioni di privacy, i nomi sono di fantasia.
Il mio tunnel carpale da joystick no.

«Ma anche un videogioco va bene», dico a Matteo un po’ per convinzione e un po’ per tagliare corto.
Sto conoscendo i pargoli di prima da una settimana, ho chiesto loro di scrivermi in una paginetta i motivi per cui dovrei leggere un libro, un fumetto, guardare una serie tv che li ha colpiti. Voglio vedere come scrivono, insomma, se intuitivamente saprebbero farmi una scheda di lettura e soprattutto qual è il loro immaginario di riferimento. Non so ancora che qualcuno mi rivelerà il finale di Riverdale. Ma insomma c’è che Matteo, alla mia richiesta, viene alla cattedra e mi dice che lui non legge e non guarda. Immagino da subito che ci sarà da lavorare, ma intanto, un po’ per tagliare corto e un po’ per convinzione, gli dico: «ma anche un videogioco va bene».
Lui si illumina di gioia. Poi si disillumina, e mi dice: «Ma professoressa, lei non li conosce.»
«No Matte’», gli dico. «Te non hai capito.»
Quando da minuscola avevo una consolle tutta fili e cassoni, e baravo usando la pistola davanti allo schermo invece che dal divano, il gioco che andava per la maggiore si chiamava Alex Kidd, dove il ragazzino in questione, che doveva attraversare mondi per salvare una principessa, aveva un taglio di capelli di inquietante somiglianza con quello di mia sorella allora duenne. Alex Kidd entrò nel lessico familiare costringendo perfino la perplessa Madre ad arrendersi: nella versione orientale, il ragazzino divorava alla fine di ogni quadro un onigiri, sostituito nella versione occidentale da un panino farcito a molti gusti. «Cosa vuoi mangiare a cena?», diceva allora la Madre. E io rispondevo: «un Alex Kidd».
Ma io adoravo Sonic, l’istrice velocissimo. Non ho mai finito quel gioco, che ha diviso il mondo in due scuole di pensiero peggio della filosofia hegeliana: chi vuole superare i livelli, chi raccoglie maniacalmente tutti gli anelli. Riusciva a finirlo mia zia, che tornata stanca dal lavoro afferrava il joystick e, in multitasking con qualche lamentela, divorava i quadri con il metodo rapido e fermo con cui si spiccia casa totalizzando record anche nei livelli bonus.
Erano videogiochi bidimensionali, a scorrimento. Non scomoderò mostri sacri come il Tetris o il Pac-Man, o santo cielo Frogs. Dirò poco delle giornate passate nei bar a infilare gettoni a Street Fighter (la rassegnazione a prendere Blanka pur di sconfiggere un nemico, la scoperta del fascino dell’ambiguità sessuale con Vega). Non parlerò della tentazione di ricomprare un certo modello di telefono dopo aver scoperto che ha lo Snake integrato. I pomeriggi passati con mia sorella, che a quel punto aveva un bel taglio di capelli, al simulatore (sparatorie, leoncini in fuga, corse di motoscafi, combattimenti, partite di calcio, invasioni aliene, attacchi zombie, avventure di samurai), quei pomeriggi sono più che altro ricordi miei, e poco interessanti.
Quello che Matteo si chiedeva è: questa bacucca dietro la cattedra ha davvero idea di cosa io faccia il pomeriggio quando accendo una consolle? (altro…)

