Festivaletteratura2019 #5: Unplugged

Abraham Yehoshua

Voglio dire subito, per favore: siamo agli sgoccioli di questo festlet, e io lo ricorderò come quello degli imprevisti più spiazzanti, eppure non c’è stata cosa che i volontari non abbiano provveduto ad aggiustare, trovare, mandarmi, indicare, risolvere, recapitare. Voglio dire subito il mio consueto grazie. Senza scendere nel dettaglio degli imprevisti; non per privacy, ma perché perderei ai vostri occhi quel po’ d’aura di compostezza che mi sono costruita.
Va così. Ho la testa sulle spalle più di quanto la mia migliore amica potrebbe credere, quando vengo qui, eppure a volte è un attimo e sono distratta come gli innamorati. Dopo sei anni, valicare il Ponte San Giorgio è ancora un colpo al cuore; simile a quello che ci ha raccontato Nadia Fusini, quando la riservata e tenera e cerebrale e fragile e acutissima Virginia Woolf venne trascinata nell’esistenza da una selvatica Vita Sackville-West, che dal canto suo le portava un amore abbastanza accorto da avere l’accortezza di non amarla troppo, per non destabilizzarla. Il racconto del carteggio tra le due scrittrici, di cui si è già accennato in uno scorso articolo Festlet, ha tenuto banco in una mattina finalmente piena di sole nella bellissima chiesa di Santa Maria della Vittoria, gremita di ascoltatori. E una folla quasi da record ha aspettato lo scrittore Abraham Yehoshua nel pomeriggio, a piazza Castello, atteso con Wlodek Goldkorn per parlare del tema “ascoltare l’anima e non il cervello”. Guardare la fila formarsi con un’ora e un quarto di anticipo e diventare sempre più lunga mi ha dato una lezione sul tempo, su come investirlo. Su come valga la pena anche di provare un’ora e un quarto di noia stretti in una fila se il tempo che ci aspetta sarà ben speso. Mantova ha sempre avuto, nel mio passo mentale, questa capacità di dilatare e contrarre, negli impegni affastellati che schiudono sacche di vuoto, nello scorrere più veloce dell’orologio durante un evento particolarmente riuscito.Yehoshua comincia leggendo due pagine del suo ultimo romanzo, Il tunnel (Einaudi), e lo fa in ebraico. Riconosco poche parole, soprattutto i connettivi, ma sono troppo arrugginita, quindi desisto e mi lascio andare al suono. Anche questo è tempo senza apparente utilità, e per questo così pieno di bellezza: quello di Yehoshua è un grande regalo, la voluta incomprensibilità di una pura forma che si fa contenuto. Yehoshua sostiene che nei romanzi tutto è nelle prime pagine, nelle prime venti per esattezza: “il libro deve trovare il DNA di se stesso, per questo le mie prime pagine durano anche mesi nella stesura. Poi sarò più rapido, e tornerò anche indietro per vedere se la struttura collima”. Yehoshua ha composto un libro in cui un arido declino del cervello può essere lenito (se non curato) dall’abbandono e dal desiderio, dalla potenza del cuore. “Dove molti narrano di crisi nei rapporti, io difendo quel nucleo di amicizia e cura e appoggio che fa superare le difficoltà”.
Parla anche dei tanti cambiamenti, Yehoshua, che attraversano il mondo, e della memoria che li ricopre e li rimesta. Ma la memoria può paralizzare: “Quello che cercavo di dire, e voglio dirlo soprattutto a noi ebrei, è che dobbiamo cominciare a dimenticare, a non scavare nelle ferite del passato. Dobbiamo tutti essere bravi a non restare bloccati nella nostra memoria e guardare anche ai cambiamenti del mondo, e saperci adattare. Penso a Ben Gurion, il Garibaldi israeliano, l’uomo che ha detto ‘andate a sud e non restate abbarbicati ai ricordi’: è sepolto nel deserto, sulla sua tomba ci sono tre righe, nome nascita e morte.” Il conflitto tra israeliani ebrei e palestinesi è presente nelle sue parole con un accenno di speranza. Ricorda come ogni giorno a Gaza, indipendentemente da qualsiasi cosa accada, trecento volontari ebrei e palestinesi salgono in macchina e caricano i pazienti da portare in ospedale. Di come nello stesso ospedale si crea un’intimità tra ebrei e palestinesi che non ha eguali. “L’unica soluzione non sarà una pace scintillante, né due stati né questo orrendo regime di apartheid: ma uno Stato in cui convivere necessariamente, smettendo di occupare territori e bombardarci. Ho litigato tanto con Amos Oz per aver cambiato idea su questo punto. Ma l’immagine del tunnel è questo: creare un collegamento tra le identità in un mondo dove tentiamo di scalzare l’identità altrui presumendo come superiore la nostra, per la semplice paura di diventare tutti uguali.”
L’anno scorso Bietti, compositore, pianista e “educatore all’ascolto”, parlò di come anche la musica sia un tunnel tra linguaggi e culture. Quest’anno incontra Giuseppe Antonelli, che continua con lui il percorso sul Museo della lingua italiana parlando di musica e dello zampino della lingua italiano nella musica europea. Si discute di uno dei sessanta “oggetti” del Museo, un autografo di Mozart che sullo spartito porta le parole italiane: “sinfonia concertante in tempo allegro per te instromenti”. L’italiano è la lingua franca della musica; dare indicazioni espressive in francese o in tedesco, come faceva Beethoven fino ai Quartetti, vuol dire rompere anche con la musica del periodo. Tempi, dinamica, e la grande parola, “concerto”, che viene forse dal latino “competere insieme”. (Scopro, a questo proposito, che Mozart scriveva la parte dell’orchestra e cercava solo poi delle soluzioni per il solista.) La lingua italiana che si diffonde è anche Bach che studia i concerti di Vivaldi e dieci anni dopo compone i Brandeburghesi; è il melodramma che diffonde in Europa non solo i testi dei libretti ma anche la parola “fiasco”; è l’idea di “suonare all’italiana” perché (cito Bietti) pare brutto dire “facendo un po’ di casino”.
Un applauso al Festlet, invece, e al suo meccanismo a orologeria che non ha mai perso la gentilezza. Un applauso alla folla che sabato sfilava tra Sordello e piazza Erbe, e alla fila in ombrello che voleva, voleva essere a piazza Castello. Un applauso agli incredibili interpreti degli eventi, alle eminenze bianche e alle magliette blu. Un applauso a Meg Wolitzer, che scrive perché vuole sapere come un personaggio è diventato se stesso e già vorrebbe scrivere un romanzo su Lella Costa che la intervista. Un applauso a Lella Costa che lo trova un progetto ragguardevole, e la invita a fare presto, per poter interpretare il personaggio dall’adolescenza alla prima maturità.
Grazie, Festlet.

© Giovanna Amato

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