Giovanna Cristina Vivinetto, Tre poesie inedite da “Dove non siamo stati”

Tre poesie tratte dalle tre sezioni del nuovo libro in uscita la prossima primavera per l’editore BUR Rizzoli, Dove non siamo stati (BUR, 2020) di Giovanna Cristina Vivinetto.

 

In fondo cosa siamo se non creature
elementari, sostrati animali
sedimentati nelle ossa come pigmenti
minerali nelle rocce. Conosciamo il dolore,
lo sappiamo a menadito sin da bambini.
Le mani che proteggono il capo
è un giro di gesti appresi chissà quando,
chissà dove. Eppure quando il rischio
si avvicina, eccoci pronti a gonfiarci
e balzare al collo per difendere la specie.

Questo tratteniamo nel sangue:
un codice indecifrabile, conchiuso
in se stesso, estraneo alla significazione.
Nella speranza che chi verrà dopo di noi,
divinità inferiore col camice bianco,
saprà sbrogliarlo, dissezionarlo,
condurlo alla ragione. Dirci con la calma
logica della scienza perché si soffre,
perché si ama. La sostanza profonda
che ci tiene obbligati al suolo
in posizione ben eretta. Verticale.

 

 

La mente è sottile come un capello
sostenevi, conscia tu che l’equilibrio
dei pensieri altro non è che una danza precaria
in punta di piedi. Non c’era colpa
nelle cause che non sapevi rintracciare,
nell’involarsi degli anni via via
sempre più remoti. Un fiume, il tuo, proiettato
alla fonte in moto contrario e definitivo.

Oggi hai otto anni, domani cinque,
tra una settimana appena tre
e, se tra un mese sarai ancora viva,
bisognerà tenerti in braccio, darti
solo cibo liquido, non pretendere nulla
se non che il tuo respiro sia regolare
la notte e che non soffochi dormendo,
che l’occhio sia acquoso e pieno come quello
di un pesce, che improvvisi non giungano
dolori fitti come spine, ematomi violastri sulla pelle.
Altro non si può esigere da te,
così piccola e violenta nella tua malattia.

Ma verrà presto il giorno in cui vorrai solo
dormire di un sonno vasto come il tuo mare
che si offre scendendo al lungomare alfeo
sotto casa. Sentirai improrogabile il bisogno
di posare gli occhi sul cuscino, lasciarli
lì per qualche ora. Per allora non saprai più
la differenza tra terra e culla
e non ti importerà poi così tanto.

Dormirai aspettando che qualcuno venga
a svegliarti, allungarti fra le mani
un bicchiere d’acqua fresca per bere.

 

 

Le mani affondate nell’acquaio erano
il torbido riflesso di ciò che si accalcava
nella mente. Tutte le volte che lavava i piatti
le saliva in gola il nome di quella non più figlia
a strozzarle il pomeriggio. “Buttana, buttana!
Vatinni i ca, nun ti vogghiu viriri chiù!”
l’aveva spintonata dalle scale senza che l’amore
esitasse, per poco la fermasse: “Buttana, buttana!
Pi mia si morta!” e da allora non la vide più.
Quando ritrovarono il corpo aveva da poco
sparecchiato, le mani affondate nell’acquaio.
In aperta campagna, tra le sterpaglie,
distese come per riposare le due parti
superstiti non erano più un corpo
ma una vergogna trattenuta, attinta
anche dai cani, dalle bestie della notte.
Solo la testa non si riuscì a trovare.
Negli anni, quando parlava di sua figlia
– recuperato il nome dalle viscere dell’acquaio –
diceva fosse la cosa più bella tra tutte
a cui l’amore impose di rinunciare.

 

vv. 5-6: “Puttana, puttana! Va’ via di qua, non ti voglio più vedere!”
vv. 8-9: “Puttana, puttana! Per me sei morta!”

 

 

Giovanna Cristina Vivinetto (Siracusa, 1994) vive a Roma. Si è laureata in Filologia moderna all’Università “La Sapienza” con una tesi sulla poesia di Franco Buffoni. Dolore minimo (Interlinea, 2018), premio Viareggio Opera prima, è il suo esordio letterario. In preparazione il suo secondo libro di poesie per l’editore BUR Rizzoli.

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