lui è tornato: recensione

Anno duemilaquattordici. Senza alcuna ragione dichiarata, Adolf Hitler compare all’improvviso in un cortile nei pressi del bunker dove è morto. Questo l’avvio di Lui è tornato, libro di Timur Vermes poi diventato fortunato film di David Wnendt. Ed è sul film che vorrei focalizzarmi, per ragioni che dirò più avanti.
Attraversata una piazza straripante di persone che gli chiedono un selfie con dispositivi a lui sconosciuti, ospitato per una notte da un giornalaio dove appura la realtà del salto temporale, e messa a lavare la sua puzzolente uniforme presso una lavanderia gestita da turchi (“l’Impero Romano d’Oriente” è davvero riuscito a intrufolarsi in questa guerra), Hitler viene notato da un giovane inviato televisivo appena licenziato per un rimpasto e uno screzio sul lavoro. È straordinario, pensa il giovane: un comico nato, un uomo di somiglianza estrema e capace di calarsi continuamente nella parte, identico per parlantina, sveglio nel rispondere a tono con le argomentazioni tipiche del gerarca nazista, insomma la maniera migliore per sfondare di nuovo in quel mondo che l’ha cacciato via a pedate. Così lo assolda, e nel furgoncino a fiori preso in prestito dalla mamma decide di fare delle riprese in giro per la Germania in sua compagnia. Hitler lo segue senza problemi: tutto quello che gli interessa è cercare di interpretare questo misterioso mondo multiculturale e tecnologico, dove il più grande sistema di propaganda mai concepito è installato in tutte le case eppure sembra che nessuno si prenda la briga di trasmettere altro che programmi di cucina o stupidi talk show (“sono felice che Goebbels non veda tanta miseria”). L’idea dei due è di parlare di politica con la gente. Ed è qui che il film ci presenta uno spaccato di realtà che il libro non aveva la possibilità di offrirci: perché assieme alle scene montate in cui si depreca l’immigrazione, si sputa sulla democrazia, si indulge nel qualunquismo, si auspica il ritorno di un uomo forte, noi vediamo scene (le distinguiamo dai volti pixellati, dalla grana spessa della fotografia) in cui persone al suo passaggio fanno il saluto nazista, cantano cori di incitamento, letteralmente sgomitano per dire la loro con la nostalgica brutalità che siamo ben abituati a conoscere. La prima parte del film si configura quindi come un documentario, una discesa nel ventre nero dell’Europa xenofoba e fascista. Pochi, luminosissimi, sono i personaggi che rifiutano categoricamente di vedere un uomo girare per strada con l’uniforme del Führer, pur non sapendo che si tratta di un attore impegnato in un film ironico e intelligente sugli strascichi (o i rigurgiti) filonazisti in Germania. (altro…)

La professoressa gioca ai videogiochi

 

 

dal sito Ubisoft

 

Per ovvie ragioni di privacy, i nomi sono di fantasia.
Il mio tunnel carpale da joystick no.

«Ma anche un videogioco va bene», dico a Matteo un po’ per convinzione e un po’ per tagliare corto.
Sto conoscendo i pargoli di prima da una settimana, ho chiesto loro di scrivermi in una paginetta i motivi per cui dovrei leggere un libro, un fumetto, guardare una serie tv che li ha colpiti. Voglio vedere come scrivono, insomma, se intuitivamente saprebbero farmi una scheda di lettura e soprattutto qual è il loro immaginario di riferimento. Non so ancora che qualcuno mi rivelerà il finale di Riverdale. Ma insomma c’è che Matteo, alla mia richiesta, viene alla cattedra e mi dice che lui non legge e non guarda. Immagino da subito che ci sarà da lavorare, ma intanto, un po’ per tagliare corto e un po’ per convinzione, gli dico: «ma anche un videogioco va bene».
Lui si illumina di gioia. Poi si disillumina, e mi dice: «Ma professoressa, lei non li conosce.»
«No Matte’», gli dico. «Te non hai capito.»
Quando da minuscola avevo una consolle tutta fili e cassoni, e baravo usando la pistola davanti allo schermo invece che dal divano, il gioco che andava per la maggiore si chiamava Alex Kidd, dove il ragazzino in questione, che doveva attraversare mondi per salvare una principessa, aveva un taglio di capelli di inquietante somiglianza con quello di mia sorella allora duenne. Alex Kidd entrò nel lessico familiare costringendo perfino la perplessa Madre ad arrendersi: nella versione orientale, il ragazzino divorava alla fine di ogni quadro un onigiri, sostituito nella versione occidentale da un panino farcito a molti gusti. «Cosa vuoi mangiare a cena?», diceva allora la Madre. E io rispondevo: «un Alex Kidd».
Ma io adoravo Sonic, l’istrice velocissimo. Non ho mai finito quel gioco, che ha diviso il mondo in due scuole di pensiero peggio della filosofia hegeliana: chi vuole superare i livelli, chi raccoglie maniacalmente tutti gli anelli. Riusciva a finirlo mia zia, che tornata stanca dal lavoro afferrava il joystick e, in multitasking con qualche lamentela, divorava i quadri con il metodo rapido e fermo con cui si spiccia casa totalizzando record anche nei livelli bonus.
Erano videogiochi bidimensionali, a scorrimento. Non scomoderò mostri sacri come il Tetris o il Pac-Man, o santo cielo Frogs. Dirò poco delle giornate passate nei bar a infilare gettoni a Street Fighter (la rassegnazione a prendere Blanka pur di sconfiggere un nemico, la scoperta del fascino dell’ambiguità sessuale con Vega). Non parlerò della tentazione di ricomprare un certo modello di telefono dopo aver scoperto che ha lo Snake integrato. I pomeriggi passati con mia sorella, che a quel punto aveva un bel taglio di capelli, al simulatore (sparatorie, leoncini in fuga, corse di motoscafi, combattimenti, partite di calcio, invasioni aliene, attacchi zombie, avventure di samurai), quei pomeriggi sono più che altro ricordi miei, e poco interessanti.
Quello che Matteo si chiedeva è: questa bacucca dietro la cattedra ha davvero idea di cosa io faccia il pomeriggio quando accendo una consolle? (altro…)

Gli “Ingorghi” di Raffaele Saccà (di I. Grasso)

R. Saccà – G.R.A. tributo a Roma – modellini di macchinine e smalto su lastra di alluminio cm 80×80

Gli Ingorghi di Raffaele Saccà

Nota critica e una poesia di Ilaria Grasso

 

Raffaele Saccà nasce a Catanzaro e si è formato alla Facoltà di Architettura de La Sapienza di Roma. È stato grafico, architetto e ha più volte giocato con l’arte. Ora è dirigente in un ente per il finanziamento delle imprese. La sua è una personalità curiosa, intellettualmente molto viva e con grande spirito d’osservazione.
Ossessione creativa della sua produzione artistica gli ingorghi metropolitani che ha dato origine ad una produzione di opere che saranno esposte a Roma dal 26 al 28 ottobre, presso la Spazio 40 Galleria d’arte, in una personale dal titolo Ingorghi – Una riflessione sul vissuto contemporaneo.

R. Saccà – ingorgo n°4 – modellini di macchinine e smalto su MDF cm 80×80

Sul tema del traffico urbano la letteratura visionaria di Cortázar si era già espressa nel racconto L’autostrada del sud all’interno della raccolta Tutti i fuochi il fuoco, da cui è stato poi tratto il film L’ingorgo di Comencini. Sia lo scrittore sia il regista avevano rilevato nel vissuto quotidiano l’enorme quantità di vite e autovetture che si riversa in continuazione nelle strade delle metropoli evidenziandone gli effetti collaterali (alienazione, improduttivo accelerismo, emarginazione, impossibilità di consumare tutto ciò che viene prodotto e che inevitabilmente viene accumulato). Da questi accumuli principia la riflessione di Saccà e il moto produttivo delle sue opere.
Una riflessione tutt’altro che ingenua. Si legge chiaro il riferimento ad Arman e al Nouveau Réalisme che non ha ancora smesso di esprimersi filosoficamente e artisticamente perché le condizioni da cui partiva nel nei primi anni Sessanta non sono affatto cambiate, anzi!
Se l’arte di Fontana lascia il segno incidendo la tela con un unico gesto del braccio e Burri fonde le materie plastiche sovrapposte sulla tela, Saccà dispone meticolosamente su tele e altri materiali (alluminio e tavole di legno) modellini di macchinine, carri armati e aeroplani in un’unica composizione. (altro…)

Il Secondo Futurismo, la letteratura e la ceramica d’avanguardia (di Gianfranco Barcella)

L’anguria lirica. Poema futurista, Tullio d’Albisola, 1932 – © dal sito dell’artista

Nei primi decenni del Novecento, Savona era una città molto vivace dal punto di vista culturale e tra il mondo degli imprenditori e quello della cultura, i legami erano molto stretti. Uno dei momenti più fruttuosi di questa comunione d’intenti è stato sicuramente quello legato alla nascita del Futurismo per iniziativa, nel 1909, del poeta e scrittore Filippo Tommaso Martinetti. Il Futurismo, che divenne in breve tempo il movimento artistico di avanguardia di maggior novità, a Savona trovò immediatamente seguaci. L’esaltazione estrema della modernità fece proseliti in ogni campo culturale e coinvolse anche personaggi quali il capitano di lungo corso, Vincenzo Nosenzo, che una volta sbarcato aprì a Zinola (Savona) − era 1927 − uno stabilimento quasi in riva al mare, forse proprio per non discostarsi del tutto dal suo ambiente preferito. L’opificio fu destinato alla produzione di contenitori di latta. Il capitano Nosenzo venne poi a contatto con Marinetti che frequentava ad Albisola, Tullio Mazzotti, pittore e ceramista, ma soprattutto artista a tutto tondo, passato alla storia del Futurismo come Tullio d’Albisola. Ecco nascere dall’estro di Tullio l’idea di un libro, utilizzando fogli di latta, anziché di carta. Il primo volume ad andare in stampa fu Bombardamento di Adrianopoli di Marinetti, trenta pagine formato 220/230. Il peso del volume, illustrato da Tullio d’Albisola, si aggirava sui 600 grammi. Un secondo libro, L’anguria lirica dello stesso Tullio d’Albisola era arricchito da composizioni di Bruno Munari. Entrambi i libri realizzati in lamierino ebbero una tiratura di 200 copie. Oggi sono praticamente introvabili. Per celebrare tale evento culturale è uscito un numero monografico della rivista «Resine», edita da Marco Sabatelli, dedicato al tema: “Futurismo a Savona, Albisola, Altare”. Quello citato è uno degli esempi più significativi dei propositi del Futurismo, denunciati da Marinetti: riformare le lezioni comuni della letteratura, ormai logorata dalla miseria delle idee e dalla stanchezza delle forme, incapace di trovare nuove ragioni di vita ed appagata ormai di sole esercitazioni estenuanti. Marinetti era un buon osservatore di quello che avveniva all’estero, principalmente in Francia e la sua educazione era stata consacrata nell’atmosfera del Simbolismo.

(altro…)

‘Words’ di Luisa Menazzi Moretti (nota critica di Chiara Pini)

© Follia di Luisa Menazzi Moretti

L’immagine è parola – Words –

Le parole sono la nostra ricchezza. Esse ci determinano, ci raccontano nel nostro intimo più profondo e nelle relazioni che intessiamo con il mondo.
Senza parole noi non siamo, non pensiamo, non forniamo comandi consapevoli al nostro corpo. Le parole legano le persone, costruiscono sentieri, raccontano la nostra storia.
Il valore delle parole è immenso: esse illudono, determinano, condizionano, uccidono.
Nulla è più grande della parola, nulla è più potente.
Ingenuo segno grafico, suono dolce o ritmato, annoiato o stanco, la parola è una traccia indelebile di storie individuali e collettive.
La parola consola e risolve enigmi, formula preghiere e innalza all’incontro con l’Assoluto.
La parola denuncia.
La parla denuda le nostre meschinità.
La parola racconta le memorie che vorremmo andassero dimenticate. La parola non cancella: la parola mantiene vivo il ricordo e ci obbliga a pensare, a formulare altre parole, a costruire un pensiero, un’idea. Le parole generano le rivoluzioni.
Le parole alimentano l’amore.
Le parole valgono per se stesse, al di fuori dei contesti: esse sono vivo significante, veicoli di significato pieno. Nulla esiste al di là della parola. Le immagini sono la loro rappresentazione, non surrogati.
Un quadro, una fotografia, un simbolo sono ellissi di file di parole, di intrecci di pensieri. La parola è un’opera d’arte in sé, portatrice consapevole di messaggi, referente assoluto per ogni fruitore.
La parola è dotata di un proprio volume sia che essa venga urlata in una piazza o in un teatro, sia che appaia silenziosa tra le pagine di un libro.
La parola apre alla comprensione e al sentire, alla ragione e al cuore, alla scienza e all’arte.
La parola è ciò che di più democratico e di più elitario esista.
Ma la parola va conservata, curata, coccolata, coltivata perché essa si consuma dall’interno. Mantiene a lungo il suo splendido aspetto e il suo vigore interiore se condivisa, scambiata, utilizzata; se, invece, viene relegata, abbandonata, fino all’ultimo suo giorno sembrerà splendente, poi, all’improvviso sparirà, risucchiata dall’oblio. E con essa le nostre memorie, ciò che noi siamo.

Words di Luisa Menazzi Moretti, nonostante l’identità fotografica, è un progetto letterario immaginifico in cui l’artista accoglie nell’intimità dei propri pensieri lo spettatore. Luisa Menazzi Moretti svela suggestioni dal profondo che sembrano nascere dalla casualità: ci raccontano il suo vagabondare attento in un mondo distratto e confuso, che sembra dimenticare il valore degli individui. È uno sguardo decadente quello che nasce dall’obbiettivo di Words: l’artista svela verità nascoste e riporta lo sguardo interiore dello spettatore a scandagliare il senso di un quotidiano che sfugge per distrazione e frettolosità. È un progetto che va ricordato perché racconta l’individuo nel tempo e nello spazio: un viaggio nella complessità umana, con fotogrammi che aprono a speculazioni filosofiche, come in Alla ricerca del tempo perduto o alla riflessione storica come in Anima. Luisa Menazzi Moretti racconta un’umanità folle (Follia) di shakespeariana memoria che, nonostante la macchia dell’invidia (Solo invidiare), sa reagire con coraggio alle insidie del quotidiano (Coraggio): questi sono gli scatti tratti dalle pagine di una letteratura più o meno nota, alla ricerca, appunto, del tempo in cui agire, ricordare, pensare, amare. Ma è proprio in quest’occasione che la parola vive per se stessa, oltre ogni appartenenza: un messaggio che nasce dalla parola e in essa si alimenta, manifestandosi nella propria essenza. (altro…)

Yoko Ono, da ‘Grapefruit’

FRAMMENTO VOCALE PER SOPRANO

Urla.
1. contro il vento
2. contro il muro
3. contro il cielo

1961 autunno

 

FRAMMENTO DELLA RACCOLTA

Raccogli i suoni nella tua mente che
hai sentito per caso durante la settimana.
Ripetili nella tua mente in ordine
diverso, di pomeriggio.

1963 autunno

 

FRAMMENTO DELL’ALBA

Prendi la prima parola che ti passa
per la mente.
Ripeti la parola fino all’alba.

1963 inverno

 

FRAMMENTO CITTADINO

Gira tutta la città con una carrozzina
vuota.

1961 inverno

 

FRAMMENTO DELL’OMBRA

Metti insieme le tue ombre finché
non diventano una sola.

1963

*

© Yoko Ono, Grapefruit. Istruzioni per l’arte e per la vita, trad. it di Michele Piumini, Milano, Mondadori, 2005 [Wunternaum Press, Tokio, 1964]

#Pareidolia (di Carlo Tosetti)

copertina-CECI-romagnaPareidolia/Vedere ciò che non c’è (Pietre Vive, 2016) di Alessandra Romagna e Elvio Ceci, è un libro atipico, un catalogo d’arte che raccoglie delle opere di Alessandra Romagna, artista terracinese, la quale invera il processo mentale della pareidolia, le cui tele sono accompagnate dalle parole di Elvio Ceci.
I quadri riportati nel libro sono tele ispirate dalle macchie dei muri, dalle pareti scrostate di Terracina. Alessandra “vede ciò che non c’è” e, ispirata dal muro intaccato dall’incuria, ne ricava immagini oggettive.
Dietro all’arcano vocabolo di “pareidolia” si cela un fenomeno che quotidianamente viviamo; un notissimo esempio è l’intravvedere la figura di un animale nelle continue mutazioni di una nuvola.
Altro esempio, meno poetico, ma efficace, è la naturalezza con la quale riconosciamo un viso, una precisa espressione in pochi segni stilizzati: l’emoticon.
A seguito di una mostra di Alessandra Romagna, svoltasi a Terracina, (durante il cui percorso nei vicoli del centro era possibile osservare la tela affiancata alla macchia-musa), nel realizzare un catalogo delle opere, è nata l’idea di affiancare a ognuna di esse una poesia di Elvio Ceci, linguista e poeta, anch’egli terracinese, poesia scritta ispirandosi ai quadri (mutuandone il titolo).
Questa “pareidolia alla seconda potenza” ha dato alla luce il libro edito da Pietre Vive Editore, nonché a diverse performance dei due, durante le quali le poesie di Ceci vengono recitate, contemporaneamente all’azione pittorica e improvvisata di Alessandra Romagna, in un’artistica sinergia linguistica e visiva, ma che, infine, sempre viene condotta dall’immagine: una dipinta, l’altra descritta.
Il lavoro dei due ha attirato l’attenzione di David Riondino, da sempre studioso della poesia popolare, tanto che il 30 giugno 2017, a Locorotondo, si è svolta una doppia presentazione: Pareidolia è stato presentato da David Riondino, unitamente all’ultimo lavoro di David: Lo Sgurz (Nottetempo, 2016). (altro…)

Il video di ‘Il regno’ dei Kleinkief con un’intervista a LeStraniere

È uscito da circa un mese il videoclip de Il regno, brano tratto dall’ultimo disco della band veneta Kleinkief (già recensito qui). Dopo un’anteprima su «SentireAscoltare» la videomaker Camilla Martini-LeStraniere racconta il suo lavoro e si racconta sul nostro blog.

*

“Il regno” è un lavoro che apre almeno a due considerazioni: la prima è la collaborazione con una band che fa parte del panorama italiano da molti anni: i Kleinkief; la seconda è la tua “prima volta” nel mondo del videoclip. Ti chiederei di raccontarci com’è avvenuta questa reciproca scelta nonché quella del brano su cui hai lavorato.

Per amicizie comuni e prossimità geografica ho incrociato i Kleinkief più e più volte nel corso degli anni. La prima cosa che ho pensato, vedendoli sul palco, è che Thomas, il cantante, fosse un attore e performer eccezionale e la seconda è che doveva essere il MIO attore assolutamente. Ho iniziato a pensare a un cortometraggio con lui come protagonista. Nel frattempo la band stava lavorando all’album Fukushima. In quegli stessi mesi mia sorella, dottoranda in geografia culturale all’Università di Groningen, mi proponeva di lavorare insieme a un documentario sul Giappone post-tsunami, nello specifico sulla regione del Tohoku, dove si trova Fukushima e dove il disastro ha colpito nel 2011. Ne ho parlato con Thomas e da questa coincidenza di immagini e suggestioni è nata la decisione di lavorare insieme per un videoclip che fosse anche un cortometraggio con una sua storia. Ascoltando una prima versione dell’album, subito mi sono sentita attratta dal brano “Il regno” per la sua capacità di raccontare con le parole e col ritmo. Vedevo già una storia delinearsi.

Da dove nasce l’ispirazione per questo videoclip? Mi riferisco sia ai tuoi modelli “dichiarati” sia alle possibili suggestioni presenti in esso, ma anche a ciò che tu credi faccia “il tuo stile”. E come si articolano i vari livelli di “significato”, filmici e non solo, nel videoclip in questione, ossia: come hai lavorato?

Ho pensato subito a “Riget/ Il regno” di Lars Von Trier, alle sue atmosfere cupe, a una bambina fantasma. Ho pensato a chi potesse essere quest’anima intrappolata e perché. Il mio riferimento estetico e registico è da sempre David Lynch, e apprezzo più di tutto le sue interazioni con il mondo della musica, come compositore e come regista di, pur rari, videoclip. Non c’è un riferimento esplicito a qualcosa di suo, almeno non nelle mie intenzioni né nella fase di scrittura, ma sicuramente emerge a livello fotografico un amore per il suo modo di raccontare, per i suoi accostamenti visivi e narrativi irrazionali e perciò potentissimi, per la sua capacità di parlare con i colori e aprire un canale con l’inconscio. Ho comunque scritto una sceneggiatura con un inizio e una fine, ma l’ho rivista fino a snaturarla quasi del tutto, per adattare l’idea alle contingenze produttive. Anche in fase di montaggio mi sono affidata quasi unicamente all’estetica, lasciando da parte la necessità di fare un racconto con un inizio e una fine. La storia c’è, ma non era una mia priorità essere letterale. (altro…)

Ritratto inedito di de Libero, ‘la poesia si fa coi ritagli del macellaio’

Libero de Libero, questo “ciociaro dai baffi di ferro e dalla sensibilità di velluto”, nato a Fondi all’inizio del 1900, ha scritto molto e molto è stato scritto su di lui, sicuramente meglio di quanto saprò fare io, che proverò a tracciarne un ritratto da semplice lettrice dei suoi diari, dei suoi romanzi ma soprattutto delle sue poesie, che egli definisce “pulci che io cerco di togliermi dagli orecchi per aver requie”: quelle che parlano di fiumi, di aranci, di cicale, e quelle del dopoguerra, che narrano fatti di cronaca nera e avvenimenti storici. Era piccolo di statura e aveva occhi vivacissimi, con lampi di dolcezza infinita per gli amici e di durezza incredibile per chi non gli andava a genio. Aveva un “carattere fumantino”. Così si racconta: «Con me era facile arrivare al bisticcio, al litigio, alle recriminazioni: la mia vita risentiva gli affanni di lunga data, le offese e i patimenti subiti sin dalla infanzia, la sua incomunicabilità, il suo bisogno di sostituire continuamente una cosa all’altra».
Qualcuno lo ha paragonato a Giovanni Pascoli, per la serie di luttuosi eventi verificatisi nella sua famiglia, riassunti in queste parole tratte dal suo diario:

Nato e vissuto in una famiglia karamazofiana: sbattuto, sin dalla nascita, tra morti e miserie, in una famiglia incapace a difendersi e a lottare; con mia madre tutta la vita disperata nel suo inutile amore per mio padre; con mio padre tutta la vita dilaniato dalla sua onestà e dai politicanti; con mio fratello assassinato per trecento lire [«aveva un pugnale fra le spalle»]; e bisogna dire le angosce di me adulto a dieci anni, e la vita che s’affolla insospettata con tanti mali e tanti beni, con danni e doni; e lo sforzo di comprendere subito quanto è intorno universale e mediocre e la lotta e un eterno, disingannato amore; e la disperazione di non riuscire uguale alle mie ambizioni?

La sua numerosa famiglia (Libero era il quarto di otto fratelli) si trasferisce a Patrica, dove il padre ricopriva l’incarico di segretario comunale. Frequenterà le scuole a Velletri, poi a Ferentino e infine il liceo ad Alatri, finché nel 1927 arriva a Roma per gli studi di Giurisprudenza: è in ritardo di qualche anno, per motivi familiari. Ma gli studi di Giurisprudenza non li porterà a termine. La vita nella Capitale è difficile per un giovane privo di mezzi; comincia subito a pubblicare racconti sul «Popolo di Roma», e «L’Ambrosiano di Milano».¹
Incontra Luigi Diemoz e per merito suo conoscerà “gli autori che già ammira e gli artisti che gli piacevano”, frequentando assieme a lui la saletta riservata del caffè Aragno, famoso ritrovo di artisti oggi scomparso. «Diemoz, che voleva entrare nel giornalismo, ebbe in dono 20 marenghi dalla madre, e con me creò nell’ottobre 1928 un quindicinale di letteratura e arte, «L’Interplanetario» e noi direttori, lui scriveva articoli di fondo e corsivi polemici, e io cronache d’arte, le prime». Di questa rivista usciranno 8 numeri: esauriti i marenghi della signora Diemoz, le difficoltà ricominciano; de Libero continua le sue “cronache d’arte” su «L’Italia Letteraria» diretta da G. B. Angioletti e in altre riviste. «Quando arrivava qui a Fondi «L’Italia Letteraria» era per noi un grande avvenimento», racconta il pittore Domenico Purificato, «allora non vi erano i mass-media, le fonti di informazione che ci sono adesso; De Libero era il tramite attraverso il quale riuscivamo a conoscere quello che avveniva al di qua del confine provinciale e al di là del confine nazionale.»
A Roma c’è anche Anton Giulio Bragaglia, altro ciociaro, fondatore del Teatro degli Indipendenti dove si rappresentavano opere di autori italiani contemporanei. Qui, nel gennaio 1929 viene rappresentata una commedia di de Libero, Frangiallo, che suscita scandalo. Al caffè Aragno incontra Ungaretti, che nel 1934 gli fa pubblicare la prima raccolta di poesie, Solstizio. (altro…)

Sì, il Nobel a Dylan

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*
Da Poesia e rock, di Pier Vittorio Tondelli (anni 1987-89):
«Il bisogno di poesia, bisogno assoluto e struggente… è stato soddisfatto da intere generazioni mandando a memoria parole e strofe di canzoni: ballate pop, testi psichedelici, neofuturisti, intimisti, sentimentali, onirici, politici, ironici, demenziali… Mentre la poesia colta rimaneva territorio di interpretazione, esegesi…
Poesie e canzoni, dunque. Un aspetto non sufficientemente preso in considerazione dai critici ufficiali e dai letterati di professione: la consapevolezza, insomma, che il contesto rock ha prodotto i più grandi poeti degli ultimi decenni.
(…) l’immagine del poeta romantico… sopravvive, incandescente, ormai solo nell’universo rock. I poeti ufficiali si nascondono dietro le loro scrivanie e i loro libri. Mescolano e affinano parole e rime. Si applaudono fra loro e si complimentano, premiandosi a vicenda per le venti copie vendute. Hai la sensazione che oltre la capacità combinatoria, oltre la perfezione formale non esista un’anima. Nei poeti rock, più o meno maledetti che siano, questa anima è eccentricamente viva e pulsante».
A Bob Dylan oggi, a Stoccolma, è stato conferito formalmente il Nobel. Il Premio Nobel per la Letteratura, non per la Poesia (?). Il che non è differenza da poco, specialmente per quanto questo possa significare, e significa molto, nell’orizzonte Nordamericano. D’altronde la motivazione per l’assegnazione è stata: «per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della grande tradizione della canzone americana». Appunto. Basterebbe, tra l’altro, vedere o rivedere con attenzione No Direction Home di Martin Scorsese (2005), per capire questo, e tante altre cose.
Sul fatto che non sia andato di persona a ritirare il Premio, per una volta forse è lecito dire: “chissenefrega”. Anzi, c’è proprio da pensare che abbia fatto bene. Ha fatto bene cioè a lasciare che altri (molti, tanti, troppi) ne parlassero, discutessero: lì ad arrovellarsi, ad accanirsi su cos’è e cosa non è, rilasciando o togliendo patenti, snobbando (loro sì) un Dylan Premio Nobel. Ed è stato il modo, oltretutto, di lasciare nel dubbio la stessa Accademia, che eppure il premio gliel’ha assegnato (come dire: avete fatto bene, o no? Una certa indifferenza d’altronde è spesso la risposta più interessante. Senz’altro la più intrigante).
Poi era prevedibile, questo suo gesto di non andare, di non esserci. Di maschere (“persone”) Dylan ne ha indossate moltissime negli anni, sfuggendo immediatamente a qualsiasi etichetta fosse pronta ad essergli appiccicata addosso. Non si lascia prendere, ancor oggi, non si lascia definire, ecco. Credo occorra semplicemente farsene una ragione. Tutto qui. Si ascolti anche solo, a questo proposito, It Ain’t Me, Babe, o anche, pur con sfumature diverse, Visions of Johanna (canzone da cui si evince peraltro che stiamo parlando più di un narratore visionario che di un poeta. Come, ancora solo per esempio scusate, in tutto l’album Blood on the Tracks, 1975).
Prevedibile, quindi, come prevedibile che prima o poi arrivasse questo premio perché non è un mese che se ne parla, sono vent’anni (la prima candidatura è del 1996).
E non è questione di umiltà. Anzi, sì, è una questione di umiltà: Dylan risponde soltanto alla propria coscienza e a Dio («The Commander in Chief», he said… ). Ha altri impegni, benissimo: può permetterselo. Poteva allora (1965) dire e fare quel che voleva (scherzando così: «A poem is a naked person… some people say that I am a poet» – lui ventiquattrenne, al tempo di Bringing It All Back Home); può permetterselo soprattutto adesso, di essere o non essere, qualcosa o qualcuno, dall’alto dell’enormità che è, che è diventato.
Tutto questo accade, per fortuna. Checché ne dicano i poeti. I cosiddetti, o tanto peggio i sedicenti tali.

Cristiano Poletti

 

I’ll stand before the Lord of Song: grazie, Leonard Cohen

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Con il cuore colmo di gratitudine la redazione rende omaggio a Leonard Cohen, scegliendo dieci sue splendide canzoni (e per ognuna un passaggio del testo).
A cura di Cristiano Poletti.

1) Famous Blue Raincoat
«And what can I tell you my brother, my killer
What can I possibly say?»

 

2) Who by Fire
«And who shall I say is calling?»

 

3) Hallelujah
«I’ll stand before the Lord of Song
With nothing on my tongue but Hallelujah»

 

4) Chelsea Hotel #2
«Those were the reasons and that was New York,
We were running for the money and the flesh»

 

5) The Partisan
«Freedom soon will come
Then we’ll come from the shadow»

 

6) If It Be Your Will
«All your children here
In their rags of light
In our rags of light
All dressed to kill»

 

7) Is This What You Wanted
«You were the promise at dawn,
I was the morning after»

 

8) Suzanne
«But he himself was broken, long before the sky would open
Forsaken, almost human, he sank beneath your wisdom like a stone»

 

9) Avalanche
«It is your turn, beloved,
It is your flesh that I wear»

 

10) Bird on the Wire
«Like a bird on the wire
Like a drunk in a midnight choir
I have tried in my way to be free»